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6 novembre 2022

Cars 3 (Brian Fee, 2017)

Cars 3 (id.)
di Brian Fee – USA 2017
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Il campione delle corse automobilistiche Saetta McQueen deve vedersela con un nuovo rivale, il giovane Jackson Storm, e in generale con una nuova generazione di piloti che minacciano di spodestare le vecchie glorie come lui. Sull'orlo del pensionamento, è costretto dal suo nuovo sponsor Sterling ad affidarsi ai consigli della "coach motivazionale" Cruz Ramirez. Ma sarà invece McQueen a ispirare Cruz a diventare a sua volta una pilota e a scendere in pista per vincere la gara contro Storm. Il terzo capitolo di "Cars", il primo non diretto dal veterano e creativo John Lasseter ma dall'esordiente Brian Fee (in un insolito parallelo con la trama del film stesso!), è decisamente migliore del secondo (forse perché, come il primo, torna a essere un lungometraggio sportivo a tutti gli effetti e a concentrarsi quasi esclusivamente sul protagonista) e affronta un tema interessante e, a suo modo, pregnante: quando giunge il momento di "appendere le gomme al chiodo"? L'arrivo di nuovi e sempre più aggressivi rivali, che fanno ricorso a metodi di allenamento ultramoderni e contro i quali gli anziani campioni non possono più competere, rappresenta un momento di crisi che va affrontato nel migliore dei modi: c'è chi abbandona la lotta, chi non rinuncia a gareggiare e chi, più saggiamente, riesce a riciclarsi in una nuova forma, come quella del mentore nei confronti di una nuova generazione. Nonostante la semplicità estetica (i personaggi di "Cars", per evidenti ragioni di design, non sono certo i più ispirati a livello grafico fra tutte le franchise della Pixar) e una generale limitatezza di scenari per quello che sembrava in tutto un film minore, ancora una volta si resta colpiti di come la sceneggiatura sappia affrontare questioni mature senza banalizzarle, coinvolgendo al tempo stesso gli spettatori di ogni età in una vicenda sportiva intrigante, condita da personaggi simpatici e buone caratterizzazioni (comprese le new entry). Non so se ci saranno ulteriori episodi ma, se così non fosse, per Saetta questa è un'ottima uscita di scena.

30 settembre 2022

Vite vendute (Henri-Georges Clouzot, 1953)

Vite vendute (Le salaire de la peur)
di Henri-Georges Clouzot – Francia/Italia 1953
con Yves Montand, Charles Vanel
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

In un paese dell'America Centrale, quattro sbandati di origine europea accettano di condurre due camion pieni di nitroglicerina da consegnare a un vicino pozzo di petrolio in fiamme: l'incarico è pericoloso (le strade sono dissestate e in cattive condizioni, e il minimo urto o sobbalzo può far saltare in aria l'esplosivo e, con esso, l'intero camion), ma il compenso in denaro che li attende è sufficiente ad alimentare i sogni di riscatto e a vincere ogni paura... o quasi. Da un romanzo di Georges Arnaud, uno dei capolavori di Clouzot, un noir "on the road" caratterizzato da un livello incredibile di tensione crescente, man mano che i protagonisti si trovano ad affrontare gli ostacoli sul proprio cammino e, al contempo, le sofferenze fisiche e psicologiche che li accompagnano. La buona caratterizzazione dei personaggi (simpatiche "canaglie" legate da rapporti di amicizia e di rivalità) li pone davanti alle proprie stesse paure, che fronteggiano chi con coraggio e chi con codardia, chi con spensierata incoscienza e chi con mente sempre fredda, nonostante il pericolo e la morte che incombe. Fino a un finale apocalittico. Memorabile per più versi (dalle manovre lente – tutt'altro dunque che rapide o adrenaliniche – ma spericolate dei camion sulla strada, alle scene dei nostri eroi immersi nel petrolio), la pellicola offre rimandi o suggestioni a tanti film e autori precedenti e successivi: dall'incipit quasi buñueliano all'ambiente cameratesco del gruppo di espatriati che ricorda certi film di Hawks, dalle immagini spettacolari dei pozzi di petrolio in fiamme (che fanno pensare a Herzog) al "balletto" finale del camion sulle note del "Danubio blu" di Strauss (che anticipa evidentemente il Kubrick di "2001"). Intensi gli interpreti: Yves Montand (il corso Mario), Charles Vanel (l'ex gangster francese Mister Jo), Folco Lulli (l'italiano Luigi) e Peter van Eyck (lo scandinavo Bimba), i cui trascorsi vengono solo accennati. Véra Clouzot, moglie del regista, è Linda, la ragazza di Mario. Curiosità: è l'unico film ad aver vinto sia il Festival di Cannes sia l'Orso d'Oro a Berlino. Un remake nel 1977, "Il salario della paura" di William Friedkin.

2 maggio 2022

Punto zero (Richard C. Sarafian, 1971)

Punto zero (Vanishing point)
di Richard C. Sarafian – USA 1971
con Barry Newman, Cleavon Little
**1/2

Visto in divx.

L'ex pilota di corse Kowalski (Barry Newman), che ora lavora per un'agenzia di trasporto auto, è incaricato di trasferire una macchina – una Dodge Challenger R/T bianca del 1970, con il motore truccato – da Denver, in Colorado, a San Francisco, in California. Scommette così con un amico che compirà l'intero percorso in soli due giorni (da venerdì a domenica), senza fermarsi nemmeno per dormire, dopo essersi imbottito di anfetamine. Durante il viaggio sarà preso di mira dalla polizia stradale, che gli darà la caccia lungo tutto il percorso, mentre le sue "imprese" sono celebrate via etere da Super Soul (Cleavon Little), DJ di una radio privata, che lo trasforma in una sorta di eroe solitario che lotta contro il sistema. Celebre pellicola di exploitation, sulle orme di "Easy Rider" e antesignana di "Convoy" nel celebrare il desiderio di fuga e di libertà individuale (erano gli anni post-Woodstock) contro un sistema percepito come oppressivo: nel corso degli anni, anche per merito del finale, è diventato un film di culto (è citato anche, fra gli altri, in "Grindhouse - A prova di morte" di Quentin Tarantino). Se la trama è esile, incentrata essenzialmente su corse e inseguimenti sulle strade polverose del sud-ovest americano, e i personaggi poco caratterizzati (ma in fondo c'è quel che basta), il film ha i suoi pregi nella compattezza interna e nella bellezza delle immagini, con un regista che dirige attori e auto in movimento come nelle coreografie di un balletto. Durante il suo viaggio, che assume caratteristiche quasi esistenziali, il protagonista (di cui non sapremo mai il nome di battesimo, solo il cognome) incrocia vari personaggi che lo aiutano (il vecchietto che cattura serpenti nel deserto; i due hippy in motocicletta) o lo ostacolano (i vari poliziotti; uno spericolato pilota che lo sfida in una gara di velocità; una coppia di gay rapinatori, nella scena più imbarazzante di tutte). A ravvivare l'insieme, piccoli tocchi di "colore" (il DJ è nero e cieco, e la sua stazione viene presa di mira da un gruppo di suprematisti bianchi; la giovane hippy inforca la sua moto tutta nuda), nonché alcuni brevi flashback che ricostruiscono in parte il passato di Kowalski: un passato ovviamente da "perdente". In una scena tagliata compariva una giovane Charlotte Rampling nel ruolo di un'autostoppista. Bella la colonna sonora, che comprende numerosi brani rock e pop. Un (brutto) remake nel 1997, "Vanishing Point", con Viggo Mortensen.

17 marzo 2022

Drive my car (Ryusuke Hamaguchi, 2021)

Drive my car (id.)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura
***

Visto in TV (Now Tv).

Invitato a una rassegna teatrale a Hiroshima per mettere in scena uno "Zio Vanja", l'affermato regista Yusuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima) si vede assegnare suo malgrado un'autista, la giovane Misaki (Toko Miura), affinché lo conduca ogni giorno dall'albergo alla sede del festival dove si svolgono le prove. Per l'uomo, abituato da sempre a guidare personalmente la sua vecchia Saab 900 rossa (e ad ascoltare in macchina le cassette con la voce della moglie Oto (Reika Kirishima), defunta due anni prima, che legge le battute del dramma), affidare sé stesso e la propria auto a qualcun altro è come aprire di nuovo la propria vita all'esterno. E proprio come il testo di Čechov "entra dentro il corpo e fa muovere l'anima", mettendo in contatto persone diverse che riescono a comprendersi andando al di là delle parole (il dramma viene recitato in lingue differenti per ciascun personaggio: c'è persino un'attrice muta, che parla la lingua dei segni), così anche il tempo trascorso in macchina con l'autista diventa una sorta di autoanalisi per superare le incomprensioni e i dolori delle tragedie del passato. Da un racconto di Haruki Murakami (contenuto nella raccolta "Uomini senza donne"), una pellicola lenta e stratificata, che si prende i suoi (giusti) tempi per approfondire personaggi e situazioni. Nonostante una punta di pretenziosità (l'intellettualismo, il fatto che i credits giungano dopo un preambolo di quaranta minuti), i personaggi risultano veri, reali e complessi, e i temi trattati sono metafore esistenziali che risuonano dentro. Yusuke, dopo la morte della moglie, non vuole più recitare perché lo Zio Vanja "è un testo che ha il potere di scatenare cose inaspettate. Čechov è terrificante, attraverso le sue battute fa emergere il tuo vero io". Per questo motivo affida la parte del protagonista a Takatsuki (Masaki Okada), giovane e problematico attore che ha avuto una relazione proprio con sua moglie Oto: un modo per liberarsi da questa consapevolezza, o per esorcizzare i sensi di colpa. Un altro rimpianto è quello legato alla morte della figlia, che se fosse viva avrebbe adesso la stessa età della sua giovane autista (la quale, a sua volta, ha un passato pieno di traumi: uno dei difetti di Murakami è sempre stato quello di sovraccaricare di spunti le sue storie, persino quelle brevi). Gli ambienti (Tokyo, Hiroshima, l'Hokkaido; l'albergo, la sala prove del teatro, l'interno della macchina) accolgono e ospitano i personaggi fondendosi con loro, come se ne facessero parte: e la regia, poco invadente, accompagna lo spettatore con delicatezza e sensibilità. Grande successo di critica, con premi piovuti da tutte le parti: fra questi, quello per la sceneggiatura a Cannes e ben quattro nomination agli Oscar (non solo per il miglior film straniero, ma anche per il film, la regia e la sceneggiatura non originale). Nel cast anche Jin Dae-Young (l'organizzatore del festival). Originariamente la storia avrebbe dovuto svolgersi in Corea: le riprese sono state spostate da Busan a Hiroshima per via della pandemia di Covid, di cui è rimasta traccia nella scena finale (in cui i personaggi indossano la mascherina).

31 luglio 2021

Nomadland (Chloé Zhao, 2020)

Nomadland (id.)
di Chloé Zhao – USA 2020
con Frances McDormand, David Strathairn
***

Visto in divx, con Sabrina.

Dopo la morte del marito e la chiusura della miniera in cui lavorava (che ha portato all'abbandono della cittadina in cui risiedevano: siamo attorno al 2012, negli anni della grande crisi economica), Fern ha iniziato a vivere da "nomade", spostandosi e dormendo in un furgone (van) che è di fatto la sua casa, viaggiando per l'America occidentale, guadagnandosi da vivere con lavoretti temporanei e contando sulla solidarietà incrociata delle altre persone che hanno scelto il suo stesso stile di vita. Dico "scelto", nonostante i disagi e i pochi mezzi a disposizione, perché le occasioni per rimettere radici da qualche parte non mancherebbero, date le offerte che ogni tanto giungono da parenti o da amici di stabilirsi presso di loro. Ma il desiderio di indipendenza e di assaporare la libertà di muoversi dove e come si vuole, la paura del futuro o la disillusione per i rapporti sociali di lunga data e verso un mondo dominato dal capitalismo, impediscono a lei – e ai tanti altri come lei – di rinunciare a questa vita. Al terzo film (e dopo il già notevole "The rider", che le era valso un contratto con la Marvel per dirigere uno dei prossimi cinecomic, "Eternals": la lavorazione di questo è proceduta in parallelo con la pre-produzione di quello), la regista sino-americana Chloé Zhao ha fatto il botto: Leone d'Oro a Venezia e premio Oscar per il miglior film (forse facilitato anche dalla ridotta concorrenza per via della lunga chiusura dei cinema per il Covid). Ispirato a un libro-inchiesta della giornalista Jessica Bruder – che per diversi mesi ha vissuto in un camper, aggregandosi a comunità di "nomadi" costretti dalle difficoltà economiche a spostarsi di città in città per gli Stati Uniti in cerca di lavoro – il film si sviluppa senza trama, fatto di tanti piccoli momenti ed episodi, risultando a tratti quasi documentaristico (e di fatto lo è: documenta una realtà). Al centro c'è sempre il personaggio di Fern, interpretato da una straordinaria Frances McDormand (anche lei premiata con l'Oscar, così come la regista), umanissima ed "eccentrica, audace e sincera" (come la definisce la sorella), mentre la pellicola stessa ha toni misurati, senza mai sfociare nel pretenzioso o nel melodrammatico (ed è questa la sua forza). Attorno alla protagonista si muovono pochi personaggi ricorrenti, come quelli interpretati dall'attore David Strathairn e da alcuni veri "nomadi" (Linda May, Charlene Swankie, Bob Wells). Notevoli inoltre i paesaggi, gli scenari e le ambientazioni, praticamente sempre extraurbani, che restituiscono un'immagine dell'America più "pura" e immacolata (per esempio i suoi parchi naturali).

30 maggio 2020

Duel (Steven Spielberg, 1971)

Duel (id.)
di Steven Spielberg – USA 1971
con Dennis Weaver, Carey Loftin
***1/2

Rivisto in TV.

In viaggio per lavoro sulle strade desertiche della California (le riprese sono state effettuate nel deserto del Mojave), il rappresentante David Mann (Dennis Weaver) ingaggia suo malgrado una sfida senza esclusione di colpi con il misterioso autista di un'autocisterna che sta compiendo lo stesso tragitto. Iniziato con una serie di sorpassi e controsorpassi, il "duello" si protrae fra numerose scorrettezze, con il "bestione della strada" che cerca a più riprese di uccidere il malcapitato protagonista. Tratto da un racconto di Richard Matheson (ispirato a un episodio accadutogli davvero, ma naturalmente gonfiato a proporzioni gigantesche per esigenze drammaturgiche), un tv movie che ha fatto storia, e non solo per l'alta tensione che cresce inesorabilmente fino a un finale catartico. Non si tratta, come si dice talvolta, del primo lavoro di Spielberg, visto che il cineasta americano – allora ventiquattrenne – aveva già firmato la regia di alcuni episodi di serie televisive e in particolare di "L.A. 2017" per la serie "The Name of the Game" (in italiano "Reporter alla ribalta"). Ma "Duel", trasmesso nel novembre 1971 in tv con un grande riscontro da parte del pubblico e della critica, fu distribuito l'anno successivo anche al cinema con l'aggiunta di alcune scene girate ex novo dallo stesso Spielberg (le sequenze della telefonata di Mann alla moglie, quella dello scuolabus e quella del passaggio a livello), allo scopo di gonfiare la durata dagli originali 74 minuti ai 90 richiesti per la distribuzione nelle sale, e rappresenta perciò il suo esordio come regista cinematografico. Girato nell'arco di soli 13 giorni (più altri 10 per il montaggio) e con un budget ridottissimo, il film mette già in mostra il talento del futuro autore di blockbuster come "Lo squalo" e "I predatori dell'arca perduta" (per citare solo due titoli di una filmografia vastissima), ma sfrutta un'idea di base molto semplice per dare vita a qualcosa di archetipicamente efficace e simbolicamente potente. L'episodio, in fondo, gioca con molte paure dell'uomo comune, quelle di ritrovarsi di colpo (e senza colpa) imprigionato in una situazione di alta tensione per la quale si sente inadeguato, e dove la routine della vita quotidiana esplode nella violenza, in maniera non dissimile da altre pellicole coeve (si pensi, per esempio, al "Cane di paglia" di Sam Peckinpah). Il protagonista Mann, infatti, è una persona qualunque, non certo eroica o coraggiosa (anzi, il dialogo al telefono con la moglie, che non ha difeso la sera precedente, ci fa capire che è anche un po' codardo), persino ridicolo nei brevi momenti in cui esulta come un bambino di fronte ad esigue vittorie (l'illusione di aver seminato o essersi sbarazzato di un nemico che invece è destinato a tornare). D'altronde è un piccolo borghese, a disagio fra i camionisti che incontra nel posto di ristoro e in generale nel contatto con un mondo sporco e proletario di cui l'autocisterna, sudicia e fumante, fa parte a pieno titolo. L'avventura per lui è anche una discesa in un universo selvaggio, lontano dalla sua rassicurante quotidianità, dove ogni tentativo di dare una spiegazione razionale o di rispondere in maniera logica è destinato a fallire.

A fare paura, infatti, è anche il fatto che le motivazioni del "duello" non vengono mai spiegate esplicitamente, e che il guidatore dell'autocisterna non viene mai mostrato del tutto (se ne intravedono, in un paio di fugaci scene, giusto le braccia e gli stivali). Spielberg ha dichiarato che la trovata di non fare vedere l'autista (il pilota dell'automezzo era lo stuntman Carey Loftin, tra parentesi) rende l'autocisterna stessa il vero "cattivo" del film, un'impressione acuita dal fatto che il modello scelto (un Peterbilt 281, sporco e arrugginito, in netto contrasto con la Plymouth Valiant rossa di Mann) sembra quasi presentare le fattezze di un volto, con occhi (i parabrezza) e muso sporgente. Le numerose targhe (di stati diversi) che sfoggia potrebbero inoltre essere i trofei di "prede" precedenti. La paura dell'ignoto è una delle più forti, e non conoscere nulla del rivale acuisce il senso di terrore e di frustrazione del protagonista davanti a un nemico invincibile e inesorabile, che lo ha preso di mira e che ritorna sempre a ogni svolta. La sfida stessa, iniziata come una serie di piccoli dispetti, cresce a proporzioni straordinarie, diventa una questione di vita o di morte: è la lotta contro una forza della natura, misteriosa, ostile e irrazionale, come quella con Moby Dick (o come lo squalo del successivo lavoro – e primo grande successo cinematografico – di Spielberg). Oppure con un toro: l'idea della corrida è suggerita dal colore rosso dell'auto del protagonista, ma anche dal fatto che il nemico lo invita esplicitamente alla lotta, gli impedisce di tirarsene fuori, lo costringe a proseguire lo scontro fino alla fine. Il confronto conclusivo sulla sommità della collina, infine, può ricordare tanto un duello western (e lo suggerisce anche il titolo della pellicola) quanto, trattandosi di automezzi, una sfida di coraggio in stile "Gioventù bruciata". In ogni caso l'obiettivo finale per Mann è quello di crescere attraverso l'esperienza, di diventare un vero uomo, un traguardo che raggiunge anche grazie al suo nemico. Non mi piace invece l'ipotesi, avanzata da alcuni critici, di una natura "diabolica" dell'autocisterna, una sorta di possessione che in fondo è superflua e inutile. Concludo con alcune annotazioni: personalmente il film risuona in me ancora di più perché ho sempre avuto paura delle automobili e del fatto che, mentre guidiamo, tendiamo a "disumanizzare" le altre vetture che incrociamo sulla strada (pensiamo spesso a loro come "macchine", raramente riflettendo che contengono degli uomini al loro interno). Negli Stati Uniti, invece, le auto sono un vero mito, un'estensione quasi ineluttabile delle persone. Anche Spielberg volle che i veicoli "parlassero" per sé stessi, e per questo motivo il protagonista non ha molte linee di dialogo (da notare però il flusso dei suoi pensieri interiori, per esempio nella scena al posto di ristoro sulla strada). La colonna sonora di Billy Goldenberg anticipa in alcuni punti il celebre tema de "Lo squalo". E il regista renderà successivamente omaggio a questo suo primo lavoro in altri suoi film: per esempio Lucille Benson e la sua stazione di servizio con l'esibizione di serpenti torneranno in "1941 - Allarme a Hollywood". Per certi versi la pellicola (pensando per esempio al suo incipit, con la soggettiva della macchina che esce dal garage e attraversa la città, mentre in sottofondo si sente la radio) potrebbe aver ispirato "Locke" di Steven Knight.

29 marzo 2020

L'ingorgo (Luigi Comencini, 1979)

L'ingorgo - Una storia impossibile, aka Black-out in autostrada
di Luigi Comencini – Italia/Fra/Spa/Ger 1979
con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni
***

Visto in divx.

Alle porte di Roma, un gigantesco ingorgo stradale blocca centinaia di autovetture, costringendo i proprietari a bivaccare letteralmente in macchina. E quando cala la notte, vengono fuori anche i peggiori istinti dell'uomo. Pellicola apocalittica e corale, con decine di personaggi e di storie minime e grottesche che si intersecano, con la quale Comencini (coadiuvato da un eccezionale gruppo di attori) lancia strali un po' a tutta la società italiana. C'è il ricco avvocato interpretato da Alberto Sordi, in auto con il segretario (Orazio Orlando), che disprezza il popolino nonostante si trovi nella stessa situazione; il famoso attore Marco Montefoschi (Marcello Mastroianni), con la fobia del pubblico, che viene ospitato da un ammiratore (Gianni Cavina) che vorrebbe in cambio una raccomandazione a Cinecittà, e per questo motivo sarebbe disposto a concedergli una notte con la moglie incinta (Stefania Sandrelli). Un "professore" (Ugo Tognazzi) che ha una tresca con la giovane Angela (Miou-Miou) all'insaputa del marito di lei (Gérard Depardieu). Una coppia che, fra una tenerezza e un litigio, sta festeggiando le nozze d'argento (Fernando Rey e Annie Girardot). E ancora: una numerosa famiglia napoletana, con il padre (Lino Murolo) furioso con la figlia Germana (Giovannella Grifeo) perché è rimasta incinta; un nevrotico in crisi d'astinenza da tabacco (Patrick Dewaere); un malato in ambulanza (Ciccio Ingrassia); quattro uomini armati di pistola (fra cui José María Prada e Ferdinando Murolo); una giovane hippie (Angela Molina) che fraternizza con l'autista di un camion (Harry Baer) ma che poi, durante la notte, sarà violentata da tre giovinastri. E anche in un ambiente così ristretto (l'intero film è ambientato su un tratto di pochi metri di strada, oltre che nei terreni circostanti) si affrontano quasi tutte le questioni sociali, politiche o di costume dell'italia di quegli anni: le speculazioni edilizie, i conflitti di classe, i cambiamenti del costume (l'aborto, il divorzio), la politica, le contestazioni giovanili, il calcio, l'informazione (con la tv che è costretta a sospendere le trasmissione e a interrompere i telegiornali per mancanza di personale: sono tutti imbottigliati nel traffico), oltre che vizi individuali come la violenza, il menefreghismo, l'opportunismo, l'ipocrisia. E naturalmente al centro di tutto c'è il consumismo, di cui proprio l'automobile, ormai alla portata di tutti, è il simbolo per eccellenza. Metaforica anche la sequenza del bambino (la coscienza collettiva?) che dorme sin dalla nascita. Anna Melato (sorella minore di Mariangela), che doppia Angela Molina, canta "Il treno dei bambini" su testo di Gianni Rodari, mentre Giovannella Grifeo canta la canzone dell'ingorgo ("Ingorgo, paralisi di vita...."). Nel cast anche Nando Orfei (l'autista di Mastroianni), José Sacristán (il prete comunista), Ester Carloni (la nonna) e il pilota di moto Enrico Lorenzetti (il ciclista). La sceneggiatura, ispirata a un racconto di Julio Cortázar ("L'autostrada del sud"), è firmata da Comencini insieme a Ruggero Maccari e Bernardino Zapponi. Juan Luis Buñuel è regista della seconda unità: chissà che film sarebbe venuto fuori se l'avesse diretto il suo celebre padre (in fondo l'ingorgo nasce senza un vero motivo, proprio come l'impasse de "L'angelo sterminatore")!

26 ottobre 2019

Due per la strada (Stanley Donen, 1967)

Due per la strada (Two for the road)
di Stanley Donen – GB 1967
con Albert Finney, Audrey Hepburn
***

Visto in divx, con Marisa.

Dopo dodici anni, il matrimonio fra Mark (Finney) e Joanna (Hepburn) è in crisi. Si erano conosciuti da squattrinati autostoppisti in Francia: e il passare del tempo, se pure ha dato loro stabilità, ricchezza (Mark è ora un architetto di successo) e una figlia, non è riuscito a regalargli la felicità. Ma proprio nel momento in cui il divorzio sembra ormai inevitabile, ripensando alle tante estati trascorse in viaggio insieme, troveranno la forza per andare avanti. Con una struttura quantomeno originale, il film è caratterizzato da un montaggio non lineare, che salta avanti e indietro nel tempo alternando scene e momenti dei ricorrenti itinerari in auto dei due protagonisti per le strade di campagna del sud della Francia, spesso rivisitando gli stessi luoghi (o le stesse situazioni) a distanza di anni, incrociando così le strade già percorse in passato. Dalle prime gite di coppia alle vacanze con gli amici (con cui prevedibilmente ci si confronta), dalla spensieratezza e dal romanticismo di gioventù alla noia che subentra con il matrimonio, dai sogni e dalle speranze al cinismo e alla disillusione, mentre anche le auto con cui si muovono passano da scalcinate utilitarie a macchine sportive e di lusso. E naturalmente il viaggio stesso è una metafora della vita di coppia, con tutte le svolte e gli imprevisti del caso, dalle prime schermaglie amorose agli occasionali tradimenti, dalla vivace complicità al grigio trascurarsi, dai litigi alle riconciliazioni, con il mondo che cambia (non sempre in meglio) attorno e insieme a loro. La struttura della storia permette di mettere in mostra non solo tante macchine ma anche abiti e acconciature sempre diverse, per rappresentare meglio i vari momenti storici (la cronologia è lasciata da ricostruire allo spettatore, visto che il film salta appunto avanti e indietro in continuazione), mettendo a confronto le varie fasi del loro rapporto e agganciando una scena all'altra tramite associazioni di idee o, più spesso, lasciando che i protagonisti incrocino sé stessi sulla strada. Forse alla lunga un po' ripetitivo, e con qualche luogo comune di troppo sul matrimonio, ma comunque sempre intelligente e pungente. La sceneggiatura di Frederic Raphael, ricca di dialoghi sofisticati – quasi da commedia screwball – ma anche di amarezza e cinismo, fu candidata all'Oscar. Il tema musicale è di Henry Mancini. Per il ruolo maschile Donen aveva pensato inizialmente a Paul Newman, che lo rifiutò.

25 ottobre 2019

Repo man - Il recuperatore (Alex Cox, 1984)

Repo man - Il recuperatore (Repo man)
di Alex Cox – USA 1984
con Emilio Estevez, Harry Dean Stanton
**

Visto in divx.

Il teenager ribelle Otto (Emilio Estevez) trova lavoro presso un'agenzia che si occupa di recupero crediti nei sobborghi di Los Angeles, confiscando le automobili di coloro che non pagano le rate. Qui viene preso sotto l'ala protettiva del veterano Bud (Harry Dean Stanton), che gli insegna i trucchi del mestiere. Ma le cose si complicano quando lui e i suoi colleghi si lanciano alla ricerca di una misteriosa Chevrolet Malibu, proveniente dal New Mexico, nel cui portabagagli c'è qualcosa (che non si vede mai: si tratta di un MacGuffin narrativo come le valigette di "Un bacio e una pistola" o di "Pulp Fiction") che emette un'energia in grado di disintegrare intere persone, contesa fra un gruppo di ufologi complottisti, alcuni scalcinati ladruncoli e un team di agenti governativi... Squinternato B-movie diventato film di culto: i dialoghi sono tremendi, gli eventi accadono in maniera random, il realismo latita nonostante il setting urbano, e le suggestioni tirano in ballo gli alieni di Roswell, i telepredicatori e gli esperimenti nucleari: ma il tutto è da guardare con ironia e senso di trasgressione (altrimenti è difficile cavarne fuori qualcosa), compreso l'atteggiamento disincantato di un protagonista lontano da ogni stereotipo dell'eroe cinematografico. Nel cast anche Tracey Walter, Olivia Barash e Vonetta McGee. La colonna sonora comprende brani di numerose bande punk della scena di Los Angeles: il tema sui titoli di testa è cantato da Iggy Pop. Da non confondere con il fantascientifico "Repo Men" del 2010 con Jude Law.

3 ottobre 2019

Baby driver (Edgar Wright, 2017)

Baby Driver - Il genio della fuga (Baby Driver)
di Edgar Wright – GB/USA 2017
con Ansel Elgort, Lily James
**1/2

Visto in TV.

Il giovane Baby (Ansel Elgort) è un abilissimo pilota che lavora come autista per bande di rapinatori di banche. Lo fa per ripagare un debito al gangster Doc (Kevin Spacey), organizzatore di queste rapine. Ma quando il debito è finalmente saldato e il ragazzo vorrebbe rifarsi una vita onesta con Debora (Lily James), cameriera di un diner della quale si è innamorato, viene costretto a partecipare a un ultimo colpo... La trama è già vista e risaputa (da "Driver l'imprendibile" di Walter Hill a "Drive" di Nicolas Winding Refn, passando per "Transporter" e mille altri film del genere), ma la confezione è accattivante e ricca di stile, grazie a una regia che fa un uso variegato e consapevole del montaggio e dei piani sequenza (rendendo spettacolari le scene d'azione), rinunciando per quanto è possibile agli effetti speciali digitali, ma soprattutto al modo con cui la ricca colonna sonora è integrata diegeticamente nel racconto. Baby, infatti, soffre di acufene per via di un incidente stradale in cui è rimasto coinvolto da piccolo, e per coprire il suono ascolta continuamente musica con le cuffie nelle orecchie: le varie canzoni fanno così da sottofondo a tutti i suoi spostamenti e, naturalmente, alle fughe e agli inseguimenti in auto. Quasi ogni sequenza è perciò coreografata a ritmo di musica (tanto le scene d'azione quanto i momenti più tranquilli, come i bei titoli di testa), come se fossimo in un musical. In più, Baby ha l'abitudine di registrare i dialoghi delle persone attorno a sé, per poi campionarli, mixarli e produrre dei brani personalizzati: assai interessante. Nel complesso, un buon film d'intrattenimento con un fascino al contempo retrò e post-moderno, che ricama sul binomio romantico di "strada e musica", con diverse citazioni pop (da "Monsters & Co." ad "Austin Powers"), che scade un po' nella sezione centrale ma con un incipit e una parte conclusiva adrenalinica e soddisfacente. Peccato per un attore protagonista non sempre all'altezza e poco espressivo, un giovane cantante e DJ cui è difficile prevedere un futuro da star. Meglio, decisamente, i comprimari: non solo Spacey e la Evans, ma anche i numerosi complici delle rapine (Doc ama cambiare uomini a ogni colpo), tutti caratterizzati con qualche tratto curioso – il "pazzo" Jamie Foxx, la coppia sexy formata da Jon Hamm e Eiza González, il rude Jon Bernthal – e giostrati a rotazione in modo da rendere difficile allo spettatore prevedere in anticipo chi sarà il "boss finale", ovvero l'avversario da sconfiggere per ultimo (che infatti non è quello atteso). C.J. Jones interpreta il padre adottivo di Baby, sordo e paralitico, un personaggio francamente superfluo. La vicenda è ambientata ad Atlanta. Fra le ispirazioni evidenti (e ammesse da Wright), anche "Punto zero", "Point break" e "Le iene". Il successo della pellicola ha spinto il regista a progettare un possibile sequel (che deve ancora essere girato).

23 agosto 2019

How it feels to be run over (C. M. Hepworth, 1900)

How it feels to be run over
(aka How it feels to be hit by a car)
di Cecil M. Hepworth – GB 1900
con May Clark, Cecil M. Hepworth

Visto su YouTube.

Cecil M. Hepworth, esponente della "scuola di Brighton", è stato uno dei più importanti pionieri britannici del cinema all'inizio del secolo, e ha continuato a dirigere film fino agli anni venti. Nello stesso anno in cui realizza il seminale "Explosion of a motor car", gira anche un altro corto a tema automobilistico. In una polverosa strada di campagna, la macchina da presa (in posizione fissa, come al solito) ci mostra il passaggio di due veicoli. Il primo, un carretto trainato da un cavallo, transita senza troppi problemi, ma poi giunge un'automobile che punta dritto verso lo spettatore. L'impatto, in soggettiva, è inevitabile! Dopodiché sullo schermo ormai nero compaiono (forse per la prima volta nella storia del cinema) dei cartelli, ovvero (una alla volta) le parole, scritte a mano, "Oh! will be pleased" (secondo alcune fonti, la frase avrebbe dovuto essere "Oh! Mother will be pleased"). Non è chiaro se si tratta di un frammento di dialogo di uno dei personaggi del film (magari il conducente della macchina, che si preoccupa ironicamente di cosa penserà sua madre), oppure di un commento o di una chiosa da parte del regista, che si rivolge agli spettatori. Di certo il film si proponeva soprattutto di procurare uno shock al pubblico, dandogli l'impressione di essere investito da un'automobile. Da notare anche l'implicito sottotesto: una carrozza a cavalli ha il tempo di deviare se c'è un ostacolo sulla strada, mentre una "moderna" automobile non ci riesce.

Explosion of a motor car (C. M. Hepworth, 1900)

Explosion of a motor car
(aka The delights of automobiling)
di Cecil M. Hepworth – GB 1900
con Cecil M. Hepworth, Henry Lawley

Visto su YouTube.

Un'automobile sta percorrendo una tranquilla strada di periferia, quando improvvisamente esplode. Un poliziotto (interpretato dallo stesso regista) accorre e assiste alla ricaduta a terra dei frammenti della macchina (e dei suoi occupanti!). Il trucco – o "effetto speciale" – utilizzato in questo interessante cortometraggio britannico è lo stesso che sfruttava Méliès: l'arresto della ripresa, con montaggio "invisibile" fatto direttamente in camera. La differenza è che, in questo caso, la ripresa è avvenuta in esterni, in un ambiente realistico, e non in teatro o sui set ricostruiti come nei lavori di Méliès. L'effetto dunque è ben più sorprendente (amplificato dalla presenza di passanti sullo sfondo). Nonostante oggi ci possa sembrare un po' macabra (il poliziotto raccoglie arti e parti del corpo dei poveri occupanti dell'auto), la pellicola era probabilmente intesa come scenetta comica, non dissimile da quelle che si potevano trovare nei fumetti dell'epoca e che poi ispireranno i cartoni animati di Chuck Jones o Tex Avery, con le leggi della fisica piegate per suscitare ilarità o creare momenti di totale assurdità (vedi il tempo necessario affinché le varie parti ricadano in terra). Per certi versi, si anticipa anche l'ironia grottesca dei Monty Python. Colpisce, in particolare, l'imperturbabilità tutta inglese del poliziotto che prende semplicemente nota di quanto è successo, sistemando i resti delle vittime in pile ordinate. Nel 1900 le automobili erano già abbastanza diffuse da poter essere usate in uno sketch di questo tipo (con evidenti preoccupazioni sulla loro sicurezza: certo, qui la macchina esplode come se andasse a vapore!).

14 gennaio 2019

Ralph spacca Internet (Johnston, Moore, 2018)

Ralph spacca Internet (Ralph breaks the Internet)
di Phil Johnston, Rich Moore – USA 2018
animazione digitale
**

Visto al cinema CityLife Anteo, con Sabrina.

Sequel di "Ralph Spaccatutto", realizzato (e ambientato) sei anni dopo l'originale. Per recuperare un pezzo di ricambio per il videogioco "Sugar Rush", in vendita soltanto su eBay, Ralph e la sua amica Vanellope abbandonano la comfort zone della loro sala giochi per tuffarsi online nello sconfinato (e sconosciuto) mondo di Internet. Qui, fra novità e pericoli di ogni tipo, allargheranno i propri orizzonti e la loro amicizia sarà messa a dura prova quando Vanellope si lascerà affascinare da un gioco di corse assai più realistico (e cupo) del proprio, "Slaughter Race". Raramente i sequel di film-gioiello sono all'altezza del prototipo, e questa ne è l'ulteriore conferma. La pellicola originale era perfetta nel suo mix di avventura, kawaii, citazionismo e nostalgia per gli anni ottanta: questa vuole allargare il campo all'universo della rete che ci circonda, citando i siti e i servizi più disparati (ma ben pochi, come appunto eBay, hanno un ruolo nella trama) nonché alcuni degli aspetti più affascinanti e deleteri al tempo stesso (i video acchiappaclick, lo spam, i commenti degli hater, il dark web), ma lasciando intendere che il fulcro di tutto devono rimanere i rapporti umani. E infatti il climax della pellicola ruota attorno al concetto di amicizia, a rischio di scomodare cliché e di suscitare sbadigli. Anche perché i due protagonisti, estrapolati dal loro ambiente naturale, sembrano di colpo molto più convenzionali e meno interessanti. Fra le scene migliori (anche se si tratta di una strizzatina d'occhio autoreferenziale, essendo la pellicola prodotta dalla casa di Burbank), quella dell'incontro di Vanellope con le principesse Disney, che le insegnano la loro filosofia e l'utilizzo delle canzoni per esprimere i propri sentimenti. Una cosa, però, lasciatemela dire: "Sugar Rush" era molto più divertente di "Slaughter Race".

17 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America 2 (Hal Needham, 1984)

La corsa più pazza d'America n. 2 (Cannonball Run II)
di Hal Needham – USA/HK 1984
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

Non avendo vinto la corsa precedente, lo sceicco Abdul Ben Falafel (Jaime Farr) organizza una nuova edizione della "Cannonball Run" e mette in palio un milione di dollari per il vincitore che completerà il percorso dalla California al Connecticut. A partecipare si ripresentano quasi tutti gli equipaggi già visti nel primo film, con piccole variazioni. J.J. McClure (Burt Reynolds) e l'amico Victor/Capitan Chaos (Dom DeLuise), anziché un'ambulanza, guidano stavolta un mezzo militare, travestiti da un generale dell'esercito e dal suo attendente. E imbarcano pure un paio di suore (finte anch'esse, benché inizialmente i due piloti non lo sappiano: Shirley MacLaine e Marilu Henner). Sammy Davis Jr. e Dean Martin si camuffano da poliziotti. Jackie Chan, in una Mitsubishi ancora più accessoriata della precedente Subaru (può andare pure sott'acqua!), ha come co-pilota il gigantesco Arnold (Richard Kiel). Le supersexy Susan Anton e Catherine Bach passano da una vettura all'altra. I giovani Mel Tillis e Tony Danza guidano una speciale limousine in compagnia di un orangotango (che finge di esserne il pilota). E infine lo stesso sceicco corre insieme al suo schiavo biondo (Doug McClure) e al dottor Van Helsing (Jack Elam), già visto nel precedente film. L'interferenza di alcuni gangster italo-americani (fra i quali Henry Silva e Michael V. Gazzo), che intendono rapire lo sceicco per conto del loro boss Don Don Cannelloni (Charles Nelson Reilly), mette a repentaglio la corsa. Ma grazie all'aiuto di Frank Sinatra (che interpreta sé stesso), i "cannonballisti" si coalizzano e riusciranno a salvare il loro amico. Solito cast all star (ci sono anche Terry Savalas, Ricardo Montalbán, Jim Nabors) per una replica senza troppa fantasia del film precedente, leggermente migliore come caratterizzazione dei personaggi ma, se possibile, ancora più stupida e cartoonistica (le gag sono ripetitive e infantili: vedi i trucchi alla Dick Dastardly – ganci, trappole, calamite – che i mafiosi mettono in atto per tentare di rapire lo sceicco). Triste pensare che si tratti dell'ultima apparizione sul grande schermo per Dean Martin e Frank Sinatra. In ogni caso, è un film innocuo: se ci si accontenta di poco, ci si può pure divertire. I nomi delle due finte suore, Betty e Veronica, sono un omaggio al fumetto "Archie", assai popolare negli USA.

16 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America (Hal Needham, 1981)

La corsa più pazza d'America (The Cannonball Run)
di Hal Needham – USA/HK 1981
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

La "Cannonball Run" è una corsa automobilistica clandestina che vede improbabili equipaggi attraversare gli Stati Uniti, dalla costa est a quella ovest, sfrecciando sulle strade ben oltre i limiti di velocità consentiti (e utilizzando ogni sorta di trucchi e di travestimenti per eludere controlli e sanzioni). Ispirato a una competizione realmente esistente (alla quale Burt Reynolds e il regista Hal Needham si erano già rifatti per realizzare il precedente "Il bandito e la madama" e il suo seguito "Una canaglia a tutto gas", con grande successo di pubblico) e prodotto dalla Golden Harvest di Hong Kong (che intendeva espandersi oltre i propri confini, e che approfittò dell'occasione per presentare al pubblico americano il suo divo di punta, Jackie Chan), il film è quasi una versione dal vivo del cartone animato "Wacky Races" (che a sua volta si rifaceva al classico "La grande corsa" di Blake Edwards), anche se indubbiamente meno divertente e con parecchio meno fantasia. Il cast, vasto e corale, comprende numerosi nomi noti, che in diversi casi si divertono a ironizzare su sé stessi e sugli stereotipi del genere. Seguiamo così i meccanici J.J. McClure (Burt Reynolds) e Victor Prinzin (Dom DeLuise), che corrono a bordo di una finta ambulanza, con tanto di medico (il ributtante Jack Elam) e di paziente (la bella fotografa Farrah Fawcett). Il giocatore d'azzardo Sammy Davis Jr. e il dongiovanni incallito Dean Martin, in Ferrari, si travestono invece da preti cattolici; le vamp Adrienne Barbeau e Tara Buckman, in una Lamborghini nera, sfruttano il loro fascino femminile per far colpo sui tutori della legge; e così via. In gara, fra gli altri, anche uno sceicco arabo (Jamie Farr) in Rolls Royce, due sempliciotti texani (Terry Bradshaw e Mel Tillis) su una Chevrolet truccata, i cinesi Jackie Chan (appunto) e Michael Hui (identificati nei dialoghi come giapponesi) in una Subaru high tech e computerizzata, e Roger Moore (o qualcuno che si fa passare per lui), che fa il verso a sé stesso e sul suo ruolo di James Bond, naturalmente in una Aston Martin super-accessoriata. Arthur J. Foyt è il membro del comitato per la sicurezza sulle strade che cerca ripetutamente e senza successo di interrompere la corsa, Bianca Jagger la sorella dello sceicco, Peter Fonda il capo dei teppisti in moto che scatenano una rissa cui prendono parte tutti i concorrenti (e dove Jackie Chan ha brevemente modo di dare sfoggio delle sue arti marziali). Demenziale e sgangherato (il titolo italiano lo accomuna alle tante pellicole del filone "...più pazzo del mondo"), con una comicità infantile e scontata (l'unico vero colpo di genio sono le dirompenti apparizioni di "Capitan Chaos", l'alter ego supereroistico dello squilibrato Dom DeLuise), il film riscosse comunque un buon successo al botteghino, il che portò alla realizzazione di due sequel. Nota finale: fu proprio da questa pellicola che Chan prese l'idea di inserire, durante i titoli di coda dei suoi film successivi, i blooper e le scene sbagliate.

23 maggio 2017

Incubi (Donner, Holland, Zemeckis, 1992)

Incubi (Two-Fisted Tales)
di Richard Donner, Tom Holland e Robert Zemeckis – USA 1992
con Brad Pitt, Kirk Douglas
**

Visto in divx.

Tre episodi, di generi e ambientazioni diverse, per quello che avrebbe dovuto essere il pilota di una serie televisiva (in stile "I racconti della cripta", di cui sarebbe stato uno spin-off, o "Ai confini della realtà"). Il progetto, però, non si concretizzò mai, e gli episodi furono riciclati proprio all'interno de "I racconti della cripta". Il titolo originale è quello di una serie a fumetti pubblicata negli anni '50 dalla EC Comics, ma nessuno dei tre segmenti è un adattamento di storie apparse in quella testata (i primi due soggetti sono originali, scritti rispettivamente da Frank Darabont e da Randall Jahnson; il terzo – il migliore del lotto – è tratto da una storia di Al Feldstein apparsa su un differente albo della EC). Bill Sadler interpreta il personaggio rude e sarcastico che introduce le vicende, un pistolero sulla sedia a rotelle che irride e insulta ripetutamente gli spettatori. Il primo episodio (il western) è l'unico con venature horror e soprannaturali. Gli altri due (ambientati rispettivamente nel mondo delle corse clandestine su strada e durante la prima guerra mondiale) sono semplicemente thriller con un insolito tema comune, quello dello scontro fra generazioni.

Duello fantasma (Showdown), di Richard Donner (*1/2),
con Neil Giuntoli e David Morse
Nel west, un fuorilegge in fuga da un ranger (che lo ha inseguito attraverso il deserto) lo sfida a duello e apparentemente ha la meglio. Non si rende però conto di essere già morto e di essere diventato un fantasma... Poco originale e significativo, a parte il colpo di scena, l'episodio si salva solo per la fotografia e l'atmosfera.

Corsa verso la morte (King of the Road), di Tom Holland (*1/2),
con Raymond J. Barry e Brad Pitt
Billy, giovane delinquente dalla testa calda, vuole sfidare Iceman, anziano asso del volante che ha abbandonato da anni le corse clandestine per diventare un poliziotto. Per convincerlo a tornare sulla strada, ne seduce e rapisce la figlia Carrie (Michelle Bronson). Inizio intrigante, ma conclusione deludente e scontata. Un Brad Pitt a inizio carriera è già carismatico nel ruolo del bad boy.

L'ultimo coraggio (Yellow), di Robert Zemeckis (**1/2),
con Kirk Douglas ed Eric Douglas
Sul fronte francese, durante la prima guerra mondiale, il generale Calthrob condanna alla fucilazione il proprio figlio Martin, macchiatosi di atti di codardia. Per consentirgli di redimersi, gli chiede di mostrarsi coraggioso davanti al plotone d'esecuzione, promettendogli che le armi saranno caricate a salve... Senza dubbio il migliore dei tre episodi, con un Douglas che – oltre a recitare insieme al suo vero figlio Eric, attore anch'egli ma meno noto del fratellastro Michael – torna su sentieri già battuti in "Orizzonti di gloria". Nel cast anche Lance Henriksen (il sergente) e Dan Aykroyd (il capitano).

1 febbraio 2017

Convoy (Sam Peckinpah, 1978)

Convoy - Trincea d'asfalto (Convoy)
di Sam Peckinpah – USA 1978
con Kris Kristofferson, Ali MacGraw, Ernest Borgnine
***

Rivisto in DVD.

Martin Penwald, detto "Anatra di gomma" (Kristofferson), camionista solitario e anarchico che guida il suo mezzo pesante sulle polverose strade dell'Arizona, entra in conflitto con l'infido e sadico sceriffo "Dirty Lyle" Wallace (Borgnine), che utilizza ogni sporco trucco pur di appioppiargli multe per eccesso di velocità. La situazione peggiora dopo una violenta rissa in un diner, quando Anatra e i suoi amici, esasperati dai modi subdoli di Lyle, si ribellano alla sua autorità e decidono di fuggire dallo stato. Ai tre si aggiungono via via altri camionisti, provenienti da ogni parte dell'America, che vedono nella sfida di Anatra a Lyle un modo per dichiarare la propria identità e l'indipendenza contro il sistema. Procedendo attraverso il New Mexico e il Texas verso il confine con il Messico, senza alcuna intenzione di fermarsi e forzando ogni posto di blocco sulla loro strada (nel frattempo è stata mobilitata anche la guardia nazionale), il convoglio diventa sempre più lungo e numeroso (fra i tanti camion spicca anche il furgone degli "Evangelisti Itineranti", che offre il necessario sostegno spirituale), così come crescono i simpatizzanti che i camionisti (e in particolare Anatra, che si ritrova leader involontario di un movimento spontaneo di protesta) riscuotono fra la popolazione. Al punto che persino un aspirante senatore prova ad approfittarne per farsi pubblicità... Ispirato all'omonima canzone country di C.W. McCall e Chip Davis, che con i suoi versi scandisce le varie tappe del convoglio, il penultimo film di Peckinpah (dopo il quale, nonostante il buon riscontro al botteghino, non troverà più lavoro per cinque anni) è un atipico western on the road, leggero, dinamico e ribelle, dove gli eccentrici e variopinti truck driver, al volante dei loro giganti a diciotto ruote, recitano nel ruolo che sarebbe stato di cowboy e banditi. La pellicola è un inno all'anarchia e alla libertà contro regole ingiuste, messo in scena da Peckinpah con un ritmo musicale (si pensi alla scena dell'attraversamento del deserto, con i camion che danzano nella polvere come in un balletto).

In un'alternanza di azione, commedia e dramma, il film – che si inserisce in un filone sui camionisti assai popolare negli anni settanta (in particolare, il regista sperava di emulare l'enorme successo de "Il bandito e la madama") – è divertente anche per via del linguaggio colorito e pieno di imprecazioni, oltre che per il gergo usato dai truckers nei loro collegamenti radiofonici CB ("Interrompe uno nove", il nomignolo di "orso" affibbiato ai poliziotti – con lo sceriffo Lyle che ovviamente è il "Papà orso" – e naturalmente le sigle con cui i camionisti si identificano al posto dei loro veri nomi: Casino ambulante (alias "Maialotto"), Spider Mike, Vedova nera, Aquila pelata, Leone languido, il Gran Malvagio...). Una bellissima Ali MacGraw, abbronzata e con i capelli corti, interpreta l'aspirante fotoreporter in fuga dalla sua vita precedente, che riceve un passaggio da Anatra di gomma sul suo Mack nero (quasi un personaggio anch'esso) e diventa testimone degli eventi che si succedono. I tre attori principali avevano già lavorato tutti con Peckinpah: Kristofferson in "Pat Garrett e Billy Kid", la MacGraw in "Getaway!", Borgnine ne "Il mucchio selvaggio". Quest'ultimo ha qui un ruolo simile a quello del brutale capotreno ne "L'imperatore del nord" di Robert Aldrich. Ma lui e Anatra, seppur nemici e su fronti opposti, sono personaggi con molto in comune, appartenenti allo stesso mondo in via di estinzione ("Siamo rimasti in pochi"), liberi e indipendenti, dotati di coraggio e integrità, a differenza invece dell'opportunismo del senatore o dell'ottusità degli altri poliziotti. La risata di Lyle di fronte allo sberleffo finale di Anatra testimonia il loro legame. Nel cast, anche Burt Young, Franklyn Ajaye e Madge Sinclair. James Coburn, che aveva recitato per Peckinpah in "Pat Garrett" e "La croce di ferro", è accreditato come aiuto regista e girò parecchie scene in sostituzione dell'amico, che soffriva di gravi problemi di salute per via dell'alcol e della droga.

29 giugno 2016

...altrimenti ci arrabbiamo! (M. Fondato, 1974)

...altrimenti ci arrabbiamo!
di Marcello Fondato – Italia/Spagna 1974
con Bud Spencer, Terence Hill
***1/2

Rivisto in divx, per ricordare Bud Spencer.

Uno dei film che più volte ho visto da bambino, perfetto esempio di quell'universo di comicità, avventura, ingenuità e innocua violenza con cui Bud (e Terence) mi hanno divertito e accompagnato per tanti anni: inevitabile per me dargli un voto così alto, al di là degli effettivi meriti cinematografici.

Il garagista Ben (Bud Spencer) e il giramondo Kid (Terence Hill), amici e rivali, partecipano a una gara di rallycross e tagliano insieme il traguardo: il problema di come dividersi il primo premio, una dune buggy rossa fiammante ("con la capottina gialla"), passa in secondo piano quando la vettura viene distrutta dai gangster al soldo di un "cattivissimo" boss (John Sharp), che su suggerimento del suo psicologo (Donald Pleasence) intende far chiudere il Luna Park adiacente al garage di Ben per edificarvi un grattacielo. Ben e Kid si presentano dal capo, intenzionati a ottenere da lui una nuova "carriola" ("Altrimenti?" "Altrimenti ci arrabbiamo"): ma il boss, istigato dal dottore, non vuole accontentare la loro richiesta... Primo film della coppia ambientato in Europa (per la precisione in Spagna: è stato girato nelle calle e nelle periferie di Madrid), è probabilmente la loro pellicola più celebre e citata (insieme a "Lo chiamavano Trinità", ma al primo posto fra quelle di ambientazione contemporanea), una vera miniera di risate e di situazioni iconiche, a partire dalle leggendarie scazzottate (che rispetto ai film precedenti crescono in durata e in importanza): dalla sfida a "birra e salsicce" per aggiudicarsi la dune buggy (interrotta dai gangster che distruggono il locale in cui i due si trovano, nella loro totale indifferenza) alla rissa nella palestra (dove si possono apprezzare i fenomenali effetti sonori che accompagnano pugni e schiaffoni), dalla sfida con la gang dei motociclisti (con tanto di radiocronaca trasmessa al boss) all'irruzione finale in macchina alla festa dei cattivi, in una sala colma di palloncini. Ma la scena più mitica è senza dubbio quella del coro dei pompieri ("Bom bom bom bom... La la la la la la..."), con Bud Spencer che passa dalla sezione maschile a quella femminile nel tentativo di sfuggire al mirino del glaciale killer Paganini ("Lo chiamano così perché non replica mai!"), scena resa ancora più memorabile dalla colonna sonora, con un brano che chiunque avrà provato a cantare una volta nella vita, e che in certi momenti ingloba persino il tema legato al killer. Al fianco di Bud e Terence, comunque protagonisti assoluti, per una volta si muovono una serie di personaggi che, pur secondari, restano impressi nella memoria collettiva, interpretati da caratteristi italiani o spagnoli o persino da attori di un certo livello: John Sharp è il capo, infantile e facilmente manipolabile da chi gli sta attorno, che vorrebbe essere cattivo solo perché glielo ha ordinato il dottore; questi, psicologo con l'accento tedesco, è interpretato dal grande Donald Pleasance, paradossalmente in uno dei suoi ruoli più memorabili. Ci sono poi il vecchio Geremia (Luis Barbero), assistente di Ben nel suo garage, lo scagnozzo baffuto Attila (Deogratias Huerta) e la bella Liza (Patty Shepard), la ragazza del circo di cui Kid si innamora. Manuel de Blas è Paganini, un evidente spoof di Alain Delon. Fra i caratteristi, infine, è da citare almeno il direttore del coro (Emilio Laguna), frustrato dalle continue "improvvisazioni" di Ben. Fra le tante battute, la frase più celebre è quella che dà il titolo al film (e il suo reprise, più avanti: "Siamo già arrabbiati"). Degna di menzione, infine, la canzone (in inglese) "Dune Buggy" degli Oliver Onions (ovvero i fratelli Guido e Maurizio De Angelis).

27 marzo 2016

Christine (John Carpenter, 1983)

Christine - La macchina infernale (Christine)
di John Carpenter – USA 1983
con Keith Gordon, John Stockwell
**1/2

Visto in divx.

Il giovane meccanico Arnie acquista una Plymouth Fury del 1957, ormai ridotta a un rottame, per ripararla e rimetterla in strada. Di pari passo alla "rigenerazione" dell'auto, anche il ragazzo cambia personalità: se prima era imbranato e costantemente vittima dei bulli della scuola, ora diventa più sicuro di sé (tanto da riuscire a conquistare la bella Leigh) ma anche aggressivo e paranoico. Ben presto sia Leigh che Dennis, il miglior amico di Arnie, cominciano a chiedersi se l'auto non abbia qualche tipo di influenza nefasta su di lui. E in effetti la macchina è una creatura senziente e malvagia, in grado di autorigenerarsi e di causare incidenti e strane morti. Da un romanzo di Stephen King (che in qualche modo tornerà sull'argomento con il successivo "Brivido", l'unico film da lui diretto), un horror inquietante nella sua semplicità (i motivi della natura "infernale" di Christine non vengono spiegati: se nel libro di King si chiariva che l'auto era posseduta dallo spirito malvagio di un precedente proprietario, qui essa è "maledetta" sin da quando esce dalla catena di montaggio), che gioca con uno dei miti della cultura giovanile americana, l'automobile, e con certi tratti feticistici del consumismo, ovvero il trasferimento degli affetti su un oggetto inanimato. Favorito dal fatto che l'auto ha un nome femminile, Arnie sviluppa con lei una vera e propria relazione sentimentale, che comprende complicità e gelosia (l'auto diventa per lui più importante della sua ragazza, e proprio Leigh rischia di diventare una delle sue vittime). Da segnalare i rimandi a "Il ritratto di Dorian Gray" e "Duel". Carpenter, che pure non sentiva il film come un progetto personale e scelse di realizzarlo solo per voltare pagina dopo l'insuccesso commerciale de "La cosa", è abile nel fondere i temi orrorifici e soprannaturali con un'ambientazione quotidiana e familiare. Fra le scene più inquietanti, quella in cui Christine – avvolta dalle fiamme, come Ghost Rider – insegue i teppisti che l'hanno danneggiata, e in generale tutte quelle che mostrano la macchina comunicare attraverso la propria autoradio, che trasmette canzoni rock'n'roll degli anni cinquanta. Notevoli, per l'epoca, gli effetti speciali che mostrano l'automobile ripararsi da sola (realizzati mediante pompe idrauliche). Roberts Blossom è l'uomo che vende la macchina ad Arnie, Harry Dean Stanton è il poliziotto che indaga sugli incidenti causati da Christine.

29 settembre 2015

Desconocido (Dani de la Torre, 2015)

Desconocido - Resa dei conti (El desconocido)
di Dani de la Torre – Spagna 2015
con Luis Tosar, Javier Gutiérrez
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Carlos, dirigente di banca, esce di casa una mattina per accompagnare i figli a scuola. Non appena è salito in auto, però, riceve una chiamata da un numero sconosciuto: un uomo lo informa che sotto i sedili della macchina è collocata una bomba che esploderà non appena qualcuno di loro si alzerà dal proprio posto. Il misterioso individuo esige da Carlos una forte somma di denaro: e l'ipotesi che si tratti di uno scherzo evapora non appena l'auto di un suo collega, che aveva ricevuto una chiamata simile, salta in aria. Thriller d'azione teso e avvincente, già pronto per un possibile remake made in Usa (magari con Jason Statham come protagonista), l'adrenalinica opera prima del galiziano Dani de la Torre vede il personaggio principale sempre nell'abitacolo della sua vettura (come in "Locke") a dialogare via cellulare con il ricattatore, mentre la vita dei figli è in crescente pericolo e la sua scala di valori (il lavoro prima, la famiglia poi) viene completamente ribaltata e stravolta. In parallelo al confronto con l'avversario, infatti, Carlos dovrà fare i conti con sé stesso, il proprio passato e il proprio presente, rendendosi per esempio finalmente conto dei problemi nel rapporto ormai incrinato con la moglie e con i figli. In più, c'è spazio per riflettere e stigmatizzare il ruolo delle banche nei periodi di crisi economica, l'ingordigia di denaro e l'ossessione per il guadagno che può portare alla rovina risparmiatori e investitori. La sceneggiatura è abile a non perdere mai la presa sulla materia narrata, tenendo la tensione alta fino alla fine, senza svaccare nemmeno nel finale, mentre la regia si dimostra all'altezza dei migliori action hollywoodiani e si concede anche alcuni convincenti piani sequenza (come quello che mostra l'arrivo dell'artificiere Belèn nella piazza dove l'auto di Carlos è stata bloccata dalla polizia).