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6 luglio 2023

Nimona (Nick Bruno, Troy Quane, 2023)

Nimona (id.)
di Nick Bruno, Troy Quane – USA 2023
animazione digitale
***

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

In un mondo medieval-tecnologico, il prode Ballister Boldheart (Cuoreardito nella versione italiana) viene ammesso fra i cavalieri che devono proteggere il regno dai presunti mostri che lo minacciano da oltre le mura, seguendo l'esempio di Gloreth, la leggendaria guerriera che mille anni prima aveva sconfitto ed esiliato il primo di questi. Incastrato con l'accusa di aver ucciso la regina, ed etichettato da tutti come un criminale, Ballister sarà costretto ad allearsi proprio con una ragazza mostro, la scatenata mutaforma Nimona, per cercare di dimostrare la propria innocenza. Liberamente tratto dal fumetto di ND Stevenson (già Noelle Stevenson, showrunner dell'eccellente serie "She-Ra e le principesse guerriere"), un film d'animazione che ha avuto una storia piuttosto travagliata: avrebbe dovuto essere realizzato dai Blue Sky Studios della Fox, ma dopo l'acquisizione da parte della Disney gli studi furono smantellati e la produzione interrotta, per essere poi ripresa dalla casa indipendente Annapurna e da Netflix. L'ottima animazione, pop, colorata e vivace, ricorda un altro prodotto animato Netflix, la serie "Arcane", ma sono soprattutto la storia (ricca di colpi di scena) e i personaggi a colpire per originalità e profondità psicologica. L'idea di giocare con i cliché delle fiabe classiche, discutendone gli assiomi e ribaltando per esempio la dicotomia fra eroe e cattivo e fra personaggi "normali" e mostri, non è certo nuova: c'è un evidente filo rosso che parte da "Shrek" e giunge a "Nimona" passando per "Dragon Trainer", "Frozen", "Red" e "Il mostro dei mari". Qui però i temi della diversità e della (in)tolleranza sono trattati a più livelli: da quelli più espliciti (Ballister mal visto come cavaliere perché non è di origine nobile; la coppia gay) a quelli metaforici (Nimona stessa, con le sue trasformazioni, può essere vista come un personaggio gender fluid, non binario, che non si adegua alle etichette altrui, e che pertanto è facile definire come "un mostro"). Ma Nimona, prima di tutto, è un personaggio assai divertente, che vivacizza ogni scena in cui è presente (tanto in forma umana quanto nel caleidoscopio di trasformazioni in animali rosa) e porta caos e rivoluzione nell'ambiente in cui vive: è punk, ribelle, demoniaca villain wannabe... ma quando arriva il momento del flashback sulle sue origini (che, come previsto, ribalta in chiave revisionista gran parte di quello che ci era stato detto all'inizio) diventa anche un personaggio tragico e assai simpatetico. I nemici sono invece il conservatorismo bigotto e la cieca intolleranza, che insegnano a ripetere meccanicamente "quel mostro è una minaccia per il nostro stile di vita" (notevole la propaganda mediatica che insiste su questo punto, fino a contaminare le pubblicità e i prodotti per i bambini) e a proteggere tradizioni millenarie che si rivelano costruite sul (quasi) nulla. Molti di questi temi, ovviamente, erano presenti anche in "She-Ra" (non solo in Nimona e Gloreth, ma anche nella coppia Ballister-Ambrosius si percepiscono echi di Catradora).

6 marzo 2023

The nice guys (Shane Black, 2016)

The nice guys (id.)
di Shane Black – USA 2016
con Russell Crowe, Ryan Gosling
**

Visto in TV (Prime Video).

Nella Los Angeles del 1977, un picchiatore prezzolato ma dal cuore d'oro (Russell Crowe) e un investigatore privato abbastanza inetto (Ryan Gosling) uniscono le forze per ritrovare una ragazza scomparsa, scoprendo che dietro la sua sparizione si cela un complotto che, partendo dal mondo del cinema pornografico e clandestino di Hollywood, si estende ai "poteri forti" legati all'industria automobilistica americana. La struttura è quella del giallo-noir, l'ambientazione è accuratamente ricercata e non casuale, l'intreccio è complicato come in un romanzo di Raymond Chandler... ma il tutto è affogato in un humour pieno di sarcasmo, sberleffi e battutine, molte delle quali faticano ad andare a segno e comunque giocano spesso sulla stessa falsariga (in particolare sull'incapacità dei due protagonisti e sui cliché di questo tipo di pellicola). Non si tratta di una parodia, sia chiaro: è lo stile di Shane Black, da sempre abituato a condire l'azione con la comicità. Se però ci aggiungiamo qualche passaggio meccanico o forzato, alcune ingenuità di scrittura, e almeno un personaggio (la figlia perfetta e saputella di Ryan Gosling, interpretata da Angourie Rice) francamente insopportabile, ecco che il risultato è decisamente inferiore alle aspettative e tutt'altro che memorabile. Nel cast, in ruoli minori, Kim Basinger, Matt Bomer, Beau Knapp, Margaret Qualley.

15 febbraio 2022

I gemelli (Ivan Reitman, 1988)

I gemelli (Twins)
di Ivan Reitman – USA 1988
con Arnold Schwarzenegger, Danny DeVito
*1/2

Rivisto in TV (Now Tv), per ricordare Ivan Reitman.

Nati in laboratorio come risultato di un esperimento scientifico, i gemelli Julius (Schwarzy) e Vincent (DeVito) sono stati separati alla nascita. Si ritroveranno per andare alla ricerca della madre. Per la prima volta Schwarzenegger è protagonista di una commedia (o quasi, visto che anche "Commando", dopo tutto, poteva essere definita tale), aprendosi una carriera che porterà avanti sporadicamente (con titoli come "Un poliziotto alle elementari" e "Junior", sempre diretti da Ivan Reitman), anche se naturalmente non manca una sottotrama più avventurosa/d'azione, quella legata al furto – da parte del fratello Vincent – di un'auto nel cui portabagagli c'è un motore d'aereo sperimentale trafugato da una spia industriale. L'umorismo è però di grana grossa, e di fatto si incentra su un'unica idea, certamente poco originale: quella di mettere a confronto due personaggi all'opposto per fisicità (Julius è "l'uomo perfetto", aitante e muscoloso; Vincent è basso, grasso, calvo) e personalità (Julius è intelligente ma ingenuo, avendo vissuto sempre su un'isola tropicale; Vincent è furbo, imbroglione, manipolatore). Nel complesso è una pellicola dozzinale, che offre un divertimento ingenuo e infantile senza particolare spessore. A parte i due protagonisti (meglio comunque DeVito: Schwarzy appare molto impacciato), gli altri personaggi sono macchiette insulse, a partire dai comprimari femminili (Kelly Preston e Chloe Webb). Marshall Bell è la spia killer, Bonnie Bartlett la madre dei gemelli. Da sottolineare la scena in cui Arnold se la ride davanti a un poster di "Rambo" con Sylvester Stallone. Reitman stava per realizzare un seguito a distanza di trent'anni ("Triplets", con Eddie Murphy nel ruolo di un terzo gemello) quando è morto.

10 gennaio 2022

Origini segrete (D. Galán Galindo, 2020)

Origini segrete (Orígenes secretos)
di David Galán Galindo – Spagna 2020
con Javier Rey, Brays Efe
**

Visto in TV (Netflix).

Per indagare su un serial killer che uccide le sue vittime "ricreando" le origini dei più celebri supereroi americani (da Hulk a Iron Man, da Batman all'Uomo Ragno), il detective madrileno David (Javier Rey) è costretto a chiedere l'aiuto di Jorge Elías (Brays Efe), appassionato cultore di comics e proprietario di un negozio di fumetti, nonché figlio del suo predecessore Cosme (Antonio Resines). Simpatica pellicola spagnola che da un lato ricorda i polizieschi alla "Seven" (con il killer che segue una particolare ossessione e semina indizi), dall'altro si iscrive al filone che cala gli elementi supereroistici nella realtà (alla "Unbreakable", con cui ha molto in comune). Nonostante evidenti limiti di scrittura e di respiro, si lascia guardare con interesse. Fra le tematiche: il riscatto e l'orgoglio dei nerd (anche il capo della sezione omicidi, la bella Norma (Verónica Echegui), è patita di manga e fa la cosplayer) e il concetto di eroe in un mondo dove non tutto è bianco o nero.

8 maggio 2020

Giù la testa (Sergio Leone, 1971)

Giù la testa
di Sergio Leone – Italia/Spagna/USA 1971
con Rod Steiger, James Coburn
***

Rivisto in DVD.

Nel Messico di Pancho Villa e Huerta, scosso dalla rivoluzione (siamo nel 1913), il bandito messicano Juan Miranda (Rod Steiger) stringe un'improbabile amicizia con il bombarolo irlandese Sean Mallory (James Coburn). Il primo vorrebbe approfittare dell'abilità del secondo con gli esplosivi per svaligiare la banca di Mesa Verde: ma sarà da lui costretto a diventare giocoforza un eroe della rivoluzione. Dopo il successo dei suoi spaghetti western, e in particolare dopo aver terminato il magnum opus "C'era una volta il west", Sergio Leone cominciò a sentire l'esigenza di raccontare altri aspetti e altri momenti della storia dell'America. Mise perciò in cantiere questo film su suggerimento dell'amico Sergio Donati, autore della sceneggiatura insieme allo stesso Leone e a Luciano Vincenzoni, e inizialmente non avrebbe dovuto dirigerlo ma soltanto produrlo. Il regista da lui designato, Peter Bogdanovich, si tirò però indietro, e i finanziatori rifiutarono la seconda scelta di Leone, Sam Peckinpah. Il compito fu assegnato allora a Giancarlo Santi, già assistente del regista romano: ma dopo dieci giorni di riprese, questi decise di prendere le redini del film nelle proprie mani. Anche il casting subì alcune vicissitudini. Le due parti principali furono scritte con degli attori precisi in mente, vale a dire Eli Wallach e Jason Robards (con cui Leone aveva già lavorato, rispettivamente, ne "Il buono, il brutto, il cattivo" e in "C'era una volta il west"). Ma i produttori americani imposero Steiger (con cui avevano già un contratto: in italiano è comunque doppiato da Carlo Romano, che aveva già dato la voce a Tuco) e Coburn (considerato un nome di maggior spicco, e con il quale Leone voleva comunque lavorare già da tempo). Ampio spazio nella storia ha anche Romolo Valli nel ruolo del Dottor Villega, uno dei capi della rivoluzione. Del tutto assenti invece i personaggi femminili, con l'eccezione della donna (Vivienne Chandler) nei flashback di Sean Mallory e della passeggera (Maria Monti) nella carrozza della scena iniziale.

Si tratta probabilmente del film più "politico" di Leone, a cominciare dalla didascalia introduttiva con una citazione di Mao Tse-tung ("La rivoluzione non è un pranzo di gala [...] La rivoluzione è un atto di violenza"). D'altronde, dopo il Sessantotto e in un'epoca di fermenti sociali e lotte armate, il "mito" della rivoluzione era tornato fortemente in auge fra gli studenti e gli intellettuali (compresi i cineasti) di tutta Europa. Il regista romano gioca però a decostruire tale mito, proprio come nei film precedenti aveva decostruito il romanticismo del vecchio west, mostrandone le diverse sfaccettature e il lato più sporco e meno idealizzato. Se il personaggio di Sean passa semplicemente "da una rivoluzione all'altra" (i numerosi flashback di cui la pellicola è disseminata ci mostrano il suo passato come nazionalista irlandese), quello di Juan è il principale soggetto di un'evoluzione che lo porta da "povero" peone con una famiglia numerosa da mantenere (nella scena iniziale in cui è ospitato controvoglia nella carrozza dei ricchi, prima del colpo di scena che lo rivela essere un bandito) a furfante egocentrico e avido di denaro (e dunque di ricchezza personale), fino a sviluppare la coscienza di classe e il desiderio di giustizia che lo rendono un eroe patriottico: un percorso che ricorda, se vogliamo, quello dei personaggi dei film sovietici di Pudovkin (come "La fine di San Pietroburgo" o "Tempeste sull'Asia"). Leone dichiarò di non aver voluto fornire una rappresentazione realistica del contesto storico, e che la rivoluzione messicana era soltanto uno sfondo simbolico per una storia di amicizia: tuttavia alcune scene (per esempio quella in cui Juan a sua volta fa capire a Sean che c'è una forte distanza fra chi progetta le rivolte "a tavolino", ovvero gli intellettuali, e la povera gente, che comunque finisce con l'essere sfruttata) sono indubbiamente cariche di un significato politico valido anche nell'Italia del 1971.

Se la satira sociale della prima sequenza pare un po' di grana grossa rispetto al resto del film, più epico e avventuroso (a tratti è un vero e proprio film di guerra, senza contare sequenze come la rapina alla banca che nulla hanno da invidiare ai western classici), con i consueti tempi dilatati (ma forse meno del solito) e l'alternanza fra momenti comici (l'incontro fra i due protagonisti, che si fanno i dispetti come in una comica muta) o addirittura cartoonistici (l'esplosione del messicano, di cui rimane solo il cappello bruciacchiato) e quelli drammatici, la pellicola è comunque emozionante e coinvolgente. Spesso i riferimenti sembrano anche guardare alle lotte dei partigiani nell'Italia occupata durante la seconda guerra mondiale: le scene delle fucilazioni o quella dello sterminio dei rivoluzionari nelle grotte fanno subito pensare a episodi di resistenza o di rappresaglia come quello delle Fosse Ardeatine. E il "cattivo" colonnello Günther Reza (Antoine Saint-John), con il suo carro armato, ha in tutto l'aspetto di un nazista. La bella colonna sonora di Ennio Morricone gioca con l'assonanza dei nomi dei due protagonisti (sia Juan che Sean sono varianti locali di John, ovvero Giovanni) che sono inglobati nel tema principale ("Sean, Sean..."), una delle melodie più celebri del compositore, che accompagna in particolare i vari flashback (il passato di Sean è presentato a frammenti, come quello di Charles Bronson in "C'era una volta il west"). Il titolo completo che Leone aveva in mente era "Giù la testa, coglione!" (dalla frase di Sean a Juan), ma i distributori glielo accorciarono per evidenti motivi. In inglese rimane "Duck, you sucker!", anche se è noto pure con il titolo di lavorazione "C'era una volta la rivoluzione" (che lo accomuna in una sorta di trilogia con il precedente "...il west" e il successivo "...in America").

2 marzo 2020

Quasi nemici (Yvan Attal, 2017)

Quasi nemici - L'importante è avere ragione (Le brio)
di Yvan Attal – Francia 2017
con Camélia Jordana, Daniel Auteuil
**1/2

Visto in divx.

Neïla Salah (Jordana), giovane e impulsiva immigrata di seconda (o terza?) generazione, sogna di emanciparsi dalla banlieue in cui vive iscrivendosi alla facoltà di legge in una delle più prestigiose università di Parigi. Qui si "scontra" subito, e a più riprese, con il professor Pierre Mazard (Auteuil), docente dal carattere schietto e controverso, che non si premura di nascondere le proprie idee scioviniste, lanciando agli studenti, durante le lezioni, punzecchiamenti razzisti e battute politicamente scorrette a getto continuo. Ma i due saranno costretti a collaborare da vicino (e a comprendersi meglio a vicenda) quando a Mazard, per evitare un procedimento disciplinare, viene ordinato di preparare personalmente Neïla affinché partecipi all'annuale "concorso di retorica" riservato agli studenti del primo anno di varie università del paese. Se il primo insegnamento dell'uomo è: "Quello che conta è solo avere ragione, della verità chi se ne frega", l'ultimo sarà invece "Quando si parla bene si dimentica come dire le cose in modo semplice" (avvalorato da una frase di Mounir, l'amico d'infanzia di cui Neïla è innamorata: "Lo sai, parlo male ma almeno dico quello che penso"). E mentre la ragazza si fa sempre più raffinata nell'esprimersi e anche nel presentarsi (per esempio, nel modo di vestire), con il suo "pigmalione" (siamo infatti dalle parti di "My fair lady") che la vede trarre profitto dell'arte dell'eloquenza per farsi strada nella vita, diventando progressivamente capace di controllare le proprie emozioni anche in pubblico (come quando è costretta a recitare in metropolitana il monologo del "Giulio Cesare"), anche lei capisce che le provocazioni dell'uomo sono, in un certo senso, la messa in atto di quegli artifici di retorica (compreso l'insulto) che le insegna, spesso mirati a suscitare reazione e indignazione nell'uditorio. Costruito su una struttura di impostazione classica, alla fine il film è forse più innocuo di quanto le premesse avessero fatto intendere, ma comunque garantisce una visione piacevole. Il titolo italiano vuole riecheggiare quello di un'altra pellicola francese, il fortunato (al botteghino) "Quasi amici".

18 febbraio 2020

Pupazzi senza gloria (Brian Henson, 2018)

Pupazzi senza gloria (The Happytime Murders)
di Brian Henson – USA 2018
con Melissa McCarthy, Maya Rudolph
**

Visto in TV.

In un mondo in cui gli esseri umani convivono fianco a fianco con pupazzi animati (il film è diretto dal figlio di Jim Henson, il creatore dei Muppet), la coppia formata dall'investigatore privato Phil Phillips e dalla sua ex collega poliziotta Connie Edwards (Melissa McCarthy) indaga su una serie di misteriosi omicidi ai danni dei protagonisti di un vecchio show televisivo, "L'allegra combriccola" ("The Happytime Gang"). Con un occhio a "Chi ha incastrato Roger Rabbit" (di cui riprende temi e ambientazioni noir, sostituendo i pupazzi ai disegni animati) e un altro a "Meet the Feebles" di Peter Jackson (di cui ripropone perversioni, vizi, volgarità e tutto quanto di più politicamente scorretto si possa immaginare), una bizzarra pellicola per adulti che gioca a ribaltare le aspettative legate ai programmi per bambini con pupazzi animati (come il celebre "Sesame Street", i cui produttori hanno infatti cercato di fare causa al film, senza successo). Al di là dei luoghi comuni della narrativa hard boiled o del buddy movie poliziesco, il film punta le sue carte su un umorismo volgare, pecoreccio e demenziale, spesso talmente imbarazzante da risultare quasi esilarante. E affronta temi scomodi come il razzismo (i pupazzi sono discriminati e disprezzati dagli esseri umani; uno di loro – Larry, il fratello di Phil – giunge addirittura a "schiarirsi" la pelle, da blu che era, per assomigliare di più a un vero uomo, in analogia con Michael Jackson), il sesso (la scena della "sveltina" e dell'eiaculazione di Phil nel suo ufficio è di quelle che non si dimenticano) e la tossicodipendenza (ma qui la droga non è altro che zucchero). Le battute e le gag sono di qualità quantomeno altalenante, con alcune di livello davvero basso ("Se sei un pupazzo... sono pupazzi amari!"), e molti interpreti in carne e ossa potrebbero finire col vergognarsi di avere questo titolo nella propria filmografia: eppure, se si sta al gioco, il divertimento non manca. Il titolo italiano strizza ovviamente l'occhio ai "Bastardi senza gloria" di Tarantino, ma non c'è alcuna pertinenza: fra le citazioni cinematografiche, invece, la più evidente è quella da "Basic instinct".

12 febbraio 2020

La calda notte dell'ispettore Tibbs (N. Jewison, 1967)

La calda notte dell'ispettore Tibbs (In the heat of the night)
di Norman Jewison – USA 1967
con Sidney Poitier, Rod Steiger
***1/2

Visto in TV.

Di passaggio per una cittadina nel Mississippi, in una calda notte d'estate, l'ispettore Virgil Tibbs (Poitier) – poliziotto di colore proveniente da Philadelphia – viene dapprima accusato (in quanto nero!) di essere il responsabile di un omicidio avvenuto in strada quella stessa notte, e poi convinto controvoglia a collaborare alle indagini, aiutando lo sceriffo locale Gillespie (Steiger) a dipanare la matassa. Iconico poliziesco che, più che sulla trama gialla, è incentrato su un altro tema, ovvero quel razzismo allora ancora molto diffuso negli stati del profondo sud. In effetti gli Stati Uniti stavano vivendo una stagione di forti tensioni e sconvolgimenti a livello sociale, e proprio film come questo (e come "Indovina chi viene a cena?", uscito lo stesso anno e interpretato sempre da Poitier), diedero il loro contributo alla lotta per i diritti civili. La cittadina fittizia in cui si svolge la storia è pervasa da forti tensioni, palpabili sotto l'aspetto pigro e sonnolento dei suoi abitanti. Alcune scene, come quella in cui il protagonista, alla domanda "Come ti chiamano dalle tue parti, Virgil?", risponde "Mi chiamano Signor Tibbs!", o quella in cui schiaffeggia il signorotto locale Endicott, proprietario di piantagioni di cotone gestite come ai tempi della guerra civile, fecero una forte impressione su un pubblico non abituato a un nero che rifiutava di porgere l'altra guancia. E nonostante tutto, il rapporto fra Tibbs e Gillespie, iniziato sotto i peggiori auspici, finirà col consolidarsi: i due stringeranno, se non proprio un'amicizia, una sorta di legame empatico (anche lo sceriffo, a suo modo, è solo ed emarginato all'interno della città). In ogni caso, al di là della ripetuta insistenza sul tema del razzismo e dell'odio (da cui non è immune nemmeno il "perfetto" protagonista, presentato come un detective geniale ed educato, che pure si lascia tentare dall'orgoglio di dimostrare di essere superiore ai bianchi e dal desiderio che il colpevole sia la persona più disprezzabile della città), il film può vantare anche una grande qualità artistica e produttiva: dalla regia di Jewison alle interpretazioni dei due protagonisti (e dei comprimari: da ricordare almeno Warren Oates nel ruolo del poliziotto Sam, Larry Gates in quelli di Endicott, e Lee Grant in quelli della moglie della vittima dell'omicidio), senza trascurare la fotografia di Haskell Wexler (che, per la prima volta in un film hollywoodiano a colori di una major, tenne conto del colore della pelle di Poitier nella scelta delle luci) e la colonna sonora di Quincy Jones (con la canzone "In the heat of the night" interpretata da Ray Charles). La pellicola ricevette sette nomination e vinse cinque premi Oscar, compreso quello per il miglior film: premiati anche l'ottimo Steiger come miglior attore, Stirling Silliphant per la sceneggiatura (adattata da un romanzo di John Ball) e il futuro regista Hal Ashby per il montaggio. Diede inoltre origine a due sequel di minor valore (nel 1970 e nel 1971) e a una serie tv (senza Poitier, dal 1988 al 1994).

17 novembre 2019

I poliziotti di riserva (Adam McKay, 2010)

I poliziotti di riserva (The Other Guys)
di Adam McKay – USA 2010
con Will Ferrell, Mark Wahlberg
*1/2

Visto in TV.

Quando gli audaci e arroganti detective Highsmith e Danson (Samuel L. Jackson e Dwayne Johnson), eroi del distretto di polizia e idolatrati dall'intera città per le loro roboanti imprese, scompaiono durante una missione, gli impacciati Gamble (Will Ferrell) e Hoitz (Mark Wahlberg), zimbello di tutti (il primo un revisore contabile che non si è mai mosso dalla sua scrivania, il secondo una giovane testa calda ambiziosa e combinaguai), sognano di prenderne il posto e si lanciano in un'indagine che si rivelerà più importante del previsto. Semi-parodia del poliziesco d'azione e del buddy movie, colmo di battute tongue-in-cheek e di gag infantili, demenziali o scollacciate (nello stile del "Saturday Night Live", da cui provengono McKay e Ferrell) sparse su un intreccio francamente poco originale e poco interessante. Molti i luoghi comuni del genere cinematografico che vengono rivisitati, ma non sempre il risultato è soddisfacente, anche per colpa di protagonisti ondivaghi e non troppo a fuoco, oltre che di una sceneggiatura spesso fuori registro. Nel cast di contorno spiccano Michael Keaton nei panni del capitano del distretto (che cita di continuo, ma inconsapevolmente, grandi classici della letteratura) ed Eva Mendes in quelli della moglie di Ferrell (che ne sminuisce la carica sexy, davanti a un esterrefatto Wahlberg). Steve Coogan è Ershon, lo speculatore finanziario al centro dell'indagine della coppia. I protagonisti si muovono su una Prius rossa, fonte di ilarità fra i loro colleghi perché negli Stati Uniti è considerata un'auto da donne. Nella versione originale, la voce narrante è quella del rapper Ice-T.

4 ottobre 2019

I tartassati (Steno, 1959)

I tartassati (aka Fripouillard et Cie)
di Steno – Italia/Francia 1959
con Totò, Aldo Fabrizi
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Il cavalier Pezzella (Totò), proprietario di un avviato negozio di abbigliamento nel centro di Roma, evade le tasse. Quando riceve la visita fiscale del maresciallo tributario Topponi (Aldo Fabrizi), cerca in ogni modo di evitare di pagare l'inevitabile multa. Seguendo i suggerimenti del suo disonesto e imbranato "consulente fiscale" (Louis de Funès), Pezzella prova così a "ingraziarsi" l'integerrimo Topponi, fra eccessivo servilismo e maldestri tentativi di corruzione che non andranno mai a buon fine, spesso ritorcendosi contro di lui ma comunque rendendo difficile la vita ad entrambi: e nel frattempo i due uomini si scopriranno legati l'uno all'altro perché i rispettivi rampolli (il figlio del commerciante e la figlia del maresciallo) finiranno con l'innamorarsi... Un soggetto esile e di facile appiglio, con situazioni da barzelletta (la battuta di caccia...) e una regia anonima, ravvivato però dall'estro dei due protagonisti, che avevano già recitato insieme (con ruoli simili) in "Guardie e ladri". Totò, "furbo" finto e maldestro che rende impossibile la vita del "retto" e disciplinato Fabrizi, sembra quasi voler invertire con l'amico/nemico i ruoli di perseguitato e di persecutore (o di "vittima" e carnefice), dando vita a scenette e situazioni comiche innegabilmente divertenti, soprattutto se ci si mette nei panni dello sfortunato Fabrizi. La lieve satira sociale (le tasse, il consumismo, l'antifascismo) completa il tutto. Il produttore Mario Cecchi Gori interpreta un passante. Nota: nella versione francese si dà maggiore risalto al personaggio interpretato da Louis de Funès (e meno a quello di Fabrizi), con alcune scene non presenti nell'edizione italiana.

5 settembre 2019

Operazione sottoveste (B. Edwards, 1959)

Operazione sottoveste (Operation Petticoat)
di Blake Edwards – USA 1959
con Cary Grant, Tony Curtis
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Nel dicembre 1941, durante la seconda guerra mondiale, il capitano della marina americana Matt Sherman (Cary Grant) cerca in ogni modo di rimettere in sesto il sommergibile da guerra Sea Tiger, da lui comandato e di stanza nelle Filippine, rimasto danneggiato dopo un attacco nemico mentre era in rada. Costretto ad accogliere a bordo il tenente Holden (Tony Curtis), raffinato damerino e donnaiolo senza alcuna esperienza di vita in mare, ne scopre le preziose qualità come "trovarobe": furbo e maneggione, Holden riesce infatti a procurarsi per vie traverse tutto il materiale necessario alle riparazioni di fortuna, bypassando (non sempre in modo legale) le vie gerarchiche e le pastoie burocratiche dell'esercito americano (a tratti sembra il conte Oliver del Gruppo TNT!). Per causa sua, però, sul sottomarino vengono imbarcate anche cinque infermiere militari che, essendo donne, porteranno scompiglio a bordo (ma proprio la loro presenza salverà l'equipaggio da una difficile situazione). Divertentissima commedia di ambientazione (sotto)marina, primo grande successo di pubblico e di critica per Blake Edwards, che ai temi classici dello scontro fra personalità (l'eroico, "inquadrato" e irritabile Sherman, che non pensa ad altro che tornare in guerra, contro il furbo e spregiudicato Holden, refrattario alle regole e in grado di cavarsela in ogni circostanza) e delle complicazioni romantiche (con love story incrociate fra le infermiere e i marinai, in mezzo a guai, ingerenze e tentativi di seduzione di ogni tipo) aggiunge una satira corrosiva dell'ambiente militare, compresa la confusione e i sotterfugi, che anticipa addirittura "MASH", il che è sorprendente: se scherzare sui rapporti fra i sessi era comune sin dalle commedie screwball degli anni trenta (alle quali la sceneggiatura di Stanley Shapiro e Maurice Richlin si rifà apertamente, aiutata anche dalla presenza di Grant), stupisce notare come ironizzare sugli ambienti di guerra fosse già possibile dieci anni prima della controcultura e delle proteste contro il conflitto in Vietnam, terreno fertile per il capolavoro di Altman. E dire che il film è stato realizzato con il supporto costruttivo della difesa e della marina americana. In più c'è l'evidente ironia sul maschilismo imperante nelle forze armate, esemplificata dalle indimenticabili sequenze in cui il sommergibile, per una serie sfortunata di eventi, finisce con l'essere ridipinto interamente di rosa, fra lo sconcerto dei marinai a bordo. Da notare che, nel mondo reale, solo nel 2010 le donne sono state finalmente ammesse sui sottomarini americani! Lo stesso sommergibile, scalcinato, fumante e destinato alla demolizione, è quasi un personaggio a sé stante. Tutta la vicenda, colma di momenti imbarazzanti e di situazioni paradossali, è rievocata in un flashback nella cornice ambientata ai giorni nostri, ossia nel 1959 (l'incipit e la conclusione del film). Alcuni episodi, per quanto strano possa sembrare, sono ispirati ad eventi realmente accaduti durante la seconda guerra mondiale (compresi l'affondamento del camion e la lettera con cui Sherman lamenta il mancato approvvigionamento di carta igienica!). Battuta celebre (di Grant): "Quando una ragazza ha meno di 21 anni è protetta dalla legge, quando ha superato i 65 è protetta dalla natura. A qualsiasi età intermedia, è caccia libera". Nel cast anche Gene Evans (il capo macchinista), Dick Sargent, Joan O'Brien, Dina Merrill e Virginia Gregg. Nel 1977 è stata realizzata una serie tv ispirata al film, con John Astin e Jamie Lee Curtis. Cary Grant aveva comandato un sommergibile anche nel lungometraggio "Destinazione Tokyo"del 1943, e fu proprio la visione di quel film a ispirare Tony Curtis (al quale si deve l'idea della pellicola) ad arruolarsi in marina durante la guerra.

21 maggio 2019

Ida (Paweł Pawlikowski, 2013)

Ida (id.)
di Paweł Pawlikowski – Polonia/GB/Fra/Dan 2013
con Agata Trzebuchowska, Agata Kulesza
***1/2

Visto in divx alla Fogona.

Polonia, anni sessanta. Pochi giorni prima di prendere i voti, la giovane novizia Anna esce per la prima volta dal convento per trascorrere qualche giorno con l'unica parente che le è rimasta: la zia Wanda, giudice comunista che vive a Varsavia. Inizialmente la donna (che appare fredda, ostile, disillusa, nonché dedita ai vizi e alla vita mondana) sembra volerla respingere. Ma poi le rivela la verità su di lei: il suo vero nome è Ida, la sua famiglia era ebrea e i suoi genitori sono stati uccisi durante la guerra. Insieme, le due partono per il villaggio dove vivevano, per scoprire come sono morti (denunciati da un vicino che si è poi impadronito della loro casa) e dove sono stati sepolti. Il doloroso viaggio, oltre ad avvicinarle, cambierà profondamente entrambe le donne. Con stile solenne ed essenziale, come un film di Bresson (è girato in bianco nero e in 4:3) o magari – vista la breve durata: un'ora e venti scarsa – un episodio del “Decalogo” del connazionale Kieslowski, Pawlikowski firma forse il suo capolavoro: un film che affronta la delicata questione della complicità dei civili polacchi nelle atrocità naziste durante la guerra, ma non solo. Formalmente elegante, intenso e toccante, nella sua semplicità affronta temi esistenziali (da diversi punti di vista) e il modo di reagire ai dolori della vita, ritirandosi da essa o tuffandocisi completamente, accettando le cose con consapevolezza e serenità oppure rifiutandole con rabbia e furore. La musica, quasi tutta diegetica, spazia dalla classica (la sinfonia “Jupiter” di Mozart, che Wanda ascolta ripetutamente) alle canzonette (fra cui “24 mila baci” e “Guarda che luna”), fino al jazz di John Coltrane suonato dal giovane sassofonista con cui Ida decide di “sperimentare” un po' di quella vita cui dovrà poi rinunciare diventando suora, accettando il consiglio di Wanda secondo cui bisogna conoscere quello che si sceglie di abbandonare, altrimenti il sacrificio non ha alcun valore. Sulle scene finali del suo ritorno in convento, si ode invece una versione per piano della cantata di Bach “Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ”. È il primo film ambientato in patria di Pawlikowski, che in precedenza aveva lavorato per lo più in Gran Bretagna (dove è cresciuto). Premio Oscar per il miglior film straniero.

26 aprile 2019

Sole rosso (Terence Young, 1971)

Sole rosso (Soleil rouge)
di Terence Young – Italia/Francia/Spagna 1971
con Charles Bronson, Toshiro Mifune
**

Rivisto in TV.

Per recuperare una preziosa spada, dono dell'imperatore del Giappone al presidente degli Stati Uniti, il samurai Kuroda (Mifune) si allea con il bandito Link (Bronson), tradito dai suoi stessi complici e in cerca di vendetta. Un samurai nel Far West? È questa la caratteristica più insolita di questo western di produzione internazionale e con un cast davvero sui generis, che mette insieme il protagonista di tanti film di Akira Kurosawa con uno degli attori de "I magnifici sette", che era un remake proprio di un film dell'Imperatore, "I sette samurai". Aggiungiamoci poi Alain Delon nei panni del "cattivo" Gauche, e Ursula Andress in quelli della sua donna, e il piatto è servito. Interessante la collocazione storica: il film si svolge nel 1870, soltanto pochi anni dopo la restaurazione imperiale e la riapertura del Giappone al mondo, e proprio quando la casta dei samurai volgeva ormai al declino (cosa di cui Kuroda, rimasto fedele al codice del Bushido, è perfettamente consapevole). Peccato che da tutta questa commistione nasca una trama non particolarmente originale e senza troppe pretese, e che, nonostante il tono scanzonato (vedi i battibecchi fra i due protagonisti, così diversi per carattere e personalità, che pure con il tempo diventano amici e imparano a conoscersi e a rispettarsi, come nel più tipico dei buddy movie), si viaggi sul filo degli stereotipi (basti pensare al personaggio interpretato dalla Andress, o ai Comanche che attaccano nel finale). Non aiuta la regia piuttosto scolastica di Young. Musica di Maurice Jarre. Nel cast anche Capucine (una prostituta) e Luc Merenda (uno dei banditi).

28 febbraio 2019

Thelma & Louise (Ridley Scott, 1991)

Thelma & Louise (id.)
di Ridley Scott – USA 1991
con Susan Sarandon, Geena Davis
***1/2

Rivisto in DVD.

Le amiche Louise Sawyer (Susan Sarandon), cameriera in un diner, e Thelma Dickinson (Geena Davis), casalinga e moglie trascurata, partono da sole in auto per un weekend di vacanza. Ma quella che doveva essere una semplice pausa dalle frustrazioni e dalla routine quotidiana si trasforma in un incubo quando la prima, per difendere la seconda da un tentativo di violenza, spara e uccide un uomo a sangue freddo. In fuga dalla polizia e dirette verso il Messico, in un crescendo inarrestabile, quello delle due amiche diventa un viaggio senza ritorno ("Non ce la farei più a tornare a vivere come prima") all'insegna della libertà e dell'emancipazione dai lacci e dalle costrizioni della società, ma soprattutto dalle prepotenze di uomini approfittatori. Iconico buddy movie "femminista" on the road, un inno all'amicizia e alla solidarietà, che può contare non soltanto su una storia potente e su personaggi ottimamente caratterizzati (e che evolvono nel corso della vicenda: in particolare Thelma, che da ingenua e repressa arriva a scoprire il lato più libero e selvaggio di sé: mitica la scena della rapina, con l'impagabile reazione del marito quando gli viene mostrato il filmato delle camere di sorveglianza), ma anche sui magnifici scenari del southwest americano (le due protagoniste attraversano Arkansas, Oklahoma, Nuovo Messico e Arizona, fino alla Monument Valley e a quel Grand Canyon che ha fatto da sfondo a tante celebri pellicole western), ritratti con grande mestiere dalla regia di Scott e dalla fotografia di Adrian Biddle, completamente a loro agio con le lunghe strade e i deserti polverosi e assolati. Molte le scene da ricordare (cito, per esempio, quella dell'esplosione dell'autocisterna nel deserto). Ma in particolare è rimasto celebre, anche per l'intensità emotiva (che lo rende uno dei più memorabili di sempre), il finale con il fermo immagine e la dissolvenza. La sceneggiatura di Callie Khouri vinse l'Oscar (la pellicola ebbe in tutto sei nomination). Notevole e suggestiva anche la colonna sonora acustica di Hans Zimmer. Buono pure il cast di contorno: Harvey Keitel è il detective comprensivo e simpatetico, Michael Madsen è Jimmy, l'amico di Louise, mentre un giovane Brad Pitt è l'autostoppista ladruncolo. Forse l'unico personaggio sopra le righe è il marito sessista di Thelma, interpretato da Christopher McDonald. Per i ruoli delle protagoniste erano state prese in considerazione prima Meryl Streep e Goldie Hawn, e poi Michelle Pfeiffer e Jodie Foster.

26 febbraio 2019

Green book (Peter Farrelly, 2018)

Green book (id.)
di Peter Farrelly – USA 2018
con Viggo Mortensen, Mahershala Ali
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

New York, 1962: il buttafuori italoamericano Tony "Lip" Vallelonga (Mortensen) viene assunto come autista e guardia del corpo dal "Dottor" Don Shirley (Mahershala Ali), pianista di colore che sta per intraprendere una tournée di due mesi negli stati del profondo sud, dove la segregazione razziale è ancora un dato di fatto. Durante il viaggio non soltanto Tony riuscirà a tirare a più riprese Shirley fuori dai guai: diversissimi per estrazione, abitudini e carattere (buzzurro e impulsivo il primo, dotato di un enorme appetito e di maniere rozze e spontanee, ma pronto ad affrontare con buon senso e praticità ogni situazione pericolosa; raffinato e introverso il secondo, profondamente solo ma anche ostinato e deciso con orgoglio a mantenere la propria dignità di fronte alle umiliazioni), i due uomini sapranno vincere i pregiudizi e le rispettive diffidenze per stringere una forte amicizia, guadagnandosi il rispetto reciproco e affrontando a testa alta le ingiustizie sociali. Da una storia vera, una commedia on the road che affronta di petto il tema del razzismo e dell'integrazione nell'America in trasformazione degli anni sessanta, vincitrice a sorpresa del premio Oscar come miglior film (oltre che delle statuette per la sceneggiatura originale e per l'attore non protagonista ad Ali): un riconoscimento forse esagerato e dovuto in gran parte al tema antirazzista più che ad effettivi meriti cinematografici. In ogni caso, i due protagonisti sono eccellenti (Mortensen in particolare, parecchio ingrassato per la parte), il ritmo non manca e la ricostruzione storica è ottima. Peter Farrelly lavora per la prima volta senza il fratello Bobby, con il quale aveva realizzato per lo più pellicole di genere comico-demenziale. Il finale forse eccede nei buoni sentimenti (d'altronde è ambientato anche a Natale). Il titolo è quello di una "guida di viaggio" che elencava gli alberghi e i locali che accettavano i neri.

3 dicembre 2018

Bright (David Ayer, 2017)

Bright (id.)
di David Ayer – USA 2017
con Will Smith, Joel Edgerton
*1/2

Visto in TV.

Immaginate un mondo dove razze come orchi ed elfi convivano con l'uomo, e dove sopravvivano tracce (antiche) di magia. Soltanto che non siamo nel medioevo (come nel "Signore degli Anelli", cui si ispira l'iconografia e la storia di queste razze), bensì ai giorni nostri, e per di più a Los Angeles. L'idea di base è proprio questa: cosa sarebbe successo se la Terra di Mezzo (o qualcun altro degli scenari dei classici fantasy) fosse in realtà il nostro passato? Alcuni accenni sembrano confermarlo (si dice che gli orchi, duemila anni prima, fecero la scelta sbagliata, alleandosi con il Signore Oscuro) e non mancano strizzatine d'occhio ai fan di Tolkien (vedi il mezzelfo agente federale). La pellicola si dipana poi come un qualsiasi buddy movie poliziesco, con tutti i suoi luoghi comuni, come la coppia di agenti costretti a collaborare controvoglia – in questo caso, un uomo (Will Smith) e un orco (Joel Edgerton) – che nel corso dell'avventura impareranno a conoscersi e a fidarsi l'uno dell'altro, mentre l'intreccio vero e proprio ruota attorno a un MacGuffin (la bacchetta magica). E la premessa viene anche utilizzata per rimandi di natura sociale: in un mondo del genere, gli orchi prendono il posto delle persone di colore, ovvero visti con diffidenza e disprezzo dalle altre razze (c'è persino la scena di un pestaggio alla Rodney King), costretti ai lavori più pesanti e "invisibili", chiusi in ghetti o parte di gang criminali (tutto negli orchi, dall'abbigliamento ai tatuaggi, rimanda alle bande di strada afro-americane). Di contro, gli elfi sono le élite, quelli che vivono nei quartieri alti e non amano mescolarsi con le altre razze. Lo scenario, dunque, offre i suoi spunti, e non mi stupirei di vederlo riutilizzare in altri film (un sequel sarebbe già in cantiere) o magari in una serie televisiva (il film è targato Netflix). Peccato che i cattivi siano generici e privi di personalità, e che Ayer, come già in "Suicide squad" (sempre con Smith), riesca a rendere noiose tutte le scene che dovrebbero essere di tensione (inseguimenti, sparatorie). Noomi Rapace è la giovane elfa Leilah. L'idea di prendere la forma del buddy movie poliziesco ma di calarla in uno contesto bizzarro od originale era già stata sfruttata in film come "Osmosis Jones".

15 maggio 2018

Bandiera gialla (Elia Kazan, 1950)

Bandiera gialla (Panic in the Streets)
di Elia Kazan – USA 1950
con Richard Widmark, Jack Palance
**1/2

Visto in divx.

Uno straniero (di nazionalità armena, come il regista Elia Kazan), sbarcato da poche ore nel porto di New Orleans, viene assassinato da un gangster (Jack Palance, al suo debutto sul grande schermo) e dai suoi due scagnozzi per un debito di gioco. Analizzando il cadavere, il medico militare Clinton Reed (Richard Widmark) scopre che l'uomo era infetto da peste polmonare: in una corsa contro il tempo, diventa così di fondamentale importanza non solo scoprire da quale nave era sbarcato, ma anche rintracciare tutti coloro con cui è stato in contatto ravvicinato, a cominciare dai suoi killer, prima che il contagio possa diffondersi fra la popolazione. Naturalmente gli assassini faranno invece di tutto per non farsi trovare... Un thriller ad alta tensione con uno spunto insolito e originale e un ottimo cast di caratteristi: al fianco di Widmark, in un rapporto da "buddy movie" (all'inizio si guardano in cagnesco, poi impareranno a rispettarsi a vicenda e a collaborare) c'è il commissario di polizia interpretato da Paul Douglas. Barbara Bel Geddes è la moglie del protagonista, Zero Mostel e Guy Thomajan i complici del gangster. Il titolo italiano si riferisce al segnale che comunica la presenza di una malattia infettiva a bordo di una nave. Kazan gira un film tutto ambientato in un porto (e dintorni) quattro anni prima del capolavoro "Fronte del porto". Interessante anche il ruolo della stampa, di cui viene difesa la libertà ed elogiata l'importanza, anche se in un caso come questo diffondere la notizia dell'epidemia può fare più danni che altro. La sceneggiatura di Edna ed Edward Anhalt vinse l'Oscar. Musica di Alfred Newman.

8 novembre 2017

Black rain (Ridley Scott, 1989)

Black rain - Pioggia sporca (Black Rain)
di Ridley Scott – USA 1989
con Michael Douglas, Ken Takakura
**1/2

Rivisto in DVD.

Nick Conklin (Michael Douglas), detective della polizia di New York con un passato da eroe ma sotto inchiesta perché accusato di essersi appropriato di denaro proveniente da una refurtiva, viene inviato in Giappone insieme al giovane collega Charlie (Andy Garcia) per consegnare alle autorità nipponiche un pericoloso ricercato, Sato (Yusaku Matsuda), un membro della yakuza. Costui, una volta atterrati in Giappone, riesce però a fuggire. E Nick, che vorrebbe riacciuffarlo, si troverà a lavorare in un ambiente pieno di diffidenza e incomprensioni. Ma grazie all'aiuto della bella escort Joyce (Kate Capshaw) e soprattutto alla collaborazione del suo collega nipponico Matsumoto (Ken Takakura), che di fatto prende il posto di Charlie come sua spalla dopo che questi è stato ucciso dagli uomini di Sato, riuscirà a rintracciare il gangster, impegnato in una guerra fra bande e in un'audace ascesa fra i ranghi della yakuza. Da una sceneggiatura di Craig Bolotin, un solidissimo thriller poliziesco altamente atmosferico (come tutti i primi film di Ridley Scott). La qualità visiva è esaltata dalla fotografia iperfiltrata di Jan De Bont, che dà vita a una Osaka luminosa e oscura, labirintica e futuristica, rappresentata quasi sempre di notte o in interni, e che fra insegne e luci al neon, i fumi per le strade, le scintille nella fonderia, e naturalmente la pioggia, ricorda spessissimo la città di "Blade Runner". Il vero tema centrale del film è però lo scontro fra culture. La collaborazione fra Nick e Matsumoto porta in luce tante differenze: l'individualità contro il lavoro di gruppo, l'agire fuori dagli schemi contro lo stare dentro le regole. E il mondo giapponese, per l'agente newyorkese, si rivela impenetrabile non soltanto per via di codici millenari, ma anche per il risentimento che tutti (buoni e cattivi) provano verso gli americani, a causa della politica e della guerra (la "pioggia sporca" del titolo è un riferimento al fallout radioattivo) o anche per l'imposizione del valori occidentali. Bella colonna sonora di Hans Zimmer (con la canzone "I'll be holding on"), alla prima di numerose e fortunate collaborazioni con Ridley Scott. Il ruolo di Sato era stato inizialmente proposto a Jackie Chan, che rifiutò perché non voleva interpretare la parte di un cattivo. Curiosità: nello stesso anno (1989) uscì anche un film giapponese con lo stesso titolo ("Kuroi ame", ovvero "Pioggia nera", di Shohei Imamura), sul tema del bombardamento atomico.

26 aprile 2017

La pazza gioia (Paolo Virzì, 2016)

La pazza gioia
di Paolo Virzì – Italia 2016
con Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti
**

Visto in divx, con Sabrina.

Ospiti di una comunità per donne affette da disturbi mentali, Beatrice (Bruni Tedeschi) e Donatella (Ramazzotti) approfittano di un'occasione per "evadere" per qualche giorno, con l'idea di darsi alla "pazza gioia". Ma i traumi del passato torneranno a farsi vivi. Sorta di "Thelma & Louise" all'italiana, con il tema del disturbo psichico come filo conduttore (Virzì ha dichiarato di essersi ispirato a "Qualcuno volò sul nido del cuculo" e a "Un tram chiamato desiderio" per alcune battute di Beatrice), un ritratto di due donne fragili e malate anche se in maniera diversa, che pure riescono a confortarsi a vicenda e a superare finalmente alcuni dei problemi che le tormentano. Beatrice è la "matta aristocratica", bipolare, esuberante e piena di illusioni, incapace di controllarsi o di fare i conti con la realtà. Donatella è più cupa, fragile e insicura, tormentata dalla depressione e da un passato tragico, potenzialmente incline alla violenza ma anche a lasciarsi trascinare dagli eventi. Nel corso della loro fuga, man mano che anche lo spettatore viene a conoscenza dei retroscena delle loro storie, le due donne sapranno incredibilmente darsi forza l'un l'altra – inizialmente in modo caotico (con Beatrice come forza propulsiva) – e soprattutto accettare finalmente i propri problemi (la scena della confessione di Donatella sul lungomare, con Beatrice che si riconosce finalmente a sua volta nell'amica, commentando con una sequela di "Anch'io" il racconto della sua depressione, è senza dubbio toccante). Peccato che il film non sfugga alle solite trappole del cinema italiano, la retorica e il sentimentalismo in primis, ma anche un'eccessiva "densità" e quindi pesantezza, e lasci più di una volta il sospetto che sia stato scritto e girato sempre con lo spettatore in mente. Brave le due attrici, vero punto di forza della pellicola anche se alle prese con personaggi macchiettistici, mentre la regia è convenzionale e si affida in gran parte alla fotografia di Vladan Radovic. L'azione si svolge tutta in Toscana (Villa Biondi, la comunità terapeutica da cui fuggono le due ragazze, è in provincia di Pistoia: e le loro peregrinazioni le portano in particolare a Montecatini, Viareggio e Capannori). Un altro tema che torna a più riprese è quello della maternità e del rapporto con i genitori. A proposito, le mamme delle due ragazze sono interpretate da Anna Galiena e Marisa Borini (quest'ultima è madre della Bruni Tedeschi anche nella vita reale). Francesca Archibugi, co-sceneggiatrice insieme a Virzi, si autoinserisce come regista del film che viene girato nella villa un tempo appartenuta alla famiglia di Beatrice. Nella colonna sonora ritorna spesso "Senza fine" cantata da Gino Paoli.

17 aprile 2017

Elling (Petter Næss, 2001)

Elling (id.)
di Petter Næss – Norvegia 2001
con Per Christian Ellefsen, Sven Nordin
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Al quarantenne Elling, che ha vissuto tutta la vita con la madre ed è pertanto incapace di socializzare o di cavarsela da solo nella vita, e al sempliciotto Kjell Bjarne, che pensa soltanto al cibo e alle donne e che ha conosciuto nella clinica psichiatrica dove è stato ricoverato alla morte della madre, viene assegnato un appartamento nel centro di Oslo, dove dovranno abitare e – seguiti da un assistente dei servizi sociali – tentare di (ri)adattarsi alla vita normale. Ma non sarà facile, vista la resistenza di entrambi persino per uscire di casa. Ci riusciranno grazie al reciproco sostegno, ad alcuni fortunati incontri (per Elling un anziano intellettuale che ne favorisce la naturale inclinazione per la poesia, per Kjell Bjarne la vicina del piano di sopra, incinta e abbandonata dal compagno). Pellicola indipendente di stampo "basagliano": il tema della riabilitazione dei pazienti psichiatrici e del loro ritorno a una vita normale è affrontato con leggerezza, garbo e umorismo, e il film è narrato tutto dal punto di vista dei due protagonisti, senza drammi o retorica. Il segreto del successo, come sempre, sta nei primi passi da compiere (i più difficili, certo) per uscire dal proprio guscio. Memorabile la scelta di Elling di diventare un misterioso "poeta in incognito", lasciando le sue composizioni (firmate "E.") nelle confezioni di crauti al supermercato. Candidato per la Norvegia all'Oscar per il miglior film straniero, è tratto da una serie di quattro romanzi con lo stesso protagonista (il regista ha girato anche un sequel, nel 2005).