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3 giugno 2022

In ordine di sparizione (H.P. Moland, 2014)

In ordine di sparizione (Kraftidioten)
di Hans Petter Moland – Norvegia/Svezia 2014
con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Quando una banda di trafficanti di droga gli uccide il figlio, il tranquillo Nils Dickman (Stellan Skarsgård), autista di spazzaneve e abitante di una cittadina isolata nel nord della Norvegia, decide di sgominare da solo l'intera banda. La trama non è dissimile da quelle di tanti revenge movie: a fare la differenza sono l'ambientazione innevata e i toni quasi astratti e assurdisti, conditi da un sottilissimo black humour, che ricordano di volta in volta il Kitano di "Outrage", le commedie criminali di Guy Ritchie, e persino il Jarmusch di "Ghost dog" e il McDonagh di "In Bruges". Un nutrito gruppo di "cattivi" dotati di personalità – dal capo della banda, il "Conte" (Pål Sverre Hagen), ai suoi vari sottoposti, ai membri della banda rivale serba, guidata dal vecchio "Papa" (Bruno Ganz) – è vittima della vendetta lenta, fredda e metodica del protagonista: ogni morte è accompagnata, a mo' di necrologio, dal nome del deceduto sullo schermo nero, il che giustifica il titolo italiano. Tyos, la cittadina dove si svolge la storia, è immaginaria. Nel 2019 lo stesso regista ne ha diretto il remake americano, "Un uomo tranquillo", con protagonista Liam Neeson.

28 gennaio 2022

Il tabaccaio di Vienna (N. Leytner, 2018)

Il tabaccaio di Vienna (Der Trafikant)
di Nikolaus Leytner – Austria/Germania 2018
con Simon Morzé, Bruno Ganz
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Franz (Morzé) lascia la madre (Regina Fritsch) e il suo villaggio natale fra le montagne del Salzkammergut per trasferirsi a Vienna e lavorare come apprendista nella tabaccheria di Otto Trsnjek (Johannes Krisch), amico di famiglia. Qui il ragazzo vive le prime esperienze romantiche, innamorandosi della bella e problematica boema Anežka (Emma Drogunova), ma soprattutto assiste all'avvento del nazismo (siamo negli anni Trenta), che si impadronisce del paese. E nel frattempo stringe amicizia con uno dei clienti della tabaccheria, nientemeno che il professor Sigmund Freud (Bruno Ganz), fondatore della psicoanalisi. Un film su cui non si possono che dare giudizi ambivalenti: da un lato l'ambientazione storica è interessante (il cambio di clima politico risalta in piccoli e grandi mutamenti: in un cabaret dove una volta si prendeva in giro Hitler, per esempio, in seguito si fanno battute sugli ebrei), la narrazione intreccia diversi fili (il tema della crescita e della conoscenza del mondo, ingiustizie e violenze comprese; quello dell'educazione sentimentale, con tanto di cocenti delusioni; quello dell'amicizia con un mentore o "consigliere" come Freud) e il finale è realistico e per nulla conciliante. Dall'altro la confezione lascia a desiderare: la fotografia è eccessivamente patinata, la regia anonima, le caratterizzazioni monotematiche, i dialoghi superficiali, il ritmo senza brio. Né il personaggio di Freud né la psicoanalisi hanno davvero importanza nella vicenda (Franz comincia a trascrivere i suoi sogni, quasi tutti ambientati presso il lago della sua infanzia, appendendo poi i fogli alla vetrina del suo negozio, ma da questo spunto non viene poi fuori nulla di interessante), e sembrano in fondo abbastanza superflui. Per Ganz è stato il penultimo ruolo: l'ultimo sarà ne "La vita nascosta" di Malick, film ambientato curiosamente nello stesso periodo e contesto storico.

23 dicembre 2020

The party (Sally Potter, 2017)

The party (id.)
di Sally Potter – GB 2017
con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall
***

Visto in TV.

Per festeggiare la propria nomina a ministro ombra della salute per il partito di opposizione, Janet (Kristin Scott Thomas) invita a cena in casa propria un gruppo ristretto di conoscenti: l'amica cinica e disillusa April (Patricia Clarkson) con il marito tedesco Gottfried (Bruno Ganz), "life coach" e filosofo new age; l'attivista lesbica e femminista Martha (Cherry Jones) con la sua giovane compagna Jinny (Emily Mortimer); e la collega di partito Marianne con suo marito, il banchiere Tom (Cillian Murphy). Ma nell'attesa che Marianne (che è in ritardo) si presenti, una serie di annunci e confessioni da parte degli altri ospiti cambia repentinamente il tono della serata: dall'imminente separazione fra April e Gottfried, all'attesa di tre gemelli (grazie alla fecondazione artificiale) da parte di Martha e Jinny. Infine prende la parola Bill (Timothy Spall), il marito di Janet, colui che l'ha sempre sostenuta, che rivela di avere una grave malattia e di voler trascorrere i suoi ultimi giorni non con lei, ma con la sua amante, ovvero Marianne... Di impianto teatrale, ambientato tutto fra quattro mura e con soli sette (ottimi) attori, il film è una cinica black comedy sulle relazioni interpersonali fra un gruppo di persone, esponenti di un'elite intellettuale, che si scoprono preda di quelle passioni e quei difetti ai cui credevano di essere immuni. E così rapporti pluridecennali di amore, di amicizia, di fiducia e di rispetto si svelano fragili o si frantumano nel giro di una serata, così come valori e convinzioni politiche, sociali o religiose vengono messi alla prova in maniera crudele (non senza un po' di compiacimento da parte di una regista che si diverte ad esporre alla berlina la presunta superiorità morale di certi personaggi). Siamo dalle parti, per intenderci, del "Carnage" di Roman Polanski, verso il quale ci sono affinità stilistiche e tematiche. Curiosa ma efficace la breve durata (solo 70 minuti), che consente di mantenere i giusti tempi fino all'improvviso colpo di scena finale, nonché la scelta di uscire al cinema in bianco e nero (ma in tv passa anche una versione a colori). Il titolo (che in inglese ha un doppio senso: può significare "la festa" ma anche "il partito") è identico a quello originale di "Hollywood Party" di Blake Edwards.

7 marzo 2019

La casa di Jack (Lars von Trier, 2018)

La casa di Jack (The house that Jack built)
di Lars von Trier – Danimarca/Sve/Fra/Ger 2018
con Matt Dillon, Bruno Ganz
***1/2

Visto al cinema Eliseo.

Jack (Matt Dillon), psicopatico con un'ossessione compulsiva per la pulizia, è un serial killer con velleità artistiche (scatta fotografie delle sue vittime, ne conserva i corpi come trofei di caccia, cerca di compiere omicidi sempre più significativi e complessi). Attraverso il racconto di cinque "incidenti", discute delle proprie imprese – effettuate nello stato di Washington nell'arco di dodici anni – con un misterioso interlocutore, di cui a lungo udiamo soltanto la voce: dapprima pensiamo che possa trattarsi di un confessore, o di uno psicanalista (un po' come nel precedente lavoro di Lars von Trier, "Nymphomaniac", anche se la dipendenza qui passa da eros a thanatos), ma infine scopriremo che si tratta del Virgilio della "Divina Commedia" (Bruno Ganz, in una delle sue ultime apparizioni sullo schermo). E infatti, nell'epilogo ("catabasi"), la pellicola – ricchissima di spunti e cui già non mancavano senso dell'ironia e grottesco, nonostante il tema violento e le tante immagini cruente, alcune delle quali eliminate nella versione doppiata che è uscita nelle sale – diventa ancora più kitsch e surreale, mostrandoci una vera e propria discesa agli inferi (con il protagonista avvolto in una cappa rossa decisamente dantesca) che si conclude sui titoli di coda (fotografati in negativo) con la canzone "Hit the road Jack" di Ray Charles. Come detto, siamo di fronte al film gemello di "Nymphomaniac", apparentemente nichilista e perverso come quello, o forse anche di più. Lì, la confessione psicanalitica della protagonista (a partire da ricordi ed episodi legati alla propria infanzia) girava attorno alle sue molteplici esperienze legate al sesso; qui, invece, queste riguardano l'arte dell'uccidere. "Arte", perché il protagonista si vede come un vero e proprio artista dell'omicidio, alla continua esplorazione di nuovi modi e nuove "correnti" con cui compiere le proprie imprese. Se da un episodio all'altro cambiano le vittime (anche se la maggior parte di quelle che ci vengono mostrate sono donne), le modalità, la personalità del killer, le motivazioni, il contesto e il livello di audacia, ci sono naturalmente anche fili conduttori nel modus operandi, come il furgone rosso che utilizza ogni volta, incurante di lasciare tracce o indizi: anzi, quasi come se il brivido di farsi scoprire facesse parte del gioco, vediamo che Jack si fa via via più imprudente, correndo rischi inutili e contando spesso sulla stupidità dei poliziotti, dei testimoni o delle sue stesse vittime. In fondo non gli importa molto di essere preso, così come è indifferente alla morale, alla società e a quasi tutto quello che riguarda il mondo esterno, intrappolato invece in una continua ricerca dentro sé stesso, le proprie pulsioni e i tormenti interiori (di cui cerca di analizzare i meccanismi: esemplare il cartone animato che mostra una camminata sotto una serie di lampioni, le cui ombre spiegano l'alternanza fra la soddisfazione del desiderio di uccidere e il suo ripresentarsi periodicamente).

Come in "Nymphomaniac", il dialogo fra chi racconta e chi ne riceve la confessione è accompagnato da innumerevoli divagazioni e aneddoti sugli argomenti più disparati, anche se spesso legati al tema della morte e del decadimento: la falciatura dell'erba, il marcire dell'uva, la natura violenta della tigre, la "luce nera". Non mancano inoltre citazioni di vario genere: frasi di canzoni o di poemi ("Vuoi che ti mostri la strada per il prossimo whisky bar?" proviene da Bertolt Brecht), video musicali (Jack con i cartelli nel vicolo fa il verso al Bob Dylan di "Subterranean Homesick Blues"), dipinti e opere d'arte ("La barca di Dante" di Delacroix, ricostruita con stile iperrealista), personaggi eccentrici (i filmati di Glenn Gould che suona il piano), e naturalmente film (con l'autocitazione, da parte di LVT, della propria intera filmografia, di cui compaiono in rapida successione alcuni spezzoni). E in particolare l'allegoria dantesca permea tutta la pellicola (il film inizia in una foresta, dove Jack compie il suo primo omicidio, che potrebbe essere proprio la "selva oscura" di Dante). Lo stesso titolo originale, "La casa che Jack costruì", è un verso di una canzone/filastrocca per bambini assai popolare nel mondo anglosassone (analoga alla nostra "Alla fiera dell'est"), che von Trier aveva già citato in uno dei suoi primi lavori ("L'elemento del crimine", di cui questo potrebbe essere in fondo un aggiornamento). Qui è giustificato dal fatto che il protagonista, ingegnere che si autodefinisce architetto, progetta di costruirsi una casa ma finisce sempre per buttarla giù e per ricominciarla da capo, alla continua ricerca del giusto "materiale". Certo, è facile pensare che il nome Jack sia anche ispirato a quello di uno dei serial killer più celebri della storia, Jack lo squartatore, che come il personaggio interpretato da Dillon scriveva lettere ai giornali firmate con uno pseudonimo (in questo caso "Mr. Sophistication", nome che viene da "L'assassinio di un allibratore cinese" di Cassavetes) e si accaniva sulle donne (a Jack the Ripper sono attribuiti cinque vittime accertate, proprio come i cinque "incidenti" raccontati nel film: e la scena in cui asporta il seno di una donna sembra un rimando evidente). Alcune sequenze sono forti e brutali, permeate da una violenza realistica e difficile da sostenere, se non si sapesse che quelle di LVT sono come al solito provocazioni e l'andare sopra le righe è un effetto voluto (c'è chi ha parlato di "pulp", evocando forse Tarantino: io, come mi capita spesso, ci vedo anche qualcosa di Greenaway, altro regista ossessionato dalla morte). Per questo motivo è sbagliato fermarsi alla superficie delle immagini, e bollare questo film (o tutto il cinema del regista danese) come perverso, misogino, inutilmente violento: attraverso i suoi personaggi lui scava dentro di sé e dentro di noi, analizzando le pulsioni degli esseri umani (di cui il sesso e la violenza, ma anche la dipendenza e il narcisismo, sono elementi fondamentali). E spesso, come quando parla della "bellezza del decadimento", porta alla luce cose che pochi dicono o vogliono sentirsi dire. La prima vittima è interpretata da Uma Thurman, il cast comprende anche Riley Keough e Jeremy Davies. Curiosità: inizialmente LVT aveva pensato di realizzare il film sotto forma di serie televisiva.

18 febbraio 2019

Pane e tulipani (Silvio Soldini, 2000)

Pane e tulipani
di Silvio Soldini – Italia 2000
con Licia Maglietta, Bruno Ganz
***

Rivisto in DVD, per ricordare Bruno Ganz.

La casalinga pescarese Rosalba (Licia Maglietta) viene dimenticata dal pullman (e dalla famiglia, il marito e due figli adolescenti) all'Autogrill durante una gita turistica a Paestum. Ne approfitta per seguire per una volta l'impulso del momento, facendo l'autostop fino a Venezia, città dove non è mai stata, intenzionata a trascorrervi qualche giorno da sola. Qui incontrerà una serie di personaggi eccentrici, a cominciare da Fernando (Bruno Ganz), attempato cameriere di origini islandesi, dai modi gentili e dal linguaggio forbito (ha imparato a memoria l'"Orlando Furioso"), e imparerà a essere sé stessa. Il miglior film di Soldini, un gioiellino che quasi non sembra neanche un film italiano (ricorda semmai l'umorismo finlandese alla Kaurismäki o un certo surrealismo giapponese alla Murakami). Sotto l'aspetto di commedia leggera e simpatica, da cui è facile lasciarsi catturare, mette al centro della scena un personaggio di mezza età che trova un'opportunità di "rifiorire" quando ormai non ci pensava più (come i tulipani che infatti perderanno i petali quando lei partirà). La Maglietta è perfetta nel ruolo della casalinga "media" (un po' goffa, insicura, incompresa e non apprezzata da familiari che la trascurano: e infatti la dimenticano in autostrada), in cerca di una pausa e di qualche giorno di indipendenza, che riesce a reinventarsi e a riscoprire il proprio lato bohémienne in un contesto diverso e romantico (la Venezia dei canali e degli scorci non turistici), fra negozietti di fiori, vecchie canzoni e fisarmoniche. Non è da meno Ganz, con la sua recitazione attenuata, nel dare vita a una figura con un passato tragico (all'inizio Rosalba, senza saperlo, lo salva dalle incombenti idee di suicidio) e con un fascino particolare. Ma in generale tutti i personaggi, anche quelli minori – dalla vicina di casa Grazia Reginella (Marina Massironi), "massaggiatrice olistica", al vecchio e burbero anarchico Fermo (Felice Andreasi), proprietario del negozio di fiori dove Rosalba trova lavoro; dal grossolano marito Mimmo (Antonio Catania), all'idraulico (Giuseppe Battiston) che questi assume come investigatore per rintracciare la moglie – pur sfiorando spesso la macchietta, sono originali e vivi, entrano nella storia quasi casualmente (per poi rimanerci) e sono immersi in un'atmosfera romantica e realistica al tempo stesso, fra la favola (con Rosalba nei panni di Cenerentola: a un certo punto perde persino la scarpetta) e la ricostruzione di un Nord-Est d'altri tempi o forse fuori dal tempo, una strana commistione fra un passato ricco di fascino e di cultura e un presente kitsch o in decadenza. Molte i momenti divertenti (il bambino con il cartello "Cercasi nuovi genitori") o surreali (i "sogni lucidi" della protagonista) e le frasi cult ("Mi duole contraddirla, signora, ma i cinesi sono i piu grandi ristoratori del mondo", "Venezia è una città con grossissimi problemi idraulici"). Tatiana Lepore è Adele, la madre del piccolo Eliseo. Il cantante nella balera dove Rosalba e Fernando vanno a ballare è Don Backy (che canta "Frasi d'amore").

27 febbraio 2016

Remember (Atom Egoyan, 2015)

Remember (id.)
di Atom Egoyan – Canada/Germania 2015
con Christopher Plummer, Martin Landau
***

Visto al cinema Apollo.

Dopo la morte della moglie Ruth, il quasi novantenne ebreo Zev Guttman (un Plummer fenomenale) fugge dalla casa di riposo per andare alla ricerca del comandante nazista che aveva sterminato tutta la sua famiglia ad Auschwitz e che si è rifugiato in Nord America sotto il falso nome di Rudi Gurlander. Il problema è che in giro ci sono quattro Gurlander, e Zev – che fra le altre cose soffre di demenza senile, dimenticando spesso i dettagli della propria missione – dovrà rintracciarli uno dopo l'altro se vorrà ucciderlo e vendicarsi. Dopo diverso tempo Egoyan torna ai livelli dei suoi film migliori ("Exotica", "Il dolce domani", "Il viaggio di Felicia") con una pellicola che – tenendo fede al suo titolo – intreccia mirabilmente i vari temi della "memoria": quella degli eventi storici dell'Olocausto, che rischiano di essere dimenticati man mano che i protagonisti e i sopravvissuti invecchiano e muoiono ("Siamo gli ultimi a poter riconoscere il volto di quell'uomo", spiega a Zev l'amico Max Rosenbaum (Martin Landau), il suo compagno di ospizio che ha rintracciato Gurlander e gli ha fornito tutte le informazioni per raggiungerlo); ma anche quella, più semplicemente, dei ricordi del proprio passato, destinata a degradarsi con la vecchiaia. E infatti Zev, a ogni risveglio, ripiomba in un'epoca in cui la moglie era ancora viva e fa fatica a ricordarsi dove si trova o cosa sta facendo: dovrà annotarsi le informazioni più importanti sulla propria pelle (come in "Memento": ma qui, significativamente, sul braccio ha anche un'altra "annotazione" che gli ricorda il suo passato, ovvero il numero del campo di concentramento) e rileggere in continuazione la preziosa lettera di Max con le istruzioni per la sua missione. Il gioco della memoria e dei ricordi che svaniscono, fra l'altro, non è fine a sé stesso, visto che costituisce un elemento essenziale della trama e giustifica il colpo di scena finale. Grande cast di attori anziani, che oltre a Plummer e Landau comprende anche Bruno Ganz e Jürgen Prochnow (due degli uomini oggetto della "caccia" di Zev). Durante il suo viaggio, il protagonista incontrerà quattro diversi aspetti del nazismo: il soldato inconsapevole, il prigioniero "diverso" (che ci ricorda come gli ebrei non furono le uniche vittime dell'Olocausto: un tema che naturalmente sta molto a cuore a Egoyan, che è di origine armena), il fanatico entusiasta (che non ha partecipato davvero allo sterminio; e proprio questa sua mancanza fa sì che, non rendendosi pienamente conto dell'orrore, possa continuare a professare la propria ideologia) e, infine, l'autentico nazista che si è ricostruito una vita e una famiglia in America, tenendo questa all'oscuro del proprio passato. Il viaggio a tappe di Zev è scandito da incontri con persone di tutte le età, di cui significativi sono quelli con i bambini, che rappresentano l'innocenza della "non conoscenza" (come quando la bimba domanda chi siano i nazisti, e Zev le risponde semplicemente che sono "persone cattive"). Interessante anche il rapporto di Zev con la musica (Moszkowski, Mendelssohn e Wagner: i primi due ebrei, il terzo il musicista più associato – suo malgrado – al nazismo), mentre al tema della memoria e della sua cancellazione (volontaria o meno) si sovrappone quello del delicato equilibrio (non sempre contrapposizione!) fra verità e menzogna ("False verità" era il titolo di un altro film di Egoyan). Henry Czerny è il figlio di Zev, Dean Norris il poliziotto neo-nazista.

17 gennaio 2014

The counselor (Ridley Scott, 2013)

The counselor - Il procuratore (The counselor)
di Ridley Scott – USA 2013
con Michael Fassbender, Cameron Diaz
*

Visto al cinema Orfeo.

Un brillante avvocato, con diverse conoscenze e amicizie nel mondo della malavita, decide di prendere parte in prima persona al traffico illegale di droga fra il Messico e gli Stati Uniti. Ma qualcosa andrà storto, e il suo mondo finirà in frantumi. Crudele parabola sull'avidità, scritta da Cormac McCarthy (è la sua prima sceneggiatura originale per il cinema), che si dipana in maniera confusa e banale, dando vita a un thriller sgradevole e dispersivo, quando non freddo e arido come il diamante che l'avvocato acquista per la sua compagna in una delle scene iniziali. E questo nonostante il ricco cast hollywoodiano e internazionale: fra i protagonisti, oltre a Michael Fassbender (il nome del cui personaggio non viene mai citato durante il film e tutti lo chiamano solo "avvocato"; curiosamente, invece, la parola "procuratore" del fuorviante titolo italiano non viene mai pronunciata), figurano Brad Pitt (il losco intermediario fra l'avvocato e il "cartello" messicano), Javier Bardem (l'amico imprenditore/trafficante, che gestisce diversi locali nel Texas), Penélope Cruz (la moglie dell'avvocato, vittima innocente degli eventi) e Cameron Diaz (la compagna di Bardem, misteriosa, provocante e manipolatrice, con una passione per i leopardi come animali da compagnia); fra i comprimari si riconoscono Bruno Ganz (il venditore di diamanti) e Natalie Dormer (la bionda che adesca Pitt). Ridley Scott dirige piuttosto svogliatamente: in effetti è subito chiaro che non si tratta di un film del regista, ma dello sceneggiatore. Peccato che proprio i dialoghi risultino alquanto goffi (soprattutto quando si parla di sesso), che i personaggi siano elusivi, mal scritti o debolmente caratterizzati, che l'intreccio manchi di un vero focus (numerose le sequenze o i dialoghi completamente fini a sé stessi e slegati dal contesto), che le divagazioni "filosofiche" sulla colpa e le conseguenze lascino il tempo che trovino, che abbondino turpi stereotipi sulla criminalità in Messico. E la struttura corale "decostruita" è quella tipica di tanto brutto cinema americano post-tarantiniano, non risollevata nemmeno dalla scelta di mostrare alcune morti efferate sullo schermo.

14 febbraio 2013

La caduta (Oliver Hirschbiegel, 2004)

La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler (Der Untergang)
di Oliver Hirschbiegel – Germania 2004
con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara
***

Visto in divx, con Sabrina.

Gli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino, sotto le cannonate dell’esercito russo che si apprestava a prendere la città, prima del suo suicidio (insieme a Eva Braun) e della fine della guerra. La pellicola, sceneggiata da Bernd Eichinger, si ispira ai libri di storici quali Joachim Fest, nonché alle memorie e alle testimonianze di personaggi che furono testimoni di quegli eventi, come la segretaria personale di Hitler, Traudl Junge (di cui sono mostrati, in apertura e chiusura di film, alcuni spezzoni di un'intervista), e "l'architetto del nazismo" Albert Speer. Per quasi tutto il suo svolgimento il film – cupo e rigoroso nella sua messa in scena, ma capace di coinvolgere e di suscitare profonde emozioni a 360 gradi – non perde di vista l'oggetto di cui intende parlare, a parte il breve controfinale in cui, dopo la morte del Führer, assistiamo alla caduta di Berlino e al destino finale dei personaggi sopravvissuti (una coda forse eccessivamente lunga). Ottime le interpretazioni: a svettare è naturalmente quella superlativa di Bruno Ganz, che si cala in maniera perfetta nei panni di Hitler come forse non aveva fatto mai nessun attore prima di lui. La sua recitazione è da apprezzare soprattutto in lingua originale, vista la cura con cui l'attore (di padre svizzero e di madre italiana) riesce a riprodurre persino l'accento austriaco del Führer. Notevole, comunque, anche l'immedesimazione fisica, per esempio dal punto di vista della mimica o del modo in cui riproduce il tremore della mano (Hitler era stato ferito durante un tentativo di attentato). Non che il ritratto degli altri personaggi risulti meno intenso: dalla Eva Braun che organizza balli e divertimenti anche nel bunker, come in un Titanic che sta affondando, ma che pure rimane a fianco del suo uomo fino a seguirlo nella morte; al fanatismo ferreo e ottuso di Joseph Goebbels; dal terribile atto della moglie di Goebbels, Magda (un'eccezionale Corinna Harfouch), che avvelena i propri figli prima che il bunker cada (in una scena dal fortissimo impatto emotivo); al generale Weidling, che ha il disperato compito di gestire l'ultima resistenza tedesca di fronte all'attacco dei russi; dal colonnello medico Schenk, che si dà da fare per alleviare le sofferenze dei soldati e dei tanti civili durante l'assedio; al piccolo Peter, il bambino che impara a sue spese quanto dolore possa portare la guerra e che alla fine stringe un improvvisato sodalizio con la segretaria Traudl Junge, attraverso i cui occhi osserviamo gran parte degli eventi. Curatissimo nella ricostruzione storica, nelle scenografie e nei dettagli (sia pure romanzati), il film ha infranto diversi tabù in Germania (è stato per esempio uno dei primi a far interpretare Hitler da un attore di lingua tedesca, senza usare immagini di repertorio) e ha suscitato numerose polemiche per aver voluto mostrare Hitler come un essere umano e non solo come un mostro, rivelandone le debolezze e anche i momenti di gentilezza, sia pure all'interno di una personalità disturbata e schizofrenica che passa continuamente da istanti di calma edi rassegnazione ad altri di ira o di veemente desiderio di riscatto, a volte priva di contatto con la realtà (come quando continua ad autoconvincersi che la guerra possa ancora essere vinta). In certi momenti il Führer suscita addirittura compassione. In fondo, nulla sarebbe più sbagliato del pensare che il male del nazismo sia stato qualcosa di estraneo all'animo umano: fingendo che Hitler non fosse un uomo come gli altri, si troverebbe una facile scusa, un "diavolo" sul quale scaricare ogni colpa. Più che la sconfitta di un singolo "mostro", il film vuole invece raccontare la sconfitta di un popolo, se non addirittura dell'intera umanità. Una curiosità: successivamente alla sua uscita, la popolarità della pellicola è cresciuta ulteriormente anche grazie al fatto che su internet circolano numerose parodie di diverse scene (in particolare di quella in cui Hitler fa una sfuriata contro i suoi generali, prima di ammettere finalmente che "la guerra è persa") con sottotitoli che ne alterano i dialoghi e fanno riferimenti a eventi dei giorni nostri, nei campi della politica, dello sport o dell'intrattenimento.

3 settembre 2009

The reader (Stephen Daldry, 2008)

The reader - A voce alta (The reader)
di Stephen Daldry – USA/Germania 2008
con Kate Winslet, Ralph Fiennes
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Germania, anni '50: il quindicenne Michael si innamora di Hanna, una donna dal passato misterioso che gli fa scoprire il sesso e gli chiede ogni sera di leggerle un libro a voce alta. Ma la relazione dura una sola estate, dopo la quale la donna scompare all'improvviso. Qualche anno dopo, Michael – ora studente in legge – scoprirà che durante la guerra Hanna era stata una sorvegliante delle SS nei campi di concentramento e sarà costretto ad assistere al suo processo. Un film interessante e con molti pregi: la regia è buona, le interpretazioni ottime (la Winslet continua a confermarsi una delle migliori attrici in circolazione, ma anche Fiennes e il giovane David Kross – che interpreta Michael da giovane – sono all'altezza, e vedere Bruno Ganz in una piccola parte, quella del professore di legge, fa sempre piacere) e soprattutto la sceneggiatura affronta ben tre temi “di peso”, vale a dire la relazione fra un minorenne e una donna adulta (che condiziona in negativo tutta la vita sentimentale di Michael), la questione della colpa e della responsabilità dei cittadini tedeschi coinvolti nelle atrocità del nazismo (memorabile il momento in cui Hanna, processata, domanda al giudice "Lei cosa avrebbe fatto?", ma anche quello in cui gli studenti accusano il professore, simbolo della generazione precedente, di non aver fatto nulla per fermare l'orrore) e infine il problema dell'analfabetismo e l'importanza della lettura: Hanna, come si scoprirà a un certo punto, non sa né leggere né scrivere, ed è per questo motivo che aveva lasciato un lavoro tranquillo per accettare il posto di sorvegliante; dopo la sua condanna, Michael continuerà a inviarle per anni in carcere delle cassette dove ha inciso i capolavori della letteratura (degli audiolibri ante litteram!), che lei imparerà quasi a memoria (un richiamo a "Fahrenheit 451"?) e utilizzerà per imparare, faticosamente, a scrivere. Ma proprio lo spunto dell'analfabetismo, elemento centrale nello sviluppo narrativo del film, mina in realtà la credibilità di fondo di tutta la vicenda: sembra davvero esagerato, per non dire assurdo, che Hanna si lasci condannare all'ergastolo pur di non ammettere in pubblico di essere illetterata (e, prima ancora, che cambi più volte vita, lavoro e città per lo stesso motivo, senza mai tentare di imparare a leggere e scrivere a un livello almeno elementare, visto anche l'amore che in ogni caso nutriva per la letteratura). E la pellicola non lascia nemmeno il dubbio che a spingerla a comportarsi così siano i rimorsi o i sensi di colpa per i crimini cui aveva preso parte (sensi di colpa che comunque prova, nonostante lo neghi manifestando un'ottusa indifferenza: lo dimostra la scena in cui piange in chiesa). Un'altra cosa che non mi è piaciuta è il fatto che, nonostante la storia si svolga in Germania, tutti i testi e le pagine scritte che si vedono sono in inglese. Sbavature che lasciano qualche perplessità su un film bello ma che potenzialmente avrebbe potuto essere migliore.
Nota: con questo film la Winslet ha vinto l'Oscar come miglior attrice. Giusto così, anche se forse avrebbe meritato di più per la sua performance in "Revolutionary Road".

13 gennaio 2009

La marchesa von... (Éric Rohmer, 1976)

La marchesa von... (Die Marquise von O...)
di Éric Rohmer – Francia/Germania 1976
con Edith Clever, Bruno Ganz
***1/2

Visto in DVD.

Il primo film di Rohmer di ambientazione storica, vincitore del premio della giuria al festival di Cannes, è un affascinante ritratto della condizione femminile nel passato, tra violenza e amore, psicologia e pragmatismo, tratto da una novella del 1808 di Heinrich von Kleist. La vicenda si svolge alla fine del diciottesimo secolo, nel pieno delle guerre napoleoniche, in una città dell'Italia settentrionale assaltata dalle truppe russe. La figlia del comandante della cittadella, aggredita da alcuni soldati ma salvata proprio da un ufficiale dell'esercito invasore (interpretato dall'ottimo Bruno Ganz), scopre di essere misteriosamente rimasta incinta. Nessuno crederà alla sua innocenza, nemmeno la sua stessa famiglia, e così sarà costretta a pubblicare un annuncio nel quale chiede pubblicamente al "colpevole" di venire allo scoperto. Il folgorante stile puro e rigoroso dei precedenti "racconti morali" di Rohmer viene magistralmente trasposto nel passato, grazie a scenografie, dialoghi e attori che concorrono tutti insieme alla riuscita di un film neoclassico, teatrale, pittorico e letterario prima ancora che cinematografico (non a caso è una delle pellicole preferite, per sua stessa dichiarazione, da Peter Greenaway). Notevoli per esempio le citazioni di quadri, come "L'incubo" di Johann Heinrich Füssli nella scena del risveglio di Giulietta. La storia della marchesa e della sua gravidanza inconsapevole, "come la vergine Maria", diventa il pretesto per sferrare una forte critica ai valori della società borghese, al trionfo delle apparenze e all'ipocrisia del moralismo. Buono il cast, che comprende anche Peter Lühr (il padre), Edda Seippel (la madre) e Otto Sander (il fratello: quest'ultimo avrebbe poi recitato con Bruno Ganz anche ne "Il cielo sopra Berlino"), tutti di estrazione teatrale. Il film venne girato in tedesco, ma sul DVD della Bim ci sono solo le versioni doppiate in italiano e in francese. A quanto pare, anche la pellicola di Pappi Corsicato "Il seme della discordia" è ispirata alla stessa fonte letteraria.

12 novembre 2007

Un'altra giovinezza (F. F. Coppola, 2007)

Un'altra giovinezza (Youth without youth)
di Francis Ford Coppola – USA/Romania/Italia 2007
con Tim Roth, Bruno Ganz
**1/2

Visto al cinema Apollo.

Dopo dieci anni di inattività (se si eccettua la parentesi di "Supernova"), Coppola torna al cinema con un film assurdo e complesso, affascinante e diseguale, con echi di Lynch e di Greenaway, che mi è piaciuto abbastanza anche se non sempre ne ho colto il senso ultimo e intimo. Tratto da un racconto di Mircea Eliade, celebre storico delle religioni, narra di uno studioso orientalista rumeno che a 70 anni, quando è ormai sull'orlo del suicidio, viene colpito da un fulmine che incredibilmente lo rigenera e lo ringiovanisce, gli dona poteri paranormali e un'ampliamento della memoria e della conoscenza, oltre a sviluppare la nascita di un suo "doppio". Siamo nel 1938, e anche gli scienziati nazisti si interessano a lui. Ma dopo che si è rifugiato nella neutrale Svizzera, la sua vicenda prosegue negli anni '60 quando conosce una ragazza che a sua volta ha subito un'esperienza simile, regredendo sempre più indietro nel tempo e vivendo tutta una serie di incarnazioni precedenti. L'incontro fra i due, tra un viaggio in India e uno a Malta, potrebbe consentire allo studioso di svelare le origini del linguaggio, la nascita della coscienza umana e l'inizio della storia. Nel mediocre "Jack", Coppola aveva presentato un personaggio giovane che invecchiava precocemente. Qui fa il contrario, realizzando con tecnica, calore e passione un film sul tema del tempo, della morte e della rinascita quasi unico nel suo genere, che vive di suggestioni mistiche e metaforiche e che potrebbe degnamente rappresentare il suo testamento artistico. Belli i titoli di testa, "vecchio stile", che elencano attori e staff prima dell'inizio del film e non dopo la conclusione.

19 febbraio 2007

Il cielo sopra Berlino (W. Wenders, 1987)

Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin)
di Wim Wenders – Germania 1987
con Bruno Ganz, Otto Sander
***1/2

Visto in DVD, con Martin.

Con questo celebre film si può dire che cominci una seconda fase della carriera di Wim Wenders. La prima, culminata con "Paris, Texas", era più "concreta" e calata nel mondo reale (si pensi al finale di "Lo stato delle cose"), nonché caratterizzata dal tema del viaggio, dell'eterna ricerca, del passato. Da questa pellicola in poi, invece, i suoi film si fanno decisamente più eterei, filosofici e – in un certo senso –astratti e "tecnologici", per certi versi quasi new age. Non a tutti il cambiamento è piaciuto: se il pubblico che accorre a vedere i suoi film è aumentato, il buon Wim ha probabilmente perso il favore di parte di quella critica che lo aveva incensato negli anni settanta.
Il film è completamente ambientato in una Berlino della quale Wenders non esista a mostrare i lati più squallidi (le periferie, le zone adiacenti al Muro, una Potsdamerplatz che prima della seconda guerra mondiale era una delle piazze più belle d'Europa ma che nel 1987 era ridotta in rovina). Proprio la città è la vera protagonista delle vicende, assieme a Damien (Ganz) e Cassiel (Sander), due dei numerosi angeli che si aggirano invisibili per i cieli e le strade di Berlino, appoggiando di quando in quando la mano sulla spalla delle persone per confortarle o semplicemente per leggerne i pensieri. Quando si innamora della trapezista di un circo, Damien – già stanco di assistere in eterno alle vicende degli esseri umani e curioso di sperimentarne le esperienze in prima persona – decide di rinunciare alla propria immortalità e alla propria natura angelica per diventare uno di loro. Da allora il suo mondo, fino allora impalpabile e in bianco e nero, diventa a colori e ricco di sensazioni. Caratterizzato da uno stile lento e avvolgente e dall'insolita prospettiva del punto di vista degli angeli, il film si lascia ricordare anche per la partecipazione speciale di Peter Falk: il "tenente Colombo" interpreta se stesso nel corso di un viaggio a Berlino, dove rivela di essere a sua volta un ex angelo che aveva scelto, una trentina di anni prima, di vivere in mezzo agli uomini. Ma c'è anche Nick Cave, con la sua musica: proprio a un concerto dei Bad Seeds, Damien ritroverà la ragazza che ama (Solveig Dommartin, poi compagna di Wenders e protagonista di "Fino alla fine del mondo", scomparsa circa un mese fa). Molto bella e affascinante l'alternanza fra b/n (ottenuto tramite un filtro) e colore, così come il flusso dei pensieri delle persone per la strada e nelle case, trasmesso telepaticamente agli angeli e allo spettatore. Alcune note: il film è internazionalmente noto con il titolo "Wings of Desire", che lo stesso Wenders ha dichiarato di preferire all'originale; Peter Handke ha collaborato alla sceneggiatura di alcune scene. Wenders, comunque, afferma che il film è parzialmente ispirato alle poesie di Rainer Maria Rilke, che parlano spesso di angeli; nel 1987 non era stato possibile girare nei pressi del Muro di Berlino, così quello che si vede in numerose scene della pellicola è un fac simile, costruito per l'occasione; il film, del quale Wenders dirigerà poi un seguito ("Così lontano, così vicino"), nel 1998 ha avuto anche il discutibile onore di un remake americano, "City of Angels", di Brad Silberling con Nicolas Cage e Meg Ryan, che fino ad adesso non ho mai visto.

30 luglio 2006

L'amico americano (W. Wenders, 1977)

L'amico americano (Der amerikanische Freund)
di Wim Wenders – Germania 1977
con Bruno Ganz, Dennis Hopper
***

Visto in DVD, con Martin.

Tratto dal romanzo "Ripley's Game" di Patricia Highsmith, è il film che ha fatto conoscere Wenders al grande pubblico. Si tratta di un thriller triste e tragico, la storia di un corniciaio di Amburgo, in fin di vita per una malattia incurabile, che viene convinto da un affarista americano a compiere due misteriosi omicidi. L'americano si affezionerà a lui, ma forse sarà troppo tardi. Dopo il bianco e nero di "Nel corso del tempo" il regista torna a girare a colori: e proprio i colori e la fotografia sono fra le cose che saltano più all'occhio. Non a caso molti dei personaggi si muovono nell'ambito del mercato dell'arte: la pellicola ha un aspetto molto pittorico, con colori forti e vivaci e inquadrature che ricordano i dipinti di Edward Hopper. Wenders, come sempre, si concede molto spazio per la descrizione degli ambienti, come la città di Amburgo, dove vive il protagonista, oppure la metropolitana di Parigi e il treno dove sono ambientate le lunghe sequenze dei delitti. Il resto della pellicola è dedicata allo studio dei due personaggi e di un'amicizia che forse era fallita sin dal nascere. Nel cast ci sono piccole parti per celebri registi, fra cui Nicholas Ray e Samuel Fuller.