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28 febbraio 2023

Un eroe (Asghar Farhadi, 2021)

Un eroe (Qahreman)
di Asghar Farhadi – Iran/Francia 2021
con Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh
***

Visto in TV (Now Tv).

In carcere per non aver pagato un debito, Rahim (Amir Jadidi) ha due giorni di permesso da trascorrere in famiglia, durante i quali vorrebbe vendere le monete d'oro contenute in una borsa che afferma di aver trovato per strada, accanto a una fermata d'autobus. Quando si rende conto che il ricavato non basterebbe comunque a soddisfare il suo creditore (Mohsen Tanabandeh), decide invece di restituire la borsa al legittimo proprietario, e a tal fine affigge degli annunci in strada. Una donna si presenta in effetti a reclamare la borsa. E la notizia del gesto disinteressato di Rahim si diffonde rapidamente, trasformandolo suo malgrado in un eroe e un modello di virtù e valore civico. L'uomo viene intervistato in televisione e sui giornali, e sia i responsabili del carcere sia un'associazione benefica ne approfittano per tessergli attorno una narrazione di retorica e di propaganda. Ma pian piano vengono alla luce anche sospetti e illazioni, anonime e sui social media, secondo cui Rahim si sarebbe inventato tutto... Asghar Farhadi torna a girare in Iran per raccontare una parabola ambigua (e mediatica) sull'onestà e l'ipocrisia. Cosa sia accaduto davvero non viene chiarito: Rahim afferma in seguito che la borsa non è stata trovata da lui, ma dalla sua compagna Farkhondeh (Sahar Goldoost), ma le date non coincidono; la proprietaria, dopo esserne tornata in possesso, sparisce nel nulla e non può più essere rintracciata per confermare la sua storia (anche se avrebbe i suoi validi motivi). Ma soprattutto la vicenda mette in luce gli interessi e le ipocrisie dietro ogni narrazione "popolare" di bontà e di successo, con Rahim (e suo figlio, il piccolo e balbuziente Siavash) tirati da tutte le parti per mettere in scena e far apparire nel migliore dei modi al pubblico, di volta in volta, le istituzioni e le organizzazioni carcerarie, la famiglia del debitore e quella del creditore. Parole e azioni servono per "comprare la reputazione", in una compravendita cui inizialmente partecipa lo stesso Rahim, salvo ribellarsi nel finale. Premiato a Cannes con il Grand Prix speciale della giuria, il film è ispirato a una storia vera (ci sono state controversie in proposito, fra il regista e una sua ex studentessa, su chi abbia avuto l'idea) e illustra un (altro) aspetto della società iraniana o, se vogliamo, più in generale del mondo contemporaneo: non mancano le affinità, per esempio, con "Eroe per caso" di Stephen Frears, con Dustin Hoffman.

5 febbraio 2023

Primo caso, secondo caso (A. Kiarostami, 1979)

Primo caso, secondo caso (Ghazieh-e shekl-e aval, ghazieh-e shekl-e dovom)
di Abbas Kiarostami – Iran 1979
con attori non professionisti
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Uno studente indisciplinato, seduto in fondo alla classe, disturba la lezione facendo rumore sul banco. Non riuscendo a identificare il responsabile, l'insegnante fa uscire dall'aula tutti i sette alunni dell'ultima fila, minacciando di lasciarli in punizione in corridoio per l'intera settimana, a meno che uno di loro non riveli chi era il colpevole. Dopo aver intervistato i genitori dei ragazzi, chiedendo loro come dovrebbero comportarsi (fare la spia oppure no?), Kiarostami proietta a questi e a un gruppo di educatori, intellettuali, leader politici e religiosi, due differenti "finali" della storia: nel primo caso, dopo due giorni uno degli studenti, seppure a malincuore, denuncia il compagno colpevole e viene così riammesso in classe a seguire le lezioni; nel secondo caso, tutti e sette gli alunni "resistono" per l'intera settimana senza tradirsi a vicenda. In entrambi i casi gli intervistati esprimono le proprie opinioni sull'accaduto. La maggior parte di essi elogia l'unità mostrata dagli alunni e condanna l'eventuale "traditore", in nome dei valori della solidarietà all'interno di una comunità o di un gruppo di appartenenza. Le critiche vengono invece rivolte per lo più all'insegnante, per averli messi in quella situazione, e al sistema educativo, visto come specchio di una società oppressiva, che incoraggia la delazione e il tradimento e che reprime la personalità dei suoi membri. Naturalmente, però, c'è anche chi condanna il comportamento indisciplinato di alunni che dovrebbero pensare soprattutto a studiare e a rispettare le regole. E quello che era un comune episodio di vita scolastica si colora di interpretazioni sociali e politiche. All'apparenza uno dei tanti corti e mediometraggi di ambientazione scolastica e dagli intenti pedagogici diretti da Kiarostami per conto del Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti (non dissimile, per esempio, dal precedente "Due soluzioni per un problema"), questo film di una cinquantina di minuti è in realtà un importante documento della transizione dell'Iran da repubblica laica a stato islamico. Proprio mentre il regista lo stava completando, infatti, la rivoluzione guidata dall'ayatollah Khomeini rovesciava la monarchia e il regime dello scià, costringendo di fatto il regista a modificare il progetto (il "secondo caso" venne aggiunto in corso d'opera) e a cambiare la struttura del film, eliminando parte dei commenti già girati e aggiungendone di altri (in particolare le interviste ad alcuni dei "nuovi" leader politici e religiosi del paese). Ciò nonostante, il film venne vietato dalla censura (forse perché mostra comunque un dibattito non allineato, caratterizzato da una grande varietà di opinioni) ed è rimasto a lungo inaccessibile. Curiosità: gli alunni in piedi nel corridoio ricordano "I soliti sospetti".

13 novembre 2022

Il matrimonio dei benedetti (M. Makhmalbaf, 1989)

Il matrimonio dei benedetti (Arusi-ye khuban)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1989
con Mahmud Bigham, Roya Nonahali
**1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Haji (Mahmud Bigham), fotografo di guerra, soffre di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) in seguito agli orrori e alle atrocità di cui è stato testimone (il conflitto fra Iran e Iraq, cui ha partecipato come soldato; la guerra civile in Libano; le carestie nei paesi africani). Tornato alla vita civile, fa fatica a riadattarsi ed è costantemente turbato da immagini, pensieri e visioni. La fidanzata Mehri (Roya Nonahali) vorrebbe sposarlo, nella speranza che il matrimonio lo aiuti a recuperare felicità e serenità, nonostante l'opposizione del padre. Ma proprio durante la cerimonia, Haji avrà una ricaduta... Uno dei film più "forti" ed espressionisti di Makhmalbaf, una discesa nella follia e nell'incubo di un uomo che ha vissuto l'orrore e non riesce più a dimenticarlo. Punteggiato da una serie di visioni e di flashback, che la regia moderna (con ardite soggettive), il montaggio, la fotografia, l'uso del sonoro e la musica sottolineano con veemenza, il percorso di Haji sembra una strada senza uscita che si ripiega su sé stessa, come testimonia il suo "reportage" notturno per la città, dopo aver ricominciato a lavorare al giornale, nel quale scatta istantanee clandestine ai disagiati, i disperati e i poveri che affollano le strade (all'interno di questa sequenza, il film "rompe" suo malgrado la quarta parete – cosa peraltro non certo insolita per il cinema iraniano – quando una pattuglia di poliziotti chiede a Makhmalbaf e alla sua troupe se hanno il permesso per girare). Nel frattempo Mehri, proveniente da una famiglia ricca e privilegiata (a sua volta è un'artista), cerca di risvegliare in lui i ricordi del loro passato felice (i due si conoscevano sin da piccoli) e di convincerlo a non sentirsi responsabile o farsi carico di tutti i problemi del mondo. Curiosità: il film era citato in "Close up" di Abbas Kiarostami, nel quale Makhmalbaf recitava nel ruolo di sé stesso.

15 ottobre 2022

Il male non esiste (Mohammad Rasoulof, 2020)

Il male non esiste (Sheytan vojud nadarad)
di Mohammad Rasoulof – Iran/Ger/Cec 2020
con Ehsan Mirhosseini, Kaveh Ahangar, Mahtab Servati
***

Visto in TV (Now Tv).

Quattro episodi sul tema della pena di morte in Iran, visto dalla prospettiva di chi è "costretto" a somministrarla, che si tratti di burocrati statali o giovani soldati di leva. Il regista (che ha girato il film clandestinamente: la pellicola è stata ovviamente bandita in patria) si è ispirato alle proprie esperienze e ha affermato di aver inteso esplorare la questione dell'assunzione delle proprie responsabilità, dunque da un punto di vista personale e individuale, piuttosto che imbastire una battaglia a livello politico o sociale. Nel primo episodio, intitolato "Il diavolo non esiste" (come il titolo letterale del film stesso), assistiamo alla vita quotidiana, persino monotona, di un uomo di mezza età, con i suoi problemi famigliari, le interazioni con moglie, figlioletta e madre, la visita in banca o al supermercato per fare la spesa, i dialoghi di tutti i giorni. Solo alla fine scopriremo che lavoro fa, ovvero il boia in un carcere di Teheran: è la "banalità del male", immersa in un vissuto quotidiano dove le questioni legate al suo terribile lavoro sono completamente rimosse e lasciate da parte durante il resto della sua giornata. Nel secondo episodio, un giovane militare di leva viene assegnato al braccio della morte, con il compito di accompagnare i prigionieri verso il loro destino. Non saprà reggere alla tensione e sceglierà di "evadere". Nel terzo episodio, un altro soldato ottiene una licenza per far visita alla sua ragazza: quando questa scopre che il suo compito sotto le armi è quello di giustiziare i condannati a morte, cosa di cui non le aveva mai fatto accenno, deciderà di lasciarlo. Nel quarto, un uomo che vent'anni prima aveva disertato dall'esercito pur di non macchiarsi le mani del sangue dei condannati, confessa il proprio passato alla figlia, una ragazza che da allora è vissuta all'estero e che ignorava persino il loro legame di parentela. Quattro storie potenti, che restano dentro, legate dalla stessa tematica ma distanti per ambientazioni (molto belli, in particolare, gli scenari naturali degli ultimi due episodi), con personaggi che di fronte all'orrore del dover giustiziare altri uomini scelgono vie differenti: chi la rimozione di ogni senso di colpa, chi la fuga, chi l'ignoranza, chi la consapevolezza. Ottimi il vasto cast, la regia e la confezione. Nella colonna sonora spicca la versione di Milva di "Bella ciao" (quella connotata come "canto delle mondine"), più avanti ripresa anche in versione strumentale. Orso d'oro al festival di Berlino.

18 luglio 2022

Il rapporto (Abbas Kiarostami, 1977)

Il rapporto (Gozaresh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1977
con Kurosh Afsharpanah, Shohreh Aghdashlu
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mahmad Firouzkoui (Afsharpanah) lavora come impiegato all'ufficio tasse del ministero delle finanze. Accusato di aver preso una mazzetta per accelerare una pratica, viene sospeso dal lavoro: e nel frattempo i problemi economici e contemporaneamente i frequenti dissidi con la moglie Azam (Aghdashlu), insoddisfatta della vita coniugale, portano la coppia sull'orlo della rottura... Il secondo lungometraggio di Kiarostami è un film molto distante dal cinema di taglio poetico e neorealista che caratterizzerà in seguito la sua cifra stilistica, e non solo per l'ambientazione moderna e urbana (girato poco prima della rivoluzione islamica, mostra una Teheran dove si gioca d'azzardo, si beve e si fuma): nella sua analisi del malessere di una coppia borghese (e dei meandri di un lavoro burocratico) anticipa semmai in certe cose i lavori di Asghar Farhadi ("Una separazione", "Il cliente"). Nonostante il discreto successo di pubblico e critica all'epoca, resta certo un capitolo minore della filmografia del regista (benché, a ben cercarli, vi si possano ritrovare alcuni echi di lavori successivi – come "Il sapore della ciliegia"), ma tutto sommato ne mette in mostra molte qualità, a cominciare dalla capacità di ritrarre personaggi e ambienti con tocchi leggeri e quasi invisibili: si pensi alle lunghe sequenze dove il protagonista resta quasi sullo sfondo, mentre in primo piano ci sono persone qualunque impegnate in discorsi di tutti i giorni che però riecheggiano nel privato (come la scena nel bar dove Mahmad si reca a bere una birra, dove gli avventori discutono di denaro, felicità e pace con la propria coscienza), e che servono a fare "atmosfera" contribuendo al realismo del film. Kiarostami non giudica i suoi personaggi, che in un certo senso rappresentano il cittadino medio (o mediocre), e nel dissapore fra marito e moglie non prende le parti di nessuno né tantomeno cerca di edulcorarne i difetti: molto bello in particolare il finale, quasi sospeso ma significativo, efficace nella sua semplicità. In più, stupisce sempre il modo in cui il regista riesce a far "recitare" i bambini (in questo caso, la piccolissima figlia della coppia). Kiarostami ha affermato di essersi ispirato alle vicissitudini di due nuclei famigliari di sua conoscenza, i cui litigi vanno avanti quasi per abitudine, innescati da piccoli episodi senza un vero motivo, ma è possibile che vi siano confluiti aspetti autobiografici (stava a sua volta per separarsi dalla propria moglie). Curiosità: si tratta del suo primo film (e in questo resterà unico per altri diciassette anni) a essere prodotto con capitali privati, anziché finanziato da istituti governativi).

30 aprile 2022

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1964)

Mattone e specchio (Khesht o ayeneh)
di Ebrahim Golestan – Iran 1964
con Zakaria Hashemi, Taji Ahmadi
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il tassista Hashem trova nella sua auto un neonato, lasciato lì da una passeggera velata. Dopo aver cercato inutilmente di rintracciare la donna, proverà a portare il bambino alla polizia, dove gli viene suggerito di custodirlo fino al giorno seguente e di consegnarlo all'orfanotrofio. Durante la notte, trascorsa con la compagna Taji, i due discuteranno sulla possibilità di tenerlo con sé... Il primo degli unici due film di finzione diretti dallo scrittore e documentarista Golestan, pioniere della nouvelle vague iraniana, si svolge nell'arco di 24 ore in una Teheran moderna e ostile, attraverso una serie di scene concatenate l'una nell'altra (i palazzi diroccati della periferia, il locale dove si ritrovano i tassisti alla fine del turno, il posto di polizia, la casa di Hashem, l'ospedale, il tribunale, l'orfanotrofio). Nel corso dell'odissea di Hashem, di Taji e del bambino, osserviamo vari rappresentanti di un'umanità allo sbando che, fra egoismo e disperazione, filosofeggia sulla vita e sulle relazioni fra persone: si pensi, per esempio, alla discussione fra il medico (aggredito dai parenti di una donna che ha perso il figlio) e il poliziotto, o allo scambio di battute che Hashem ha in tribunale con un uomo che con cinismo gli suggerisce di abbandonare il bambino e di pensare solo a sé stesso (salvo rivedere lo stesso uomo, nel finale, pontificare in televisione sulla necessità di una maggiore compassione verso gli altri). Il cinismo, l'ipocrisia, le paranoie (la "paura" di Hashem sull'essere osservato dai vicini di casa in compagnia di Taji) influiscono sui rapporti di amicizia e su quelli sentimentali: la relazione con Taji, in particolare, attraversa varie fasi, con la donna che lo accusa di vivere alla giornata e di non pensare al futuro (la scelta di tenere il bambino equivale a quella di voler vivere e crescere insieme). Realizzato prima della rivoluzione islamica degli anni settanta, il film colpisce per quanto è diverso da tutto ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dal cinema iraniano: la città è moderna e tentacolare (nella prima sequenza, di notte, abbondano le insegne luminose al neon, mentre alla radio sono trasmessi racconti gialli – la voce è di Golestan stesso – e messaggi pubblicitari), mentre l'elegante e avvolgente fotografia in bianco e nero (a tratti quasi da film noir), i tempi dilatati e la regia espressiva (con notevoli movimenti di macchina, ma anche sequenze statiche significative, si pensi alla telefonata "muta" dell'infermiera) ricordano il contemporaneo cinema d'autore europeo. Memorabile il finale, ambientato nell'orfanotrofio, con lunghe inquadrature silenziose sui bambini lì custoditi, abbandonati, malati e piangenti, durante le quali Taji, nonostante tutta la sua buona volontà, capisce che non può assumere su di sé tutte le sofferenze del mondo. Il significato del titolo è spiegato dallo stesso regista: «Il titolo è tratto da un verso proverbiale di una poesia di Farid al-Din Attaar, un poeta persiano ucciso in un massacro durante l’invasione mongola dell’Iran nel XIII secolo. Il verso recita: “Quello che i giovani vedono nello specchio, gli anziani lo vedono nel mattone grezzo”. La citazione è stata inserita non solo per dire che i dettagli della storia sono un riflesso della durezza della società che il film ritrae, o alla quale allude. Intende anche richiamare l’attenzione sui dettagli presenti parallelamente in una dimensione meno visibile, portatrice di un significato estraneo ma tangibile, e quasi complementare, di ciò che sta avvenendo: come due distinti strumenti musicali che, suonando note e tonalità differenti, producono un suono o un’aria compositi, da ascoltare, o da esprimere...».

12 aprile 2022

Il vestito per il matrimonio (A. Kiarostami, 1976)

Il vestito per il matrimonio (Lebasi baraye arusi)
di Abbas Kiarostami – Iran 1976
con Hassan Darabi, Mehdi Nekoueï, Massoud Zand
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ali, Hossein e Mamad sono tre giovani amici che lavorano negli esercizi commerciali che si affacciano sul cortile interno di un palazzo. Ali fa il garzone nella bottega di un sarto: quando una cliente benestante commissiona un vestito su misura per il figlio, da indossare il giovedì seguente al matrimonio della sorella, Hossein chiede all'amico di prestarglielo la sera di mercoledì, promettendo di riportarglielo indietro prima che la donna venga a ritirarlo la mattina dopo. Ma anche Mamad vuole sfoggiare il vestito, e convince Hossein a cederglielo... L'abito che dà il titolo a questo mediometraggio è l'oggetto del desiderio dei giovani protagonisti, un autentico status symbol (simbolo di ricchezza ed eleganza, come quella dei modelli che appaiono nel catalogo nel negozio del sarto) da sfoggiare, anche solo per una sera, per uscire con una ragazza (nel caso di Hossein) o per andare a teatro ad assistere allo spettacolo di un prestigiatore (nel caso di Mamad) e potersi permettere di salire sul palco come volontario. E mentre i genitori e gli adulti non comprendono questo desiderio ("Io indosso lo stesso vestito da nove anni!"), i ragazzi (e lo spettatore con loro) si interrogano se l'abito tornerà nel negozio sano e salvo prima che la cliente giunga a reclamarlo (soprattutto perché Mamad ha una reputazione per farsi coinvolgere nelle risse e tornare a casa con gli abiti strappati). Incentrato in fondo su un "piccolo" episodio, come altri lavori di Kiarostami il film si apre a un respiro più ampio grazie alla simpatica caratterizzazione dei tre amici e del luogo in cui lavorano, un microcosmo dove l'arte del commercio e delle transazioni si espande alle relazioni di tutti i giorni (si veda come i ragazzi "contrattino" ogni favore reciproco). In fondo, anche in questo caso, i problemi dell'infanzia o dell'adolescenza non sono altro che un simulacro, più ingenuo e innocente, di quelli dell'età adulta. Nota: Hassan Darabi, che interpreta Ali, era già stato il protagonista del precedente lungometraggio di Kiarostami, "Il viaggiatore".

10 marzo 2022

Intervento divino (Elia Suleiman, 2002)

Intervento divino (Yadon ilaheyya)
di Elia Suleiman – Palestina/Francia 2002
con Elia Suleiman, Manal Khader
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Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Un uomo vestito da Babbo Natale scappa per le colline attorno a Nazareth, inseguito da un gruppo di ragazzi. Un nocciolo di albicocca, gettato dal finestrino di un'automobile, fa esplodere un carro armato. Un palloncino rosso con il volto di Yasser Arafat cerca di passare attraverso un posto di blocco sulla strada fra Ramallah e Gerusalemme. Una ninja (!) palestinese sgomina con i suoi poteri magici un plotone di soldati israeliani. Sono alcune delle vignette più memorabili di un film surreale e sorprendente, un insieme di gag che raccontano a modo loro le tensioni fra israeliani e palestinesi. Lo stile ricorda quello di alcuni registi "nordici" (come Roy Andersson, soprattutto, o Aki Kaurismäki): comicità deadpan, basata sulla ripetizione, sugli sguardi inespressivi, sul ritmo lento e sulla scarsità di parole. Nella prima parte assistiamo ai litigi, ai dispetti, ai problemi di vicinato fra gli abitanti di una strada di Nazareth. Fra questi c'è il padre (Nayef Fahoum Daher) del protagonista (il regista Elia Suleiman, che di fatto interpreta sé stesso: spesso lo vediamo organizzare i post-it attaccati a un muro, con l'ordine delle sequenze e degli sketch del film, a volte introdotti da un breve titoletto, il primo dei quali – "Una cronaca d'amore e di dolore" – può essere applicato all'intera pellicola), padre che a un certo punto verrà ricoverato in ospedale per un malore. Oltre a recarsi spesso a trovarlo, Suleiman si incontra di frequente con la sua fidanzata (Manal Khader) nel parcheggio dietro il suddetto posto di blocco, dove i due rimangono immobili in macchina (solo le loro mani si toccano e si accarezzano), osservando le "prepotenze" dei soldati israeliani nei confronti degli autisti palestinesi. E forse molte delle sequenze più assurde sono frutto soltanto della loro immaginazione, come quella in cui il semplice passaggio di una bella donna (sempre Khader) fa crollare la torretta. Si percepisce tutta l'assurdità della guerra e della situazione in Medio Oriente, dove le tensioni si riflettono nei litigi fra i vicini (chi battibecca per la larghezza di una strada secondaria; chi perché il vicino getta la spazzatura nel proprio cortile), in comportamenti assurdi (chi aspetta l'autobus dove non passa mai), in paradossi (una turista che continua a perdersi chiede indicazioni a un poliziotto, che la rimanda al prigioniero nella sua vettura). E l'ultima inquadratura è quella di una pentola a pressione, sul fornello: che stia per scoppiare? In questa situazione, due amanti (o anche due estranei) non possono che dirsi "Sono pazzo perché ti amo". Vincitore del premio della giuria a Cannes, il film – che Suleiman ha dedicato alla memoria del padre – è stato il primo candidato della Palestina all'Oscar per il film straniero.

4 settembre 2021

Le bianche distese (M. Rasoulof, 2009)

Le bianche distese (Keshtzar haye sepid)
di Mohammad Rasoulof – Iran 2009
con Hasan Pourshirazi, Younes Ghazali
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Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Da trent'anni Rahmat (Pourshirazi), con la sua barca a remi, visita i villaggi e le comunità che vivono sulle isole rocciose e sulle coste di un vasto lago salato (il film è stato girato sul Lago di Urmia, nelle province azere dell'Iran settentrionale) per "raccogliere le lacrime" degli abitanti. Le versa infatti in un'ampolla di vetro e le porta via, insieme a tutti i loro dolori: nel far questo è testimone di lutti, funerali, ma anche strani riti, cerimonie e superstizioni, spesso crudeli (una ragazza data "in sposa al mare" affinché interceda per far cadere la pioggia; un nano calato in un pozzo per recare agli spiriti sotterranei le preghiere degli abitanti del villaggio, le cui parole sono state racchiuse in barattoli di vetro; un pittore condannato alla cecità perché si ostina a dipingere il mare di colore rosso). Ad accompagnarlo, per un breve periodo, ci sarà un ragazzo, Nassim (Ghazali), che si finge sordo e muto, partito alla ricerca del proprio padre. Suggestivo, poetico e visionario (gli elementi antropologici sono in gran parte frutto dell'immaginazione del regista, anche sceneggiatore), il terzo film di finzione di Rasoulof si colloca in quell'area del World Cinema già frequentata da autori come Pasolini ("Medea"), Paradžanov ("Ashik Kerib") e Naderi ("Acqua, vento, sabbia"), fra riti ancestrali, antichi costumi e località sperdute nell'Asia centrale. Proprio i magnifici scenari (le coste e gli scogli incrostati di sale, le acque del lago che si confondono con il cielo, le isole rocciose sperse in mezzo al nulla) valgono da soli la visione, senza poi contare le musiche e i canti popolari che punteggiano gli eventi e la bellezza di un mondo arcaico e fuori dal tempo. Per il resto i dialoghi sono sparsi e rarefatti, i personaggi semplici osservatori, la tavolozza cromatica basilare. A curare il montaggio c'è Jafar Panahi, collega e amico del regista e a sua volta grande cineasta: sia Rasoulof che Panahi, rappresentanti di un cinema anticonformista e indipendente, avranno continui problemi con la censura di stato e saranno condannati nel 2010 per "propaganda contro il governo" a non poter girare più altri film (cosa che continueranno invece a fare clandestinamente). L'episodio del pittore imprigionato, i cui occhi vengono "rieducati" a forza perché, a differenza di tutti gli altri, vede (e dipinge) il mare di colore rosso anziché blu, è una chiara metafora delle pressioni e delle persecuzioni del regime verso gli artisti non allineati.

20 agosto 2021

Viaggio a Kandahar (Mohsen Makhmalbaf, 2001)

Viaggio a Kandahar (Safar-e Qandahār)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Francia 2001
con Nelofer Pazira, Hassan Tantaï
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Rivisto in TV (La7), con Sabrina.

Nafas (Nelofer Pazira), una giornalista afgana rifugiatasi in Canada, intende reintrodursi clandestinamente nel proprio paese di origine per raggiungere la città di Kandahar, dove si trova ancora sua sorella, che le ha comunicato l'intenzione di uccidersi nel giorno dell'ultima eclisse di sole del millennio. Ma per attraversare il territorio controllato dai talebani (gli "studenti coranici" che impongono severe leggi che limitano la libertà degli abitanti, e in particolare delle donne) deve nascondersi sotto un burqa e dipendere dall'aiuto di occasionali sconosciuti incontrati lungo il cammino (una famiglia di profughi di cui si finge una delle mogli, un bambino appena espulso da una scuola coranica, un medico di origine americana, un uomo con il braccio amputato). Di impianto semi-documentaristico (la storia della protagonista è in parte vera, e molti degli attori interpretano sé stessi), è il film più noto in occidente del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, che lo ha girato negli anni del primo regime talebano in Afghanistan: prima, cioè, che gli attentati dell'11 settembre 2001 spingessero gli americani e i paesi occidentali a rovesciare tale regime: oggi, proprio nei giorni in cui i talebani hanno riacquistato il controllo del paese, la pellicola è tornata tristemente e prepotentemente di attualità dopo aver passato qualche tempo (dopo l'iniziale successo) nel dimenticatoio. Potente e impressionante nel suo mettere in scena le condizioni di un popolo soggiogato da un sistema fanatico ed estremista (vedi per esempio la scena della scuola coranica, che mostra l'indottrinamento dei bambini), oltre che della situazione di profughi e rifugiati (molti dei quali con arti amputati a causa delle numerose mine, residui della lunga guerra fra i sovietici e i mujaheddin: indimenticabili le scene in cui gli elicotteri della Croce Rossa "paracadutano" nel deserto protesi e gambe finte), il film parla soprattutto delle dure condizioni delle donne sotto il dominio talebano, chiamate cumulativamente "teste nere", private di ogni diritto (dall'educazione al lavoro indipendente), persino della parola (un uomo o un bambino devono fare da "interprete" fra loro e gli estranei durante qualsiasi conversazione) e naturalmente costrette a nascondersi interamente dietro il velo (sotto il quale, però, alcune di loro non rinunciano a mettersi lo smalto o il rossetto). Alcune sequenze appaiono involontariamente comiche, come quella in cui non solo Nafas ma anche la sua guida e numerosi altri uomini si celano sotto il burqa per unirsi a un corteo nuziale e oltrepassare così un posto di blocco (una sequenza che ricorda quella del film dei Monty Python "Brian di Nazareth" con le barbe finte). La maggior parte del film è stata girata in Iran (per esempio presso il campo rifugiati di Niatak), ma alcune scene anche (segretamente) in Afghanistan. Il medico che aiuta Nafas è interpretato da Hassan Tantaï (alias Dawud Salahuddin), un vero ex combattente americano che si è convertito all'Islam, si è rifugiato in Iran e ha ucciso un oppositore di Khomeini (ed è tuttora ricercato come fuggitivo). Finale aperto, con l'ultima scena che era stata proposta anche all'inizio e che torna come in un circolo (richiamato dall'immagine dell'eclisse, intravista da Nafas attraverso le maglie strette del burqa e ovvia metafora di un'oscurità che irrompe sul destino degli abitanti del paese). Ma la bellezza del film sta anche nella sua apertura verso la speranza, a tratti evocata dalle frasi, dai canti e dalle emozioni che Nafas cattura a mo' di reportage, durante tutto il viaggio, sul suo registratore portatile, nell'intento di portare conforto alla sorella e, per estensione, a tutto il popolo afgano.

19 maggio 2021

Acqua, vento, sabbia (Amir Naderi, 1989)

Acqua, vento, sabbia (Aab, baad, khaak)
di Amir Naderi – Iran 1989
con Majid Nirumand
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Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Un ragazzino vaga nel deserto alla ricerca della propria famiglia, che ha abbandonato il villaggio natale dopo che il lago si è prosciugato. L'ultimo film girato da Amir Naderi in patria prima di abbandonare per sempre il paese e trasferirsi negli Stati Uniti, e forse il suo lavoro iraniano più celebre in occidente insieme al precedente "Il corridore" (con lo stesso attore, che lì era un bambino e qui è giusto un po' più cresciuto), è una pellicola quasi muta, antinarrativa e documentaristica. Il rumore incessante che vento che soffia (il sonoro, come capita spesso nel cinema iraniano, è un elemento fondamentale), la sabbia che permea l'aria, la terra spaccata e le dune del deserto mettono l'ambiente al centro della storia, rendendolo di fatto protagonista al pari del ragazzo, che si muove in uno scenario desolato, dove piccoli momenti di solidarietà si alternano ad altri in cui l'isolamento e l'istinto di sopravvivenza hanno la prevalenza su tutto. A differenza di gran parte delle persone che incontra, in più occasioni il ragazzo dimostra di avere un cuore: quando soccorre un bambino perso (o abbandonato?) nel deserto, facendo di tutto affinché sia accolto da una carovana di passaggio, o quando, nel finale, scava a mani nude un pozzo nella sabbia per trovare l'acqua necessaria a salvare una vita. E mentre il viaggio e la ricerca del protagonista assumono quasi toni archetipici, i luoghi inospitali, le carcasse di animali morti (attorno ai quali si aggirano cani randagi), i canti delle popolazioni nomadi concorrono a impreziosire un film lento e ostico ma anche immersivo, unico nel suo genere e capace di illustrare con forza il rapporto fra l'uomo e la natura. Nel finale, quando l'acqua sgorga copiosamente dal pozzo (è quasi un'inondazione, come se ci trovassimo in mezzo al mare), si odono le note della quinta sinfonia di Beethoven.

18 maggio 2021

Tangsir (Amir Naderi, 1973)

Tangsir
di Amir Naderi – Iran 1973
con Behrouz Vossoughi, Parviz Fanizadeh
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Per vendicarsi dei quattro uomini (un mercante, un avvocato, un giudice corrotto e lo sceicco locale) che gli hanno sottratto con l'inganno i risparmi di una vita per poi umiliarlo e deriderlo, il povero ma orgoglioso tangsir (ovvero membro di una tribù del Tangestan, nell'Iran meridionale) Za'er Mohammad decide di farsi giustizia da solo. Le sue azioni saranno la scintilla che scatenerà la rivolta della popolazione contro i soprusi e le vessazioni di autorità corrotte e forze dell'ordine compiacenti. Pellicola giovanile di Amir Naderi, ambientata a metà degli anni trenta (di Za'er, che ora lavora come scavapozzi, si dice che ha combattuto vent'anni prima, al fianco di Ali Delvari, contro gli inglesi che avevano occupato la regione nel 1915), ispirata a un romanzo di Sadeq Chubak e interpretata da quella che era una vera e propria star del cinema persiano, Behrouz Vossoughi, qui nel ruolo di un uomo coraggioso che diventa sua malgrado l'acclamato leader di una rivoluzione armata. Nonostante qualche ingenuità nella scrittura e alcune concessioni alla retorica, il film è appassionante e mette in mostra il talento di un regista che dopo essersi fatto le ossa con pellicole popolari come questa si dedicherà in seguito a un tipo di cinema sempre più personale, culminante in due titoli semi-autobiografici noti anche in occidente ("Il corridore" e "Acqua, vento, sabbia").

24 novembre 2020

L'isola di ferro (Mohammad Rasoulof, 2005)

L'isola di ferro (Jazireh ahani)
di Mohammad Rasoulof – Iran 2005
con Ali Nassirian, Hossein Farzi-Zadeh
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una gigantesca petroliera in disuso, arrugginita e ancorata al largo della costa meridionale dell'Iran, ospita una vasta comunità di profughi sunniti. È come una comune o un piccolo villaggio galleggiante, con tanto di scuola e fattorie, autosufficiente e completa di dinamiche sociali (matrimoni, nascite, morti). A gestire tutto è il capitano Nemat (Ali Nassirian), che distribuisce e organizza i lavori, mantiene l'ordine, riscuote gli "affitti", tiene i conti e coordina le diverse attività, come la periodica vendita clandestina delle parti d'acciaio della nave o dei barili di petrolio che ancora si riescono a pompare dalla stiva. Fra i problemi cui deve far fronte ci sono le vicissitudini di Ahmad (Hossein Farzi-Zadeh), il suo giovane aiutante e "addetto alle comunicazioni", innamorato di una ragazza (Neda Pakdaman) con cui si scambia messaggi contro il volere del padre di lei; le preoccupazioni del maestro della scuola, che avverte che lo scafo sta lentamente affondando, ogni giorno di più; e soprattutto l'invito ad evacuare la nave, destinata alla demolizione dalla compagnia proprietaria. Alla fine, come un novello Mosé, il capitano guiderà i passeggeri in un esodo sulla terraferma, verso la "terra promessa", in una regione arida e polverosa ("Qui costruiremo una città": ma l'ultima scena mostra un bambino che sente il richiamo del mare – e della libertà – e si tuffa). Il secondo lungometraggio di Rasoulof funziona a più livelli: come racconto corale (con numerosi e variopinti personaggi ben caratterizzati con pochi tratti: dal bambino che pesca i pesci nella stiva allagata, per poi rigettarli in mare, al vecchio che scruta costantemente il cielo in attesa di qualcosa di misterioso, dal giovane in sedia a rotelle che gestisce l'ascensore lungo lo scafo, al maestro che si fabbrica i gessetti per la lavagna con le cartucce di vecchie pallottole come stampi), come fotografia delle dinamiche sociali e culturali (la ragazza costretta a sottomettersi alla volontà del padre, e in generale il conflitto fra autocrazia e libertà evidente anche nel rapporto fra il capitano e il giovane Ahmad), come allegoria dell'isolamento delle comunità e delle minoranze (con la diffidenza per ciò che viene dall'esterno, comune in fondo all'intera nazione: significativa la scena in cui i ragazzi vengono puniti perché hanno cercato di guardare canali televisivi stranieri via satellite), come metafora del cambiamento che schiaccia le realtà più povere e rurali (la vendita della nave), come ritratto della capacità di arrangiarsi e reinventarsi sfruttando ogni risorsa a disposizione, come immagine del conflitto fra materialismo e umanesimo. Grazie anche a ottime interpretazioni e all'originale ambientazione, la solida regia alterna un pragmatico realismo a suggestioni simboliche e allegoriche. Tratto da una pièce teatrale scritta dieci anni prima dallo stesso regista, è stato girato presso il porto di Bandar Abbas, sulla costa iraniana del Golfo Persico.

16 giugno 2020

Mustang (Deniz Gamze Ergüven, 2015)

Mustang (id.)
di Deniz Gamze Ergüven – Francia/Germania/Turchia 2015
con Güneş Şensoy, İlayda Akdoğan
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cinque giovani sorelle turche (siamo nei dintorni di Trabzon, sulle coste del Mar Nero), orfane di entrambi i genitori, vengono recluse in casa dallo zio per via del loro temperamento ribelle e del comportamento troppo libero. Dopo che le prime due sono state costrette a sposarsi, e la terza si è suicidata per gli abusi subiti, le due più giovani riusciranno a fuggire di casa. Opera prima di una regista trasferitasi in Francia in tenera età (e dunque di fatto francese, anche se di origine turca), la pellicola ha le tipiche stimmate del "film da festival" che pretende di lanciare uno sguardo sulle società del vicino o medio oriente da una prospettiva occidentale: ogni sequenza e ogni svolta narrativa appare infatti costruita a tavolino e trasuda di retorica. A salvarla almeno in parte è la bellezza e la spontaneità delle giovani attrici (fra le fonti di ispirazione, almeno a livello estetico, c'è "Il giardino delle vergini suicide" di Sofia Coppola), nonché alcuni episodi che a loro modo aiutano ad aprire gli occhi sulla condizione femminile nelle zone più arretrate di certi paesi: la passione della più piccola delle sorelle, Lale (di fatto la protagonista), per il calcio; la scelta della primogenita di sposare il ragazzo che ama e non quello scelto per lei dallo zio e dalla nonna; la sequenza della "prova del lenzuolo" per dimostrare che la giovane sposa era vergine; i rapporti di complicità e di amicizia fra le ragazze, da sole contro una società patriarcale, conservativa e opprimente. Ma tutto è troppo perfettino e patinato, e molto meno convincente e sincero di altri film sugli stessi temi visti in precedenza (e che provenivano davvero dall'interno di queste società, e non dall'esterno, magari da una posizione privilegiata): un esempio su tutti, l'iraniano "Il cerchio" di Jafar Panahi. Il titolo "Mustang", una razza di cavalli selvaggi, mai spiegato nel film, fa riferimento alla natura libera e indomita delle cinque ragazze. Buon successo di critica in Francia e negli USA, con tanto di nomination agli Oscar per il miglior film straniero (ma per la Francia, non per la Turchia, nonostante la pellicola sia interamente parlata in turco). Il doppiaggio italiano è a livelli televisivi.

21 settembre 2019

All this victory (Ahmad Gossein, 2019)

All this victory (Jeedar el sot)
di Ahmad Gossein – Libano 2019
con Karam Ghossein, Adel Chahine
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Durante il conflitto fra Libano e Israele del luglio 2006, approfittando di una momentanea tregua, Marwan si reca nel villaggio del padre, in piena zona di guerra nel sud del paese, con l'intenzione di riportarlo a Beirut. Ma non lo trova, rimane bloccato dai bombardamenti e si rifugia in una casa diroccata, in compagnia di altre quattro civili (due anziani commilitoni del padre e una coppia in fuga), impossibilitati a uscire anche perché un drappello di soldati nemici si è insediato al piano superiore. La guerra vista da una stanza: tutt'attorno i rumori degli spari e delle esplosioni, da sopra i passi e le comunicazioni dei nemici, e all'interno angoscia e paura. Dieci anni fa, un film israeliano chiamato "Lebanon" aveva raccontato un altro conflitto fra i due paesi (quello del 1982) tutto dall'interno di un carro armato. Questa pellicola è in un certo senso la sua controparte, dato che mostra lo scontro dal punto di vista opposto (quello dei civili libanesi), ma ne condivide l'impostazione ristretta e claustrofobica, portando allo scoperto in maniera assai efficace le emozioni, i sentimenti e le paure di chi ne resta coinvolto. Opera prima di un regista che in precedenza ha realizzato alcuni cortometraggi, il film è girato con mano ferma e una particolare attenzione ai rumori e al montaggio sonoro. Quasi tutti gli eventi e gli orrori della guerra, infatti, non si vedono – se non di sfuggita – ma si sentono: fa eccezione la sequenza finale nella quale Marwan si aggira in mezzo alle rovine della città distrutta. Anche delle ragioni e del contesto specifico del conflitto si parla poco, tanto che il film potrebbe essere spostato o ambientato durante una qualsiasi guerra (appena fuori dalla nostra finestra) in ogni parte del mondo.

15 luglio 2019

Nuvole di maggio (N. B. Ceylan, 1999)

Nuvole di maggio (Mayis sikintisi)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 1999
con Muzaffer Özdemir, Emin Ceylan
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli in inglese.

Il cineasta Muzaffer (Muzaffer Özdemir) fa ritorno da Istanbul nel suo paese di origine, dove vivono ancora i genitori Emin e Fatma (interpretati dai veri genitori del regista), con l'intenzione di cercare volti e location per un film. Praticamente il seguito del lavoro d'esordio del regista, "Kasaba" (o il suo making of: la scena che Muzaffer gira con i parenti nel bosco è proprio una di quelle della pellicola precedente, e la trovata ricorda un po' il gioco di scatole cinesi della trilogia di Koker di Abbas Kiarostami), di cui prosegue il discorso sui temi della famiglia e delle proprie radici. Oltre al protagonista, il lungometraggio segue la vita e i problemi di altri tre personaggi, tutti scelti da Muzaffer per recitare nel suo film: il padre Emil (Emil Ceylan), preoccupato che il governo espropri il terreno che ha sempre curato e coltivato per cinquant'anni; il piccolo Ali (Muhammad Zimbaoglu), un bambino che desidera che il padre gli regali un orologio con suoneria, e che per dimostrare di essere in grado di prendersene cura accetta di tenere in tasca per quaranta giorni un uovo senza romperlo; e Saffet (Emin Toprak), cugino di Muzaffer, che sogna di poter lasciare il villaggio e di trovare un lavoro nella grande città, a Istanbul. La storia di quest'ultimo personaggio, in un certo senso, sarà proseguita e raccontata nel successivo film di Ceylan, "Uzak", che con "Kasaba" e questo forma un'ideale trilogia. Lento, minimalista e affascinante, anche se a tratti un po' pretenzioso (nel senso che pretende molta attenzione e pazienza dallo spettatore, comunque ripagandolo), il film inizia a mettere in mostra i grandi punti di forza del regista turco, a partire da una certa qualità tarkovskiana che si riconosce soprattutto nella fotografia (si pensi alle scene del vecchio Emin che vaga nel suo bosco) e nella colonna sonora (a base di Bach, Händel e Schubert). Proprio la contaminazione stilistica fra Kiarostami e Tarkovskij, insieme ad elementi comunque personali e autobiografici, è quella che descrive al meglio il cinema di Ceylan.

27 giugno 2019

Il paradiso probabilmente (Elia Suleiman, 2019)

Il paradiso probabilmente (It must be heaven)
di Elia Suleiman – Francia/Canada 2019
con Elia Suleiman
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il regista palestinese Elia Suleiman (sé stesso) osserva in silenzio le piccole e grandi cose assurde della vita che gli capitano intorno: dapprima a Nazareth, dove vive; poi a Parigi, dove si reca in cerca di un produttore per il suo film; e infine a New York, per lo stesso motivo. Il quarto lungometraggio dell'autore di "Intervento divino" è una successione di scenette di varia ambientazine in cui il protagonista si ritrova faccia a faccia con situazioni bizzarre e curiose: si va da piccoli episodi di vita quotidiana, incontri nei bar o per la strada, con i vicini di casa o con perfetti sconosciuti, a scambi "culturali" con gli abitanti di città dall'altro capo del mondo. I segmenti a Parigi e a New York giocano anche con gli stereotipi con cui gli stranieri vedono queste città e i loro abitanti: Parigi è popolata da modelle e da ragazze disinibite, a New York tutti portano con sé un'arma (alcune di queste scene potrebbero essere solo un sogno o il frutto dell'immaginazione del protagonista). Naturalmente dietro il mondo assurdo e surreale (che alcuni critici hanno paragonato variamente a quelli di Samuel Beckett, Buster Keaton o Jacques Tati) non mancano le letture a sfondo sociale o politico, anche al di là dei riferimenti alla Palestina (la battuta migliore è quella della produttrice che, alla notizia che Suleiman vorrebbe girare una commedia sulla pace in Medio Oriente, risponde: "Fa già ridere così"): si pensi agli spazzini che giocano a golf con le lattine per strada o alla donna delle pulizie nel grande magazzino della moda. Molte anche le interazioni con i poliziotti o in generale i tutori dell'ordine (soldati, guardie, vigili urbani), spesso osservati da Suleiman nello svolgimento delle loro mansioni. Il silenzio assoluto del protagonista-spettatore (pronuncia solo un paio di parole, quando è nel taxi a New York) catalizza tutta l'attenzione su quello che avviene al di fuori di lui, mostrando gli aspetti più strani o paradossali della vita circostante, a volte esagerandoli o enfatizzandoli, altre volte con la semplice svagatezza di chi racconta una barzelletta. E così abbiamo il ladro che si prende cura dell'albero di limoni di cui poi ruberà i frutti; l'uccellino che – accudito come un animale domestico – si comporta proprio come un gattino e finge di non saper volare per non dover lasciare l'appartamento; una Parigi deserta per via della parata militare nel giorno della festa nazionale; la visita a un cartomante per scoprire se la Palestina troverà mai l'indipendenza; per non parlare dell'incipit in cui un prete ortodosso perde le staffe di fronte a un imprevisto. C'è spazio anche per qualche momento metafisico o surreale (l'attivista palestinese con le ali da angelo che svanisce nel nulla per sfuggire alla polizia), oltre a diverse situazioni autobiografiche e metacinematografiche ricolme di ironia (di fatto la pellicola racconta il tentativo di Suleiman di cercare finanziamenti per il film stesso, con i produttori che lo rifiutano perché "non sembra abbastanza palestinese"). Fra i pochi volti noti, quello di Gael García Bernal che interpreta sé stesso.

12 maggio 2019

Compiti a casa (A. Kiarostami, 1989)

Compiti a casa (Mashgh-e shab)
di Abbas Kiarostami – Iran 1989
con Abbas Kiarostami, Iraj Safavi
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Insieme al suo operatore e ad un fonico, il regista Abbas Kiarostami si reca in una scuola elementare per "intervistare" alcuni dei bambini (e anche due genitori) sul tema dei compiti a casa. Che sono troppi, troppo difficili, richiedono tempo (sottratto ai lavori domestici o all'aiuto in casa che i piccoli sono spesso tenuti a dare) e il coinvolgimento attivo di genitori o parenti (molti dei quali illetterati). Per non parlare delle severe punizioni impartite ai figli se i risultati non sono quelli sperati (per i bambini è normale essere picchiati, e molti di loro affermano che faranno lo stesso con i propri figli, quando ne avranno), mentre molto più raramente giungono premi o incoraggiamenti. La pellicola, un vero e proprio documentario nella vena del "Salam cinema" di Mohsen Makhmalbaf, alterna le immagini delle interviste ai bambini (che appaiono timidi, intimoriti quando non proprio spaventati o traumatizzati) a scene della scolaresca che, radunata nel cortile della scuola, recita slogan e inni religiosi. Kiarostami non rilascia commenti, ma dalle domande che fa e dalle risposte che riceve è evidente la sua condanna verso un sistema scolastico che inibisce i piccoli, ne soffoca la creatività, scarica le responsabilità degli insegnanti su di loro o addirittura sulle loro famiglie. E pur nella sua semplicità e schiettezza, il film lascia intravedere sprazzi di poesia (come nel finale, quando lo scolaro più impaurito di tutti recita una preghiera). Kiarostami aveva già abilmente raccontato di bambini e problemi scolastici in numerosi cortometraggi "educativi", oltre che nel classico (di due anni prima) "Dov'è la casa del mio amico?".

28 marzo 2019

The day I lost my shadow (S. Kaadan, 2018)

The day I lost my shadow (Yom adaatou zouli)
di Soudade Kaadan – Siria/Libano/Francia/Qatar 2018
con Sawsan Arsheed, Reham Al Kassar
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Siria, 2012: il conflitto è iniziato da pochi mesi, ma le conseguenze sulla martoriata popolazione civile sono già pesanti. Alla ricerca di una bombola di gas, per poter cucinare un pasto caldo al proprio figlioletto, una giovane madre si avventura con altre due persone (un fratello e una sorella che hanno già sperimentato carcere e ingiustizie) in un'odissea dentro e fuori Damasco, fra le strade di periferia punteggiate da posti di blocco, i vasti uliveti ormai teatro di scontri a fuoco, e pericoli di ogni genere. E scopre che il paese sta perdendo la voglia di vivere (o forse addirittura la propria anima) a tal punto che persino le ombre stanno cominciando ad abbandonare le persone. Uno spunto surreale o fantastico (che mi ha ricordato una classica storia di Topolino, "La rivolta delle ombre" appunto, apparsa nel 1960) ma decisamente straniante per una pellicola ambientata in un contesto invece assai duro, concreto e realistico: ma è un buon modo per mettere in luce l'assurdità della guerra e il suo impatto sulla vita quotidiana di persone normali come la protagonista, costretta suo malgrado a fare i conti con la mancanza di elettricità o di gas e l'impossibilità di continuare a condurre un'esistenza ordinaria. Interessante il paragone che a un certo punto viene fatto con Hiroshima, dove invece furono le persone a sparire e le ombre a rimanere (le sagome rimaste impresse sui muri e le scale della città). La struttura circolare (la pellicola inizia e finisce nello stesso luogo, l'abitazione di mamma e figlio) favorisce il coinvolgimento emotivo. La regista, esordiente, ha vinto a Venezia il premio per la miglior opera prima.

17 febbraio 2019

La pattuglia sperduta (John Ford, 1934)

La pattuglia sperduta (The Lost Patrol)
di John Ford – USA 1934
con Victor McLaglen, Boris Karloff
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Durante la prima guerra mondiale, una pattuglia di soldati inglesi a cavallo, smarriti nel deserto della Mesopotamia, si rifugia presso un'oasi. Qui vengono presi di mira da cecchini arabi che li uccidono uno a uno. Da un romanzo di Philip MacDonald (già adattato in un film muto britannico del 1929: questo è tecnicamente un remake), una pellicola bellica del tutto particolare, visto che – tranne per una breve scena nel finale – i nemici non appaiono praticamente mai: sono delle presenze minacciose ma invisibili, incombenti forze del destino o della natura come gli indiani di "Ombre rosse": ogni tanto uno dei loro colpi di fucile abbatte uno dei soldati della pattuglia, nel frattempo resi progressivamente più ansiosi (se non addirittura pazzi) dall'assedio, dall'attesa, dal caldo e dai propri fantasmi. Nei tempi morti, il cameratismo, le chiacchiere, il confronto fra le diverse filosofie di vita ci aiutano a conoscere meglio i vari componenti del gruppo, fra cui (oltre al sergente interpretato da Victor McLaglen) spicca Sanders (Boris Karloff), ossessionato dalla religione. Fra gli altri interpreti ci sono Wallace Ford, Reginald Denny, J.M. Kerrigan, Billy Bevan e Alan Hale. Curiosità: il protagonista del film del 1929 era Cyril McLaglen, fratello di Victor. La stessa storia ispirerà il film sovietico "Sangue sulla sabbia", il bellico "Sahara" e il western "Nuvola nera". La colonna sonora di Max Steiner fu candidata all'Oscar.