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15 aprile 2023

Dheepan - Una nuova vita (J. Audiard, 2015)

Dheepan - Una nuova vita (Dheepan)
di Jacques Audiard – Francia 2015
con Antonythasan Jesuthasan, Kalieaswari Srinivasan
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Sivadhasan (Jesuthasan), ex guerrigliero delle Tigri Tamil che ha perso la famiglia e i compagni nella guerra civile, fugge dallo Sri Lanka per immigrare in Francia, assumendo il falso nome di Dheepan e fingendo di avere una famiglia – insieme a una donna sconosciuta (Srinivasan) e a una bambina orfana (Claudine Vinasithamby) – per ottenere rifugio politico. Qui lentamente i tre cercano di integrarsi e trovano anche lavoro in una banlieu fuori Parigi: lui come guardiano di un complesso di caseggiati, lei come badante, mentre la piccola va a scuola. Pur non avendo legami di sangue, lentamente svilupperanno affetto reciproco. E quando gli scontri fra le bande rivali di spacciatori che dominano la banlieu metteranno in pericolo questa nuova "famiglia", Sivadhasan non esiterà a tornare in azione per difenderla. Audiard mescola il tema dell'immigrazione e (soprattutto) dell'integrazione con sfumature da thriller e da crime story come già aveva fatto in alcune delle sue precedenti pellicole (da "Tutti i battiti del mio cuore" a "Il profeta"), scegliendo il punto di vista di personaggi singalesi che per lo più non parlano francese. Il risultato è gradevole, anche se non troppo originale: interessante le riflessioni sul significato di famiglia a prescindere dai legami di sangue (cosa che mi ha ricordato il film hongkonghese "Bullets over summer" di Wilson Yip) e l'uso del linguaggio, meno la drammaticità retorica sui rifugiati e la deriva action nel finale. Il regista ha dichiarato di essersi ispirato a "Cane di paglia" di Peckinpah. Forse esagerata la Palma d'Oro a Cannes (che infatti fu fischiata all'annuncio in sala), dove peraltro Audiard aveva già vinto il premio per la sceneggiatura per "Un héros très discret" e il Grand Prix per lo stesso "Il profeta".

17 maggio 2022

Fish tank (Andrea Arnold, 2009)

Fish tank (id.)
di Andrea Arnold – GB 2009
con Katie Jarvis, Michael Fassbender
***

Visto in divx.

La quindicenne Mia (Katie Jarvis) è una ragazza ribelle e problematica, solitaria e arrabbiata, che vive con la madre (Kierston Wareing) e la sorella minore Tyler (Rebecca Griffiths) alla periferia di Londra, in un ambiente alquanto degradato. A parte l'amore per gli animali, la sua unica passione è la danza, ma nessuno sembra prenderla sul serio. Riceverà però un inatteso incoraggiamento da Connor (Michael Fassbender), il nuovo ragazzo di sua madre, che la prende in simpatia... Uno spaccato di realtà difficile e alienazione adolescenziale, girato in maniera coinvolgente con camera a mano e piani sequenza, e con uno scenario familiare e sociale disagiato a fare da sfondo a una protagonista che parla poco ma riesce a esprimersi attraverso le azioni, gli sguardi e l'apparente rigetto di tutto ciò che la circonda. E non mancano colpi scena e momenti drammatici, vissuti però con la leggerezza e l'inconscienza tipica dell'adolescenza. Nella colonna sonora (tutta diegetica) spicca la cover di "California Dreamin'" cantata da Bobby Womack, la canzone preferita da Connor, sulle cui note Mia prepara la sua audizione come danzatrice in un locale. La cavalla che viene uccisa perché "malata" e vecchia, avendo sedici anni, è una metafora del cambiamento e dell'arrivo dell'età adulta: sedici anni è infatti la stessa età a cui Mia, ormai maturata, decide finalmente di andarsene di casa. Molto bello il rapporto di amore/odio con la madre e la sorella (con cui litiga in continuazione, ma che alla fine saluta con affetto: "Ti odio", "Ti odio anch'io"), esemplificato dalla scena in cui le tre ballano insieme. Ottime le interpretazioni (Jarvis non è un'attrice professionista) e la regia. Harry Treadaway è il "fidanzatino" Billy. Premio della giuria al festival di Cannes.

9 marzo 2021

Permanent vacation (Jim Jarmusch, 1980)

Permanent vacation (id.)
di Jim Jarmusch – USA 1980
con Chris Parker, Leila Gastil
**

Visto in TV (Prime Video), in originale con sottotitoli.

Il giovane e irrequieto Aloysious "Allie" Parker (Chris Parker) vaga per le periferie di New York, torna a vedere le macerie della casa dove è nato, fa visita alla madre ricoverata in un istituto psichiatrico, incontra diversi personaggi bizzarri, e infine ruba un'automobile e la rivende per procurarsi il denaro con cui lasciare la città. L'opera prima di Jim Jarmusch racconta un vagabondaggio che testimonia l'incapacità del suo protagonista di adattarsi al proprio ambiente ("mi sento come un tipo particolare di turista, un turista che è perennemente in vacanza") e mette subito in luce le caratteristiche del suo cinema: sperimentale, personale, indipendente ed esistenzialista, semplice e all'apparenza semi-improvvisato ma con un indubbio fascino, qui ben servito anche dalla fotografia "povera" di Tom DiCillo e dalla colonna sonora minimalista e post-industriale firmata dallo stesso Jarmusch insieme a John Lurie (che suona il sax). Lurie, che compare anche in una scena della pellicola, rimarrà un collaboratore frequente del regista e apparirà in diversi suoi film, a partire dai successivi "Stranger than paradise" e "Daunbailò". Da sottolineare gli ambienti del film, scenari di periferia disagiata, palazzi distrutti o in rovina, muri coperti da graffiti, che Jarmusch e il suo personaggio esplorano tra lentezza e silenzi. Fra le citazioni culturali, Lautréamont ("I canti di Maldoror"), Nicholas Ray (Allie va al cinema a vedere "Ombre bianche") e "Somewhere over the rainbow" (in una versione distorta per sax).

21 luglio 2020

Favolacce (D. e F. D'Innocenzo, 2020)

Favolacce
di Damiano e Fabio D'Innocenzo – Italia 2020
con Elio Germano, Lino Musella
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Attraverso il diario di una ragazzina, rinvenuto fra la spazzatura e lettoci dalla voce di un narratore fuori campo, seguiamo le storie di alcune famiglie della periferia a sud di Roma: storie soprattutto di bambini e adolescenti, che crescono con fatica in mezzo ad adulti ostili o indifferenti, vivono le prime esperienze sessuali, o soffrono di emarginazione o introversione. Fra coming-of-age e duro contatto con il mondo (brutto) degli adulti, quasi tutte queste storie hanno un finale tragico, da cui il titolo "favolacce". Il secondo lungometraggio dei fratelli D'Innocenzo è, come il primo ("La terra dell'abbastanza"), un duro affresco di periferia, dai toni cupi e pessimisti, con personaggi infelici e senza alcuna possibilità di redenzione. Se il precedente, però, parlava di malavita e delinquenza, questo si cala nel disagio nascosto all'interno di famiglie apparentemente normali. Peccato che i personaggi e le loro storie siano davvero poco interessanti, che gli spunti siano già visti mille volte, che la regia monotona sia incapace di stimolare l'interesse o la curiosità dello spettatore, che le prove degli attori (tutti di livello televisivo) siano piatte e stereotipate. Ma soprattutto che il sonoro in presa diretta impedisca, anche stavolta, di comprendere almeno la metà delle parole di dialoghi biascicati e funestati da una pessima dizione. Cari registi e produttori italiani, ve lo dico ancora: tornate al doppiaggio! Esagerato l'apprezzamento critico (è stato scomodato persino il Vittorio De Sica de "I bambini ci guardano", dove però il mondo degli adulti aveva ben altro spessore e quello dei bambini ne era una lente d'ingrandimento o deformante). Il film ha vinto l'Orso d'Argento a Berlino per la sceneggiatura: l'avranno visto con i sottotitoli, almeno ci hanno capito qualcosa.

8 giugno 2020

La terra dell'abbastanza (D. e F. D'Innocenzo, 2018)

La terra dell'abbastanza
di Damiano e Fabio D'Innocenzo – Italia 2018
con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti
**

Visto in divx.

Mirko (Carpenzano) e Manolo (Olivetti), grandi amici che vivono alla periferia di Roma, pensano di avere finalmente "svoltato" quando, senza volerlo, investono e uccidono con l'auto un collaboratore di giustizia, ricercato dalla cosca locale. Per i due ragazzi è l'occasione di essere ammessi nell'organizzazione, dove cominciano a occuparsi di piccoli e grandi lavoretti, dal traffico di droga alla gestione della prostituzione, fino ad occasionali omicidi. Ma i rimorsi di coscienza si faranno sentire. Fra il cinema di Matteo Garrone (di cui i due autori, fratelli gemelli all'esordio nella regia, saranno poi sceneggiatori per "Dogman") e quello dei Dardenne (forse non a caso un'altra coppia di fratelli), un cupo e (neo)realistico ritratto di periferia e disagio, dove l'approdo alla criminalità sembra l'unica strada possibile a chi non è disposto ad accontentarsi di "quello che c'è" (per usare le parole della madre di Mirko che concludono la pellicola). Più che i personaggi, in fondo non così originali, a risaltare è infatti lo scenario squallido e degradato in cui si svolge la storia, che la fotografia fredda e languida di Paolo Carnera amplifica ai massimi livelli. Peccato però che la pellicola abbia un grave problema, che ne compromette quasi del tutto la fruizione: i dialoghi poco intellegibili, fra dialetto, frasi smozzicate e un pessimo audio in presa diretta che impedisce di comprendere almeno la metà delle parole pronunciate. Questo crea una distanza fra lo spettatore e ciò che viene mostrato sullo schermo, che non fa scattare il coinvolgimento e accentua invece l'artificiosità della vicenda, con personaggi e sviluppi che appaiono costruiti a tavolino.

20 aprile 2020

Fa' la cosa giusta (Spike Lee, 1989)

Fa' la cosa giusta (Do the right thing)
di Spike Lee – USA 1989
con Spike Lee, Danny Aiello
***1/2

Rivisto in TV.

In una caldissima giornata d'estate, con la canicola che dà alla testa, un isolato di Brooklyn (il film è stato girato nel quartiere di Bedford-Stuyvesant) ribolle di tensioni razziali. I suoi abitanti sono prevalentemente neri, ma non mancano ispanici, italiani e asiatici: un melting pot che convive più o meno pacificamente e pigramente, anche se la rabbia repressa è sempre pronta a esplodere. E a far scoccare la scintilla può bastare un minimo e insignificante pretesto. Al centro di una vicenda corale c'è la pizzeria gestita dall'italo-americano Sal (Danny Aiello), insieme ai figli Pino (John Turturro) e Vito (Richard Edson), sorta di luogo d'incontro condiviso fra le varie culture, dove Mookie (Spike Lee) lavora come fattorino per consegnare le pizze a domicilio. Mookie vive con la sorella Jade (Joie Lee, sorella di Spike), che lo considera un irresponsabile, e ha avuto un figlio da Tina (Rosie Perez, protagonista delle scene di street dancing che aprono la pellicola), una ragazza portoricana. Nei suoi giri per l'isolato incontra numerosi e variopinti personaggi: il "Sindaco" (Ossie Davis), vecchio ubriacone che è un po' la voce della coscienza del quartiere, non sempre ascoltata dai più giovani (è lui a pronunciare la frase del titolo, rivolta al protagonista); il problematico Buggin Out (Giancarlo Esposito), sempre in cerca di un'occasione per piantare grane in nome dell'"orgoglio nero" (per esempio boicottando la pizzeria di Sal perché sul muro sono appesi solo ritratti di celebrità italo-americane); il colossale Radio Raheem (Bill Nunn), che vaga con un gigantesco stereo da cui spara in continuazione musica ad alto volume ("Fight the Power" dei Public Enemy); Smiley (Roger Guenveur Smith), ragazzo mentalmente disabile che gira vendendo foto di Malcolm X e Martin Luther King; la vecchia Mother Sister (Ruby Dee), che osserva tutto ciò che accade nel quartiere dalla finestra del suo appartamento; e ancora, gruppi di nullafacenti che commentano ogni cosa stando seduti in strada, bande di ragazzi che gironzolano facendo scherzi, gang di portoricani, negozianti coreani, e la voce del DJ del quartiere, Love Daddy (Samuel L. Jackson), che fornisce l'incessante colonna sonora. Ispirato ad alcuni eventi reali (il pestaggio e l'omicidio di un afro-americano da parte della polizia di New York), il film intende mostrare come l'odio, la rabbia e la violenza possano esplodere in ogni momento, se la situazione sottostante ha raggiunto il livello di guardia, coinvolgendo tanto le persone intolleranti e razziste (da un lato e dall'altro: vedi Vito o Buggin Now) quanto quelle comprensive e tutto sommato ben disposte verso le altre etnie (è il caso di Sal o di Mookie). Alla sua uscita, il film suscitò stupide e cieche polemiche negli Stati Uniti, e fu accusato di fomentare la rabbia dei neri, mentre invece si limita a ritrarre (a volte in maniera realistica, a volte ai limiti della parodia) uno stato di cose, ed è quanto mai equilibrato nel mostrare ragioni e soprattutto torti di tutti (riuscitissimo il montaggio di insulti razziali che i personaggi si scambiano fra loro, rivolti ad etnie e minoranze che pure convivono a pochi metri di distanza: tutti sono sullo stesso piano e nessuno pare migliore degli altri) e nel raccontare di come la violenza possa nascere dal minimo casus belli e distruggere anche le poche occasioni di integrazione e di fratellanza. La pellicola si conclude con due citazioni di segno opposto su questo tema, rispettivamente di Martin Luther King e di Malcolm X (per uno la violenza porta a un'insensata spirale distruttiva, per l'altro è inevitabile e giustificata), ritratti insieme nella foto che Smiley gira vendendo e che alla fine viene affissa sulla parete della pizzeria distrutta. La contrapposizione fra amore e odio è resa esplicita dai tirapugni di Radio Raheem, che recano le parole "Love" e "Hate", come i tatuaggi di Robert Mitchum ne "La morte corre sul fiume".

24 giugno 2019

I miserabili (Ladj Ly, 2019)

I miserabili (Les misérables)
di Ladj Ly – Francia 2019
con Damien Bonnard, Alexis Manenti
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il poliziotto Stéphane (Damien Bonnard) viene assegnato alla brigata anti-crimine che pattuglia le strade del quartiere Les Bosquets a Montfermeil, comune alla periferia di Parigi dove Victor Hugo aveva ambientato alcune parti de "I miserabili". Oggi i nuovi emarginati sono gli abitanti delle banlieue, immigrati o discendenti degli abitanti delle ex colonie francesi in Africa. Dopo le rivolte del 2005, nel quartiere vige un delicato equilibrio, con l'ordine mantenuto a fatica non solo dalla polizia ma anche da una struttura clandestina organizzata dagli stessi abitanti (con tanto di "sindaco") e dai Fratelli Musulmani (che, se non altro, tengono lontano il traffico di droga). Ciò non toglie che i ragazzini, lasciati a sé stessi, si rendano protagonisti di furti o di piccole e grandi monellerie, una delle quali (il rapimento di un cucciolo di leone da un circo appena giunto in città) provoca l'escalation di eventi raccontata nel film. Opera prima di un regista di origini maliane che in precedenza ha girato solo documentari e cortometraggi (uno dei quali è stato espanso per realizzare questo primo lungometraggio), la pellicola si svolge quasi nell'arco di una sola giornata, la prima in cui Stéphane è di pattuglia insieme ai suoi colleghi Chris (Alexis Manenti) e Gwada (Djibril Zonga). Fra lo Spike Lee di "Clockers" e "L'odio" di Kassoviz (di cui è quasi una versione aggiornata), il film ha il grande merito di ritrarre senza filtri una realtà che il regista conosce bene per averci vissuto in prima persona, senza parteggiare per una parte o per l'altra (il punto di vista è spesso quello dei poliziotti, ma l'impostazione è a tratti corale) e illustrando le difficoltà e gli ostacoli per una pacifica convivenza (il colore della pelle non è nemmeno il primo fra questi). Anche se la violenza non può che chiamare altra violenza, spesso la rabbia (come dice l'Imam) è l'unico metodo a disposizione degli ultimi strati della società per far sentire la propria voce. E come ai tempi di Hugo, è difficile uscire dalla miseria e vincere i pregiudizi. Jeanne Balibar è il commissario di polizia, Issa Perica è il bambino che rapisce il leone, Al-Hassan Ly (figlio del regista) è il ragazzino che filma tutto con il drone.

18 gennaio 2019

8 Mile (Curtis Hanson, 2002)

8 Mile (id.)
di Curtis Hanson – USA 2002
con Eminem, Kim Basinger
***

Rivisto in TV.

Il giovane Jimmy Smith Jr. – chiamato da tutti "B-Rabbit" – non sembrerebbe il miglior candidato per diventare un grande rapper (quale è il suo sogno): per cominciare è bianco, mentre quasi tutti gli altri "artisti dell'hip-hop", affermati o aspiranti tali, sono neri. Poi vive in una roulotte ancora con la madre (e in un mondo dove tutti si atteggiano a "duri", non ci potrebbe essere umiliazione più grande!). E in generale è un loser, con una vita quanto mai disagiata: lavora con turni massacranti in una fabbrica di automobili (siamo a Detroit, dopotutto), ha problemi familiari, bazzica con una cricca di amici sfigati, e viene tradito persino dalla sua stessa ragazza (Brittany Murphy), che pur di ottenere un ingaggio come modella si concede a uno dei suoi rivali. Ma proprio dalla rabbia e dalla frustrazione riesce a trovare la forza per tirare orgogliosamente su la testa, continuare a lottare e sconfiggere i suoi avversari nella battaglia finale a colpi di slang e di rime. Non amo il rap, ma la visione di questo film (liberamente ispirato alla vera vita di Eminem, che oltre a recitare firma anche la colonna sonora) ha rappresentato uno dei rari casi in cui ho apprezzato (e capito, almeno in parte) questo genere musicale. Il bello è che si tratta essenzialmente di una pellicola di arti marziali o di pugilato, dove però i combattimenti sul ring sono sostituiti dalle "battaglie" freestyle, ovvero aggressive improvvisazioni vocali a colpi di rime e di ironia con cui i rapper si insultano a vicenda, e dove il vincitore è colui che lascia senza parole l'avversario o gli ritorce contro i suoi stessi insulti nel modo migliore. Pur con qualche limite, Eminem si dimostra un attore sorprendentemente efficace nel dar vita a un personaggio perfettamente calato in una realtà difficile e disagiata, il quartiere 313 di Detroit (dal numero del prefisso telefonico), un ambiente fatto di periferie industriali, di gang di perdigiorno o di criminali, di fallimenti e di sogni di riscatto. Da notare che il doppiaggio italiano cerca goffamente di tradurre lo slang usato dai personaggi (per esempio, l'epiteto "man" con cui tutti si chiamano l'un l'altro diventa "bello"): per fortuna (e inevitabilmente, direi), le "canzoni" sono però lasciate in inglese con sottotitoli (le traduzioni si perdono comunque mille sfumature). Il titolo si riferisce alla strada (8 Mile Road) che divide il quartiere bianco da quello nero. Kim Basinger, che per Hanson aveva recitato già in "L.A. Confidential", è la scapestrata madre del protagonista. Nel cast anche Mekhi Phifer, Evan Jones e Anthony Mackie. Il regista John Singleton ha un cameo come buttafuori. Il film vinse l'Oscar per la miglior canzone con "Lose Yourself" (fu la prima volta che il premio andò a un brano rap).

18 dicembre 2018

Le notti di Cabiria (F. Fellini, 1957)

Le notti di Cabiria
di Federico Fellini – Italia 1957
con Giulietta Masina, François Périer
***1/2

Visto in divx.

Maria Ceccarelli, in arte Cabiria (il nome è un omaggio al leggendario film muto del 1914, ideato nientemento che da Gabriele D'Annunzio), è una prostituta di Roma, una popolana minuta e sgraziata che lavora di notte fra le rovine della "Passeggiata Archeologica". Assai diversa dalle sue colleghe e compagne di borgata, cerca di mantenersi a galla con una certa dignità (si vanta di possedere una casa e di non aver mai dormito per la strada), senza mai smettere di sognare l'amore e una vita migliore. La pellicola la segue attraverso una serie di episodi apparentemente slegati fra loro, cominciando da quando viene "mollata" da Giorgio, suo sedicente fidanzato che le ruba la borsa e la getta nel Tevere, da dove viene ripescata da alcuni ragazzini. Fra le sue avventure notturne spiccano l'incontro con il grande e attempato divo del cinema Alberto Lazzari (Amedeo Nazzari, praticamente nei panni di sé stesso), che la invita nella sua lussuosa villa dopo aver litigato con l'amante (Dorian Gray), salvo abbandonarla quando si riappacifica con quella; l'episodio dell'uomo con il sacco, che si aggira per le campagne romane a fare "beneficenza laica" ai poveri e diseredati che vivono nelle grotte e nelle catacombe (una sequenza eliminata dalla censura, per essere poi recuperata nella versione restaurata del film, e che era stata ispirata a Fellini dall'incontro con una persona reale); il pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Divino Amore, alla quale Cabiria chiede inutilmente la grazia di poter "cambiare vita"; la scena dell'ipnotizzatore (Aldo Silvani), che riesce in qualche modo a portare allo scoperto l'innocenza e la tenerezza che la donna nasconde sotto la sua scorza cinica; e naturalmente tutta la parte finale in cui Cabiria si illude di aver trovato un uomo che l'ama e che la vuole sposare nonostante il suo passato (François Périer), salvo rendersi conto che si tratta dell'ennesimo profittatore (in un pre-finale che riecheggia l'incipit). Ma una materia che nelle mani di un altro regista avrebbe potuto sfociare nel patetismo e nel melodrammatico, in mano a Fellini diventa fiaba e poesia, come dimostra il bellissimo finale in cui Cabiria, rimasta ormai senza nulla, torna a sorridere alla vita quando viene affiancata e circondata da ragazzi che suonano e che ballano, come in una specie di circo: e la lacrima cristallizzata sul viso, mentre guarda in macchina cercando quasi il contatto con lo spettatore, la accomuna subito a Gelsomina, al Matto e agli altri personaggi de "La strada". È proprio la sua innocenza interiore, più che quello che ha vissuto nel corso del suo lavoro, a darle forza e speranza e a proteggerla dal male che la circonda. Il personaggio, sempre interpretato dalla Masina (che qui sforna forse la prova migliore della sua carriera), era già apparso in una breve scena del primo film di Fellini, "Lo sceicco bianco": qui viene arricchito dai racconti e dalle esperienze di una vera "passeggiatrice" romana, conosciuta da Fellini durante le riprese de "Il bidone". Il risultato è un ricco e colorato affresco d'ambiente, mai sopra le righe o accondiscendente verso i personaggi e il mondo disperato in cui vivono. Grande successo di critica, con numerosi riconoscimenti (fra cui l'Oscar per il miglior film straniero e il premio per la migliore attrice a Cannes). Franca Marzi è l'amica Wanda, Ennio Girolami è il giovane magnaccia, Mario Passante è lo zio zoppo. La sceneggiatura di Fellini, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli (alla quale ha collaborato anche Pier Paolo Pasolini, cui si deve evidentemente il "realismo" dei dialoghi) ispirerà il musical di Broadway "Sweet Charity" e l'omonimo film di Bob Fosse.

14 novembre 2018

Slacker (Richard Linklater, 1991)

Slacker (id.)
di Richard Linklater – USA 1991
con Richard Linklater, Teresa Taylor
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ventiquattr'ore nella vita degli abitanti di Austin, in Texas, e in particolare dei giovani rappresentanti della cosiddetta "Generazione X", perlopiù ventenni e sfaccendati, impegnati in discussioni filosofiche o pseudo-intellettuali. Seguito ideale (ma ben più compiuto) del suo film d'esordio, l'autoprodotto "It's impossible to learn to plow by reading books", il film che ha portato per la prima volta Linklater all'attenzione della critica salta – in stile semi-documentaristico – da un personaggio all'altro, senza trattenersi con nessuno per più di pochi minuti e approfittando di ogni incontro (anche casuale) per abbandonare il primo e seguire il secondo come se si cedessero il testimone (o come ne "La ronde" di Ophüls, di cui è quasi una versione aggiornata). A volte rimaniamo in compagnia di un personaggio per pochissimi secondi, giusto il tempo di un raccordo; altre volte ci restiamo invece per sequenze più lunghe e complesse. Fra le decine di scenette, da ricordare quella iniziale in cui lo stesso Linklater, a bordo di un taxi, espone le sue teorie sui sogni e gli universi paralleli; quella in cui un ragazzo investe in auto la propria madre; quella in cui un complottista tormenta una ragazza con le tante ipotesi sull'assassinio di Kennedy; quella in cui un anziano anarchico fa amicizia con il giovane ladro entrato in casa sua; quella in cui incontriamo un fanatico della televisione e dei video. Alla fine, ci accorgiamo che l'insieme ha più valore e significato delle singole sequenze, che concorrono a formare un affresco di una generazione senza direzione, senza prospettive, imprigionata nei propri discorsi fumosi (filosofici, sociali, politici, culturali) e nelle teorie di complotto (sbarchi lunari ed alieni, cospirazioni del governo...). Una generazione inconcludente e poco interessata a costruirsi una vita vera o una carriera lavorativa, ma anche rapporti di amicizia o sentimentali che posino su basi solide, preferendo restare in preda di un "cazzeggio" generalizzato che nasconde la mancanza di relazioni e di collegamenti. Linklater è ben conscio di tutto questo, eppure guarda ai suoi personaggi con una certa simpatia, anche ai più stralunati, forse perché sa di farne parte (interpreta personalmente il primo ragazzo della pellicola, e idealmente fa parte del gruppo dei giovani filmmaker che si vedono proprio nel finale). L'ottimo lavoro di scrittura in alcune sequenze, il naturale fluire degli eventi, e l'efficacia nella descrizione di un milieu sociale e culturale rendono il film uno dei più interessanti del panorama indipendente dei primi anni novanta. Fra i tanti attori ci sono amici del regista (Kim Krizan), musicisti (Teresa Taylor, Abra Moore) e altri cineasti (Lee Daniel, Athina Rachel Tsangari).

22 settembre 2018

Fratelli nemici (David Oelhoffen, 2018)

Fratelli nemici – Close enemies (Frères ennemis)
di David Oelhoffen – Francia/Belgio 2018
con Matthias Schoenaerts, Reda Kateb
**

Visto al cinema CityLife Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Quando lo spacciatore Imrane (Adel Bencherif), in procinto di vendere un grosso carico di cocaina, viene ucciso a tradimento da un misterioso sicario, il suo complice Manuel (Matthias Schoenaerts) e il poliziotto della narcotici Driss (Reda Kateb) decidono di unire le forze per indagare e rintracciare i responsabili. Anche perché provenivano tutti e tre dal medesimo quartiere alla periferia di Parigi, e un tempo erano amici fraterni... Una crime story realistica e d'atmosfera, costruita come un giallo e con due protagonisti che lavorano su fronti opposti ma hanno lo stesso obiettivo. Ottimi e intensi gli attori (in particolare Schoenaerts), e buona la regia, che descrive un sottobosco cupo e desolato, ma in sostanza la pellicola ha poco di originale da offrire e si limita a intrattenere per un paio d'ore, senza particolari sbavature (il che, comunque, non è da buttar via). Da notare l'insistenza sul tema della famiglia (e, di riflesso, sui legami e sui tradimenti): tutti, dal poliziotto ai delinquenti più incalliti, hanno figli, mogli, genitori, zii o parenti cui badare o da cui dipendere, e spesso anche i rapporti di amicizia entrano prepotentemente in gioco al pari dei legami di sangue, intrecciandosi inesorabilmente con gli affari e gli obblighi "professionali".

23 maggio 2018

Dogman (Matteo Garrone, 2018)

Dogman
di Matteo Garrone – Italia 2018
con Marcello Fonte, Edoardo Pesce
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

In una periferia degradata e opprimente, una vera e propria arena sul litorale che ha visto tempi migliori (il film è stato girato nei pressi di Castel Volturno), il piccolo e mansueto Marcello gestisce con passione un negozio di toelettatura per cani. Il suo problema, che è anche quello degli altri commercianti della zona, si chiama Simone: pugile prepotente, bullo, instabile e attaccabrighe, che lo coinvolge in piccoli furti e al quale è però legato da un rapporto di amicizia difficile da scindere. In fondo sono entrambi come dei cani: Simone è quello aggressivo e territoriale, Marcello quello sottomesso e dipendente dal padrone anche di fronte ai maltrattamenti. Liberamente ispirato a un fatto di cronaca di fine anni ottanta, il caso del "canaro della Magliana", il film è un riuscitissimo ritratto di un personaggio complesso, buono nell'anima e disposto ad accettare (quasi) di tutto pur di vivere quietamente: anche la modesta attività di spaccio di droga (che forse, a ben vedere, finisce con l'esacerbare il problema di Simone, diventato cocainomane) viene svolta con le migliori intenzioni, in particolare quella di integrare i piccoli guadagni nel negozio per potersi permettere le gita fuori porta con la figlia, appassionata di immersioni subacquee (i due sognano di andare alle Maldive o al Mar Rosso: e le sequenze che mostrano padre e figlia che si immergono sembrano quasi appartenere a un altro film, con la loro atmosfera di sogno e di libertà). Marcello è quasi costretto dalle circostanze a diventare un assassino. La macchina da presa di Garrone lo segue continuamente, senza mollarlo mai un istante, spesso riprendendo da vicino il suo volto in primo piano (come nell'intenso finale all'alba): il protagonista, Marcello Fonte, ha vinto a Cannes il premio per la miglior interpretazione maschile. Oltre a lui e ad Edoardo Pesce (Simone), il terzo personaggio è l'ambiente (magnificamente esaltato sullo schermo dalla fotografia di Nicolaj Brüel), un ex resort turistico sulla spiaggia dimenticato da tutti, trasformatosi nella piazza di un western, dove si vive alla giornata fra sogni di fuga (attraverso il lavoro, il gioco o la delinquenza) e in attesa di un'occasione migliore. E di fronte alle follie e alla violenza degli uomini, i cani sono spettatori curiosi e inermi. Fra tutti i film di Garrone, ricorda in parte "L'imbalsamatore" (peraltro girato negli stessi luoghi) nel mettere in scena individui al margine della società. Come quello, si ispira a un fatto di cronaca reale: lì il protagonista imbalsamava animali morti, qui accudisce animali vivi, ma in entrambi i casi il vero animale si conferma essere l'uomo stesso (indicative le scene in cui Marcello finisce in prigione e in cui Simone viene rinchiuso in una gabbia, proprio come i cani feroci).

22 maggio 2018

Il cimitero del sole (Nagisa Oshima, 1960)

Il cimitero del sole (Taiyo no hakaba)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Kayoko Hono, Isao Sasaki
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

A Kamagasaki, derelitto sobborgo di Osaka, vive un'umanità allo sbando che si barcamena fra miseria, violenza e sotterfugi: bande di ragazzi di strada, giovani teppisti e yakuza che gestiscono la prostituzione, barboni e vecchi reduci di guerra che sopravvivono con furti, lavoretti non sempre legali o loschi traffici di ogni genere (dalla vendita del sangue ai documenti d'identità). La giovane Hanako, figlia di uno straccivendolo, anche lei tutt'altro che innocente e anzi parecchio opportunista (non ci pensa mai due volte ad allearsi con qualcuno o a tradirlo a seconda della necessità), cerca di restare a galla come può, ma rimane coinvolta nella guerra fra le bande, anche perché si innamora di Takeshi, ultimo arrivato fra i giovani yakuza e l'unico, come lei, ad aver conservato un briciolo di empatia e di sensibilità umana. Il terzo film di Oshima cementa il suo nome come uno dei più rappresentativi della Nouvelle Vague giapponese. Il titolo è significativo: fa riferimento alla corrente letteraria Taiyozoku ("La generazione del sole"), che dalla metà degli anni cinquanta aveva cominciato a descrivere l'irrequietezza e l'insoddisfazione delle giovani generazioni, e a cui si potrebbe ascrivere anche il precedente film di Oshima ("Racconto crudele della giovinezza"). Qui il regista sembra voler fare un passo ancora più avanti, certificando il fallimento e la fine di ogni speranza di una società migliore o diversa. Fra i vari aspetti della pellicola – l'impianto corale (Hanako e Takeshi sono le figure principali, ma non le sole), la denuncia sociale, l'attenzione verso i quartieri più poveri e degradati, le frecciate politiche (uno dei barboni, ritratto come un fanatico, sogna la rinascita del Giappone imperiale, esplicitando così lo sconforto e il risentimento di molti della sua generazione) – spicca infatti la descrizione di un mondo "a parte", lontano anni luce dalla società moderna e pulita che il Giappone di quegli anni stava costruendo. È un mondo ancora più duro, cinico e senza speranza di quello visto in pellicole simili e coeve come "Accattone" di Pasolini: qui davvero non c'è alcun posto per l'amore o l'amicizia, ma nemmeno per la solidarietà o l'empatia. Per fortuna almeno la bellezza e la poesia fanno talvolta capolino, sotto forma di rossi tramonti (d'altronde il sole, come detto, è significativo) o della canzone nostalgica "Colline un tempo care" intonata da Takeshi. Piccola curiosità: Isao Sasaki, che interpreta appunto Takeshi, diventerà famoso come doppiatore e come cantante di tante celebri sigle di cartoni animati (fra cui "Yamato" e "Grendizer").

28 febbraio 2018

Sabato sera, domenica mattina (Karel Reisz, 1960)

Sabato sera, domenica mattina (Saturday Night and Sunday Morning)
di Karel Reisz – GB 1960
con Albert Finney, Rachel Roberts
***

Visto in divx.

Operaio in una fabbrica di biciclette a Nottingham, il giovane Arthur (Albert Finney) lavora tutta la settimana soltanto per svagarsi e divertirsi nei weekend, fra bevute di birra al pub, sessioni di pesca nel canale con il cugino Bert (Norman Rossington) e spensierate frequentazioni femminili. Spirito ribelle e anticonformista, insofferente alle regole e alla disciplina e "arrabbiato" contro il sistema, Arthur ha una relazione segreta con Brenda (Rachel Roberts), moglie di un suo collega di lavoro (Bryan Pringle), che si complica quando la donna rimane incinta. Ma nel frattempo il ragazzo incontra e comincia a frequentare la più giovane Doreen (Shirley Anne Field), sua coetanea, iniziando a prendere in considerazione l'idea di sposarsi, qualcosa che finora aveva sempre escluso. Intriso di realismo e realizzato con grande libertà creativa, l'esordio cinematografico (dopo due brevi documentari) di Reisz, nato in Cecoslovacchia ma trasferitosi in Inghilterra in tenera età per sfuggire alle persecuzioni naziste, è uno dei titoli chiave del Free Cinema britannico, corrente cinematografica da lui stesso fondata insieme a Lindsay Anderson e Tony Richardson e caratterizzata da una maggiore libertà artistica (sia formale che contenutistica) e da una forte attenzione ai temi sociali. Proprio come i cineasti francesi della contemporanea Nouvelle Vague, Reisz è stato critico e cinefilo prima di diventare regista: e la mano leggera (il ritmo da commedia sincopata, suggerito anche dalla colonna sonora del jazzista John Dankworth) ma attentissima alla caratterizzazione dei suoi personaggi, e ancor più alla loro relazione con l'ambiente circostante, si rivela perfetta nel ritrarre il contrasto fra un lavoro quotidiano duro e alienante e i momenti di evasione festivi: un contrasto che di fatto è importante nel determinare il carattere e l'identità di Arthur (per esempio in confronto alla vicina pettegola che non fa niente tutto il giorno se non ficcanasare negli affari degli altri). Proprio il desiderio di "autodeterminazione" di Arthur, per quanto egocentrico, lo porta a scontrarsi con un mondo conformista e opprimente, che si perpetua e si autoprotegge (il suo supervisore sul lavoro lo accusa di avere "tendenze rosse"). In opposizione con il tono svagato e demistificante, l'ambiente proletario e la fotografia in bianco e nero (ispirata al neorealismo italiano) contribuiscono a dare spessore alla pellicola.

21 giugno 2017

Patty Cake$ (Geremy Jasper, 2017)

Patty Cake$
di Geremy Jasper – USA 2017
con Danielle Macdonald, Bridget Everett
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Patricia Dumbrowski (Danielle Macdonald), ragazza sovrappeso che lavora part-time in un bar di periferia nel New Jersey, ha un sogno segreto: quello di diventare una ricca e affermata superstar del rap, proprio come il suo idolo OZ (Sahr Ngaujah). Insieme all'amico indiano Jheri (Siddharth Dhananjay), e grazie alle basi musicali dell'outcast satanista Basterd (Mamoudou Athie) e alla complicità dell'amata nonna (Cathy Moriarty), metterà insieme una band e realizzerà un demo. Nonostante il suo talento, dovrà scontrarsi con la dura realtà: ma saprà conquistare l'autostima (al suo lamento "Non sarò mai qualcuno", la nonna le risponde: "Tu sei già qualcuno"), oltre a trovare il coraggio di esprimere sé stessa (anche passando dall'identità "aggressiva" di Killa P. a quella, più in pace con il mondo e le persone che la circondano, di Patty Cake$) e recuperare il rapporto con la madre Barb (Bridget Everett), che in gioventù aveva aspirato a un'analoga carriera di cantante. Su un canovaccio forse poco originale, fra losers e sogni di riscatto, un tipico film da Sundance Festival che ha le sue carte migliori in una protagonista ottimamente caratterizzata (interpretata con energia e passione dalla brillante Macdonald), che si barcamena in un ambiente fatto di irrisioni, frustrazioni, rapporti familiari più o meno solidi e lavori precari. Il regista e sceneggiatore, esordiente, è anche autore della musica e delle canzoni. Mitiche le scene in cui Patty e il suo gruppo (compresa la nonna sulla sedia a rotelle!) attraversano le "porte dell'inferno" per andare ad incidere i loro brani. Pur non amando il rap, i film che ho visto finora sull'argomento (penso anche a "8 mile") mi sono decisamente piaciuti.

30 ottobre 2016

Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960)

Rocco e i suoi fratelli
di Luchino Visconti – Italia 1960
con Alain Delon, Renato Salvatori
****

Rivisto in divx.

La famiglia Parondi, composta dalla madre Rosaria e da cinque figli (Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro e Luca), si trasferisce dalla Lucania a Milano in cerca di miglior fortuna. Anche al nord, i ragazzi fanno comunque fatica a trovare lavoro e prenderanno strade differenti: qualcuno perderà l'innocenza, altri sapranno adattarsi meglio al nuovo stile di vita. Ispirato al romanzo "Il ponte della Ghisolfa" di Giovanni Testori, il film è uno dei massimi capolavori di Visconti e dell'intero cinema italiano, capace di fondere i temi del neorealismo con la forma del melodramma e di andare ben oltre la semplice riflessione sul fenomeno dell'immigrazione o una stereotipata contrapposizione fra nord e sud (o fra campagna e città). Nonostante i membri della famiglia continuino a provare nostalgia per il proprio paese d'origine (e a cullare il sogno, prima o poi, di ritornarvi), Milano non è infatti ritratta in chiave negativa ma semplicemente come un nuovo ambiente in cui vivere, in grado di offrire opportunità a chi è capace di coglierle: lavoro (un esempio c'è quasi subito all'inizio: un'improvvisa nevicata consente ai fratelli di guadagnare qualche soldo come spalatori), successo (attraverso il pugilato, metafora della lotta per la sopravvivenza) e amore. Al centro del racconto vi è semmai l'evoluzione psicologica, nel bene o nel male, dei suoi personaggi. Con una durata che sfiora le tre ore, il film è formalmente diviso in cinque sezioni, ciascuna delle quali intitolata a uno dei fratelli, ma in realtà si concentra su due di loro: Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon). Il primo è una testa calda, indisciplinato e ambizioso, che nel corso della pellicola scenderà sempre più la china in una spirale di debiti, reati e violenza. Il secondo è intrinsecamente buono, pronto a perdonare le malefatte del fratello e a giustificare le sue azioni in nome dell'unità della famiglia, da preservare a ogni costo. A unire a doppio filo le loro storie c'è il tentativo di raggiungere il successo nel pugilato (dapprima ci prova Simone, che ha talento ma non la necessaria disiplina; poi è la volta di Rocco, che si rivela un campione) ma soprattutto il legame con la prostituta Nadia (Annie Girardot), personaggio tragico e centrale nell'economia della vicenda. Anche in questo caso è Simone ad aprire la strada e Rocco poi a seguirlo: dopo essere stata l'amante del fratello maggiore per un breve periodo, la ragazza finisce con l'innamorarsi del più "puro" Rocco, per il quale prova anche a cambiare vita. Ma la gelosia di Simone, che arriva persino a violentarla, farà precipitare tutto verso la tragedia.

L'ultima parola è però riservata a Ciro, quello che fra tutti i fratelli sembra avere maggiormente la testa sulle spalle, che conclude il film spiegando a Luca (il più piccolo) come sia le scelte di Simone (che ha perso di vista l'onestà e la dignità) sia quelle di Rocco (pronto sempre a perdonare e mai a difendersi) siano inevitabilmente destinate al fallimento in un mondo che sta cambiando – erano gli anni del "boom" economico, con tutti i suoi vantaggi ma anche le sue trappole – e che richiede di adattarsi in qualche modo, allontanandosi magari dai valori arcaici, nella speranza di un futuro migliore. Una riflessione pragmatica, prima ancora che amara o populista, grazie alla quale il film supera i limiti che rinchiudevano in sé stesso un certo cinema neorealista con lo sguardo sempre rivolto al passato. Molto interessante il cast: Visconti non si fa problema a ricorrere ad attori stranieri – Delon e Girardot innanzitutto, ma anche Katina Paxinou nel ruolo della madre, e poi Spiros Focás (Vincenzo), Max Cartier (Ciro), Roger Hanin (l'impresario Duilio), Suzy Delair (la proprietaria della lavanderia dove lavora Rocco) – se hanno i volti giusti, per dar vita a personaggi intrinsecamente italiani, grazie naturalmente anche al doppiaggio. In piccole parti si riconoscono anche Paolo Stoppa (Cerri, il manager della palestra), una giovanissima Claudia Cardinale (Ginetta, la fidanzata di Vincenzo), Corrado Pani e Nino Castelnuovo (due degli amici di Simone), Claudia Mori e Adriana Asti (le commesse della lavanderia). Le tante figure di contorno sono spesso caratterizzate mirabilmente con pochi tratti (vedi i sottotesti gay del personaggio di Duilio). Memorabile la colonna sonora di Nino Rota, che fa le prove generali per "Il padrino", e preziosa la fotografia di Giuseppe Rotunno, che ritrae con palpabile spessore gli scenari milanesi: dalla Stazione Centrale alle guglie del Duomo, dalle periferie di Lambrate ai trafficati Navigli, dalla zona della Ghisolfa alle sponde dell'Idroscalo (dove la provincia di Milano aveva negato l'autorizzazione a girare, ritenendo il film "scandaloso" e "denigratorio"). Molti di questi luoghi sono oggi profondamente cambiati, soprattutto per quanto riguarda i quartieri della periferia, ormai inglobati nella città. Lo stabilimento Alfa Romeo del Portello non esiste più, mentre la palestra dove Simone e Rocco praticano la boxe è diventata il circolo Arci di via Bellezza. Il titolo del film richiama quello del ciclo di romanzi di Thomas Mann "Giuseppe e i suoi fratelli" (e sarà a sua volta trasfigurato da Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle"), mentre il nome Rocco è un omaggio al poeta Rocco Scotellaro, assai ammirato da Visconti e particolarmente attento alle condizioni dei contadini dell'Italia meridionale.

29 aprile 2016

The Commitments (Alan Parker, 1991)

The Commitments (id.)
di Alan Parker – Irlanda/GB/USA 1991
con Robert Arkins, Andrew Strong
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela, Alessandro, Paola, Costanza.

“Gli irlandesi sono i più negri d'Europa, i dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino”: così afferma il giovane manager Jimmy Rabbitte ai membri dello scalcinato gruppo musicale che ha messo insieme, The Commitments, per spiegare loro perché suoneranno il soul nei locali più malfamati e in sale di quart'ordine della capitale irlandese. Tratto da un romanzo di Roddy Doyle, che ha contribuito alla sceneggiatura, il film racconta la nascita, i successi e lo scioglimento di una band sui generis, graziata dal talento artistico (in particolare dalla voce del cantante, che fuori dal palcoscenico è invece un ubriacone cafone e sboccato), ma tormentata dalla disorganizzazione, dai problemi economici e dai dissidi interni, oltre che dalle dinamiche relistiche della vita di periferia. Proprio il setting circostante, gli ambienti proletari e le famiglie numerose, i pub, i mercati, le strade del northside di una Dublino quanto mai viva e pulsante, fanno da sfondo imprescindibile alle vicende del gruppo, narrate dallo stesso Jimmy come in una finta intervista a un reporter interessato a ricostruirne la storia. Ne risulta una pellicola corale e avvicente, molto più che una semplice risposta irlandese a “The Blues Brothers”, che riesce a raccontare come poche altre la magia della musica, la sua capacità di far sognare ed elevare (spiritualmente ancor prima che materialmente) i singoli individui e un'intera comunità. La sceneggiatura caratterizza mirabilmente i vari componenti della banda, lavoratori che si barcamenano fra il proprio mestiere e il tempo dedicato alla musica, le pressioni sociali e il desiderio di emergere dalla mediocrità. Fra tutti, spiccano Deco (Andrew Strong), il suddetto cantante, volgare e odiato dai compagni, che quando sale sul palco sembra trasformarsi; il trombettista americano Joey “Labbra” Fagan (Johnny Murphy), il veterano del gruppo, che millanta di aver suonato in compagnia dei nomi più grandi della musica soul e blues, e che in qualche modo riesce a portarsi a letto tutte le coriste; e lo stesso Jimmy (Robert Arkins), collante della banda, che tuttavia nulla può quando – proprio mentre il successo comincia ad arridere – dissidi e litigi interni pongono fine all'esperienza del gruppo. Colm Meaney è il padre di Jimmy, appassionato di Elvis Presley al punto da appendere in casa il suo ritratto persino sopra quello del papa. Gli altri interpreti, quasi tutti sconosciuti all'epoca, hanno preferito poi proseguire la carriera musicale anziché quella cinematografica. Nella colonna sonora figurano (fra gli altri) brani di Otis Redding, Aretha Franklin e Wilson Pickett, tutti rifatti dalla band. Due pseudo-sequel, entrambi diretti da Stephen Frears: "The snapper" e "Due sulla strada" ("The van").

11 settembre 2015

Uccellacci e uccellini (P. P. Pasolini, 1966)

Uccellacci e uccellini
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1966
con Totò, Ninetto Davoli
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona.

Dall'incontro fra la poetica di Pier Paolo Pasolini e l'arte interpretativa di Totò (che avrebbero poi collaborato insieme in due cortometraggi, "La terra vista dalla luna" e "Che cosa sono le nuvole?", prima della morte dell'attore nel 1967) nacque questo bizzarro oggetto cinematografico, un'ironica e favolistica allegoria sulla crisi del marxismo, che PPP percepiva come ormai incapace di parlare al popolo e vedeva – come al solito, in anticipo sui tempi – sull'orlo della sua sconfitta storica. Ambientato sulle strade di una periferia misera e desolata, fra vie intestate a persone qualunque ("Benito La Lacrima, disoccupato", "Lillo Strappalenzola, scappato di casa a 12 anni") e segnali stradali che indicano località lontane migliaia di chilometri (Istambul, Cuba), il film segue il cammino di due persone, padre (Totò) e figlio (Ninetto Davoli), che la didascalia introduttiva ("Dove va l'umanità? Boh!", definita ironicamente come il "succo di un'intervista di Mao") identifica da subito come rappresentanti dell'intero genere umano, in viaggio su una strada che non conduce apparentemente da nessuna parte. E infatti il loro percorso, al di là dei vari episodi, degli occasionali incontri e dei tanti discorsi (sia "concreti" che filosofici sulla vita, la morte, la natura), si snoda senza meta e senza fine. A un certo punto i due incontrano un corvo parlante (con la voce di Francesco Leonetti) che una didascalia, a scanso di equivoci, equipara a un "intellettuale di sinistra – diciamo così – di prima della morte di Palmiro Togliatti". Ma di fronte alle sue prediche, ai suoi dubbi e alla sua "voce della coscienza", Totò e Ninetto mostrano insofferenza e indisposizione all'ascolto. I due rappresentano la complessità e la contraddittorietà di quella popolazione che stava nascendo dalla fine del proletariato e dalla sua fusione con la borghesia, tanto che sono di volta in volta sfruttatori (quando esigono l'affitto di uno stabile di loro proprietà dalla famiglia povera che ci vive) o sfruttati (quando a loro volta devono dei soldi a un ricco ingegnere, il "pesce più grosso" che aveva prenannunciato il corvo). La loro "innocenza" (i due, di cognome, fanno proprio Innocenti) è semplicità d'animo, non necessariamente bontà o cattiveria, categorie che non sembrano più trovare spazio nel nuovo contesto in cui si muovono.

Nell'economia del film, lo spazio maggiore è dedicato all'episodio raccontato dal corvo e ambientato nel 1200, in cui due frati (interpretati sempre da Totò e Davoli) vengono incaricati da San Francesco (che cita Marx, "un uomo con gli occhi azzurri") di andare a predicare la parola del Signore e la pace agli uccelli. Dopo molto tempo e fatiche, sia i falchi che i passerotti accolgono la buona novella: peccato che fra loro continuino a farsi la guerra, indice che è dalle disuguaglianze fra classi che nasce la lotta e l'infelicità. Ma le parabole e gli insegnamenti del corvo, come già detto, non trovano terreno fertile nei due viandanti, tanto che il volatile farà una fine... ingloriosa: sarà mangiato! Pasolini, come sempre in anticipo sui tempi, è dunque il primo a riconoscere che una certa ideologia di sinistra, per quanto in buona fede, aveva ormai fatto il suo tempo. Proprio la citata morte di Togliatti (avvenuta due anni prima, e di cui vengono mostrate sequenze dei funerali) intende rappresentare una sorta di spartiacque fra un ideologia che riusciva a "parlare" al popolo (si pensi i primi piani sui volti degli operai che piangono durante le esequie) e un pensiero intellettuale che invece è visto come un peso, a malapena tollerato o, nel peggiore dei casi, distrutto e divorato (come il corvo) a fini utilitari ("la cultura come merce"). Il film però non si esaurisce nelle metafore sociali e politiche: con l'aiuto della straordinaria coppia di interpreti, offre tutta una serie di episodi bizzarri, stralunati, metafisici e poetici, degni di una pellicola on the road che si rispetti: dall'incontro con i saltimbanchi e con la donna che partorisce, a quello con la prostituta Luna (Femi Benussi), con cui padre e figlio si appartano separatamente, dal convegno dei "dentisti dantisti" alla guerra scatenata dall'aver... defecato nei campi, senza dimenticare la ragazza vestita da angelo che affascina Ninetto (la stessa attrice dell'annunciazione nel "Vangelo secondo Matteo"). La colonna sonora di Ennio Morricone, che si apre con gli straordinari titoli di testa cantati da Domenico Modugno, ingloba un po' di tutto: da Mozart (un paio di arie del "Flauto magico") a "Fischia il vento". Sergio Citti e Vincenzo Cerami sono aiuto registi.

24 agosto 2015

Il fabbricante di gattini (R. W. Fassbinder, 1969)

Il fabbricante di gattini (Katzelmacher)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1969
con Hanna Schygulla, Rainer W. Fassbinder
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nella prima fase della prolifica carriera cinematografica di Fassbinder, caratterizzata dalla lavorazione collettiva dell'Antiteater e che conta ben dieci lungometraggi nello spazio di due anni (dal 1969 al 1970, ma alcuni usciranno nel 1971), i film si possono dividere in due categorie: quelli a sfondo sociale e quelli che guardano ai generi più classici del cinema hollywoodiano, il noir in particolare. "Il fabbricante di gattini" appartiene alla prima categoria. In un quartiere alla periferia di Monaco, un gruppo di amici perdigiorno e inconcludenti trascorre le giornate fra chiacchiere, progetti, litigi, amori (anche a pagamento) e soprattutto pettegolezzi (ogni episodio, che li riguardi o meno, viene alterato o gonfiato a dismisura). La routine viene rotta dall'arrivo di uno straniero, un immigrato greco (interpretato dallo stesso Fassbinder), che affitta una stanza nell'appartamento di Elisabeth. Naturalmente la sua venuta scatena l'immaginazione e le chiacchiere di tutti. Se Maria (Schygulla) se ne innamora, conquistata dalla sua gentilezza e dal suo sguardo, gli altri non perdono tempo ad attribuirgli ogni possibile nefandezza: di volta in volta Yorgos è considerato un approfittatore, un violentatore, un comunista... Episodico, in bianco e nero, adattato da un lavoro teatrale dello stesso Fassbinder risalente all'anno precedente, di cui riprende l'impostazione scenica (quasi sempre i personaggi sono seduti e immobili, con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, mentre la macchina da presa è immobile tranne che nelle brevi carrellate che li mostrano, a turno, camminare a braccetto per la via: sono le uniche scene, fra l'altro, accompagnate da un commento musicale), il film mostra la “banalità del male”, figlio della noia e dell'improvvisazione: la xenofobia nasce quasi dal nulla e si nutre del nulla, come suggerisce Peter che, nel finale, spiega di aver partecipato al pestaggio del greco “senza volerlo”. Il titolo originale ("Katzelmacher") è un termine spregiativo, usato in Austria e in Baviera, per i Gastarbeiter ("lavoratori ospiti") e gli immigrati dell'Europa del Sud, segnatamente italiani, la cui etimologia in realtà non ha nulla a che vedere con i felini (anche se c'è chi l'ha giustificato, dicendo che tali emigranti... figliavano come gatti!) ma si riferisce alle "cazze", ovvero utensili per cucina in legno o rame che venivano prodotti da artigiani italiani, per esempio dalla Val Gardena.

14 giugno 2015

Diamante nero (Céline Sciamma, 2014)

Diamante nero (Bande de filles)
di Céline Sciamma – Francia 2014
con Karidja Touré, Assa Sylla
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La sedicenne Marieme vive con la famiglia a Montreuil, alla periferia di Parigi, barcamenandosi fra il cattivo rendimento a scuola, la cotta per un ragazzo che non può frequentare, e soprattutto un insopprimibile desiderio di indipendenza e di libertà, spesso frustrato da coloro che le vivono attorno (come la "legge dei maschi": vedi il fratello che le impedisce, per esempio, di giocare a calcio con i videogiochi). Timida ma dall'istinto ribelle, trova una via di sfogo quando comincia a frequentare la gang femminile guidata dalla carismatica Lady, di cui diventa uno dei membri più scatenati con il "nome di battaglia" di Vic. Al punto che quando Lady sarà sconfitta in combattimento da una ragazza di una banda rivale, sarà proprio lei a "vendicarla". Ma se per quasi tutte le sue compagne la ribellione è una fase adolescenziale destinata a chiudersi al momento di mettere su famiglia (si pensi alla scena in cui Vic incontra la ragazza di cui ha preso il posto, che la lasciato la gang quando ha avuto un bambino), per lei non è così: e infatti, pur di acquisire maggiore autonomia, passa al passo successivo: affiliarsi a una banda locale di spacciatori. La regista di "Naissance des pieuvres" e di "Tomboy" prosegue nel raccontare storie di adolescenti alla scoperta di sé stessi e in cerca di autodeterminazione. Ma se per lungo tempo il film funziona, grazie a protagoniste (in gran parte prese dalla strada) ricche di energia e di vitalità, dopo due terzi comincia a sfilacciarsi e nel finale si trascina stancamente (anche se non manca una sequenza fondamentale, quella in cui Vic rifiuta la proposta di matrimonio del suo ragazzo perché non vuole "diventare una persona perbene"). Ritratto di un microcosmo in cerca di indipendenza e di libertà dalle costrizioni sociali, sullo sfondo di periferie come quelle di pellicole quali "L'odio" o "La schivata", il film è comunque empatico e sincero, con diverse sequenze da incorniciare (quella in cui Vic e le amiche ballano in albergo sulle note di "Diamonds" di Rihanna, per esempio, da cui il titolo italiano della pellicola). La scena iniziale, che mostra le ragazze impegnate in un incontro di football americano, è al tempo stesso metaforica e programmatica.