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8 gennaio 2016

La migliore offerta (G. Tornatore, 2013)

La migliore offerta
di Giuseppe Tornatore – Italia 2013
con Geoffrey Rush, Sylvia Hoeks
**

Visto in TV.

Virgil Oldman (Rush), scontroso e misantropo battitore d'aste, è considerato una vera autorità nel campo dell'arte, in particolare per la sua capacità di riconoscere i falsi. E se ne serve, talvolta, per acquistare lui stesso – tramite un "socio" che rilancia per suo conto – alcune tele di grande valore: rigorosamente ritratti femminili, che conserva in una camera blindata nella propria casa, come a compensare la mancanza di frequentazione di donne vere. Un giorno viene contattato da una ragazza, Claire Ibbetson (Hoeks), che chiede la sua valutazione per gli arredi e le tele presenti nella villa di famiglia, che intende vendere. Ma più che dagli oggetti in sé, Virgil è prima incuriosito e poi affascinato dalla ragazza stessa e dal mistero che la circonda: Claire soffre infatti di agorafobia e non esce di casa da dodici anni, vivendo reclusa come un fantasma in una stanza nascosta dietro le intercapedini della villa. Con un cast interamente di lingua inglese (ci sono anche Donald Sutherland, il compare di Virgil, e Jim Sturgess, l'artigiano al quale l'uomo affida i frammenti di uno strano automa ottocentesco che rinviene, poco a poco, nella villa di Claire), Tornatore crea un film che ondeggia fra il thriller psicologico e il dramma sentimentale, salvo cambiare le carte in tavola in un finale strascicato un po' troppo a lungo. Peccato che l'inverosimile vicenda, ben prima del colpo di scena, lasci più di un sospetto allo spettatore sul reale retroscena di ciò cui sta assistendo. E così il tema dell'incontro fra due solitari sociofobici – l'anziano Virgil, ossessionato dall'igiene (indossa sempre guanti, non utilizza cellulari), e la giovane Claire, spaventata dal mostrarsi in pubblico, rifuggono in maniera diversa il contatto con gli altri – che imparano a vicenda a "uscire dal guscio" e a superare le proprie fobie e insicurezze (in maniera non dissimile dal film coreano "Castaway on the moon", che però era meno serio e, dunque, più bello), è annacquato in una risoluzione peraltro prevedibile e ampiamente "preparata" da una sceneggiatura macchinosa e implausibile. Confezione classica e impeccabile, ma anche un po' perfettina e noiosa, compresa la colonna sonora di Morricone che sembra la maniera di sé stesso (a tratti rievoca quella di "C'era una volta in America"). Doppiaggio italiano: bene Rodolfo Bianchi (Virgil), male Myriam Catania (Claire).

13 luglio 2014

Una pura formalità (G. Tornatore, 1994)

Una pura formalità
di Giuseppe Tornatore – Italia 1994
con Gérard Depardieu, Roman Polanski
***

Visto in TV.

È notte, piove, e un uomo (Depardieu) viene portato in una cadente e isolata stazione di polizia di campagna, in mezzo al bosco, per essere interrogato dal commissario locale (Polanski) a proposito di un delitto che si è svolto in un casolare vicino. L'uomo afferma di essere un famoso scrittore, Onoff, che da anni vive isolato dal resto del mondo e delle cui opere – guarda caso – il commissario è un fervente lettore. La pioggia all'esterno è incessante, la corrente elettrica va e viene, le linee telefoniche sono interrotte, i dintorni sono disseminati di trappole e le penne non scrivono. Fra reticenze, vuoti di memoria, amare confessioni e vani tentativi di fuga, l'interrogatorio si protrarrà tutta la notte, fino a quando la verità verrà a galla. Da una sceneggiatura dello stesso Tornatore che pare scritta per il teatro (e infatti, negli anni a venire, sarà rappresentata più volte sul palco), una pellicola decisamente atipica per il cinema italiano (non a caso è interpretata da due "star" straniere, peraltro frutto di un casting altrettanto atipico: Polanski, in particolare, raramente recita da protagonista in pellicole non sue). L'atmosfera, più che ricordare un thriller poliziesco, oscilla fra il claustrofobico e il kafkiano, fino a sfociare nel metafisico (il finale può far venire in mente, per associazione d'idee, "After life" di Hirokazu Koreeda). Ma soprannaturale a parte, se l'avesse diretto lo stesso Polanski non ci sarebbe stato da stupirsene, visti i tanti elementi che ricordano le sue pellicole, soprattutto quelle degli esordi. In ogni caso, prova d'autore per il regista (con senno di poi, il titolo può essere letto anche come "Solo una questione di forma") e d'attore per i due protagonisti, che hanno recitato in francese e sono stati doppiati nella versione italiana da Corrado Pani (Depardieu) e Leo Gullotta (Polanski). Colonna sonora di Ennio Morricone, in collaborazione con il figlio Andrea: la canzone "Ricordare", intonata da vari personaggi durante il film e con testo dello stesso Tornatore, è cantata in italiano da Depardieu sui titoli di coda.

17 luglio 2012

La leggenda del pianista sull'oceano (G. Tornatore, 1998)

La leggenda del pianista sull'oceano
di Giuseppe Tornatore – Italia/USA 1998
con Tim Roth, Pruitt Taylor Vince
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Nato nei primi giorni del ventesimo secolo e abbandonato ancora in fasce su un transatlantico in servizio fra l’Europa e l’America, Danny Boodman T. D. Lemon Novecento – come viene battezzato dal macchinista che lo adotta (fondendo insieme il suo stesso nome, la scritta sulla scatola che conteneva il neonato e un omaggio al nuovo secolo che stava cominciando) – trascorrerà tutta la propria vita a bordo della nave, senza mai scendere a terra e senza mai farsi registrare all’anagrafe. A bordo si guadagnerà da vivere come pianista: la sua incredibile abilità con la tastiera gli procurerà fama e onori, che però rifuggirà (“La mia musica non va dove non sono io”, risponde al discografico che vorrebbe mettere in commercio un’incisione delle sue esibizioni). Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua storia sarà narrata attraverso una serie di flashback dall'amico Max Tooney, trombettista americano che è convinto che Novecento si trovi ancora a bordo del transatlantico, ormeggiato in un porto inglese e destinato ormai alla demolizione. Tratto da un monologo teatrale di Alessandro Baricco intitolato per l’appunto “Novecento” (ma era francamente impensabile mantenere per la pellicola lo stesso titolo, già usato da Bernardo Bertolucci per il suo epico affresco contadino), il film è una coproduzione italo/americana sontuosa e patinata, con un cast internazionale. A differenza però dei film del citato Bertolucci, che potrebbero essergli paragonati per ambizione, confezione e scala produttiva, quello di Tornatore risulta meno “personale” e più colmo di romanticismo poetico, con poca attenzione al realismo, alla verosimiglianza della narrazione (alcune scene, pur belle e anzi forse le migliori del film, spiccano per l’aspetto “cartoonistico”: si pensi alla “danza” del pianoforte durante la tempesta, o alla sfida virtuosistica con Jelly Roll Morton, “l’inventore del jazz”, quasi una parodia dei duelli western), alla denuncia sociale (il ritratto degli emigranti che vanno a cercare fortuna in America, così come quello della vita a bordo della nave, è fin troppo idilliaco) o alla ricostruzione storica (dei grandi eventi del ventesimo secolo non si fa menzione, se si eccettuano un paio di fugaci riferimenti alla seconda guerra mondiale). E anche il finale, a ben vedere, ha poco senso: dopo che Novecento è rimasto da solo (per anni?) sulla nave in disuso, sceglie di morire lasciandosi esplodere insieme a essa perché ha capito che non potrebbe mai adattarsi alla vita sulla terraferma (“La terra è una nave troppo grande per me”): ma perché non trasferirsi semplicemente su un’altra imbarcazione? In ogni caso, non è sul piano del realismo che andrebbe giudicato un film che è prima di tutto una fiaba e poi una metafora della vita attraverso i temi del viaggio e dell’arte. E da questo punto di vista non delude, anche se in fondo la sua ragion d’essere risiede più nella confezione che nei contenuti: da sottolineare a questo proposito la fotografia, le scenografie e soprattutto la colonna sonora di Ennio Morricone, con un tema principale (quello che Novecento si fa ispirare dalla visione di una bella ragazza, interpretata dall’attrice francese Mélanie Thierry) semplice e dolce.