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19 agosto 2023

Megan (Gerard Johnstone, 2022)

Megan (M3GAN)
di Gerard Johnstone – USA 2022
con Allison Williams, Violet McGraw
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Gemma, progettista di giocattoli iper-tecnologici, mette a punto un'innovativa (e inquietante) bambola robot, M3GAN (sigla che sta per Model 3 Generative Android), dotata di intelligenza artificiale, che può essere programmata per diventare la "migliore amica" della bambina cui viene abbinata. E non solo giocare con lei, ma prendersene cura nel tempo libero come una baby sitter (di fatto sostituendo i genitori) e proteggerla da ogni possibile pericolo... Quando la donna sperimenta il prototipo facendolo abbinare alla sua nipotina Cady, di cui ha assunto la custodia dopo la morte dei suoi genitori, le cose però non vanno come previsto. Da un lato la bambola, infatti, prende alla lettera il compito di proteggere la bambina, giungendo persino a uccidere chi la minaccia (dal cane della vicina a un bullo del campo scuola), dall'altro la stessa Cady diventa talmente dipendente dalla sua nuova amica da rifiutare ogni altra interazione con il mondo esterno... L'interessante soggetto (di James Wan) non è, a ben vedere, così originale: sembra quasi un mix fra "Small Soldiers" e le tante pellicole horror sulle bambole (come "Chucky la bambola assassina"). Ma supera i limiti della convenzionalità quando preferisce concentrarsi sugli aspetti emotivi e psicologici legati alla genitorialità, alla crescita, al lutto, e anche – e qui forse sta la principale novità – all'eccessivo affidamento alla tecnologia nella vita di tutti i giorni. Delude invece sul fronte puramente horror, anche perché la regia ha quasi timore di mostrare in maniera esplicita le scene cruente, lasciandole spesso fuori campo (una caratteristica di molto cinema dell'orrore moderno, se confrontato con quello degli anni ottanta, per esempio). La prova della protagonista Allison Williams convince poco: molto meglio la bambina (Violet McGraw). Già in cantiere un sequel.

20 maggio 2023

La guerra ed il sogno di Momi (S. de Chomón, 1917)

La guerra ed il sogno di Momi
di Segundo de Chomón – Italia 1917
con Stellina Toschi, Alberto Nepoti
***

Visto su YouTube.

Rimasto impressionato dalla lettera inviata a casa dal padre (Alberto Nepoti), ufficiale italiano che sta combattendo al fronte contro gli austriaci nella prima guerra mondiale, il piccolo Momi (Stellina Toschi) sogna una vera e propria guerra fra i suoi giocattoli preferiti, i due burattini Trik e Trak, ciascuno dei quali è alla guida di un esercito di propri alter ego. "Remake" esteso del cortometraggio "Il sogno del bimbo d'Italia" del 1915, questo mediometraggio è uno dei capolavori del regista spagnolo Segundo de Chomón, specialista degli effetti speciali che da qualche anno si era trasferito in Italia, dove aveva collaborato anche al kolossal "Cabiria" di Pastrone. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti: nella prima, di una quindicina di minuti, viene raccontato un episodio della guerra "reale", sulle Alpi, in cui gli uomini guidati dal padre di Momi salvano un pastorello e sua madre dai nemici che avevano occupato la loro casa. L'episodio è realistico, anche grazie alle riprese in esterni sulla montagna innevata. Il pezzo forte, però, è il secondo segmento, quello del sogno di Momi, dove Chomón dà sfogo alla sua fantasia con echi del cinema di Méliès. I due eserciti di giocattoli (di fatto è un "Toy Story" ante litteram!) si scontrano nelle trincee ma danno vita anche a una guerra non convenzionale, con armi fantascientifiche (il cannone Kolossal) e chimiche (fumi di gas asfissiante, che viene risucchiato e "imbottigliato" dagli avversari), per non parlare di una battaglia aerea fra biplani e dirigibili, con tanto di bombardamento sui villaggi sottostanti e un incendio che viene spento... con una bottiglia di selz. L'animazione in stop motion (tecnica che Chomón aveva già utilizzato più volte in passato, per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" o nel seminale "L'hotel elettrico" del 1908) è assolutamente pregevole per l'epoca, ma quello che stupisce è la portata – e la lunghezza – del segmento animato, che dura quasi mezz'ora. Il che ne fa un caposaldo imprescindibile del nascente cinema di animazione. E rispetto alle fonti di ispirazione ("Il sogno del bimbo d'Italia", ma anche l'ancor precedente "Il sogno patriottico di Cinessino", che però non prevedeva una sequenza a passo uno con i giocattoli), il libero sfogo della fantasia ha assolutamente predominanza sui temi patriottici e propagandistici, cosa curiosa se pensiamo che eravamo in pieno conflitto (ma nemmeno tanto: dopo due anni di guerra, in molti era ormai subentrata una certa disillusione e un rifiuto della retorica bellica degli inizi).

19 maggio 2023

Il sogno del bimbo d'Italia (R. Cassano, 1915)

Il sogno del bimbo d'Italia
di Riccardo Cassano – Italia 1915
con Eraldo Giunchi
*1/2

Visto su Teca Tv.

Quando il padre parte per combattere contro gli austriaci nelle trincee della Grande Guerra, il piccolo Cinessino (Giunchi) consola la madre affranta. Più tardi, giocando con i suoi soldatini, si addormenta sognando di essere un generale che li conduce alla vittoria. Il suo sogno si avvererà con il ritorno a casa del padre, ferito ma decorato per essersi fatto valere in battaglia. Distribuito a ottobre, è quasi un "remake" del precedente "Il sogno patriottico di Cinessino" (uscito ad aprile, dunque prima che l'Italia entrasse in guerra, e ambientato perciò in Libia). Oltre che per un tono leggermente meno patriottico e più focalizzato sui rapporti famigliari, questo corto si distingue dal precedente per la sequenza del sogno del bambino, in cui assistiamo a scene di battaglia animate a passo uno con soldatini, barche, treni e aerei giocattolo. L'intera sequenza dura poco più di un minuto ed è molto rozza e amatoriale, ma servirà da base per lo spagnolo Segundo de Chomón quando, nel 1917, realizzerà l'eccellente (e più sofisticato) "La guerra ed il sogno di Momi". Nel complesso, questo corto rimane interessante come documentazione dei primi modi in cui l'industria dell'intrattenimento e della cultura italiana guardava al conflitto appena scoppiato.

26 novembre 2021

The Lego Movie 2 (Mike Mitchell, 2019)

The Lego Movie 2 - Una nuova avventura
(The Lego Movie 2: The Second Part)
di Mike Mitchell [e Trisha Gum] – USA/Danimarca 2019
animazione digitale
***

Visto in TV (Netflix).

Era difficile fare un seguito all'altezza di "The Lego Movie", uno dei più brillanti film di animazione degli ultimi anni, ma Phil Lord e Christopher Miller (che stavolta lasciano la regia nelle competenti mani di Mike Mitchell, limitandosi ai ruoli di sceneggiatori e produttori) ci sono riusciti. E visto che il finale del lungometraggio precedente ne svelava la reale natura (si trattava soltanto del gioco di un bambino con i pezzi del suo Lego), è proprio da lì che si riparte. Stavolta il piccolo Finn deve vedersela con sua sorella minore Bianca, che vuole giocare con lui. E così gli alieni fatti di Duplo invadono il suo mondo e ne "rapiscono" alcuni personaggi, portandoli con sé nel Sistema Sorellare. Naturalmente Emmet parte al loro salvataggio, aiutato dall'avventuriero spaziale Rex (una parodia di tutti i personaggi interpretati dal doppiatore Chris Pratt), mentre Wyldstyle, Batman, Unikitty e gli altri amici si trovano ad affrontare creature bizzarre e glitterate, cercando al contempo di evitare che si verifichi il catastrofico Armammageddon (ovvero la rabbia della mamma che metterà fine al gioco se i due figli litigheranno troppo)... Anche se le carte sono più scoperte, con numerose scene girate in live action che punteggiano la pellicola (Maya Rudolph è la madre, mentre del padre – Will Ferrell – si sente solo la voce fuori campo), l'avventura e il divertimento continuano a non mancare, soprattutto perché le dinamiche del gioco (e quelle fra fratelli) non smettono di guidare una narrazione che non si prende mai sul serio e che stavolta viene creata da due immaginazioni che si scontrano fra loro – cambiando continuamente la prospettiva e le carte in tavola – anziché da una sola. Anzi, è interessante notare le differenze fra il modo di giocare di Finn, che vorrebbe essere duro, adulto e post-apocalittico, e quello "femminile" della sorella (che essendo più piccola, non si fa problemi a contaminare l'universo Lego con altri giocattoli o materiali, come adesivi e brillantini). I temi a questo giro sono quelli della crescita, della cooperazione, dell'accettare una parte diversa di sé (non sempre essere cupi e cool a oltranza è la scelta giusta), e che "non tutto è meraviglioso" (ribaltando, o aggiornando, il messaggio-tormentone del primo film). A tratti ci si commuove persino (come quando la frase "Avete cominciato voi" acquista improvvisamente un nuovo significato). Quanto al lato citazionistico, da segnalare la comparsata di Bruce Willis, i riferimenti ai film sui viaggi nel tempo e quelli a tutti gli attori che hanno interpretato Batman. Orecchiabili (e spassosissime) le canzoni, come "La canzone che ti resta in testa" e, soprattutto, quella della Regina "Non cattiva". All'inizio del film, una frase ("Batman è partito per un'avventura per conto suo") fa riferimento allo spin-off ("Lego Batman - Il film") uscito nel frattempo.

3 agosto 2021

Zathura - Un'avventura spaziale (Jon Favreau, 2005)

Zathura - Un'avventura spaziale (Zathura: A Space Adventure)
di Jon Favreau – USA 2005
con Jonah Bobo, Josh Hutcherson
**1/2

Visto in divx.

Ignorato o vessato dal fratello maggiore Walter (Josh Hutcherson), il piccolo Danny (Jonah Bobo) comincia una partita a un vecchio e misterioso gioco da tavolo trovato in cantina, "Zathura", che trasporterà magicamente lui e il fratello – nonché la sorella teenager Lisa (Kristen Stewart) – in una movimentata "avventura spaziale". La loro intera casa si troverà infatti a vagare alla deriva nel vuoto cosmico, e ogni turno del gioco porterà con sé pericoli "fantascientifici" di vario tipo (piogge di meteoriti, robot impazziti, alieni ostili...). Il soggetto è praticamente lo stesso di "Jumanji", solamente traslato di genere (dal safari africano alla fantascienza anni '50), e la cosa non deve stupire: il film è infatti tratto da un libro illustrato dello stesso autore, Chris Van Allsburg, che in originale esplicitava fra l'altro l'appartenenza di entrambi i giochi al medesimo "universo" (cosa che invece la pellicola ignora: qui il mood è più un incrocio fra "I Goonies" e "Guerre stellari", con un pizzico di "Guida galattica per gli autostoppisti"). Altrettanto movimentato del precedente, ma forse più infantile e meccanico, il lungometraggio ha il suo punto di forza nella relazione fra i due fratelli, che non vanno d'accordo per via della differenza di età (Danny ha sei anni, Walter dieci) ma che impareranno a "giocare insieme" e ad avere fiducia l'uno nell'altro: la loro caratterizzazione è piuttosto realistica, anche se la cosa può risultare fastidiosa (Danny si comporta proprio come un bambino piccolo). Il resto lo fanno gli effetti speciali, non solo digitali ma anche "vecchio stile", come modellini e costumi: il make-up degli alieni Zorgon è opera di Stan Winston, come pure la copia "congelata" di Kristen Stewart. La storia si svolge praticamente tutta all'interno della casa. Dax Shepard è "l'astronauta", personaggio equivalente a quello interpretato da Robin Williams in "Jumanji" (ma con un twist nel finale). Tim Robbins è il padre dei bambini. Come nel primo film non viene data alcuna spiegazione per l'origine e la natura "magica" del gioco.

2 agosto 2021

Jumanji (Joe Johnston, 1995)

Jumanji (id.)
di Joe Johnston – USA/Canada 1995
con Robin Williams, Bonnie Hunt
**1/2

Rivisto in divx.

"Jumanji" (parola zulu di incerto significato) è un misterioso gioco da tavolo a tema africano, simile al gioco dell'oca, che magicamente materializza nel mondo reale gli animali selvaggi o i pericoli di varia natura (comprese alluvioni e terremoti!) che corrispondono alle varie caselle in cui si fermano le pedine. L'unico modo per far sparire questi effetti è quello di terminare il gioco con la vittoria di uno dei partecipanti. Purtroppo non è quanto accaduto al giovane Alan Parrish (Adam Hann-Byrd), che nel 1969 fu risucchiato "nella giungla" a causa di uno sfortunato tiro di dadi, uscendone fuori soltanto ventisei anni più tardi, e ormai adulto (Robin Williams), grazie all'intervento di Judy (una Kirsten Dunst tredicenne!), ragazzina ricca di immaginazione, e di suo fratello Peter (Bradley Pierce), due orfani giunti ad abitare nella sua vecchia casa e che hanno continuato la partita da lui interrotta. Ispirato a un libro illustrato di Chris Van Allsburg, un film d'avventura ricco di effetti speciali: gli animali selvaggi (leoni, rinoceronti, scimmie...), in particolare, sono tutti realizzati in computer grafica dalla Industrial Light & Magic, in uno dei primi casi di uso estensivo della CGI in un prodotto hollywoodiano: se visto oggi il realismo delle creature lascia un po' a desiderare, all'epoca fu decisamente rivoluzionario. Pur trattandosi di un film per famiglie, non mancano momenti spaventosi (i "pericoli" del gioco fanno a tratti davvero paura, così come l'anarchia e la distruzione che seminano nella cittadina) o più cupi (si parla esplicitamente della morte dei genitori); sul versante prettamente comico vanno invece annoverate le peripezie del poliziotto Carl Bentley (David Alan Grier) con la sua automobile progressivamente danneggiata dai vari animali. Bonnie Hunt è Sarah, l'amica che iniziò il gioco con Alan; Bebe Neuwirth è Nora, la zia dei due bambini; Jonathan Hyde interpreta il doppio ruolo del padre di Alan e del cacciatore di safari Van Pelt. Curiosità: come protagonista Tom Hanks era la prima scelta del regista, che temeva le proverbiali improvvisazioni di Williams. Amato dal pubblico (ma non altrettanto dalla critica), il lungometraggio darà origine a una serie televisiva animata (1996-98) e a una sorta di sequel spirituale ("Zathura" del 2005), prima di essere riletto in chiave moderna (un videogioco anziché un board game) a partire dal 2017 in una serie di nuovi film con Dwayne Johnson e Jack Black.

28 giugno 2021

Lego Batman - Il film (Chris McKay, 2017)

Lego Batman - Il film (The Lego Batman Movie)
di Chris McKay – USA/Danimarca 2017
animazione digitale
**

Visto in TV (Netflix).

Spin-off di "The Lego Movie" dedicato a uno dei personaggi che più aveva suscitato simpatia in quella pellicola, ovvero la versione "mattoncino" di Batman, che rispetto alla sua controparte fumettistica è particolarmente sborone. Con un'elevata opinione di sé, e abituato a lavorare da solo, scoprirà di aver bisogno anche lui di un gruppo di amici, o di una "famiglia" (composta dal maggiordomo Alfred, dal "figlio adottivo" Dick alias Robin, e dalla nuova commissaria Barbara Gordon alias Batgirl), per sconfiggere il Joker e il nutrito gruppo di "supercattivi" (provenienti da differenti franchise: abbiamo fra gli altri Sauron, Voldemort, King Kong e i Dalek) che questi ha portato a Gotham dalla Zona Fantasma. Colorato, infantile e campy come il telefilm degli anni sessanta (che infatti è citato a più riprese: dal "bat-repellente per squali" alle onomatopee che appaiono durante le scazzottate), il film è divertente e non privo di gag e battute indovinate, anche se un po' troppo citazioniste; peccato però che il messaggio (l'importanza di una famiglia, appunto, e il fatto che l'unione faccia la forza) sia insistito eccessivamente, ripetuto in continuazione ed esplicitato allo sfinimento, dal primo all'ultimo fotogramma. Persino il rapporto fra Batman e Joker è rappresentato all'insegna della dipendenza dell'uno dall'altro (la loro è una vera e propria "relazione", che Batman all'inizio vuole negare e poi finisce per riconoscere). Come nel prototipo, l'animazione è tutta digitale (niente stop motion), il che a mio parere ne diminuisce il valore.

6 maggio 2016

Ted 2 (Seth MacFarlane, 2015)

Ted 2 (id.)
di Seth MacFarlane – USA 2015
con Mark Wahlberg, Amanda Seyfried
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

L'orsacchiotto di peluche senziente Ted e il suo "rimbombamico" John (Wahlberg) ritornano con le loro avventure all'insegna del politicamente scorretto e della nostalgia per l'infanzia e gli anni ottanta: stavolta, però, sulla comicità si innestra una trama "seria" (la lotta di Ted per difendere i propri diritti civili, che lo stato del Massachussets vorrebbe negargli perché, in quanto giocattolo, non sarebbe una "persona" ma semplicemente un "bene") che riduce alquanto il divertimento. E dunque, anche se gli ingredienti sono gli stessi della precedente pellicola, il risultato non è altrettanto fresco e dirompente. Per la causa in tribunale, Ted e Johnnie assoldano la giovane avvocatessa Samantha L. Jackson (Amanda Seyfried), con la quale si trovano subito in sintonia (tanto che John se ne innamora). Ma il ritorno di Donny (Giovanni Ribisi), lo "stalker" di Ted già visto nel primo film, che ha convinto il ceo della Hasbro a vivisezionare l'orsacchiotto per scoprire come mai ha preso vita e costruirne così milioni di esemplari da mettere in commercio, complica le cose. Se alcune gag e le molte situazioni imbarazzanti in cui i protagonisti amano ficcarsi con il loro comportamento eternamente irresponsabile continuano a divertire, complessivamente l'impianto della storia è decisamente meno frizzante, anche per la mancanza di un autentico antagonista (quanto sarebbe stato più interessante il film se la personalità di Samantha avesse cozzato con quella di Ted e John, invece di condividerne parecchi aspetti, l'amore per le droghe in primis?). Nella versione originale, anche stavolta, il regista e sceneggiatore Seth MacFarlane dà la voce a Ted. Nella scena ambientata al Comic Con, è divertente provare a riconoscere le centinaia di personaggi di fumetti e serie televisive che fanno capolino sotto forma di cosplayer. Fra le celebrità che interpretano sé stesse, da segnalare Tom Brady (giocatore di football americano), Jay Leno e Liam Neeson. Morgan Freeman è invece l'avvocato che i nostri amici cercano di assoldare a New York.

18 maggio 2015

Ted (Seth MacFarlane, 2012)

Ted (id.)
di Seth MacFarlane – USA 2012
con Mark Wahlberg, Mila Kunis
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

La notte di Natale, John Bennett, un bambino senza amici, esprime il desiderio che l'orsacchiotto di peluche che ha appena ricevuto in regalo prenda vita. E viene magicamente esaudito. Per breve tempo "Ted" diventa una celebrità, ma poi l'opinione pubblica lo dimentica. Venticinque anni dopo, ai giorni nostri, ritroviamo John e Ted che vivono ancora insieme, sempre amici come si erano promessi: ma l'ingombrante presenza dell'orsacchiotto (che ora parla sboccato e si dà ai festini con escort e alle droghe leggere) rischia di mettere a repentaglio il rapporto fra l'uomo e la sua fidanzata Lori, che lo accusa di essere rimasto un bambino. Seth MacFarlane, creatore di tante serie animate di successo (fra cui "I Griffin" e "American Dad"), si lancia nel cinema con una commedia che aggiorna il filone del bromance coniugandolo con la bizzarria di classici come "Harvey". Forse non tutte le battute vanno a segno, ma bisogna ammettere che – nonostante la situazione di partenza sia quantomeno eccentrica – la pellicola non deraglia mai e si rivela al tempo stesso divertente e intelligente, anche nel portare sullo schermo i punti di vista contrapposti dei suoi personaggi (non solo riguardo all'amicizia fra John e Ted, ma anche alla relazione di coppia fra John e Lori) sui temi della crescita e dell'eterno adolescente. Funzionale alla trama, ma anche ottimamente caratterizzante, è l'aura nostalgica che circonda i nostri amici, rimasti ancorati all'immaginario mediatico di quei primi anni ottanta in cui sono cresciuti: non si contano le citazioni e i riferimenti a "Guerre stellari", "Indiana Jones", "Alien" (Tom Skerritt!), "Octopussy", "Supercar", ma soprattutto al "Flash Gordon" di Mike Hodges, il cui protagonista Sam J. Jones è l'idolo di John e Ted e si concede un paio di divertenti comparsate autoironiche. MacFarlane dà vita in prima persona all'orsacchiotto con la tecnica del motion capture (e gli fornisce la voce, nella versione originale): memorabile la scena della scazzottata fra i due amici. Relativa al doppiaggio (ma anche alla paternità del film e del cartoon) è la battuta di Ted che afferma "Mica ho la voce come quella di Peter Griffin": sia in inglese, MacFarlane appunto, sia in italiano, Mino Caprio, il doppiatore è invece lo stesso. Da segnalare anche un'altra battuta, che sembra un'ammissione da parte di MacFarlane stesso: "La tv mi ha rotto le palle!" (nel film, però, da intendersi alla lettera!). Bravo Wahlberg (che in una meta-gag finge di non saper cantare), splendida (e che lo dico a fare) Mila Kunis. Nei panni di sé stessa compare anche Norah Jones. Il buon successo di pubblico e di critica ha spinto MacFarlane a mettere in cantiere un seguito.

6 aprile 2015

The Lego Movie (P. Lord, C. Miller, 2014)

The Lego Movie (id.)
di Phil Lord, Christopher Miller – USA/Danimarca 2014
animazione digitale
***1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il malvagio Lord Business è entrato in possesso del Kragle, l'arma segreta che gli consentirà di governare e distruggere tutti i regni che compongono il multiverso. A contrapporsi a lui, secondo una profezia, può essere solo lo "speciale", ovvero colui che troverà il "pezzo forte" ("piece of resistance" nella versione originale), l'unico oggetto capace di fermare i piani del cattivo. A sorpresa, l'eletto risulta essere Emmet, un semplice operaio della città di Bricksburg, "uomo medio" ordinario in tutto e per tutto e apparentemente privo di spirito di iniziativa e intraprendenza: è infatti del tutto integrato nella società creata da Business, che si regge sull'omologazione e sulla soppressione di qualsiasi forma di creatività (e dove anche l'intrattenimento popolare concesso alle masse segue schemi fissi e imposti dall'alto, come si nota nei tormentoni della canzone "È meraviglioso" e dello show televisivo "Dove sono i miei pantaloni?"). Business è infatti ossessionato dall'ordine, dal rispetto delle regole e dalla ricerca della "perfezione": anche per questo motivo ha separato i mondi l'uno dall'altro, per impedire a cose e personaggi diversi di interagire fra loro. Emmet si unirà a un gruppo di ribelli di diversa provenienza che si oppongono al dittatore: ma per avere la meglio su di lui, dovrà uscire dalla propria dimensione e incontrare, metafisicamente, il proprio demiurgo, "l'uomo che sta in alto"... Originale pellicola (che segna il ritorno della Warner Bros al cinema di animazione a oltre dieci anni di distanza dall'ultimo tentativo) ispirata ai celebri mattoncini da costruzione, "The Lego Movie" è un film che funziona su molteplici livelli, di cui la storia è soltanto il primo e il più superficiale (anche perché, a ben vedere, è una trama inventata sul momento da un ragazzino che gioca con i suoi Lego: si spiegano così i crossover e la comparsata di personaggi di franchise differenti – i supereroi della DC Comics, Star Wars, il Signore degli Anelli, Harry Potter, i giocatori della NBA... – o i tanti luoghi comuni dei film di avventura; il bambino gioca con i pezzi a sua disposizione e non si fa scrupolo di mescolare personaggi che non hanno nulla a che fare gli uni con gli altri, o di sovracaratterizzarli in maniera ridicola, come nel caso di Batman). C'è poi il gioco delle citazioni cinematografiche: la profezia su Emmet ne fa una sorta di eletto come il Neo di "Matrix" (con Vitruvius nei panni di Morpheus e Wyldstyle in quelli di Trinity); la fuga dalla città di Bricksburg ricorda quella di "The Truman Show"; il poliziotto Poliduro, dal doppio volto, fa venire in mente il sindaco di "Nightmare before Christmas"; in generale, il concetto dei vari mondi (il west, il medioevo, i pirati...) riecheggia "Il mondo dei robot" di Michael Crichton; e così via. L'ironia e le battute tongue in cheek (Batman che usa solo pezzi neri...) fanno parte del concetto di divertimento infantile, sregolato, che dà libero spazio alla fantasia e all'immaginazione.

Ma dove il film sale davvero di livello è con la scena in live action, che da un lato ammanta di toni metafisici, appunto, la storia "interna" (Emmet incontra Dio padre e figlio, e ha una sorta di "illuminazione" buddista, tanto che diventa finalmente un "maestro costruttore", ossia un individuo capace di "vedere" i codici numerici dei vari pezzi di Lego e dunque di usarli per costruire qualcosa di nuovo), e dall'altro esplicita il vero significato del lungometraggio stesso: nel mondo reale il cattivo è il padre, che si è impossessato dei giochi destinati al figlio, gli impedisce di toccare quello che ha costruito e addirittura utilizza la colla (il "Kragle" non è altro che un tubetto di "Krazy Glue", con il quale l'uomo è solito fissare irrimediabilmente i mattoncini affinché non vengano più staccati, mentre il "pezzo forte" è il tappo del tubetto) per andare contro quella che è l'autentica filosofia del Lego: la creatività senza regole, con la libertà di ignorare – se si vuole – le istruzioni di montaggio fornite insieme alle scatole per costruire invece tutto ciò che la fantasia suggerisce, utilizzando i pezzi a disposizione (e spesso "riciclandoli" da altre cose: mitica la scena in cui Batman ruba un pezzo dal Millenium Falcon di "Guerre stellari", o il pirata che ha sostituito il proprio corpo con un robot formato da mattoncini presi qua e là), anche se provengono da set diversi e distanti nel tempo e nello spazio (il bambino usa come personaggio anche un astronauta di un vecchia confezione degli anni ottanta). Il film diventa dunque anche una sorta di critica sociale (agli adulti che giocano con i giochi dei bambini, impedendo ai figli di divertirsi, anche perché – a differenza di loro – intendono seguire sempre alla lettera le istruzioni accluse) e supera, anzi decostruisce con una certa irriverenza, i limiti intrinseci di tante pellicole di animazione recenti, avvicinandosi semmai a vette metanarrative come quelle della serie di "Toy Story" della Pixar, dove però giocattoli e bambini convivevano nello stesso mondo e non in due piani diversi. Ecco perché il finale a sorpresa è forse apprezzato più dagli spettatori adulti che non dai bambini, dal cui punto di vista, invece, la scena nel mondo reale in un certo senso può distruggere la "magia" del film. A tratti, nella descrizione di Bricksburg e della società voluta da Lord Business, ci si avvicina alla parodia del fascismo o del totalitarismo (con echi dell'orwelliano "1984", oltre che dei già citati "The Truman Show" e "Matrix"), ma anche della società dei consumi. Chi l'avrebbe detto che un film sul Lego avrebbe parlato in questo modo dei "mattoncini integrati nel sistema"? I registi, anche sceneggiatori, sono quelli di "Piovono polpette". Gli attori del segmento dal vivo sono Will Ferrell (il padre, che in originale dà anche la voce a Lord Business) e Jadon Sand (il figlio). L'animazione è digitale, e non in stop motion (lo sforzo richiesto sarebbe stato immane!), ma il risultato è di tutto rispetto. Visto il grande successo, sia di critica che di pubblico, sono stati messi in cantiere sequel e spin-off.

11 luglio 2014

Small soldiers (Joe Dante, 1998)

Small soldiers (id.)
di Joe Dante – USA 1998
con Gregory Smith, Kirsten Dunst
***

Rivisto in TV.

Acquistata dalla Globotech, potente multinazionale che fra le altre cose di occupa di tecnologie militari, una casa produttrice di giocattoli immette sul mercato due serie di action figures dotate di un avanzato microchip che le rende "vive", ovvero in grado di parlare, di muoversi e soprattutto di imparare: si tratta dei Gorgonauti, alieni mostruosi ma pacifici, e del Commando Elite, soldati dell'esercito americano che danno loro la caccia. Il giovane Alan (Smith), figlio del proprietario di un negozio di giocattoli, la sua vicina di casa Christy (una Kirsten Dunst sedicenne!) e le rispettive famiglie rimangono così coinvolti in quella che è una vera e propria guerra in formato mignon fra le due fazioni. Atmosfere da anni ottanta (il regista cita a più riprese il suo precedente maggior successo, "Gremlins") per una divertente pellicola d'intrattenimento che per molti versi anticipa la saga pixariana di "Toy Story". I toni sono da commedia d'azione, sia pure su scala "ridotta", e naturalmente abbondano strizzatine d'occhio e parodie: si va da "2001: Odissea nello spazio" (nel commercial in tv dei soldatini) a frasi, situazioni e temi di tante classiche pellicole di genere bellico (compresa, ovviamente, la Cavalcata delle Valchirie di "Apocalypse Now"). Da sottolineare l'inquietante scena in cui le bambole Gwendy (il nome Barbie, evidentemente, era protetto dai diritti) vengono deformate e trasformate in soldati, con tanto di attacco a Christy a mo' di Gulliver. Cast da brivido per quanto riguarda i doppiatori originali: Tommy Lee Jones è il maggiore Chip Hazard, il capo dei soldati, mentre Frank Langella è Archer, il leader dei Gorgonauti; le voci degli altri membri del Commando Elite sono quelle di "Quella sporca dozzina" (George Kennedy, Ernest Borgnine, Jim Brown, Clint Walker), più Bruce Dern, mentre per gli alieni si è fatto ricorso al cast di "This is the Spinal Tap" (Michael McKean, Harry Shearer e Christopher Guest), più Jim Cummings. Infine, Sarah Michelle Gellar e Christina Ricci danno voce alle Gwendy. Scena cult: la "guerra psicologica" con la canzone "Wannabe" delle Spice Girls sparata a tutto volume.

17 luglio 2010

Toy story 3 (Lee Unkrich, 2010)

Toy story 3 - La grande fuga (Toy story 3)
di Lee Unkrich – USA 2010
animazione digitale
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Paola, Paola, Viviana e Francesco.

Andy è cresciuto, ha compiuto diciassette anni e sta per partire per il college: i suoi vecchi giocattoli – con l'unica eccezione di Woody – sono destinati a finire nella spazzatura o in soffitta. Non c'è dunque da stupirsi se Buzz Lightyear e compagni preferiscano invece essere donati all'asilo locale, il Sunnyside: ma ben presto scopriranno che restare in balia di bambini troppo piccoli può essere devastante... e distruttivo! Come se non bastasse, l'asilo è gestito col pugno di ferro dall'infido orsetto Lotso, che lo ha trasformato in un terribile campo di prigionia dal quale è impossibile evadere... A oltre dieci anni dal precedente episodio, la Pixar ripropone (un po' a sorpresa) i personaggi del suo primo lungometraggio animato e della sua unica franchise (ma non per molto: sono in arrivo "Cars 2" e "Monsters & Co. 2"), completando così una trilogia di altissimo livello per forma e contenuti. Messi in secondo piano l'apologo dell'amicizia e il discorso filosofico sull'identità (anche se le gag sulla personalità di Buzz non mancano nemmeno stavolta: formidabile la variante spagnola), la sceneggiatura si concentra sull'altro tema fondamentale della serie: il rapporto affettivo che si crea fra i bambini e i giocattoli, e il timore di questi ultimi di essere abbandonati e messi da parte. Stavolta il distacco da Andy è inevitabile: d'altronde era già stato adombrato in "Toy story 2", quando Stinky Pete domandava retoricamente a Woody "Pensi che Andy ti vorrà ancora con sé quando andrà al college, o in viaggio di nozze?". Ma gli sceneggiatori della Pixar sono abilissimi a commuovere il pubblico nella sequenza finale in cui il ragazzo dice addio ai compagni di tanti giochi e dunque alla sua infanzia, una scena toccante e intensa al tempo stesso, superata forse soltanto da quella precedente nell'inceneritore, quando i giocattoli – ormai convinti di essere destinati a una brutta fine – si tengono per mano e si preparano alla morte con una serie di sguardi ad altissima tensione emotiva. Al gruppo di personaggi classici (Woody, Buzz, Jessie, Slinky, Hamm, Rex, Mr. e Mrs. Potato, Bullseye e gli alieni con tre occhi) se ne affiancano di nuovi, buoni e cattivi, fra i quali spiccano – oltre a Lotso – una Barbie che per rompere i luoghi comuni dimostra di avere un cervello (lanciandosi in un convinto discorso socio-politico: "L'autorità dovrebbe derivare dal consenso dei governati, non dalla minaccia della forza!"), e di contro un Ken effemminato e accusato più volte di non essere altro che un accessorio (o peggio, "un giocattolo per bambine"!). Fra i camei c'è persino un peluche di Totoro, chiaro omaggio degli animatori al maestro Hayao Miyazaki. Gran parte della pellicola è comunque all'insegna dell'intrattenimento e strizza l'occhio ai più classici prison movie americani: Mr. Potato rinchiuso nel cassone della sabbia, per esempio, ricorda Steve McQueen ne "La grande fuga" e Paul Newman in "Nick mano fredda". Inutile, come sempre, il 3D, che aggiunge qualcosa solo nella dinamica sequenza introduttiva (uno scenario western che bilancia quello fantascientifico con cui iniziava il secondo episodio).

10 luglio 2010

Toy story 2 (John Lasseter, 1999)

Toy story 2 - Woody & Buzz alla riscossa (Toy story 2)
di John Lasseter – USA 1999
animazione digitale
***1/2

Rivisto in DVD.

Messo in cantiere nel periodo in cui la Disney aveva iniziato a sfornare sequel direct-to-video dei suoi classici lungometraggi cinematografici, anche "Toy story 2" avrebbe dovuto essere distribuito soltanto nel circuito dell'home video. Ma sin dai primi screen test, la manifesta qualità del film realizzato da Lasseter e soci (come co-registi figurano Ash Brannon e Lee Unkrich) ha suggerito invece di farlo uscire al cinema. E giustamente: la pellicola è uno dei massimi capolavori della Pixar, migliore anche del prototipo nel riflettere in maniera tutt'altro che superficiale sul rapporto affettivo che si crea fra i bambini e i giocattoli della loro infanzia. Stavolta c'è anche una profonda vena di nostalgia e di malinconia: cosa succede quando i bimbi crescono e perdono ogni interesse per quelli che sono stati per anni i loro compagni di gioco? Si tratta quasi della fine di una storia d'amore, come sottolinea la sequenza cantata e strappalacrime che illustra la relazione fra la cowgirl Jessie e la sua precedente padroncina Emily, la quale passa nel giro di pochi mesi dal divertimento spensierato dell'infanzia ai nuovi interessi dell'adolescenza. In più c'è la sopraggiunta consapevolezza della propria caducità, per esempio quando Woody si ritrova con un braccio scucito: "I giocattoli non sono eterni", spiega la mamma di Andy al figlio. L'altro tema del film è il contrasto fra gioco e collezionismo: Woody scopre di non essere un semplice cowboy di pezza, ma di avere un background e di essere stato protagonista negli anni quaranta e cinquanta – insieme ad altri tre compagni (la cowgirl Jessie, il cavallo Bullseye e il vecchio minatore Stinky Pete) – di una serie televisiva e di numerose iniziative di merchandising: ora pare destinato a un museo in Giappone (e a un certo punto è persino tentato da questa prospettiva), sempre se i suoi amici non lo salveranno in tempo, in tutti i sensi.

Ma anche Buzz Lightyear ha i suoi problemi di identità, benché di tipo diverso, quando scopre sugli scaffali di un negozio centinaia di "cloni" identici a sé, uno dei quali – ancora privo della consapevolezza di essere un giocattolo – si unirà al gruppo nella missione di salvataggio. A proposito di Buzz, il film si apre in maniera suggestiva con sequenze che sembrano provenire in tutto e per tutto da una pellicola di fantascienza (anche in questo caso siamo invece di fronte a un gioco, anzi a un videogioco!): e altrettanto memorabile è l'incontro con la sua nemesi, il malvagio tiranno intergalattico Zurg, che come in "Guerre stellari" rivelerà al coraggioso space ranger di essere suo padre (prima di precipitare nella tromba di un ascensore!). Non mancano altre strizzatine d'occhio fantascientifiche (il tema di "Also sprach Zarathustra") o autocitazioni della Pixar (il restauratore di giocattoli è il vecchietto già protagonista del cortometraggio "Il gioco di Geri" – a proposito, la rappresentazione degli esseri umani ha fatto passi da gigante dal primo episodio: vedi anche Al, il trasandato venditore e collezionista di giocattoli). Da segnalare l'esilarante sequenza del party delle Barbie nel negozio di giochi, mentre il livello tecnico dell'animazione è elevatissimo per tutto il film. In ogni caso, il maggior pregio della pellicola (come capita spesso con i prodotti Pixar) è di essere godibile su più piani: quello della pura avventura e del divertimento (per i bambini, ma non solo) e quello che invece riflette sulla natura stessa dei suoi personaggi e sul loro rapporto con i bimbi (che credo che possa essere apprezzato solo dagli adulti, visto che osserva i bambini "dal di fuori" e parla della loro crescita: come avranno reagito i piccoli spettatori nel sentirsi dire che col tempo perderanno interesse per ciò che adesso li fa divertire?). Nei titoli di coda, ecco i falsi bloopers in stile Jackie Chan, dove si immagina che il film sia stato girato per davvero e che i personaggi siano autentici attori (c'è anche una buffa apparizione dei protagonisti di "A bug's life").

6 luglio 2010

Toy story (John Lasseter, 1995)

Toy story - Il mondo dei giocattoli (Toy story)
di John Lasseter – USA 1995
animazione digitale
***

Rivisto in DVD.

All'insaputa degli esseri umani, i giocattoli – quando i bambini non sono presenti – prendono vita, parlano e si muovono. E soprattutto vivono nel terrore che nuovi arrivi li scalzino dalle preferenze dei loro padroncini. Il cowboy di pezza Woody è sempre stato il preferito del piccolo Andy, ma questo ruolo (e la sua leadership nei confronti degli altri giochi di casa) vacilla quando al bimbo viene regalata l'action figure di Buzz Lightyear, astronauta superaccessoriato. "Toy story" è stato il primo lungometraggio della Pixar, nonché il primo film animato a grande diffusione – lo distribuiva la Disney – realizzato interamente in computer grafica tridimensionale (logo iniziale compreso!). Quando uscì, ricordo che ero molto scettico: non credevo che l'animazione al computer potesse reggere il confronto con quella tradizionale, anche perché gli esempi che avevo visto fino ad allora erano stati tutt'altro che incoraggianti, con risultati freddi e poco fluidi, nonché più simili a un videogioco che a un film. Come molti, ho dovuto ricredermi: ma il merito non è solo della qualità tecnica dei lavori targati Pixar (che da allora, fra l'altro, è ulteriormente cresciuta) bensì anche della cura nella realizzazione della storia e soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi. La scelta di rendere protagonisti dei giocattoli, probabilmente imposta dalle limitazioni di allora nel rendering delle persone in carne e ossa (la plastica è infinitamente più facile da rappresentare in maniera realistica e credibile), non è fine a sé stessa ma al servizio di una sceneggiatura che affronta con intelligenza temi come l'amicizia (si tratta di un buddy movie con tutti i crismi) e l'affetto che lega un bimbo ai suoi giocattoli (esemplare, al riguardo, la differenza fra Andy, che ama i suoi giochi, e il "villain" Sid, l'appassionato di esplosivi che invece li maltratta in ogni modo), ma anche il confine fra realtà e finzione (Buzz, essendo appena uscito dalla scatola, inizialmente non è cosciente di essere un semplice giocattolo e crede davvero di essere uno space ranger impegnato in pericolose missioni e in grado di volare: "Verso l'infinito e oltre!", recita la sua popolarissima catchphrase). Al fianco di personaggi creati per l'occasione, come Woody e Buzz (che ovviamente poi sono diventati giocattoli per davvero: potenza del merchandising!) o i mitici alieni con tre occhi e in crisi mistica, gli animatori si sono divertiti a inserire celebri giocattoli presenti nelle camerette di molti bambini americani e non solo (il "leggendario" Mr. Potato Head, i classici soldatini di plastica, automobili radiocomandate, un dinosauro di gomma, un porcellino-salvadanaio, una lavagnetta magnetica, ecc.): lo stesso faranno negli episodi successivi. E già, perché il primo film della Pixar ha dato vita a una vera e propria franchise, con altri lungometraggi altrettanto (se non di più) riusciti e piacevoli, oltre che tecnicamente sempre più raffinati. Il supervisore dell'animazione è Pete Docter, e fra gli sceneggiatori figurano Andrew Stanton e Joss Whedon. Le canzoni sono di Randy Newman, mentre le voci originali di Woody e Buzz (i cui nomi sono un omaggio all'attore western Woody Strode e all'astronauta Buzz Aldrin) sono rispettivamente di Tom Hanks e Tim Allen.

27 agosto 2008

CJ7 (Stephen Chow, 2008)

CJ7 (Cheung gong 7 hou)
di Stephen Chow – Hong Kong 2008
con Jiao Zu, Stephen Chow
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Visto in volo da Tokyo a Bangkok, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo i successi di "Shaolin Soccer" e "Kung Fusion", Chow propone al suo affezionato pubblico un film per bambini nel quale il protagonista assoluto non è lui ma il piccolo Jiao Zu (uno straordinario attore in erba, per molti versi uno Stephen Chow in miniatura per mimica e atteggiamenti) e che sembra quasi l'equivalente cantonese del cinema-giocattolo di Steven Spielberg degli anni ottanta (non a caso l'animaletto CJ7 pare studiato a tavolino da esperti di marketing per un suo lancio sugli scaffali dei negozi). I due personaggi principali, padre (operaio) e figlio (studente), vivono senza grandi mezzi di sostentamento ma con estrema integrità, visto che il genitore insegna al piccolo di mantenersi onesto nonostante le difficoltà della vita. Quando il bambino gli chiede in regalo un costosissimo giocattolo ultratecnologico (il CJ1) per non sfigurare di fronte ai ricchi compagni di classe che lo possiedono tutti, il padre si reca nella discarica dei rifiuti e trova lì un misterioso oggetto che si rivela essere una buffa creatura aliena. Ribattezzata CJ7, diventa rapidamente il compagno di giochi del bambino, anche se ben presto le illusioni di quest'ultimo sul fatto che l'alieno abbia straordinarie capacità e risorse alla Doraemon (in una bellissima sequenza onirica, la migliore del film, ricca di citazioni sia dai blockbuster hollywoodiani sia dai precedenti lavori di Chow) devono scontrarsi con la dura realtà: CJ7 non è altro che un cagnolino alieno, "low-tech and boring". In realtà un potere ce l'ha, quello di rigenerare e riparare le cose, e si rivelerà drammaticamente utile nel finale. Fra le sequenze migliori di un film nel complesso un po' deludente, non molto originale e poco avvincente, c'è sicuramente il combattimento scolastico fra i due ciccioni, propedeutico al lieto fine e all'amicizia fra il bambino e i "bulli" che lo prevaricavano. Alla fine, nonostante l'intervento di CJ7, il messaggio (semplicistico) del film è che le cose prima o poi si sistemano da sole.