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9 novembre 2019

Il brigante di Tacca del Lupo (P. Germi, 1952)

Il brigante di Tacca del Lupo
di Pietro Germi – Italia 1952
con Amedeo Nazzari, Saro Urzì
**1/2

Visto in TV.

Nel 1863, subito dopo l'Unità d'Italia, il meridione è funestato dal fenomeno del brigantaggio. Bande armate composte anche da ex soldati e nostalgici del regno borbonico, sostenute con simpatia dalle popolazioni locali, ostili al nuovo governo piemontese, devastano i paesi e i territori della Calabria e della Lucania. Per riportare l'ordine e catturare il temibile brigante Raffa Raffa, che ha saccheggiato Melfi e portato via con sé degli ostaggi, il capitano Giordani (Amedeo Nazzari) guida un manipolo di fanti e di bersaglieri (per lo più giovani contadini coscritti delle regioni del Nord, non molto diversi dai loro nemici se non per il dialetto parlato) per le terre collinari circostanti, inospitali e selvagge. La ricerca del covo del bandito si rivelerà più ardua del previsto, e la missione avrà successo soltanto grazie alla collaborazione di una ragazza (Cosetta Greco) che è stata "oltraggiata" dal brigante, e dal marito (Vincenzo Musolino) che intende vendicare il suo onore, per non parlare dei magheggi del commissario Siceli (Saro Urzì), meridionale e dunque ben più aduso di Giordani ai sotterrifugi e alle manovre astute e ciniche ("In questo paese le questioni d'onore sono una cosa seria"). Quasi un sequel di "1860", il film di Blasetti che raccontava le imprese di Garibaldi. Ma forse per la prima volta i temi risorgimentali sono letti in una chiave critica, che mette in luce le ragioni e i punti di vista di ambo le parti (sottolineando per esempio la povertà e l'orgoglio delle popolazioni meridionali, che si vedono "colonizzate" dai nuovi arrivati, i quali spesso con arroganza non provano nemmeno a comprendere la differente cultura con cui hanno a che fare) e che traspare nonostante la forma decisamente avventurosa e "popolare" della pellicola, debitrice dal punto di vista formale ai western di John Ford. Alcune scene, per via delle uniformi militari e degli scenari naturali – come il canyon dove ha luogo lo scontro finale – sembrano uscire dritte dritte dai film del maestro americano, che Germi ammirava molto e al quale si era già rifatto nel precedente "In nome della legge", con cui ci sono diverse affinità: per non parlare del protagonista, un comandante duro e dal pugno di ferro, giusto ed audace, che ricorda John Wayne e che deve mostrarsi inflessibile per riuscire in un impresa resa difficile anche per via di una popolazione che non li aiuta, e che anzi parteggia per i briganti, per simpatia o paura ("Ma dovranno imparare ad avere paura anche di noi", dice il comandante). Fausto Tozzi è il tenente Magistrelli. La sceneggiatura nasce dalla riduzione (di Tullio Pinelli, insieme a Germi e Federico Fellini) dell'omonimo romanzo di Riccardo Bacchelli. Musiche di Carlo Rustichelli.

7 giugno 2019

Le cinque giornate (Dario Argento, 1973)

Le cinque giornate
di Dario Argento – Italia 1973
con Adriano Celentano, Enzo Cerusico
*

Visto in TV.

Il ladruncolo Cainazzo (Celentano) e il fornaio romano Romolo (Cerusico) rimangono coinvolti nell'insurrezione di Milano contro gli austriaci nel 1848. Fra una disavventura e l'altra, sono testimoni delle nefandezze compiute da entrambe le parti. L'unico film di Dario Argento non appartenenente ai generi del thriller o dell'horror è una scalcinata commedia di ambientazione storica, quasi una versione milanese dei film romani di Luigi Magni, dall'andamento episodico, priva di focus e di equilibrio. È evidente come questo tipo di film non fosse nelle corde del regista, che infatti si premurò di chiudere rapidamente la parentesi, tornando – con il successivo "Profondo rosso" – al genere che più gli era congeniale. Si passa da situazioni boccaccesche (l'episodio della donna che deve partorire, quello della contessa ninfomane che fa innalzare le barricate (Marilù Tolo), o quello della vedova del traditore) ad altri che – nelle intenzioni – dovrebbero essere drammatici, per mostrare l'assurdità della guerra, condannare i "potenti" che si accordano alle spalle del popolo o i traditori che approfittano della confusione per arricchirsi. L'intento era chiaro: demistificare il patriottismo e l'eroismo del Risorgimento, mostrando che le battaglie e i grandi eventi storici sono stati condotti senza una vera volontà popolare, o senza un concreto beneficio ("Ci hanno fregato!", grida Celentano alla folla in festa per la vittoria nella scena finale). Ma il risultato è fra il tragicomico e l'imbarazzante, e tutto è estremamente qualunquistico, quando non si scivola nella volgarità o nella farsa, anche per colpa di attori non adeguati, di un forte senso di improvvisazione, della mancanza di collante fra le varie sequenze e di uno scarso valore produttivo. Con l'eccezione di alcune scene a Palazzo Reale e in piazza Belgioioso, la pellicola non è stata girata a Milano ma a Pavia. Celentano non canta: nella colonna sonora, una brutta versione della "Gazza ladra" di Rossini al sintetizzatore, oltre alla melodia dell'Ave Maria di Gounod.

3 marzo 2019

1860 (Alessandro Blasetti, 1934)

1860 (aka 1860: I Mille di Garibaldi)
di Alessandro Blasetti – Italia 1934
con Giuseppe Gulino, Aida Bellia
**1/2

Visto in TV.

I pastori e i contadini della Sicilia, insorti contro l'oppressione borbonica, attendono con speranza l'annunciato arrivo di Garibaldi. Per sollecitare il suo intervento, il "picciotto" Carmeliddu (Trau) parte alla volta di Genova, attraversando l'intera Italia in tumulto. Unitosi alla spedizione dei Mille, tornerà nell'isola per combattere nella battaglia di Calatafimi. Uno dei più importanti film italiani degli anni trenta sul tema del Risorgimento, del quale all'epoca il regime fascista tentava di accreditarsi come erede naturale (una sequenza finale, di ambientazione contemporanea, in cui gli ultimi reduci garibaldini assistevano a una sfilata delle camicie nere, fu tagliata nella riedizione del 1951). Eppure, il film di Blasetti (co-sceneggiatore con Gino Mazzucchi ed Emilio Cecchi) è molto di più di una semplice celebrazione storica e propagandistica: con la sua regia nervosa e moderna, la scelta di attori non professionisti con i loro volti particolari, l'uso dei dialetti, la rilevanza data alle immagini e al paesaggio (le campagne brulle e rocciose della Sicilia), la gestione dei tempi, degli spazi e dei dialoghi (nella prima parte, per lunghi tratti, sembra quasi di assistere a un film muto), anticipa addirittura il neorealismo. E inoltre ha il pregio di non appiattirsi sulla retorica e l'agiografia (lo stesso Garibaldi si intravede a malapena in una manciata di rapide scene: e in quella più importante che lo vede protagonista, il discorso alle truppe durante la battaglia, la macchina da presa non lo inquadra mai ma si sofferma sui volti di chi lo ascolta). E anche se nell'ultima parte, quella successiva allo sbarco dei Mille in Sicilia, crescono le ingenuità retoriche e patriottiche, la scena finale è tutt'altro che trionfalistica (l'urlo "Abbiamo fatto l'Italia!" echeggia su una panoramica dei tanti morti sul campo). Inoltre, il mantenimento del focus su Carmeliddu e sulla sua giovane sposa consente di non perdere mai di vista l'elemento umano della storia. Interessante anche il ritratto dell'Italia divisa dell'epoca (durante il suo viaggio, il protagonista incontra rappresentanti di varie correnti e idee politiche: c'è l'autonomista, il papalino, il mazziniano, il giobertiano...). Molti di questi, però, li ritroveremo a Quarto pronti a unirsi alla spedizione. Di contro, il "nemico" è per forza di cosa straniero (le truppe che i borbonici mandano in Sicilia sono composte da mercenari svizzeri, che parlano tedesco, mentre Civitavecchia è occupata dai soldati francesi di Napoleone III), anche perché sarebbe stato controproducente mostrare italiani che uccidono altri italiani.

7 giugno 2018

Anita Garibaldi (Mario Caserini, 1910)

Anita Garibaldi
di Mario Caserini – Italia 1910
con Maria Gasperini [Maria Caserini]
**

Visto in divx.

Fra i numerosi film diretti da Caserini per la Cines negli anni 1907-1910, la maggior parte dei quali erano pellicole a sfondo storico o letterario, non mancano lavori di stampo patriottico e risorgimentale. È il caso di questa "Anita Garibaldi", che racconta le vicende congiunte dell'eroe dei due mondi e della moglie (che lo segue in tutte le battaglie) dal primo incontro in Brasile fino alla morte della donna nelle campagne di Ravenna. In mezzo, lo sbarco a Nizza, la difesa di Roma, la ritirata a San Marino e la fuga da Cesenatico a Comacchio. Proprio la varietà delle location (quasi tutto il film è girato in esterni) e l'interessante uso del paesaggio testimoniano il buon livello qualitativo che il cinema italiano aveva saputo raggiungere nell'arco di pochi anni. Ben girate, per esempio, le scene di combattimento, con profondità di campo e numerose comparse. Ottimi anche i costumi, così come in generale l'attenzione ai dettagli storici, il che permette di superare i limiti della pellicola agiografica e anzi dona un tono quasi documentaristico alle vicende. Il film, di una decina di minuti, è diviso in 11 quadri, ciascuno introdotto da una singola didascalia. Anita è interpretata da Maria Gasperini, ovvero Maria Caserini, moglie del regista, mentre non sono riuscito a identificare chi veste i panni di Garibaldi (all'epoca i nomi degli attori non figuravano sempre nei titoli di testa). Ottima la qualità del restauro della Cineteca di Bologna.

18 marzo 2017

Il piccolo garibaldino (F. Alberini?, 1909)

Il piccolo garibaldino
di regista sconosciuto [Filoteo Alberini?] – Italia 1909
con Mario Caserini, Gemma De Ferrari
*1/2

Visto su YouTube.

Quando un uomo parte volontario per unirsi alla spedizione dei Mille di Garibaldi, anche suo figlio, in preda al fervore patriottico, decide di seguirlo. Imbarcatosi come clandestino su un peschereccio diretto in Sicilia, il ragazzo raggiunge così il padre al campo militare e prende parte alla battaglia di Calatafimi, ma viene ferito a morte. Apparirà di fronte alla madre, che si strugge dal dolore, per consolarla e dirle di essere morto da eroe per la patria. Breve film (ne restano 12 minuti, ma l'originale non doveva essere molto più lungo) su una storia vera che l'anno successivo ispirerà anche il romanzo omonimo di Giuliano Masè. Né il regista (anche se diverse fonti lo identificano in Filoteo Alberini: la casa di produzione è la sua Cines) né l'attore protagonista sono noti con certezza. Qui il Risorgimento e gli eventi storici e politici, per nulla approfonditi (a differenza per esempio de "La presa di Roma" dello stesso Alberini), sono soltanto uno sfondo come un altro per un racconto melodrammatico e patriottico, dalle finalità evidentemente più educative e pedagogiche che strettamente documentaristiche. Cinematograficamente parlando, la pellicola non presenta particolari qualità: da segnalare però la sovrimpressione nelle scene dei sogni di gloria del ragazzo addormentato sullo scrittoio e soprattutto in quella finale della sua apparizione da morto davanti alla madre (significativo come sul pantheon, a differenza de "La presa di Roma", al fianco dell'Italia compaia ora il ragazzo stesso, un rappresentante del popolo, al posto dei padri fondatori Cavour, Vittorio Emanuele, Mazzini e Garibaldi), mentre le scene della battaglia sono concitate e un po' ridicole. Il film è stato restaurato nel 2007 per il bicentenario della nascita di Garibaldi (che a un certo punto compare, in groppa al suo cavallo bianco, giusto in tempo per far sì che il giovane eroe mossa morire vicino a lui).

La presa di Roma (Filoteo Alberini, 1905)

La presa di Roma, aka Bandiera bianca, aka La breccia di Porta Pia
di Filoteo Alberini – Italia 1905
con Ubaldo Maria Del Colle, Carlo Rosaspina
**

Visto su YouTube.

"La presa di Roma" (di cui sopravvivono oggi solo circa cinque dei 10-12 minuti originari) è considerato ufficialmente il primo film italiano a soggetto (anche se alcuni film nel nostro paese erano già stati girati, a partire da quelli di Italo Pacchioni fra il 1896 e il 1901). Secondo alcune fonti, la prima proiezione avvenne proprio davanti a Porta Pia, la sera del 20 settembre 1905, in occasione del 35° anniversario degli eventi narrati (che dunque non erano così lontani nei ricordi!). Altre fonti, invece, fanno risalire la "prima" al 16 settembre, a Livorno. Alberini è stato un vero e proprio pioniere del cinema in Italia: impiegato presso l'Istituto Geografico Militare di Firenze e affascinato dalle invenzioni di Edison e dei Lumière (lui stesso nel 1894 aveva cercato di costruire un "kinetografo" per proiettare una serie di fotogrammi che davano l'illusione del movimento), nel 1899 aveva aperto nel capoluogo toscano la prima sala cinematografica del nostro paese; e cinque anni più tardi, trasferitosi a Roma, aveva fondato con un amico uno dei primi studi di produzione italiano, la Alberini & Santoni, che nel 1906 diventerà la Cines. Attraverso una serie di quadri (il linguaggio è quello dei primordi: camera fissa, didascalie introduttive, assenza totale di montaggio e di primi piani), "La presa di Roma" mette in scena l'episodio conclusivo del Risorgimento e dell'Unità d'Italia. Assistiamo così all'arrivo del parlamentare Carchidio a Ponte Milvio, al rifiuto del generale pontificio Kanzler di firmare la resa, all'attacco dei Bersaglieri e all'apertura della breccia di Porta Pia, con conseguente ingresso dei soldati a Roma; e infine, alla resa di Pio IX e ai festeggiamenti delle truppe italiane (di tutto ciò, nei frammenti sopravvissuti e restaurati, rimangono solo l'arrivo di Carchidio, il rifiuto di Kanzler, e l'ingresso dei soldati attraverso la breccia; delle cannonate sulle mura c'è solo un fotogramma). Il film si conclude con la scena più celebre, addirittura a colori, la "Apoteosi", in cui le figure simbolo del Risorgimento (Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Mazzini) si ergono a fianco di una Italia incarnata come una divinità, anche a sottolineare come il patriottismo, una sorta di religione laica, dovesse sostituire la religione cattolica. In ogni caso, al di là dell'importanza cronologica, rimane una pellicola di tutto rispetto per lo sforzo produttivo (il film costò 500 lire), per l'impegno nella messa in scena e per la ricostruzione storica (le scenografie si ispirarono a fotografie del 1870 e l'esercito fornì armi e uniformi), specie se consideriamo che si trattava di un'industria agli esordi. La scelta del tema trattato è significativa, volendo legare in maniera simbolica la nascita della nazione a quella della settima arte. E segnerà l'indirizzo che il cinema italiano continuerà a seguire nei suoi primi anni di vita: ovvero quello della ricostruzione di eventi storici, di ispirazione patriottica o letteraria. Nel giro di pochissimi anni si assisterà a una rapida crescita dell'industria italiana che, nel tentativo di "mettersi in pari" con quella francese e delle altre nazioni dove il cinema era già diffuso, arriverà a sfornare pellicole di grande successo.

4 marzo 2017

Il gattopardo (Luchino Visconti, 1963)

Il gattopardo
di Luchino Visconti – Italia 1963
con Burt Lancaster, Claudia Cardinale
****

Visto in divx.

Mentre i garibaldini sbarcano in Sicilia (siamo nel 1860, in pieno Risorgimento, alla vigilia dell'Unità d'Italia), il principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) assiste con malcelato distacco ai cambiamenti in atto nel paese. Consapevole del declino dell'aristocrazia cui appartiene e dell'insorgere di una nuova classe di latifondisti arricchiti, Don Fabrizio si adopera per favorire il matrimonio di suo nipote Tancredi (Alain Delon) con la giovane e bella Angelica (Claudia Cardinale), figlia del rozzo ma ricco latifondista Calogero Sedara (Paolo Stoppa), sindaco di Donnafugata, il paese dove la famiglia si reca tutti gli anni per la villeggiatura estiva. E nel corso dello sfarzoso ballo che celebra il debutto della coppia in società, comincia finalmente a fare un sofferto bilancio della propria vita. Dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (che era uscito nel 1958, un anno dopo la morte dell'autore), sceneggiato da Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa e lo stesso Visconti (e le frasi memorabili sono così tante che non potrò fare a meno di riportarne parecchie in questa recensione), uno dei film più importanti nella storia del cinema italiano, capolavoro del regista milanese (con cui dà definitivamente l'addio al neorealismo, ma soprattutto con cui passa dai temi della militanza politica e comunista alla riflessione nostalgica sulla decadenza dell'aristocrazia, il mondo cui lui stesso apparteneva) e vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes. "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi", spiega Tancredi allo zio Fabrizio, che a sua volta ribadisce più tardi il concetto a Don Ciccio durante la battuta di caccia ("Qualcosa doveva cambiare perché tutto restasse com'era prima"). Ma tanto Tancredi è ambizioso, spregiudicato e istintivo, pronto ad abbracciare il cambiamento (e a passare da un ideale all'altro per il proprio tornaconto personale, come quando abbandona i garibaldini al loro destino per arruolarsi nell'esercito regio dopo la battaglia dell'Aspromonte), tanto Don Fabrizio è stanco e disilluso, specchio di un'intera Sicilia che desidera solo "un lungo sonno: questo è ciò che i siciliani vogliono. Ed essi odieranno tutti quelli che vorranno svegliarli, sia pure per portare loro i più meravigliosi doni". Mentre il paese si muove, l'antica aristocrazia si mostra pigra e imperturbabile, rifiutando di lasciarsi scuotere da quegli eventi che tanto coinvolgono la plebe (che intravede la speranza di una vita migliore) e la chiesa (che teme di perdere i propri privilegi). Non che Don Fabrizio non sia cosciente di ciò: capisce benissimo che all'orizzonte c'è qualcosa di nuovo (non necessariamente migliore), ma anche che la sostituzione di una classe dominante con un'altra non apporterà alcun cambiamento significativo nel grande ordine delle cose ("Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra", recita la frase che dà il titolo al libro e al film).

Gli eventi storici e quelli familiari sono tutti filtrati dall'occhio del protagonista, punto di vista soggettivo su un periodo storico (il Risorgimento) a lungo congelato nella cultura italiana nei suoi aspetti mitologici e agiografici, e che soltanto in quegli anni, grazie appunto al romanzo di Tomasi di Lampedusa, cominciava a essere rivisto in chiave meno stereotipata e più lucida e sfaccettata. Nel romanzo, del Risorgimento si esplicita "la natura di contratto, all'insegna dell'immobilismo, tra la vecchia aristocrazia e l'emergente classe borghese". E il protagonista assurge a simbolo di tutta una terra, la Sicilia, i cui abitanti sono capaci di adattarsi a ogni condizione, a ogni evento, a ogni dominazione straniera. "La mia è un'infelice generazione. A cavallo fra due mondi, e a disagio in tutti e due". La disillusione del principe e la mancanza di speranza lo spingono a rinunciare a ogni possibilità di evoluzione personale (come quando rifiuta la nomina a senatore del nuovo regno), e anche quando abbraccia tale cambiamento (il voto per il sì alle elezioni per l'annessione al Piemonte: curiosamente, lui è l'unico al quale il sindaco Calogero propone entrambe le schede, mentre agli altri elettori viene offerta solo un'opzione) non lo fa per convinzione ma per rassegnazione all'inevitabile declino individuale. Il suo posto sarà preso dai nuovi ricchi (Calogero) e dai giovani ambiziosi ma senza ideali (Tancredi). Per quanto riguarda l'aspetto cinematografico, la messa in scena è a dir poco sontuosa, e non soltanto nella celebre scena finale del ballo (che occupa quasi l'intera ora conclusiva di un film già di per sé lungo, circa tre ore). La fotografia di Giuseppe Rotunno fa risaltare le scenografie di Mario Garbuglia e i costumi di Piero Tosi (ai quali Visconti stesso dedica un'attenzione maniacale: dalle tenute dei garibaldini all'abito bianco di Angelica), mentre la colonna sonora di Nino Rota (arricchita da brani di Verdi, come quelli della "Traviata" che la banda di Donnafugata suona all'arrivo del principe, o il valzer che si ode durante il ballo) punteggia in maniera efficace le immagini di una Sicilia arcaica ma raffinata, un mondo completamente a parte nel tempo e nello spazio. Lancaster, in una delle sue interpretazioni più memorabili (in italiano è doppiato da Corrado Gaipa), svetta su un ricco cast che comprende un Delon al secondo film con Visconti (dopo "Rocco e i suoi fratelli"), una bellissima Cardinale e un giovane Terence Hill (accreditato con il suo vero nome, Mario Girotti) nei panni del conte milanese Cavriaghi, amico di Tancredi, oltre a Paolo Stoppa, Pierre Clémenti, Rina Morelli, Romolo Valli, Lucilla Morlacchi, Giuliano Gemma, Serge Reggiani, Lou Castel, Leslie French.

4 luglio 2016

Senso (Luchino Visconti, 1954)

Senso
di Luchino Visconti – Italia 1954
con Alida Valli, Farley Granger
***1/2

Visto in divx.

1866: nel Veneto occupato dagli Austriaci, alla vigilia della terza guerra di indipendenza, la contessa Livia Serpieri (Valli) – patriota e nazionalista – si innamora di un giovane ufficiale delle forze imperiali, il tenente Franz Mahler (Granger). Per lui arriverà a tradire la famiglia e i propri ideali: ma quando si renderà conto che l'uomo ha soltanto approfittato di lei, si vendicherà denunciandolo per diserzione. Da un racconto di Camillo Boito (fratello di Arrigo), rielaborato e adattato insieme a Susi Cecchi D'Amico, Visconti realizza il suo primo film a colori nonché la prima pellicola in cui mette da parte i temi del neorealismo per tuffarsi a piene mani nella descrizione di un ambiente a lui assai più congeniale, quello di un'aristocrazia in crisi perché ormai avviata al declino e alla decadenza ("Un intero mondo sparirà, quello cui apparteniamo tu e io. E il nuovo mondo non ha alcun interesse per me", afferma Franz in una delle scene chiave del film). Le sontuose scenografie, la grande cura nei costumi e nella ricostruzione storica, la qualità pittorica della fotografia (ispirata, pare, ai dipinti di Francesco Hayez: la scena in cui Livia e Franz si baciano nella villa di Aldeno ricorda in particolare proprio "Il bacio"), la colonna sonora (con brani della settima sinfonia di Bruckner) e la raffinata interpretazione della Valli contribuiscono a definire una nuova cifra stilistica per Visconti, che manterrà per il resto della sua filmografia e che lo porterà a capolavori come "Ludwig", "Il gattopardo" e "Morte a Venezia". Accolto da un grande successo di pubblico, e destinato a ritagliarsi un posto importante nella storia del cinema italiano, il film fu ferocemente osteggiato dalla censura e dal governo (il titolo originale, "Custoza", fu considerato "disfattista" da parte del ministero della difesa, mentre il sottosegretariato allo spettacolo impose il taglio di numerose scene d'amore ritenute "immorali" nonché il cambiamento del finale), anche per il rifiuto della retorica patriottistica con cui fino ad allora si era sempre raccontato il risorgimento, qui visto invece come "la fine di un'era", appunto, un momento di passaggio che reca con sé anche tragedia e disillusione. La descrizione della folle passione di Livia per Franz, che da donna idealista e pragmatica la trasforma in romantica e perduta, è raccontata in prima persona dalla stessa protagonista, con una voce narrante bassa e suadente (lo stesso tenente, a più riprese, la rimprovera di parlare troppo piano!). Se Livia, al momento del suo primo incontro con Franz, afferma "Non mi piace l'opera quando si svolge fuori scena", la vicenda di cui è protagonista è invece in tutto e per tutto degna di un melodramma. La pellicola si apre proprio in un teatro lirico, la Fenice di Venezia, mentre sulle note del "Trovatore" va in scena una manifestazione patriottica che aiuta subito a collocare la vicenda nel suo contesto storico. E gli sviluppi successivi ricordano a tratti opere come la "Tosca". L'impegno della produzione, oltre che dallo sforzo finanziario evidente nella ricostruzione d'epoca e nelle scene di battaglia, risalta anche dai collaboratori assoldati per l'edizione internazionale: alla sceneggiatura della versione inglese hanno collaborato anche Paul Bowles e Tennessee Williams. Come assistenti alla regia figurano Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, entrambi a inizio carriera. L'operatore Giuseppe Rotunno diventerà il direttore della fotografia di fiducia di Visconti. Per il ruolo dei protagonisti, il regista milanese aveva pensato inizialmente a Ingrid Bergman e Marlon Brando. Quanto al resto del cast, Heinz Moog è il marito di Livia, Massimo Girotti è il cugino rivoluzionario Roberto, Rina Morelli è la governante, Marcella Mariani (che morirà l'anno seguente, in un incidente aereo, a soli 19 anni) è la giovane prostituta.