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10 luglio 2023

Lola (Andrew Legge, 2022)

Lola (id.)
di Andrew Legge – GB/Irlanda 2022
con Emma Appleton, Stefanie Martini
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Agli inizi degli anni quaranta, nella campagna inglese, le sorelle Thomasina (Emma Appleton) e Martha (Stefanie Martini) Hanbury inventano "Lola", una macchina che può ricevere trasmissioni radiofoniche e televisive dal futuro. Dapprima si appassionano alla cultura e alla musica del tardo ventesimo secolo (in particolare a David Bowie, la cui canzone "Space Oddity" diventa per loro una sorta di inno personale e liberatorio), ma poi cominciano a usare la macchina per intercettare i notiziari bellici, con l'intento di aiutare il proprio paese a sconfiggere i tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Per una serie di paradossi, però, proprio le loro azioni porteranno invece i nazisti ad avere la meglio e a conquistare la Gran Bretagna, creando una distopia anche dal punto di vista culturale, dove la stessa musica pop si ammanta di toni fascisti... Realizzato durante il lockdown, in bianco e nero e in forma quasi amatoriale, usando cineprese 16mm e lenti d'epoca, nonché molto materiale di repertorio (riprese con Churchill e Hitler, per esempio, ma anche scene di folla, di guerra e di bombardamenti), un film di fantastoria che ricorre alla trovata del found footage (si finge cioè che tutto il girato sia opera delle sorelle stesse, giunto in qualche modo fino ai giorni nostri), anche se per una volta questa non è fine a sé stessa ma parte integrante della storia stessa e strumento essenziale per la risoluzione finale del paradosso. Il tutto è semplice (il film dura poco più di un'ora) ma a suo modo ingegnoso, e affascinante dal punto di vista fantascientifico, oltre che coerente nello stile. Il regista, anche sceneggiatore, è all'esordio. Interessante anche la colonna sonora di Neil Hannon, che fonde anacronisticamente suggestioni punk e glam rock.

23 giugno 2023

Another country - La scelta (M. Kanievska, 1984)

Another country - La scelta (Another Country)
di Marek Kanievska – Gran Bretagna 1984
con Rupert Everett, Colin Firth
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Negli anni trenta, il giovane Guy Bennett (Rupert Everett) frequenta il college di Eton, una delle severe istituzioni dove viene "allevata" la futura classe dirigente britannica. Nonostante la rigida disciplina, un sistema educativo fortemente conservatore e repressivo, e le complesse dinamiche interne (gli studenti stessi si organizzano in strutture di comando autonome per gestire a modo proprio l'ordine nelle varie "case" della scuola), Guy manifesta sempre un atteggiamento ribelle e irriverente, scherzando su ogni cosa e non nascondendo la propria omosessualità – è innamorato di un compagno di studi, James Harcourt (Cary Elwes) – e una forte insofferenza verso le regole e l'autorità. Quando però proprio il suo essere gay lo porterà a dover rinunciare alle proprie aspirazioni di diventare diplomatico a Parigi, la disillusione sarà forte. L'intera vicenda è narrata in flashback, durante un'intervista rilasciata a Mosca da un Guy anziano, negli anni ottanta, a una giornalista americana: il personaggio è infatti ispirato a Guy Burgess, uno dei cosiddetti "cinque di Cambridge", giovani rampolli britannici che diventarono in segreto spie russe al servizio del KGB, tradendo il proprio paese non per denaro ma perché sinceramente delusi dai suoi ideali e affascinati da quelli della recente rivoluzione bolscevica. Guy, a dire il vero, non pare molto interessato alla politica, a differenza dell'amico e compagno di stanza Tommy Judd (Colin Firth), che invece è un convinto comunista. Ma sarà proprio l'oppressiva vita nel college, ingabbiata in un sistema che si oppone e reprime tutto ciò che è "diverso", a spingerlo a cambiare fazione. Tratto dall'opera teatrale di Julian Mitchell (che ne ha curato la sceneggiatura), non è dunque un film politico, né tantomeno di spionaggio, ma un racconto di formazione o di coming-of-age, con una bella ambientazione circoscritta (cui si ispirerà in parte "L'attimo fuggente") e ottime prove di giovani attori che faranno strada (sia Everett che Firth, peraltro, avevano interpretato le stesse parti già a teatro). Nel cast anche Michael Jenn, Robert Addie, Rupert Wainwright, Tristan Oliver e Nicholas Rowe. Curiosità: fu proprio la visione di questo film a convincere Tiziano Sclavi, nel periodo in cui stava progettando il personaggio, a dare a Dylan Dog il volto di Rupert Everett.

30 aprile 2023

Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Tom Stoppard, 1990)

Rosencrantz e Guildenstern sono morti
(Rosencrantz and Guildenstern are dead)
di Tom Stoppard – GB/USA 1990
con Gary Oldman, Tim Roth
***1/2

Rivisto in divx.

Rosencrantz e Guildenstern sono due personaggi minori dell'Amleto di Shakespeare, amici d'infanzia del protagonista che vengono convocati dal re e dalla regina di Danimarca alla corte di Elsinore affinché indaghino sui motivi della sua strana pazzia. Nel dramma originale hanno un ruolo quasi insignificante, nonostante i loro nomi così altisonanti: in questo film (che è l'adattamento cinematografico di un testo teatrale tragicomico e assurdista, scritto dallo stesso Stoppard nel 1966), viceversa, sono i protagonisti assoluti. La pellicola li segue nel “dietro le quinte” dell'Amleto vero e proprio, usando i versi di Shakespeare nelle scene in cui i due incrociano gli altri personaggi della tragedia e mettendo invece loro in bocca altri dialoghi e parole quando sono lasciati a loro stessi. Il tono è filosofico ed esistenzialista: consapevoli di essere pedine di un destino più grande di loro, i due si interrogano sul significato del fato, della probabilità (la pellicola si apre con una moneta che, lanciata in aria, fa uscire “testa” per 157 volte di fila), dell'identità (chi dei due è Rosencrantz, e chi Guilderstern? Nemmeno loro lo sanno, tanto che si scambiano in continuazione i nomi, come fossero un tutt'uno indistinto), del rapporto fra la realtà e la sua rappresentazione (il “teatro nel teatro”, che d'altronde era un elemento fondamentale anche del dramma di Shakespeare), e soprattutto della morte, visto che questo è chiaramente fin da subito il loro destino finale. Il titolo stesso del film, che lo spoilera, è una delle ultime frasi della tragedia originale, e i due personaggi sono vittime inconsapevoli di una storia complessa di cui non conoscono nemmeno i risvolti segreti e i retroscena: vengono mandati a morte senza alcuna spiegazione (“Chi l'avrebbe mai detto che eravamo tanto importanti?”) e senza aver fatto niente di male a nessuno. Sono inoltre due personaggi senza un passato (non hanno ricordi precedenti al loro ingresso nel dramma) e “fuori dal tempo”, che seguono i binari di un destino fisso ed enigmatico di cui sono parzialmente consapevoli e che pure sfugge loro in continuazione, proprio come un copione teatrale le cui battute sono costretti a recitare senza alcun libero arbitrio. Fra una scena scespiriana e l'altra, comunque, sono liberi di indagare, curiosare, dibattere, a volte con toni intellettuali o metatestuali, a volte generando situazioni comico-paradossali (Oldman, il più sempliciotto ma visionario dei due, che ogni tanto ha un lampo di coscienza e "scopre" fenomeni scientifici o inventa oggetti "moderni", senza però mai riuscire a mostrarli al più pratico Roth). A proposito, grande la prova dei due attori, che formano una coppia davvero affiatata. Nel cast anche Richard Dreyfuss (il capocomico), Iain Glen (Amleto), Ian Richardson (Polonio). Nel complesso un film insolito, stimolante, paradossale, al tempo stesso colto e svagato, intellettuale e demenziale. Fra le scene cult, la partita a tennis al “gioco delle domande”, e lo scambio di battute “Io non credo all'Inghilterra”- “Ah, vuoi dire che è solo un complotto dei cartografi?”.

28 aprile 2023

Brooklyn (John Crowley, 2015)

Brooklyn (id.)
di John Crowley – GB/Irlanda/Canada 2015
con Saoirse Ronan, Emory Cohen
**

Visto in divx.

All'inizio degli anni Cinquanta, la giovane e sensibile Eilis (Saoirse Ronan) decide di abbandonare il piccolo villaggio irlandese in cui è nata e vissuta per andare in cerca di fortuna e di una nuova vita in America. La traversata in piroscafo e i primi passi a Brooklyn, dove risiede in un pensionato femminile e lavora come commessa in un grande magazzino, saranno difficili; ma pian piano la timida e insicura ragazza riuscirà a trovare un proprio spazio vitale nel nuovo mondo, e persino un fidanzato, l'italiano Tony (Emory Cohen), che sposerà in segreto. Ma quando la morte improvvisa della sorella Rose la costringerà a un breve ritorno in Irlanda, la nostalgia e l'infatuazione per un ragazzo locale, Jim (Domhnall Gleeson), rischieranno di mettere a repentaglio il suo progetto di vita... Da un romanzo di Colm Tóibín, sceneggiato da Nick Hornby, una pellicola romantica e di coming-of-age con una protagonista contesa fra due mondi, la patria di nascita (cui è legata e affezionata ma dove è anche prigioniera di obblighi familiari e sociali, ed è limitata da persone e ambienti chiusi, gretti e meschini) e quella d'adozione (dove non mancano le difficoltà, ma anche le opportunità e le possibilità di scoprire e realizzare veramente sé stessa, lasciando da parte le insicurezze). La regia dell'irlandese Crowley è un po' ingessata, ma d'altro canto l'intero film è un po' troppo formale stilisticamente, con una recitazione trattenuta, una fotografia patinata e una colonna sonora di maniera: certo, il tutto è voluto (come spesso nel cinema britannico) e ha anche un suo lento e freddo fascino. Peccato per qualche stereotipo di troppo (vedi per esempio gli italo-americani). Nel cast anche Jim Broadbent (il prete) e Julie Walters (la proprietaria del pensionato). Grande successo critico, con tre nomination agli Oscar (per il film, l'attrice e la sceneggiatura).

17 aprile 2023

Living (Oliver Hermanus, 2022)

Living (id.)
di Oliver Hermanus – GB 2022
con Bill Nighy, Aimee Lou Wood
**

Visto in TV (Now Tv).

Nell'immediato dopoguerra, l'anziano burocrate Mr. Williams (Bill Nighy), scostante e solitario direttore dell'ufficio lavori pubblici di Londra, scopre di avere un tumore incurabile che gli lascia soltanto pochi mesi di vita. Non riesce a comunicare la notizia a nessuno, nemmeno al figlio, e per un breve periodo perde ogni desiderio di lottare. Ma grazie alla giovane Margaret Harris (Aimee Lou Wood), sua ex impiegata, trova infine una ragione per vivere appieno i suoi ultimi momenti: quella di portare avanti, con ogni sforzo, la proposta di un comitato di quartiere di costruire un'area giochi per bambini in un terreno dismesso. Dopo la sua morte, sarà ricordato da tutti con affetto e riconoscenza, anche se la sua lezione sarà di breve durata... Su sceneggiatura di Kazuo Ishiguro, un remake del classico "Vivere" di Akira Kurosawa, di cui sposta l'ambientazione geografica dal Giappone all'Inghilterra (ma non quella temporale: siamo nel 1949). Come il film originale, che si ispirava a "La morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj, la vicenda vorrebbe essere una riflessione sul senso ultimo della vita. Ma l'impostazione calligrafica, unita all'estremo formalismo britannico, lo rendono meno convincente dell'originale giapponese, cinismo compreso. E la retorica umanista, settant'anni dopo, sembra esagerata e fuori contesto. Nomination agli Oscar per il bravo Nighy e per la sceneggiatura. Nel cast anche Alex Sharp (il giovane neoassunto all'ufficio statale), Tom Burke, Adrian Rawlins, Oliver Chris (gli altri colleghi) e Barney Fishwick (il figlio).

2 marzo 2023

Paura in palcoscenico (A. Hitchcock, 1950)

Paura in palcoscenico (Stage Fright)
di Alfred Hitchcock – GB 1950
con Jane Wyman, Marlene Dietrich
**1/2

Visto in divx.

Sospettato dalla polizia di avere ucciso il marito di Charlotte Inwood (Marlene Dietrich), la diva teatrale di cui è l'amante, Jonathan Cooper (Richard Todd) si rivolge all'amica Eve Gill (Jane Wyman) affinché lo aiuti a nascondersi. La ragazza, innamorata di lui, decide di fare anche di più: convinta che Charlotte abbia organizzato tutto per far ricadere la colpa su Jonathan, e sfruttando le proprie doti di aspirante attrice (frequenta infatti l'accademia di arte drammatica), Eve avvicina sia la donna (fingendosi la sua nuova cameriera) sia l'ispettore che conduce le indagini sull'omicidio, Wilfred Smith (Michael Wilding). Ma scoprirà che non tutto è come credeva... Girato a Londra (durante una breve "pausa" di Hitchcock da Hollywood) con attori inglesi (le uniche eccezioni sono le due protagoniste femminili, Wyman e Dietrich), un giallo-noir ispirato a un romanzo di Selwyn Jepson, di cui cambia però il finale: è degno di nota soprattutto per il colpo di scena conclusivo, che rivela come alcune delle informazioni mostrate sullo schermo in precedenza fossero un inganno dovuto a un "testimone inattendibile" (anticipando in parte, su scala minore, la trovata de "I soliti sospetti"). Per il resto, il ritmo è compassato e la suspence latita, e anche la caratterizzazione dei personaggi spinge soprattutto sul versante umoristico, in particolare per quanto riguarda i genitori di Eve, il "commodoro" Gill (Alastair Sim) e sua moglie (Sybil Thorndike). Il valore aggiunto è la Dietrich, nel consueto ruolo di femme fatale, che canta anche una canzone originale di Cole Porter ("The Laziest Gal in Town"), oltre a "La vie en rose". Sir Alfred le concesse grande libertà sul set, lasciandole addirittura l'ultima parola sull'illuminazione e le inquadrature. La traduzione italiana del titolo si perde il doppio senso dell'originale, che significa piuttosto "Paura da palcoscenico".

18 febbraio 2023

Un milione di anni fa (Don Chaffey, 1966)

Un milione di anni fa (One Million Years B.C.)
di Don Chaffey – GB 1966
con Raquel Welch, John Richardson
*1/2

Visto su YouTube, per ricordare Raquel Welch.

In un mondo primitivo e selvaggio, il cavernicolo Tumak (John Richardson) è scacciato dalla sua tribù (quella delle "rocce"), ma viene accolto da un'altra (quella delle "conchiglie"), dove conosce la bella Loana (Raquel Welch). Capostipite del filone "preistorico" (anche se a tutti gli effetti è un remake di una precedente pellicola americana del 1940, "Sul sentiero dei mostri"), questo film è degno di nota per due cose soltanto: i dinosauri e/o mostri giganti realizzati in stop motion da Ray Harryhausen, e la notevole presenza di Raquel Welch in bikini di pelliccia, che divenne all'istante un sex symbol e un'icona di costume degli anni sessanta (il ruolo era stato inizialmente offerto a Ursula Andress, che lo rifiutò). Per il resto, la trama è esile e fumettistica, e la ricostruzione storica è risibile e colma di anacronismi, a cominciare dall'assurdo titolo (un milione di anni?) e dalla convivenza fra uomini e dinosauri. Parlando di quest'ultimi: oltre a un allosauro, un paio di pteranodonti, un triceratopo e un ceratosauro (che lottano fra loro), ci sono anche varie creature con fattezze di animali giganti (mostri-pesci, tartarughe, serpenti, iguane, tarantole...). Da notare il contrasto fra le due tribù: quella di Tumak (con i capelli scuri) è più violenta, quella di Loana (con i capelli biondi) più civilizzata. Il film è privo di dialoghi: a parte un narratore "documentaristico" nelle scene iniziale, tutti i personaggi si esprimono solo tramite singole parole (i loro nomi, per lo più) e suoni gutturali. Gli esterni sono stati girati alle isole Canarie. Naturalmente l'eruzione vulcanica e il terremoto nel finale sono realizzati con modellini ed effetti pionieristici (che ricordano il cinema muto dei primordi). Nonostante i suoi molti difetti, la pellicola ebbe un grande successo di pubblico, divenne un fenomeno culturale e portò alla realizzazione di seguiti, imitazioni e parodie: rivista oggi, purtroppo, sembra essa stessa una parodia (nello stile di Mel Brooks).

5 novembre 2022

Making a splash (Peter Greenaway, 1984)

Making a splash
di Peter Greenaway – GB 1984
con attori non professionisti
***

Visto su YouTube.

Uno dei più affascinanti fra i lavori meno noti di Peter Greenaway, questo "piccolo" documentario senza parole (ad accompagnare le immagini c'è solo l'incessante e indispensabile musica di Michael Nyman), sul rapporto fra l'uomo e l'acqua, è il degno erede – vista l'ambientazione prevalente in piscina e il focus, nella seconda parte, sugli allenamenti di una squadra di nuoto sincronizzato – del "Taris" di Jean Vigo. Il rapido succedersi di immagini, movimenti, colori, luci, suoni e musica dà vita a un'armonia che cattura immediatamente lo spettatore, anche perché celebra qualcosa che è di natura ancestrale, un legame con le nostre origini, in tutti i sensi. Si comincia con piccole gocce che cadono dalle foglie, che formano poi rigagnoli, cascatelle e infine fiumi, popolati da pesci. Giungiamo infine alle piscine, dove i neonati muovono i primi passi, lasciando poi il posto a bambini e adolescenti che giocano o si lanciano in acqua dagli scivoli, ad adulti che si tuffano, a sportivi che nuotano o competono, fino a mostrare, nella lunga parte conclusive, le evoluzioni coreografate e caleidoscopiche delle danzatrici del nuoto sincronizzato, il tutto inframmentato occasionalmente da superfici marine o increspature sull'acqua (dai riflessi scintillanti o illuminate dal rosso del sole al tramonto o dal biancore della luna) e incorniciato da un montaggio rapido e ritmico, che va di pari passo con la colonna sonora di Nyman (il brano è "Water dances").

18 ottobre 2022

Il peccato di Lady Considine (A. Hitchcock, 1949)

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn)
di Alfred Hitchcock – GB 1949
con Ingrid Bergman, Joseph Cotten, Michael Wilding
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Australia, 1831. Charles Adare (Wilding), gentiluomo irlandese giunto a Sydney per fare fortuna, conosce Sam Flusky (Cotten), ex galeotto che, scontata la pena, è diventato un ricco proprietario terriero. Questi lo assume per tenere compagnia alla moglie, Lady Henrietta Considine (Bergman), che vive isolata dalla società e soffre di depressione. La coppia, infatti, è tormentata da un tragico passato (lui fu condannato ai lavori forzati per aver ucciso in Europa il fratello di lei, che disapprovava la loro unione per via della differenza di classe: aristocratica la donna, un semplice stalliere l'uomo) e da un stigma sociale che non l'ha abbandonata nemmeno all'altro capo del mondo... Secondo film in technicolor di Hitchcock dopo il precedente "Nodo alla gola", nonché terzo e ultimo con la Bergman come protagonista (dopo "Notorious" e "Io ti salverò"), segna anche il breve ritorno di sir Alfred in Inghilterra, dove dirigerà ancora un altro film ("Paura in palcoscenico") prima di ritrasferirsi definitivamente a Hollywood. Si tratta di un melodramma romantico a sfondo storico-sociale, piuttosto sopra le righe e abbastanza lontano dai soliti thriller cari al regista (anche se non mancano paralleli con lavori realizzati in precedenza, si pensi a "Rebecca"): l'ottima qualità della regia, assai mobile ed elaborata, che fa ampio ricorso a lunghi piani sequenza, e l'uso dei colori, quasi pastello, dona all'insieme un'aura tutta particolare, al limite dell'astratto o dell'irreale, il che gli consente di superare i limiti di un soggetto – tratto da un romanzo di Helen Simpson – da soap opera (un mix fra "L'amante di Lady Chatterley" e certi polpettoni storici ambientati in luoghi esotici), evidenti per esempio nel personaggio della governante Milly (Margaret Leighton), la domestica di casa, ambigua e manipolatrice. Buone le prove degli attori: da ricordare il lungo monologo della Bergman in cui Henrietta confessa a Charles il proprio tragico passato. Il film è noto in Italia anche con il titolo "Sotto il capricorno", traduzione letterale dell'originale (il capricorno in questione è il tropico che attraversa l'Australia).

24 agosto 2022

Listening (Kenneth Branagh, 2003)

Listening
di Kenneth Branagh – GB 2003
con Frances Barber, Paul McGann
**1/2

Visto su YouTube.

Un uomo (McGann) e una donna (Barber), ospiti di una struttura dove, per rilassarsi, è assolutamente vietato l'uso della parola, stringono un legame empatico. Cortometraggio (di 20 minuti) quasi senza dialoghi, che narra una storia d'amore accompagnata solo da sguardi e dai suoni della natura: insolitamente "minimalista" per Branagh, anche sceneggiatore, ma con un twist finale. Una pellicola delicata e al tempo stesso intensa, che distilla le sue emozioni contando proprio sull'assenza delle parole, poco nota (anche se ha vinto alcuni premi a vari festival internazionali) e di difficile reperibilità (la copia su YouTube è di scarsa qualità e con sottotitoli in greco), ma che rappresenta una pausa quanto mai benvenuta fra un filmone ipertrofico e un altro. Ottimi i due attori, attivi per lo più a teatro: ma McGann è noto anche come ottavo "Doctor Who". Nella colonna sonora c'è il secondo movimento del concerto "Emperor" di Beethoven.

9 agosto 2022

Born of hope (Kate Madison, 2009)

Born of Hope: The ring of Barahir
di Kate Madison – GB 2009
con Christopher Dane, Beth Aynsley
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Quando gli orchi di Sauron si spingono verso sempre più nord, in quello che una volta era il regno di Arnor, attaccando i villaggi dei Dúnedain con l'obiettivo di porre fine alla stirpe di Elendil e uccidere l'ultimo erede di Isildur, il capitano Arathorn organizza la difesa dall'insediamento di Taurdal, dove risiede suo padre Arador. Nel contempo, conosce Gilraen, figlia del guerriero Dirhael, e se ne innamora. I due si sposeranno, e il loro unico figlio Aragorn diventerà la nuova "speranza" dei Dúnedain (proprio Estel, "speranza", sarà il nome affibbiato al bambino durante la sua permanenza a Imladris, per nasconderne l'identità). Forse il più ambizioso (e tuttora il migliore) fra tutti i fan movie ispirati agli scritti di J.R.R. Tolkien (segnatamente, all'appendice A de "Il Signore degli Anelli"), realizzato con competenza, passione e grande amore per la materia trattata. L'ampio cast, le scenografie, i costumi, la lunga durata (71 minuti, dunque un vero e proprio lungometraggio), le scene di battaglia, i tanti dettagli e riferimenti tolkeniani (non buttati lì come strizzatine d'occhio, ma parte integrante del world building), e soprattutto la descrizione e la psicologia dei personaggi, anche quelli minori – come Elgarain, la giovane guerriera tragicamente innamorata (ma non ricambiata) di Arathorn, interpretata dalla stessa regista – contribuiscono a renderlo un prodotto altamente professionale e perfettamente godibile a sé stante. Buoni anche gli effetti speciali, tanto quelli "artigianali" (il trucco degli orchi) quanto quelli digitali (la breve scena con il troll). Inoltre, a differenza di altri prodotti simili (come "La caccia a Gollum", uscito lo stesso anno, il cui regista ha collaborato qui come operatore di macchina), il film appare molto meno derivativo rispetto alla trilogia di Peter Jackson e sembra avere invece una propria identità. Fra i pochi difetti, la qualità amatoriale (ma comunque accettabile) della recitazione. Parlando di dettagli tolkeniani: nel film compaiono Elladan e Elrohir, i due figli di Elrond (e fratelli di Arwen) che erano invece assenti nella trilogia jacksoniana. E Arathorn scopre che gli orchi, su ordine di Sauron, sono alla ricerca di un misterioso anello, giungendo alla conclusione che si tratti dell'anello di Barahir, indossato da Arador e tramandando da padre in figlio come simbolo dei re di Númenor. Nel film nulla smentisce questa ipotesi, ma naturalmente non si può non sospettare che Sauron fosse invece già alla ricerca dell'Unico Anello, quello che Isildur stesso gli aveva strappato via e che in quel momento era custodito da Gollum nelle caverne sotto le Montagne Nebbiose.

8 agosto 2022

La caccia a Gollum (Chris Bouchard, 2009)

La caccia a Gollum (The hunt for Gollum)
di Chris Bouchard – GB 2009
con Adrian Webster, Patrick O'Connor
**

Visto su YouTube.

Fan movie (di 39 minuti) ambientato nel mondo del "Signore degli Anelli", basato su un episodio raccontato nelle appendici del romanzo di Tolkien che si colloca nel periodo fra la festa di compleanno di Bilbo e la partenza di Frodo dalla Contea. In cerca di notizie sull'anello magico di Bilbo, Gandalf il grigio (Patrick O'Connor) incarica il ramingo Grampasso, ovvero Aragorn (Adrian Webster) di rintracciare Gollum, la creatura che l'aveva posseduto prima dell'hobbit. Aragorn si mette dunque in viaggio: e dopo aver incontrato Arithir (Arin Alldridge), un altro ramingo del Nord, e affrontato una pattuglia di orchi, trova finalmente Gollum, lo cattura e lo porta a Bosco Atro, dove è interrogato da Gandalf e infine lasciato sotto la custodia degli Elfi silvani. Il seguito lo conosciamo: Gandalf si recherà nella Contea per spingere Frodo (e Sam) a partire per Gran Burrone. Distribuito gratuitamente su YouTube, dove si trova anche una versione doppiata in italiano, e pur essendo tecnicamente un lavoro amatoriale (è stato girato in Galles e in Inghilterra da un gruppo di appassionati con un budget di sole 3000 sterline), il film colpisce per l'ammirevole qualità della produzione: l'estetica, la fotografia e la musica si rifanno indubbiamente al mood della trilogia di Jackson, così come i costumi, il trucco (gli orchi in particolare), gli effetti speciali digitali (riservati a Gollum nell'ultima inquadratura) e la scelta degli attori look-alike (ottimo Gandalf, meno convincenti Aragorn e Arwen). I toni della narrazione sono cupi, complessivamente coerenti con l'immaginario e la collocazione storico-geografica dell'episodio narrato. Peccato solo per la sceneggiatura alquanto debole, che non approfondisce più di tanto gli eventi e i personaggi, e per l'incapacità (o la mancanza di volontà) di proporre qualcosa che non sia derivativo dalla trilogia di Jackson, che fa sì che il risultato sia di interesse quasi esclusivo per gli appassionati di quest'ultima.

6 agosto 2022

Spencer (Pablo Larraín, 2021)

Spencer (id.)
di Pablo Larraín – GB/Germania 2021
con Kristen Stewart, Timothy Spall
***

Visto in TV (Prime Video).

Tre giorni della vita di Lady Diana (interpretata da un'ottima Stewart), quando la tormentata principessa del Galles, in occasione delle festività natalizie del 1991, trascorse da tutta la famiglia reale britannica nella tenuta della regina a Sandringham nel Norfolk, prese la decisione di divorziare dal principe Carlo. La ricostruzione degli eventi, naturalmente, è immaginaria (il sottotitolo del film è "Una favola tratta da una tragedia vera"), con l'attenzione del regista (e dello sceneggiatore Steven Knight) tutta proiettata sul personaggio principale, ritratto come infelice e depressa, sull'orlo del suicidio e della follia (le compare spesso davanti il fantasma di Anna Bolena, della quale sta leggendo una biografia, che la convince a tagliare i ponti con il marito e l'intera famiglia reale). Attorno a lei, un mondo fatto di formalità, di tradizioni, di controllo (ogni abito che deve indossare in ogni momento della giornata è stato già accuratamente scelto e preparato per lei), dove "non c'è futuro, e il passato e il presente sono uguali": una vera e propria prigione tanto all'interno quanto all'esterno (dove già impazzano quei fotografi e paparazzi che causeranno la sua fine, anche se non è quella la materia di questo film). Dopo "Neruda" e, soprattutto, "Jackie" (con cui ha moltissimo in comune, nel soggetto, nella forma e nei contenuti), un altro atipico biopic per il talentuoso Larraín, che sfoggia qui una regia quasi "kubrickiana" nella sua perfezione, con ampio ricorso alla steadycam, ai carrelli, alla cura di ambienti e primi piani. Il risultato è sobrio e solenne, apparentemente freddo (come la temperatura nel palazzo, reale o metaforica) ma in realtà che scava in modo tagliente e attento nella psicologia del personaggio. Anche Diana, in qualche modo, è legata al passato: a pochi passi da Sandringham si erge l'antica residenza degli Spencer, e uno spaventapasseri nei campi sfoggia il vecchio giaccone di suo padre, che la principessa scambierà con il proprio abito prima di fuggire dal palazzo insieme ai figli, in quello che sembra in tutto e per tutto il lieto fine di una favola (anche riappropriarsi del cognome "Spencer" sarà un po' un modo per ritrovare sé stessa e prendere le distanze dalla famiglia reale): per l'occasione, anche l'interessante ma angosciante colonna sonora di Jonny Greenwood, a base di musica da camera e sonorità sperimentali, lascia il posto a una canzone moderna, "All I need is a miracle" di Mike and the Mechanics. Stewart (nominata all'Oscar) è la mattatrice, ma attorno a lei si muovono attori come Timothy Spall (il maggiore Gregory, "sorvegliante" della tenuta), Sally Hawkins (Maggie, la cameriera personale di Diana), Jack Farthing (il principe Carlo) e Sean Harris (il capo cuoco).

26 luglio 2022

Ultima notte a Soho (E. Wright, 2021)

Ultima notte a Soho (Last night in Soho)
di Edgar Wright – GB 2021
con Thomasin McKenzie, Anya Taylor-Joy
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'aspirante stilista Eloise "Ellie" Turner (Thomasin McKenzie) si trasferisce a Londra dal suo villaggio di campagna per frequentare una scuola di moda. Innamorata di tutto ciò che è retrò, si adatta male alla vita di città e all'esistenza frenetica dei compagni di corso e dello studentato, preferendo trovarsi una stanza in affitto da sola nella casa di una vecchia signora (Diana Rigg). Qui però, favorita anche dalle percezioni extrasensoriali che ha sempre posseduto, comincia a sognare di notte la vita di un'altra ragazza, Sandie (Anya Taylor-Joy), che abitava nella sua stessa stanza negli anni Sessanta: un'aspirante cantante finita però per essere costretta a prostituirsi e infine uccisa dal suo manager/protettore, Jack (Matt Smith). Convinta di aver riconosciuto quest'ultimo in un vecchio che bazzica nel quartiere (Terence Stamp), e tormentata anche nella realtà dai fantasmi degli uomini che avevano sfruttato Sandie, Ellie decide di indagare su quell'antico omicidio. Insolito thriller onirico che si svolge su due diversi piani temporali e con venature sovrannaturali, quasi un incrocio fra "Personal shopper", "The neon demon", "Suspiria" e "Questione di tempo". La regia di Wright (anche soggettista) è fantasiosa e vivace, in particolare quando fonde visivamente le diverse esistenze di Ellie e Sandie (che si vedono riflesse reciprocamente negli specchi) e nell'uso dei colori (la fotografia, degna di menzione, è del sudcoreano Chung Chung-hoon, abituale collaboratore di Park Chan-wook). Forse il tutto è un po' troppo carico, ma soprattutto nella prima metà il risultato è assai efficace, con un feeling da vecchio musical (la colonna sonora è molto ricca, composta da tante celebri hit degli anni Sessanta, fra cui spicca "Downtown" di Petula Clark, cantata anche dalla Taylor-Joy) e un intrigante contrasto o commistione fra le atmosfere della Swingin' London e quelle moderne. Meno azzeccato è il passaggio da thriller a horror: e nel finale si perde qualche colpo. Complessivamente, comunque, un buon risultato per un Wright che per una volta lascia da parte i suoi consueti toni da commedia. La traduzione italiana del titolo è sbagliata: sarebbe dovuto essere "La scorsa notte a Soho".

17 maggio 2022

Fish tank (Andrea Arnold, 2009)

Fish tank (id.)
di Andrea Arnold – GB 2009
con Katie Jarvis, Michael Fassbender
***

Visto in divx.

La quindicenne Mia (Katie Jarvis) è una ragazza ribelle e problematica, solitaria e arrabbiata, che vive con la madre (Kierston Wareing) e la sorella minore Tyler (Rebecca Griffiths) alla periferia di Londra, in un ambiente alquanto degradato. A parte l'amore per gli animali, la sua unica passione è la danza, ma nessuno sembra prenderla sul serio. Riceverà però un inatteso incoraggiamento da Connor (Michael Fassbender), il nuovo ragazzo di sua madre, che la prende in simpatia... Uno spaccato di realtà difficile e alienazione adolescenziale, girato in maniera coinvolgente con camera a mano e piani sequenza, e con uno scenario familiare e sociale disagiato a fare da sfondo a una protagonista che parla poco ma riesce a esprimersi attraverso le azioni, gli sguardi e l'apparente rigetto di tutto ciò che la circonda. E non mancano colpi scena e momenti drammatici, vissuti però con la leggerezza e l'inconscienza tipica dell'adolescenza. Nella colonna sonora (tutta diegetica) spicca la cover di "California Dreamin'" cantata da Bobby Womack, la canzone preferita da Connor, sulle cui note Mia prepara la sua audizione come danzatrice in un locale. La cavalla che viene uccisa perché "malata" e vecchia, avendo sedici anni, è una metafora del cambiamento e dell'arrivo dell'età adulta: sedici anni è infatti la stessa età a cui Mia, ormai maturata, decide finalmente di andarsene di casa. Molto bello il rapporto di amore/odio con la madre e la sorella (con cui litiga in continuazione, ma che alla fine saluta con affetto: "Ti odio", "Ti odio anch'io"), esemplificato dalla scena in cui le tre ballano insieme. Ottime le interpretazioni (Jarvis non è un'attrice professionista) e la regia. Harry Treadaway è il "fidanzatino" Billy. Premio della giuria al festival di Cannes.

23 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (J. Guillermin, 1978)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di John Guillermin – GB 1978
con Peter Ustinov, David Niven
**

Rivisto in divx.

La giovane ereditiera Linnet Ridgeway (Lois Chiles), in luna di miele in Egitto dopo le nozze con l'avventuriero Simon Doyle (Simon MacCorkindale), viene uccisa durante una crociera sul Nilo. I sospettati sono parecchi, visto che in molti avevano interesse per la sua morte: a cominciare dalla sua ex amica, e rivale in amore, Jacqueline De Bellefort (Mia Farrow), che l'aveva più volte minacciata in pubblico. Ma a indagare sull'accaduto c'è l'ineffabile detective belga Hercule Poirot (Peter Ustinov), coadiuvato dall'amico colonnello Johnny Race (David Niven). Dal romanzo giallo di Agatha Christie "Poirot sul Nilo", il secondo dei film classici sul personaggio dopo "Assassinio sull'Orient Express" di Sidney Lumet di quattro anni prima, nel quale l'investigatore era però interpretato da Albert Finney. La falsariga è la stessa: una location ristretta (lì un treno, qui un battello), un nutrito numero di sospetti – tutti con un movente (il cast comprende nomi come Bette Davis, Maggie Smith, Angela Lansbury, Olivia Hussey, Jane Birkin, George Kennedy, Jon Finch e Jack Warden) – e il detective che nel finale raduna tutti in un salone per spiegare chi è il colpevole e come è avvenuto il delitto. Rispetto al film precedente, però, questo è meno accattivante, un po' troppo lungo (soprattutto nella prima parte) e ripetitivo, nonché meno brillante nella regia di Guillermin e nella sceneggiatura di Anthony Shaffer, più interessata ai fatti che alle sfumature psicologiche dei personaggi. Da notare comunque i sottotesti lesbici nel personaggio di Miss Bowers (Maggie Smith), la dama di compagnia dell'anziana Bette Davis. Musiche di Nino Rota. Il film è stato girato in esterni in Egitto: i personaggi visitano, fra gli altri, i templi di Luxor e Abu Simbel. Peter Ustinov interpreterà ancora Poirot in "Delitto sotto il sole" (1982) e "Appuntamento con la morte" (1988), nonché in tre film per la tv. Rifatto da Kenneth Branagh nel 2022.

4 marzo 2022

Belfast (Kenneth Branagh, 2021)

Belfast (id.)
di Kenneth Branagh – GB 2021
con Jude Hill, Caitríona Balfe, Jamie Dornan
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Licia.

I disordini del 1969 in Irlanda del Nord visti attraverso gli occhi di un bambino di nove anni, Buddy (Jude Hill), testimone degli scontri fra protestanti e cattolici che hanno insanguinato il paese. Buddy abita con la famiglia (protestante e di classe operaia) in una strada di Belfast dove fino ad allora avevano convissuto famiglie di entrambe le religioni. Gli scontri e il clima sempre più teso costringeranno però il padre (Jamie Dornan), che già lavora spesso in Inghilterra, a prendere la decisione di trasferirsi definitivamente a Londra con la famiglia. Praticamente autobiografico (come Buddy, Branagh è nato a Belfast nel 1960 e si è trasferito in Inghilterra con i genitori quando aveva nove anni), il film trasfigura la realtà attraverso la lente dei ricordi, della nostalgia e dell'immaginazione: le amicizie, i giochi, la cotta per una compagna di scuola, i rapporti con i genitori e con i nonni (Ciarán Hinds e Judi Dench), la passione per il cinema fanno da contorno alla dura situazione che mette le famiglie le une contro le altre e costringe a ergere barricate all'ingresso delle strade. Girato in bianco e nero (con occasionali inserti colorati, alla "Heimat"), il film contestualizza la vicenda facendo ampio uso di riferimenti culturali, anch'essi che pescano dai ricordi d'infanzia: i film visti al cinema in quegli anni, come "Che fine ha fatto Liberty Valance", "Mezzogiorno di fuoco" (la cui canzone "Do not forsake me, oh my darling" fa da sfondo anche allo showdown – proprio in stile western – fra il padre di Buddy e il lealista cattivo (Colin Morgan) davanti al supermercato del quartiere), "Un milione di anni fa", "Citty Citty Bang Bang"; le serie tv come "Star Trek" e "Thunderbirds"; e naturalmente l'evento principale di quei mesi, ovvero lo sbarco sulla Luna, che domina incontrastato nell'immaginario di bambini (e adulti). Peccato però che gran parte della sceneggiatura risulti ovvia e didascalica, e che, pur nel comprensibile intento di non travisare, banalizzare o spettacolarizzare l'argomento, si faccia fatica a farsi coinvolgere o a stabilire un legame emotivo con i personaggi (a parte il bambino). Forse è un difetto insito nell'aver scelto il punto di vista di Buddy, che solo a tratti percepisce che ci siano problemi (non solo i "Troubles", ma anche le difficoltà economiche della famiglia, i rapporti con i vicini, i problemi di salute del nonno). E tutto si svolge in un piccolo ambiente, una strada e un quartiere, che come un microcosmo rispecchiano una realtà più grande da cui bisogna scegliere se fuggire o meno (la dedica finale è "A coloro che sono fuggiti, a coloro che sono rimasti, e a coloro che si sono persi"). Colonna sonora di Van Morrison. Sette nomination agli Oscar, comprese quelle per il miglior film, la regia e la sceneggiatura. Sciatto l'adattamento italiano, che lascia in inglese senza un motivo (e senza sottotitoli) spezzoni di film e canzoni i cui testi sono invece importanti nel contesto.

6 febbraio 2022

The house (aavv, 2022)

The House (id.)
di Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza – Gran Bretagna 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Tre episodi (di mezz'ora ciascuno) in animazione stop motion, surreali e inquietanti, ambientati nella stessa casa ma in contesti ed epoche diverse. Cambiano anche i protagonisti: umani nel primo segmento, topi e gatti antropomorfi negli altri due. La produzione è degli studi londinesi di Nexus, che ha affidato ciascuno dei tre episodi a un team di animatori differente, mentre la sceneggiatura dell'intera pellicola è di Enda Walsh. I temi sono kafkiani (soprattutto nei primi due capitoli), mentre l'atmosfera ricorda a tratti il cinema di Jan Švankmajer, con tocchi persino di Lynch e Cronenberg. Il primo episodio, "E dentro di me, si tessero menzogne" (diretto da Emma de Swaef e Marc James Roels), è una favola cupa e dark, horror e angosciante, che ci racconta l'origine della casa. Siamo in epoca vittoriana: un misterioso ed eccentrico architetto si offre di costruire una nuova dimora per una famiglia povera che vive in campagna. Ma i suoi abitanti si ritroveranno trasformati in parte del mobilio. Il secondo episodio, "È smarrita la verità che non si può vincere" (diretto da Niki Lindroth von Bahr), si svolge in epoca contemporanea. Un topo ristruttura la casa in stile moderno, con l'intenzione di venderla. Ma dopo un disastroso party per presentarla ai potenziali acquirenti, scopre che due di questi si sono stabiliti nella dimora e non intendono andarsene, proprio come scarafaggi o parassiti. È decisamente l'episodio più kafkiano e surreale. Il terzo, "Ascolta bene e cerca la luce del sole" (diretto da Paloma Baeza), si svolge in un imprecisato futuro post-apocalittico, dove un'inondazione ha ricoperto quasi tutto il territorio circostante. La casa, circondata dalle acque, ospita adesso la gatta Rosa, che sogna di riammodernarla per farne una pensione. Ma gli unici due ospiti, il pigro Elias e la sciroccata Jen, non hanno il denaro per pagarla... È l'unico dei tre episodi che si conclude in qualche modo con un messaggio positivo, invitando a prendere in mano il controllo della propria vita e a non rimanere attaccati alle fondamenta (della casa, ovvio!), al contrario dei primi due segmenti dove l'attaccamento ai beni materiali finiva col far perdere ai personaggi la propria identità. Un tema dunque esistenziale ma al tempo stesso concreto e di notevole interesse, per un film che merita di certo una visione.

29 agosto 2021

Il viaggio di Felicia (Atom Egoyan, 1999)

Il viaggio di Felicia (Felicia's journey)
di Atom Egoyan – GB/Canada 1999
con Bob Hoskins, Elaine Cassidy
**1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

Fuggita dalla natìa Irlanda in cerca del ragazzo inglese che l'ha messa incinta, la giovane Felicia (Elaine Cassidy) viene accolta e aiutata da Joe (Bob Hoskins), direttore del catering in una grande azienda di Birmingham, che vive da solo in una grande villa, circondato dai ricordi della madre (Arsinée Khanjian), un tempo celebre ed eccentrica protagonista di un programma tv sulla cucina. Ma dietro le maniere affabili e premurose dell'uomo si nasconde qualcosa di strano e pericoloso... Inquietante thriller costruito su due personaggi, con la sceneggiatura che svela poco a poco le sue carte: per quanto riguarda Felicia, attraverso una serie di flashback ambientati in Irlanda che ci mostrano i retroscena della sua fuga; di Joe, invece, veniamo lentamente a conoscenza del forte complesso di madre (della quale continua ogni sera a guardare le videoregistrazioni delle ricette: "il cibo di fa sentire amati", dice) e poi della sue "abitudini" di avvicinare ragazze sole, scappate da casa o in difficoltà. Nell'originalità del mostrare la storia da un duplice punto di vista (l'uomo, manipolatore e mentitore, ossessionato dai ricordi e dal passato, è di fatto protagonista del film quanto la sua vittima) si percepiscono echi di diversi film classici, a partire da quelli di Hitchcock (la scena in cui Joe porta a Felicia una tazza di cioccolata calda con il sonnifero è una citazione evidente da "Il sospetto"), per non parlare di "Arsenico e vecchi merletti", "Viale del tramonto" e "Che fine ha fatto Baby Jane". E nonostante il setting contemporaneo (una Birmingham operaia e industriale), i rimandi al passato strabordano da ogni parte, a cominciare dalla colonna sonora (Joe ascolta le oldies di Malcolm Vaughan, cantante gallese degli anni cinquanta, come "My special angel", di cui cita le parole in uno dei suoi dialoghi con Felicia), che pure comprende anche cose come "The sensual world" di Kate Bush. Peccato per alcuni tocchi un po' sopra le righe e per alcuni personaggi minori dalla caratterizzazione eccessiva (il padre di Felicia, la predicatrice religiosa).

14 maggio 2021

Act of God (Peter Greenaway, 1981)

Atto di Dio (Act of God)
di Peter Greenaway – GB 1981
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale


In questo documentario di una mezz'ora scarsa, realizzato per conto di un'emittente televisiva (Thames Television), Greenaway intervista diverse persone che sono state colpite da un fulmine, intervallando le loro testimonianze con strane catalogazioni statistiche (le divide cioè per altezza, per capi di vestiario, per gli oggetti che tenevano in mano al momento dell'accaduto, per località geografica, per l'ora esatta (al minuto) in cui il fulmine è caduto, ecc.), e aggiungendo inoltre alcuni brevi reportage su altri casi in cui la vittima non è sopravvissuta. Fra gli episodi più curiosi, quello che ha spinto il regista a scegliere questo soggetto (la tv gli aveva dato carta bianca) è stato il caso di una squadra di calcio gallese rimasta folgorata tutta insieme mentre i giocatori si stringevano per mano prima del calcio di inizio: "la scarica è passata attraverso tutti i giocatori e ha incenerito soltanto l'ultimo della fila, che si chiamava Peter Greenaway. Non potevo non fare questo film!", ha commentato. Lungi dall'apparire sensazionalista e compiacente nel raccontare tragedie personali, il corto ha quel mood di catalogazione enciclopedica che permea quasi tutti i lavori di Greenaway del suo primo periodo, da "Windows" a "Vertical features remake", con il culmine – naturalmente – raggiunto nel monumentale "The Falls". Almeno in questo caso gli eventi raccontati sono reali (al netto di leggende e superstizioni che vengono menzionate di sfuggita, o di riferimenti storici, letterari e musicali sull'argomento), e dunque nonostante le apparenze si tratta di un autentico documentario e non di un mockumentary. La musica, come sempre, è di Michael Nyman.