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16 giugno 2020

Mustang (Deniz Gamze Ergüven, 2015)

Mustang (id.)
di Deniz Gamze Ergüven – Francia/Germania/Turchia 2015
con Güneş Şensoy, İlayda Akdoğan
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cinque giovani sorelle turche (siamo nei dintorni di Trabzon, sulle coste del Mar Nero), orfane di entrambi i genitori, vengono recluse in casa dallo zio per via del loro temperamento ribelle e del comportamento troppo libero. Dopo che le prime due sono state costrette a sposarsi, e la terza si è suicidata per gli abusi subiti, le due più giovani riusciranno a fuggire di casa. Opera prima di una regista trasferitasi in Francia in tenera età (e dunque di fatto francese, anche se di origine turca), la pellicola ha le tipiche stimmate del "film da festival" che pretende di lanciare uno sguardo sulle società del vicino o medio oriente da una prospettiva occidentale: ogni sequenza e ogni svolta narrativa appare infatti costruita a tavolino e trasuda di retorica. A salvarla almeno in parte è la bellezza e la spontaneità delle giovani attrici (fra le fonti di ispirazione, almeno a livello estetico, c'è "Il giardino delle vergini suicide" di Sofia Coppola), nonché alcuni episodi che a loro modo aiutano ad aprire gli occhi sulla condizione femminile nelle zone più arretrate di certi paesi: la passione della più piccola delle sorelle, Lale (di fatto la protagonista), per il calcio; la scelta della primogenita di sposare il ragazzo che ama e non quello scelto per lei dallo zio e dalla nonna; la sequenza della "prova del lenzuolo" per dimostrare che la giovane sposa era vergine; i rapporti di complicità e di amicizia fra le ragazze, da sole contro una società patriarcale, conservativa e opprimente. Ma tutto è troppo perfettino e patinato, e molto meno convincente e sincero di altri film sugli stessi temi visti in precedenza (e che provenivano davvero dall'interno di queste società, e non dall'esterno, magari da una posizione privilegiata): un esempio su tutti, l'iraniano "Il cerchio" di Jafar Panahi. Il titolo "Mustang", una razza di cavalli selvaggi, mai spiegato nel film, fa riferimento alla natura libera e indomita delle cinque ragazze. Buon successo di critica in Francia e negli USA, con tanto di nomination agli Oscar per il miglior film straniero (ma per la Francia, non per la Turchia, nonostante la pellicola sia interamente parlata in turco). Il doppiaggio italiano è a livelli televisivi.

15 luglio 2019

Nuvole di maggio (N. B. Ceylan, 1999)

Nuvole di maggio (Mayis sikintisi)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 1999
con Muzaffer Özdemir, Emin Ceylan
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli in inglese.

Il cineasta Muzaffer (Muzaffer Özdemir) fa ritorno da Istanbul nel suo paese di origine, dove vivono ancora i genitori Emin e Fatma (interpretati dai veri genitori del regista), con l'intenzione di cercare volti e location per un film. Praticamente il seguito del lavoro d'esordio del regista, "Kasaba" (o il suo making of: la scena che Muzaffer gira con i parenti nel bosco è proprio una di quelle della pellicola precedente, e la trovata ricorda un po' il gioco di scatole cinesi della trilogia di Koker di Abbas Kiarostami), di cui prosegue il discorso sui temi della famiglia e delle proprie radici. Oltre al protagonista, il lungometraggio segue la vita e i problemi di altri tre personaggi, tutti scelti da Muzaffer per recitare nel suo film: il padre Emil (Emil Ceylan), preoccupato che il governo espropri il terreno che ha sempre curato e coltivato per cinquant'anni; il piccolo Ali (Muhammad Zimbaoglu), un bambino che desidera che il padre gli regali un orologio con suoneria, e che per dimostrare di essere in grado di prendersene cura accetta di tenere in tasca per quaranta giorni un uovo senza romperlo; e Saffet (Emin Toprak), cugino di Muzaffer, che sogna di poter lasciare il villaggio e di trovare un lavoro nella grande città, a Istanbul. La storia di quest'ultimo personaggio, in un certo senso, sarà proseguita e raccontata nel successivo film di Ceylan, "Uzak", che con "Kasaba" e questo forma un'ideale trilogia. Lento, minimalista e affascinante, anche se a tratti un po' pretenzioso (nel senso che pretende molta attenzione e pazienza dallo spettatore, comunque ripagandolo), il film inizia a mettere in mostra i grandi punti di forza del regista turco, a partire da una certa qualità tarkovskiana che si riconosce soprattutto nella fotografia (si pensi alle scene del vecchio Emin che vaga nel suo bosco) e nella colonna sonora (a base di Bach, Händel e Schubert). Proprio la contaminazione stilistica fra Kiarostami e Tarkovskij, insieme ad elementi comunque personali e autobiografici, è quella che descrive al meglio il cinema di Ceylan.

13 ottobre 2018

L'albero dei frutti selvatici (N. B. Ceylan, 2018)

L'albero dei frutti selvatici (Ahlat Ağacı)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2018
con Aydın Doğu Demirkol, Murat Cemcir
***

Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Appena laureato, il giovane Sinan torna nella città di provincia dove è nato, indeciso sul proprio futuro: diventare insegnante come suo padre Idris, che pure negli ultimi anni ha dilapidato denaro e reputazione scommettendo alle corse dei cavalli e riempendosi di debiti? Oppure inseguire il sogno di diventare scrittore, pubblicando (a proprie spese) un libro di "riflessioni sulla cultura locale"? O ancora, fare come molti suoi amici in un momento di crisi economica e culturale, arruolandosi nelle forze armate? Con i suoi tempi lunghi (il film dura oltre tre ore) e la consueta cura nell'analisi psicologica dei personaggi e del loro rapporto con il mondo circostante, Ceylan racconta una crisi esistenziale la cui soluzione era forse a portata di mano: il recupero del rapporto fra padre e figlio, quel padre che il protagonista tiene a distanza per troppo tempo, deluso e infastidito da lui come lo è dal resto del mondo, prima di accorgersi che in fondo i due sono molto più simili di quanto non pensasse. Il titolo originale, che poi è anche quello del libro scritto da Sinan, si riferisce a una specie di pero selvatico che cresce sulle alture della provincia di Çanakkale (vicino alle rovine dell'antica Troia): l'albero è ovviamente una metafora del rapporto fra padre e figlio, sottolineandone le similitudini (anche a livello di testardaggine e spigolosità): in fondo non si dice che il frutto non cade mai troppo lontano dal fusto che l'ha generato? E in generale la natura, con i suoi ritmi e le sue stagioni (quasi l'intero film è girato in autunno, tranne alcune brevi scene invernali nel finale), pare essere l'ancora di salvataggio per chi non riesce proprio a sentirsi in sintonia con gli uomini di un mondo ipocrita e che sembra sempre cambiare in peggio (si pensi alle lunghe scene dialogo di Sinan con lo scrittore affermato, con il capocantiere, o con i due imam, attraverso le quali mette a confronto con gli altri la propria visione dell'arte, della società e della religione). Come spesso nei film di Ceylan, il fulcro di tutto sono la famiglia e i luoghi delle proprie origini, ai quali i suoi personaggi introspettivi e irrequieti, che accettino o meno la propria sconfitta, fanno inesorabilmente ritorno. Lo stile, lucido e formalmente elegante, è qui appena un po' più sporco (con occasionali flare o sfocature), ma nell'intensità generale si concede alcuni momenti onirici che confermano il carattere sognatore e visionario dei due protagonisti (vedi anche il doppio finale: cupo e pessimista, con il sucidio del giovane, oppure lieto e ottimista, con Sinan che decide di restare al fianco del padre per aiutarlo a trovare l'acqua nel pozzo nella vecchia fattoria di famiglia, che il genitore ha rimesso in sesto per ritirarcisi a vivere come pastore dopo essere andato in pensione). Nota di colore: il cavallo di legno che si vede nel film è il modello usato per le riprese del film "Troy" con Brad Pitt.

25 agosto 2018

Il piacere e l'amore (N. B. Ceylan, 2006)

Il piacere e l'amore (İklimler, aka Climates)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2006
con Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan
***

Visto in divx.

Durante una vacanza estiva, il fotografo İsa (Nuri Bilge Ceylan) rompe la relazione con Bahar (Ebru Ceylan, moglie del regista). Tornato a Istanbul, scopre di non riuscire a vivere da solo. E dopo aver inizialmente riallacciato i contatti con una vecchia amante, Serap (Nazan Kirilmis), decide di provare a riappacificarsi con Bahar, raggiungendola nel paese innevato dove la ragazza lavora per la produzione di una serie televisiva di cui è la direttrice artistica. Ma forse è troppo tardi... Ambientato in tre luoghi e in tre stagioni diverse (la costa di Kaş, presso Antalya, d'estate; la città di Istanbul, d'autunno; un remoto e innevato paesino nella provincia orientale di Ağrı, d'inverno), che simboleggiano le tre fasi sentimentali ed esistenziali contrapposte vissute dal protagonista (il desiderio di recuperare la propria indipendenza, l'inquietudine e il bisogno d'amore), un film delicato e contemplativo, fatto di silenzi, sguardi e tempi lunghi, dove alle poche parole si preferiscono le immagini (non a caso İsa, alter ego del regista come i protagonisti di altre sue pellicole, è un fotografo) con prolungati primi piani o inquadrature dei paesaggi, i suoni (la melodia di un carillon) e le atmosfere (le antiche rovine, una stanza d'albergo, un cimitero sotto la neve). I temi dell'incertezza e dell'indecisione, della felicità, della sincerità o del tradimento emergono con naturalezza, comunicando i sentimenti, la solitudine e la sofferenza dei personaggi senza bisogno di troppe parole. Il titolo italiano (quello internazionale è "Climates") è lo stesso del sottotitolo de "La ronde" di Max Ophüls.

26 dicembre 2017

Uzak (Nuri Bilge Ceylan, 2002)

Uzak (id.)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2002
con Muzaffer Özdemir, Mehmet Emin Toprak
***

Rivisto in DVD.

In cerca di un lavoro, magari a bordo di una delle tante navi che salpano dal porto, il giovane Yusuf (Emin Toprak) lascia il proprio paese in Anatolia e si fa ospitare a Istanbul dallo zio Mahmut (Muzaffer Özdemir), celebre fotografo. Il loro è un incontro/scontro fra due solitudini, diverse per età ed esperienza ma anche molto simili. Mentre una fitta coltre di neve imbianca la città, e mentre cominciano a sorgere i primi (e a volte semi-comici) disagi della convivenza, sia Mahmut che Yusuf vivono la propria crisi esistenziale. Il primo, affermato artista della fotografia (e forse alter ego di Nuri Bilge Ceylan: significativa l'affermazione che in gioventù sognava di diventare regista di "film alla Tarkovskij") che sembra portare un bagaglio troppo pesante sulle spalle, deve far fronte alla malattia della madre, alla partenza per l'estero della ex moglie, a una diffusa stanchezza per la propria vita e il proprio lavoro che lo ha irrimediabilmente inaridito (tanto che ormai ritrae solo marmi e piastrelle, anziché persone od oggetti animati); il secondo, al contrario, avrebbe tutta la vita davanti a sé, ma si trova come "bloccato", incapace non solo di trovare lavoro ma anche semplicemente di parlare a una ragazza. Un film che lentamente, attraverso sguardi e silenzi, scava nell'animo dei due personaggi – e nella loro difficoltà di comunicare o di instaurare rapporti umani – fondendo insieme gli aspetti psicologici ed estetici (meravigliosa la fotografia) e proseguendo il discorso che Ceylan aveva cominciato con "Kasaba" e "Nuvole di maggio" (dei quali è praticamente un sequel). La neve che imbianca le strade, i parchi e il porto è il perfetto scenario per i sentimenti congelati dei personaggi. A unire i due uomini, oltre all'infelicità sottotraccia, sono invece cose banali, discussioni e fraintendimenti, momenti di vita quotidiana, e la cattura di un topo (che esplicita la metafora fiabesca: Mahmut e Yusuf sono il topo di campagna e il topo di città). E forse, senza ammetterlo a loro stessi, si sostengono a vicenda, proprio come fanno i due strumenti solisti nel brano di Mozart (la sinfonia concertante per violino, viola e orchestra, K. 364) che funge da colonna sonora. Premiato a Cannes con il Grand Prix e il riconoscimento per la migliore interpretazione maschile (a entrambi gli attori, postumo per Toprak che era appena scomparso in un incidente stradale). Il titolo significa "distante".

10 ottobre 2017

Tempo d'amare (Mohsen Makhmalbaf, 1990)

Tempo d'amare, aka I giorni dell'amore (Nobat e Asheghi)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Turchia 1990
con Shiva Gered, Abdurrahman Palay
**

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), in originale con sottotitoli.

Tre varianti della stessa storia. Nella prima, la bella Ghozal (Shiva Gered) è sposata a un tassista (Menderes Samancilar) ma è innamorata di un giovane lustrascarpe (Aken Tunj), che vede clandestinamente in un cimitero. Testimone dei loro incontri è un uomo anziano (Abdurrahman Palay) che si reca fra le tombe per ascoltare in silenzio i suoni della natura e degli uccelli. Quando l'uomo rivela al marito di Ghozal la sua infedeltà, questi ucciderà il rivale e sarà condannato a morte, mentre Ghozal si avvelenerà. Nella seconda storia, i ruoli del marito e dell'amante sono scambiati: il risultato finale, però, è lo stesso. Infine, nella terza variante, torniamo alla situazione iniziale. Ma stavolta, anziché la gelosia e la violenza, prevarranno la compassione e l'amore. Curioso esperimento di storia "a bivi" (che ricorda, se vogliamo, i cortometraggi didattici di Kiarostami), nel solco di "Ombre ammonitrici" e "Destino cieco" (in seguito, naturalmente, ci saranno anche "Sliding doors" e "Lola corre"). Qui, però, tutto sembra fine a sé stesso e non suscita particolari riflessioni, anche perché nessuno dei personaggi (salvo forse il tassista) viene approfondito. Girato a Istanbul, il film è una co-produzione turco-iraniana. Abdurrahman Palay, che interpreta il vecchio con l'apparecchio acustico (quando se lo toglie, il film diventa muto), era un celebre e veterano attore turco di cinema e di teatro. Fra i temi ricorrenti spicca ovviamente quello della rinascita, strettamente collegato al mare (i pesci morti rigettati in acqua tornano a vivere, il tassista condannato a morte chiede di essere sepolto in mare perché così si reincarnerà).

12 ottobre 2016

Kasaba (Nuri Bilge Ceylan, 1997)

The Small Town (Kasaba)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 1997
con Mehmet Emin Toprak, Emin Ceylan
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film che segna l'esordio di Nuri Bilge Ceylan è praticamente autobiografico. Il soggetto è del padre Emin Ceylan, presente anche come attore, così come la madre Fatma e il nipote Mehmet Emin Toprak: e proprio ai due genitori è dedicata la pellicola. Girata in bianco e nero con un ritmo lento e contemplativo, più che raccontare una storia intende descrivere un ambiente, al tempo stesso sociale e naturale, quello del piccolo villaggio dell'Anatolia dove il regista è cresciuto e dove vive la sua famiglia. È un tuffo nei ricordi, nelle riflessioni, nella rievocazione del passato e nell'osservazione del rapporto fra l'uomo e la natura (evidente soprattutto nelle scene con i due bambini, Ali e Asiye, dal cui punto di vista è narrata tutta la vicenda). Il film è diviso in quattro parti, ambientate nelle diverse stagioni. La prima riporta alla memoria una fredda e pigra giornata d'inverno a scuola, fra buffi eventi (una scivolata sul ghiaccio, uno studente che arriva in ritardo e ricoperto di neve) e piccole umiliazioni (la merenda, portata da casa, andata a male). La seconda mostra i due bambini giocare nel prato e nel bosco, alla scoperta della natura, degli animali e della crudeltà (Ali che capovolge la tartaruga). Nella terza, un picnic di famiglia sotto le stelle, i due bambini sono testimoni dei complessi discorsi degli adulti sulla vita, la morte, il passato e le difficili scelte da compiere: l'irrequieto Saffet (Toprak), nipote del regista, è appena tornato da militare, e come il suo padre ormai defunto si sente fuori posto a casa, ma al tempo stesso condivide con lo zio (che dopo alcune esperienze all'estero ha scelto di tornare nel villaggio) il senso di appartenenza alla comunità (e a quella stessa società, fondata sulla famiglia, le cui regole venivano recitate dagli alunni a scuola nella prima sequenza). Il nonno, dal canto suo, rievoca molti episodi della sua lunga vita. Infine, il film si conclude con una scena casalinga, che ondeggia fra sogno e realtà. Il tutto ricorda a tratti Tarkovskij, ma pone anche le basi per le pellicole successive di Ceylan, che indagheranno in maniera sempre più profonda i rapporti fra gli uomini e la società in cui vivono (e alcune delle quali, come "Nuvole di maggio" e "Uzak", ne saranno quasi il seguito). L'affascinante fotografia (con le sue belle immagini in bianco e nero) e l'intensità degli interpreti (non tutti professionisti, come detto), concorrono alla riuscita di un'opera prima insolita e interessante, anche se forse più nelle singole sequenze che nell'insieme.

16 aprile 2015

Il padre (Fatih Akin, 2014)

Il padre (The cut)
di Fatih Akin – Germania/Francia/Canada 2014
con Tahar Rahim, Makram Khoury
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

L'odissea personale di Nazaret Manoogian (Tahar Rahim), fabbro della comunità armena di Mardil (città oggi nel nord dell'Iran, allora nell'Impero Ottomano) e giovane padre di due gemelle che nel 1915, quando la Turchia entra nella prima guerra mondiale, è costretto ad abbandonare la propria casa e la propria famiglia. Sopravvissuto al genocidio del suo popolo da parte dei soldati ottomani, e dopo aver perso la voce (per via di una ferita alla gola) e la fede in Dio (per aver assistito a troppi orrori), al termine della guerra troverà una nuova ragione di vita nella ricerca delle sue figlie, scampate allo sterminio di cui è rimasto vittima il resto della famiglia. Le loro tracce lo porteranno sempre più lontano: dapprima a Cuba e poi negli Stati Uniti. Il primo film di Akin ambientato nel passato è anche il suo lavoro finora più ambizioso, una coproduzione internazionale che il regista sceglie di dedicare al suo "maestro Martin Scorsese". Attraverso la rappresentazione di un dramma privato (il punto di vista è sempre quello del protagonista, che peraltro, essendo muto, non può condividere con lo spettatore i propri pensieri), illustra quello di un intero popolo (le comunità armene cristiane che abitavano nelle regioni dell'Anatolia orientale), soggetto alla deportazione, all'eliminazione e – per i sopravvissuti – all'esilio e alla diaspora. Dedicare un film a quel massacro, di cui proprio quest'anno cade il centenario e che il cinema in passato ha solo sfiorato (vedi "Il ribelle dell'Anatolia" di Elia Kazan), è sicuramente giusto e importante. Ma artisticamente non tutto funziona al meglio: schiacciata dal peso delle sue (buone) intenzioni, la pellicola scorre sui binari di una sceneggiatura fin troppo lineare, che alterna scene memorabili (da segnalare quella nel campo profughi, in cui Nazaret ritrova la cognata che gli chiede di porre fine alle sue sofferenze, e quella in cui assiste ad Aleppo a una comica di Charlie Chaplin, "Il monello", sequenza che ricorda il finale de "I dimenticati" di Sturges) ad altre più didascaliche o melodrammatiche, all'insegna di un'epica prolissa e retorica da kolossal vecchio stile. Per raccontare gli orrori della crudeltà umana, il regista sceglie la via più facile: li mostra sullo schermo direttamente e senza filtri. E se stragi e massacri colpiscono allo stomaco per il loro realismo, i momenti onirici (in cui la moglie e le figlie di Nazar giungono a dargli conforto) risultano forzati e fuori luogo. Il lungo viaggio di Nazar è punteggiato da una serie di incontri decisivi, a seconda dei casi buoni o cattivi: i tagliagole, il soldato che lo risparmia, i disertori, i beduini, il mercante di sapone (una sorta di Schindler siriano, che ospita i rifugiati nella sua fabbrica), il barbiere cubano, gli operai delle ferrovie, e così via. In positivo, oltre agli scenari di mezzo mondo (dai deserti del medio oriente alle nevi del North Dakota, passando per le strade di Cuba e le paludi della Florida), da segnalare la suggestiva colonna sonora di Alexander Hacke, che fonde musica elettronica e brani popolari della cultura armena. Il titolo originale, che recita "Il taglio", non si riferisce solo alla ferita che rende muto il protagonista, alla sua forzata separazione dalla famiglia e dalla patria, o alla "rottura" con Dio (concetti, questi, che pure "Il padre" potrebbe esprimere), ma anche direttamente al genocidio armeno, una profonda ferita inflitta all'umanità intera. L'attore protagonista si era già visto ne "Il profeta" di Audiard. Alla sceneggiatura c'è anche Mardik Martin, già collaboratore del citato Scorsese. Pur essendo di origine turca, Akin lavora in Germania: altrimenti non avrebbe avuto modo di realizzare un film del genere, visto che la Turchia non riconosce tuttora la reale portata dello sterminio.

17 giugno 2014

Il regno d'inverno (Nuri Bilge Ceylan, 2014)

Il regno d'inverno - Winter sleep (Kış uykusu)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2014
con Haluk Bilginer, Melisa Sözen
***1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il benestante Aydin, ex attore di teatro, gestisce un suggestivo albergo scavato nella pietra fra le colline della Cappadocia ed ereditato dai genitori, dove vive con la giovane e bella moglie Nihal e con la sorella Necla. Intellettuale dall'indole bonaria, ma misantropo in fondo all'anima, è apparentemente benvoluto da tutti: progetta da diverso tempo di redigere un saggio sulla storia del teatro turco, e nel frattempo cura una rubrica su un giornale locale ("Voci della steppa") nella quale si ritiene in diritto di pontificare con un certo snobismo sulla vita dei poveri abitanti della valle sottostante (compresi gli inquilini di diverse case di sua proprietà) in ragione della sua cultura e del suo maggior senso estetico. Mentre iniziano a cadere le prime nevi dell'inverno e gli ultimi turisti lasciano l'albergo, le tensioni con la moglie (che pur di trovare una propria ragione di vita si dedica alla beneficenza), con la sorella (a modo suo filosofa e idealista) e con gli abitanti della valle raggiungono un punto di non ritorno. Lungo (oltre tre ore e un quarto) ma rigoroso e avvincente nel suo studio dei personaggi (la caratterizzazione psicologica emerge lentamente attraverso lunghi dialoghi e continui confronti), il nuovo film di Nuri Bilge Ceylan è finalmente valso al talentuoso regista turco la Palma d'Oro al Festival di Cannes, dopo che con i lavori precedenti aveva già ricevuto due Grand Prix ("Uzak" e "C'era una volta in Anatolia") e un premio alla miglior regia ("Le tre scimmie"). I magnifici paesaggi della Cappadocia, i dialoghi densi ma anche fluidi che mettono a confronto le differenti personalità (la sceneggiatura "cechoviana" è il vero punto di forza della pellicola), lo scavare lentamente nelle psicologie per portare alla luce i rispettivi punti di vista e i difetti presenti in ciascuno di essi (non c'è divisione fra buoni e cattivi, o fra giusto e sbagliato: abbiamo a che fare con personaggi "veri", con tutte le loro ambiguità e sfaccettature, e in cui non è difficile identificarsi) donano un sapore esistenzialista a una vicenda peraltro non priva di metafore (il cavallo selvaggio che Aydin fa catturare per il beneficio dei turisti, e al quale poi sceglie di restituire la libertà; il titolo stesso della pellicola, dove l'inverno è quello dell'anima del protagonista). I personaggi sono mossi da presunzione, rassegnazione, ostinazione e orgoglio (su tutte spicca la scena dell'inquilino moroso che sceglie di bruciare il denaro ricevuto da Nihal come elemosina) e i piccoli episodi della vita di tutti i giorni riflettono, fra le pieghe e le sfumature, la complessità delle loro anime. Alla fine, la riflessione o il pentimento potranno condurre al perdono e alla catarsi (e Aydin potrà cominciare il suo libro). Ottima anche la confezione, come Ceylan ci aveva abituati nei precedenti lavori: da elogiare in particolare l'avvolgente fotografia di Gökhan Tiryaki e la colonna sonora minimalista, che si appoggia sul malinconico secondo movimento della sonata in la maggiore di Schubert.

15 giugno 2012

C'era una volta in Anatolia (N. B. Ceylan, 2011)

C'era una volta in Anatolia (Bir zamanlar Anadolu'da)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2011
con Muhammet Uzuner, Yilmaz Erdoğan
***1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Tre auto si muovono a fari accesi nell'oscurità, sulle strade sterrate delle colline e delle desolate campagne dell’Anatolia centrale (ci troviamo nella remota provincia di Kirikkale), attraversando campi arati o incolti, piantagioni di ulivi e villaggi sperduti. A bordo – fra gli altri – ci sono il commissario Nuci (Yılmaz Erdoğan), il medico Cemal (Muhammet Uzuner) e il procuratore Nusret (Taner Birsel), che scortano due fratelli arrestati per omicidio: uno di questi, Kenan (Fırat Tanış), ha promesso di condurli fino al luogo dove è sepolto il cadavere della loro vittima, ma non ricordandosi con precisione la località finisce per costringere gli uomini della scorta a una lunga odissea notturna, che terminerà soltanto all’alba. Più che un poliziesco sui generis, un film corale e di grande fascino ed atmosfera, costruito attorno a un minuscolo fatto di cronaca (di cui peraltro non tutto ci viene rivelato), che ritrae un nucleo di figure complesse e sfaccettate in un forte crescendo narrativo e cinematografico. La sceneggiatura cesella con lievi tocchi le psicologie dei numerosi personaggi, rinchiusi in una sorta di limbo o sul ciglio di un abisso: ad alcuni è dato giusto qualche breve “momento di gloria” (l’autista Arap, il comandante militare, lo stesso sospettato Kenan), mentre altri (il commissario, il procuratore, il medico) assurgono al ruolo di veri protagonisti: tutti hanno un doloroso passato da raccontare – o magari da tenere segreto – e un difficile presente da vivere, e le loro storie personali si inseriscono con grande naturalezza all’interno della vicenda comune. Molti i dialoghi che si sovrappongono nel corso della notte: si parla o si filosofeggia di futilità (lo yogurt di bufala, il nuovo cimitero del villaggio, gli strumenti in dotazione all’ospedale), di lavoro, di problemi famigliari (malattie, matrimoni, morti, divorzi); si fanno battute ("Così non si entra nell'Unione Europea!"), ci si vanta di assomigliare a Clark Gable, affiorano malumori, frustrazioni, rimorsi, sensi di colpa ("In fin dei conti, chiunque si suicidi lo fa per punire qualcun altro"). E mentre la notte è sferzata dal vento, dai lampi, dalla pioggia e dalla tempesta, non mancano gli squarci soprannaturali: fa pensare a Tarkovskij, per esempio, la scena del cane del morto (un pastore tedesco) che si ripresenta sulla fossa dove è stato sepolto il suo padrone, come un messaggero che collega il mondo dei vivi con quello dei defunti. Se dobbiamo trovare un difetto a un film nel complesso assai riuscito, è probabilmente l’eccessiva lunghezza (quasi due ore e mezza): l’ultima parte, quella che ci conduce fino all’autopsia, poteva forse essere un po’ sforbiciata. Ma è evidente che Ceylan, da vero artista, non può essere imbrigliato e ha realizzato il suo film inserendovi tutti gli spunti che gli provenivano da varie direzioni (da Tarantino a Cechov, per non parlare del titolo che scherza con l’epica alla Sergio Leone). Fra le tante scene memorabili, brilla di luce propria – è davvero il caso di dirlo! – quella in cui la figlia del sindaco porta il tè agli uomini che attendono nell’oscurità, illuminando con la lanterna e la propria presenza “angelica” l’ambiente e l’animo dei presenti. Tutti rimangono colpiti da lei, e Kenan addirittura vede il fantasma dell’uomo ucciso. Magnifica, come sempre nei lavori del regista turco, la fotografia, qui rivolta soprattutto alla resa dei paesaggi notturni (con quelle luci – così abbaglianti – delle vetture che illuminano la strada). Fra gli interpreti spicca l’intenso Uzuner nella parte del medico, carico di malinconici segreti, che nel finale si concede un profondo sguardo in camera. Una possibile lettura che mi è sorta in mente mentre vedevo il film, probabilmente nemmeno pensata o voluta dal regista, è cristologica: gli uomini che si muovono a bordo delle tre vetture sono in tutto tredici (i due arrestati, il commissario e un agente, il procuratore e il suo assistente, il medico, i due militari, i due uomini con le pale, i due autisti); e Kenan, che si autoaccusa del delitto (quando è evidente che è stato commesso dal fratello ritardato), è un Cristo che si sacrifica per espiare le colpe altrui: unico con i capelli lunghi e la barba, al momento dell’arresto viene insultato dalla folla che gli tira addosso anche delle pietre; se si aggiungono la sua affermazione di essere il “padre” anche del figlio della sua vittima, l’apparizione soprannaturale del morto, la visione “angelica” della figlia del sindaco, l’ambientazione medio-orientale (i campi pietrosi e gli ulivi) e le varie tappe del viaggio notturno che configurano una sorta di “via crucis”, direi che le suggestioni in tal senso non mancano!

24 febbraio 2010

La sposa turca (Fatih Akin, 2004)

La sposa turca (Gegen die Wand)
di Fatih Akin – Germania/Turchia 2004
con Birol Ünel, Sibel Kekilli
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ginevra, Ilaria e Giuseppe.

Quarto lungometraggio di Akin, è il film che ha dato al regista turco-tedesco la notorietà internazionale (ha vinto, fra l'altro, l'Orso d'Oro al festival di Berlino), segnalandolo come uno dei talenti europei più interessanti degli ultimi anni. Si svolge ad Amburgo, la città natale del regista, e ha come protagonisti due dei tantissimi turchi che vivono in Germania: ma non si tratta di una pellicola a sondo sociale o su temi come l'immigrazione e la multietnicità, bensì della storia di una risalita dall'inferno, con la descrizione di due personaggi alla disperata ricerca della felicità e dell'equilibrio personale. Il quarantenne Cahit e la ventenne Sibel si conoscono infatti in una clinica, dove sono entrambi ricoverati dopo aver tentato il suicidio: lui per sfuggire a un doloroso passato, lei come sfida verso i genitori tradizionalisti che le impediscono di uscire e divertirsi. La ragazza chiede all'uomo di sposarla, un matrimonio di comodo per poter lasciare la casa di famiglia e permettersi quello che più le piace: l'alcol, il fumo, la droga e il sesso. Ma la convivenza fra i due li porterà pian piano ad avvicinarsi. Proprio quando Cahit sembra aver finalmente superato il proprio rifiuto della vita, però, finirà in carcere per aver ucciso accidentalmente un amico. Nel frattempo Sibel si trasferirà a Istanbul, dove troverà la pace con un nuovo compagno. Uscito di galera, Cahit si recherà a cercarla, ma Sibel saprà resistere alla tentazione di fuggire con lui e all'uomo non resterà che partire per la propria città natale e tornare alle proprie radici. Attraverso due vite, due mondi, due paesi e due esistenze, il film mostra un percorso difficile e pieno di ostacoli: Sibel e Cahit passano rispettivamente dalla trasgressione e dall'autodistruzione a una nuova consapevolezza della propria vita. Molto belli e incisivi i volti dei due protagonisti, e notevole la colonna sonora. Il titolo originale significa "Contro il muro", con riferimento agli istinti suicidi dei due protagonisti.

26 settembre 2008

Kebab connection (Anno Saul, 2004)

Kebab connection
di Anno Saul – Germania 2004
con Denis Moschitto, Nora Tschirmer
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

In un ristorante di kebab ad Amburgo, due uomini si affrontano a colpi di spada e arti marziali per contendersi l'ultimo panino rimasto. Il violento scontro si dipana fra ralenti alla John Woo, riprese alla Tsui Hark e musica da wuxiapian: ma si tratta soltanto di uno spot pubblicitario che il giovane Ibrahim, detto "Ibo", turco-tedesco di seconda generazione nonché cineasta dilettante e appassionato di film orientali, ha girato per il ristorante dello zio. Lo spot è un successo e il locale si riempie, con grande scorno del proprietario della taverna greca che si trova proprio di fronte. Ma Ibo, che spera di girare un giorno "il primo film di kung fu tedesco", fatica a concentrarsi sul cinema perché ha altri problemi per la testa, ben più pressanti: la sua ragazza, Titzi, è rimasta incinta e lui non sa se è pronto per diventare padre. Come se non bastasse, la famiglia lo ripudia perché ha scelto una ragazza tedesca e non turca, e il rapporto con Titzi sembra precipitare a più riprese. Sceneggiata fra gli altri da Fatih Akin, futuro regista di ottimi film come "La sposa turca" e "Ai confini del paradiso", è una commedia romantica e multietnica (con un'insolita commistione culturale turco-tedesco-cinese), che illustra in maniera forse un po' ingenua ma frizzante il microcosmo degli immigrati turchi in Germania (in maniera non dissimile dai quei film britannici che ritraggono le comunità indiane e pakistane) e che attorno ai personaggi principali ne fa agire molti altri: la coinquilina di Titzi, Nadine, impegnata a superare un difficile esame di ammissione a una scuola di teatro; gli amici di Ibo, il vegetariano Ela (che ha aperto un take-away arabo) e il tedesco Valid (che si innamora in una ragazza-madre italiana); Stella, la disinibita nipote del proprietario del ristorante greco; il padre di Ibo, tassista burbero ma in fondo buono; altri parenti assortiti; un gruppo di teppisti che terrorizza il quartiere e i proprietari dei negozi; e persino Bruce Lee, punto di riferimento spirituale del protagonista, in un'apparizione onirica.

13 giugno 2008

Le tre scimmie (Nuri Bilge Ceylan, 2008)

Le tre scimmie (Üç maymun)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2008
con Yavuz Bingol, Hatice Aslan
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Di Nuri Bilge Ceylan avevo visto finora soltanto "Uzak", che mi era piaciuto molto. Anche questo film è interessante e riflessivo come quello, ma forse mi aspettavo qualcosa di più (o semplicemente, non sono riuscito a immedesimarmi nei personaggi e nella loro solitudine come con il lungometraggio precedente). La pellicola racconta la storia di una famiglia i cui complessi rapporti vengono soffocati da silenzi, incomprensioni e mancanza di sincera comunicazione: padre, madre e figlio si comportano come le famose "tre scimmiette" che non vedono, non parlano o non sentono, subendo senza reagire le vicissitudini della vita. Il padre accetta di assumersi la responsabilità di un incidente automobilistico provocato dall'uomo per il quale lavora, candidato alle imminenti elezioni politiche. Mentre lui è in galera, la moglie avvia una relazione clandestina con lo stesso politico, inizialmente soltanto con l'intenzione di chiedergli il denaro che il figlio desidera per acquistare un'automobile, poi anche per amore o forse solo per noia; quando l'uomo vorrà troncare il rapporto, sarà proprio il figlio della coppia a intervenire in maniera drastica. La regia (premiata a Cannes) e la fotografia (splendida la scena finale) sono senza dubbio di alto livello, ma la storia procede troppo lenta e l'attenzione dello spettatore finisce con latitare in più punti.

17 giugno 2007

Yumurta (S. Kaplanoglu, 2007)

Yumurta
di Semih Kaplanoglu – Turchia/Grecia 2007
con Nejat Isler, Saadet Aksoy
**

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Un altro film turco, stavolta sullo stile di Nuri Bilge Ceylan. Il protagonista, Yusuf, ex poeta e ora libraio a Istanbul, torna nel paese d'origine per il funerale della madre. Intende trattenersi soltanto una notte, ma poi comincia a rinviare la partenza di giorno in giorno. Incontra parenti, amici, sconosciuti, e riscopre un po' sé stesso. Un film lento e con poco da dire, ma girato con un bello stile, un buon montaggio e una certa attenzione alle inquadrature. Un po' turistico, forse, come certi film iraniani, ma nel complesso piacevole. Il titolo originale significa "Uovo": la pellicola sarà seguita da altre due, "Süt" ("Latte") e "Bal" ("Miele"), con cui forma una trilogia dedicata allo stesso personaggio, di cui racconta la vita a ritroso.

16 giugno 2007

Ai confini del paradiso (F. Akin, 2007)

Ai confini del paradiso (Auf der anderen Seite)
di Fatih Akin – Germania/Turchia 2007
con Baki Davrak, Nurgul Yesilcay
***

Visto al cinema Anteo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Quando il suo anziano padre sessuomane uccide accidentalmente una prostituta, un professore turco che insegna tedesco ad Amburgo torna a vivere in patria in cerca della figlia della donna. Costei però è una terrorista di sinistra che è dovuta fuggire proprio in Germania, a sua volta in cerca della madre. Dall'ottimo regista de "La sposa turca", un altro bel film sui rapporti fra tedeschi e turchi (la Germania è il paese europeo dove ci sono più immigrati turchi), una pellicola corale che si dipana su più piani, la cui struttura ricorda addirittura "Pulp Fiction": c'è infatti un prologo che ritorna nel finale acquistando soltanto allora il proprio significato, mentre il resto del film è diviso in tre sezioni che si interlacciano cronologicamente, riportando in vita alcuni personaggi che nel frattempo abbiamo già visto morire. I titoli delle prime due sezioni sono inoltre "spoilerosi", in quanto anticipano la morte di due personaggi prima ancora che questi facciano la loro apparizione nel film: e la cosa aggiunge una tensione incredibile, visto che lo spettatore si attende continuamente che si verifichi il fattaccio. Le vicende dei protagonisti, legate talvolta a loro insaputa, sono dilatate nel tempo e nello spazio, si incrociano più volte e si "mancano" altrettante volte, fra personaggi che sembravano minori e invece acquistano importanza (Lotte e sua madre, per esempio, quest'ultima interpretata da Hanna Schygulla). Vivi e morti fanno la spola, in una direzione o nell'altra, fra Germania e Turchia, fra Brema e Istanbul, fra Amburgo e il Mar Nero, cambiando la propria vita e quella degli altri. Pur sfiorando temi sociali e politici, il film intende mettere in scena soprattutto l'amore, nelle sue varie forme: fra uomini e donne, fra prostitute e clienti, fra ragazze e, non ultimo (anzi, in primo piano), quello fra genitori e figli. Un film bello e riconciliante, che testimonia del buon momento sia del cinema tedesco (si pensi a "Le vite degli altri") sia di quello turco (si pensi a Nuri Bilge Ceylan).