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14 marzo 2022

Moebius (Kim Ki-duk, 2013)

Moebius (Moebiuseu)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2013
con Seo Young-ju, Cho Jae-hyun, Lee Eun-woo
***

Visto in divx.

Folle di gelosia perché il marito (Cho Jae-hyun) ha un'amante (Lee Eun-woo), una donna (sempre Lee) evira con un coltello il figlio (Seo Young-ju) e poi fugge di casa. Scosso dai sensi di colpa, il padre vorrebbe trapiantare i propri genitali al ragazzo: e nel frattempo, scopre – e gli comunica – che è possibile comunque provare piacere sessuale attraverso il dolore. Il ragazzo userà questa informazione per iniziare una relazione proprio con l'amante del padre. E dopo l'operazione chirurgica, scoprirà di riuscire ad avere un'erezione soltanto di fronte alla madre, che nel frattempo è tornata a casa... Film originale e crudo, molto forte, fra i più estremi di un regista già estremo di suo, che per l'occasione sembra aver ritrovato almeno in parte la sua vena più personale e crudele, quella messa in mostra in pellicole come "L'isola", "Bad guy" o il precedente "Pietà", anche se rispetto ai lavori degli esordi l'insieme è meno lirico e poetico. L'intera pellicola è completamente priva di dialoghi, con i personaggi che si esprimono solo attraverso gesti e sguardi. Ma a renderla indimenticabile, naturalmente, sono soprattutto i contenuti, non privi di riferimenti alle tragedie greche (Edipo in testa) e alla mitologia (Urano). Passione e dolore, amore e incesto si fondono in una rapida successione di eventi che fanno continuamente avanzare la storia (le umiliazioni del ragazzo, bullizzato dai compagni di scuola e poi costretto a entrare in una gang di teppisti; il soggiorno in prigione; le ricerche del padre su internet a proposito dei trapianti di genitali; la relazione fra il ragazzo e l'amante del padre; la gelosia del padre di fronte al rapporto fra madre e figlio...). Il titolo, che fa riferimento al celebre nastro a una faccia, suggerisce l'intrecciarsi e il trasformarsi dei temi (indicativo il fatto che a interpretare la moglie e l'amante sia la stessa attrice, nonché l'immagine conclusiva del ragazzo che prega davanti a un Buddha nella vetrina di un negozio). La pellicola ha avuto forti problemi con la censura e sollevato polemiche in patria (l'attrice inizialmente scelta per la parte della madre ha accusato il regista di violenza psicologica).

3 agosto 2018

Seul contre tous (Gaspar Noé, 1998)

Seul contre tous
di Gaspar Noé – Francia 1998
con Philippe Nahon, Blandine Lenoir
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il primo, sconvolgente, lungometraggio di Noé è il sequel del suo corto d'esordio, "Carne", da cui proseguono le vicissitudini dell'(ormai ex) macellaio protagonista (di cui non sapremo mai il nome). Girato nello stesso stile del lavoro precedente (angosciante e sensazionalista), è la drammatica e disturbante storia della discesa all'inferno di un personaggio cinico e nichilista, via via più chiuso e disadattato, che seguiamo da Lione alla periferia di Parigi nel disperato tentativo di rimettere in piedi la propria vita, di trovare un lavoro (cosa difficile in un momento di crisi economica, di tensioni e di ingiustizie sociali) o semplicemente di convivere con la solitudine, l'odio, i fallimenti e le umiliazioni. La voce narrante, sotto forma di monologo interiore, ci presenta il flusso incessante dei suoi pensieri, fra deliranti propositi di vendetta personale (o di "giustizia") contro tutto e tutti, rimuginazioni ed esternazioni (contro le donne, i politici, la società, la vita stessa) e fantasie incestuose sulla figlia quattordicenne Cynthia. Non siamo molto lontani da "Taxi Driver" (c'è addirittura una scena, davanti allo specchio con la pistola, che ricorda chiaramente il film di Scorsese), anche se il tono è ancora più gretto, claustrofobico e senza via d'uscita. Non per tutti, anche per via della presenza di immagini "esplicite". E poco prima del finale, un cartello avverte gli spettatori: "Attenzione: avete 30 secondi per abbandonare la proiezione di questo film". Intenso, a suo modo visionario (anche per via di un montaggio che ricorda Greenaway), benché rischi di imprigionare il pubblico nell'universo nichilista del suo personaggio, il film cresce man mano che la vicenda procede spedita verso il baratro, concedendosi un pre-finale liberatorio sulle note del Canone di Pachelbel. Straordinario Nahon. Il macellaio ricomparirà brevemente nel successivo film di Noé, "Irreversible".

22 gennaio 2018

Il falò (Fredi M. Murer, 1985)

Il falò - Fuoco alpino (Höhenfeuer)
di Fredi M. Murer – Svizzera 1985
con Thomas Nock, Johanna Lier
**

Visto in divx.

La famiglia degli "Arrabbiati" vive da tempo immemorabile in una malga in alta montagna. Con l'anziano padre (Rolf Illig) e la madre (Dorothea Moritz) ci sono l'irrequieta figlia Belli (Johanna Lier) e il figlio minore Franzi (Thomas Nock), sordomuto e infantile, di cui tutti si prendono cura amorevolmente. Ma la lontananza dal resto del mondo e l'attrazione fra i due ragazzi scatenerà la tragedia. Ambientato in un universo isolato, dominato dai ritmi della natura, dai paesaggi e dai silenzi, il film ha di certo un suo fascino intrinseco, anche se bisogna attendere molto a lungo prima che cominci a succedere davvero qualcosa che scuota la vita dei protagonisti, ravvivando all'improvviso una pellicola fatta più di banalità del quotidiano che di significati e di simbologie (e ambientare una tragedia greca fra i paesaggi alpini e walser, con il senno di poi, non è la migliore delle idee). Originale e interessante, ma anche noioso (tranne gli ultimi venti minuti). Pardo d'oro al Festival di Locarno. Il titolo deriva dal fatto che l'amore incestuoso fra fratello e sorella si sviluppa quando si ritrovano da soli in alta montagna attorno a un falò. È il film più famoso del regista "di nicchia" Fredi Melchior Murer, attivo con alcuni documentari fin dagli anni sessanta.

28 ottobre 2017

Festen (Thomas Vinterberg, 1998)

Festen - Festa in famiglia (Dogme #1: Festen)
di Thomas Vinterberg – Danimarca 1998
con Ulrich Thomsen, Henning Moritzen
***1/2

Rivisto in divx.

Alla festa per il sessantesimo compleanno del padre Helge, ricco e potente patriarca della famiglia Klingenfeldt, il figlio maggiore Christian – durante il suo discorso davanti a numerosi ospiti e parenti – fa scoppiare una "bomba", affermando che quando erano piccoli il genitore abusava sessualmente di lui e della sorella gemella Linda (che di recente si è suicidata). Ne segue un momento di imbarazzo da parte di tutti, e inizialmente Christian non viene creduto: ma le cose cambiano quando l'altra sorella Helene legge la lettera che Linda ha nascosto prima di uccidersi, e che conferma le accuse. Il primo film ufficialmente certificato dal movimento "Dogme 95" (e come tale, nel titolo originale, reca il prefisso Dogme #1) è un tesissimo e originale dramma familiare che indaga nell'indicibile e negli orrori nascosti dietro le ipocrisie e le buone apparenze borghesi. Con un tono che oscilla fra il drammatico e la commedia (tanto che per lunghi tratti non sappiamo se Christian stia dicendo la verità o se si stia inventando tutto) e una grande attenzione alle caratterizzazioni dei personaggi (il comportamento del protagonista rispecchia in maniera realistica le insicurezze e i traumi che abusi di questo tipo possono provocare anche nella vita adulta), il film avvolge lo spettatore nella sua ragnatela, costringendolo a partecipare alla "festa" e ad osservare le reazioni dei presenti: dall'indifferenza di gran parte degli ospiti (che, pur imbarazzati, continuano con le infantili celebrazioni del compleanno del loro ospite, fra canzonzine, brindisi e girotondi) all'ira del collerico e violento fratello Michael, la pecora nera della casata, che pure è fortemente attaccato al senso di famiglia (e, in quanto tale, sarà uno dei più delusi e feriti quando la verità verrà a galla), per non parlare dei vari dipendenti dell'albergo (il capocuoco, il receptionist, le cameriere) che in qualche modo sono solidali con Christian. Come detto, il film segnò l'esordio ufficiale del manifesto di intenti "Dogme 95" fondato (non è chiaro quanto seriamente e quanto come pura provocazione) da Vinterberg e da Lars Von Trier in risposta ai gigantismi e alle esagerazioni produttive dei grandi studi di Hollywood. In ossequio ai suoi rigidi comandamenti (denominati "voti di castità"), il film è stato girato seguendo estreme costrizioni e con un approccio minimalista: formato 4:3, camera a mano, nessuna illuminazione artificiale, niente musica extradiegetica (tranne che sui titoli di coda), scene e costumi realistici, sviluppo della narrazione in tempo reale (ma l'abilissimo montaggio riesce tuttavia a tenere alta la tensione), oltre al mancato accreditamento del regista. Vinterberg è stato uno dei pochi a sfruttare queste limitazioni a proprio vantaggio: la forma povera esalta infatti la tesissima sceneggiatura e le doti recitative degli interpreti. E probabilmente si tratta anche del risultato più alto mai raggiunto dal movimento stesso. Premio della giuria a Cannes. Il cast comprende Ulrich Thomsen (Christian), Thomas Bo Larsen (Michael), Paprika Steen (Helene), Henning Moritzen (il padre), Birthe Neumann (la madre) e Trine Dyrholm (la cameriera Pia). Dalla pellicola, viste le sue caratteristiche, sono stati tratti diversi drammi teatrali.

8 luglio 2017

Crimson Peak (Guillermo del Toro, 2015)

Crimson Peak (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2015
con Mia Wasikowska, Tom Hiddleston, Jessica Chastain
**

Visto in TV.

Alla fine dell'ottocento, la giovane americana Edith (Wasikowska), ereditiera e aspirante scrittrice, sposa il baronetto inglese Thomas Sharpe (Hiddleston) e si trasferisce a vivere con lui e con sua sorella Lucille (Chastain) nel decadente castello di famiglia. La ragazza ignora che Thomas l'ha sposata solo per il suo denaro (con il quale intende rimettere in funzione la miniera di argilla rossa che si trova sotto la sua proprietà) e che, con la complicità di Lucille, progetta di avvelenarla, proprio come ha fatto con le sue precedenti spose. Per sua fortuna, Edith può contare sull'aiuto dei fantasmi: quello della madre, che la mette in guardia dai pericoli, e quelli delle donne già uccise dai due fratelli. A metà strada fra la favola di Barbablù e le ghost story ottocentesche sulle case infestate (ma i fantasmi sono usati in maniera decisamente originale: non è da loro che la protagonista deve guardarsi), una fiaba dark e horror condita da misteriose presenze soprannaturali e inquietanti sottotesti incestuosi (il rapporto morboso fra Thomas e la sorella). Come sempre nei lavori di del Toro, però, l'aspetto preponderante è quello visivo: la fotografia ipersatura mette in forte evidenza i colori (quasi come in "Suspiria"), in particolare il rosso dell'argilla che permea il terreno su cui sorge il castello degli Sharpe e che evoca naturalmente il sangue. Ma rispetto a lavori come "Il labirinto del fauno", c'è molta meno fantasia, l'atmosfera si fa subito stantia, e anche il contesto storico ha relativamente poca importanza. Nel cast anche Charlie Hunnam (il medico/investigatore) e Jim Beaver (il padre di Edith).

27 giugno 2017

Vaghe stelle dell'Orsa... (L. Visconti, 1965)

Vaghe stelle dell'Orsa...
di Luchino Visconti – Italia 1965
con Claudia Cardinale, Jean Sorel
**1/2

Visto in divx.

La bella Sandra (Claudia Cardinale), in compagnia del marito americano Andrew (Michael Craig), torna nella sua casa di famiglia a Volterra per l'inaugurazione di un parco pubblico dedicato alla memoria del padre (morto nei campi di concentramento durante la guerra). Il suo ritorno dopo diversi anni e l'incontro con i personaggi del passato, ma soprattutto con il fratello Gianni (Jean Sorel), giovane e scapestrato aspirante scrittore, riaccende turbolente tensioni e rievoca ricordi e segreti all'insegna dell'ambiguità: sui due fratelli gira(va)no infatti voci di un rapporto fin troppo stretto, che Gianni intende rinfocolare raccontando in un romanzo autobiografico gli anni della propria adolescenza... Il tutto mentre la madre (Marie Bell) è ricoverata in preda alla follia, e il secondo marito di lei, l'avvocato Gilardini (Renzo Ricci), ha un rapporto a dir poco conflittuale con i due fratelli. Torbido dramma familiare, dalle atmosfere cupe e morbose, curiosamente uscito nello stesso anno in cui Bellocchio realizzava il suo "I pugni in tasca" (con cui ha diverse similarità, anche se il milieu sociale qui è ovviamente diverso). La regia elegante e la buona prova degli attori sono sovrastate da una sceneggiatura (scritta dal regista insieme a Suso Cecchi D'Amico ed Enrico Medioli) ambiziosa ma poco ariosa, che gioca a fondere il passato con il presente (la scelta di Volterra come ambientazione, con la sua eredità "etrusca", non è casuale) per esprimere quei temi della decadenza e della morte che caratterizzano gran parte del cinema di Visconti. Il titolo, naturalmente, è tratto dal primo verso delle "Ricordanze" di Leopardi. Come colonna sonora c'è il Preludio, corale e fuga per pianoforte di César Franck. Leone d'Oro a Venezia, forse per compensare la precedente mancata attribuzione del premio a "Rocco e i suoi fratelli".

12 gennaio 2016

Dogtooth (Yorgos Lanthimos, 2009)

Dogtooth (Kynodontas)
di Yorgos Lanthimos – Grecia 2009
con Christos Stergioglou, Angeliki Papoulia
****

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il mito della caverna di Platone, adattato e trasfigurato in un disturbante dramma familiare. Per "proteggerli" dal mondo esterno, due genitori tengono i figli (un maschio e due femmine) rinchiusi in totale isolamento nella loro casa fuori città, una grande villa in aperta campagna con giardino e piscina, circondata da un alto steccato. Solo al padre è consentito di uscire per recarsi al lavoro in auto, mentre ai ragazzi – ormai praticamente adulti, ma ancora trattati come bambini – è stato insegnato che l'ambiente di fuori è pericoloso e popolato da creature violente e letali (come i "gatti"). Il condizionamento (che prevede la totale assenza di informazioni e di stimoli provenienti dall'esterno) è garantito dalla neutralizzazione delle parole più scomode (che assumono nuovi e diversi significati) e dalla distorsione di concetti fondamentali sulla vita, la società e i rapporti umani. Per "auto-migliorarsi" all'interno di questo particolare microcosmo, o anche solo per passare il tempo, i ragazzi si impegnano in strani test e competizioni, i cui punteggi garantiscono blandi premi o punizioni. E per venire incontro a particolari esigenze (come gli istinti sessuali del ragazzo), il padre conduce occasionalmente in casa Christina, una donna impiegata come come addetta alla sicurezza nella fabbrica dove lavora; ma quando questa si dimostrerà inaffidabile (in particolare portando in casa delle videocassette attraverso le quali la figlia maggiore entrerà in contatto con realtà che non conosceva e che contraddicono apparentemente ciò che gli è sempre stato insegnato: nello specifico, si tratta dei film "Rocky IV", "Lo squalo" e "Flashdance"), si dovrà fare a meno anche di lei. I ragazzi non hanno nemmeno un nome, anche se la suddetta figlia maggiore (quella che cova il maggior spirito di ribellione) se ne sceglie uno di nascosto: "Bruce". Fra i tanti elementi interessanti di una pellicola dai toni paradossali e surreali, c'è la mutata percezione del sesso da parte dei ragazzi: imitando Christina, che aveva chiesto alla maggiore di essere "leccata" in cambio di un dono, per le figlie diventa una consuetudine farlo come merce di scambio (anche non in zone erogene: l'atto non ha alcuna implicazione di natura sessuale). Quando Christina uscirà di scena, a fare le sue veci sarà una delle sorelle del ragazzo: e poco importa se si tratterà di incesto (tutto ciò che viene da fuori è pericoloso, mentre quello che è all'interno della casa no).

La tattica di mistificazione e di deformazione della realtà, come detto, implica di tenere i figli nella completa ignoranza delle cose della vita: per spiegare il prossimo arrivo di un cane da guardia, i genitori dicono loro che la madre lo partorirà (e nel frattempo, per tener lontano i "pericolosi" gatti, ad abbaiare ci pensano i membri stessi della famiglia: una scena significativa, se abbinata a quella del discorso dell'istruttore del canile); gli aerei che sorvolano la casa vengono descritti come minuscoli, e spesso cadono (a questo scopo, basta ogni tanto lasciare un aereo giocattolo nel giardino); un disco con la canzone "Fly me to the moon" viene spacciato per un messaggio del nonno, che li invita ad amare la casa e i genitori e a non abbandonarli mai; e naturalmente – e questo spiega il titolo del film – c'è la regola secondo cui un ragazzo diventa adulto, e dunque può uscire di casa, soltanto quando perde uno dei canini; ma l'unico mezzo sicuro per avventurarsi all'esterno è l'automobile, e per prendere la patente bisogna aspettare che il canino ricresca: un modo come un altro per lasciare i figli nell'attesa di qualcosa che non avverrà mai (il condizionamento è talmente forte che la figlia maggiore, persino nella sua ribellione, continuerà a seguire queste regole). Il film ha fatto scalpore nel circuito dei festival internazionali per il suo mettere in scena – attraverso un desiderio malsano (anche se forse amorevole e in buona fede) di proteggere i propri figli dal male del mondo esterno – una metafora sociale e/o politica (il governo che si prende cura dei propri cittadini mentendo o nascondendo loro la verità; oppure, se vogliamo, i rischi dell'isolazionismo e dell'autarchia, con la perdita totale del senso delle cose). In fondo i genitori costruiscono un ordine artificiale, attraverso la propaganda, la disinformazione e il condizionamento sociale, e non pochi sono gli elementi che ricordano le distopie come "1984" (l'alterazione del linguaggio) o "Matrix" (la modifica della percezione del mondo, dei suoi simboli e delle relazioni). Proprio come fanno i genitori con i figli, anche il regista centellina, manipola o nasconde le informazioni ai propri spettatori, lasciandoli all'oscuro di alcuni sviluppi (per esempio nel finale, ma anche nell'antefatto: si pensi al "fratello maggiore" che secondo i ragazzi vive al di fuori dello steccato; probabilmente un altro figlio che, prima di loro, è fuggito di casa). La regia è asciutta e senza fronzoli, quasi fredda nel mostrare sullo schermo tante e tali "perversioni" (siamo dalle parti di Haneke, del citato Ferreri, forse di Buñuel). Lo spunto su cui si basa il soggetto, per quanto originale possa sembrare, è stato usato più volte al cinema (da "Il castello della purezza" di Ripstein, ispirato fra l'altro a una storia vera, a "The village" di M. Night Shyamalan) e in letteratura, per non parlare – visto che proviene dalla Grecia – del mito della caverna, appunto. Ultima curiosità: il poster del film mostra due canini stilizzati, ma la forma è quella di una parabola, ad avvisare sin da subito che si tratta di una metafora (in greco, come in italiano, la parola "parabola" ha il duplice significato di curva geometrica e racconto allegorico).

3 novembre 2015

Strange circus (Sion Sono, 2005)

Strange circus (Kimyo na sakasu)
di Sion Sono – Giappone 2005
con Masumi Miyazaki, Issei Ishida
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il cinema di Sion Sono, sopra le righe e non per tutti i gusti, è di certo estremo e disturbante, ma anche onirico e surreale: e proprio quest'ultima caratteristica dona alle vicende che racconta una patina di eclatante irrealtà, come in uno spettacolo di Grand Guignol, e trasforma i suoi personaggi in marionette da non prendere sul serio, anche quando sono al centro di storie di inumana crudeltà nell'ambito di una società malata e psicotica. Qui la cornice è quella, riassunta del titolo, di un bizzarro circo – forse solo un sogno, un'illusione o una schermatura – all'interno del quale la protagonista ricorda la sua storia. Sin da quando aveva 12 anni, la piccola Mitsuko viene molestata e violentata dal padre. Per difendersi dagli abusi, comincia a immedesimarsi nella madre Sayuri, e la cosa è reciproca. Dopo la morte accidentale di Sayuri, anche Mitsuko tenta di togliersi la vita, ma ottiene soltanto di rimanere paralizzata e su una sedia a rotelle. Tutto questo è accaduto realmente o è soltanto il soggetto di un romanzo della misteriosa scrittrice Taeko? A costei, a sua volta su una sedia a rotelle (ma si tratta solo di una finzione: in realtà può camminare benissimo), viene assegnato un nuovo assistente, il giovane e ambiguo Juji, deciso a scoprire se nei suoi perversi romanzi c'è qualcosa di autobiografico... "Che cosa è reale e che cosa non lo è?", si domanda uno dei personaggi nel finale. La triangolazione fra Mitsuko, Sayuri e Taeko lascia a tratti, durante la visione, confusi e storditi, al punto che ciascuna delle tre donne potrebbe essere la reale protagonista della storia, e le altre due frutto della sua immaginazione, sana o malata che sia. La pellicola alterna scene forti e ambienti barocchi e grotteschi con momenti di normale quotidianità, ma preme – più di altre volte – sul pedale dell'alterazione onirica della realtà (si pensi ai sogni, ai ricordi, alle narrazioni frammentate che costellano la storia sin dalle prime scene), con oggetti ricorrenti (la custodia del violoncello, la sedia a rotelle), immagini e metafore di ogni tipo (gli specchi, il sangue) che lasciano anche le numerose svolte e i colpi di scena aperte all'interpretazione dello spettatore. Il sottotesto, comunque, è sempre concreto e palpabile, un dramma famigliare a tinte forti con tanto di tragica vendetta finale. Nel comparto attoriale, ottima la multiforme Masumi Miyazaki, ma bene anche Issei Ishida nel difficile ruolo di Yuji. Hiroshi Oguchi è il padre-mostro Gozo, Rie Kuwana è Mitsuko da bambina. La colonna sonora, oltre a brani composti dallo stesso Sono, utilizza Debussy, Liszt, Bach e Saint-Saens in maniera straniante.

20 settembre 2013

Miss Violence (Alexandros Avranas, 2013)

Miss Violence (id.)
di Alexandros Avranas – Grecia 2013
con Themis Panou, Rena Pittaki
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La piccola Angeliki, proprio mentre la famiglia sta festeggiando il suo undicesimo compleanno, si suicida gettandosi dal balcone. Le ragioni del suo gesto le scopriremo solo più avanti, verso la fine di un film che fa emergere lentamente il disagio all'interno di una famiglia che ha qualcosa da nascondere, dominata da un padre/nonno severo e aguzzino. Vincitore di due premi a Venezia (miglior regia e miglior attore), una pellicola dai toni freddi e anafettivi che si inserisce nel filone "nero" della cosiddetta nouvelle vague greca. Pur scoprendo lentamente (e in maniera in fondo prevedibile) le sue carte allo spettatore, riesce a trascinarlo in un vortice di orrori tanto più profondi perché nascono dall'apparente normalità della vita quotidiana. L'esistenza di questa famiglia in cui tutti cercano di dimenticare il più in fretta possibile "l'incidente" di Angeliki, in cui le donne tacciono rassegnate o subiscono la forza psicologica del capofamiglia, le ragazzine si tagliano con lamette e forbici, i bambini sono costretti a schiaffeggiarsi a vicenda o a subire severe punizioni senza reagire, si dipana in una serie di episodi che all'inizio lasciano soltanto intravedere qualcosa di strano, lanciando segnali che con il senno di poi andranno reinterpretati. La fotografia plumbea, la regia geometrica e controllata, e la recitazione misurata degli attori (Panou è stato premiato, ma il riconoscimento sarebbe dovuto andare a tutto il cast) fanno da gelido contraltare, sul piano formale, ai contenuti disturbanti.

10 marzo 2012

La luna (Bernardo Bertolucci, 1979)

La luna
di Bernardo Bertolucci – Italia/USA 1979
con Jill Clayburgh, Matthew Barry
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In seguito all'improvvisa morte del marito, la cantante lirica americana Caterina ritorna in Italia – dove aveva vissuto e studiato in gioventù – portando con sé il figlio quindicenne Joe. Troppo presa da sé stessa e dal proprio lavoro, non si accorge dell'enorme solitudine in cui versa il ragazzo, che si aggira da solo o in compagnia di amici occasionali per le strade di una Roma pasoliniana ed esotica. Ma quando scopre che il figlio è diventato un tossicomane, cercherà disperatamente di riallacciare un rapporto con lui e di dargli finalmente quell'affetto che gli aveva negato o centellinato: dapprima procurandogli la droga di cui ha bisogno, poi coinvolgendolo in un viaggio attraverso i luoghi delle sue stesse radici (ovvero la campagna parmigiana in cui è cresciuto anche Bertolucci: vediamo la villa di Verdi, una trattoria dove Pippo Campanini fa assaporare il culatello a Joe – proprio come aveva fatto con Giulio Brogi in "Strategia del ragno" – e a un certo punto persino la corte dove si svolgono alcune scene di "Novecento", con la protagonista che commenta "So dove siamo!"), e infine addirittura "accompagnandone" la prima sessualità, in un crescendo di scene ai limiti dell'incesto (che fecero scandalo in America). Sarà invece proprio Joe a capire che cosa manca sia a lui che alla madre, e a ricomporre – in un finale catartico – l'unità familiare, facendo rincontrare dopo molti anni, con uno stratagemma, Caterina e Giuseppe, l'uomo che ha scoperto essere il suo vero padre.

Dopo la lunghissima lavorazione di un film storico, politico, corale e collettivo come "Novecento", Bertolucci sentiva la necessità di realizzare una pellicola più intimista e personale (un'alternanza, questa fra kolossal e film più "piccoli", che contraddistingue tutta la sua produzione). Lo spunto glielo fornisce un ricordo d'infanzia, un'immagine di quando – da bambino ancora molto piccolo – veniva portato in bicicletta da sua madre: la scena sulla quale scorrono i titoli di testa, magistralmente resa dalla fotografia di Vittorio Storaro, non è altro che la rappresentazione di questo ricordo, in cui il volto della madre e il disco della luna piena che si staglia nel cielo notturno dietro di lei si confondono e si identificano (la luna, oltre a dare il titolo al film, tornerà più volte nel corso della pellicola: suggestiva, per esempio, la sua inattesa comparsa quando – per fare entrare l'aria fresca – viene aperto il soffitto mobile del cinema in cui si sono rifugiati Joe e la sua fidanzatina Arianna e in cui si proietta "Niagara" con Marilyn Monroe). Per la prima volta il cinema di Bertolucci, fino ad allora sempre attraversato dalla figura del padre (ricordiamo che Bernardo era figlio di Attilio, stimato poeta e "ingombrante" punto di riferimento), si rivolge invece a quella della madre. Sempre nell'incipit del film, vediamo la giovane mamma dare del miele al bambino neonato, che reagisce con qualche colpo di tosse: il miele, così dolce ma anche causa di soffocamento, è proprio l'affetto della madre che Joe, quando se ne sente privo, cercherà di sostituire con un altro "veleno" altrettanto seducente e letale (l'eroina).

Anche se i personaggi principali del film sono solo due, il cast di contorno è di notevole interesse. Tomas Milian è Giuseppe, il vero padre di Joe, che lavora come maestro elementare; Alida Valli, che aveva già recitato con Bertolucci in "Stategia del ragno" e "Novecento", è la madre dello stesso Giuseppe (anche questi, come il figlio, sembra infatti soffrire di un complesso di Edipo: a un certo punto Caterina dice che lo aveva lasciato perchè "era innamorato di sua madre"); Veronica Lazar è Marina, l'amica (lesbica?) della protagonista; Fred Gwynne (il Frankenstein della serie tv "I mostri"!) è Douglas, il marito di Caterina all'inizio del film; Franco Citti è l'uomo che approccia Joe nel bar, nella scena più "pasoliniana" del film (un omaggio del regista all'amico, per il quale aveva lavorato come aiuto regista proprio in "Accattone" e che era morto da poco: l'intenzione originale era quella di inserire nel locale un televisore che dava la notizia del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ma la scena fu eliminata perché "troppo dolorosa"); Renato Salvatori è il comunista che dà un passaggio in auto a Caterina; Roberto Benigni ("scoperto" proprio dal fratello di Bertolucci, Giuseppe, che lo aveva diretto nel suo primo film, "Berlinguer ti voglio bene") è l'operaio che monta le tende in casa di Caterina; Carlo Verdone è il regista, nel finale, delle prove di "Un ballo in maschera", quando la protagonista – che per dedicarsi completamente al figlio ha deciso persino di smettere di cantare, e difatti la vediamo recitare i versi dell'opera senza intonarli – riacquista immediatamente il sorriso e la voce dopo che si trova di fronte l'uomo che aveva amato quindici anni prima. Fondamentale l'utilizzo della musica lirica, che vista l'ambientazione è ovviamente quasi del tutto verdiana (se si eccettua il breve momento in cui il vecchio maestro di Caterina le fa ascoltare il terzetto "Soave sia il vento" da "Così fan tutte" di Mozart, scelto – come ha precisato lo stesso Bertolucci – "per rompere la verdianità e il melodramma" che permeano l'intera pellicola). A teatro Caterina interpreta "Il trovatore" (volteggiando su un fondale che raffigura il cielo stellato e naturalmente la luna, proprio come l'affresco disegnato dagli scolari della classe in cui insegna Tomas Milian: in quel caso la luna sarà aggiunta da Joe), una sequenza è accompagnata dal preludio del terzo atto de "La traviata", mentre – come già detto – la pellicola si conclude con le note de "Un ballo in maschera", allestito in pompa magna alle Terme di Caracalla.

4 febbraio 2012

Prima della rivoluzione (B. Bertolucci, 1964)

Prima della rivoluzione
di Bernardo Bertolucci – Italia 1964
con Francesco Barilli, Adriana Asti
***

Visto in divx, con Marisa.

Ambientato a Parma all’inizio degli anni sessanta, il secondo lungometraggio di Bertolucci – all’epoca ventitrenne – è il suo primo film veramente “personale” (la pellicola precedente, “La commare secca”, era ancora troppo pasoliniana): non solo perché si svolge nella sua terra, ma anche e soprattutto perché fonde e mescola – come accadrà in tutta la filmografia successiva del regista emiliano – il tema dell’impegno e dell’ideologia politica con quello dell’esistenzialismo, del cambiamento, dei sentimenti e delle relazioni personali e individuali. Il titolo proviene da una citazione di Tayllerand: “Chi non ha conosciuto la vita prima della rivoluzione non sa cos’è la dolcezza del vivere”. Il giovane Fabrizio (Francesco Barilli), di famiglia borghese ma di idee comuniste, vive la contraddizione di far parte di una comunità dove persino i proletari aspirano a integrarsi nel sistema anziché, come un tempo, a "rompere le catene". Scosso dalla morte improvvisa dell’amico Agostino, annegato nel Po, si innamora della sua giovane zia Gina (Adriana Asti), con la quale stringe un’intensa e segreta relazione. Anche la donna è in fuga (da sé stessa, da Milano) e in cerca di qualcosa che non riesce ad afferrare (scopriremo più avanti che è in cura da uno psicanalista, probabilmente Cesare Musatti, con cui proprio la Asti era in analisi: “lei ha la febbre dei nervi, io la febbre del presente”, dirà il ragazzo) ma la sua storia "rivoluzionaria" con il nipote non è destinata a durare. Quando Fabrizio si renderà conto che è impossibile conciliare le idee che gli stanno a cuore con il tessuto sociale in cui vive, abbandonerà l’impegno politico e tornerà nell’alveo della “normalità", accettando di sposare la ragazza cattolica e di buona famiglia che fin dall’inizio gli era stata predestinata (“Per me l'ideologia è stata una vacanza, una villeggiatura. Credevo di vivere gli anni della rivoluzione, e invece vivevo gli anni prima della rivoluzione”). Oltre che per i contenuti (che per certi versi sembrano anticipare le inquietudini de "I pugni in tasca" di Bellocchio), il film si differenzia da Pasolini anche per lo stile, chiaramente debitore verso i maestri della nouvelle vague: debito che viene riconosciuto nella scena in cui l’amico cinefilo di Fabrizio (interpretato da Gianni Amico, co-sceneggiatore del film) afferma – dopo aver visto “La donna è donna” di Godard – che “lo stile è un fatto morale” (e che “non si può vivere senza Rossellini”). Un altro omaggio metacinematografico è dato dalla sequenza della "camera ottica", dove il mondo esterno è osservato attraverso il riflesso in uno specchio, l'unica a colori in un film per il resto in bianco e nero. Da notare che i nomi dei personaggi sono gli stessi dei protagonisti de “La certosa di Parma” di Stendhal. La colonna sonora di Ennio Morricone è integrata dal jazz di Gato Barbieri, da un paio di canzoni di Gino Paoli e, nel finale, dal Macbeth di Verdi in scena al Teatro Regio, cui Fabrizio assiste dal palco di famiglia della sua fidanzata. Nel cast, diversi attori non professionisti: Cesare, l’ideologo comunista che fa anche il maestro elementare (e che nel finale legge ai suoi alunni “Moby Dick”, simbolo di una ricerca eterna e impossibile) è interpretato dal critico cinematografico Morando Morandini; Puck, il proprietario terriero che rimpiange i tempi andati, è Cecrope Barilli, curiosamente omonimo di un pittore parmense dell'ottocento di cui Francesco Barilli, il protagonista del film, è il nipote. Ma Puck è un nome shakespeariano, e Shakespeare fa subito venire in mente un parallelo fra Fabrizio ed Enrico V...

13 gennaio 2012

Le fantasie di una tredicenne (J. Jireš, 1970)

Le fantasie di una tredicenne (Valerie a týden divů)
di Jaromil Jireš – Cecoslovacchia 1970
con Jaroslava Schallerová, Helena Anýžová
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La giovane Valerie vive con la nonna in un villaggio medievale. Nella stessa notte in cui passa dall’infanzia all’adolescenza (ovvero in cui ha le sue prime mestruazioni), riceve in sogno la visita di Orlik, un ragazzo che potrebbe essere il suo fratello da tempo perduto. La mattina dopo lo ritrova in compagnia di una creatura demoniaca e vampiresca, forse legata al passato della sua famiglia, alla quale la nonna si concede in cambio di una nuova giovinezza. Attraverso l'incontro con una serie di personaggi fiabeschi, bizzarri e inquietanti (streghe e vampiri, un gruppo di saltimbanchi, una congrega di missionari fra i quali si cela un parroco vizioso che cerca di insidiarla), Valerie va alla scoperta della sessualità, dell'amore e della morte, in un'atmosfera onirica e surreale, dominata dai temi del sangue e della crescita. Evidenti i rimandi a "Cappuccetto rosso", "Alice nel paese delle meraviglie" e "Nosferatu", in una inquietante commistione fra sogno, fiaba e horror. Ambienti e scenografie rimangono impressi anche grazie alla fotografia espressionista e alla cura nella messa in scena. Tratto dal romanzo gotico e surrealista di Vítězslav Nezval (noto anche con il titolo inglese, "Valerie and her week of wonders"), il film ha ispirato, fra gli altri, la scrittrice Angela Carter (e il film di Neil Jordan "In compagnia dei lupi", da lei sceneggiato).

24 settembre 2010

Cold fish (Sion Sono, 2010)

Cold fish (Tsumetai nettaigyo)
di Sion Sono – Giappone 2010
con Mitsuru Fukikoshi, Denden, Asuka Kurosawa
**1/2

Visto al cinema Ariosto, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Ispirato a un fatto di cronaca nera, un thriller/horror assai anomalo e non certo per tutti (è disturbante, malato, torbido, con personaggi amorali e molta violenza grafica), che parte con un'analisi del malessere di un nucleo socio-familiare per esplodere nel gore e nel grottesco. Il protagonista Shamoto gestisce un piccolo negozio di pesci tropicali con la giovane moglie Taeko e la figlia di primo letto Mitsuko, la quale odia la matrigna e manifesta la propria ribellione al genitore compiendo piccoli furti nei supermercati. L'incontro con il ricco e affabile signor Murata, proprietario di un negozio concorrente ben più grande e avviato, sembra cambiare la vita della famiglia: l'uomo, estroverso, fin troppo amichevole e anche un po' invadente, offre addirittura lavoro come commessa a Mitsuko, ben felice di abbandonare la casa del padre. Ma Shamoto scoprirà che l'ambiguo Murata è in realtà un folle assassino, che insieme alla perversa moglie Aiko ha già commesso una cinquantina di delitti e che lo renderà complice dei suoi crimini, facendolo precipitare in una spirale di sangue e tradimenti. La pellicola è un'escalation di orrori, un gelido viaggio verso l'incubo che non risparmia nessuno, fra sesso e corpi smembrati, e che potrebbe sembrare grottesco ed esagerato se non fosse per il fatto che, come detto, si ispira a un caso reale. C'è chi ci ha visto affinità con "Fargo" dei fratelli Coen. In ogni caso, a tratti è ipnotico e affascinante. Molto bravi gli attori, dal poliedrico protagonista Mitsuru Fukikoshi, che si trasforma da timido e passivo padre di famiglia (il "pesce freddo" del titolo, da dare in pasto ai coccodrilli) a violento nichilista, al "cattivo" Denden, istrionico e imprevedibile, per finire con la viziosa dark lady senza scrupoli Asuka Kurosawa, già apprezzata in "A snake in June" di Shinya Tsukamoto. A ironico commento delle "imprese" di Murata c'è il famoso tema della marcia funebre dalla prima sinfonia di Mahler (quello ispirato a "Fra Martino campanaro").

21 maggio 2010

Visitor Q (Takashi Miike, 2001)

Visitor Q (id.)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Kenichi Endo, Shungiku Uchida
***1/2

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Di film bizzarri, il prolifico Takashi Miike ne ha girati parecchi: ma questo è senza dubbio uno dei più controversi, benché tutte le trasgressioni e le perversioni mostrate sullo schermo (incesti, stupri, omicidi, violenze domestiche, necrofilia, prostituzione, tossicodipendenza) non siano provocazioni fini a sé stesse o che mirano soltanto a scandalizzare il pubblico, ma si collochino – grazie anche al filtro della farsa e dell'esagerazione – al servizio di un racconto coerente e meditato, simbolico e persino pacificatore, che mescola l'humour nero alla satira sociale. Il soggetto ricorda "Teorema" di Pier Paolo Pasolini (e non è da escludere che ci sia stato qualche tipo di ispirazione): un misterioso individuo si installa a casa di una famiglia "disturbata" e allo sbando, aiutandola – con la sua semplice presenza – a superare dolori e problemi, e riunificandola all'insegna di una nuova armonia. Certo è che la famiglia protagonista è davvero sui generis: il padre Kiyoshi, un giornalista televisivo che tempo prima era stato umiliato (e sodomizzato con un microfono!) in diretta durante un reportage, si ritrova a far sesso a pagamento con la figlia maggiore Miki, che era scappata di casa; la madre Keiko, casalinga frustrata e tossicodipendente, viene regolarmente picchiata dal figlio minore Takuya e ha il corpo ricoperto di ferite e cicatrici; Takuya, a sua volta, è tormentato da un gruppo di bulli della sua classe che lo perseguitano giorno e notte, nell'indifferenza generale degli altri membri della famiglia: anzi, il padre decide addirittura di riprendere con la sua videocamera le angherie subite dal figlio, nella folle speranza di redimersi mostrando a tutto il mondo il proprio disagio e la propria impotenza.

Dopo essere stato colpito in testa con una pietra – e per ben due volte! – da un misterioso giovane riccioluto e barbuto (l'iconografia, ed ecco un altro legame con Pasolini, rimanda a Cristo), il capofamiglia lo accoglie senza spiegazioni nella propria casa. "L'ospite", pur fungendo apparentemente solo da testimone impassibile, restituirà ai suoi abitanti l'autostima e la felicità, aiutandoli a risvegliare sentimenti che erano sopiti. Dopo una serie di sequenze sopra le righe, come lo stupro e l'uccisione di una collega da parte di Kiyoshi – che ne violenta poi anche il cadavere – e la ribellione dell'intera famiglia contro i teppisti che tormentavano Takuya (il tutto immortalato dalla videocamera digitale di Kiyoshi, la stessa che all'inizio del film aveva ripreso l'incesto fra padre e figlia), la ritrovata unità familiare si completa con il ritorno a casa di Miki. E il finale è all'insegna dell'amore, simboleggiato dal latte che fuoriesce copiosamente dalle mammelle di Keiko (Shungiku Uchida – più celebre come autrice di manga che come attrice – venne scelta da Miike perché, avendo dato di recente un figlio alla luce, era in grado di "lattare" in maniera naturale, senza effetti speciali). Lo stesso film di Miike è interamente girato in digitale: era la prima volta che il regista usava questa tecnica, imposta dalla produzione (la pellicola era stata commissionata come ultimo episodio di una serie di sei lungometraggi a basso budget sul tema dell'"amore puro", da distribuire direttamente nel circuito dell'home video) e da lui sfruttata per dare all'intera vicenda una patina di "cinema-verità" che naturalmente contrasta con i comportamenti trasgressivi e surreali dei personaggi. C'è anche chi ha visto nel film una metafora del Giappone moderno, i cui problemi (violenza domestica o scolastica, prostituzione giovanile, mancanza di autostima, difficoltà nei rapporti sociali, insensibilità e disconnessione emotiva) si rispecchiano in quelli dei protagonisti, un nucleo familiare che dunque simboleggia un'intera nazione. Che davvero, come suggerisce il film, sia necessaria una "terapia d'urto" a base di pietre sulla zucca per rimettere le cose in sesto?

27 febbraio 2010

I pugni in tasca (M. Bellocchio, 1965)

I pugni in tasca
di Marco Bellocchio – Italia 1965
con Lou Castel, Paola Pitagora
****

Rivisto in DVD, con Marisa, Ginevra, Eleonora e Marco.

In uno dei più grandi esordi del cinema italiano, Bellocchio racconta la storia della dissoluzione di una famiglia un tempo facoltosa ma ormai funestata dalla pazzia e dalla malattia. Le tare e le dipendenze ostacolano i possibili sogni di benessere e di riscatto individuali, lasciando spazio solo alla rabbia e all'autodistruzione. Il figlio maggiore Augusto, cinico e insensibile, è infatti l'unico relativamente "normale", il solo che lavora e che – nonostante la sua mediocrità – è integrato nella società. Gli altri tre fratelli vivono più o meno reclusi nella villa di famiglia, in provincia di Piacenza (il film è ambientato a Bobbio, città natale di Bellocchio, fra i colli della Val Trebbia), prigionieri di sé stessi e in compagnia della madre ormai cieca: Leone è un disabile mentale, completamente dipendente dagli altri; Giulia è infantile, irrazionalmente gelosa di Augusto (al punto da inviare lettere anonime alla sua fidanzata Lucia) e con un rapporto ai limiti dell'incestuoso con Alessandro; e quest'ultimo, il vero protagonista della pellicola, soffre di epilessia e matura propositi suicidi, decidendo poi di sopprimere uno alla volta – per calcolo o per pietà, per egoismo o per altruismo – tutti i suoi familiari. Il malessere e il disagio giovanile (il film anticipa di qualche anno il sessantotto), la tensioni malsane e autodistruttrici all'interno del nucleo familiare, il senso di inevitabile decadenza e di inutilità, le ossessioni narcisistiche e autocontemplative dei personaggi, l'incapacità di indirizzare le proprie energie in maniera costruttiva sono portate sullo schermo da Bellocchio anche per mezzo di un'ambientazione realistica e convincente, la regia ferma e controllata, la suggestiva fotografia in bianco e nero e la "disturbante" colonna sonora di Ennio Morricone, che sembra quasi scritta per un film di Dario Argento (ma nel finale, sulle immagini dell'attacco epilettico di Alessandro, scorrono le note della quasi orgiastica aria "Sempre libera degg'io" da "La Traviata"). Davvero ottime anche le prove degli attori, soprattutto quella di Lou Castel, capace di mostrare tutte le sfaccettature (rabbia, dolcezza, frustrazione, follia, consapevolezza, tristezza, violenza e rassegnazione) di un personaggio unico e indimenticabile. Fra le scene più dissacranti, quella del funerale della madre e quella in cui Alessandro e Giulia distruggono e bruciano il vecchio mobilio. È curioso come i nomi dei quattro fratelli evochino tutti grandi sovrani o imperatori: è un segno delle passate ambizioni della famiglia, che contrasta ancor di più con la sua decadenza attuale. Un film crudele ed emozionante, intimo e terribile, claustrofobico e tormentato, drammatico ma non melodrammatico: una vera pietra miliare della cinematografia degli anni sessanta.

21 ottobre 2009

Il fiume (Tsai Ming-liang, 1997)

Il fiume (He liu)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 1997
con Lee Kang-sheng, Miao Tien
**1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli.

Hsiao-kang e i suoi genitori vivono sotto lo stesso tetto, ma si parlano a malapena e conducono esistenze separate: la madre lavora fuori casa e ha un amante che traffica in video porno; il padre si preoccupa soprattutto per una costante infiltrazione d'acqua dal soffitto e nel frattempo si dedica a incontri gay clandestini negli alberghi; il figlio comincia a soffrire di un misterioso e incessante dolore al collo (forse dovuto all'immersione in un fiume inquinato, alla quale si era sottoposto per fare la comparsa – nel ruolo di un cadavere che galleggia! – in un film che viene girato a Taipei dalla regista Ann Hui) e a nulla serve l'intervento di massaggiatori e chiropratici vari. Il padre conduce infine Hsiao-kang fuori città per farlo visitare da uno spiritista: in serata, genitore e figlio avranno un rapporto omosessuale, senza riconoscersi, nel buio di una sauna. Un film alienante e disturbante, che presenta – in maniera quasi lancinante – emozioni anestetizzate e pulsioni incomunicabili. Anche se probabilmente è la pellicola di Tsai che mi è piaciuta di meno, non si può non apprezzare come sempre il suo tentativo di fare un cinema anti-hollywoodiano, con ritmi lenti e dilatati, un profondo studio dei personaggi, una grande cura nelle inquadrature, una sceneggiatura scarna ed essenziale che punta – più che sui dialoghi, quasi inesistenti – su silenzi, gesti, sguardi. Senza contare l'utilizzo di quelli che per altri registi sarebbero "tempi morti", da eliminare immediatamente, e che Tsai invece mette sempre al centro delle sue pellicole. L'ottimo Miao Tien interpretava il padre di Hsiao-kang anche nel precedente "Rebels of the neon god", del quale questo film è praticamente il sequel. Ann Hui recita nella parte di sé stessa. Curiosamente, nella prima scena del film l'attore Lee Kang-sheng viene chiamato con il suo vero nome: me ne sfugge il motivo (aggiornamento: nei commenti, Maria Franca fa notare che Hsiao-kang è il diminuitivo di Kang-sheng, confermando dunque come il personaggio sia l'alter ego dell'attore).

24 giugno 2009

Old boy (Park Chan-wook, 2003)

Old boy (Oldboy)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2003
con Choi Min-sik, Kang Hye-jeong
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Il secondo titolo della "trilogia della vendetta" di Park Chan-wook è sicuramente il più popolare dei tre film, oltre che il più acclamato dalla critica (ha vinto anche il gran premio della giuria a Cannes). Rispetto a "Mr. Vendetta", convincono di più sia la storia (tratta da un manga giapponese, del quale pare che si stia progettando un adattamento hollywoodiano... poveri noi!), sia i personaggi (soprattutto il protagonista Oh Dae-su, interpretato con grande espressività ed efficacia dall'ottimo Choi Min-sik), sia lo stile (un elegante guazzabuglio di pulp e postmoderno che non può non far pensare a Tarantino: splendida, per esempio, la scena in cui il nostro eroe avanza lungo un corridoio affrontando decine di avversari a colpi di martello, mentre la macchina da presa lo segue con una carrellata che ricorda lo scroll laterale di un videogioco). Il regista riesce a contestualizzare meglio gli eccessi, le violenze e le nefandezze che nel film precedente destavano sospetti di autocompiacimento e gratuità. L'intera operazione rimane senza dubbio furba e ammiccante, ma l'abilità visiva di Park, la costruzione narrativa della tensione e i numerosi colpi di scena rendono la visione piacevole fino alla fine, anche in assenza di un reale coinvolgimento emotivo per una vicenda in fondo irrealistica e implausibile (difetto che la accomuna a film di Fincher come "The game" o "Fight club"): il protagonista, un uomo qualunque (sia pure con mille difetti), viene rapito e tenuto prigioniero in una stanza per quindici anni. Una volta liberato, avrà cinque giorni di tempo per scoprire chi ha voluto stravolgergli la vita e perché. La sceneggiatura non si tira indietro nell'affrontare temi tabù, come la tortura o l'incesto, ma ai contenuti sconvolgenti si affianca anche un potente approccio stilistico. La scena in cui Dae-su divora un polpo vivo mi ha fatto pensare a sequenze simili viste nei primi film di un altro regista coreano, Kim Ki-duk, mentre tutto il flashback ambientato nella scuola può far sorgere paralleli con le atmosfere del magnifico manga "20th Century Boys" di Naoki Urasawa. Memorabile la frase che il protagonista ripete più volte a sé stesso: "Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo". Ho trovato particolarmente azzeccato anche l'insolito e romantico accompagnamento musicale.

14 giugno 2009

Daniel & Ana (Michel Franco, 2009)

Daniel & Ana
di Michel Franco – Messico 2009
con Dario Yazbek Bernal, Marimar Vega
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Daniel e Ana sono fratello e sorella, rampolli di una famiglia benestante: lui è un timido diciassettenne, lei sta per sposarsi con il fidanzato Rafael. Un giorno, mentre sono in macchina, vengono rapiti da alcuni sconosciuti, costretti a fare l'amore tra loro davanti a una videocamera, e poi rilasciati. Non sapranno mai cosa ne sarà del video, ma l'esperienza – di cui non fanno parola a genitori e conoscenti – sconvolgerà le loro esistenze, facendoli piombare in uno stato di silenzio, depressione e chiusura verso il mondo esterno. Ana riuscirà comunque a superare lo shock e a tornare a una vita normale, grazie all'aiuto di una psicologa, mentre Daniel si chiuderà sempre più in sé stesso e in un comportamento antisociale. Il film si basa su fatti reali: stando ai titoli di coda, pare che il fenomeno della pornografia clandestina sia abbastanza diffuso nell'America Latina. La pellicola però non affronta direttamente questo tema e preferisce soffermarsi sulle reazioni e sui problemi psicologici dei due ragazzi dopo la sconvolgente esperienza, limitandosi a mostrare tutto da fuori e da lontano, con una certa freddezza di stile, senza indagare in profondità pensieri e sensazioni e senza mai entrare nella mente dei personaggi.

11 luglio 2007

Sitcom (François Ozon, 1998)

Sitcom – La famiglia è simpatica (Sitcom)
di François Ozon – Francia 1998
con Évelyne Dandry, François Marthouret
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Lungometraggio d'esordio di Ozon, uno dei giovani registi europei più dotati e interessanti: e ci sono già tutti i suoi marchi di fabbrica, dai toni grotteschi alla grande attenzione alle scenografie, dall'impostazione teatrale al ritratto caricaturale della borghesia, dall'omosessualità (latente o dichiarata) dei personaggi alla rottura dei più svariati tabù sociali. La storia, che qua e là ricorda la follia e la cattiveria di autori quali Takashi Miike e Michael Haneke, si svolge quasi interamente nella villa di una famiglia solo apparentemente normale: se il padre sembra disinteressarsi di tutto quel che accade attorno a lui, la madre è invece preoccupatissima perché il figlio ha confessato di essere gay e cerca di "redimerlo" anche attraverso l'incesto; la figlia, che si sente trascurata, tenta prima il suicidio e si dedica poi a pratiche sadomasochistiche; a questi si aggiunge il fidanzato della figlia, da lei vessato in ogni modo; una cameriera spagnola che si prende sempre più libertà; il marito di colore di quest'ultima, insegnante di ginnastica a sua volta omosessuale; e soprattutto un inquietante topolino bianco da laboratorio, vero collante di una vicenda che nel finale assume toni da film horror degli anni cinquanta. La conclusione mi ha lasciato un po' perplesso, ma durante la visione del film mi sono divertito.