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29 dicembre 2020

Phenomena (Dario Argento, 1985)

Phenomena
di Dario Argento – Italia 1985
con Jennifer Connelly, Donald Pleasence
***

Visto in TV.

La quattordicenne Jennifer Corvino (Connelly), figlia di un celebre attore americano, viene mandata a frequentare un collegio femminile nelle Alpi, in una regione (soprannominata "la Transilvania della Svizzera") dove da alcuni mesi un misterioso serial killer si accanisce contro ragazze della sua età. Ma Jennifer, che soffre di sonnambulismo notturno, è dotata della straordinaria capacità di comunicare con gli insetti. E proprio le mosche che si nutrono dei cadaveri, come le spiega l'entomologo McGregor (Donald Pleasence), che abita nei pressi del pensionato della scuola, potrebbero aiutarla a rintracciare l'assassino... Forse l'ultimo film davvero "bello" di Dario Argento, nonché il preferito del regista stesso: un thriller/horror che da un lato riprende numerosi elementi dei lavori precedenti (la protagonista straniera, la scuola femminile e l'ambientazione mitteleuropea, in particolare, ricordano "Suspiria") ma dall'altro presenta uno stile molto più freddo e preciso, mai così "perfetto", rispetto a tutto ciò che aveva sfornato in passato. Le suggestioni sono parecchie, a partire dal legame empatico e telepatico di Jennifer con gli insetti, per proseguire con il rapporto fortemente antagonistico nei confronti della scuola e delle altre studentesse (odio e antipatia sono ricambiate), compresa la severa direttrice (Dalila Di Lazzaro) e la sua vice Frau Brückner (Daria Nicolodi). Indimenticabile anche la figura "paterna" fornita dal professor McGregor, paralitico che vive isolato nei suoi studi, con una scimmietta addestrata (!), Inga, come assistente. Molte le sequenze di pregio: dalle visioni notturne di Jennifer durante il suo sonnambulismo (la soggettiva del corridoio pieno di porte) alle scene "fiabesche" di lei, vestita di bianco, che cammina nel bosco guidata da una lucciola. E non mancano ovviamente scene "forti", specialmente in un finale che è un crescendo di momenti horror, splatter o ad effetto, dove talvolta l'aspetto serafico e angelico della Connelly sembra quasi stonare con le atrocità che la circondano. Fra gli interpreti figurano anche Fiore Argento, prima figlia di Dario (la giovane turista uccisa nella scena iniziale), Federica Mastroianni (Sophie), Patrick Bauchau (l'ispettore Geiger) e il regista Michele Soavi (l'assistente di quest'ultimo). Trucco ed effetti speciali (comprese le sequenze degli insetti) sono opera di Sergio Stivaletti. La ricca colonna sonora dei Goblin e di Claudio Simonetti comprende anche alcuni brani heavy metal ("Flash of the Blade" degli Iron Maiden, "Locomotive" dei Motörhead). Da notare che, come per i precedenti "Inferno" e "Tenebre", anche in questo caso il titolo è suggestivo ma pare dato un po' a caso, senza un legame con i contenuti della pellicola.

11 maggio 2020

À l'école des philosophes (F. Melgar, 2018)

La scuola dei filosofi (À l'école des philosophes)
di Fernand Melgar – Svizzera 2018
con attori non professionisti
**1/2

Visto in streaming, con Sabrina, in originale con sottotitoli
(Festival dei Diritti Umani).

Documentario che segue per un anno le vicende di una scuola (l'istituto Verdeil a Yverdon-les-Bains, nella Svizzera francese, detto "La scuola dei filosofi" perché situato in 
Rue des philosophes) specializzata nell'accoglienza di bambini portatori di handicap e in particolare di disturbi del neurosviluppo. I piccoli scolari, tutti di cinque anni, hanno patologie o disabilità che vanno dall'autismo alla mitocondriopatia, dalla paralisi cerebrale infantile alle anomalie cromosomiche. Il film segue l'anno scolastico di cinque di loro, con un impianto simile a quello di altri documentari (o di film di finzione) che portano lo spettatore all'interno di un'aula scolastica attraverso lo scorrere delle stagioni, a cominciare dal celebre "Essere e avere" di Nicolas Philibert, capostipite e pietra miliare del genere. Qui l'interesse, o valore aggiunto, è certamente il tema della disabilità, anche se la pellicola non lo approfondisce nei dettagli e si "limita", diciamo così, a proporre scorci del vissuto quotidiano dei bambini, dei loro genitori e degli insegnanti (tutte donne) che li accudiscono con molta pazienza durante l'orario scolastico, aiutandoli nelle diverse attività, spesso con buoni o ottimi risultati (in certi casi i progressi rispetto all'inizio dell'anno, relativamente al comportamento, all'attenzione o alla capacità di esprimersi, sono notevoli). E naturalmente è difficile non affezionarsi o non provare simpatia per i piccoli protagonisti.

3 maggio 2020

Une femme coquette (J.L. Godard, 1955)

Une femme coquette
di Jean-Luc Godard – Svizzera 1955
con Maria Lysandre, Roland Tolmatchoff
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Con il denaro guadagnato dalla vendita del documentario "Opération Béton" e l'attrezzatura prestatagli dalla casa di produzione di quel lavoro, la Actua-Films, Godard girò in Svizzera il suo secondo corto, che è anche la sua prima opera di finzione, nonché la prima in cui il giovane regista si trova a dover dirigere degli attori, sia pure non professionisti. Si tratta di un adattamento di un racconto di Guy de Maupassant, "Le signe" ("Il cenno"), di cui sposta l'ambientazione nelle strade della Ginevra contemporanea. Dopo aver visto una prostituta (Carmen Mirando) adescare i clienti sorridendo agli uomini che passano sotto la sua finestra, Agnès (Maria Lysandre), una giovane sposa, decide per gioco di provare a fare lo stesso, sorridendo a uno sconosciuto per vedere l'effetto che fa. Suo malgrado, avrà più successo di quanto aveva previsto. Tutto l'episodio è raccontato dalla protagonista in una lettera che sta scrivendo ad un'amica. Spigliato e piccante, il breve film (circa 9 minuti) mette già in mostra le potenzialità del cineasta francese, che lo firma con lo pseudonimo di Hans Lucas (lo stesso con cui aveva pubblicato i suoi primi articoli sui "Cahiers du cinéma": si tratta della versione tedesca del nome Jean-Luc) e recita anche nel ruolo del cliente della prostituta. Lo sconosciuto seduto nel parco, che legge il "Corriere della Sera", è invece Roland Tolmatchoff, un amico cinefilo che lavorava come rivenditore di automobili. L'attrice protagonista, cui si deve anche la voce narrante, era una conoscenza comune. Le riprese sono state fatte sull'isola Rousseau, in mezzo al Rodano. La colonna sonora comprende musica di Bach. A lungo ritenuto perduto, il corto (la cui unica copia era conservata in un museo) è apparso su YouTube nel 2017.

Opération "Béton" (J.L. Godard, 1954)

Operazione cemento (Opération "Béton")
di Jean-Luc Godard – Svizzera 1954
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Documentario sulla costruzione della diga della Grande Dixence sulle Alpi svizzere, per la cui società appaltatrice Godard lavorava a quei tempi come centralinista (alla fine del 1952 era tornato a vivere in Svizzera, dove era cresciuto, per sfuggire al servizio militare in Francia, avendo la doppia cittadinanza). Entrata in funzione nel 1961, la Grande Dixence è tuttora la diga a gravità più alta al mondo (e in assoluto la più alta in Europa). Girato in 16mm e finanziato dalla ditta costruttrice, il film documenta in particolare le fasi della fabbricazione e della colata del cemento, commentate da didascalie e dalla voce fuori campo dello stesso Godard, su un testo ricco enfatico e solenne che ricorda i cinegiornali d'anteguerra. La colonna sonora comprende brani di Bach e di Händel. Si trattò della prima esperienza da regista per il giovane appassionato di cinema. Il corto venne distribuito nelle sale soltanto nel 1958, abbinato a un film di Vincente Minnelli, quando Godard aveva già firmato altri brevi lavori, stavolta di finzione, e stava per debuttare nel lungometraggio.

20 settembre 2019

Love me tender (Klaudia Reynicke, 2019)

Love me tender
di Klaudia Reynicke – Svizzera 2019
con Barbara Giordano, Antonio Bannò
**

Visto al cinema Colosseo, con Daniela e Marisa (rassegna di Locarno). Erano presenti la regista e l'interprete.

Terrorizzata dal mondo esterno e iperprotetta dai genitori, Seconda (così chiamata perché nata dopo una sorella scomparsa a 5 anni) si rifiuta di uscire dal proprio appartamento. Dopo l'improvvisa morte della madre e l'inattesa fuga del padre, la giovane sarà costretta a cavarsela da sola. Tragicommedia dai toni un po' surreali, sui temi della pazzia e del superamento dei limiti autoimposti: lo spunto non può che ricordare il bel film coreano "Castaway on the moon", ma se in quel caso gli sviluppi della vicenda, per quando assurdi e sopra le righe, apparivano comunque naturali e permettevano allo spettatore di empatizzare con i protagonisti, in questo caso molti aspetti risultano troppo astratti o del tutto random o gratuiti. Certo, si (sor)ride di fronte alle peripezie della ragazza, alla sua difficoltà di rapportarsi con il mondo esterno, ai maldestri tentativi di suicidio, alle vicissitudini che coinvolgono – fra gli altri – Santo, il malcapitato ragazzo al quale chiede aiuto, ed Henry, l'insistente agente di riscossione dei debiti; e a vivacizzare il tutto ci sono gli incontri di Seconda con sé stessa da bambina. Ma l'impressione è che si proceda a casaccio, un po' in tutte le direzioni, senza un vero traguardo in mente (tanto che il finale astratto è tutt'altro che memorabile). Pretestuosa la lettura femminista e anti-patriarcale avanzata da alcune critiche. Molto buona comunque la prova della Giordano, che si esprime attraverso una recitazione assai "fisica". La regista, di origine peruviana, è anche sceneggiatrice e co-autrice delle musiche.

22 gennaio 2018

Il falò (Fredi M. Murer, 1985)

Il falò - Fuoco alpino (Höhenfeuer)
di Fredi M. Murer – Svizzera 1985
con Thomas Nock, Johanna Lier
**

Visto in divx.

La famiglia degli "Arrabbiati" vive da tempo immemorabile in una malga in alta montagna. Con l'anziano padre (Rolf Illig) e la madre (Dorothea Moritz) ci sono l'irrequieta figlia Belli (Johanna Lier) e il figlio minore Franzi (Thomas Nock), sordomuto e infantile, di cui tutti si prendono cura amorevolmente. Ma la lontananza dal resto del mondo e l'attrazione fra i due ragazzi scatenerà la tragedia. Ambientato in un universo isolato, dominato dai ritmi della natura, dai paesaggi e dai silenzi, il film ha di certo un suo fascino intrinseco, anche se bisogna attendere molto a lungo prima che cominci a succedere davvero qualcosa che scuota la vita dei protagonisti, ravvivando all'improvviso una pellicola fatta più di banalità del quotidiano che di significati e di simbologie (e ambientare una tragedia greca fra i paesaggi alpini e walser, con il senno di poi, non è la migliore delle idee). Originale e interessante, ma anche noioso (tranne gli ultimi venti minuti). Pardo d'oro al Festival di Locarno. Il titolo deriva dal fatto che l'amore incestuoso fra fratello e sorella si sviluppa quando si ritrovano da soli in alta montagna attorno a un falò. È il film più famoso del regista "di nicchia" Fredi Melchior Murer, attivo con alcuni documentari fin dagli anni sessanta.

17 giugno 2016

La mia vita da zucchina (Claude Barras, 2016)

La mia vita da zucchina (Ma vie de courgette)
di Claude Barras – Svizzera/Francia 2016
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Dopo aver provocato senza volerlo la morte della madre alcolizzata (il padre, invece, è fuggito di casa), il novenne Icare, detto "Zucchina", finisce in una struttura che ospita orfani o bambini abbandonati dai genitori, ciascuno con la sua triste storia. Ma tutti insieme, grazie a un'amicizia che si cementa con il passare del tempo, sapranno reagire alle avversità per garantirsi, almeno alcuni di loro, un futuro migliore. Dal romanzo "Autobiografia di una zucchina" di Gilles Paris, adattato da Céline Sciamma (la regista di "Tomboy"), un film d'animazione in stop motion che mostra sullo schermo, in maniera delicata e comprensibile agli stessi bambini, i traumi dell'abbandono o della separazione violenta dai genitori. Merito, prima ancora che dei dialoghi o della narrazione, dello stile visivo: dall'espressività dei personaggi, i cui occhi giganteschi e spalancati evidenziano la tristezza, la paura, la titubanza e le emozioni, al design generale di personaggi e ambienti, con immagini semplici e naif che intendono riproporre il punto di vista di un bambino (il romanzo originale era scritto in prima persona), filtrando attraverso gli occhi dell'innocenza anche i temi più scabrosi. Forse un tantino costruito a tavolino per commuovere, soprattutto nel finale: ma senza dubbio efficace e meritevole per come sa affrontare questioni difficili senza banalizzarle né scadere nel melodramma. Resto però convinto che per comunicare certi argomenti ai bambini sia meglio usare il linguaggio della fiaba o dei simboli che non spiattellare loro in faccia la realtà. Oltre alla simpatia del protagonista (e degli altri personaggi), nel cuore e nella memoria restano alcune trovate brillanti, come il "meteo dei bambini", tramite il quale i piccoli ospiti dell'istituto comunicano il loro umore.

23 maggio 2015

Youth - La giovinezza (Paolo Sorrentino, 2015)

Youth - La giovinezza
di Paolo Sorrentino – Italia 2015
con Michael Caine, Harvey Keitel
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un isolato albergo con centro benessere fra i monti della Svizzera, l'anziano compositore e direttore d'orchestra Fred Ballinger (Michael Caine) trascorre alcune settimane di vacanza in compagnia della figlia Lena (Rachel Weisz), reduce dalla separazione col marito, e dell'amico regista Mick Boyle (Harvey Keitel). Fred afferma di essersi "ritirato dal lavoro e dalla vita": si oppone alla richiesta di scrivere le sue memorie (come vorrebbe un editore francese), rifiuta di dirigere un concerto a Londra davanti alla regina Elisabetta e al principe Filippo (perché le sue "canzoni semplici", che aveva composto per la moglie, non devono essere interpretate da altri), e in generale sembra aver rinunciato ad amare ("Le emozioni sono sopravvalutate"). Al contrario, Mick è al lavoro con un gruppo di giovani sceneggiatori per preparare un nuovo film, che dovrà essere il suo "testamento spirituale". Ma le passeggiate in montagna e gli incontri con gli altri ospiti dell'albergo porteranno Fred a riflettere sul tempo, sui ricordi e sulla vecchiaia: e osservando il vicolo cieco in cui si ritrova Mick (il quale, quando la sua attrice-musa Brenda rifiuta di fare il film, scopre di non avere più altro davanti a sé), alla fine accetterà di lasciarsi il passato alle spalle. Dopo il successo de "La grande bellezza", Sorrentino torna ai suoi temi favoriti (il tempo, la vecchiaia, la decadenza) ma li affronta da un nuovo punto di vista e con un respiro differente. Qui l'argomento centrale è proprio il tempo, il contrasto fra il passato (con i suoi ricordi che svaniscono, le glorie, i piccoli episodi acquistano un diverso significato) e il futuro (quello dei figli, quello del proprio lascito artistico). E Fred, osservando l'amico Mick che si rivelerà incapace di liberarsi dei fantasmi del tempo andato (fondamentale la scena in cui il regista, attraverso il telescopio del rifugio alpino, spiega ai giovani colleghi come da vecchi si guarda tutto all'indietro e da lontano), sceglierà invece di andare avanti. La pellicola, comunque, ha un respiro corale, grazie allo spazio che dedica a tutti gli altri ospiti dell'albergo, tutti in qualche modo legati al proprio passato: un attore (Paul Dano) in cerca di ispirazione per il suo nuovo personaggio (nientemeno che Adolf Hitler, che proprio sulle Alpi aveva una casa di vacanze), che a sua volta vorrebbe dimenticarsi di una parte della sua carriera (un ruolo in un film di fantascienza che gli ha dato la celebrità suo malgrado); una coppia che apparentemente non ha più nulla da dirsi, visto che resta in silenzio durante tutta la sua permanenza; gruppi di arabi o di russi dall'aspetto enigmatico; un misterioso monaco buddhista in perenne meditazione; una giovane escort accompagnata dalla madre; e nientemeno che Diego Armando Maradona (interpretato dall'attore argentino Roly Serrano), ingrassato a dismisura, che sogna la propria gloria passata (mentendo alla compagna: "A cosa stavi pensando?" "Al futuro") e palleggia con una pallina da tennis.

Curiosamente, sono invece i personaggi più giovani (il bambino violinista, la ragazzina nel negozio di orologi, la sorprendente Miss Universo) a dare loro lezioni di saggezza su come rinunciare ai rimpianti e accettare tutte le cose che formano il proprio passato, in quanto hanno contribuito a fare di loro quello che sono adesso, anziché rinnegarle, rimuoverle o considerarle barriere insuperabili. E che è importante cogliere l'attimo, anche perché spesso la vita pone ostacoli inaspettati con cui bisogna fare i conti (necessità pratiche o economiche, come quelle che spingono Brenda a rifiutare il film di Mick in favore di una serie televisiva di bassa qualità; problemi fisici, come quelli che "appesantiscono" Maradona e deformano il suo magico sinistro; in generale l'imprevisto, come la separazione di Lena dal marito alla vigilia di una vacanza; o semplicemente la vecchiaia, come nel caso di Fred e Mick) e che contrastano con quegli ideali di arte e di perfezione che i nostri protagonisti sognano invano (persino la tanto attesa Miss Universo, alla sua prima apparizione, non sembra granché: spettinata, disordinata, con un herpes... ma più tardi, in piscina e al momento giusto, la sua incarnazione della bellezza esploderà in tutto il suo fulgore, proprio come se fosse la natura stessa). Esteticamente suggestivo, il film – il secondo girato da Sorrentino in lingua inglese (dopo "This must be the place") – conferma il regista come il più talentuoso dei nostri autori dal punto di vista tecnico: la fusione di sogni, ricordi, immagini del presente e si attua in una serie di quadri da ricordare (Fred che "dirige" i campanacci delle mucche e i rumori della natura; Mick che incontra sui prati le cinquanta attrici con cui ha lavorato in precedenza; Lena che sogna un videoclip di Pamela Faith, la popstar che le ha rubato il marito; e ancora, le sessioni di massaggi, le canzoni e gli spettacoli serali, e in generale il panorama alpino). Nel ricco cast, Jane Fonda è Brenda, l'attrice-musa di Mick; Madalina Ghenea è Miss Universo; Luna Zimic Mijovic è la giovane massaggiatrice; Robert Seethaler è l'alpinista che "riaccende" la passione di Lena. Roly Serrano, che interpreta Maradona, sfoggia un incredibile tatuaggio di Karl Marx sulla schiena (nella realtà il "pibe de oro" ha il volto di Che Guevara tatuato su un braccio). Nel ruolo di sé stessi compaiono la popstar Pamela Faith, il cantante Mark Kozelek e la soprano Sumi Jo. La pellicola è stata girata allo Schatzalp Hotel di Davos, lo stesso albergo citato da Thomas Mann ne "La montagna incantata". Bella la colonna sonora di David Lang (che ingloba anche brani di Igor Stravinsky, la cui tomba a Venezia è visitata da Fred nel finale).

18 giugno 2014

Sils Maria (Olivier Assayas, 2014)

Sils Maria (Clouds of Sils Maria)
di Olivier Assayas – Svizzera/Francia/Germania 2014
con Juliette Binoche, Kristen Stewart
**1/2

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo l'improvvisa morte dello scrittore e regista che l'aveva lanciata quando aveva solo 18 anni, l'attrice francese Maria Enders (Juliette Binoche) accetta di recitare in una nuova edizione della piéce teatrale con cui aveva esordito al cinema, una scabrosa storia d'amore: soltanto che ora dovrà interpretare il personaggio più anziano, quello della donna matura che si lascia sedurre e abbandonare da una ragazzina giovane e manipolatrice, il cui ruolo viene invece affidato a una stellina hollywoodiana del momento. Per preparare al meglio la parte, l'attrice si trasferisce nella casa dello scrittore defunto, fra le montagne svizzere (per l'appunto a Sils Maria, nell'Engadina), in compagnia della sua assistente personale Val (Kristen Stewart). Ma fare i conti con sé stessa e con il proprio passato sarà difficile e doloroso. Profonda riflessione sul tempo che passa, sull'importanza di accettare i cambiamenti e su come rispecchiarsi (o meno) nel mondo che ci circonda. A fare da contraltare alla protagonista, più che l'attricetta trasgressiva e iper-paparazzata con cui dovrà lavorare (Jo-Ann, interpretata da Chloë Grace Moretz), c'è la sua giovane assistente: è dal continuo confronto con lei e con la sua visione della vita che Maria imparerà ad affrontare il presente, la propria fragilità e le proprie paure. Ambizioso, colmo di citazioni metacinematografiche e di riferimenti al mondo reale (il "curriculum" di Maria è quasi identico a quello della Binoche, per dirne una), il film affianca alla buona caratterizzazione psicologica dei personaggi alcune interessanti riflessioni sul rapporto fra l'arte e la vita (vedi le differenti interpretazioni a proposito della piéce teatrale, o i pareri sul cinema commerciale con la pellicola di fantascienza pop che Maria e Val vanno a vedere a Sankt Moritz). Peccato però per un certo eccesso di freddezza e precisione, che a tratti dona alla pellicola il tono di un distante gioco intellettuale e gli impedisce di decollare pienamente (anche se non mancano alcuni momenti lasciati all'immaginazione dello spettatore, vedi la misteriosa scomparsa di Val: che la sua presenza a Sils fosse solo frutto della fantasia di Maria, un modo per restare ancorata alla propria giovinezza?). A proposito, data per scontata la bravura della Binoche, sorprende invece la Stewart, autrice di una prova intensa e convincente. Affascinante l'ambientazione: il titolo della piéce che Marie deve recitare, "Il serpente del Maloja", si riferisce al fenomeno atmosferico delle nuvole che si formano lungo il passo del Maloja, la serpentina che dall'Italia conduce alla bellissima valle dell'Alta Engadina. La pellicola è stata girata in parte anche in Alto Adige (in Val Gardena).

19 settembre 2013

Tableau noir (Yves Yersin, 2013)

Tableau noir
di Yves Yersin – Svizzera 2013
con Gilbert Hirschi
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Documentario che segue per un anno la vita in una piccola scuola elementare di montagna, quella di Derrière-Pertuis nel cantone di Neuchâtel, dove i bambini (da 6 a 11 anni) studiano, lavorano e giocano tutti insieme, in una classe unica, sotto la guida dell'anziano insegnante Hirschi, al suo quarantunesimo (e ultimo, visto che la scuola è destinata a essere chiusa) anno di lavoro presso l'istituto. Impossibile non andare con la mente al celebre "Essere e avere" di Nicolas Philibert, che sicuramente ne è stato un modello e un punto di riferimento. Vediamo i piccoli alunni in classe alle prese con le materie scolastiche (matematica, francese, tedesco, ecc.) ma anche con numerose attività fisiche (nuoto, sci, pattinaggio), sperimentali e pratiche a 360 gradi: dalla gita scolastica alla recita teatrale natalizia, dall'esplorazione di boschi e campagne alle visite alle fattorie e ai caseifici, con le interazioni sociali fra di loro e con gli insegnanti come filo conduttore. Da un lato la spontaneità dei piccoli "attori", dall'altro la denuncia della chiusura di queste piccole scuole periferiche, che evidentemente in tempo di crisi sono i primi rami a essere tagliati (nonostante l'importante valore sociale che assumono per la comunità, soprattutto negli ambiti rurali), valgono sicuramente la visione. Il regista, comunque, ha dichiarato che "la chiusura della scuola è un tema minore" e che il suo "è piuttosto un film sulla trasmissione del sapere".

11 luglio 2013

Sister (Ursula Meier, 2012)

Sister (L'enfant d'en haut)
di Ursula Meier – Svizzera 2012
con Kacey Mottet Klein, Léa Seydoux
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il dodicenne Simon vive con la sorella maggiore Louise in una casa popolare di una valle svizzera. Poiché la ragazza, problematica e inaffidabile, lo lascia spesso da solo, è costretto a guadagnarsi da vivere rubando e poi rivendendo sci e altre attrezzature (occhiali, caschi, guanti) ai turisti in vacanza nella locale stazione sciistica. Fin troppo maturo e cresciuto per la sua età, è perennemente alla ricerca di quella figura materna che gli manca profondamente, come è evidente dalla sua attrazione per la signora bionda (Gillian Anderson), madre di due bambini della sua età, che incontra sulle piste da sci. Il che si spiega con il fatto che la "sorella" in realtà è sua madre, anche se ne è insofferente e non vuole essere considerata tale. Dei due, il più responsabile è proprio il bambino. Un "piccolo" film quasi alla Dardenne, su personaggi in preda alla solitudine, immersi in un contesto sociale che ne ignora i problemi e la situazione. È assente qualsiasi accenno di morale: la pellicola non azzarda mai un giudizio sul suo protagonista e sui suoi furti, semmai condanna coloro che approfittano di lui (come il cuoco del rifugio, interpretato da Martin Compston). Interessante il contrasto fra i due mondi, quello "in alto" della stazione sciistica, frequentata da ricchi e spensierati turisti, e quello "in basso" delle case popolari, perennemente all'ombra delle montagne che tolgono il sole alla vallata, dove la grigia realtà è più concreta. E molto bella l'ultima scena, in cui gli sguardi di Simon e di Lousie, l'uno alla ricerca dell'altra, si incrociano da due cabine della funivia che viaggiano in direzioni opposte. Il doppiaggio italiano fa un po' di pasticci, facendo parlare tutti in italiano personaggi che in realtà sono di lingue diverse.

30 novembre 2010

Le conseguenze dell'amore (P. Sorrentino, 2004)

Le conseguenze dell'amore
di Paolo Sorrentino – Italia 2004
con Toni Servillo, Olivia Magnani
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Il commercialista salernitano Titta Di Girolamo, un uomo grigio, metodico, riservato, serio ("l'unica cosa frivola che possiedo è il mio nome") e apparentemente incapace di esprimere emozioni, vive come un recluso da otto anni in un albergo in Svizzera. Ritenuto da tutti un uomo d'affari, in realtà si occupa di riciclare i proventi di Cosa Nostra versando in banca le valigie piene di denaro che periodicamente gli vengono recapitate. L'amore per la giovane barista dell'albergo lo spingerà però a compiere una scelta coraggiosa, incrinando le consuetudini più radicate e accettando volontariamente di pagarne le conseguenze. Il secondo lungometraggio della coppia Sorrentino/Servillo (dopo "L'uomo in più" e prima de "Il divo") è il folgorante racconto di un'esistenza triste e solitaria, incentrato su un personaggio che sembra anestetizzato dal destino e avulso dalla vita. È lui stesso, attraverso una voce off che evoca un film noir, a raccontare allo spettatore molte cose di sé: gli scarsi rapporti con i parenti (la moglie e i figli, rimasti in Campania; il giovane fratellastro, sportivo e globetrotter, che passa a salutarlo), la mancanza di relazioni sociali (il suo "miglior amico" è uno che non vede da vent'anni: bella e toccante la scena, nel finale, che lo mostra mentre lavora su un traliccio dell'alta tensione fra le montagne altoatesine, paesaggio simbolo di quella libertà che contrasta con la "prigionia" di Titta); la dipendenza dall'eroina (anche questa consumata settimanalmente in maniera metodica) e l'abitudine, una volta l'anno, di fare un completo "lavaggio del sangue". Ma lentamente la sua ritrosia e la riservatezza cominceranno a incrinarsi. Sorrentino gira con grande stile, dando vita a un'atmosfera fredda e sobria. La lunga scena d'apertura, nella quale i titoli di testa scorrono mentre un incaricato della banca porta la valigia lungo un nastro trasportatore, evoca sia "Il laureato" sia la sequenza iniziale di "Millennium mambo". L'ottima regia è ben accompagnata dalla fotografia algida di Luca Bigazzi, dall'evocativa e minimalista colonna sonora di Pasquale Catalano, e soprattutto dalla magistrale interpretazione di Toni Servillo, uno dei migliori attori italiani (se non il migliore) dell'ultimo decennio. La coprotagonista, al suo esordio sul grande schermo, è la nipote di Anna Magnani.

23 maggio 2010

La valanga (Ernst Lubitsch, 1929)

La valanga (Eternal Love)
di Ernst Lubitsch – USA 1929
con John Barrymore, Camilla Horn
**

Visto in DVD.

La storia si svolge a inizio Ottocento, in un paesino fra le montagne della Svizzera. L'amore fra Marcus, cacciatore rude e solitario, e Ciglia, devota e virtuosa nipote del prete del villaggio, è contrastato dalle ingerenze della spregiudicata Pia, che approfitta dello stato di ubriachezza dell'uomo per sedurlo e passare una notte con lui, mettendolo poi di fronte al fatto compiuto e costringendolo a sposarla. Delusa, Ciglia accetterà senza molta convinzione la corte di un altro spasimante, Lorenz: ma questi, geloso dell'amore che la ragazza continua a nutrire per Marcus, cercherà di ucciderlo mentre è a caccia sui monti, venendone però colpito. Braccati dagli abitanti del villaggio che li accusano di essere amanti e di aver complottato contro Lorenz, Marcus e Ciglia sono costretti a fuggire sulle cime innevate, dove sceglieranno di morire insieme lasciandosi travolgere da una valanga. Ultimo film muto di Lubitsch (anche se fu distribuito con una colonna musicale ed effetti sonori, come i colpi di fucile che riecheggiano fra le montagne), è un cupo melodramma girato con indubbio mestiere ma privo della leggerezza e del garbo delle opere migliori del regista, oltre a risultare un po' ingessato da un eccesso di moralismo che non gli è molto consono. La parte migliore è sicuramente quella iniziale, tutta giocata sul contrasto fra le due ragazze (la scura e disinibita Pia, interpretata da Mona Rico, e la bionda e angelica Ciglia: entrambe bellissime), che culmina con l'ottima scena del ballo in maschera e quella della nottata successiva, dove Lubitsch è abile a lasciar intendere come Marcus e Pia abbiano dormito insieme senza mostrarlo apertamente. Splendida e imponente la rappresentazione delle forze della natura: il film non fu girato sulle Alpi, ma in Canada.

9 aprile 2010

L'avversario (Nicole Garcia, 2002)

L'avversario (L'adversaire)
di Nicole Garcia – Francia/Svizzera 2002
con Daniel Auteuil, Géraldine Pailhas
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Eva e Marisa.

"C'è qualcosa di peggio che essere scoperti: non esserlo". Ispirato alla tragica storia vera di Jean-Claude Romand, che per oltre quindici anni riuscì a ingannare la famiglia e gli amici fingendo di essere un medico e un ricercatore impiegato a Ginevra presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità, "L'avversario" è un film terribile e angosciante. Auteuil interpreta Jean-Marc Faure, un personaggio la cui intera vita è una colossale menzogna, un crescendo di bugie cominciato quando all'Università aveva mentito sul fatto di aver superato un esame e che poi si è ampliato come una valanga, fino al punto di non ritorno: ormai integrato in una comunità che lo ammira e lo rispetta per la sua posizione, e con una famiglia che pretende un tenore di vita adeguato, non può più rivelare di essere in realtà un impostore e persino disoccupato. Abita in una tranquilla cittadina di montagna francese, al confine con la Svizzera: ogni mattina esce di casa fingendo di andare al lavoro, ma in realtà trascorre le giornate senza far nulla; a volte simula addirittura viaggi internazionali per recarsi a conferenze e dibattiti scientifici, tornando poi con regali "comprati in aeroporto" per la moglie e le figlie. Il suo "successo professionale" è visto con orgoglio soprattutto dai genitori, anziani contadini il cui conto in banca, da lui gestito e continuamente saccheggiato, è una delle sue principali fonte di sostentamento: un'altra sono i risparmi che parenti, amici e conoscenti gli affidano affinché lui li investa per conto loro, denaro che naturalmente non riavranno mai indietro. Ma pian piano la finzione inizia a farsi insostenibile, il castello di inganni sembra sul punto di crollare e anche la moglie comincia ad avere qualche dubbio. Dapprima Jean-Marc cercherà di costruirsi finalmente qualcosa di "reale", imbastendo una relazione clandestina a distanza con un'amica (interpretata da Emmanuelle Devos); ma poi, messo con le spalle al muro, non gli resterà che la scelta più radicale. L'ambientazione (l'Alta Savoia), la recitazione (ottimo, come sempre, Auteuil), la regia misurata e la fotografia algida contribuiscono allo sviluppo di un film lento e freddo (forse anche troppo), che descrive bene la perenne sospensione di un'esistenza virtuale e una situazione senza sbocco. Anche la destrutturazione cronologica della vicenda, con ampio uso di flashback e di una "confessione" in video girata ma poi non usata da Jean-Marc, è efficace. Dalla stessa vicenda, ma prendendosi maggiori libertà, Laurent Cantet aveva tratto l'anno prima un altro film, "A tempo pieno".

15 settembre 2009

Complices (Frédéric Mermoud, 2009)

Complices
di Frédéric Mermoud – Francia/Svizzera 2009
con Cyril Descours, Nina Meurisse
**1/2

Visto al cinema Gnomo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Curiosa ma efficace commistione fra giallo, teen movie sentimentale e cinema di denuncia (sulla prostituzione giovanile), raccontata attraverso la continua intersecazione di due piani temporali: seguiamo infatti in parallelo sia una coppia di poliziotti (lui, Gilbert Melki, con istinti paterni da sfogare per aver abbandonato, vent'anni prima, la compagna incinta; lei, Emmanuelle Devos, che va in cerca di un anima gemella sui siti internet di incontri) che indagano sul cadavere di un ragazzo ripescato nel fiume; sia la storia del ragazzo stesso, Vincent, che si guadagnava da vivere incontrando "clienti" conosciuti online, prima di conoscere la coetanea Rebecca e innamorarsi di lei. Buona la caratterizzazione dei personaggi, così come la costruzione narrativa. Nel finale, c'è anche spazio per un po' di speranza.

23 ottobre 2007

Le petit soldat (J.L. Godard, 1960)

Le petit soldat
di Jean-Luc Godard – Francia 1960
con Michel Subor, Anna Karina
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Bruno, disertore e fotoreporter francese, si rifugia a Ginevra dove entra in contatto con un gruppo terrorista anti-algerino. Incaricato di uccidere un commentatore della radio svizzera sospettato di simpatie filo-arabe, dapprima si rifiuta e poi non riesce a eseguire l'ordine per una serie di coincidenze. Braccato dai suoi stessi compagni che lo ritengono un traditore, e innamorato di una ragazza (l'esordiente Anna Karina) che simpatizza per il FLN, viene rapito e torturato da un commando algerino e infine accetta di portare a termine la missione assegnatagli. Il finale, cinico e sbrigativo, convince poco. Ambientato in una Svizzera mai così neutrale e ovattata (Godard sopprime persino i rumori ambientali, lasciando spazio soltanto alla voce fuori campo dei pensieri del protagonista e alla musica di sottofondo), il secondo lungometraggio del regista risulta distante e incerto, e fece scalpore soprattutto per aver osato affrontare il tema della guerra in Algeria, quasi tabù per il cinema francese (fra le poche eccezioni, "Muriel" di Resnais prima e "Niente da nascondere" di Haneke poi). Mentre i censori francesi ne vietarono l'uscita fino al 1963 in quanto ritenuto filo-algerino, la critica militante di sinistra lo accusò per la rappresentazione della tortura da parte degli arabi oppressi e per la mancanza di una decisa presa di posizione. In effetti il protagonista è ambiguo, ideologicamente confuso e tutt'altro che convinto. Sembra interessarsi più di arte (discute di pittura e di musica classica) che di politica, e si dichiara contro tutti i nazionalismi. Interessanti alcuni dialoghi sulla realtà e sul cinema ("La fotografia è la verità, e il cinema è la verità 24 volte al secondo"). Primo di una lunga serie di film politici di Godard, contribuì a infrangere la convinzione che la Nouvelle Vague non sapesse o volesse affrontare temi di attualità (Godard disse: "si rimprovera alla Nouvelle Vague di mostrare solo gente a letto; voglio mostrare adesso gente che fa politica e che non ha tempo di andare a letto").