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20 luglio 2023

Frantic (Roman Polanski, 1988)

Frantic (id.)
di Roman Polanski – USA/Francia 1988
con Harrison Ford, Emmanuelle Seigner
**1/2

Rivisto in TV (Sky Cinema).

Il chirurgo americano Richard Walker (Harrison Ford) è appena giunto a Parigi per un congresso medico in compagnia della moglie (Betty Buckley). Ma quando questa sparisce misteriosamente dall'albergo senza lasciare traccia, e né le autorità locali né l'ambasciata sembrano fare nulla per aiutarlo, si getta alla sua ricerca, scoprendo che è stata rapita da misteriosi individui a causa di una valigia scambiata per errore all'aeroporto... Un thriller tradizionale, di stampo quasi hitchcockiano: oltre al tema dell'uomo comune che si ritrova invischiato senza volerlo in una vicenda avventurosa o di spionaggio, c'è anche il più classico dei "MacGuffin", l'oggetto che fa gola ai cattivi e che fa muovere la vicenda, anche se in fondo non è importante di cosa si tratti (in questo caso, il componente di un'arma nucleare, nascosto dentro un modellino della statua della libertà). Ford, "eroe d'azione" suo malgrado (vedi la scena sui tetti), è il mattatore, mentre al suo fianco c'è la quasi esordiente – e futura moglie e musa del regista – Emmanuelle Seigner nei panni di Michelle, la ragazza che ha contrabbandato in Francia la statuetta e che affianca il dottor Walker nelle sue indagini. La sceneggiatura la tira forse un po' troppo per le lunghe nella seconda parte, ma riesce a mantenere la tensione fino in fondo. Bella l'atmosfera, favorita anche dalla fotografia di Witold Sobociński e dalla musica di Ennio Morricone (ma nella colonna sonora ricorre a più riprese la canzone "I've Seen That Face Before" di Grace Jones, sul motivo del "Libertango" di Piazzolla).

22 luglio 2021

Pirati (Roman Polanski, 1986)

Pirati (Pirates)
di Roman Polanski – Francia/Tunisia 1986
con Walter Matthau, Cris Campion
**

Rivisto in DVD.

Il capitano Red (Walter Matthau), capo di una ciurma di pirati e ripescato in mare dopo un naufragio in compagnia del giovane Jean-Baptiste detto "Ranocchio" (Cris Campion), fomenta una rivolta su una nave spagnola per impadronirsi di un prezioso trono d'oro che è stato trafugato in Sud America. A sette anni di distanza dal suo film precedente ("Tess" del 1979), Polanski torna al cinema con una pellicola leggera (l'intenzione era quella di omaggiare i film di cappa e spada come quelli con Errol Flynn e i romanzi d'avventura come "L'isola del tesoro") che aveva in cantiere da oltre un decennio: inizialmente avrebbe dovuto essere girato subito dopo "Chinatown" (1974), e ancora con Jack Nicholson come protagonista. I toni della vicenda sono cartoonistici, con un umorismo da fumetto e un'ironia scalcinata che sfiora a più riprese la parodia e il cinismo (il pranzo con il topo morto!), in maniera non dissimile da quanto già fatto in "Per favore non mordermi sul collo!". A parte l'istrionismo di Matthau, il cui personaggio comico-burbero è la cosa migliore della pellicola, il film sconta però una trama lenta e poco interessante e affonda nei cliché di genere, gli stessi peraltro che nemmeno vent'anni più tardi (insieme però all'innesto di temi soprannaturali e agli "effetti speciali") avranno grande successo nei film dei "Pirati dei Caraibi" con Johnny Depp (di cui questo è in molte cose un precursore: si pensi anche alla love story fra i due giovani comprimari). Chissà, con un diverso tempismo e con maggiore fortuna anche questo avrebbe potuto dar vita a una franchise (il lungometraggio comincia e finisce nello stesso modo, con Red e Ranocchio alla deriva in mezzo al mare su un'imbarcazione/zattera di fortuna, circondati da squali e con un tesoro a bordo): invece fu un sonoro flop al botteghino (complice anche l'elevato costo di realizzazione), fra i peggiori della carriera di Polanski. Nel cast anche Charlotte Lewis (Maria-Dolores, figlia del governatore di Maracaibo, di cui Ranocchio di innamora) e Damien Thomas (don Alfonso, capitano della nave spagnola). Le riprese sono state effettuate in Tunisia (il produttore è Tarak Ben Ammar), su un vascello costruito appositamente.

6 giugno 2020

Tess (Roman Polanski, 1979)

Tess (id.)
di Roman Polanski – GB/Francia 1979
con Nastassja Kinski, Peter Firth
***

Rivisto in DVD.

Alla fine dell'Ottocento, nell'Inghilterra sud-occidentale, il contadino John Durbeyfield viene casualmente a sapere dal parroco locale che la sua famiglia discende dai D'Urberville, un'antichissima casata aristocratica ormai estinta. Preso dai sogni di gloria e di ricchezza, spinge la giovane figlia Theresa (Nastassja Kinski), detta "Tess", ad andare in vista ad alcuni proprietari terrieri con cui ritiene di essere imparentato, ignorando che essi in realtà hanno acquistato il nome D'Urberville per ragioni di prestigio. Nonostante la sua prudenza, Tess cade fra le braccia dell'arrogante "cugino" Alec D'Urberville (Leigh Lawson), che la mette incinta. Fuggita da lui, dopo la morte del bambino ancora in fasce, torna a lavorare nei campi. Ma quando conosce il gentile e compassionevole Angel Clare (Peter Firth), che la chiede in moglie, il suo travagliato passato torna a tormentarla... Pellicola fluviale tratta dal romanzo "Tess dei D'Urbervilles" di Thomas Hardy, che (come mostrato in una scena di "C'era una volta a... Hollywood" di Quentin Tarantino) fu consigliato a Polanski dalla moglie Sharon Tate appena prima di morire: il film è a lei dedicato. Le travagliate vicende della protagonista, una Kinski bellissima e imbronciata, orgogliosa e fiera anche nella sua povertà, ma che cade regolarmente in preda a un destino avverso e ai capricci degli uomini che la circondano, si dipanano lungo diversi anni e in uno scenario al tempo stesso concreto e immaginario, quasi fuori dal tempo: la regione in cui si svolge la storia, corrispondente all'odierno Dorset, è infatti il "Wessex", come lo chiama Thomas Hardy, dove toponimi da lui inventati sostituiscono e si sovrappongono a quelli reali: la città costiera di Sandbourne, per esempio, corrisponde a Bournemouth. Si tratta di un'Inghilterra rurale, popolata da gente semplice, dove le norme sociali e il cristianesimo si mescolano a un'antica "cultura contadina" che comprende anche superstizioni ("Quando qualcuno è innamorato il burro non viene") e riti pagani. Memorabile il finale ambientato a Stonehenge, al sorgere del sole, fra le rovine di un tempio antico e ancestrale in cui Tess e Angel trovano brevemente rifugio dalla legge e dalla morale degli uomini. Altro tema che attraversa la pellicola, infatti, è quello legato al passato, alla gloria e alla decadenza, come quella delle antiche famiglie che continuano a incidere anche ai giorni nostri (quando viene a conoscenza dei trascorsi di Tess, persino il sensibile Angel la accusa: "Ti credevo una figlia della natura, invece sei l'ultima di una serie di aristocratici degeneri"). Bellissima la fotografia di Geoffrey Unsworth (morto durante le riprese) e Ghislain Cloquet (che lo sostituì da metà film), calda ed estiva nelle scene in esterni e reminiscente dei dipinti di Georges de La Tour in quelle in interni. Gran parte della pellicola fu in realtà girata in Francia: anche la sceneggiatura fu scritta da Polanski e Gérard Brach in francese, e soltanto successivamente tradotta in inglese. Sei nomination agli Oscar (fra cui miglior film) e tre premi vinti (miglior fotografia, scenografia e costumi).

24 novembre 2019

L'ufficiale e la spia (Roman Polanski, 2019)

L'ufficiale e la spia (J'accuse)
di Roman Polanski – Francia/Italia 2019
con Jean Dujardin, Louis Garrel
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Il cosiddetto "affare Dreyfus" è stato uno degli scandali politici, sociali e giudiziari più celebri d'Europa, a cavallo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, tanto da scuotere la Francia e dividere l'opinione pubblica in due acerrime fazioni (innocentisti e colpevolisti). Il film sceglie di raccontare l'intricata vicenda non dal punto di vista di Alfred Dreyfus (Louis Garrel), il soldato alsaziano di origine ebrea che nel 1894 fu accusato di spionaggio e alto tradimento e condannato alla deportazione, ma da quello di Marie-Georges Picquart (Jean Dujardin), l'ufficiale dei servizi segreti che contribuì a riaprire l'indagine su di lui, e in quanto tale si dipana come una spy story, fra thriller storico e giallo processuale, in grado di catturare l'attenzione dello spettatore e tenerlo attaccato allo schermo con tutto il mestiere di un regista "classico" che non ha bisogno di strizzatine d'occhio post-moderne (per fortuna!). Inizialmente convinto come tutti della colpevolezza di Dreyfus, anche a causa dell'antisemitismo diffuso nell'esercito e in ampi strati della popolazione francese, una volta nominato capo del dipartimento di statistica dello Stato Maggiore (ovvero l'unità di spionaggio) Picquart individua casualmente l'identità del vero colpevole e si rende conto che l'alsaziano è stato condannato ingiustamente e senza vere prove. La sua ostinata battaglia per la verità e la giustizia – anche grazie all'aiuto dello scrittore Émile Zola, autore della famosa lettera "J'accuse" – gli costerà a sua volta l'ostracizzazione dall'esercito e l'incriminazione... La sceneggiatura (di Polanski e Robert Harris) è tratta da un romanzo che lo stesso Harris aveva già scritto con l'intenzione di farne un film insieme all'amico regista (con il quale aveva già collaborato in passato): e non c'è dubbio che l'interesse di Polanski per l'argomento possa dipendere anche dalle persecuzioni e dalle accuse cui lui stesso è stato sottoposto in diversi momenti della sua vita (come bambino di famiglia ebrea durante la Seconda Guerra Mondiale; come artista e intellettuale nella Polonia comunista; e recentemente con le accuse di violenza sessuale negli Stati Uniti). Di impostazione classica e tradizionale, come dicevamo, il film non è però una semplice "illustrazione" asettica degli eventi passati, ma dà prova di profondità quando indaga nell'animo del protagonista, ben collocandolo nel contesto storico e nel clima sociale con cui interagisce e che fa da sfondo alla vicenda. Anzi, proprio questo clima è il vero centro nevralgico della pellicola, suggerendo peraltro un parallelo con la realtà odierna e mettendoci in guardia su come fake news e campagne d'odio possano ostacolare la giustizia e nascondere la verità: per venirne a capo serve l'integrità di uomini come Picquart, che seguono l'etica e la coscienza, capaci di andare anche contro i propri pregiudizi o quelli dell'ambiente in cui vive. Ottimo il contributo del cast: oltre a Dujardin e Garrel, entrambi incredibilmente in parte (grazie anche a un ottimo make up), ci sono Emmanuelle Seigner nei panni dell'amante di Picquart, e ancora Grégory Gadebois (il maggiore Henry), Mathieu Amalric (il grafologo Bertillon), Melvil Poupaud (l'avvocato Labori), Denis Podalydès (l'avvocato Demange), François Damiens (Émile Zola). La versione italiana, anziché il più iconico "J'accuse", dà al film il titolo del romanzo di Harris, che mi sembra un po' generico e anche fuorviante: Picquart e Dreyfus sono entrambi ufficiali, e nessuno dei due è una spia! Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia. Fra i produttori c'è Luca Barbareschi, che recita anche un piccolo ruolo. Naturalmente l'affare Dreyfus era già stato portato sullo schermo innumerevoli volte: la prima addirittura "in tempo reale", nel 1899, da Georges Méliès (che ritagliò per sé stesso la parte dell'avvocato Labori). Altra versione celebre è quella di William Dieterle ("Emilio Zola", 1937), che vinse l'Oscar come miglior film dell'anno.

9 novembre 2018

L'inquilino del terzo piano (R. Polanski, 1976)

L'inquilino del terzo piano (Le locataire)
di Roman Polanski – Francia 1976
con Roman Polanski, Isabelle Adjani
***1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Trelkowski (Polanski stesso: il personaggio non ha un nome ma solo un cognome) trova un appartamento in affitto in un vetusto condominio di Parigi. La precedente inquilina, Simone Choule, si è inspiegabilmente suicidata gettandosi da una finestra. E ben presto lo stesso Trelkowski, spinto verso la follia e la paranoia da vicini di casa sempre più invadenti e insofferenti (si lamentano del minimo rumore), comincia a identificarsi con lei e a sospettare di dover fare la stessa fine... Capolavoro dell'horror condominiale di Polanski, un thriller psicologico (tratto da un romanzo surrealista di Roland Topor) che insieme ai precedenti "Repulsion" e "Rosemary's baby" forma un'ideale trilogia sull'angoscia e l'incubo che nascono dal quotidiano, in un crescendo di claustrofobia e impotenza. Molte le possibili interpretazioni della vicenda, a partire dalla più ovvia, e cioè che Trelkowski diventi progressivamente pazzo e paranoico. C'è la lettura della cospirazione alla "Rosemary's baby", in cui effettivamente gli inquilini dello stabile formano una setta segreta per spingere al suicidio le persone (vedi i tentativi di far sì che Trelkowski assuma le stesse abitudini e i comportamenti di Simone: la portiera gli consegna la posta della ragazza, il barista gli offre la cioccolata e le Marlboro che lei fumava, ecc.). Ci sono le suggestioni mistiche egiziane (i geroglifici nel bagno, il bendaggio che ricompre Simone come una mummia, ecc.) che fanno pensare a una storia di reincarnazione (o di cicli che si ripetono, come in un loop: vedi anche il finale in cui il protagonista rivede sé stesso al proprio capezzale). C'è l'aspetto sociale e soprattutto autobiografico: Trelkowski è un polacco naturalizzato francese, come lo stesso regista (che lo interpreta personalmente e ha anche doppiato il personaggio nelle versioni in italiano e in inglese), e in quanto tale suscita a prescindere sospetto e diffidenza negli altri (in più Polanski ha origini ebraiche e ha sperimentato sentimenti antisemiti). E altre letture ancora (per esempio, cito da Wikipedia: "Trelkowski è una donna in un corpo da uomo e combatte contro la sua parte che si risveglia. Questo la porta a non fidarsi più di se stessa e di conseguenza degli altri. Nella società dell'epoca, una tendenza del genere era fonte di notevole disagio e, vista la rigidità culturale, questo portava a meccanismi di difesa molto elevati che sfociavano in puro delirio"). Personalmente mi piace leggere il film come una riflessione (grottesca e metaforica) sui rapporti di vicinato nelle moderne città, dove il minimo problema (i rumori notturni, per esempio) viene ingigantito e sfocia in faide, proteste, esposti di ogni tipo. Emblematiche le scene in cui il povero Trelkowski, inibito e a disagio, cerca di evitare ogni azione che possa comportare una reazione da parte dei suoi vicini (e alla minima infrazione, cominciano subito i colpi di avvertimento sul muro o sulle pareti), mentre invece il suo collega di lavoro esuberante e prepotente si permette di suonare musica fracassona a ogni ora e a scacciare in malo modo chiunque osi timidamente protestare. All'angosciante e intrigante atmosfera contribuiscono la fotografia di Sven Nykvist e le musiche di Philippe Sarde. Da notare che un giovane Jacques Audiard figura come assistente al montaggio. Isabelle Adjani è Stella (l'amica di Simone), Melvyn Douglas è il padrone di casa, Shelley Winters è la portinaia. Nel cast anche Jo Van Fleet, Bernard Fresson, Josiane Balasko ed Eva Ionesco (la bambina). Trelkowski ha dato il suo nome anche a un personaggio di "Dylan Dog", l'anziana medium alleata del protagonista.

14 marzo 2018

Quello che non so di lei (R. Polanski, 2017)

Quello che non so di lei (D'après une histoire vraie)
di Roman Polanski – Francia/Polonia 2017
con Emmanuelle Seigner, Eva Green
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Delphine Dayrieux (Seigner), scrittrice che ha raggiunto il successo con un romanzo sulla propria madre (internata in un istituto psichiatrico e poi suicida), è in crisi di ispirazione e sta meditando di passare alla narrativa di finzione. Emotivamente fragile, fatica a reggere la pressione dei media e le aspettative del pubblico, ed è inoltre tormentata da lettere anonime che la accusano di aver voluto lavare in pubblico i panni sporchi di famiglia. Quando incontra "Lei" (Eva Green, "Elle" in originale), giovane e misteriosa ammiratrice che lavora come ghost writer per le celebrità, si lascia affascinare dal suo carisma e dalla sua sicurezza, lasciandola entrare sempre di più nella propria vita. Fino al punto che Lei comincia a manipolarla per spingerla a scrivere quel "romanzo nascosto" e autobiografico che Delphine vorrebbe invece rinviare il più possibile, preferendo invece fare proprio dell'amica il soggetto del suo nuovo lavoro... Dal romanzo "Da una storia vera" di Delphine de Vigan, sceneggiato da Polanski insieme a Olivier Assayas, un thriller psicologico che sembra un incrocio fra "Misery non deve morire" e "Fight Club". Come nel film di Reiner tratto dal libro di Stephen King, infatti, Delphine si ritroverà immobilizzata a letto con una gamba ingessata, in una casa di campagna, in balia della sempre più inquietante, minacciosa e manipolatrice Lei; e come in quello di Fincher tratto da Chuck Palahniuk, pian piano ci renderemo conto che Lei non è una persona reale (non interagisce mai con nessuno, se non con Delphine) bensì una proiezione della protagonista (e dunque letteralmente una "ghost writer"), un personaggio creato dalla sua fantasia. Il che rende il libro che ne scaturirà (intitolato appunto "Da una storia vera") l'anello di congiunzione fra un lavoro autobiografico e di finzione. Polanski, che aveva già raccontato di ghost writer ne "L'uomo nell'ombra", dirige come sempre con solidità e coerenza (anche se senza particolari guizzi), affidandosi a due attrici che dominano la scena, alla fotografia del fido Paweł Edelman e alle musiche d'atmosfera di Alexandre Desplat. Nel cast anche Vincent Pérez e Dominique Pinon.

6 marzo 2018

Rosemary's baby (Roman Polanski, 1968)

Rosemary's baby - Nastro rosso a New York (Rosemary's Baby)
di Roman Polanski – USA 1968
con Mia Farrow, John Cassavetes
***1/2

Rivisto in divx.

La giovane coppia formata dalla casalinga Rosemary (Mia Farrow, nel suo primo ruolo da protagonista) e dal marito Guy Woodhouse (il regista John Cassavetes), attore teatrale, si trasferisce in un nuovo appartamento al settimo piano di un vetusto palazzo di New York su cui circolano strane leggende: in passato sarebbe stato infatti sede di atroci delitti e di cerimonie sataniche. E in effetti un'atmosfera inquietante e ambigua lo circonda. Ma a mettere a disagio Rosemary sono soprattutto gli anziani vicini di pianerottolo, gli affabili ma invadenti Minnie (Ruth Gordon) e Roman (Sidney Blackmer), con i quali invece Guy stringe subito amicizia. Dopo una notte di incubi, Rosemary si scopre incinta: ma la gravidanza – durante la quale è seguita da un ostetrico consigliatole dai vicini, il dottor Sapirstein (Ralph Bellamy) – è dura e dolorosa. E pian piano, Rosemary si convince di essere in balia di una congrega satanica, di cui anche Guy è complice... Dall'omonimo romanzo di Ira Levin, Polanski firma il suo film più celebre, un innovativo horror borghese e urbano che torna alle angoscianti atmosfere condominiali di "Repulsion" e anticipa il successivo "L'inquilino del terzo piano". Un film che farà scuola, inquietante sin dai titoli di testa (con le scritte in rosa e la canzoncina semi-infantile), e che a lungo ondeggia fra il realismo dell'ambientazione moderna (a tratti si sospetta che quelle di Rosemary siano solo paranoie o fantasie di complotto, magari un prodotto delle paure e delle angosce della gravidanza, favorite anche dalla sensazione di essere trascurata da un marito che pensa solo al suo lavoro) e i toni onirici e irreali del tema della stregoneria. Punteggiato da elementi e indizi (Guy di colpo comincia ad avere successo nel suo lavoro, ottenendo parti anche per via delle "disgrazie" che capitano ai suoi rivali), il film ha il suo climax nel finale, con la nascita del "figlio di Satana". A quel punto, tutti gli indizi acquistano un senso: dai nomi stessi di Rosemary e Guy, che ricordano Maria e Giuseppe (e Woodhouse è un cognome da falegname!), ai tanti oggetti che hanno favorito la sua gravidanza: il ciondolo "portafortuna" che Minnie regala a Rosemary, contenente la misteriosa "radice di tannis"; la mousse al cioccolato; gli strani intrugli a base di erbe. A metà pellicola, Rosemary si taglia i capelli corti, risultando nell'iconico aspetto che ha reso celebre la Farrow, quasi perfetta nel ritrarre una ragazza in preda alla sua fragilità emotiva. Ruth Gordon ha vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista. Nel cast anche Maurice Evans (Hutch, l'amico scrittore che tenta di mettere in guardia Rosemary dalla setta) e altre vecchie glorie hollywoodiane (Elisha Cook Jr., Charles Grodin, Patsy Kelly, Hope Summers). Il successo della pellicola diede il via a una serie di film su temi simili (diavoli, sette, o segnatamente l'Anticristo), che culminerà nel 1973 con "L'esorcista". Ma "Rosemary's baby" può anche essere considerato, a suo modo, l'anello di congiunzione fra "Angoscia" di Cukor (1944) e "Madre!" di Aronofsky (2017).

31 luglio 2017

La morte e la fanciulla (R. Polanski, 1994)

La morte e la fanciulla (Death and the Maiden)
di Roman Polanski – USA/GB/F 1994
con Sigourney Weaver, Ben Kingsley
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina e Daniela.

In un paese sudamericano non identificato (modellato sul Cile post-Pinochet), Paulina (Weaver), ex attivista politica sopravvissuta alla prigionia durante la dittatura e ora moglie di Gerardo (Stuart Wilson), un importante avvocato che si occupa di diritti umani, crede di aver identificato nel dottor Miranda (Ben Kingsley) l'uomo responsabile delle torture cui fu brutalmente sottoposta. E lo sequestra nella villa isolata di campagna dove abita col marito, con l'intenzione di estorcergli una piena confessione. Da un dramma teatrale di Ariel Dorfman (che ha contribuito all'adattamento), l'ennesimo magistrale "thriller da camera" polanskiano, che mette in scena tre soli personaggi in una casa e nell'arco di una notte. La tensione è altissima e palpabile, grazie alla maestria del regista (che sfrutta ogni mezzo a disposizione: l'illuminazione di Tonino Delli Colli, le inquadrature, il ritmo della narrazione), a dialoghi ficcanti ed espliciti, a interpreti in stato di grazia (Kingsley e soprattutto la Weaver sfornano forse le prove migliori della loro carriera) e a un soggetto sfaccettato e pieno di ambiguità, che mescola dilemmi morali e drammi personali, l'abuso di potere e il desiderio di giustizia, i sensi di colpa e la ricerca della verità, la vendetta e il perdono, ferite ancora aperte e altre che si aprono solo ora, il confine fra bene e male (non a caso si cita Nietzsche), ribaltando anche i ruoli di vittima e carnefice nell'ottica di un insolito revenge movie. Il risultato è intensissimo e, nonostante l'origine teatrale, tutt'altro che statico. A fare da filo conduttore, come indica il titolo, c'è il quartetto d'archi di Schubert "La morte e la fanciulla", che il dottore ascoltava durante gli stupri e le torture di Paulina, e che lei ha associato in maniera indelebile a quei momenti (quasi come la nona sinfonia di Beethoven in "Arancia meccanica"). E se le premesse del dramma sembrano un po' costruite ad arte (la casa isolata per via di un temporale, il fortuito incontro che porta Miranda nella villa), la storia mantiene la sua potenza e la sua ambiguità fino alla fine, lasciando lo spettatore in dubbio a lungo (e forse anche dopo la conclusione del film) sulla reale colpevolezza o meno di Miranda. Di fronte a un personaggio femminile così forte, che passa da momenti di furiosa violenza ad altri di freddo distacco, dal desiderio di amore e conforto al tragico ricordo della propria degradazione (come nelle scene in cui rievoca i dettagli delle torture subite, raccontati a voce senza che nulla venga mostrato sullo schermo, ma non per questo meno devastanti per lo spettatore), il marito avvocato risulta una figura debole e impotente, il cui desiderio di rispettare la legge a tutti i costi ha un cedimento solo nel finale. Attraverso lui, Dorfman intendeva mettere in dubbio l'efficacia e la reale capacità di fare giustizia delle varie commissioni presidenziali istituite a questo scopo in Cile dopo la dittatura.

24 maggio 2017

Chinatown (Roman Polanski, 1974)

Chinatown (id.)
di Roman Polanski – USA 1974
con Jack Nicholson, Faye Dunaway
***1/2

Rivisto in divx.

Los Angeles, anni trenta: il detective privato Jake Gittes (Jack Nicholson) è assunto per indagare sulle scappatelle extraconiugali di Hollis Mulwray, ingegnere capo del dipartimento delle acque della contea. Le fotografie vengono poi usate per screditare l'uomo sui giornali, portandolo al "suicidio". Ma quando Gittes scopre che la donna che l'aveva assunto non era la vera moglie dell'ingegnere ma qualcuno che si spacciava per lei, decide di indagare per proprio conto. Attraverso una ragnatela di indizi, porterà alla luce un intrigo di speculazioni territoriali, corruzione politica e – soprattutto – torbidi segreti familiari. L'ultimo film girato a Hollywood da Polanski è un celebrato noir che recupera in parte le atmosfere dei classici hard boiled alla Raymond Chandler, aggiornandole all'era della disillusione e dell'amarezza degli anni settanta (quelli dello scandalo Watergate e della Guerra del Vietnam). Scritto da Robert Towne e interpretato magistralmente da Nicholson (nei panni di un occhio privato cinico ma idealista, elegantemente impeccabile e pieno di risorse: memorabile la trovata degli orologi posizionati sotto le ruote delle auto pedinate), da Faye Dunaway (Evelyn, la vera moglie di Mulwray, personaggio ambiguo e dal passato pieno di ombre) e del grande John Huston (assai convincente nel ruolo del patriarca Noah Cross), il film si svolge durante un'estate assolata in una Los Angeles sconvolta dalla siccità. Polanski si ritaglia per sé stesso la piccola parte dell'uomo che sfregia Nicholson al naso con il coltello. Nonostante il titolo, soltanto gli ultimi minuti della pellicola sono ambientati effettivamente nel quartiere cinese della città: ma Chinatown (dove sia Jake che il tenente Lou Escobar, che conduce l'indagine ufficiale sulla morte di Mulwray, hanno lavorato quando erano colleghi) per l'intero film è una metafora, il simbolo dell'impotenza della legge, il territorio dove vigono regole del tutto particolari e dove è inutile anche solo pensare di poter fare giustizia. Celeberrima, a questo proposito, la frase che chiude la pellicola: "Lascia stare, Jake. È Chinatown". E infatti, anche se l'indagine di Gittes va a buon fine e tutto viene alla luce, la sua alla resa dei conti è una sconfitta (da notare che la conclusione fu cambiata da Polanski: lo script originale di Towne prevedeva un relativo lieto fine). Affascinante l'atmosfera d'epoca, già a partire dai titoli di testa in stile retrò, ricostruita grazie anche alla colonna sonora (a base di jazz nostalgico) di Jerry Goldsmith. Nel 1990 Nicholson stesso si dirigerà in un sequel, "Il grande inganno".

21 agosto 2016

Per favore, non mordermi sul collo! (R. Polanski, 1967)

Per favore, non mordermi sul collo!
(The Fearless Vampire Killers)
di Roman Polanski – GB/USA 1967
con Roman Polanski, Jack MacGowran
**

Rivisto in DVD.

Il professore Abronsius (MacGowran) e il suo assistente Alfred (lo stesso Polanski, non accreditato) giungono in Transilvania a caccia di vampiri. Sara (Sharon Tate), la figlia del proprietario della locanda dove i due alloggiano, viene rapita durante la notte dal Conte von Krolock (Ferdy Mayne). Per salvarla, Abronsius e Alfred si introducono nel castello del Conte, scoprendo che si tratta di un vampiro: ma riusciranno a sfuggire alla sua sete di sangue? Al suo primo film ad alto budget, Polanski scrive (con Gérard Brach), dirige e interpreta una parodia del filone horror dei vampiri, prendendo spunto sorpattutto dai tanti cliché delle pellicole inglesi della Hammer. Peccato che proprio le gag non siano particolarmente divertenti: in generale non ho mai amato i film di genere o comico-avventurosi del regista polacco (credo che questo e "Pirati" siano i suoi due lavori peggiori). Fra le cose migliori, sicuramente la fotografia (di Douglas Slocombe) e in generale la confezione (i costumi, le scenografie). Girato, non senza difficoltà produttive, a Ortisei e nelle Dolomiti. Per molti versi sembra un fumetto alla "Alan Ford", con personaggi pasticcioni, pavidi, straccioni e pezzenti (il professore, l'assistente, il locandiere che viene vampirizzato a sua volta, il figlio gay del Conte) e un umorismo di grana grossa, amplificato dalle scelte del distributore americano che aggiunse un'introduzione animata e fece ridoppiare alcuni personaggi con una voce più goffa e da cartoon (il professor Abronsius su tutti). Il titolo di lavorazione (mantenuto nel musical che dal film fu tratto) era "Dance of the Vampires". Sharon Tate, che indossa una parrucca rossa, sostituì all'ultimo momento la prima scelta Jill St. John e divenne poco dopo la moglie di Polanski.

27 febbraio 2014

Macbeth (Roman Polanski, 1971)

Macbeth (id.)
di Roman Polanski – GB/USA 1971
con Jon Finch, Francesca Annis
***

Rivisto in DVD.

Il guerriero scozzese Macbeth, al quale tre streghe hanno preannunciato l'ascesa al trono, si impegna per far avverare la profezia, rendendosi colpevole di efferati delitti. Ciò che più colpisce in questo adattamento della tragedia shakesperiana è la concretezza palpabile della messa in scena, del tutto priva di quella "artificialità" tipica del palcoscenico e anche di tante versioni cinematografiche di opere teatrali. Merito soprattutto dell'ambientazione quasi barbarica voluta da Polanski e delle sue location "povere" ma di grande qualità visiva: le highlands battute dal vento, le brughiere desolate, i castelli rocciosi, i cortili, la terra e la pietra, dove si snoda una una vicenda archetipica e ancestrale di ambizione, tradimento e di morte. E poi c'è la violenza: il sangue copioso sullo schermo, con teste mozzate, carneficine e un tono cruento, cupo e opprimente che molti critici hanno collegato direttamente allo stato d'animo del regista (si trattava del primo film girato dopo il massacro della moglie Sharon Tate da parte di Charles Manson: significativa, al riguardo, l'intensità emotiva della scena in cui gli sgherri di Macbeth trucidano la moglie e il figlio di Macduff). Polanski riesce anche ad evitare le "trappole" del confronto con le grandi versioni cinematografiche che l'avevano preceduto (quelle di Welles e di Kurosawa), realizzando un film che vive di vita propria. Pur non sacrificando la fedeltà al testo di partenza, l'adattamento (opera del regista stesso, in collaborazione con il critico teatrale Kenneth Tynan) utilizza le immagini per costruire qualcosa di nuovo e dare ulteriore e ambiguo significato ad alcuni personaggi minori: si pensi a Ross, sviluppato ben oltre il suo ruolo originario e trasformato in un machiavellico opportunista; o a Donalbain, il figlio minore di Re Duncan, che nel finale si reca presso l'antro delle streghe, come a suggerire che il ciclo della violenza non avrà mai fine. Tutto questo senza però aggiungere ulteriori battute a quelle previste da Shakespeare, le cui parole risuonano sullo schermo con alternanza fra il parlato e il pensato (i soliloqui sono rappresentati, in maniera assai naturalistica, con la voce fuori campo), sostenute dalle recitazioni intense e credibili di un cast di attori in gran parte britannici: oltre a Jon Finch nel ruolo di Macbeth e a Francesca Annis in quello di sua moglie, ci sono Martin Shaw (Banquo), Terence Bayler (Macduff), John Stride (Ross) e Nicholas Selby (Duncan). Degna di nota anche la colonna sonora, firmata dal gruppo progressive Third Ear Band. Il film fu prodotto da Hugh Hefner (sì, quello di "Playboy"!), dopo che tutte le major hollywoodiane avevano rifiutato di finanziarlo.

20 novembre 2013

Venere in pelliccia (R. Polanski, 2013)

Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure)
di Roman Polanski – Francia 2013
con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric
***1/2

Visto al cinema Eliseo.

Thomas, scrittore e regista teatrale, intende mettere in scena una commedia tratta dal romanzo "Venere in pelliccia" di Leopold von Sacher-Masoch (da cui deriva il termine masochismo). Alle audizioni si presenta (in ritardo, quando ormai tutti sono andati via e nel teatro è rimasto lui solo) un'attrice che aspira alla parte femminile e che si chiama Wanda, proprio come il personaggio che dovrebbe interpretare. Inizialmente titubante a farle un provino (la donna, anche se piena di energia, sembra sboccata e ignorante), Thomas si deve ricredere quando scopre, già dalle prime battute, che conosce la parte a menadito, fin nelle più sottili sfumature, e che sarebbe dunque perfetta per il ruolo. Ma nel prosieguo della serata, mentre si lascia trascinare sempre più dalla recitazione identificandosi a fondo con il suo protagonista, scoprirà che forse Wanda è qualcosa di più di una semplice attrice: un'incarnazione della stessa dea Venere, giunta lì per vendicarsi di lui. Tratto a sua volta da una pièce teatrale (di David Ives, che ha collaborato alla sceneggiatura), il nuovo film di Polanski è – come il precedente "Carnage" – un altro perfetto esempio di "cinema da camera". Stavolta gli attori in scena sono solo due, gli ottimi Amalric e Seigner (moglie dello stesso Polanski, qui davvero strepitosa), e forse rispetto alla pellicola precedente il ritmo è meno incalzante, ma l'autoironia e la "crudeltà" nel mettere in scena una sorta di guerra dei sessi (del tutto sui generis, visto che in fondo asseconda il desiderio di degradazione del personaggio maschile) sono allo stesso livello, il crescendo degli eventi è ben dosato e il gioco del "teatro nel teatro" (qui, in realtà, si tratta di "teatro nel cinema") è sfruttato fino alle estreme conseguenze, a cominciare dalla straniante scenografia (i resti di uno spettacolo western precedente, che fa sì che si debba recitare fra cactus finti e fornelli da campo). Sul palco i due interpreti entrano ed escono in continuazione dai rispettivi personaggi (con il comico contraltare fra la svagata semplicità e la volgarità dell'attrice rispetto all'eleganza e la raffinatezza della Contessa che interpreta) e si scambiano più volte i ruoli, non solo quelli dei personaggi ma anche la posizione dominante e quella di sottomissione (nella "realtà", almeno all'inizio, è il regista a dirigere l'attrice e dunque a dare ordini; nella "finzione", invece, è la donna a comandare), tanto che, pian piano, anche sul palco avviene lo stesso ribaltamento di potere descritto nel romanzo e nella commedia. Allo stesso tempo omaggio a Sacher-Masoch, rilettura delle sue ossessioni in chiave psicanalitica e moderna, e attacco alla sua misoginia di fondo (che non poteva non scatenare l'ira "divina" di Afrodite), la vicenda assume così i contorni di un gioco intellettuale che richiama appunto i miti greci e che sfocia – in un crescendo irresistibile – in uno sberleffo finale contro la megalomania dell'artista, che viene "demolito" sia come uomo che come scrittore-demiurgo, in balia di forze più grandi di lui (e che stesse per scatenarsi un intervento soprannaturale lo suggerivano già le inquadrature iniziali, quelle di una Parigi vuota e sferzata dalla pioggia).

17 settembre 2011

Carnage (Roman Polanski, 2011)

Carnage (id.)
di Roman Polanski – Francia/Germania/Polonia 2011
con Jodie Foster, Kate Winslet
***1/2

Visto al cinema Apollo, con Marisa e Lucia, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo che un bambino di undici anni ha colpito nel parco un coetaneo con un bastone, facendogli saltare un dente, le due coppie di genitori si incontrano nell'appartamento di una di loro per discutere dell'accaduto. Ma il confronto, iniziato con toni civili e assolutamente accomodanti, degenera presto nel caos, fra litigi, battibecchi e comportamenti infantili (catalizzati anche dal passaggio, nelle bevande che i quattro consumano, dal caffè al whisky!), portando alla luce intolleranze e ipocrisie e mandando completamente in malora il "buonismo" iniziale. Inutile nasconderlo: è nel cosiddetto "cinema da camera" che Polanski sa davvero dare il suo meglio. Tratto da un'acclamata commedia teatrale di Yasmina Reza (che ha collaborato al regista per la sceneggiatura), il film offre un irresistibile crescendo di situazioni ricche di umorismo e di satira, con dialoghi che prendono ferocemente in giro gli stili di vita dei suoi personaggi e all'insegna di dinamiche perennemente mutevoli (a seconda del momento e dell'evoluzione della serata, abbiamo in scena una coppia contro l'altra oppure una complicità fra i due uomini "alleati" contro le donne). Straordinari gli interpreti: Jodie Foster, appassionata d'arte e scrittrice frustrata, è la tipica donna impegnata per le cause terzomondiste; John C. Reilly, suo marito, è un buzzurro che si adatta ai voleri della moglie per il quieto vivere; Kate Winslet è la coniuge repressa e modaiola di Christoph Waltz; e questi è un avvocato che difende una compagnia farmaceutica in malafede e che non si allontana mai dal suo telefonino (l'apparecchio squilla continuamente, frammentando la conversazione). Il film (comunque assai breve), vola in un lampo. E per lo spettatore è quasi catartico osservare personaggi altoborghesi azzuffarsi fra di loro su argomenti frivoli così come su altri più "seri" ma affrontati comunque in maniera irrazionale o grottesca. L'unico difetto, se vogliamo, è la mancanza di un vero finale. Anche se ambientato a Brooklyn, il film è stato girato a Parigi (per via dell'impossibilità di Polanski di recarsi negli Stati Uniti) e si svolge interamente fra le quattro mura dell'appartamento, a parte i titoli di testa e di coda nei quali vediamo i bambini al parco (l'aggressore, Zachary, è interpretato dal figlio di Polanski, Elvis).

5 settembre 2010

Che? (Roman Polanski, 1972)

Che? (What?)
di Roman Polanski – Italia/Francia/Germania 1972
con Sydne Rome, Marcello Mastroianni
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Una giovane e ingenua turista americana, in vacanza in Italia e troppo propensa a fidarsi degli sconosciuti, scappa da un gruppo di violentatori e si rifugia in una villa sul mare (il film è stato girato sulla costiera amalfitana), abitata da bizzarri personaggi. Grottesca e sgangherata parodia di "Alice nel paese delle meraviglie", ai limiti del misogino e dell'assurdo, con una Sydne Rome quasi sempre seminuda che si aggira spaesata e curiosa in un luogo caotico e decadente (dove anche il tempo sembra ripetersi), circondata da individui eccentrici, ipercollerici, feticisti o erotomani. Se la trama non va da nessuna parte e la pellicola è solamente un susseguirsi di situazioni paradossali e sopra le righe, va almeno apprezzata una certa vena ironica-sperimentale tipicamente anni settanta (in alcuni momenti il film potrebbe persino essere definito una versione scollacciata de "L'anno scorso a Marienbad"!), oltre al non prendersi assolutamente sul serio. Nel cast ci sono anche Romolo Valli (il maggiordomo che suona Mozart) e Hugh Griffith (il moribondo proprietario della villa). Polanski si ritaglia il ruolo del piccolo e nevrotico "Zanzara", mentre in brevi particine sono riconoscibili Carlo Delle Piane (uno dei violentatori nella scena iniziale) e Alvaro Vitali (l'operaio che dipinge di azzurro una gamba della protagonista). Nel finale la pellicola si fa anche metacinematografica, con i personaggi che si dimostrano consapevoli di trovarsi in un film. Splendida comunque la location, una villa arredata con opere d'arte di ogni tipo, a picco su una spiaggia privata. Nella colonna sonora spiccano Schubert (il quartetto "La morte e la fanciulla") e Beethoven (la sonata "Chiaro di luna").

12 aprile 2010

L'uomo nell'ombra (R. Polanski, 2010)

L'uomo nell'ombra (The ghost writer)
di Roman Polanski – GB/Germania/Francia 2010
con Ewan McGregor, Pierce Brosnan
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Un abile ghost writer, ovvero uno "scrittore ombra" (per tutta la pellicola non sapremo mai il suo vero nome), viene assunto per redigere l'autobiografia dell'ex primo ministro britannico Adam Lang, dopo che il suo predecessore – che aveva già completato una prima stesura del manoscritto – è rimasto vittima di uno strano "incidente", cadendo da un traghetto. Il politico, che ha terminato da poco il suo mandato (e che è modellato in maniera evidente su Tony Blair), vive ora in una piccola isola negli Stati Uniti ed è tornato al centro dell'attenzione dei media per l'accusa di aver approvato metodi illegali (rapimenti, torture) nella lotta contro il terrorismo. Recatosi sull'isola per intervistarlo, e sviscerando il suo passato, lo scrittore inizia a scoprire strane contraddizioni, verità che qualcuno non vorrebbe riportare alla luce... Dopo alcuni anni, Polanski torna al thriller con un tesissimo lungometraggio di (fanta)politica, tratto da un romanzo di Robert Harris (che ha contribuito alla sceneggiatura), nel quale non è difficile leggere in controluce una critica all'operato di Tony Blair e al suo incondizionato sostegno alla "guerra al terrore" voluta da Bush ("Mi citi una sola decisione presa da Adam Lang che sia andata contro l'interesse degli Stati Uniti d'America", domanda uno degli accusatori dell'ex premier): ma al di là dei riferimenti politici e al mondo reale, il film funziona benissimo anche come semplice pellicola di genere, con sequenze di grande suspense e una storia ricca di complotti, segreti, cospirazioni e atmosfere paranoiche. D'altronde il regista polacco è sempre stato un maestro nel costruire una tensione che monta lentamente (molto lentamente: la pellicola si prende i suoi buoni tempi per costruire un intreccio coinvolgente) e e nello sfruttare nel migliore dei modi un'ambientazione isolata e circoscritta. Se i colpi di scena non mancano fino all'ultima inquadratura, anche la caratterizzazione dei personaggi lascia decisamente soddisfatti (grazie anche alle ottime interpretazioni, su tutte quella magistrale di Ewan McGregor nei panni di un uomo "comune" che si ritrova prigioniero di un intrigo colossale: ma sono bravi anche Brosnan, che dà vita a un Lang/Blair con il giusto mix di ambiguità e ingenuità, e Olivia Williams nei panni di sua moglie; e ci sono piccole parti per James Belushi, Kim Cattrall e persino un cameo di Eli Wallach!), per non parlare degli aspetti tecnici (la fotografia suggestiva; la musica di Alexandre Desplat, ricca di atmosfera; e le scenografie intriganti, come la villa dall'arredamento minimalista nel quale si svolge gran parte della storia).

30 gennaio 2010

Repulsion (Roman Polanski, 1965)

Repulsion (id.)
di Roman Polanski – GB 1965
con Catherine Deneuve, Ian Hendry
***1/2

Rivisto in DVD.

Il secondo lungometraggio di Polanski dopo "Il coltello nell'acqua", nonché il primo realizzato all'estero, è l'allucinante cronaca della discesa di una ragazza verso la follia, un piccolo gioiello di angoscia e analisi psicopatologica. Carol, una giovane introversa e sessuofoba, lavora come manicure in un salone di bellezza e vive a Londra in un piccolo appartamento insieme alla sorella maggiore, alla quale è morbosamente legata. Quando quest'ultima parte per una breve vacanza insieme al suo amante, la ragazza rimane da sola in casa e si ritrae sempre più dal mondo, smettendo di lavorare e rinchiudendosi fra le quattro mura insieme ai propri incubi e alle proprie allucinazioni. Il film, girato in uno splendido e angosciante bianco e nero, con un'attenzione tra il surreale e l'iperreale ai dettagli visivi e agli effetti sonori (mentre i dialoghi sono ridotti all'osso), è un crescendo di delirio e di claustrofobia, sorretto dalla magistrale interpretazione della Deneuve che dà vita a un personaggio sperduto dentro sé stesso, spaesato, catatonico, sempre sovrappensiero. Tutto, naturalmente, ruota intorno al rapporto con il sesso, che Carol sembra rifuggire in ogni modo: dapprima osteggiando la presenza dell'amante della sorella in casa, poi scoraggiando in continuazione un suo giovane pretendente, e in seguito materializzando le proprie paure attraverso incubi (in cui viene violentata) e allucinazioni che diventano evidenti simboli e metafore (le crepe che si aprono nei muri, le mani che fuoriescono dalle pareti). L'atmosfera si fa via via più malsana (il coniglio che si decompone, le uccisioni), di pari passo con il disordine che invade la casa e la mente della protagonista. Come ad anticipare "Shining", il film su chiude sull'inquadratura ravvicinata di una fotografia che mostra come la follia fosse già presente negli occhi di Carol sin da piccola (e l'immagine dell'iride che chiude la pellicola rispecchia quella che l'aveva invece aperta, quando la scritta "Regia di Roman Polanski" aveva tagliato la pupilla orizzontalmente come nel "Cane andaluso" di Luis Buñuel).

17 marzo 2008

Il coltello nell'acqua (R. Polanski, 1962)

Il coltello nell'acqua (Nóz w wodzie)
di Roman Polanski – Polonia 1962
con Leon Niemczyk, Jolanta Umecka, Zygmunt Malanowicz
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Chiara.

Il primo lungometraggio di Polanski (realizzato dopo una serie di brillanti cortometraggi e considerato uno dei migliori esordi nel mondo del cinema) è un affascinante thriller psicologico basato su tre soli personaggi, isolati dal resto del mondo e in preda alle forti dinamiche delle loro relazioni. Andrea e Cristina (questi i nomi del doppiaggio italiano) sono una coppia alto-borghese che si appresta a trascorrere una tranquilla giornata domenicale in barca a vela. Durante il tragitto verso il lago i due coniugi danno un passaggio a un giovane autostoppista che, una volta giunti al molo, il marito invita in maniera sarcastica e con aria di sfida a salire a bordo insieme a loro. Il ragazzo, nonostante non sia mai stato in barca, accetta per orgoglio. Le continue provocazioni fra i due uomini, i battibecchi fra i coniugi, l'attrazione fra il giovane e la donna fanno lentamente crescere la tensione fino al punto di non ritorno: e le pulsioni, che l'eccellente regia è abile nel mettere in scena con estrema semplicità (aiutata da una suggestiva ambientazione e dalla bella musica jazz) paiono sempre sul punto di esplodere, come se scorressero sotto la superficie dell'acqua che viene solcata dall'imbarcazione. Due dei tre attori (la donna e il giovane) non avevano esperienze da attori professionisti. Il titolo si riferisce al grosso coltellaccio che l'autostoppista porta con sé, "utile nei boschi ma inutile su un lago", costantemente al centro di molte scene.

5 marzo 2008

Le più belle truffe del mondo (aavv, 1964)

Le più belle truffe del mondo
(Les plus belles escroqueries du monde)
di Hiromichi Horikawa, Roman Polanski, Ugo Gregoretti, Claude Chabrol, Jean-Luc Godard – Fra/Ita/Ola/Gia 1964
**

Visto in divx, in francese.

Un film a episodi poco accattivante e poco omogeneo per stile (per lo più tendente alla commedia), nel quale spicca in positivo il segmento diretto da Polanski, al suo primo lavoro fuori dalla Polonia. Interessanti anche gli episodi di Godard e Gregoretti. Sui titoli di testa e come introduzione a ogni segmento c'è una canzone, non eccezionale, di Serge Gainsbourg.

Tokyo – "Les cinq bienfaiteurs de Fumiko", di Hiromichi Horikawa, con Mie Hama, Ken Mitsuda (*1/2)
Una ragazza che lavora come intrattenitrice in un locale segue fino a casa un cliente, un anziano musicista, per rubargli la dentiera di platino. Ma scoprirà che era falsa. Horikawa era stato assistente regista di Kurosawa, ma non ha ereditato il talento dell'Imperatore. La protagonista è simpatica, ma il film manda di... "mordente" (ah ah!).

Amsterdam – "La riviere de diamants", di Roman Polanski, con Nicole Karen, Jan Teulings (**1/2)
Una ragazza francese seduce un ricco diplomatico e si finge sua moglie per sottrarre a un gioielliere una preziosa collana di diamanti. Ma evidentemente non le interessava poi tanto, visto che subito dopo la baratta con un pappagallo (!). Ambientato in una Amsterdam cosmopolita e trafficata, dove ogni tanto si intravede la polizia che ripesca un'automobile finita nei canali, è l'episodio più bello, girato in maniera frizzante e con uno stile che il Mereghetti giustamente definisce "svagato e funambolico".

Napoli – "La feuille de route", di Ugo Gregoretti, con Gabriella Giorgelli, Beppe Mannaiuolo (**)
Una prostituta ha ricevuto il foglio di via e sarebbe costretta a tornare al paese natale. Un giovane studente in legge le suggerisce di sposare un vecchietto dell'ospizio per "mettersi in regola". L'idea piace al suo protettore, che sogna di applicarla su grande scala. Ma il vecchietto, che voleva consumare la sua prima notte di nozze, si vendica denunciando i due per adulterio. I toni a metà fra commedia e neorealismo salvano un po' un episodio che forse sarebbe stato più interessante con maggior tempo a disposizione per approfondire i personaggi.

Parigi – "L'homme qui vendit la tour Eiffel", di Claude Chabrol, con Francis Blanche, Jean-Pierre Cassel (*)
Una banda di truffatori, tutti con nasi e baffi finti, vende la torre Eiffel a un tedesco che ha una vera e propria venerazione per il monumento. Una farsa senza stile e senza idee, che sembra la brutta copia di una commedia all'italiana (ricorda infatti la gag della Fontana di Trevi di "Totòtruffa 62"). I personaggi sono soltanto delle macchiette, e le uniche scene belle sono quelle della Torre, che ricordano il documentario "La Tour" di René Clair. Catherine Deneuve ha una particina minuscola e dice solo una battuta (quasi di culto) al suo compagno, uno dei truffatori: "Ti preferisco con un naso finto".

Marrakech – "Le Grand Escroq", di Jean-Luc Godard, con Jean Seberg, Charles Denner (**)
Una giovane reporter americana (che si chiama Patrizia: è lo stesso personaggio di "À bout de souffle"?), in giro per il mondo per fare reportage, documentari e "cinema-verità", si aggira per la medina di Marrakech con una macchinetta per cineriprese e indaga su un misterioso falsario di biglietti di banca, che le spiega le proprie ragioni ("La charité ne pense pas le mal", dalla prima lettera ai Corinzi). Rispetto agli altri episodi, sembra decisamente fuori posto con le sue riflessioni filosofiche sul cinema, la società, la politica e l'economia, tipiche del Godard di quegli anni, e infatti il segmento era stato eliminato dalle versioni del film proiettate in Europa.

24 dicembre 2007

Oliver Twist (R. Polanski, 2005)

Oliver Twist (id.)
di Roman Polanski – GB/Francia 2005
con Barney Clark, Ben Kingsley
**1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Dopo il successo de "Il pianista", Polanski ha saggiamente preferito dedicarsi a un film più leggero (ma fino a un certo punto), tratto dal classico libro per ragazzi di Dickens che era già stato trasposto più volte al cinema (per esempio da David Lean nel 1948, ma anche dalla Walt Disney in "Oliver & Company"). E i toni grotteschi e ai limiti dell'assurdo tipici del regista polacco ben si sposano con l'atmosfera cupa e vittoriana del romanzo e con le peripezie strappalacrime del protagonista, orfano vittima dello sfruttamento e delle crudeltà sociali dell'ottocento che finisce con l'unirsi suo malgrado a una banda di ladri che opera nel sottobosco londinese. La prima parte del film, anche se talvolta un po' esagerata e sopra le righe, mi è sembrata decisamente la migliore. I volti dei personaggi secondari, soprattutto quelli degli adulti (come i responsabili dell'orfanotrofio o i giudici), sono caricaturali come in "Per favore, non mordermi sul collo" e contrastano notevolmente con le facce più "pulite" dei ragazzini. Nella seconda parte, invece, il film si trasforma quasi in una pellicola d'azione e perde un po' di fascino. Il finale è buonista, ma non c'è da sorprendersi: è Dickens. Ben Kingsley, sepolto sotto un pesante trucco, è un ottimo Fagin, ambiguo ma umano, abietto ma simpatico, e anche gli attori bambini sono bravi (oltre a Oliver, spicca anche quello che interpreta la parte di Dodger "il malandrino") . Bella la ricostruzione storica e le scenografie (la Londra sporca e industriale è stata completamente rifatta a Praga), che donano alla pellicola una qualità visiva che contribuisce a rendere il setting più realistico e vivo che mai, quasi senza bisogno di fare ricorso a effetti speciali.

10 febbraio 2007

Cul de sac (R. Polanski, 1966)

Cul de sac (Cul-de-sac)
di Roman Polanski – GB 1966
con Donald Pleasance, Lionel Stander, Françoise Dorléac
***1/2

Visto in DVD.

Un bandito in fuga, insieme a un complice ferito gravemente durante una rapina, si rifugia in un castello sperduto nel Northumberland, isolato dalla terraferma a causa dell'alta marea. Qui porta lo scompiglio nella vita della coppia che lo abita e che ha già problemi per conto proprio (lui, Pleasance, è pavido e nevrotico, mentre lei, la Dorléac, è ambigua, insoddisfatta e traditrice). Al suo terzo lungometraggio, Polanski torna ai temi de "Il coltello nell'acqua", ma in maniera ben più grottesca e surreale. L'attesa del gangster, che spera inutilmente che il suo capo Katelbach gli mandi i rinforzi, ricorda decisamente il teatro dell'assurdo di Beckett ("Aspettando Godot") e – a posteriori – "Sonatine" di Takeshi Kitano, mentre la magnifica location (il maniero appartenuto a Walter Scott) e l'altrettanto magnifica fotografia in bianco e nero amplificano il disagio esistenziale dei protagonisti. Ottimi i tre attori principali: mi è piaciuto in particolare Stander, che interpreta il bandito con toni da buffone-sbruffone. Personaggi che scelgono di vivere come reclusi e isolati dal mondo esterno non sono una novità nel cinema di Polanski, e nemmeno il tema del male o della corruzione che si introduce nella tranquilla vita borghese (vedi per esempio il successivo "Luna di fiele").

Nota: qualche parola sulla protagonista femminile, Françoise Dorléac. Era la sorella maggiore di Catherine Deneuve e all'epoca di "Cul de sac" aveva già lavorato con Truffaut ne "La calda amante", stava per interpretare "Les demoiselles de Rochefort" di Demy insieme a Catherine ed era considerata una delle più bravi e promettenti attrici francesi della sua generazione. Se non fosse scomparsa in un incidente stradale l'anno successivo, il 1967, forse avrebbe avuto una carriera pari a quella della sorella.