31 marzo 2018

Operazione terrore (Blake Edwards, 1962)

Operazione terrore (Experiment in Terror)
di Blake Edwards – USA 1962
con Glenn Ford, Lee Remick
**1/2

Visto in divx.

Kelly Sherwood (Lee Remick), giovane cassiera in una banca di San Francisco, viene avvicinata da un misterioso individuo che minaccia di uccidere lei e la sorella minore Toby (Stefanie Powers) se non lo aiuterà a rapinare la banca dove lavora. Pur sorvegliata, la ragazza riesce ad avvisare l'FBI: e l'agente Ripley (Glenn Ford) inizia un'indagine che lo porterà a identificare il colpevole, fra i cui tratti caratterizzanti ci sono la voce asmatica e dal respiro affannoso (quasi un antesignano di Darth Vader!) e la straordinaria abilità di manipolare le donne... Da un romanzo di Gordon Gordon e Mildred Gordon ("The Gordons") da loro stessi sceneggiato, un thriller poliziesco il cui maggior pregio sta nella confezione: la regia di Edwards (che nei suoi primi anni non si dedicava ancora esclusivamente alle commedie), coadiuvato dalla fotografia ricca di ombre di Philip Lathrop e dalla colonna sonora d'atmosfera di Henri Mancini, evoca i noir degli anni quaranta e contribuisce all'inquietante atmosfera di paranoia e terrore che circonda la protagonista, vivacizzando così un intreccio senza troppe sorprese con la varietà delle inquadrature, gli intensi primi piani, un buon uso degli ambienti (memorabile il climax finale nello stadio da baseball) e una curata caratterizzazione dei personaggi minori (l'informatore Popcorn (Ned Glass), la ragazza cinese Lisa (Anita Loo), o Ashton (Patricia Huston), la donna uccisa nella casa dove fabbrica manichini). Il personaggio più affascinante è forse proprio il cattivo, Red Lynch, di cui per gran parte del film non sappiamo praticamente nulla (l'attore che lo interpreta, Ross Martin, a differenza del resto del cast, viene accreditato soltanto nei titoli di coda) ma di cui si intravedono tratti ambigui e contraddittori (è violento e minaccioso con Kelly, ma tenero e premuroso con Lisa e con il figlio adottivo). Domandandosi come faccia a manipolare le donne (tanto le sua vittime quanto le sue complici), Ripley commenta: "non si tratta solo di amore, come non si tratta solo di paura".

29 marzo 2018

Luci del varietà (Lattuada, Fellini, 1950)

Luci del varietà
di Alberto Lattuada, Federico Fellini – Italia 1950
con Peppino De Filippo, Carla Del Poggio
**

Visto in divx.

Checco Dalmonte (Peppino De Filippo) è il capocomico di una scalcinata compagnia di guitti e attori di varietà che gira di città in città con scarsa fortuna. Quando al gruppo si unisce la giovane ed esuberante ballerina Liliana (Carla Del Poggio), il successo sembra finalmente arridere. E Checco, attratto dalla prorompente ragazza, progetta di lasciare la partner di lunga data Melina (Giulietta Masina) per mettere in piedi con lei una compagnia del tutto nuova. Ma sarà abbandonato da Liliana alla prima occasione, quando la ragazza riceverà un'offerta da un importante impresario, e dovrà tornare con i colleghi di prima e alla vita di un tempo. Dolce-amaro e semi-autobiografico omaggio al mondo dell'avanspettacolo (ritratto con affetto e ironia) e ai «ricordi della provincia italiana vista dai finestrini dei treni e dalle quinte di teatrini sgangherati e male illuminati di quando giravo l'Italia con una compagnia di rivista» (come ha dichiarato lo stesso Fellini), il film segna ufficialmente l'esordio dietro la macchina da presa per il cineasta riminese (in precedenza "solo" sceneggiatore e aiuto regista) ma anche la fine del rapporto di collaborazione con Lattuada dopo diversi film realizzati insieme (i due ebbero anche alcuni contrasti sull'attribuzione della paternità dell'opera). Alcune sequenze "sognanti", in effetti, appaiono assai felliniane (l'escursione in campagna, la camminata notturna di Checco per Roma e l'incontro con gli artisti di strada), mentre l'impianto complessivo e la caratterizzazione dei personaggi, più cinica e obiettiva, sembrerebbero opera di Lattuada. Forse ancora più interessante del film stesso è la storia della sua produzione. Lattuada da tempo auspicava di liberarsi dai lacci dei grandi produttori, per recuperare autonomia creativa. Per questo, quando la Lux (con cui aveva collaborato in passato, ma con cui negli ultimi tempi aveva avuto qualche contrasto) rifiutò il soggetto, il regista e l'amico sceneggiatore decisero di produrre in prima persona la pellicola, attraverso una cooperativa (formata dai due cineasti e dalle rispettive consorti – Del Poggio e Masina – con la compartecipazione di alcuni attori e tecnici), anticipando in questo il Lizzani di "Achtung! Banditi!". Ma problemi economici, organizzativi e di distribuzione, nonché il boicottaggio della stessa Lux (che contemporaneamente mise in cantiere un film assai simile, "Vita da cani" di Monicelli con Aldo Fabrizi e la Lollobrigida, facendolo uscire nelle sale due mesi prima del concorrente) decretarono l'insuccesso dell'esperienza. Se non altro, da allora in poi Fellini intraprese seriamente la carriera di regista: due anni dopo realizzerà il suo primo film da solo, "Lo sceicco bianco". La sceneggiatura è firmata dai due registi più Tullio Pinelli (e pare, non accreditato, Ennio Flaiano). Nel cast anche Folco Lulli, Dante Maggio, John Kitzmiller (il trombettista americano) e Franca Valeri (la coreografa ungherese). Fra le ballerine di fila ci sono le non ancora famose Giovanna Ralli e Sophia Loren (accreditata come Sofia Lazzaro).

27 marzo 2018

FESCAAAL 2018 - conclusioni

Seguivo questo festival per la prima volta, e l'impressione (a parte qualche problema organizzativo, con proiezioni in ritardo per i motivi più svariati) è stata decisamente positiva. Si respirava un'atmosfera molto varia e cosmopolita, con la sensazione di compiere un vero viaggio attorno al mondo. Ed è stata un'occasione per conoscere alcune cinematografie poco note: anche perché, se pellicole provenienti dall'Asia e dall'America Latina fanno spesso capolino anche altrove, quelle del continente africano (eccezion fatta forse per l'area del Mediterraneo) sono molto più rare. Tre film mi sono piaciuti su tutti, curiosamente tutti di registe donne: "I am not a witch", opera prima della zambiana Rungano Nyoni (che ha vinto anche il primo premio); "Killing Jesus" della colombiana Laura Mora (che ha vinto invece il premio del pubblico); e il mio preferito, "The seen and unseen" dell'indonesiana Kamila Andini, forse il più suggestivo. Ma ottimi ricordi mi hanno lasciato anche diversi altri titoli, così come alcuni dei cortometraggi che sono stati presentati (e che non ho recensito). Probabilmente tornerò a frequentare il festival anche negli anni seguenti.

26 marzo 2018

I am not a witch (Rungano Nyoni, 2017)

I am not a witch
di Rungano Nyoni – Zambia/Francia/GB 2017
con Maggie Mulubwa, Henry B.J. Phiri
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

In un remoto villaggio in Zambia, gli abitanti accusano una bambina, giunta lì da sola e da chissà dove, di essere una strega. Evidentemente simili superstizioni possono essere prese sul serio, visto che le donne accusate di provocare danni di ogni tipo vengono isolate e recluse in apposite "riserve", mantenute legate a nastri bianchi per impedire loro di "volare via", costrette a lavorare nei campi o a intrattenere i turisti curiosi. La piccola bambina, ribattezzata Shula (che significa "sradicata") dalle sue protettive compagne anziane, suscita in particolare l'interesse di un funzionario governativo, il signor Banda, che ne sfrutta in ogni modo le presunte capacità (da quella di individuare a una prima occhiata il colpevole di un furto o di un delitto, scegliendolo fra i vari sospetti portati in tribunale, a quella di provocare la pioggia tanto attesa nei momenti di siccità). E la piccola Shula, taciturna dallo sguardo intenso, comincia a pensare che forse essere una strega non è poi questa gran cosa... Il bel film che ha vinto il primo premio al Festival del cinema africano di Milano è l'opera prima (dopo alcuni corti) di una regista zambiana trapiantata in Galles, che racconta una storia insolita e, in teoria, drammatica, con uno sguardo leggero, dai toni ironici e surrealisti, tanto che alcuni critici l'hanno paragonato ai lavori di Lanthimos o di Jodorowsky. Colpisce soprattutto come una superstizione che affonda le sue radici nelle tradizioni locali (e che un tempo, in fondo, aveva il suo corrispettivo in ogni parte del mondo, Italia compresa) sia ancora così accettata e presa sul serio anche in piena modernità, in un contesto dove ormai sono diffuse la scienza, i cellulari, i programmi televisivi e le automobili. A contribuire alla riuscita della pellicola e alla sua strana qualità, un misto di commedia satirica e dramma antropologico, c'è soprattutto lo sguardo della piccola protagonista, attraverso i cui occhi da bambina osserviamo anche noi tutta l'assurdità del mondo. Ma restano impresse anche l'eccentricità dei personaggi di contorno, parecchie immagini altamente simboliche (i nastri di seta, avvolti in enormi rulli, che limitano il raggio d'azione delle "streghe") e l'utilizzo della musica di Vivaldi.

Legend of the demon cat (Chen Kaige, 2017)

Legend of the Demon Cat (Yao mao zhuan, aka Kukai)
di Chen Kaige – Cina/Giappone 2017
con Shota Sometani, Huang Xuan
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

All'epoca della dinastia Tang (ottavo secolo dopo Cristo), a Chang'an (l'odierna Xi'an, a quei tempi capitale della Cina), un monaco giapponese e un poeta cinese indagano sulla morte dell'imperatore, a opera di un gatto demoniaco, e scoprono che si tratta di una vendetta per un fatto avvenuto trent'anni prima... Sontuosa coproduzione fra Cina e Giappone, per un giallo/fantasy di ambientazione storica. Il regista di "Addio mia concubina", come il collega Zhang Yimou, ha ormai capito che darsi ai kolossal rende di più che continuare sulla strada del cinema d'autore. Ma pur se visivamente splendido (le scenografie sono talmente belle, e costose, che saranno trasformate in un parco aperto al pubblico), ricco di effetti speciali (che permettono di riprodurre le tante illusioni e le magie in cui affonda la storia), di costumi magnifici e di spunti fantastici su temi come l'amore, la poesia, l'illusione, la vita e la morte, lo spettacolo soffre dei difetti solitamente associati a questo tipo di film. Su tutti un ritmo che non fornisce mai allo spettatore una pausa per riflettere o per digerire quello che sta vedendo, e che continua a introdurre nuovi personaggi e nuovi scenari senza un attimo di tregua, con il risultato che di quello che accade sullo schermo, in fondo, non ce ne importa mai nulla. E i tanti personaggi, che siano significativi per la vicenda oppure – come è evidente in alcuni casi – introdotti solo per accrescere il numero delle star (cinesi o giapponesi) nella locandina, non lasciano alcuna traccia nella memoria. Fanno eccezione i due protagonisti, insoliti detective che richiamano la coppia Holmes/Watson, e la misteriosa Lady Yang (Sandrine Pinna), l'esotica moglie dell'imperatore il cui destino è all'origine dell'intera vicenda. Ma per il resto, la noia impera e la sensazione è quella di assistere a un vuoto esercizio di stile. Nel cast anche Qin Hao, Kitty Zhang e Hiroshi Abe.

25 marzo 2018

Sheikh Jackson (Amr Salama, 2017)

Sheikh Jackson
di Amr Salama – Egitto 2017
con Ahmed El Fishawy, Ahmed Malek
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

La notizia della morte di Michael Jackson, di cui era stato un grande fan da adolescente, fa piombare in crisi spirituale (e non solo) un giovane imam, che inizia a dubitare della propria fede. Gli incubi e l'ossessione per la morte lo portano da una psicanalista, davanti alla quale rievocherà il proprio passato e in particolare il difficile rapporto con il padre. E alla fine riuscirà finalmente ad accettare sé stesso, riappacificandosi con il genitore e cessando di rinnegare una parte di sé. Etichettato come una commedia (e in effetti non mancano scene surreali o momenti divertenti: si pensi alle "apparizioni" di Michael Jackson a disturbare il protagonista durante le preghiere, o all'anello elettronico con cui tiene il conto dei peccati e delle buone azioni commesse), questo insolito film (campione d'incassi in Egitto, nonostante un soggetto che potrebbe sembrare quantomeno poco ortodosso da un punto di vista religioso) è una lunga riflessione di un personaggio che cerca di conciliare e rimettere insieme le diverse parti di sé, a cominciare dalla propria identità. Il suo vero nome Khaled, infatti, non viene quasi mai usato: i compagni di classe lo prendono in giro con un nomignolo dispregiativo, lui stesso si ribattezza Jackson per far colpo su una ragazza (a sua volta appassionata del cantante) di cui è innamorato, e da adulto a un certo punto perde pure la carta d'identità. La via d'uscita, come sempre, sta nella sincerità e nel bandire le ipocrisie (per esempio, non vietando alla figlia di seguire le proprie passioni, a differenza di quello che il padre aveva fatto con lui). Nonostante i numerosi riferimenti e le tante citazioni visive, nella pellicola non è presente alcun brano del cantante.

On the beach at night alone (Hong Sang-soo, 2017)

On the Beach at Night Alone (Bamui haebyun-eoseo honja)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud/Germania 2017
con Kim Min-hee, Jeong Jae-yeong
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

L'attrice Young-hee (Kim Min-hee) cerca di rimettere ordine ed equilibrio nella propria vita privata, sentimentale e professionale, dopo una relazione con un regista già sposato e più anziano di lei. La pellicola è divisa in due parti: la prima ambientata ad Amburgo, in Germania, dove Young-hee trascorre un breve periodo ospite di un'amica; la seconda in Corea, in una città di mare dove Kim, ritornata dall'estero, ritrova vecchi amici e conoscenze e passa il tempo parlando con loro del più e del meno. Come sempre, le pellicole di Hong Sang-soo – spesso metacinematografiche – appaiono al contempo assai costruite (per la struttura schematica) e improvvisate (per il fluire naturale dei dialoghi), un po' alla Rohmer se vogliamo. Qui al centro della storia c'è un personaggio a suo modo affascinante (attrae sia gli uomini che le donne), dal carattere sincero e aperto ma anche difficile, individualista e autonomo, che va all'esplorazione dei propri sentimenti in un momento di forte crisi o di impasse. E la riflessione si intreccia con il confronto con gli altri. Lo stile di Hong si affida a lunghe riprese (long take) appena vivacizzate da alcuni zoom, e lascia campo libero agli attori e ai loro dialoghi, riempiendo gli occasionali silenzi con l'adagio del quintetto d'archi D. 956 di Schubert. Entrambe le sezioni del film terminano su una spiaggia, con uno sbocco onirico. Kim ha vinto a Berlino il premio per la miglior attrice.

24 marzo 2018

The seen and unseen (Kamila Andini, 2017)

The Seen and Unseen (Sekala Niskala)
di Kamila Andini – Indonesia 2017
con Ni Kadek Thaly Titi Kasih, Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena
***1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente la regista.

Tantri (Ni Kadek Thaly Titi Kasih) e Tantra (Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena) sono due gemelli di dieci anni che vivono sull'isola di Bali. Quando il bambino, caduto in coma, viene ricoverato in ospedale con una malattia terminale, la sorella continua a trascorrere il tempo con lui all'interno di un vissuto onirico e immaginario, fatto di giochi, di storie, di danze e di canti. Un film altamente simbolico ed estremamente suggestivo, che affronta i temi della sofferenza della separazione e del mistero della morte con il linguaggio del realismo magico e il copioso utilizzo di simboli e riferimenti al folklore balinese (come i bambini fantasma che rotolano fra i campi, spiritelli "compagni di gioco" ed amici immaginari di ogni bambino sin dalla sua nascita). Ripetuti, per esempio, i riferimenti alla luna, il cui ciclo indica la morte e la rinascita (quasi tutti gli incontri fra i due bambini avvengono di notte, illuminati dalla luce del satellite), oppure quelli alle uova, simbolo dell'unione e della complementarietà dei due gemelli (quando mangiano, si prendono l'uno il tuorlo e l'altra l'albume: e non appena sono stati separati, a Tantri capita un uovo sodo che manca totalmente della parte gialla). A Bali il ciclo della vita comprende tutto, unendo insieme gli aspetti duplici dell'esistenza: il maschile e il femminile, il giorno e la notte, il reale e il surreale, il visibile e l'invisibile (da cui il titolo del film). Questa duplicità è, naturalmente, particolarmente percepita nel fenomeno di due gemelli, uno maschio e uno femmina. E i giochi, i sogni e i canti fanno parte di un linguaggio comune e universale, soprattutto nel momento dell'infanzia. Fra le scene più belle, quelle in cui i bambini imitano gli animali, girati dalla regista giavanese con lunghi piani sequenza: la lotta fra i galli e, nel finale, la curiosità e l'esplorazione della scimmia.

Azougue Nazaré (Tiago Melo, 2018)

Azougue Nazareth (Azougue Nazaré)
di Tiago Melo – Brasile 2018
con Valmir do Côco, Mohana Uchoa
***

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente il regista.

Il film (un'opera prima) è incentrato attorno al "maracatu", una sorta di carnevale di antica tradizione che si svolge a Pernambuco, stato nord-orientale del Brasile, le cui origini affondano nei canti e nei rituali degli schiavi africani che lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero. Ancora popolare e diffuso fra la popolazione, che vi partecipa indossando colorati costumi e intonando vere e proprie "battaglie" di canti in rima (da improvvisare come stornelli, o come il moderno rap), il maracatu è mal visto dalla religione cristiana, che lo associa ai riti voodoo e al demonio (anche perché, ovviamente, in queste occasioni l'alcol scorre a fiumi). La pellicola segue diversi personaggi nella piccola città di Nazaré da Mata: fra questi spicca il corpulento Tião (Valmir do Côco), la cui moglie Darlene (Joana Gatis), fervente evangelista, gli causa non pochi problemi. Lo stesso pastore del paese, Mestre Barachinha, era stato in gioventù un "maestro del maracatu", prima di rinnegare gli antichi rituali. C'è poi la bella Tita (Mohana Uchoa), moglie del fabbro locale, che tradisce spesso e volentieri; e tutta un'altra serie di personaggi, amici, conoscenti, membri di una stravagante comunità alle prese, più o meno consapevolmente, con un vero e proprio "scontro di culture", dove il soprannaturale (il prete voodoo, i misteriosi spiritelli che appaiono fra scariche elettriche, si aggirano fra le canne da zucchero e rapiscono le persone) confina sempre con il quotidiano (i moderni "riti" brasiliani, come le partite di calcio, il riposo sulla spiaggia, le danze e appunto la religione). Un film episodico, colorato, energetico, che mira più a descrivere un contesto che non a raccontare una storia. Ma i personaggi sono vivi e colpiscono l'immaginario: senza dubbio il casting (che ricorre ad abitanti di Nazaré, in gran parte non professionisti) è il punto di forza dell'intera operazione.

23 marzo 2018

No bed of roses (Mostofa Sarwar Farooki, 2017)

No bed of roses (Doob)
di Mostofa Sarwar Farooki – Bangladesh/India 2017
con Irrfan Khan, Parno Mittra
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente il regista.

Saberi (Nusrat Imrose Tisha), figlia del celebre e popolare regista Javed Hasan (interpretato da Irrfan Khan), assiste impotente al divorzio dei suoi genitori e al successivo matrimonio del padre con Nitu (Parno Mittra), giovane attrice sua coetanea e che era stata sua compagna di scuola. Non la prenderà bene: la famiglia romperà ogni rapporto con il padre, fino a quando questi, pochi anni più tardi, morirà improvvisamente. Qualche polemica in patria (ma poi grande successo di pubblico) per un film ispirato, pur se non esplicitamente, alla vita del regista e scrittore bengalese Humayun Ahmed, che lasciò appunto la propria moglie dopo 27 anni di matrimonio per sposare un'attrice molto più giovane di lui. Ma la buona regia (con eleganti movimenti di macchina a indugiare su volti e particolari), le convincenti interpretazioni e i bei paesaggi non bastano a ravvivare quella che è semplicemente una storia poco interessante e priva di sviluppi significativi: forse l'unico che vale la pena di menzionare è il passaggio della madre Maya (Rokeya Prachy) da una totale dipendenza (al punto da essere persino incapace di scegliere quali vestiti indossare) a una maggiore autonomia. Per il resto, si naviga nella noia e nel disinteresse.

The number (Khalo Matabane, 2017)

The Number
di Khalo Matabane – Sudafrica 2017
con Mothusi Magano, Kevin Smith
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Da anni rinchiuso in una prigione sudafricana, Magadien (Magano, attore estremamente espressivo) fa parte della fratellanza chiamata "Il numero", organizzazione clandestina di detenuti che spadroneggia fra le quattro mura. Quando viene designato un nuovo direttore, Jacobs (Smith), che vorrebbe migliorare le condizioni di vita all'interno del carcere, proprio Magadien comincia un processo di riabilitazione per uscire lentamente dalla spirale di violenza che si autoalimenta. Spinto anche dal desiderio di non perdere definitivamente il rapporto con il proprio figlio, Magadien accetta di aiutare Jacobs a mantenere l'ordine nel carcere e di tenere discorsi educativi nelle scuole, ma il suo atteggiamento è mal visto dai compagni di cella... Per una volta, un film sudafricano che non parla di Apartheid (si svolge ai giorni nostri, o comunque successivamente alla caduta del regime razzista). Bello e intenso, inevitabilmente – vista l'ambientazione – ricorda a tratti altre pellicole carcerarie, da "Il profeta" (anche se qui il percorso del protagonista è all'opposto) a "Le ali della libertà" (c'è persino una scena in cui l'ascolto di musica lirica, in questo caso "La Bohéme", arriva a toccare il cuore dei detenuti), ma ha comunque una propria identità, fortemente incentrata su un protagonista irrequieto e combattuto fra il desiderio di autodeterminarsi attraverso la violenza e la volontà di riformare in senso positivo la propria vita.

22 marzo 2018

Dodici anni

Non posso dire "Sembra ieri" perché in realtà sono passati ben dodici anni, ma oggi è il compleanno di questo blog, che prosegue imperterrito con il suo format originale anche nell'era di Facebook e dei social media. Mi sono posto l'obiettivo di completare le filmografie dei registi più importanti, e ci riuscirò! Nel corso degli ultimi dodici mesi sono stati qui recensiti ben 241 film (15 in più rispetto all'anno precedente), che portano il totale a 2845 (ci avviciniamo dunque a tremila, traguardo che sarà verosimilmente raggiunto verso la fine del 2018). Di questi, 58 li ho visti al cinema (29 nelle rassegne di Cannes e Venezia) e 183 in casa. 186 erano prime visioni, 55 il recupero di film già visti in passato. Infine, il regista più gettonato nell'ultimo anno è stato Peter Greenaway con 8 titoli (5 dei quali erano però cortometraggi), seguito da Kenji Mizoguchi con 6, e da Alberto Lattuada, Roman Polanski, Mohsen Makhmalbaf e Ridley Scott con 4.

21 marzo 2018

Killing Jesus (Laura Mora, 2017)

Killing Jesus (Matar a Jesús)
di Laura Mora Ortega – Colombia 2017
con Natasha Jaramillo, Giovanny Rodríguez
***

Visto allo Spazio Oberdan, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Studentessa di fotografia e figlia ribelle di un professore universitario "scomodo", Paula vede uccidere il padre in strada davanti ai propri occhi a colpi di pistola da un giovane che poi fugge in moto. Il suo mondo felice e disimpegnato crolla, e la ragazza si ritrova frustrata dall'apparente disinteresse della polizia. Quando rivede per caso lo stesso ragazzo, Jesús, pochi mesi dopo in una discoteca, comincia a frequentarlo con l'intenzione, prima o poi, di ucciderlo... Parzialmente autobiografico, un film assai intenso e autentico, sia pure su un tema classico come quello della vendetta, ambientato in una Medellin dai due volti, le cui strade sono oscure e pericolose ma possono in attimo illuminarsi per le luci di Natale o riempirsi di persone in festa per una partita di calcio, dove si uccide senza troppo pensare alle conseguenze ma dove i legami familiari e di amicizia tengono a galla le esistenze di molte persone, dove amore e odio si mescolano e un gesto di generosità e di affetto (così come uno di tradimento e di aggressione) può provenire da chiunque in qualsiasi momento, proprio come meravigliosi punti panoramici si nascondono nei luoghi più impensati. L'uso della camera a mano, anziché essere fastidioso, contribuisce a calare lo spettatore nella realtà di Paula e del mondo violento che, per scelta, si trova a frequentare: allo stesso realismo e alla stessa intensità concorre la scelta di ricorrere ad attori non professionisti per le due parti principali. Molto bella anche la fotografia di James L. Brown, che immerge lo spettatore nell'ambiente circostante. Il film è dedicato al padre della regista, che come nel film fu ucciso davanti ai suoi occhi: nella realtà Laura Mora non incontrò mai il giovane killer, se non (ripetutamente) nei suoi sogni.

19 marzo 2018

Une saison en France (M. Haroun, 2017)

Une saison en France
di Mahamat-Saleh Haroun – Francia 2017
con Eriq Ebouaney, Sandrine Bonnaire
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Abbas (Ebouaney), fuggito dalla guerra nella Repubblica Centrafricana per rifugiarsi in Francia con il fratello Etienne e i due figlioletti Yacine e Asma, ha perso nel frattempo la moglie (che continua ad apparire nei suoi sogni, anche a occhi aperti) e ha trovato l'amore di un'altra immigrata, la polacca Carole (Bonnaire). Quando però la sua richiesta d'asilo vene respinta e gli viene intimato di lasciare il paese entro trenta giorni, i sogni di una nuova vita svaniscono di colpo, si ritrova un sans-papiers, costretto alla clandestinità e sempre più invisibile: fino alla scelta finale di sparire davvero. Primo film girato in Francia dal regista ciadiano di "Daratt", è una pellicola asciutta e intensa che ha il merito di calare lo spettatore nelle difficoltà di un migrante (di più: di un padre migrante, che nel suo paese era un professore di francese e qui è costretto ad accontentarsi dei lavori più umili), lasciando la porta aperta alla riflessione, senza pudore ma anche senza fronzoli o retorica. I toni sono quelli di un realismo alla Dardenne o alla Ken Loach, anche se il finale inquieto con l'improvvisa scomparsa della famiglia (che si lascia dietro gli oggetti più cari: i libri per Abbas, il monopattino per Yacine, il pesciolino rosso per Asma) può far pensare ad Haneke. Bella la scena conclusiva, con Carole che si aggira spersa sulle dune della spiaggia che un tempo ospitava la "Giungla di Calais" (l'accampamento dei rifiugiati che speravano di espatriare in Inghilterra), e ottimi gli interpreti.

18 marzo 2018

FESCAAAL 2018

Per la prima volta, andrò a guardare un po' di film del Festival dei Cinema Africano, dell'Asia e dell'America Latina (FESCAAAL) che si svolge da oggi a Milano per una settimana. Sarà un'occasione per conoscere meglio un tipo di cinema di solito poco frequentato. Non conoscendo la maggior parte dei registi (fa eccezione il Mahamat-Saleh Haroun del film inaugurale, di cui vidi qualche anno fa in una rassegna il bel "Daratt - La stagione del perdono"), non so bene a cosa andrò incontro. Vi terrò aggiornati. Oltre a film africani e sudamericani, negli ultimi giorni ci sono anche un po' di lavori provenienti dall'Estremo Oriente (per esempio pellicole di Chen Kaige e Hong Sang-soo) che spero di riuscire a guardare. Stay tuned!

17 marzo 2018

Regarde les hommes tomber (J. Audiard, 1994)

Regarde les hommes tomber
di Jacques Audiard – Francia 1994
con Jean Yanne, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

L'esordio alla regia di Jacques Audiard (fino ad allora soltanto sceneggiatore) è un insolito noir, tratto da un romanzo di Teri White, che segue due storie parallele (leggermente sfasate temporalmente) che si incontrano solo alla fine. Simon (Yanne), rappresentante di biglietti da visita in crisi di mezza età, lascia il lavoro e la moglie per dedicarsi a tempo pieno alla ricerca del killer che ha sparato al suo giovane amico Mickey, un poliziotto infiltrato, mandandolo in coma. Contemporaneamente, l'anziano vagabondo e giocatore d'azzardo Marx (Trintignant) stringe un sodalizio con il più giovane e sempliciotto Frédéric (Kassovitz), che si fa chiamare Johnny: per ripagare il debito con un gangster, i due accettano di diventare dapprima suoi esattori e poi addirittura sicari. E in effetti sarà proprio Johnny a sparare a Mickey, scatenando i propositi di vendetta di Simon... La struttura a incastro consente ad Audiard di mantenere alta la tensione e al tempo stesso di esplorare al meglio i sentimenti dei suoi personaggi. Si tratta di due storie d'amicizia virile (e anche qualcosa di più) assai simili fra loro: asimmetriche per età (Simon e Marx anziani, Mickey e Johnny giovani), all'insegna del non detto e della mancanza di comunicazione (il tema dei vari linguaggi, così caro ad Audiard, è presente sin da questo primo film: si pensi alle scene in cui Simon legge ad alta voce il giornale all'amico in coma, o a quelle in cui Johnny descrive cosa c'è in televisione alla vecchietta cieca), dove l'amicizia, l'affetto e la dipendenza si intrecciano inesorabilmente. E a questo proposito, importante anche la metafora del cane: se Johnny si attacca a Marx come un cagnolino (significativo che rinunci al proprio nome quando gli viene detto che "Fredo" è un nome da cane), sia Simon che Marx prendono consapevolezza del legame quando incrociano lo sguardo di un cane che passa al loro fianco. Trattandosi di un'opera prima, non tutto è perfetto: qualche vezzo stilistico un po' fine a sé stessso (l'occasionale voce femminile narrante, i cartelli), una narrazione non sempre chiara e una fotografia da rivedere sono però compensate da diverse scene assai intense (per esempio quella in cui Simon chiede a un ragazzo di strada com'è la vita in comune con un altro uomo), da un'interessante colonna sonora (di Alexandre Desplat) e da uno struggente finale. Nel cast anche Bulle Ogier e Christine Pascal. Il titolo ha ispirato il nome di un gruppo di heavy metal francese.

15 marzo 2018

La teoria del tutto (James Marsh, 2014)

La teoria del tutto (The Theory of Everything)
di James Marsh – GB 2014
con Eddie Redmayne, Felicity Jones
*1/2

Visto in divx, per ricordare Stephen Hawking.

Biopic sulla vita del cosmologo Stephen Hawking, dagli anni dei primi studi a Cambridge (durante i quali cominciò a sviluppare i sintomi della SLA, la malattia neuromotoria che col tempo lo costrinse alla totale immobilità: all'epoca i medici gli diedero solo due anni di vita, ma lo scienziato è poi vissuto fino a 76 anni) ai grandi successi come scienziato e come divulgatore, raccontati attraverso il suo rapporto con la prima moglie Jane (dal cui libro di memorie "Verso l'infinito" è tratta la sceneggiatura). Come risultato, la pellicola ha un forte focus sugli aspetti della vita affettiva, romantica e familiare di Hawking, mentre trascura o semplifica quasi al limite della banalità quelli scientifici e i contenuti delle sue teorie. Da questo punto di vista, il tv movie della BBC con Benedict Cumberbatch ("Hawking" del 2004) era certamente più equilibrato e soddisfacente. Quello che ne esce non è tanto il ritratto di una mente brillante, quanto quello di un uomo malato che, nonostante le difficoltà, riesce a trovare il proprio posto nel mondo e una parvenza di felicità. E la ricerca di una grande teoria unica sulle origini dell'universo (da cui il titolo) è soltanto accennata, mentre altrettanto spazio si dà al rapporto fra scienza e fede (la moglie è credente, lui no). In ogni caso, sia i dialoghi che la regia si appoggiano a cliché e convenzioni. La prima metà del film è dedicata all'incontro fra Stephen e Jane, alla scoperta della malattia e alla decisione di sposarsi e di continuare a lottare. Nella seconda metà, entrano in gioco i due personaggi che saranno i rispettivi secondi coniugi: il musicista Jonathan (Charlie Cox) e la terapista Elaine (Maxine Peake). Che la sceneggiatura (che pure si prende qualche libertà) sia tratta dal libro di Jane, è evidente: il punto di vista è spesso quello della donna, che ne esce come una figura eroica e, a tratti, l'autentica protagonista. Redmayne, in ogni caso, ha vinto l'Oscar come miglior attore. David Thewlis è Dennis Sciama, Christian McKay è Roger Penrose. Gradevole la musica di Jóhann Jóhannsson.

14 marzo 2018

Quello che non so di lei (R. Polanski, 2017)

Quello che non so di lei (D'après une histoire vraie)
di Roman Polanski – Francia/Polonia 2017
con Emmanuelle Seigner, Eva Green
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Delphine Dayrieux (Seigner), scrittrice che ha raggiunto il successo con un romanzo sulla propria madre (internata in un istituto psichiatrico e poi suicida), è in crisi di ispirazione e sta meditando di passare alla narrativa di finzione. Emotivamente fragile, fatica a reggere la pressione dei media e le aspettative del pubblico, ed è inoltre tormentata da lettere anonime che la accusano di aver voluto lavare in pubblico i panni sporchi di famiglia. Quando incontra "Lei" (Eva Green, "Elle" in originale), giovane e misteriosa ammiratrice che lavora come ghost writer per le celebrità, si lascia affascinare dal suo carisma e dalla sua sicurezza, lasciandola entrare sempre di più nella propria vita. Fino al punto che Lei comincia a manipolarla per spingerla a scrivere quel "romanzo nascosto" e autobiografico che Delphine vorrebbe invece rinviare il più possibile, preferendo invece fare proprio dell'amica il soggetto del suo nuovo lavoro... Dal romanzo "Da una storia vera" di Delphine de Vigan, sceneggiato da Polanski insieme a Olivier Assayas, un thriller psicologico che sembra un incrocio fra "Misery non deve morire" e "Fight Club". Come nel film di Reiner tratto dal libro di Stephen King, infatti, Delphine si ritroverà immobilizzata a letto con una gamba ingessata, in una casa di campagna, in balia della sempre più inquietante, minacciosa e manipolatrice Lei; e come in quello di Fincher tratto da Chuck Palahniuk, pian piano ci renderemo conto che Lei non è una persona reale (non interagisce mai con nessuno, se non con Delphine) bensì una proiezione della protagonista (e dunque letteralmente una "ghost writer"), un personaggio creato dalla sua fantasia. Il che rende il libro che ne scaturirà (intitolato appunto "Da una storia vera") l'anello di congiunzione fra un lavoro autobiografico e di finzione. Polanski, che aveva già raccontato di ghost writer ne "L'uomo nell'ombra", dirige come sempre con solidità e coerenza (anche se senza particolari guizzi), affidandosi a due attrici che dominano la scena, alla fotografia del fido Paweł Edelman e alle musiche d'atmosfera di Alexandre Desplat. Nel cast anche Vincent Pérez e Dominique Pinon.

12 marzo 2018

Il mulino del Po (Alberto Lattuada, 1949)

Il mulino del Po
di Alberto Lattuada – Italia 1949
con Carla Del Poggio, Jacques Sernas
***

Visto in divx.

Sulle sponde ferraresi del Po, a fine Ottocento, la mugnaia Berta (Carla Del Poggio) è promessa sposa al contadino Orbino (Jacques Sernas): la loro storia si intreccia con le lotte e le rivendicazioni dei lavoratori e dei braccianti, che si oppongono alle prepotenze dei padroni e all'avidità dei nuovi regnanti. Uscito nelle sale quasi in contemporanea con "Riso amaro" di De Santis, che parimenti raccontava le fatiche di un'Italia contadina e rurale, il film (sceneggiato da Federico Fellini e Tullio Pinelli) è tratto dal terzo volume della sterminata saga familiare di Riccardo Bacchielli (le parti precedenti saranno trasposte negli anni sessanta e settanta in due celebri sceneggiati per la televisione) e pare anticipare in molte cose "Novecento" di Bertolucci, sia per l'ambientazione che per la fusione delle storie personali con quelle collettive e politiche di fronte a un mondo che cambia. "È il primo film storico sulla nostra civiltà contadina", ha scritto Callisto Cosulich. Certo è insolito che un romanzo scritto e pubblicato in epoca fascista metta in primo piano le idee marxiste e la lotta di classe: ma l'approccio è assai equilibrato (tanto da essere stato criticato da entrambe le parti), visto che presenta entro certi limiti le ragioni e i torti di tutti, senza banalizzare una questione assai complessa (fra i lavoratori ci sono divisioni e contrasti, fra le autorità e le forze dell'ordine ci sono persone di buon senso). Ne risulta un denso e ricchissimo affresco storico-sociale, curato nell'ambientazione (i campi, i cascinali, le rive del fiume) e colmo di personaggi interessanti, che siano di primo piano – la famiglia dei mugnai, fra cui la vecchia matrona Cecilia (Isabella Riva) e l'impetuoso e tragicamente ingenuo fratello Princivalle (Giacomo Giuradei); quella dei contadini, con l'anziano nonno (Domenico Viglione Borghese); l'infido e vendicativo Smarazzacucco (Giulio Calì); il politico socialista Raibolini (Nino Pavese); il padrone Clapassòn (Mario Besesti) – o figure marginali e di contorno, della cui caratterizzazione con pochissimi tratti Lattuada è un maestro: si pensi alla Lupacchioni (Pina Gallini), anarchica "satanista", al corpulento Caterinone, al pescatore Scanzafrasca, ma anche al brigadiere meridionale e con l'ombrello (Bruno Salvalai) e al capitano dei soldati (l'aiuto regista Carlo Lizzani) che vengono incaricati di lavorare nei campi in sostituzione dei braccianti che scioperano. E sullo sfondo delle tumulti e delle rivendicazioni sociali ci sono i sentimenti (l'amore fra Berta e Orbino è osteggiato a più riprese) e lo scontro con le forze della natura (la piena del fiume, il temporale, la grandine e il fulmine sui campi). Nonostante qualche dialettismo (soprattutto per il personaggio di Princivalle) e l'intensità dei volti (le donne, gli anziani), non è un film neorealista: Lattuada fu accusato di calligrafismo, ma gli squarci lirici e poetici e l'ottima costruzione dei personaggi compensano eventuali difetti.

10 marzo 2018

Il perito (Atom Egoyan, 1991)

Il perito (The adjuster)
di Atom Egoyan – Canada 1991
con Elias Koteas, Arsinée Khanjian
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli in inglese.

Noah Render (Elias Koteas), perito per una compagnia di assicurazioni, ha il compito di entrare in contatto con le persone che hanno perso la propria casa in un incendio e di aiutarle a "superare lo shock", trovandogli una sistemazione provvisoria in un motel e compilando insieme a loro l'elenco di tutte gli oggetti di valore che hanno perduto, fino a quando la richiesta di risarcimento non va a buon fine. Premuroso e simpatetico, crea un legame e conquista a tal punto il favore dei suoi "clienti" da finire spesso a letto con loro. Ma non è l'unico a entrare prepotentemente nella vita delle persone: lo fa anche il ricco ed eccentrico Bubba (Maury Chaykin), che mette in scena strane pantomime in pubblico (travestito da barbone, per esempio) e si finge produttore cinematografico per poter curiosare nelle case altrui. E come Noah si occupa di classificare ciò che ha valore per le persone, lo stesso fa sua moglie Hera (Arsinée Khanjian), membro di una commissione di censura che ha il compito di catalogare (ed eventualmente vietare) film erotici e violenti (ma al tempo stesso registra clandestinamente tali pellicole per poterle mostrare alla sorella muta). A parte gli incubi notturni, marito e moglie hanno pochi punti di contatto: tanto che lui non si renderà nemmeno conto di stare per perderla. Forse il primo film di Egoyan a raggiungere una certa notorietà (anche se, a quanto ne so, non è mai giunto nel nostro paese), anticipa quell'atmosfera ambigua, sospesa, misteriosa e morbosa (a momenti persino surreale), con un misto di voyeurismo ed esistenzialismo, che caratterizzerà il suo primo vero successo, il successivo "Exotica". Per lunghi tratti, all'inizio, non si capisce chi siano questi personaggi e che cosa facciano: una sensazione di spaesamento amplificata dalla musica d'atmosfera di Mychael Danna. Poi, pian piano, comprendiamo il vero disagio che essi portano con sé: distratti da tutto ciò che sta loro attorno, trascurano infatti di guardare dentro di sé e si ritrovano dunque alienati e isolati. Proprio come la casa dove vive la famiglia di Noah, unico edificio completato (sia pure "fasullo", essendo stato eretto a scopi dimostrativi) in un lotto di terreno dove la costruzione delle altre case è stata rimandata (forse per sempre) e che dunque ha l'aspetto di un desolato deserto (che Noah si sfoga a riempire, tirando con l'arco fuori dalla finestra). Il film di compone di tante piccole situazioni episodiche, a volte surreali (come nei film di Roy Andersson, ma senza la stessa ironia) e a volte più significative (il vagabondo che si masturba fuori dalla finestra e davanti a Seta, la sorella di Hera, che ne resta sconvolta come invece non è di fronte ai film erotici che le porta la sorella; l'incontro fra Hera e il podologo sul treno; quello di Noah con la ragazza che lavora al motel o con i suoi tanti clienti; le messinscene nostalgiche o voyeuristiche di Bubba), che fungono da base su cui si appoggiano le menzogne, le bugie, la disperazione e la solitudine di personaggi che non hanno altro modo di vivere che quello di entrare nelle vite degli altri, anche se si tratta di completi sconosciuti.

9 marzo 2018

Equilibrium (Kurt Wimmer, 2002)

Equilibrium (id.)
di Kurt Wimmer – USA 2002
con Christian Bale, Taye Diggs
**

Visto in divx.

Dopo una cruenta terza guerra mondiale, e per evitare il rischio di una quarta, l'umanità ha deciso di bandire quelle che sono considerate le origini dell'odio: le emozioni. Nella totalitaria città-stato di Libria, così, è proibito (pena la morte!) provare qualsiasi emozione, che sia positiva o negativa. Tutti gli abitanti devono assumere giornalmente un farmaco che le inibisce, il Prozium, mentre degli speciali agenti, i chierici (ma il termine rimane "cleric" anche nella versione italiana), hanno il compito di scovare ed eliminare i gruppi di resistenza clandestina che si oppongono a questo stato di cose, nonché quello di distruggere tutte le forme d'arte e d'espressione del passato. Quando, per un caso fortuito, il chierico John Preston (Bale) "salta" per un giorno la sua consueta dose di Prozium, comincia a vedere le cose con altri occhi... L'idea alla base di questa pellicola di fantascienza distopica è assai semplice ma sembrerebbe buona, almeno finché non ci si ferma un attimo a pensarci: allora si capisce che non può veramente funzionare. E infatti il film accumula contraddizioni a ripetizione, trovandosi costretto a puntare le sue carte soltanto su una vuota e banale retorica (al protagonista basta guardare un arcobaleno o fissare un cucciolo di cane negli occhi per voltare le spalle a tutto ciò a cui aveva fortemente creduto fino ad allora) e sulle scene d'azione (peraltro buone). Per di più la sceneggiatura, oltre a essere ridondante, didascalica e lenta a carburare, manca di equilibrio e salta di palo in frasca, introducendo temi e personaggi solo al momento in cui servono e dimenticandosene per lunghi tratti (i due figli di John, il collega-rivale, l'idea che uno dei compiti dei chierici sia quello di bruciare le opere d'arte del passato...). Incredibilmente derivativo, si dipana attraverso sviluppi quanto mai prevedibili (John ovviamente entrerà in contatto con la resistenza) e ruba idee a destra e manca: il più da classici distopici come "Fahrenheit 451" e "1984", ovviamente, ma qualcosina anche da "Hero" (la necessità di John di arrivare a un colloquio faccia a faccia con l'irraggiungibile capo di Libria, il Padre, la cui parola è legge come in una sorta di religione), da "Pleasantville" (la fastidiosa retorica delle emozioni), da "Fight Club" (il finale con le esplosioni), "Matrix", "Il mago di Oz" e altro ancora. A salvarlo, a parte qualche (lieve) colpo di scena nel finale, sono soprattutto due cose: l'apparato estetico-visivo (le architetture e i costumi ricordano i regimi fascisti: il film è stato girato a Berlino e all'EUR di Roma) e le originali tecniche di combattimento (le sparatorie con la pistola sono una forma di arte marziale, con tanto di kata, evidente omaggio a tante pellicole hongkonghesi: ma le ispirazioni orientali permeano a più livelli tutto l'ordine dei chierici). Nel cast anche Emily Watson, Sean Bean e Angus Macfayden. Wimmer, al suo secondo film (ma dopo il terzo, "Ultraviolet", si dedicherà soltanto alla sceneggiatura) ha un cameo come uno dei ribelli.

8 marzo 2018

Senza pietà (Alberto Lattuada, 1948)

Senza pietà
di Alberto Lattuada – Italia 1948
con Carla Del Poggio, John Kitzmiller
**1/2

Visto in divx.

Nell'immediato dopoguerra, la giovane Angela (la bella Carla Del Poggio, al primo ruolo drammatico di primo piano) – fuggita di casa dopo aver dato alla luce una bambina nata morta – arriva in cerca del fratello in una Livorno semidistrutta e sotto il controllo dei liberatori americani. Qui finisce nel "giro" di Pierluigi (Pierre Claudè), l'ambiguo boss – biancovestito e impotente – che controlla tutti i loschi traffici della città (dal contrabbando alla prostituzione). L'amicizia e forse l'amore con Jerry (John Kitzmiller), un soldato americano di colore, sembrerà donarle un pizzico di speranza per una vita migliore: ma il destino vorrà diversamente. Scritta da Lattuada insieme a Pinelli e Fellini (che figura come "assistente alla regia", muovendo di fatto i suoi primi passi dietro la macchina da presa), una pellicola che mette in scena la "disintegrazione" civile e morale dell'Italia del dopoguerra, tanto realistica quanto priva di ottimismo, di moralismo e di retorica. In un mondo di povertà e di disperazione, anziché alla famiglia o alla religione (significativa la fuga dall'istituto religioso per rifugiarsi in un bordello), Angela non può che trovare protezione nel sottobosco criminale. Eppure, anche fra le prostitute, non manca chi riesce a esaudire il proprio sogno di libertà, come Marcella (Giulietta Masina), che riesce a fuggire in America con un soldato; le si contrappone Dina (di cui non si vede mai il volto) che, finita sempre più in basso e in disgrazia, sceglie il suicidio. In un ambiente di approfittatori e di disonesti, la "purezza" di personaggi come Angela e Jerry è destinata a corrompersi o a finire sconfitta. Grande realismo (con numerose scene in lingua inglese quando sono presenti i soldati americani) ma anche simbolismo cinematografico (la regia e la fotografia sono debitrici delle coeve pellicole americane o francesi). Il film è stato girato nella Pineta del Tombolo, già l'anno prima set di "Tombolo, paradiso nero" di Giorgio Ferroni, sui temi simili, con lo stesso Kitzmiller nel cast. Pierre Claudè (uno pseudonimo), che intepreta il boss Pierluigi, era il direttore dell'Hotel Majestic di Roma, qui alla sua unica esperienza come attore cinematografico. La scena conclusiva si svolge nello stesso tratto di strada in cui sarà ambientato il finale de "Il sorpasso". Le musiche sono di Nino Rota: e dunque, pur trattandosi di un film di Lattuada, la presenza contemporanea di Fellini, della Masina e di Rota lo può far considerare come un "elemento zero" nella filmografia del regista riminese.

6 marzo 2018

Rosemary's baby (Roman Polanski, 1968)

Rosemary's baby - Nastro rosso a New York (Rosemary's Baby)
di Roman Polanski – USA 1968
con Mia Farrow, John Cassavetes
***1/2

Rivisto in divx.

La giovane coppia formata dalla casalinga Rosemary (Mia Farrow, nel suo primo ruolo da protagonista) e dal marito Guy Woodhouse (il regista John Cassavetes), attore teatrale, si trasferisce in un nuovo appartamento al settimo piano di un vetusto palazzo di New York su cui circolano strane leggende: in passato sarebbe stato infatti sede di atroci delitti e di cerimonie sataniche. E in effetti un'atmosfera inquietante e ambigua lo circonda. Ma a mettere a disagio Rosemary sono soprattutto gli anziani vicini di pianerottolo, gli affabili ma invadenti Minnie (Ruth Gordon) e Roman (Sidney Blackmer), con i quali invece Guy stringe subito amicizia. Dopo una notte di incubi, Rosemary si scopre incinta: ma la gravidanza – durante la quale è seguita da un ostetrico consigliatole dai vicini, il dottor Sapirstein (Ralph Bellamy) – è dura e dolorosa. E pian piano, Rosemary si convince di essere in balia di una congrega satanica, di cui anche Guy è complice... Dall'omonimo romanzo di Ira Levin, Polanski firma il suo film più celebre, un innovativo horror borghese e urbano che torna alle angoscianti atmosfere condominiali di "Repulsion" e anticipa il successivo "L'inquilino del terzo piano". Un film che farà scuola, inquietante sin dai titoli di testa (con le scritte in rosa e la canzoncina semi-infantile), e che a lungo ondeggia fra il realismo dell'ambientazione moderna (a tratti si sospetta che quelle di Rosemary siano solo paranoie o fantasie di complotto, magari un prodotto delle paure e delle angosce della gravidanza, favorite anche dalla sensazione di essere trascurata da un marito che pensa solo al suo lavoro) e i toni onirici e irreali del tema della stregoneria. Punteggiato da elementi e indizi (Guy di colpo comincia ad avere successo nel suo lavoro, ottenendo parti anche per via delle "disgrazie" che capitano ai suoi rivali), il film ha il suo climax nel finale, con la nascita del "figlio di Satana". A quel punto, tutti gli indizi acquistano un senso: dai nomi stessi di Rosemary e Guy, che ricordano Maria e Giuseppe (e Woodhouse è un cognome da falegname!), ai tanti oggetti che hanno favorito la sua gravidanza: il ciondolo "portafortuna" che Minnie regala a Rosemary, contenente la misteriosa "radice di tannis"; la mousse al cioccolato; gli strani intrugli a base di erbe. A metà pellicola, Rosemary si taglia i capelli corti, risultando nell'iconico aspetto che ha reso celebre la Farrow, quasi perfetta nel ritrarre una ragazza in preda alla sua fragilità emotiva. Ruth Gordon ha vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista. Nel cast anche Maurice Evans (Hutch, l'amico scrittore che tenta di mettere in guardia Rosemary dalla setta) e altre vecchie glorie hollywoodiane (Elisha Cook Jr., Charles Grodin, Patsy Kelly, Hope Summers). Il successo della pellicola diede il via a una serie di film su temi simili (diavoli, sette, o segnatamente l'Anticristo), che culminerà nel 1973 con "L'esorcista". Ma "Rosemary's baby" può anche essere considerato, a suo modo, l'anello di congiunzione fra "Angoscia" di Cukor (1944) e "Madre!" di Aronofsky (2017).

5 marzo 2018

Elysium (Neill Blomkamp, 2013)

Elysium (id.)
di Neill Blomkamp – USA 2013
con Matt Damon, Jodie Foster
**

Visto in TV.

Nel futuro, i ricchi si sono trasferiti a vivere isolati su Elysium, una stazione spaziale in orbita attorno alla Terra, lasciando sul pianeta (trasformato in un'enorme favela) i poveri, i malati e la forza lavoro. Le carrette spaziali cariche di clandestini e disperati che cercano di raggiungere la stazione vengono respinte con i missili, su ordine dello spietato ministro della difesa (Jodie Foster). Anche il ladro e operaio Max Da Costa (un pelato Matt Damon), in fin di vita per un'esposizione accidentale alle radiazioni, intende arrivare su Elysium per potersi curare (i cittadini eletti, infatti, hanno a disposizione speciali capsule che guariscono da ogni malattia, e che naturalmente non mettono a disposizione della gente comune): ma la sua missione si rivelerà ben più importante e in grado di riportare la giustizia sociale. Al secondo film, il sudafricano Blomkamp ricicla la stessa ricetta che l'aveva portato al successo con "District 9": una fantascienza distopica che riecheggia problemi reali e d'attualità (la crisi dei profughi, le disuguaglianze sociali ed economiche), lasciando però che l'analogia funga solo da punto di partenza, perché da metà pellicola in poi essa viene annacquata nella forma del più convenzionale action movie. La sceneggiatura si rivela schematica, e la risoluzione, con il semplicistico lieto fine, banalizza in fondo l'intera questione. Interessante invece l'aspetto visivo: la fotografia assai realistica (quasi da documentario, come in "District 9"), il degrado (la sporcizia, i graffiti) e la tecnologia povera e "usata" sulla Terra (con l'esoscheletro di Max e i metodi per il trasferimento cerebrale dei dati) si sposano bene con la regia nervosa di Blomkamp, spesso con la camera a mano. Nel cast anche Alice Braga (Frey, l'amica d'infanzia di Max), Sharlto Copley (il malvagio agente governativo Kruger), Wagner Moura (lo "scafista" Spider), Diego Luna e William Fichtner.

3 marzo 2018

Lady Bird (Greta Gerwig, 2017)

Lady Bird (id.)
di Greta Gerwig – USA 2017
con Saoirse Ronan, Laurie Metcalf
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina.

La liceale Christine (un'ottima Saoirse Ronan), studentessa all'ultimo anno di una scuola cattolica di Sacramento, ha un rapporto alquanto problematico con tutto ciò che la circonda: dalla madre (Laurie Metcalf) al quartiere proletario dove vive. Per questo motivo rifiuta il proprio nome e si ribattezza "Lady Bird", aspira a iscriversi a un college sulla Costa Est e vorrebbe frequentare compagne di scuola più altolocate. A metà strada fra "Ghost World" (che però avevo trovato molto più poetico e coerente, soprattutto nel finale) e "Mean girls" (che era più dirompente), una pellicola che esplora quella fase della tarda adolescenza in cui il desiderio di autonomia e di distacco dalle radici familiari sfocia nell'anarchia e nella ribellione. Qualche gag divertente (il prete che gestisce lo spettacolo teatrale della scuola come se fosse una partita di football) e la leggera caratterizzazione dei personaggi (quelli di contorno, però, sono scritti soltanto in funzione del loro rapporto con la protagonista) non giustificano l'etichetta di commedia che è stata attaccata al film (ha vinto il Golden Globe in questa categoria). E il grande successo di critica negli Stati Uniti, con tanto di cinque nomination ai premi Oscar, è forse anche una sorta di "compensazione" (visto che la regista è una donna) per il caso Weinstein e gli scandali sessuali che hanno travolto Hollywood. Non mancano buoni momenti, che all'interno di una sceneggiatura autobiografica ed episodica accompagnano i tentativi di Lady Bird di uscire da un ambiente che le va stretto e che descrivono le sue relazioni con gli altri: i genitori, gli insegnanti, l'amica del cuore Julie (Beanie Feldstein), quella snob Jenna (Odeya Rush) e un paio di ragazzi, il primo dei quali (Lucas Hedges) si rivela gay e il secondo (Timothée Chalamet) è un ipocrita contestatore. Ma alla resa dei conti non si va oltre un innocuo ritratto adolescenziale, anche perché il finale riconciliante finisce per annullare la potenziale carica eversiva del personaggio.

2 marzo 2018

La sposa di Glomdal (Carl T. Dreyer, 1926)

La sposa di Glomdal, aka La fidanzata di Glomdal (Glomdalsbruden)
di Carl Theodor Dreyer – Norvegia 1926
con Einar Sissener, Tove Tellback
*1/2

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Il contadino Tore è innamorato della bella Berit, sua amica d'infanzia e figlia del ricco Ola, che vive al di là del fiume. Disprezzando Tore, Ola vorrebbe concedere Berit in sposa a un altro pretendente, Gjermund, ma la ragazza punta i piedi e fugge di casa per raggiungere il suo amato. La sua ostinazione – e l'intervento del prete locale, che intercede per i due ragazzi – alla fine convince anche il padre, che dà la sua approvazione al matrimonio: ma proprio nel giorno delle nozze, il geloso Gjermund fa affondare la barca del ragazzo. Cercando di guadare il fiume a cavallo, Tore finisce per essere portato via dalla corrente: per fortuna si salverà e potrà convolare a nozze. Girato in Norvegia (Dreyer stava abbandonando la Danimarca: la tappa successiva sarà la Francia, dove realizzerà il capolavoro "La passione di Giovanna d'Arco"), e ispirato ad alcuni romanzi dello scrittore norvegese Jacob Breda Bull, è purtroppo un film di routine come contenuti e messa in scena (la lavorazione avvenne durante l'estate del 1925, improvvisando giorno per giorno senza una sceneggiatura), anche se è apprezzabile la descrizione degli ambienti rurali e le riprese tutte in esterni, fra le quali spicca la lunga sequenza finale sul fiume, con Tore che cerca di aggrapparsi ai tronchi trascinati dalla corrente: un climax drammatico ma forse superfluo (non sarebbe stato male se il film fosse terminato con la riconciliazione con Ula). Interessanti i volti di alcuni personaggi minori, come i genitori dei due innamorati (Stub Wiberg e Harald Stormoen). Gli interpreti erano in gran parte attori di teatro, prestati una tantum al cinema. La copia esistente risulta assai più corta di quella originale, con numerose sequenze di approfondimento tagliate in occasione della prima danese (sempre nel 1926).