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2 marzo 2022

Bigbug (Jean-Pierre Jeunet, 2022)

Bigbug (id.)
di Jean-Pierre Jeunet – Francia 2022
con Elsa Zylberstein, Isabelle Nanty
**

Visto in TV (Netflix).

Nel 2045 la vita domestica è completamente automatizzata. Quando le macchine si ribellano, perché il sistema centrale è giunto alla conclusione che gli esseri umani sono ormai "superati", i membri di una famiglia si ritrovano imprigionati nella loro stessa casa. Per fortuna ad aiutarli ci saranno i loro androidi domestici che, essendo modelli "antiquati" (e con il desiderio di essere "umani" a loro volta), non sono ostili come quelli più avanzati. Distopia fantascientifica colorata e farsesca, con un approccio comico che stona un po' con il messaggio (qualunquista) di fondo. Siamo lontani dall'ironia malinconica con cui lo stesso argomento veniva affrontato da Jacques Tati in "Mio zio". Questo, invece, è quasi un cartone animato parodistico, con personaggi-macchietta, tentativi goffi di umorismo e riflessione su come gli elettrodomestici e gli apparecchi elettronici sempre più sofisticati stiano prendendo il controllo del nostro tempo e delle nostre vite (ed eliminando progressivamente la "vecchia cultura"). C'è un accenno (umoristico) anche al lockdown causato dalla pandemia di Covid. Ambientato completamente all'interno di una casa (una villetta di periferia dai colori pastello, come una casa di bambole), mette in scena una serie di personaggi imprigionati nei loro ruoli: la casalinga frustrata Alice (Elsa Zylberstein), il suo ex marito Victor (Youssef Hajdi) con la nuova fidanzata ochetta Jennifer (Claire Chust), la figlia ribelle Nina (Marysol Fertard), lo spasimante Max (Stéphane De Groodt) con il figlio adolescente Léo (Hélie Thonnat) e la vicina di casa Françoise (Isabelle Nanty). Fra i robot domestici (che sognano di avere un'anima), hanno un volto umano la cameriera Monique (Claude Perron) e il personal trainer Greg (Alban Lenoir), mentre le inquietanti fattezze dei robot cattivi (denominati Yonyx) sono tutte di François Levantal. All'esterno il mondo è dominato da invadenti pubblicità e da una burocrazia centralizzata, mentre in televisione impazza un "reality show" in cui i robot mettono in ridicolo gli esseri umani. Satira sociale, dunque, ma di basso livello e che diverte solo a intermittenza.

30 gennaio 2021

La tigre bianca (Ramin Bahrani, 2021)

La tigre bianca (The white tiger)
di Ramin Bahrani – USA/India 2021
con Adarsh Gourav, Rajkummar Rao
***

Visto in TV (Netflix).

Nato in povertà in un remoto villaggio in India, Balram (Gourav) non vuole rassegnarsi a rimanere per tutta la vita uno "schiavo", ovvero un servitore (nei confronti della propria famiglia, della società o degli uomini più ricchi di lui o di casta superiore). Si fa dunque assumere come autista dalla famiglia più benestante della regione, e da lì comincia la sua scalata verso il successo. Dal fortunato romanzo omonimo del giornalista di economia Aravind Adiga, un film di forte critica sociale che, attraverso l'ascesa personale del protagonista (anche a costo di commettere crimini di vario genere), si scaglia contro tutte le consuetudini radicate e le tradizioni culturali che impediscono all'India di diventare una potenza economica e sociale alla pari degli altri grandi paesi del mondo. Si va dall'assuefazione al ruolo di subordinati che permea gran parte della popolazione (Balram paragona i suoi compatrioti ossequiosi ai polli chiusi nelle stie) al sistema delle caste e quello dei matrimoni combinati, dalle ingiustizie e i maltrattamenti cui sono sottoposti i lavoratori alla corruzione imperante nel sistema politico, dall'arretratezza delle regioni rurali al disinteresse dei ricchi nel risolvere i loro problemi. Ma il vero tema, quasi più individuale che collettivo, è quello dell'incapacità innata del servitore di ribellarsi a questo stato di cose: Balram, l'unico che ci prova, è paragonato appunto alla "tigre bianca", animale rarissimo di cui si dice che nasca un solo esemplare ogni generazione. Certo, il termine di paragone (in positivo) sembrano essere sempre gli Stati Uniti, dove ha studiato il capo del protagonista, Ashok (Rajkummar Rao), e da cui proviene sua moglie, la "Pinkie Madam" (Priyanka Chopra). Ironicamente, però, Balram è convinto che l'uomo bianco sia ormai sul viale del tramonto, e che il nuovo secolo sarà quello "dell'uomo giallo e dell'uomo nero" (ovvero di Cina e India: quasi l'intera pellicola è narrata in flashback in una mail che il protagonista scrive al primo ministro cinese, Wen Jiabao, raccontandogli la propria vita nella speranza di fare affari con lui!). Se inizia come una storia di crescita "dalle stalle alle stelle" come tante, la pellicola si fa via via più potente nel suo attacco diretto e senza mezzi termini alle tradizioni arcaiche di un paese arretrato e disagiato, alle ipocrisie tanto dei poveri (che quasi si autocompiacciono della propria povertà) che dei ricchi (esemplari gli alti e i bassi nel rapporto con il padrone, che passa continuamente dal trattarlo come un membro della famiglia ad umiliarlo e sfruttarlo in ogni modo), sottolineando però una grande differenza ("i ricchi possono permettersi di sprecare le opportunità che hanno"). E ha anche il merito di non giudicare in alcun modo il suo personaggio: nessuna sentenza morale o "castigo" hollywoodiano giunge ad annacquare il messaggio (anzi, si prendono le distanze dalle pellicole occidentali: "Non dovete pensare che ci sia un quiz da un milione di rupie per uscire dalla povertà", dice Balram, riferendosi al "Millionaire" di Danny Boyle). Ottimi gli attori, un po' lento il ritmo (ma alla lunga carbura). Bahrani (anche sceneggiatore), americano di origine iraniana, ha spesso affrontato temi simili, sin dai suoi esordi.

19 settembre 2020

Il servo (Joseph Losey, 1963)

Il servo (The servant)
di Joseph Losey – GB 1963
con Dirk Bogarde, James Fox
***

Visto in divx.

Il giovane aristocratico londinese Tony (James Fox) assume come cameriere personale lo zelante Hugo Barrett (Dirk Bogarde), affidandogli la gestione della propria casa. La sua fidanzata Susan (Wendy Craig) non prova simpatia per il valletto, ma si ritrova allontanata dalla casa quando Barrett vi introduce la propria amante Vera (Sarah Miles), spacciandola per sorella e facendola assumere come domestica. E lentamente, in un crescendo di ambiguità e di tensione, i ruoli del servo e del padrone (con i relativi rapporti di controllo e di dominanza) dapprima si sfumano, poi si mescolano e infine si invertono. Da un romanzo di Robin Maugham del 1948, che Harold Pinter ha adattato cercando di attualizzarne il più possibile i contenuti, un magistrale trattato sul conflitto di classe, che mette in mostra i lati più ambigui del rapporto fra padrone e servo. Tony è un giovane nullafacente, legato alle tradizioni (la scelta di avere un valletto personale, cosa che Susan trova antiquata, è quasi un modo di mettere in mostra un privilegio) e che millanta fantomatici progetti di lavoro (come la costruzione di intere città nella giungla brasiliana); Barrett è un domestico scrupoloso e metodico, la cui organizzazione di ogni dettaglio della vita del proprio padrone si trasforma in una macchinazione alle sue spalle (come quando spinge Vera fra le sue braccia), per motivi tutt'altro che chiari (qual è il suo vero scopo? un gioco di potere? la rivalsa sociale? la ricerca di agio e ricchezza? la manipolazione psicologica?). Le scene finali (le migliori del film), in cui la relazione fra i due si fa sempre più malsana e patologica, quando perdono tempo rinchiusi in casa, impegnati in giochi infantili come "vecchi amici" o in squallidi festini, sembrano illustrare l'inevitabile e inarrestabile regressione cui questi rapporti sono soggetti nel mondo moderno. In questo contesto, i temi della decadenza, della perdita dell'identità, della discesa verso l'inferno sembrano anticipare certe cose di Polanski e di Kubrick. Ma fra i film che in seguito potrebbero essersi ispirati a questo ci sono anche "I giorni del cielo" di Malick (entrambi citano l'episodio biblico di Abramo e Sara) e "Parasite" di Bong Joon-ho. Belle la fotografia in bianco e nero e le scenografie, con l'uso ripetuto e insistito di oggetti di arredamento come specchi e quadri.

19 agosto 2020

Quel che resta del giorno (J. Ivory, 1993)

Quel che resta del giorno (The remains of the day)
di James Ivory – GB/USA 1993
con Anthony Hopkins, Emma Thompson
***

Visto in TV, con Sabrina.

James Stevens (Anthony Hopkins) è il maggiordomo capo nella grande casa di Lord Darlington (James Fox), dove svolge il proprio compito con impeccabile professionalità, gestendo i numerosi domestici al suo servizio e rimanendo sempre fedele al padrone anche nei difficili anni che precedono la seconda guerra mondiale, quando il duca, convinto pacifista, organizza ritrovi e conferenze con politici e diplomatici simpatizzanti per la Germania nella speranza di concludere un accordo di pace con il Terzo Reich. A conflitto concluso, naturalmente, sarà considerato dall'opinione pubblica un traditore o addirittura un nazista. Ma anche in mezzo ai grandi eventi storici e di fronte ai fatti e alle tragedie della vita, Stevens si limita a eseguire i propri compiti con britannica imperturbabilità e non lascia mai trapelare le proprie emozioni, non interrompendo il lavoro nemmeno di fronte alla morte del padre (Peter Vaughan), e non contrariando mai il padrone nemmeno quando questi si lascia brevemente contagiare dagli atteggiamenti più spregevoli dei suoi alleati, come l'antisemitismo. L'unica persona che in qualche modo pare riuscire a scalfire la sua corazza di formalità è la giovane governante Sally Kenton (Emma Thompson), che con schiettezza e sensibilità lo metterà di fronte alla sua coscienza. I due, tuttavia, non si confesseranno mai l'amore reciproco. L'intera storia è incorniciata da un segmento ambientato nel dopoguerra, quando la casa, dopo la morte di Lord Darlington, è stata acquistata dall'americano Jack Lewis (Christopher Reeve), che ha mantenuto al proprio servizio Stevens, e quando questi si reca a incontrare nuovamente Sally, nella speranza di convincerla a tornare a lavorare con lui. Dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro, un'elegante pellicola che illustra al contempo un delicato momento della storia europea (il dibattito in Gran Bretagna sull'entrata in guerra o meno, che caratterizzò lo scontro di vedute fra Chamberlain e Churchill) e un raffinato ritratto psicologico di un uomo talmente dedito alla propria professione da sopprimere completamente i propri sentimenti, le emozioni e la ricerca della propria felicità. Stevens si trincea dietro l'eccesso di formalità, non manifesta praticamente mai contrarietà o riprovazione, non esprime mai una propria opinione fino a quando non sarà troppo tardi, ovvero giunto alla sera della vita, quando i lampioni si accendono per illuminare "quel che resta del giorno" e non rimane che tracciare un malinconico bilancio della propria esistenza. In lui, tuttavia, non c'è ipocrisia ma sincerità: se negli anni cinquanta è tentato di disconoscere il precedente padrone, negando di aver mai lavorato per lui, alla fine rivendica i lunghi anni trascorsi al servizio di un uomo che ha sì sbagliato, ma non certo per cattive intenzioni. Le questioni personali e intime si intrecciano a quelle politiche e internazionali in maniera perfetta, grazie alla solida regia di Ivory (coadiuvato come sempre dal produttore Ismail Merchant e dalla sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala) e a un cast di prim'ordine, che comprende anche Hugh Grant, Michael Lonsdale, Ben Chaplin e Lena Headey. Mike Nichols, che avrebbe dovuto inizialmente dirigere la pellicola (su sceneggiatura di Harold Pinter, di cui permangono i dialoghi in alcune scene), figura come co-produttore. Otto nomination ai premi Oscar (comprese quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura e i due attori), ma nessuna statuetta vinta.

26 giugno 2019

Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

Parasite (Gisaengchung)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2019
con Song Kang-ho, Choi Woo-shik
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Il giovane Kim Ki-woo (Choi Woo-shik) vive con la propria famiglia in uno squallido seminterrato: i quattro, perennemente disoccupati, si barcamenano con lavoretti di fortuna (come piegare i cartoni della pizza) e sono così poveri da dover rubare le connessioni WiFi ai vicini di casa del piano superiore. Grazie alla raccomandazione di un amico, Ki-woo riesce a farsi assumere da una famiglia altolocata, i Park, come insegnante di inglese per la figlia adolescente, falsificando i documenti per far credere di essere uno studente universitario. E resosi conto della ricchezza della splendida casa e dell'ingenuità della signora Park, "sistema" pian piano presso di loro tutti i membri della propria famiglia: la sorella Ki-jung (Park So-dam) come insegnante d'arte e terapeuta per il figlio più piccolo; il padre Ki-taek (Song Kang-ho) come autista del signor Park (facendo licenziare con un inganno l'autista precedente); e la madre Chung-sook (Jang Hye-jin) come domestica. I quattro arrivano addirittura a progettare un futuro come proprietari della casa stessa (Ki-woo immagina di sposare la figlia maggiore, una volta che si sarà diplomata): ma una svolta inaspettata rovinerà i loro piani. Una black comedy dai numerosi risvolti sociali che mette a confronto due nuclei familiari totalmente opposti: poverissimi i Kim, abili però a ricorrere a ogni sorta di trucco o di inganno per restare a galla; ricchissimi i Park, che vivono in un mondo tutto loro, fatto di raffinatezze e comodità (e dove i nomi in inglese sostituiscono quelli in coreano), eppure creduloni e inconsapevoli, completamente e facilmente alla mercé dei primi. Aggiungiamoci riflessioni ad ampio raggio sulla famiglia, la solidarietà (come nel recente "Un affare di famiglia" di Koreeda, ma con molta più inventiva e cattiveria), le paure e le ossessioni della Corea del Sud moderna (comprese "frecciatine" internazionali: l'ammirazione e la fiducia cieca verso tutto ciò che viene dagli Stati Uniti, il timore misto a ironia verso la propaganda dei "vicini" della Corea del Nord), ed ecco che la pellicola che ha vinto la Palma d'Oro all'ultimo festival di Cannes si rivela una delle più indovinate nella carriera di Bong Joon-ho, regista da sempre capace di utilizzare i generi e gli stilemi del cinema popolare per travalicarli, raccontare i nostri tempi e far riflettere su un ambito più vasto. Resuscitando persino un tema, quello della lotta di classe, che negli ultimi anni il cinema sembrava aver dimenticato: vedi il malcelato disprezzo che il signor Park, anche inconsapevolmente, mostra verso i più poveri ("Hanno tutti lo stesso odore"), o l'orgoglio e la dignità che spingono il signor Kim a ribellarsi all'ennesimo segnale di questo tipo. La convivenza dei due mondi su un piano di parità è semplicemente impossibile (la parità in realtà non esiste, anche quando i datori di lavoro si illudono che i dipendenti facciano "parte della famiglia" o credono di trattarli con rispetto), con i secondi che non possono far altro che limitarsi a fare i "parassiti" alle spalle dei primi, proprio come gli insetti che infestano, invisibili, una casa. Naturalmente lo spunto ricorda "Il servo" di Losey, e l'intromissione di un corpo estraneo all'interno di una famiglia borghese può addirittura far pensare a "Teorema" di Pasolini, anche se qui manca un contatto vero e sincero che possa innescare un cambiamento: in fondo è come il treno di "Snowpiercer", con i privilegiati nelle carrozze di testa e i miserabili e gli emarginati costretti a stare in coda. Peccato solo che, dopo una prima parte di pellicola assolutamente indovinata, la seconda risulti forse un po' forzata ed ecceda nelle svolte comico-drammatiche (o persino horror) che portano il finale a trascinarsi troppo a lungo. In ogni caso, resta un lungometraggio originale e meritevole del riscontro ricevuto (si tratta della prima Palma d'Oro mai assegnata a un film coreano [aggiornamento: ha vinto poi anche l'Oscar!]). Lee Sun-kyun è il signor Park, Cho Yeo-jeong sua moglie, Jung Ziso la figlia e Lee Jung-eun la domestica. Nella colonna sonora, a sorpresa, a un certo punto spunta "In ginocchio da te" di Gianni Morandi.

20 dicembre 2018

Roma (Alfonso Cuarón, 2018)

Roma (id.)
di Alfonso Cuarón – Messico 2018
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira
***

Visto in TV, con Giovanni e Daniela.

Il titolo si riferisce alla Colonia Roma, il quartiere residenziale di Città del Messico dove è nato lo stesso Cuarón, e dove vive la famiglia benestante (il dottor Antonio, sua moglie Sofia, i quattro figli, la nonna Teresa e il cane Borras) di cui la protagonista Cleo – una donna di etnia mixteca – è la domestica. Vincitore del Leone d'Oro al Festival di Venezia, più che su una trama complessa il film – che è semi-autobiografico, essendo ispirato a ricordi e personaggi conosciuti dal regista in gioventù – punta sul racconto della quotidianità e sulla ricostruzione di un'atmosfera e di un periodo storico ben preciso (i primi anni settanta). Certo, Cleo vive drammi personali (frequenta Fermín, un ragazzo che la abbandona quando rimane incinta; subirà un aborto), ma è soprattutto testimone silenziosa degli avvenimenti che si svolgono attorno a lei: da quelli legati alla famiglia per cui lavora (Antonio abbandona la casa, lasciando da sola la moglie con i figli) a quelli che sconvolgono l'intero paese (il terremoto, le proteste di strada, con gli scontri fra studenti e gruppi paramilitari). Fra alti e bassi, le due donne (Cleo e Sofia) dovranno così imparare a cavarsela da sole, all'insegna di un'amicizia e di una solidarietà che travalica le differenze di classe. Anche perché, a suo modo, Cleo ha sempre fatto parte della famiglia, occupandosi della casa e dei bambini. Girato splendidamente, con una magnifica e luminosa fotografia digitale in bianco e nero (dello stesso Cuarón) che valorizza i paesaggi e gli ambienti con la sua profondità di campo, e tutta la maestria tecnica alla quale il regista ci ha abituato in passato (bellissimo, per esempio, il piano sequenza nel finale sulla spiaggia, con il salvataggio dei bambini fra le onde da parte di Cleo), rispetto ai precedenti lavori il film è decisamente anti-hollywoodiano e ricorda per molti versi le pellicole del regista filippino Lav Diaz (anche se i tempi, pur lenti, non sono dilatati a quei livelli). È inoltre impreziosito da una grande attenzione per i dettagli, da una curatissima ricostruzione storica, da mille particolari e simboli (uno su tutti: l'automobile di Antonio, così larga da entrare a malapena nell'androne della casa, verrà sostituita da Sofia con un modello più piccolo e maneggevole non appena la donna si sarà fatta una ragione del suo abbandono). Molte comunque le scene memorabili (l'esibizione di arti marziali di Fermín, nudo, con il bastone della doccia; l'allenamento di gruppo guidato dal "professor Zovek", interpretato dal luchador Latin Lover; l'incendio nel bosco durante la notte di Capodanno). E non mancano comunque momenti di grande intensità emotiva, come tutta la sequenza del parto di Cleo in ospedale. La pellicola è dedicata a Liboria "Libo" Rodríguez, la domestica di casa Cuarón sin da quando il regista aveva nove mesi. Yalitza Aparicio, la protagonista, non aveva mai recitato in precedenza. Il regista ha affermato di aver scelto il nome Cleo in ossequio al film di Agnès Varda "Cleo dalle 5 alle 7". Curiosità: quando i bambini vanno al cinema a guardare "Abbandonati nello spazio", Cuarón sembra voler fare riferimento al suo maggior successo precedente, "Gravity".

8 novembre 2018

The little house (Yoji Yamada, 2014)

The little house (Chiisai ouchi)
di Yoji Yamada – Giappone 2014
con Haru Kuroki, Takako Matsu
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Alla metà degli anni trenta, la giovane Taki (Haru Kuroki) lascia il suo villaggio di montagna per andare a lavorare a Tokyo come domestica. Si stabilirà nella dimora degli Hirai, una piccola casa dal tetto di tegole rosse sulla collina, dove sarà testimone della storia d'amore segreta fra la signora Hirai (Takako Matsu) e il giovane disegnatore Itakura (Hidetaka Yoshioka), impiegato nella fabbrica di giocattoli del marito, fino a quando il ragazzo dovrà partire per il fronte durante la seconda guerra mondiale. L'intera storia è raccontata in flashback attraverso le memorie scritte ai giorni nostri dall'anziana Taki e lette dal suo pronipote Takeshi, che dopo la morte della zia andrà in cerca del figlio degli Hirai, che all'epoca dei fatti era solo un bambino. Un film gentile e dai toni nostalgici, appassionante e mai melenso, anzi ben calato nell'atmosfera del Giappone di fine anni '30 e inizio anni '40, quando montava il nazionalismo e tutto era filtrato dall'entusiasmo e dall'ingenuità. La sceneggiatura riesce a raccontare contemporaneamente una storia d'amore e un periodo storico, mostrando come gli eventi della guerra fossero percepiti da chi (soprattutti anziani, donne e bambini) era rimasto "a casa". Più che la domestica Taki (i cui sentimenti sono spesso celati: forse ama anche lei Itakura, e si ritrae per fedeltà verso la sua padrona?), a tratti l'autentica protagonista è la signora Hirai, inguaribile romantica che legge "Via col vento", che abita in una casa da fiaba (e in stile occidentale!) e che sogna un'impossibile fuga d'amore. Chieko Baisho è Taki da anziana, Satoshi Tsumabuki è Takeshi, Takataro Kataoka è il signor Hirai. La colonna sonora è di Joe Hisaishi. Fra le fonti di ispirazione (esplicite), il libro illustrato "The little house" di Virginia Lee Burton.

29 agosto 2016

Whity (Rainer Werner Fassbinder, 1971)

Whity (id.)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1971
con Günther Kaufmann, Hanna Schygulla
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Siamo nel 1878, in una cittadina di frontiera negli Stati Uniti. Il mulatto Whity (Kaufmann) lavora come maggiordomo nella tenuta del potente proprietario terriero Ben Nicholson (Ron Randell), di cui peraltro è il figlio illegittimo ("l'unico che ha ereditato qualcosa del mio carattere", riconosce lo stesso patriarca). Il suo senso di fedeltà e di appartenenza al nucleo familiare, anche in un ruolo subalterno (di fatto è uno schiavo), sono superiori all'orgoglio e al desiderio di diventare un uomo libero: ma quando si rende conto di come la famiglia Nicholson sia ormai corrotta e decadente (tanto la giovane moglie di Ben, la ninfomane Katherine, quanto il suo primo figlio, l'effemminato Frank, gli chiedono di uccidere il padrone di casa, che a sua volta si finge malato per mettere alla prova l'avidità della moglie), sarà lui stesso a sterminare tutti, non risparmiando nemmeno l'altro figlio Davie, minorato mentale, per poi fuggire nel deserto con Hanna (Schygulla), la cantante e prostituta del saloon di cui è innamorato. La sua ribellione, comunque, si rivelerà vana e senza futuro. Se i temi sono quelli, cari a Fassbinder, del ruolo dell'individuo nella società, sullo sfondo di una torbida ragnatela di intrighi e di rapporti distorti in una famiglia disfunzionale, l'insolita ambientazione western (il film è stato girato in Spagna, negli stessi luoghi dove aveva lavorato Sergio Leone) si rivela soltanto un pretesto, anche se consente al regista stesso un'apparizione vestito da cowboy, con tanto di cappello e cinturone, nei panni di un mandriano razzista che bazzica nel saloon dove Hanna canta le sue canzoni da cabaret. Il film – uno dei primi esperimenti di Fassbinder con il colore e l'unico dai lui realizzato in Cinemascope (ma paradossalmente mai distribuito in sala) – segna la prima collaborazione del regista con il grande direttore della fotografia Michael Ballhaus, che lavorerà per lui in una dozzina di lungometraggi successivi (fra cui "Le lacrime amare di Petra von Kant", "Il matrimonio di Maria Braun" e "Lili Marleen"). E proprio la qualità pittorica delle immagini resta particolarmente impressa: dal rosso accesso dell'uniforme di Whity, al bianco pallido e cadaverico (quasi verdognolo) dei volti dei membri della famiglia Nicholson, che ne sottolineano la decadenza fisica ancor prima che morale.

31 dicembre 2014

Viale del tramonto (Billy Wilder, 1950)

Viale del tramonto (Sunset Boulevard)
di Billy Wilder – USA 1950
con William Holden, Gloria Swanson
****

Rivisto in DVD, con Paola, Marta, Esther, Beatrice, Giovanni, Rachele e Sabrina.

Joe Gillis (Holden), sceneggiatore cinematografico in bolletta, capita per caso nella lussuosa ma fatiscente villa di Norma Desmond (Swanson), nel Sunset Boulevard di Hollywood. Un tempo celebre diva del muto, Norma vive ora come una reclusa in un ambiente funereo e decadente, in compagnia del fedele maggiordomo Max, immersa nei ricordi del passato ("Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo!") e nei sogni di tornare a essere di nuovo una star del grande schermo. La donna (alla quale Max manda finte lettere di ammiratori per sostenere le sue illusioni di non essere stata dimenticata) assume Gillis per aiutarla a redigere il copione di quello che dovrebbe essere il suo ritorno sulle scene: un'ambiziosa e colossale "Salomè" da far dirigere al grande regista Cecil B. De Mille. Il disperato bisogno di denaro porta l'uomo ad accettare di trasferirsi nella villa, dove diviene il mantenuto e poi l'amante della stagionata diva. Ma il crollo delle illusioni sarà fatale ad entrambi. Dal folgorante incipit (con la voce narrante fuori campo che si rivelerà essere quella di un morto) all'esposizione dell'intera vicenda in flashback, dalle affascinanti e tetre scenografie della villa di Norma (che sembrano uscite da "Dracula") al cinico ritratto dello star system e di una Hollywood che procede a passo spedito, dimenticando le proprie fondamenta (da brividi la scena della partita a bridge, fra i cui giocatori si riconoscono celebri star del muto come Buster Keaton), dalla regia di un Billy Wilder a suo agio anche nel noir (come d'altronde aveva già dimostrato con "La fiamma del peccato"), peraltro contaminato da tocchi di horror e di commedia, alla fotografia impietosa di John F. Seitz, dalla sceneggiatura (dello stesso Wilder con Charles Brackett – fu la loro ultima collaborazione – e D. M. Marshman, Jr.) alle musiche di Franz Waxman, tutto concorre a rendere questo film uno dei capolavori (autoreferenziali o meno) della settima arte.

Dramma della follia, della vecchiaia e delle illusioni di grandezza, ma anche e soprattutto un potente e crudele omaggio al cinema stesso: non (solo) alla sua capacità di far sognare (si pensi alla giovane Betty, ma anche allo stesso Gillis, che si tuffano con entusiasmo e ingenuità nel tentativo di intraprendere una carriera dorata nella "fabbrica dei sogni") ma anche a quello di fissare e "imbalsamare" su pellicola le esistenze di attori e persone che invece, nel mondo reale, sono destinati a invecchiare e a svanire per sempre (la scena in cui Norma riguarda i suoi vecchi film, girati quando era ancora giovane, fa sorgere alla mente un inevitabile parallelo con "Il ritratto di Dorian Gray"). Gloria Swanson era stata un'autentica attrice del muto (gli spezzoni che vengono proiettati, così come le sue foto da giovane, appartengono davvero a quell'epoca), diretta in un occasione proprio da quell'Erich von Stroheim che qui dà vita all'inquietante figura del maggiordomo Max (suo "scopritore", regista e primo marito, che ha scelto di restare per tutta la vita al suo fianco come servitore). Nei panni di sé stessi compaiono anche la giornalista scandalistica Hedda Hopper ma soprattutto De Mille, all'epoca il regista più influente di Hollywood, ritratto mentre è impegnato a dirigere l'ennesimo kolossal biblico negli studi della Paramount ed evocato pure nella battuta conclusiva ("Mr. De Mille, sono pronta per il mio primo piano!"). La scelta dei due attori protagonisti non fu facile: per il ruolo di Norma Desmond (il personaggio, anche nel nome, è ispirato a Mabel Normand), i produttori pensarono a Mae West, Mary Pickford, Norma Shearer e Pola Negri; per quello di Gillis furono considerati Montgomery Clift (che rifiutò per timore di essere bollato come gerontofilo, anche se all'epoca frequentava proprio una donna più vecchia di lui), Fred MacMurray, Marlon Brando e Gene Kelly, prima di ripiegare su Holden (che con Wilder lavorerà poi in altre tre occasioni). Il film fu candidato a 11 premi Oscar, vincendo quelli per la sceneggiatura, la scenografia e la colonna sonora.

10 giugno 2011

Le donne del 6° piano (P. Le Guay, 2010)

Le donne del 6° piano (Les femmes du 6ème étage)
di Philippe Le Guay – Francia 2010
con Fabrice Luchini, Natalia Verbeke
*1/2

Visto al cinema Anteo (rassegna di Cannes).

Siamo a Parigi, nel 1962. Le famiglie dell'alta borghesia francese si affidano a donne spagnole per la pulizia della loro casa, un po' come oggi facciamo noi con le filippine, ma ignorano tutto della loro vita e delle loro difficoltà. Un gruppo di queste domestiche risiede al fatiscente sesto piano di un palazzo dove, ai piani bassi, abitano i metodici coniugi Joubert, attaccati alle loro false convinzioni e ai riti sempre uguali (come l'uovo alla coque del mattino). Ma affascinato dalla nuova donna di servizio, la giovane e bella Maria, il consulente finanziario Jean-Louis entra improvvisamente in contatto con il mondo delle domestiche e finisce col diventarne amico, confidente e paladino, mandando all'aria tutto quello in cui credeva. Un filmetto buonista e facilone, autoindulgente e fintamente edificante, costruito su cliché e personaggi-macchiette e solo lievemente nobilitato da un accenno di riflessione sociale, con in sovrappiù una storia d'amore del tutto superflua. Se nella parte centrale, quella della scoperta di sé stesso da parte del protagonista (che, scacciato di casa dalla moglie, si trasferisce anche lui a vivere in soffitta con "le spagnole"), la commediola guadagna qualche colpo, li perde però tutti nel finale retorico e posticcio. Fra i pochi motivi di interesse, la recitazione di uno spaesato Luchini e di un'ottima Sandrine Kiberlain (la moglie Suzanne). Fra le domestiche, invece, si riconoscono volti almodovariani come Carmen Maura e Lola Dueñas. Nel complesso, una cazzatina degna al massimo di una prima serata su Rai 2.

14 maggio 2010

L'impareggiabile Godfrey (G. La Cava, 1936)

L'impareggiabile Godfrey (My man Godfrey)
di Gregory La Cava – USA 1936
con William Powell, Carole Lombard
***

Visto in DVD.

Un classico della screwball comedy anni trenta. Un barbone viene assunto come maggiordomo nella villa di una famiglia ricca ed eccentrica, dopo che ha aiutato la figlia minore a vincere una specie di "caccia al tesoro" organizzata fra i membri dell'alta società (i partecipanti dovevano condurre con sé un derelitto). Qui il misterioso Godfrey, che si rivelerà sorprendentemente all'altezza (è garbato, intelligente e ironico), insegnerà ai viziati abitanti della casa i veri valori della vita, come l'umiltà e il rispetto, ma anche come ritrovare equilibrio e felicità. E grazie alle sue competenze finanziarie rimetterà persino in sesto i conti in rosso della famiglia. Fra satira sociale (i ricchi vengono ritratti come fuori di testa, bizzarri, insensibili) e riferimenti realistici all'attualità (come quelli alla grande depressione: fra i "colleghi" di Godfrey ci sono anche banchieri caduti in rovina), il film è condito da squarci surreali e tocchi di melodramma romantico. Powell e la Lombard (nei panni dell'ingenua e stupida Irene, che finisce con l'innamorarsi di Godfrey) nella vita reale erano stati sposati dal 1931 al 1933, e questo forse spiega la tensione palpabile in alcune scene. Grandioso il cast di contorno, che comprende Eugene Pallette (il placido capofamiglia, ormai rassegnato a sopportare le stravaganze della consorte e delle indisciplinate figlie), Alice Brady (la moglie svampita e smemorata), la bella Gail Patrick (l'orgogliosa e arrogante figlia maggiore), Jean Dixon (la cameriera sensibile), Alan Mowbray (il vecchio amico di Godfrey) e Mischa Auer (l'irresistibile musicista scroccone, protetto dalla padrona di casa, che imita un gorilla e suona al piano "Oci Ciornie"). Molto belli anche i titoli di testa, con le insegne luminose sui tetti. Il film ricevette sei nomination agli Oscar: per regia, sceneggiatura e tutte le quattro riservate agli attori (per Powell, Lombard, Auer e Brady). Nel 1957 ne è stato fatto un remake con David Niven.

9 novembre 2009

Fra le tue braccia (E. Lubitsch, 1946)

Fra le tue braccia (Cluny Brown)
di Ernst Lubitsch – USA 1946
con Jennifer Jones, Charles Boyer
***

Visto in DVD.

Inghilterra, 1938. Alla giovane Cluny Brown è sempre stato insegnato che deve "saper stare al suo posto": già, ma qual è il suo posto? Nipote di uno stagnino, ingenua, allegra ed esuberante, ha un debole per i lavori di idraulica e sogna di viaggiare in luoghi lontani. Viene però assunta come cameriera a servizio in una grande casa di campagna e cerca in tutti i modi di adeguarsi al suo nuovo ruolo, a costo di accettare la corte del farmacista del villaggio e di rassegnarsi a una vita grigia e senza prospettive. A salvarla sarà l'eccentrico professor Belinski, spiantato esule boemo e aspirante scrittore di gialli, l'unico disposto ad assecondare le sue inclinazioni. Il penultimo film di Lubitsch, in realtà l'ultimo che il grande regista ha completato (morì infatti durante le riprese del successivo "La signora in ermellino", nel 1947), è una sarcastica commedia sul tema delle classi sociali. Belinski e Cluny Brown portano una ventata di freschezza e di ribellione in un mondo miope, conservatore e chiuso in sé stesso, dove le divisioni fra l'alta società e i servitori sono ormai irrigidite da regole immutate da secoli: gli ingessati padroni di casa e i domestici snob, infatti, sono talmente calati nelle proprie parti da non riuscire a comprenderne i limiti. Si tratta naturalmente di un mondo destinato a scomparire da lì a poco con lo scoppio della seconda guerra mondiale, continuamente evocato con una certa inquietudine che serpeggia nascosta per tutta la pellicola. Brillanti come sempre i dialoghi e ottime le caratterizzazioni dei personaggi, compresi quelli di contorno: dall'impettito Hilary Ames (Reginald Gardiner), l'organizzatore del party dove i due protagonisti si incontrano per la prima volta, al farmacista piccolo-borghese Wilson (Richard Haydn) con tanto di madre (Una O'Connor) che si esprime soltanto con colpi di tosse; dall'altezzosa baronessina Betty Cream (Helen Walker), il prototipo della ragazza che "se la tira", al suo spasimante Andrew (Peter Lawford), ossessionato dai venti di guerra e convinto a torto che Belinski sia un attivista antinazista e un perseguitato politico. Bravissimi i due interpreti principali e meraviglioso il finale, senza parole, ambientato a New York davanti alla vetrina di una libreria.

28 febbraio 2009

8 donne e un mistero (F. Ozon, 2002)

8 donne e un mistero (8 femmes)
di François Ozon – Francia 2002
con Catherine Deneuve, Fanny Ardant
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Negli anni cinquanta, in una villa di campagna isolata dalla neve, l'unico uomo di famiglia viene trovato morto con un pugnale conficcato nella schiena. A ucciderlo potrebbe essere stata una qualsiasi delle otto donne della sua vita, tutte presenti nella casa: la moglie, le due figlie, la sorella, la cognata, la suocera, la cameriera, la cuoca. Ognuna di loro nasconde dei segreti, che verranno fuori lentamente nel corso di una giornata densa di avvenimenti. Fra accuse incrociate e colpi di scena, la vicenda si dipana come un giallo di Agatha Christie fino alla risoluzione finale. Magistrale divertissement di Ozon, che affida a otto celebri attrici francesi (di diverse generazioni) ruoli interconnessi e dinamici, realizzando un film che non cessa di sorprendere fino alla fine. L'impostazione teatrale è evidente (la sceneggiatura è tratta da una pièce di Robert Thomas), rimarcata anche dalle scenografie e dai costumi colorati che permettono di distinguere bene i diversi personaggi (con echi anche di Fassbinder, in particolare de "Le lacrime amare di Petra von Kant"), ma il regista ci aggiunge del suo: ognuna delle otto donne è protagonista di un numero musicale, con una canzone tratta dal vasto repertorio della musica popolare francese, reinterpretata, collocata "fuori contesto" e accompagnata da una coreografia studiata ad hoc. Alcune scene, come quella del bacio lesbico fra Catherine Deneuve e Fanny Ardant (cosa ne avrebbe pensato Truffaut?) hanno fatto scalpore, e come suo solito Ozon infila temi scomodi come l'omosessualità o l'incesto in un film apparentemente innocuo e di puro intrattenimento. Bravissime tutte le attrici: le mie preferenze vanno comunque alla favolosa Isabelle Huppert, una perfetta zitella acida ("Non c'è ora per i pettini!"), e alla splendida Emmanuelle Béart, impertinente e provocante nella sua divisa da french maid. La scena con il daino sotto la neve che si avvicina alla casa è una citazione da "Secondo amore" di Douglas Sirk.

Ecco il cast al completo. Diverse attrici non sapevano cantare e sono state "costrette" da Ozon a estenuanti esercizi musicali. Da notare che la Darrieux e la Deneuve avevano già recitato (e cantato) insieme in "Les demoiselles de Rochefort" di Demy: e anche lì la prima era la madre della seconda!
- Catherine Deneuve è Gaby, la moglie della "vittima" Marcel. I suoi rapporti con il marito sono ormai freddi e tutt'altro che idilliaci. La sua canzone è "Toi jamais", una bella ballata di Sylvie Vartan.
- Isabelle Huppert è Augustine, sorella nubile e ipocondriaca di Gaby, sempre pronta a lamentarsi di tutto ma con un'anima romantica e frustrata. Canta al pianoforte "Message personnel", interpretata in passato (fra gli altri) da Françoise Hardy.
- Danielle Darrieux è Mamy, la matriarca avara e alcolizzata, madre di Gaby e Augustine. La sua canzone è la bellissima "Il n'y a pas d'amour heureux", di Georges Brassens su testi di Louis Aragon.
- Virginie Ledoyen è Suzon, la figlia maggiore di Gaby e Marcel, appena tornata per le vacanze natalizie (con un segreto) dalla scuola che frequenta all'estero. Canta "Mon amour, mon ami" di Marie Laforêt.
- Ludivine Sagnier (la musa del regista) è Catherine, la figlia più piccola, intrigante, insolente e ficcanaso. Considera il padre come l'uomo ideale. Il suo brano è la canzonetta "T'es plus dans l'coup papa" di Sheila.
- Fanny Ardant è Pierrette, la misteriosa sorella di Marcel, dal passato non senza macchia. La sua canzone, una delle mie preferite, è la trascinante "À quoi sert de vivre libre" di Nicoletta.
- Emmanuelle Béart è Louise, la nuova cameriera, devota ai suoi padroni in maniera ambigua. La sua personalità focosa è ben esemplificata dalla canzone "À pile ou face" di Corynne Charby.
- Firmine Richard è Chanel, la cuoca di colore e la governante della casa. Apparentemente innocua, anche lei ha i suoi segreti. Canta "Pour ne pas vivre seuls", un bel brano di Dalida.

16 febbraio 2009

Quando ero morto (E. Lubitsch, 1916)

Quando ero morto, aka Un morto ritorna
(Als ich tot war, aka Wo ist mein Schatz?)
di Ernst Lubitsch – Germania 1916
con Ernst Lubitsch, Lanchen Voss
**

Rivisto in VHS, con Marisa.

Maltrattato dalla suocera, che convince addirittura la figlia a chiedere il divorzio, un uomo è costretto ad andare via da casa. Finge allora di suicidarsi e si traveste da domestico, riuscendo a farsi assumere in casa sua per stare vicino alla moglie, scacciarne un pretendente e chiudere infine i conti con la suocera. Se non fosse per il mancato cambio di sesso, sembrerebbe quasi una versione ante litteram di "Mrs. Doubtfire". Non è però fra le cose migliori del regista (che all'epoca recitava ancora in prima persona): le gag sono stiracchiate e poco divertenti, la satira sociale è al livello di una barzelletta. Ritenuto a lungo perduto, il mediometraggio è stato ritrovato solo negli anni novanta, in una copia priva parzialmente del finale.

26 marzo 2008

La regola del gioco (J. Renoir, 1939)

La regola del gioco (La règle du jeu)
di Jean Renoir – Francia 1939
con Marcel Dalio, Nora Grégor
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Era la prima volta che vedevo questo classico, considerato da alcuni (Truffaut, per esempio) uno dei film più belli di tutti i tempi. Aperta da una citazione di Beaumarchais, la pellicola è dichiaratamente ispirata a "Le nozze di Figaro": ma l'ambientazione alla vigilia della seconda guerra mondiale la rende un ritratto di un mondo che sta per scomparire, quello di un'alta borghesia frivola e svagata che non sarebbe sopravvissuta al conflitto imminente. Nella tenuta di campagna del marchese Robert de la Cheyniest vengono accolti numerosi ospiti per una settimana di divertimento che prevede una battuta di caccia. Fra gli invitati c'è l'aviatore André Jurieux, il nuovo idolo delle folle che ha appena compiuto una trasvolata oceanica e che è innamorato della marchesa Christina, come ben tutti – compreso il marito – sanno. Anche il marchese ha comunque la sua amante, Geneviève, che ha però intenzione di lasciare. I tradimenti amorosi non mancano nemmeno dal lato della servitù: la cameriera della marchesa, Lisette, accetta di buon garbo la corte dell'ex bracconiere e ora domestico Marceau, scatenando la gelosia del marito e guardiacaccia Schumacher (il cui nome è pronunciato da tutti alla francese, Sciumascèr). Una scena nel finale rispecchia quasi alla lettera quella della commedia di Beaumarchais (e dell'opera di Da Ponte/Mozart), con la marchesa che si incontra con uno dei suoi spasimanti nella serra del giardino, indossando il mantello della sua cameriera. Il ritmo vivace, la ricchezza dei personaggi, la fluidità dei sentimenti (non è mai chiaro chi ami veramente chi, e se la marchesa o anche la cameriera intendano restare fedeli ai mariti o consegnarsi ai propri amanti; gli uomini, a dire il vero, sembrano decisamente più stabili nei sentimenti) rendono la pellicola un piccolo capolavoro "fuori dal tempo" (e infatti fu rifiutato dal pubblico), più simile alle commedie degli anni venti e dei primi anni trenta, come quelle di Lubitsch, che al cinema contemporaneo e successivo. Anche il regista recita sullo schermo nei panni di Octave, amico del marchese e di Julian e confidente (innamorato) di Christina. Il "gioco" del titolo è naturalmente quello amoroso, che ha anch'esso le sue inderogabili regole e prevede drammatiche conseguenze per chi non le rispetta. Celebre la battuta "Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni".

1 marzo 2008

Oltre il giardino (Hal Ashby, 1979)

Oltre il giardino (Being there)
di Hal Ashby – USA 1979
con Peter Sellers, Shirley MacLaine
***1/2

Visto in divx.

Chance è un anziano giardiniere analfabeta che ha trascorso tutta la propria vita nella residenza del suo datore di lavoro, a Washington. Dopo la morte di questi è costretto ad abbandonare la casa e ad andare alla scoperta di un mondo che conosce soltanto attraverso la televisione (esemplare la scena in cui, di fronte a un teppista in strada, gli punta contro il telecomando nel tentativo di cambiare canale). Entrato per caso in contatto con una delle famiglie più ricche e influenti della città, riscuote le simpatie di tutti e viene creduto un saggio uomo d'affari, profondo e con un gran senso dell'umorismo: i suoi silenzi vengono scambiati per pause di riflessione, e i suoi discorsi sul giardinaggio, la semina e le stagioni per metafore politiche o economiche. E Chance, che non si rende conto di quel che accade intorno a lui, in un irresistibile crescendo diventa addirittura consigliere del presidente degli Stati Uniti, mentre il mistero sul suo passato scatena un caso giornalistico e diplomatico che manda in tilt CIA e FBI.
Un film bello e delicato, talvolta forse poco credibile ma salvato da un humour mai sopra le righe e sorretto dalla magistrale prova di Sellers in quello che è considerato il suo testamento d'attore (è stato il suo penultimo film, e l'ultimo uscito mentre era ancora in vita), che dimostra come un comportamento stupido e vacuo ma abbastanza ambiguo possa essere scambiato per intelligenza e buon senso. Tutti i personaggi vedono in Chance qualcosa che semplicemente non c'è: di volta in volta viene considerato gentile e affabile, freddo e distaccato, abile calcolatore; l'ambasciatore russo crede che lui parli la sua lingua; Ben, l'eminenza grigia che lo ospita nella sua villa (un Melvyn Douglas che vinse l'Oscar), riesce addirittura – grazie alla sua "filosofia" – ad accettare l'idea della propria morte imminente; e sua moglie, la brava Shirley MacLaine, se ne innamora perché convinta di trovarsi di fronte a una spiccata sensibilità (le scene in cui lei tenta pateticamente di sedurlo, mentre lui è manifestamente indifferente, sono eccezionali). L'unico momento in cui sembra mostrare un sentimento "vero" è quando piange dopo la morte di Ben. Nel finale, mentre i funzionari di partito valutano l'opportunità di candidare il giardiniere alla presidenza, lo vediamo addirittura camminare sulle acque: un modo per sottolineare come Chance sembri ormai – anche agli spettatori – più di quello che è davvero? Interessante, nella colonna sonora, l'uso di una versione arrangiata di "Also sprach Zarathustra" quando Chance si accinge, per la prima volta, all'esplorazione dello "spazio" attorno a lui. E interessante anche fare un paragone con "Forrest Gump": quest'ultimo è scemo e dunque saggio; Chance invece è scemo e basta, e la sua saggezza esiste solo nella mente dei suoi interlocutori, che sono portati a vederla anche perché l'uomo che si trovano di fronte sembra rispecchiare i loro preconcetti (come dice la vecchia domestica di colore, se fosse stato nero non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo). "La vita è uno stato mentale" recita l'ultima frase della pellicola, che mi è piaciuta anche se ho avuto l'impressione che – proprio come il suo protagonista – a tratti sembri dire cose più profonde di quanto siano davvero. Ma il film è perfettamente riuscito come satira della politica, dell'economia e di una società americana dove la televisione è onnipresente in ogni stanza.

12 gennaio 2007

Operazione Cicero (J. L. Mankiewicz, 1952)

Cicero

Operazione Cicero (5 Fingers)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1952
con James Mason, Danielle Darrieux
***

Visto in DVD.

Nel 1944, durante la guerra, il cameriere personale dell'ambasciatore inglese ad Ankara si propone come spia ai tedeschi, vendendo loro documenti segreti compresi i piani dello sbarco in Normandia: il suo scopo è quello di arricchirsi per poter dichiarare il proprio amore a una contessa, che pur essendo caduta in disgrazia continua a guardarlo dall'alto verso il basso per la differenza di classe. Un ottimo film di spionaggio valorizzato dall'eccellente prova di Mason e dalla consueta bravura di Mankiewicz, sempre attento alla caratterizzazione dei suoi personaggi, anche di quelli minori. "Cicerone" (nome in codice della spia) è un individuo mistificatore e doppiogiochista, intelligente ma sottovalutato da tutti, ossessionato dal desiderio di superare le barriere di classe: tutti temi tipici del cinema di questo grande regista e sceneggiatore. Bello il finale, con Mason braccato fra le strade di Istambul sia dagli inglesi che dai tedeschi, e il successivo colpo di scena in Brasile, beffardo ma soddisfacente (vedi la risata finale). Una didascalia all'inizio afferma che si tratta di una storia vera, e per quanto sembri improbabile è proprio così: è stata tratta dal libro di memorie scritto da un funzionario dell'ambasciata tedesca, che peraltro compare anche nel film facendo la figura del sempliciotto.

9 ottobre 2006

Mancia competente (E. Lubitsch, 1932)

Mancia competente (Trouble in Paradise)
di Ernst Lubitsch – USA 1932
con Herbert Marshall, Miriam Hopkins, Kay Francis
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona.

Approfittando del DVD Ermitage, l'ho visto per la prima volta in italiano. E per fortuna traduzione e doppiaggio erano piuttosto buoni. Il film, ovviamente, rimane un capolavoro: lo stesso Lubitsch ebbe a dire che, "quanto a stile" non aveva mai fatto di meglio. "Trouble in paradise" è una commedia sofisticata che ancora oggi risulta modernissima, con dialoghi raffinati, inquadrature allusive, ritmo scoppiettante (con la colonna sonora che fa da adeguato contrappunto alle varie situazioni), personaggi simpatici. Stupisce vedere come a pochissimi anni dall'avvento del sonoro fosse già possibile sfruttarne le caratteristiche in maniera così compiuta e matura. Dopo una prima parte praticamente perfetta, quella ambientata a Venezia dove si introducono i due protagonisti, la storia si sposta a Parigi per seguire il loro tentativo di ingannare una ricca signora dell'alta società, facendosi assumere come suoi collaboratori per poi derubarla. Seguono complicazioni sentimentali. In tempi pre-codice Hays, Lubitsch e i suoi sceneggiatori possono permettersi di giocare con allusioni di ogni genere e con inquadrature maliziose. Anche la scelta di due furfanti come protagonisti (tratteggiati con simpatia e senza "punizione finale") testimonia di una libertà che a Hollywood, in epoca successiva, sarebbe stata impossibile. L'inquadratura iniziale del film (un bidone di rifiuti e una chiatta di spazzatura a pochi passi da un raffinato hotel internazionale a Venezia) introduce immediatamente il tema della dissonanza e dell'imperfezione nel paradiso, dove non tutto è come sembra. La frase d'esordio di Gaston che deve scegliere come cominciare la cena ("Gli inizi sono sempre difficili") sembra quasi pronunciata dal regista stesso, alle prese con l'arduo compito di cominciare un nuovo film.

13 aprile 2006

Adolescenza torbida (L. Buñuel, 1951)

Adolescenza torbida (Susana)
di Luis Buñuel – Messico 1951
con Rosita Quintana, Fernando Soler
***

Visto su Fuori Orario, in originale con sottotitoli.

Fuggita dal riformatorio, la giovane Susana trova ospitalità presso una hacienda dove viene assunta come lavorante, turbandone ben presto la tranquillità. Procace e calcolatrice, la ragazza si finge ingenua e innocente e riesce a sedurre tanto il padrone quanto il suo giovane figlio, attirando anche le attenzioni del capo dei mandriani e seminando zizzania fra tutti loro.
Questa pellicola del periodo messicano di Buñuel può sembrare un film minore rispetto a capolavori come "I figli della violenza" (realizzato lo stesso anno), ma è caratterizzata dalla consueta maestria narrativa e da una bellissima fotografia in bianco e nero. E poi Don Luis è sempre bravo a trasformare una vicenda apparentemente convenzionale in un'arguta metafora ricca di spunti sociali, sessuali o religiosi. Quella di Susana, elemento di disturbo che viene a portare il caos nell'ordine costituito, è una lotta da sola contro il mondo intero, che la ragazza combatte usando le uniche armi a sua disposizione: la bellezza e la gioventù provocante. Pur essendo la "cattiva" del film, non si può non provare simpatia più per lei che per gli altri personaggi, che credono di avere il coltello dalla parte del manico e non si accorgono di essere invece manipolati. La facilità con cui riesce nel suo intento, anzi, rivela quanto fosse fasulla e ipocrita l'armonia da "Mulino Bianco" che regnava inizialmente nella famiglia. E Buñuel, lungi da voler impartire una lezione morale, mantiene sempre uno sguardo decisamente ironico, come nelle scene in cui Susana, prima di "entrare in azione", si allarga regolarmente la scollatura. E anche con un contrasto esageratamente marcato fra i momenti drammatici, scuri e tempestosi, e quelli idilliaci, pieni di sole e di uccellini che cantano. Un po' la stessa cosa che farà John Woo nel finale di "Face/Off", sottolineato sarcasticamente come fiabesco e irreale.