3 luglio 2020

The wandering Earth (Frant Gwo, 2019)

The Wandering Earth (Liu lang di qiu)
di Frant Gwo – Cina 2019
con Qu Chuxiao, Wu Jing
*1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Di fronte all'improvvisa trasformazione del Sole in una gigante rossa, che entro qualche secolo si espanderà spazzando via ogni forma di vita, l'umanità decide di montare dei giganteschi motori sulla superficie della Terra e di portarla così fuori dal sistema solare, in un viaggio di 2500 anni verso una nuova destinazione. Nel frattempo, l'intera popolazione si trasferisce in città sotterranee, a parte alcuni tecnici che rimangono sulla superficie ghiacciata e un manipolo di astronauti – fra cui Liu Peiqiang (Wu Jing) – che sorvegliano le operazioni da una piattaforma spaziale. 17 anni dopo la partenza, quando la "Terra vagante" è ormai giunta nei pressi di Giove, si verifica però una crisi: un picco nell'attrazione gravitazionale del pianeta gassoso manda in tilt i motori terrestri, e i nostri eroi – compreso Qi (Qu Chuxiao), figlio ventenne di Liu, rimasto sulla Terra – dovranno escogitare un modo per rimetterli in funzione prima che i due pianeti entrino in collisione... Da un romanzo di Liu Cixin (di cui però banalizza i temi filosofici e i concetti fantascientifici), un kolossal d'azione e di effetti speciali (nonché primo film di fantascienza ad alto budget proveniente dalla Repubblica Popolare) che ha sbancato il botteghino cinese. Mastodontico, noioso, programmatico e poco coinvolgente, soffre per una regia confusa, un montaggio da mal di testa, personaggi tutt'altro che memorabili e una sceneggiatura costruita a tavolino senza reali qualità. A tratti è persino derivativo (MOSS, il computer della stazione spaziale, è parente stretto dell'HAL di "2001"). I visual sono ottimi, ma l'abuso di effetti speciali rende il risultato più simile a un videogioco che a un film, soprattutto nelle scene d'azione. L'idea di un corpo celeste che viaggia nello spazio non è nuova nella fantascienza (un esempio è la Luna di "Spazio 1999") ma resta comunque uno spunto affascinante, sia pure implausibile (ma la sospensione dell'incredulità serve a questo). Inutile però attendersi approfondimenti scientifici o filosofici: siamo di fronte in tutto e per tutto all'equivalente di un action movie hollywoodiano alla Michael Bay, una semplice successione di scene d'azione fracassone, irrealistiche e improbabili, con contorno nazionalista: perché se è vero che la Terra del futuro è unificata sotto un Governo Terrestre Unito (GUT), all'insegna della cooperazione internazionale, è anche vero che i personaggi eroici del film sono tutti cinesi (cosa che viene sottolineata spesso), mentre i pochi stranieri che compaiono sono macchiette comiche o pavide, che ammirano il coraggio e lo spirito di iniziativa dei nostri eroi. E l'aver eliminato una sottotrama che mostrava la presenza di ribelli e complottisti che si oppongono all'operazione "Wandering Earth" lascia la storia senza un reale "nemico": il pericolo viene solo dalla natura, e l'unico conflitto è quello generico e generazionale fra padre e figlio. Ng Man-tat è il nonno di Liu Qi, Zhao Jinmai la sorella adottiva Han Duoduo, Li Guangjie il capitano Wang Lei. Possibile un sequel.

2 luglio 2020

Il Cristo proibito (Curzio Malaparte, 1951)

Il Cristo proibito
di Curzio Malaparte – Italia 1951
con Raf Vallone, Alain Cuny
***

Visto su YouTube.

Alla fine della seconda guerra mondiale, liberato da un campo di prigionia in Russia, Bruno (Raf Vallone, doppiato da Emilio Cigoli) fa ritorno nel suo paese di origine nella campagna toscana. Qui scopre che tutti, concluse le tragedie della guerra, vogliono solo dimenticare e andare avanti. Lui invece è rimasto con un conto in sospeso: intende vendicare il fratello Giulio, partigiano fucilato dai tedeschi, uccidendo l'abitante del villaggio (di cui ignora l'identità) che lo ha tradito e consegnato al nemico. L'unico film mai diretto dallo scrittore Curzio Malaparte è un oggetto strano, dallo stile post-neorealista e pre-pasoliniano. Più che la forma, però, furono i contenuti a fare scalpore: la guerra era ancora fresca nella memoria di tutti, e la tesi che bisognasse chiudere i conti con il passato non venne accolta nel migliore dei modi, specialmente quando alla domanda "Di chi è la colpa?" si risponde "È anche colpa nostra, è colpa di tutti". Nella sua ricerca ossessiva di giustizia, Bruno si scontra non soltanto con amici e parenti – la madre (Rina Morelli), la servetta Maria (Anna Maria Ferrero), l'amica d'infanzia Nella (Elena Varzi) – che rifiutano di rivelargli il nome del traditore, ma soprattutto con il carpentiere del villaggio, Mastro Antonio (Alain Cuny), figura ascetica che predica la necessità del sacrificio di un innocente per espiare le colpe collettive e uscire così dalla spirale infinita di odio e vendetta. È lui "il Cristo proibito" del titolo, un riferimento alle parole del sindacalista (Gino Cervi) che invece nega questa possibilità ("Oggi nessuno vuole più soffrire per gli altri, agli uomini è proibito ripetere il sacrificio del Cristo") e cerca di dimostrarlo durante la processione nel villaggio, quando invita gli abitanti a farsi mettere letteralmente in croce "per la salvezza del mondo", sbeffeggiando la loro ritrosia. Se gli argomenti sono dunque di attualità, come il tema della riappacificazione e della necessità di chiudere i conti con il passato (dopo un periodo in cui tutti hanno vissuto traumi di vario genere), il film presenta anche aspetti universali, archetipici (il capro espiatorio) o esistenziali ("Neppure la libertà è riuscita a fare di noi degli uomini liberi, e felici") ed è ambientato in un mondo al tempo stesso vecchio e moderno, dove convivono un'antica cultura contadina, le tradizioni famigliari, le cerimonie religiose, le feste rurali, le rivendicazioni dei lavoratori (si pensi al partecipante alla processione con il mascherone e la tuta della Pirelli) e le tante contraddizioni e i segreti nascosti dell'Italia post-bellica (il negoziante con il ritratto di Stalin in bella vista e quello di Mussolini nascosto dietro un'anta). Bellissimi paesaggi e scenari: la pellicola è stata girata in provincia di Siena, a Sarteano e (soprattutto) a Montepulciano. Oltre a soggetto, sceneggiatura e regia, Malaparte firma anche il commento musicale.

1 luglio 2020

Vacancy (Nimród Antal, 2007)

Vacancy (id.)
di Nimród Antal – USA 2007
con Kate Beckinsale, Luke Wilson
*1/2

Visto in divx.

Usciti dalla strada principale per una deviazione, una coppia in crisi (Beckinsale e Wilson) è costretta a fermarsi di notte in uno sperduto motel a causa di un guasto alla macchina. I due scopriranno però che il gestore dell'albergo è solito uccidere i propri ospiti, riprendendo gli omicidi su videocassette che smercia poi sul mercato nero. E dovranno lottare tutta la notte per sopravvivere. Il secondo film dell'ungherese Antal (dopo l'interessante "Kontroll") è un horror senza creatività e senza ironia, variante di un canovaccio già visto mille altre volte (da "Psyco" in poi), girato al risparmio (pochissimi attori: l'unico altro comprimario di spicco è Frank Whaley nel ruolo dell'infido albergatore) ma se non altro con un'intrigante atmosfera notturna e claustrofobica. Inutile però attendersi idee o sorprese, e nemmeno momenti di tensione o paura (persino il gore è assente), né tantomeno chiavi di lettura che vadano oltre il genere.

La comunidad (Álex de la Iglesia, 2000)

La comunidad - Intrigo all'ultimo piano (La comunidad)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2000
con Carmen Maura, Emilio Gutiérrez Caba
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Quando rinviene per caso un'enorme somma di denaro in contanti, nascosta nell'appartamento di un anziano da poco defunto in un fatiscente palazzo a Madrid, l'agente immobiliare Julia (Carmen Maura) rimane coinvolta negli intrighi degli altri inquilini, che da anni attendevano la morte del vecchio per impadronirsi dei suoi soldi, e che adesso non intendono lasciarla andare via con il bottino. Black comedy "condominiale" che si dipana all'insegna di un curioso mix fra il cinema sopra le righe di Almodóvar (anche per la presenza di Carmen Maura come protagonista e alcune atmosfere hitchcockiane, compresi i titoli di testa) e quello di Polanski (impossibile non pensare a "L'inquilino del terzo piano": ma i toni sono più comici e grotteschi che paranoici). Divertente all'inizio, il film perde però forza man mano che si appiattisce sul tema dell'avidità (con anziani che si accapigliano per una valigia piena di soldi) e procede verso un finale piuttosto scontato, attraverso alcune svolte un po' forzate. Attorno alla Maura, mattatrice assoluta, spicca un cast di comprimari (per lo più in età avanzata) che comprende Jesús Bonilla, Terele Pávez ed Emilio Gutiérrez Caba. Mitico il "bambinone" Eduardo Antuña vestito da Darth Fener. La sceneggiatura è firmata dallo stesso regista con il suo collaboratore abituale Jorge Guerricaechevarría.

30 giugno 2020

Il cattivo tenente (Abel Ferrara, 1992)

Il cattivo tenente (Bad Lieutenant)
di Abel Ferrara – USA 1992
con Harvey Keitel, Frankie Thorn
***1/2

Rivisto in TV.

Un tenente di polizia newyorkese (il personaggio non ha nome), dedito a vizi e depravazioni di ogni tipo – dall'alcol alle droghe e al sesso – e abituato ad agire fuori dalle regole e ad abusare del proprio potere, si ritrova emotivamente coinvolto dall'indagine su un violento stupro subito da una suora. Questa, infatti, intende perdonare i propri aguzzini. E il tenente, che nel frattempo è posto sotto pressione per via di alcuni crescenti debiti di gioco (il film si dipana durante una serie di playoff di baseball fra i New York Mets e i Los Angeles Dodgers, con i primi – sui quali ha scommesso il protagonista – che "bruciano" un vantaggio di tre incontri a zero, facendosi clamorosamente rimontare), ne rimane a tal punto colpito e ossessionato da decidere di espiare a sua volta i propri peccati. Forse il capolavoro di Abel Ferrara, scritto insieme alla modella e attrice Zoë Lund (che appare in una piccola parte) e ad Edouard de Laurot, non accreditato: un viaggio negli inferi di un "peccatore" che compie una sorta di via crucis in cerca di una redenzione impossibile. Temi e metafore religiose, come si vede, si sprecano: l'ambiente, dopo tutto, è quello delle comunità cattoliche italo-americane, lo stesso visto nei primi film di Scorsese, come "Chi sta bussando alla mia porta" e "Mean Streets" (non a caso entrambi questi titoli vedevano come protagonista Keitel, che funge dunque da filo conduttore). Linguaggio e situazioni forti, nudi integrali, abuso di droga e visioni mistiche (un Cristo che scende dalla croce) completano il tutto per dare vita a una pellicola potente e indimenticabile, a tratti un vero pugno nello stomaco. Il film di Werner Herzog del 2009, "Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans", nonostante il titolo, non ha nulla a che fare con questo (se non per la presenza di un protagonista simile).

29 giugno 2020

Il grido (Michelangelo Antonioni, 1957)

Il grido
di Michelangelo Antonioni – Italia 1957
con Steve Cochran, Alida Valli
***

Rivisto in divx.

Dopo sette anni di convivenza e una figlia, l'operaio Aldo (Steve Cochran) viene improvvisamente lasciato dalla compagna Irma (Alida Valli), che ha deciso di andare a vivere con un altro uomo. Aldo abbandona allora il paese e il lavoro, e comincia a vagabondare per la regione insieme alla bambina, incapace di stabilirsi definitivamente in un altro luogo e con un'altra donna, nonostante le occasioni non gli mancherebbero: presso l'ex fidanzata Elvia (Betsy Blair), lungo gli argini del Po; nella stazione di rifornimento gestita dalla prosperosa benzinaia Virginia (Dorian Gray), che gli offrirebbe anche un lavoro; o in una baraccopoli in compagnia di Andreina (Lynn Shaw), spirito libero e anticonformista... Capitolo importante nella filmografia di Antonioni, che segna un momento di passaggio verso l'esistenzialismo che connoterà il suo cinema più maturo. Qui i personaggi (proletari, contadini, operai) e gli scenari da neorealismo (la campagna lungo il tratto finale del Po, fra il Veneto e l'Emilia-Romagna), spogli, nebbiosi e invernali, ritratti magistralmente dalla fotografia livida in bianco e nero, fanno solo da sfondo a una storia di sofferenza dell'animo: quella di Aldo (che si riflette a volte negli altri personaggi che incontra, ma che in lui è ai massimi livelli) è una ricerca irrealizzabile, la ricerca di un amore puro e non utilitaristico. I suoi rifiuti ad accettare una sistemazione sono razionali (per esempio la presenza della bambina), ma celano un'irrequietezza e un'insoddisfazione impossibili da placare. Così si spiega l'incapacità di stabilirsi insieme a Elvia, Virginia o Andreina, il modo in cui mette subito da parte il progetto di emigrare in Venezuela, il disinteresse totale per ciò che avviene attorno a lui (come la protesta dei contadini espropriati nel finale). Se le piene del Po e le alluvioni "portano via un po' di vecchio e fanno posto a un po' di nuovo", per Aldo la cosa si rivela impossibile. Il titolo, "Il grido", può essere spiegato superficialmente con l'ultima scena della pellicola (il grido di Irma), ma in realtà esprime il grido esistenziale (e silenzioso) che il protagonista emette per tutto il film. Bellissima la colonna sonora (al pianoforte) di Giovanni Fusco. Mirna Girardi è la piccola Rosina, Guerrino Campanilli è l'anziano padre di Virginia (che scappa sempre di casa), Gabriella Pallotta è Edera, la giovane e bella sorella di Elvia. Se Alida Valli recita in modo un po' melodrammatico, Cochran (che fu doppiato da Otello Toso) è decisamente intenso e sensibile: ma all'inizio si rimane un po' sorpresi quando ci si rende conto che il film intende seguire lui e non lei. Dorian Gray (nel primo ruolo di rilievo della sua carriera) è doppiata da Monica Vitti, musa del regista dal successivo "L'avventura".

28 giugno 2020

Nome in codice: Broken Arrow (J. Woo, 1996)

Nome in codice: Broken Arrow (Broken Arrow)
di John Woo – USA 1996
con Christian Slater, John Travolta
**

Rivisto in DVD.

Il pilota militare Vic Deakins (John Travolta, per una volta nel ruolo del "cattivo") sottrae due testate atomiche durante un'esercitazione di volo sul deserto dello Utah, con l'intenzione di ricattare il governo degli Stati Uniti. Gli si opporrà il suo co-pilota Riley Hale (Christian Slater), da sempre a lui legato da amicizia/rivalità, aiutato da una ranger forestale (Samantha Mathis). A tre anni di distanza dal primo tentativo, "Senza tregua", John Woo dirige il suo secondo film hollywoodiano. Budget e production value sono evidentemente superiori, ma lo stesso non può dirsi della sceneggiatura, che a parte la buona contrapposizione fra i due protagonisti (sin dalla scena iniziale in cui, ancora amici, si misurano su un ring di pugilato) non fa altro che accatastare cliché su cliché dei film d'azione e catastrofici. Forse per l'inconsueto scenario (deserti, canyon, miniere abbandonate, e lo scontro finale su un treno in movimento), distante dai soliti setting urbani, è anche una delle pellicole in cui meno si riconosce la mano del regista cinese, che pure offre competenza e professionalità a sufficienza da riuscire a mantenere elevata la tensione per tutta la durata della pellicola: peccato che di quanto accada sullo schermo ce ne importi ben poco, per via dell'assenza di dilemmi morali, di una storia con il pilota automatico (e comunque piena di momenti improbabili) e soprattutto per la prova insipida di Slater, poco credibile come eroe d'azione. Il valore aggiunto è dunque Travolta, una o due spanne sopra tutti gli altri interpreti, almeno per carisma: lungi dal sembrare una figura presa in prestito da mille altri film di questo tipo, è invece un cattivo "assoluto", privo di reali motivazioni e sostanzialmente pazzo (come gli rinfaccia lo stesso Hale). Travolta reciterà anche nel successivo lavoro americano di Woo, "Face/Off" (il migliore dei suoi film hollywoodiani). Belle le musiche di Hans Zimmer. Il titolo originale, "Broken Arrow", nome in codice per la perdita di un'arma nucleare (mitica la battuta "Devo tremare perché ne abbiamo persa una, o per il termine che presuppone una certa consuetudine?"), era già stato usato nel 1950 per il western "L'amante indiana" di Delmer Daves.

27 giugno 2020

Senza tregua (John Woo, 1993)

Senza tregua (Hard Target)
di John Woo – USA 1993
con Jean-Claude Van Damme, Yancy Butler
**1/2

Rivisto in DVD.

Giunta a New Orleans per rintracciare il padre senzatetto, una ragazza (Yancy Butler) assume il marinaio Chance Boudreaux (Van Damme) affinché la aiuti nella ricerca. Insieme scopriranno che l'uomo è rimasto vittima di una banda di criminali che organizzano vere e proprie "cacce all'uomo" per facoltosi clienti, scegliendo le loro prede fra i reietti della società. Il primo film americano di John Woo, dopo i successi hongkonghesi che gli valsero la chiamata a Hollywood, è un action movie chiaramente ispirato al classico "La pericolosa partita" del 1932. La trama è semplice e lineare e i personaggi sono tagliati con l'accetta (basti pensare ai "cattivi" Lance Henriksen e Arnold Vosloo), ma la regia nelle scene d'azione, pur lontane dai livelli dei film precedenti, è sicuramente un valore aggiunto, anche perché in esse si percepisce tutta l'artigianalità hongkonghese (siamo in epoca pre-digitale!). I ralenti, la camera mobile, la fotografia colorata (di Russell Carpenter) e gli elementi simbolici (la colomba bianca) compensano dunque in parte i difetti, a partire da un protagonista inespressivo (ma atletico e tamarro: un JCVD che non si limita a dare calci, ma spara con pistole e fucili a pompa, va in moto e a cavallo, e prende a pugni e poi morde un serpente a sonagli!). Lo scontro finale avviene in una vecchia fabbrica abbandonata che funge da magazzino per mascheroni e carri di carnevale. Kasi Lemmons è la poliziotta Marie, Wilford Brimley il vecchio "zio" distillatore clandestino (con la calzamaglia rossa di Superpippo), mentre lo sceneggiatore Chuck Pfarrer interpreta la prima vittima dei cacciatori. Non fidandosi del tutto del regista, la casa di produzione gli affiancò Sam Raimi, pronto a subentrargli qualora ce ne fosse stato bisogno, e tagliò poi diverse sequenze considerate troppo violente per il pubblico americano per evitare il divieto ai minori (la versione giunta da noi, per fortuna, ne ha conservate alcune). Viste le difficoltà di adattarsi all'industria hollywoodiana, Woo impiegherà tre anni prima di dirigere un altro film.

26 giugno 2020

La signora Miniver (William Wyler, 1942)

La signora Miniver (Mrs. Miniver)
di William Wyler – USA 1942
con Greer Garson, Walter Pidgeon
***

Visto in divx.

In una cittadina di campagna nell'Inghilterra del 1939, la casalinga Kay Miniver (Garson) conduce un'esistenza serena e spensierata insieme al marito architetto Clem (Pidgeon) e i figli, con le preoccupazioni maggiori che riguardano l'acquisto di un cappello o di una nuova automobile. Ma lo scoppio della seconda guerra mondiale cambierà tutto, portando tensione e dramma nella felicità della famiglia. Ispirato a un personaggio creato dalla scrittrice Jan Struther per una rubrica su un quotidiano britannico, un film che racconta le tragedie belliche dal punto di vista di chi rimane a casa. Fu messo in cantiere nel 1940, quando gli Stati Uniti erano ancora neutrali: ma gli eventi del mondo reale, che si succedettero durante la lavorazione, spinsero Wyler e i suoi collaboratori a modificare più volte la sceneggiatura e anche a modificare sequenze già girate, come quella del confronto fra la signora Miniver e l'aviatore tedesco abbattuto, cui venne aggiunta la scena in cui la donna lo schiaffeggia in risposta alle sue minacce. Anche il celeberrimo sermone finale del vicario del villaggio, nella chiesa semidistrutta dalle bombe ("Perché questa non è solo una guerra di soldati in uniforme... È anche una guerra della gente, di tutta la gente, e deve essere combattuta non solo sul campo di battaglia ma nelle città e nei villaggi, nelle fabbriche e nelle fattorie, nelle case e nel cuore di ogni uomo, donna e bambino che ami la libertà"), fu completamente riscritto da Wyler e dall'attore Henry Wilcoxon il giorno prima delle riprese, dopo che l'attacco di Pearl Harbor aveva trascinato in guerra anche gli Stati Uniti. Il presidente americano Roosevelt lo apprezzò a tal punto da riutilizzarne alcuni passaggi in volantini e materiali propagandistici da lanciare sui territori occupati, mentre il ministro della propaganda tedesca Goebbels considerava suo malgrado la pellicola come uno dei migliori esempi di propaganda cinematografica, ammirandola segretamente, anche perché coinvolgeva emotivamente lo spettatore senza essere apertamente anti-tedesca. E se oggi può sembrare retorico, in realtà il film va contestualizzato nel momento in cui uscì. La sua ingenuità tipicamente hollywoodiana ebbe in particolare una forte presa sul pubblico inglese, aiutandolo a identificarsi nei valori del coraggio, del sacrificio e della resistenza.

Al di là di questi aspetti, il lungometraggio è comunque notevole sia dal lato tecnico che da quello artistico. Se comincia come una commedia o una satira sociale all'acqua di rose, con personaggi sciocchi e svagati (l'unico che mostra una sorta di coscienza e consapevolezza sociale è Vincent (Richard Ney), il figlio maggiore dei Miniver, che torna da Oxford pieno di idee contro le ingiustizie e le disuguaglianze: fu un modo per comunicare al pubblico americano che gli inglesi non erano più soltanto un popolo di aristocratici eccentrici, anacronistici e privilegiati, come erano spesso stati ritratti fino ad allora nel cinema hollywoodiano), i toni cambiano lentamente man mano che gli eventi della guerra cominciano a influire sullo stile di vita e le abitudini della gente comune. Le dinamiche della vita famigliare – come il fidanzamento di Vincent con Carol (Teresa Wright), nipote di Lady Beldon (May Whitty), la nobile matrona del villaggio – e i piccoli episodi della quotidianità – su tutti il concorso locale di floricultura, dove il capostazione Ballard (Henry Travers) presenta la rosa che ha voluto chiamare "Signora Miniver", sfidando apertamente Lady Beldon, da sempre abituata a vincere la gara senza concorrenti – sono sempre più spesso inframmezzati da momenti di tensione e di paura, come quelli causati dai bombardamenti nemici. E a lungo andare, tutti hanno l'occasione per fare la propria parte: chi sul campo di battaglia (Vincent si arruola nella RAF) e chi da civile (Clem è uno dei tanti che, con la propria barca, partecipa all'evacuazione di Dunkerque). A un certo punto, durante la visione, viene da chiedersi come il film potrà concludersi, essendo stato realizzato quando il conflitto era ancora in corso (impossibile dunque un "lieto fine" con la vittoria della guerra): e infatti la tragedia che colpisce la famiglia giunge inattesa, abbattendosi peraltro sul personaggio che meno ci si aspettava, il che finisce col dare maggiore sostanza emotiva al sermone finale. Enorme successo di pubblico e di critica: ben 12 nomination agli Oscar (di cui cinque agli interpreti per Garson, Pidgeon, Wright, Whitty e Travers), con sei premi vinti: miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, attrice e attrice non protagonista. Nel 1950 ci sarà un sequel, "Addio signora Miniver", di H.C. Potter.

25 giugno 2020

Senza lasciare traccia (Debra Granik, 2018)

Senza lasciare traccia (Leave no trace)
di Debra Granik – USA 2018
con Ben Foster, Thomasin McKenzie
***

Visto in TV, con Sabrina.

Reduce di guerra con disturbi da stress post-traumatico, Will (Ben Foster) sceglie di isolarsi dalla società e di andare a vivere nei boschi insieme alla figlia adolescente Tom (Thomasin McKenzie). I due si insediano così in un parco naturale nei pressi di Portland, in Oregon, da dove vengono però cacciati dalle guardie forestali e affidati ai servizi sociali. Trasferiti dapprima in una fattoria e poi di nuovo in fuga verso nord, fino allo stato di Washington, riprenderanno per breve tempo ad accamparsi nei boschi, prima di entrare in contatto con una comunità di abitanti del luogo. E mentre la ragazza sentirà lo stimolo di integrarsi con gli altri e di avere una vita sociale, per il padre questo rimarrà impossibile. Da un romanzo di Peter Rock, sceneggiato dalla regista e dalla sua consueta collaboratrice Anne Rosellini, un bel film che nei temi trattati può ricordare "Captain Fantastic" e "Into the wild". Con una differenza enorme, però: ciò che in quelle pellicole era un atto di ribellione o di anticonformismo, se non addirittura un semplice capriccio, qui è una vera e propria necessità, un bisogno di cui Will non può fare a meno e che viene messo ancora più in risalto dalla differenza fra lui e la figlia, che pur amandolo e seguendolo in ogni passo è invece ancora disposta ad "avere fiducia" negli altri e a non provare paura (la metafora delle api e degli apicoltori, che non temono di esserne punti, è eloquente). La ricerca di autonomia, il desiderio di "pensare con la nostra testa" e di non dare importanza ai giudizi degli altri, nascondono dunque il semplice fatto di non essere in grado di vivere in modo diverso, se non a costo di rinunciare a una parte di sé: l'alternativa sarebbe suicidarsi, come fanno infatti molti altri reduci di guerra. Nel raccontare la storia, la pellicola sceglie un approccio low key, molto naturale e quasi minimalista, che non esaspera i toni né sensazionalizza i personaggi o l'argomento. Se la cosa all'inizio può lasciare un po' freddi, alla lunga paga: e un film che nelle prime battute sembrava non avere una direzione precisa, alla fine la trova, colpisce nel profondo e rischia di rimanere nell'anima.

24 giugno 2020

L'immensità della notte (A. Patterson, 2019)

L'immensità della notte (The vast of night)
di Andrew Patterson – USA 2019
con Sierra McCormick, Jake Horowitz
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Alla fine degli anni cinquanta, nella cittadina di Cayuga in Nuovo Messico, mentre l'intera popolazione è radunata nel palazzetto della scuola per assistere a una partita di basket liceale, il radioamatore Everett (Jake Horowitz), che gestisce l'emittente locale, e la giovane centralinista Fay (Sierra McCormick), appassionata di scienza e tecnologia, captano uno strano segnale di provenienza ignota. Alle prime ipotesi che si tratti di un codice militare o di un'interferenza dovuta ai sovietici (siamo in piena paranoia da guerra fredda, poco dopo il lancio dello Sputnik) si sostituisce la consapevolezza di essere di fronte a qualcosa di ben diverso e... alieno. Opera prima ambientata quasi in tempo reale e tutta in una notte, questa pellicola gioca con le inquietudini e le suggestioni dell'epoca in cui si svolge, ispirandosi nemmeno velatamente a celebri e misteriosi "incidenti" come quelli di Roswell o di Kecksburg. E se l'atmosfera è sospesa, notturna e inquietante (con una fotografia "nebbiosa" che avvolge tutto), i contenuti si rifanno a tutti gli elementi del mito degli alieni con i loro dischi volanti che fanno periodiche visite nel deserto, lontani dai centri abitati, per comunicare o per rapire gli esseri umani. Non a caso la cornice immaginaria è quella di un programma tv, "Paradox Theater", modellato su "Ai confini della realtà", di cui "The vast of night" sarebbe il titolo di un episodio. Stilisticamente inappuntabile, il film è costruito su una serie di lunghi piani sequenza, ma alla resa dei conti offre poche sorprese e si accontenta di andare incontro ai desideri e alle aspettative di un tipo di cinema nostalgico, con echi spielberghiani ("Incontri ravvicinati del terzo tipo" è naturalmente il titolo di riferimento). Ben costruiti comunque i personaggi, nerd al punto giusto (si pensi ai commenti su come sarà il futuro), e indovinati sia l'approccio intimistico e personale sia la collocazione temporale della vicenda. Forse è il caso di appuntarsi il nome del giovane regista, per seguirne le evoluzioni future.

23 giugno 2020

Il calamaro e la balena (N. Baumbach, 2005)

Il calamaro e la balena (The Squid and the Whale)
di Noah Baumbach – USA 2005
con Jesse Eisenberg, Jeff Daniels
***

Visto in TV.

La separazione fra Bernard (Jeff Daniels) e Joan (Laura Linney), entrambi scrittori, vista attraverso gli occhi dei due figli, il maggiore Walt (Jesse Eisenberg) e il minore Frank (Owen Kline). Siamo a Brooklyn, negli anni ottanta: e i due ex coniugi, che si dividono l'affido dei figli, si ritrovano a vivere ai due lati opposti del parco. Un film semi-autobiografico, acuto e penetrante, che con pochi ma riusciti tocchi riesce ad approfondire psicologicamente i suoi personaggi: se dei due adulti vengono evidenziati soprattutto i difetti (in particolare l'uomo, un tempo scrittore di successo ma da anni ormai in crisi e relegato a tenere un corso di scrittura creativa, con un ego rimasto però smisurato e un atteggiamento snob e competitivo che l'ex moglie non riesce più a sopportare), i figli sono invece ritratti in momenti della crescita in cui un buon modello genitoriale sarebbe importante per raggiungere la maturità. Walt ha scelto proprio il padre come esempio di vita, dipendendo da lui e dai suoi gusti in tutto e per tutto, finendo persino col mentire a sé stesso e agli altri: millanta la conoscenza di libri che non ha letto, finge di aver scritto una canzone dei Pink Floyd, frequenta una ragazza, Lili (Anna Paquin), ma in realtà è attratto da una delle studentesse del padre, Sophie (Halley Feiffer). Il fratello minore Frank, invece, rimane più legato alla madre, ma è confuso e disturbato nella scoperta della propria sessualità. E col tempo, la consapevolezza delle problematiche della vita adulta comincia a farsi strada e a cambiare le iniziali visioni ristrette. Un "piccolo" film che con grande naturalezza porta alla luce i meccanismi che conducono all'espressione del sé, alla presa di coscienza del fatto che anche le cose brutte fanno parte della vita e alla necessità di accettarle, attraverso sentimenti come la rabbia, l'indecisione, l'imbarazzo, la confusione, la gelosia. Rispetto a "Storia di un matrimonio", con cui Baumbach nel 2019 tornerà a esaminare le dinamiche di un divorzio, mi è sembrato più immergente e meno melodrammatico. Il titolo si riferisce a un'installazione nel museo di storia naturale di New York che aveva impressionato Walt quando era piccolo, la lotta fra due animali marini che, ovviamente, prefigura e simboleggia quella fra i suoi genitori. William Baldwin è Ivan, il maestro di tennis di Frank, all'apparenza sempliciotto (Bernard guarda a lui dall'alto in basso) ma in realtà assai più equilibrato e in grado di dare felicità a Joan. Nella colonna sonora, anche per motivi diegetici, spicca "Hey You" di Roger Waters. Una nomination agli Oscar per la sceneggiatura.

22 giugno 2020

Suspiria (Luca Guadagnino, 2018)

Suspiria (id.)
di Luca Guadagnino – Italia/USA 2018
con Dakota Johnson, Tilda Swinton
*1/2

Visto in TV.

Nell'autunno 1977, in una Berlino ancora divisa dal muro e sconvolta dalle azioni di terrorismo della RAF, la giovane americana Susie Bannion (Dakota Johnson) si iscrive all'accademia di danza diretta da madame Blanc (Tilda Swinton), scoprendo che la scuola fa da copertura a una congrega di streghe. Remake di uno dei film più celebri di Dario Argento (il più noto in assoluto nei paesi di lingua inglese), di cui però non è una copia pedissequa: Guadagnino, reduce dal successo di "Chiamami col tuo nome", e lo sceneggiatore David Kajganich giocano infatti ad ampliare lo scenario, introducendovi temi sociali, storici e politici che però contaminano inutilmente la natura di horror soprannaturale dell'originale. Sia i riferimenti al terrorismo sia quelli all'olocausto (attraverso la storia di un anziano psicanalista, il dottor Klemperer, che ha perso la moglie durante la seconda guerra mondiale) appaiono infatti spuri e superflui nel contesto della trama principale: e ogni tentativo di collegare la crudeltà delle streghe a quella della storia umana (c'è chi ha scomodato addirittura un paragone con il "Salò" di Pasolini!) sembra francamente pretenzioso. Cambia anche l'atmosfera, più concreta e calata nella realtà rispetto al film di Argento, dal quale rimuove stile e tensione: in particolare la fotografia perde fascino e colore, i personaggi non hanno caratterizzazione, la trama non mantiene la suspense, e il colpo di scena finale non sembra giustificare la lunga attesa con cui si presenta allo spettatore, preannunciato comunque da alcune sequenze legate al passato di Susie che enfatizzano il tema della madre. Persino le occasionali scene di (body) horror fanno più ribrezzo che paura. Nel complesso, un film di cattivo gusto, che ha diviso la critica, non ha catturato il pubblico e non è piaciuto nemmeno allo stesso Argento, il che è tutto dire (in effetti sembra più vicino a "Il cigno nero" e a "The neon demon" che non al cinema argentiano). Fra le cose positive, il modo in cui trasmette le sensazioni "corporee" della danza, descritta come una sorta di possessione demoniaca, e la scena finale del sabba, l'unica in cui la fotografia sembra prendere colore. Nel cast Mia Goth, Chloë Grace Moretz ed Elena Fokina (tre delle danzatrici), Jessica Harper (la protagonista originale, qui in un breve cameo), Angela Winkler, Sylvie Testud, Fabrizia Sacchi e Renée Soutendijk (i membri dello staff della scuola). Dakota Johnson aveva già recitato per Guadagnino in un altro remake, "A bigger splash". Tilda Swinton, habitué del regista sin dal suo primo film, "The protagonists", riveste più ruoli: oltre a madame Blanc (personaggio ispirato a Pina Bausch), è anche la mostruosa Helena Markos e soprattutto, irriconoscibile e accreditata con il falso nome di Lutz Ebersdorf, il dottor Klemperer.

21 giugno 2020

Il dolce domani (Atom Egoyan, 1997)

Il dolce domani (The Sweet Hereafter)
di Atom Egoyan – Canada 1997
con Ian Holm, Sarah Polley
***

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Ian Holm.

Quando lo scuolabus locale esce di strada e sprofonda nel lago ghiacciato, gli abitanti di una cittadina devono far fronte alla tragedia collettiva della perdita di tutti i loro figli. Ognuno reagisce a proprio modo: chi con la rabbia, chi con la rassegnazione e chi si chiude nel proprio dolore. È allora che fa la sua apparizione Mitchell Stephens (Ian Holm), avvocato che intende convincere tutti i genitori ad unirsi insieme per intentare una causa di risarcimento (non è chiaro verso chi: il produttore dell'autobus? l'autista alla guida (Gabrielle Rose), che pure amava profondamente quelli che chiamava "i miei bambini"? l'ente che doveva curare le strade o il guardrail?). Lo stesso Stephens, però, ha in fondo perduto una figlia: la sua Zoe (Caerthan Banks), tossicodipendente, che un tempo amava alla follia e che ora è diventata una fastidiosa estranea... Sceneggiato dallo stesso regista a partire da un romanzo di Russell Banks, a sua volta ispirato a un episodio realmente accaduto, è forse il miglior film di Egoyan, che dopo "Exotica" torna ad affrontare i temi della perdita, della manipolazione del dolore e del contatto emotivo: una riflessione acuta e profonda, intensa e niente affatto cinica, sul caso e la fatalità, sul lutto e le conseguenze, che coglie parte del proprio fascino dal suggestivo parallelo con la favola del Pifferaio di Hamelin, il quale portò via tutti i bambini di un villaggio per punire i genitori. Mentre nella fiaba a rimanere indietro fu un solo bambino perché zoppo, qui l'unica sopravvissuta è Nicole (Sarah Polley), costretta su una sedia a rotelle (e dalla cui testimonianza dipende l'esito della causa), per la quale la tragedia diventa un modo per uscire dalla propria infanzia e prendere consapevolezza della dura realtà della vita, compreso il torbido rapporto con il proprio genitore (Tom McCamus). Se c'è chi spera di ottenere del denaro dalla tragedia, altri – come il vedovo Billy (Bruce Greenwood), che ha perso i due figli – hanno una visione più fatalista: l'incidente è semplicemente capitato, ora è meglio voltare pagina e guardare avanti. Dopo tutto, interrogarsi sulle ragioni della tragedia per "incanalare la propria rabbia" (come dice Stephens), quando nulla fa pensare a qualcosa di diverso di una fatalità (una lastra di ghiaccio sulla strada), è come prendersela con una punizione divina. La struttura decostruita intervalla la trama principale con numerosi flashback (vedremo l'incidente soltanto a metà film) e flashforward (le sequenze di Stephens in aereo, mentre parla della figlia a una vecchia amica), mentre scenari e ambientazione (neve, ghiaccio) sembrano voler "congelare" i sentimenti per impedire loro di esplodere. Ma alla fine, in un modo o nell'altro, tutti troveranno la pace. Ottimo Holm in uno dei suoi rari ruoli da protagonista, che alterna momenti in cui appare freddo e cinico ad altri in cui si dimostra compassionevole (la stessa ambivalenza che ha verso la figlia).

20 giugno 2020

Buttiamo giù l'uomo (Savage Cole, Krudy, 2019)

Buttiamo giù l'uomo (Blow the Man Down)
di Bridget Savage Cole, Danielle Krudy – USA 2019
con Morgan Saylor, Sophie Lowe
**

Visto in TV, con Sabrina.

Dopo la morte della madre, le sorelle Mary Beth (Morgan Saylor) e Priscilla Connolly (Sophie Lowe) cercano di mandare avanti la pescheria di famiglia nel freddo e remoto villaggio costiero di Easter Cove, nel Maine. Quando Priscilla uccide accidentalmente un misterioso forestiero, le due decideranno di disfarsi del cadavere, facendolo a pezzi e gettandolo ai pesci. Ma si ritroveranno così coinvolte in una serie di intrighi che riguardano gran parte delle donne della piccola comunità. A metà strada fra "Fargo" e "Soldi sporchi", di cui è una variante tutta al femminile, una pellicola che avrebbe molti punti di forza: innanzitutto l'ambientazione, un remoto villaggio di pescatori dove le donne tirano le fila di tutto, visto che gli uomini sono sempre fuori a pesca (alcuni di questi, con le loro canzoni, forniscono letteralmente un "coro" alle vicende). Ottimi anche i volti dei numerosi personaggi, tutti particolari e ambigui, anche perché non ci sono figure completamente buone o completamente cattive; e notevole la colonna sonora acustica e distonica di Brian McOmber e Jordan Dykstra, così come la confezione in generale (in particolare la gelida fotografia). Dove invece il film non funziona, purtroppo, è nella cosa più importante: la sceneggiatura (delle stesse registe), che non decolla mai, non riesce a sviluppare con la dovuta cura i molti spunti forniti dall'ambientazione, dalla trama e dai personaggi – come la tenutaria del bordello locale (Margo Martindale, la migliore del cast), una delle prostitute (Gayle Rankin), o le varie vecchiette che dominano dietro le quinte – e non approfondisce né loro né gli eventi, che si succedono "semplicemente" e in maniera persino sfilacciata, senza suscitare l'interesse o la partecipazione dello spettatore e senza mai dare l'impressione che alle azioni seguano delle conseguenze.

19 giugno 2020

Molly's game (Aaron Sorkin, 2017)

Molly's Game (id.)
di Aaron Sorkin – USA 2017
con Jessica Chastain, Idris Elba
***

Visto in TV, con Sabrina.

Molly Bloom (Chastain), ex sciatrice freestyle ritiratasi dalle competizioni per un grave infortunio, si "reinventa" gestendo un giro clandestino di partite di poker (nella variante Texas hold 'em) riservato a ricche celebrità e uomini potenti. Anche se la sua unica colpa è quella di aver intascato delle commissioni sulle vincite, l'FBI l'accusa di essere complice della mafia russa nel riciclaggio di denaro, per cercare di convincerla a svelare i nomi e i segreti di tutti i partecipanti alle sue serate. Difesa da un agguerrito avvocato (Idris Elba), Molly resterà però fedele a sé stessa, e nel frattempo recupererà il rapporto con il padre (Kevin Costner), psicologo e allenatore, figura autoritaria che è all'origine (inconscia) di tutti i suoi guai. Da una storia vera (la pellicola è tratta dal libro di memorie della stessa Bloom), un film girato in maniera spigliata e accattivante dallo sceneggiatore Aaron Sorkin (all'esordio dietro la macchina da presa), che vivacizza la vicenda con una struttura a flashback, dialoghi arguti, riflessioni – a volte controcorrente – sui temi del potere e del denaro (da sempre al centro dei lavori di Sorkin, dalla serie tv "West Wing" al film "The social network"), e interessanti analisi sulla psicologia dei giocatori d'azzardo. Protagonista assoluta (non c'è praticamente una sequenza che non la veda in scena) nel ruolo di una donna sola che si destreggia con spirito d'iniziativa e nonchalance in un mondo popolato da uomini ricchi e potenti senza sacrificare la propria integrità, Jessica Chastain compie un autentico tour de force che le è valso un ampio riscontro critico (per molti si tratta della sua prova migliore). Nomination ai Golden Globe (per Chastain) e agli Oscar (per la sceneggiatura). Michael Cera è il "giocatore X", ispirato a varie celebrità di Hollywood amanti del gioco d'azzardo (come Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire e Ben Affleck). Nel cast anche Jeremy Strong, Chris O'Dowd e Brian d'Arcy James.

18 giugno 2020

Nell'anno del Signore (L. Magni, 1969)

Nell'anno del Signore
di Luigi Magni – Italia 1969
con Nino Manfredi, Claudia Cardinale
***

Visto in divx.

Nella Roma di papa Leone XII (siamo nel 1825), dove un potere autoritario e dispotico limita fortemente le libertà del popolo, due carbonari – il medico rivoluzionario Leonida Montanari (Robert Hossein) e il giovane idealista Angelo Targhini (Renaud Verley) – vengono arrestati e condannati a morte per aver tentato di uccidere un membro del loro stesso gruppo che aveva fatto la spia alle guardie del pontefice. La loro storia si intreccia con quella di un umile ciabattino, Cornacchia (Nino Manfredi), che in segreto scrive le poesie satiriche che vengono affisse ogni notte sulla statua di Pasquino (le cosiddette "pasquinate") per irridere il clero e le istituzioni, denunciarne gli abusi e spingere il popolo alla rivolta; e con quella di Giuditta (Claudia Cardinale), ragazza ebrea che convive con Cornacchia e che cerca in ogni modo di salvare i due prigionieri dalla forca... Il secondo film di Magni è uno dei suoi lavori migliori e più caratteristici, primo di un filone (seguiranno, fra gli altri, "In nome del Papa Re" e "In nome del popolo sovrano") ambientato nella Roma papalina durante gli ultimi anni del potere pontificio. Il soggetto è ispirato a una storia vera (l'ultima scena, ambientata ai giorni nostri, mostra la targa affissa in memoria dei condannati in piazza del Popolo, dove si svolse l'esecuzione), di cui peraltro modifica alcuni particolari (come l'età anagrafica e la provenienza di alcuni personaggi): e pur sbilanciando la narrazione verso il registro comico-grottesco tipico della commedia all'italiana, se non addirittura verso la farsa in alcuni passaggi fin troppo parodistici, con qualche caduta di stile (vedi la principessa (Britt Ekland) moglie di Filippo Spada (Franco Abbina), che non si cura della sorte del marito), riesce comunque a fornire una rappresentazione indovinata di un particolare momento storico che, volendo, può essere letto in chiave di attualità (anche perché le questioni politiche e la semplice umanità dei personaggi si intrecciano con felice intuizione). Il tema, dopotutto, è quello del rapporto fra il popolo e chi lo governa, un popolo ritratto di volta in volta come pigro e addormentato, felice di essere guidato o dominato, in attesa di qualcuno che lo risvegli, o semplicemente indifferente alle proprie sorti. I timidi fermenti rivoluzionari che preoccupano le guardie non sembrano in realtà frutto di una volontà popolare: i cospiratori della setta carbonara sono soltanto nobili e aristocratici, mentre la gente comune pensa a tirare a campare e, semmai, a godersi lo spettacolo dell'esecuzione dei congiurati. Insomma: la satira è rivolta sia verso il potere sia verso i sudditi.

Esemplare la frase che conclude il film, pronunciata da Montanari prima di essere decapitato: "Buonanotte, popolo". È solo uno, peraltro, dei numerosi detti memorabili o aforismi paradossali di cui è permeata la pellicola (fra i tanti: "Noi siamo sempre dalla parte giusta, soprattutto quando sbagliamo", "Il popolo è stanco? Più che altro, sembra ubriaco", "Io mi sento libero solo quando obbedisco!", "Qui a Roma gli unici a dormire siamo noi, che stiamo sempre svegli"). La vicenda assume a tratti caratteristiche corali, grazie a un nutrito gruppo di comprimari, molti dei quali interpretati da autentici mostri sacri della commedia all'italiana: Ugo Tognazzi è il cardinale Rivarola, colui che condanna a morte i carbonari; Enrico Maria Salerno è il colonnello Nardoni, incaricato di far rispettare l'ordine in città ("Magari comandassero i colonnelli!", afferma a un certo punto: un'altra allusione all'attualità, il colpo di stato in Grecia); Alberto Sordi è il frate che cerca inutilmente di far pentire i condannati prima dell'esecuzione. Piccole parti, inoltre, per Pippo Franco, Stelvio Rosi e Marco Tulli. La scelta di ricorrere ad attori celebri fu fatta intenzionalmente dai produttori, nella speranza di "disinnescare" la polemica per i contenuti anticlericali del film, che sarebbero saliti in primo piano se la pellicola fosse stata interpretata da volti sconosciuti o meno associati alla comicità: così, invece, si cercò di farla passare per una delle tante commedie italiane in costume. Il successo al botteghino, in ogni caso, fu notevole. Fra i temi collaterali, da segnalare quello delle persecuzioni contro gli ebrei, con sequenze come la messa cui gli abitanti del ghetto sono costretti ad assistere, o la frase di Rivarola "Secondo me, questi giudei sono esseri umani quasi come noi". La scena in cui il cardinale finge di firmare la grazia per i condannati potrebbe essere stata ispirata alla "Tosca" di Giacomo Puccini, di cui lo stesso Magni realizzerà un adattamento cinematografico quattro anni più tardi. Nel 2003 il regista e Manfredi torneranno poi a occuparsi delle pasquinate nel tv movie "La notte di Pasquino". La colonna sonora di Armando Trovajoli è "morriconiana", come suggerisce anche la canzone di Giuditta interpretata dal soprano Edda Dell'Orso (già memorabile voce in alcune delle migliori soundtrack per i film di Sergio Leone). I temi del film, la sua ambientazione e l'iconografia di alcuni personaggi (come Montanari) potrebbero aver ispirato il fumetto "Mercurio Loi" pubblicato da Sergio Bonelli Editore.

17 giugno 2020

Tutti giù per terra (Davide Ferrario, 1997)

Tutti giù per terra
di Davide Ferrario – Italia 1997
con Valerio Mastandrea, Carlo Monni
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il ventiduenne Walter (Mastandrea), studente di filosofia fuori corso, vergine e nullafacente, vive ancora con i genitori e persegue un ideale di libertà e anarchia che nasconde l'incapacità di programmare il proprio futuro. Senza arte né parte, non sa dare una direzione alla propria vita, e disprezza sia i ricchi industriali (la storia si svolge a Torino) sia i proletari, che si tratti del padre operaio o dei commessi dei negozi. Ma dopo svariate disavventure universitarie e sentimentali, nonché un anno trascorso a svolgere il servizio civile presso una cooperativa che fornisce assistenza agli abitanti dei campi nomadi (leggi: a fare inutili fotocopie), sarà costretto a cercare lavoro. Da un romanzo di Giuseppe Culicchia (sceneggiato dal regista), un gradevole – ma innocuo – ritratto più individuale che generazionale (come forse ambiva ad essere) su un personaggio che fa dell'ignavia e della totale assenza di impegno sociale, politico o esistenziale la sua chiave di vita. Nella sua improduttiva ribellione al sistema, Walter finisce per l'esserne vittima e si lascia trascinare dagli eventi senza concludere mai nulla di buono sul piano personale. La cifra astratta, surreale e disillusa della pellicola, comunque, ha una sua ragion d'essere, e ci sono pochi dubbi sul fatto che molti ventenni dell'epoca fossero davvero così. Dialogo cult: "Mi sono iscritto al partito." "Quale?" "Non scherzare". Attorno al simpatico Mastandrea appaiono Carlo Monni (il padre), Adriana Rinaldi (la madre), Caterina Caselli (la zia eccentrica, l'unica con cui Walter stringe una sorta di rapporto), Gianluca Gobbi (l'amico poeta-filosofo) e Anita Caprioli (Beatrice). In piccole parti, inoltre, si riconoscono – fra gli altri – Luciana Littizzetto (l'impiegata alle poste), Vladimir Luxuria (il trans con cui si intrattiene il padre), e i membri del gruppo CSI, ex CCCP (la commissione d'esame), che forniscono anche le molte canzoni che punteggiano la colonna sonora. Ferrario ambienterà a Torino anche altri film successivi, in particolare il più compiuto "Dopo mezzanotte".

16 giugno 2020

Mustang (Deniz Gamze Ergüven, 2015)

Mustang (id.)
di Deniz Gamze Ergüven – Francia/Germania/Turchia 2015
con Güneş Şensoy, İlayda Akdoğan
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cinque giovani sorelle turche (siamo nei dintorni di Trabzon, sulle coste del Mar Nero), orfane di entrambi i genitori, vengono recluse in casa dallo zio per via del loro temperamento ribelle e del comportamento troppo libero. Dopo che le prime due sono state costrette a sposarsi, e la terza si è suicidata per gli abusi subiti, le due più giovani riusciranno a fuggire di casa. Opera prima di una regista trasferitasi in Francia in tenera età (e dunque di fatto francese, anche se di origine turca), la pellicola ha le tipiche stimmate del "film da festival" che pretende di lanciare uno sguardo sulle società del vicino o medio oriente da una prospettiva occidentale: ogni sequenza e ogni svolta narrativa appare infatti costruita a tavolino e trasuda di retorica. A salvarla almeno in parte è la bellezza e la spontaneità delle giovani attrici (fra le fonti di ispirazione, almeno a livello estetico, c'è "Il giardino delle vergini suicide" di Sofia Coppola), nonché alcuni episodi che a loro modo aiutano ad aprire gli occhi sulla condizione femminile nelle zone più arretrate di certi paesi: la passione della più piccola delle sorelle, Lale (di fatto la protagonista), per il calcio; la scelta della primogenita di sposare il ragazzo che ama e non quello scelto per lei dallo zio e dalla nonna; la sequenza della "prova del lenzuolo" per dimostrare che la giovane sposa era vergine; i rapporti di complicità e di amicizia fra le ragazze, da sole contro una società patriarcale, conservativa e opprimente. Ma tutto è troppo perfettino e patinato, e molto meno convincente e sincero di altri film sugli stessi temi visti in precedenza (e che provenivano davvero dall'interno di queste società, e non dall'esterno, magari da una posizione privilegiata): un esempio su tutti, l'iraniano "Il cerchio" di Jafar Panahi. Il titolo "Mustang", una razza di cavalli selvaggi, mai spiegato nel film, fa riferimento alla natura libera e indomita delle cinque ragazze. Buon successo di critica in Francia e negli USA, con tanto di nomination agli Oscar per il miglior film straniero (ma per la Francia, non per la Turchia, nonostante la pellicola sia interamente parlata in turco). Il doppiaggio italiano è a livelli televisivi.

15 giugno 2020

Gli amanti crocifissi (K. Mizoguchi, 1954)

Gli amanti crocifissi (Chikamatsu monogatari)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Kazuo Hasegawa, Kyoko Kagawa
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Mohei (Kazuo Hasegawa), umile pittore di pergamene, lavora per il ricco ma avaro stampatore Ishun (Eitaro Shindo), fornitore della corte imperiale a Kyoto. Quando la giovane moglie del suo padrone, O-San (Kyoko Kagawa), chiede il suo aiuto per convincere il marito a prestare del denaro al fratello indebitato, per un equivoco i due vengono sospettati di essere amanti e sono costretti alla fuga. Siamo infatti in un mondo crudele, dove gli adulteri sono crocifissi in pubblico, portando vergogna e disonore sulle rispettive famiglie. Per questo motivo lo stesso Ishun non desidera che il fatto venga reso noto, e ordina ai propri uomini di rintracciare segretamente i fuggitivi e di riportare a casa almeno la donna. Ma durante il viaggio verso Osaka, fra mille difficoltà, Mohei e O-San scoprono di essere veramente innamorati l'uno dell'altra... Da un dramma di Chikamatsu Monzaemon (da cui il titolo originale, "Una storia di Chikamatsu") ambientato nel Giappone feudale, una storia d'amore che sfida le ipocrisie e le convenzioni sociali dell'epoca, dove il potere e soprattutto il denaro governano ogni cosa, e dove le donne in particolare non hanno voce in capitolo né la possibilità di esprimere i propri sentimenti: questo vale non soltanto per O-San, che per salvare la propria famiglia dalla miseria è stata costretta a sposare un uomo più vecchio di lei, ma anche per la servetta O-Tama (Yoko Minamida), innamorata di Mohei e che si sacrifica per lui. Il conflitto, come in molti altri film di Mizoguchi, è quello fra il giri (il dovere, nei confronti della società o della famiglia) e il ninjo (i sentimenti umani, la ricerca della propria felicità): non a caso la chiave di svolta della vicenda è la scena sul lago Biwa, dove i due protagonisti meditano di suicidarsi insieme, prima di scoprire di amarsi e scegliere dunque di vivere, rinunciando cioè al giri per abbracciare il ninjo. Grande enfasi, nella prima parte, è posta inoltre sul fatto che agli uomini, soprattutto se ricchi e potenti, è permesso di tradire la moglie, di frequentare le geishe e di sperperare il proprio denaro, mentre alle consorti non è perdonato nulla: l'inizio della storia in effetti può ricordare addirittura "Le nozze di Figaro" (con O-Tama nei panni di Susanna, O-San in quelli della Contessa e Ishun in quelli del Conte: c'è persino una scena in cui O-San e O-Tama si scambiano le stanze per sorprendere il fedifrago Ishun). La fuga degli amanti verso Osaka, che si conclude alle pendici del Monte Atago, occupa invece la parte più importante della pellicola, che Mizoguchi gira con la consueta eleganza. Da notare come, a differenza della maggior parte dei suoi film, stavolta il personaggio maschile è rappresentato in maniera positiva. E il finale è solo all'apparenza tragico, perché in realtà segna la vittoria dell'amore di fronte alle avversità, mentre chi ha fondato la propria esistenza sul potere e il denaro viene privato di entrambe le cose. Interessante la colonna sonora, che integra i suoni degli strumenti tradizionali della musica giapponese (come fiati e percussioni) con i rumori ambientali e li fonde con le immagini.

14 giugno 2020

Babadook (Jennifer Kent, 2014)

Babadook (The Babadook)
di Jennifer Kent – Australia 2014
con Essie Davis, Noah Wieseman
***

Visto in TV.

Dopo la morte del marito, Amelia (Davis) vive faticosamente da sola con il figlio Samuel. Il bambino è irrequieto e iperattivo, ha forti problemi di comportamento e di relazione con gli altri (anche e soprattutto per via della mancanza di un padre), ed è spaventato dai "mostri" che crede si nascondino nella vecchia casa, sotto il letto o nell'armadio, per affrontare i quali progetta ogni tipo di arma rudimentale. Quando trova per caso un libro illustrato sul perfido Babadook, creatura oscura e minacciosa, le sue paure crescono a dismisura. E l'ansia e l'angoscia cominciano a impossessarsi anche della madre, sempre più stressata, che inizia a sentirsi a sua volta perseguitata e a perdere il contatto con la realtà... Opera prima dell'australiana Jennifer Kent, ex attrice e assistente di Lars von Trier, questo horror domestico e claustrofobico sembra quasi una versione al femminile di "Shining", con la progressiva pazzia che si impadronisce di un genitore, mettendo in pericolo il suo stesso figlio (ci sono anche altri elementi in comune: la vecchia vicina di casa che ricorda il custode dell'albergo, o il fatto che Amelia facesse la scrittrice). Non c'è da stupirsi che sia piaciuto molto a Stephen King. Di suo, su una trama non troppo originale, aggiunge riflessioni sulle difficoltà della maternità, soprattutto quando si è una madre single: pur fra molte esagerazioni, colpiscono nel segno, anche perché provengono appunto da una cineasta donna. In ogni caso, in quanto horror, a tratti il film fa davvero paura, essendo girato premurandosi di non mostrare mai troppo apertamente il mostro (modellato su "Nosferatu") e lasciando che ad emergere sia "il male dentro di noi", da lui risvegliato, il che ne fa quasi un thriller psicologico sulla nevrosi e la pazzia, con atmosfere tenebrose e inquietanti. Il bambino, comunque, è davvero insopportabile.

13 giugno 2020

Un condannato a morte è fuggito (R. Bresson, 1956)

Un condannato a morte è fuggito (Un condamné à mort s'est échappé)
di Robert Bresson – Francia 1956
con François Leterrier, Charles Le Clainche
****

Rivisto in DVD.

Nel 1943, nella Francia occupata dai tedeschi, il membro della resistenza Fontaine (Leterrier) viene rinchiuso nella prigione di Fort Montluc a Lione, in attesa di un processo dall'esito scontato. Nei tre mesi in cui attende la sua condanna a morte, però, progetta e mette in atto una meticolosa fuga: dapprima scavando con un cucchiaio di metallo fra le assi di legno massiccio della porta della sua piccola cella; e poi calandosi di notte lungo le mura e sopra il fossato del carcere, con l'aiuto di un compagno (Le Clainche) e grazie alle funi che ha realizzato con i propri abiti, le coperte e il filo della rete del letto. Dalle memorie autobiografiche del partigiano André Devigny, il capolavoro di Bresson e del cinema essenziale e minimalista. La didascalia introduttiva, firmata dal regista, afferma: "Questa è una storia vera, la propongo così com'è, senza ornamenti". E infatti il film – che reca il sottotitolo "Il vento soffia dove vuole", da un passo dal vangelo secondo Giovanni – riesce a costruire una tensione elevata e costante senza bisogno di ricorrere a fronzoli, sovrastrutture, elementi spuri o inutili: la quintessenza del cinema che piace a me. Accompagnato soltanto dalla voce fuori campo del narratore e dalla musica sacra di Mozart (la Grande Messa in do minore K. 427), il lungometraggio mostra ogni gesto e ogni fase dell'ideazione della fuga, che il protagonista mette in atto con enorme pazienza e certosino lavoro, senza mai rassegnarsi di fronte alle difficoltà o agli imprevisti, e cogliendo l'occasione quando questa si presenta al momento giusto. La sua storia è quasi una celebrazione dello spirito umano che non si lascia piegare nemmeno nelle situazioni peggiori e lotta sempre e comunque per sopravvivere. Attorno a Fontaine i carcerieri sembrano figure fugaci ed evanescenti, mentre la macchina da presa è sempre fissa sul suo volto e talvolta su quello dei compagni di prigionia, fra i quali cerca complici per l'evasione, scontrandosi con la paura e la rassegnazione e trovandone infine uno in un giovane soldato collaborazionista accusato di diserzione, del quale inizialmente non sa nemmeno se può fidarsi. La regia mirabile e asciutta di Bresson si prende i tempi necessari, focalizza l'attenzione sui gesti (ognuno dei quali assume un proprio valore e significato: non in sé stesso o in chiave simbolica, ma perché indispensabile e irrinunciabile anello di una catena che porta alla libertà) e rende coinvolgente quasi ogni sequenza: memorabile quella in cui, durante la fuga, Fontaine è costretto a uccidere una sentinella, azione che avviene fuori inquadratura e che ci viene comunicata solo attraverso il sonoro. Lo stesso Bresson fu rinchiuso per un anno in un campo di prigionia tedesco durante la seconda guerra mondiale. La pellicola vinse il premio per la miglior regia al festival di Cannes.

12 giugno 2020

Applause (Rouben Mamoulian, 1929)

Applause
di Rouben Mamoulian – USA 1929
con Helen Morgan, Joan Peers
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La diciassettenne April (Joan Peers), figlia della ballerina di burlesque Kitty Darling (Helen Morgan), che l'ha data alla luce proprio dietro le quinte di un teatro, viene spinta dall'amante della madre, il subdolo Hitch Nelson (Fuller Mellish Jr.), a calcare le scene a sua volta. Innamoratasi del giovane marinaio Tony (Henry Wadsworth), la ragazza sceglierà però di abbandonare quello show business che non ha mai amato e al quale si era dedicata soltanto per affetto verso la madre. Tratto da un romanzo di Beth Brown, si tratta del primo film diretto da Rouben Mamoulian, regista teatrale di origine armena che per più di una decina d'anni (1929-1942) firmerà pellicole di grande qualità (il suo capolavoro, a mio parere, sarà la commedia musicale "Amami stanotte" del 1932, uno dei miei film preferiti), prima di essere ostracizzato dalle major hollywoodiane nel dopoguerra, anche per via delle sue attività da sindacalista. Più della trama melodrammatica, che ritrae il mondo del varietà di quart'ordine sotto una luce fortemente negativa, dove le ballerine sono sfruttate e costrette a esibirsi di fronte a un pubblico laido e immorale, e del (relativo) realismo dei dialoghi nella descrizione del backstage della vita teatrale, a colpire è la maestria tecnica della pellicola, realizzata agli albori del cinema sonoro, quando l'innovazione tecnologica del parlato (che richiedeva apparecchiature ingombranti e microfoni posizionati vicino agli attori per poter catturare il suono in presa diretta) tarpava notevolmente le ali a quel linguaggio cinematografico che negli ultimi anni del muto aveva raggiunto un notevole grado di sofisticazione e che si vedeva ora quasi costretto a regredire agli albori, con inquadrature fisse e ravvicinate (al punto che alcuni commentatori dell'epoca pensavano che il sonoro sarebbe stato solo una moda passeggera!). La regia di Mamoulian si dimostra invece dinamica e vivace, in particolare nelle scene in esterni come quelle in cui accompagna April e Tony nei loro giri per Manhattan, ma anche nell'esplorare l'utilizzo della voce fuori campo o del sovrapporsi di linee di dialogo di più personaggi: per questi motivi, "Applause" è oggi considerato da alcuni critici il "primo grande film sonoro".

11 giugno 2020

El cochecito (Marco Ferreri, 1960)

El cochecito - La vetturetta (El cochecito)
di Marco Ferreri – Spagna 1960
con José Isbert, Pedro Porcel
***

Visto in divx.

L'anziano vedovo Don Anselmo (José Isbert) rimane talmente entusiasta dalla nuova carrozzina motorizzata dell'amico Luca, invalido alle gambe, da volersene acquistare una anche lui, pur non essendo affatto paralitico. Le "scampagnate" fuori città insieme a Luca e a un gruppo di altri amici disabili rappresentano infatti l'unica via di fuga dalla solitudine e da una famiglia per la quale è ormai diventato solo un peso. Ma nonostante la compiacenza del venditore di carrozzine ("Se le si paralizzano le gambe, tanto meglio. Nell'anno duemila nessuno farà più uso delle gambe"), il figlio avvocato si oppone decisamente alla sua "pazzia"... Terzo – e ultimo – dei film girati in Spagna da Marco Ferreri agli esordi, insieme allo sceneggiatore di fiducia Rafael Azcona (da un romanzo di quest'ultimo), su uno spunto assolutamente geniale che fa riflettere su come percepiamo la vita degli invalidi dall'esterno. Manca però ogni traccia di retorica o di buoni sentimenti, e siamo più dalle parti della parabola grottesca: nel suo egoismo, Anselmo non si accorge delle reali sofferenze degli amici malati, nemmeno quando le ha davanti agli occhi; d'altro canto, per il protagonista sono proprio la solitudine e la mancanza di autonomia le invalidità cui deve fare fronte, e riuscire a disporre di un veicolo motorizzato è l'unico modo per porvi rimedio. La vicenda avrebbe potuto essere sviluppata in molte direzioni differenti: Azcona e Ferreri scelgono la via della black comedy, abbandonando proprio nel finale la riflessione sulla malattia per puntare a quella satira sociale e antiborghese che diventerà il (sovversivo) marchio di fabbrica delle loro collaborazioni successive. Per certi versi il film sembra quasi una parodia di "Umberto D." e del cinema neorealista italiano. Ben caratterizzati i personaggi di contorno, dai vari parenti agli invalidi con cui Anselmo stringe amicizia. Nella Spagna franchista la censura costrinse i cineasti ad ammorbidire il finale, ritenuto troppo "nero", conservato invece nella versione giunta in Italia una ventina d'anni più tardi.

10 giugno 2020

Senza esclusione di colpi (N. Arnold, 1988)

Senza esclusione di colpi (Bloodsport)
di Newt Arnold – USA 1988
con Jean-Claude Van Damme, Bolo Yeung
**

Visto in divx.

Addestrato da un maestro giapponese, e contro il volere dei suoi superiori, il pilota militare americano Frank Dux si reca a Hong Kong per partecipare al Kumitè, un torneo clandestino di arti marziali dove ogni tecnica è permessa. Dopo una serie di duri combattimenti, sconfiggerà in finale lo spietato Chong Li, campione in carica che non ha remore a uccidere i propri avversari. Grande successo popolare per il primo film da protagonista di Jean-Claude Van Damme (che in precedenza era apparso nel ruolo del cattivo in "Kickboxers"), prodotto dalla Cannon, specializzata in pellicole a basso costo, e ispirato alla (presunta) storia vera di un lottatore che ha collaborato alla sua realizzazione in qualità di fight coordinator. Se le scene ambientate durante il torneo si lasciano seguire con interesse, tutto il resto è quasi imbarazzante a livello di dialoghi, situazioni e personaggi: particolarmente stupidi, prima ancora che stereotipati, i due agenti dell'FBI (Norman Burton e un giovane Forest Whitaker, reduce peraltro da "Good morning Vietnam"!) sulle tracce di Frank, e soprattutto la giornalista Janice (Leah Ayres). Apprezzabile invece come il torneo non si focalizzi solo sul protagonista: ci vengono mostrati, seppure rapidamente, gli incontri di molti altri combattenti, alcuni dei quali ben caratterizzati con pochi tratti, tanto che è possibile stilare un tabellone degli incontri dal primo turno alla finale. Fra questi spicca l'amico wrestler Ray Jackson (Donald Gibb). Naturalmente siamo lontani dalla qualità delle coeve pellicole di arti marziali girate proprio ad Hong Kong: basti dire che la regia non si mostra per nulla interessata alla "continuità" durante i combattimenti, spezzandoli regolarmente con un montaggio che impedisce di seguire l'azione degli atleti (a partire dai calci di Van Damme). L'idea di base, oltre a rievocare il torneo Tenkaichi di "Dragon Ball", sarà poi riproposta (meglio) ne "La prova", un altro film di JCVD (questa volta nelle vesti anche di regista). La colonna sonora di Paul Hertzog comprende alcune canzoni (come "Fight to survive") cantate da Stan Bush. Nota: l'anno seguente (1989) i distributori italiani sceglieranno di intitolare allo stesso modo ("Senza esclusione di colpi") anche il film "No holds barred", trasmesso solo in tv, che segna il debutto come protagonista di Hulk Hogan.

9 giugno 2020

Goshu il violoncellista (Isao Takahata, 1982)

Goshu il violoncellista (Sero hiki no Goshu)
di Isao Takahata – Giappone 1982
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Goshu è un giovane contadino che suona il violoncello in un'orchestra di campagna, impegnata nelle prove della sesta sinfonia di Beethoven (la "Pastorale") che dovrà portare in scena in città. Il severo direttore d'orchestra lo rimprovera frequentemente, accusandolo di non seguire il tempo degli altri o di uscire di tono. Ogni sera, nella capanna dove vive da solo e dove si esercita senza sosta, il ragazzo riceve la visita di un diverso animale parlante (un gatto, un uccello, un tasso e un topolino) che lo aiuteranno a migliorarsi e a maturare sia dal punto di vista musicale che da quello relazionale e comportamentale: grazie a loro, e alla propria forza di volontà, il concerto sarà un successo, e proprio a Goshu sarà chiesto di esibirsi come solista in un bis altamente virtuosistico ("Caccia alla tigre indiana", scritto appositamente da Michio Mamiya). Mediometraggio (dura un'ora scarsa) tratto da un racconto di Kenji Miyazawa di inizio Novecento, che mescola le suggestioni musicali del brano di Beethoven (un cui ritratto arcigno è appeso sulle pareti spoglie della casa di Goshu, ad osservarlo durante le lunghe ore di esercizio) – già di per sé legate al mondo della campagna (il film si apre con un temporale che va di pari passo con il quarto movimento, esattamente come accadeva in "Fantasia" di Walt Disney) – con temi tipicamente favolistici come gli animali parlanti e il loro intimo legame con la musica (si va da "I musicanti di Brema" alle tante principesse, Biancaneve in primis, che sanno comunicare con tutti gli abitanti della natura). L'animazione morbida, i bei fondali di Mukuo Takamura e i disegni appena abbozzati completano il quadro di un film semplice ma capace di risuonare nel profondo, soprattutto se si ama la musica e si comprende lo sforzo (non certo banale) che sta dietro a una perfetta esecuzione, alla capacità di trovare un proprio stile ma al contempo di rimanere in sintonia con gli altri membri dell'orchestra (il che potrebbe suggerire riferimenti autobiografici al lavoro di animatore dello stesso Takahata).

8 giugno 2020

La terra dell'abbastanza (F. e D. D'Innocenzo, 2018)

La terra dell'abbastanza
di Fabio e Damiano D'Innocenzo – Italia 2018
con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti
**

Visto in divx.

Mirko (Carpenzano) e Manolo (Olivetti), grandi amici che vivono alla periferia di Roma, pensano di avere finalmente "svoltato" quando, senza volerlo, investono e uccidono con l'auto un collaboratore di giustizia, ricercato dalla cosca locale. Per i due ragazzi è l'occasione di essere ammessi nell'organizzazione, dove cominciano a occuparsi di piccoli e grandi lavoretti, dal traffico di droga alla gestione della prostituzione, fino ad occasionali omicidi. Ma i rimorsi di coscienza si faranno sentire. Fra il cinema di Matteo Garrone (di cui i due autori, fratelli gemelli all'esordio nella regia, saranno poi sceneggiatori per "Dogman") e quello dei Dardenne (forse non a caso un'altra coppia di fratelli), un cupo e (neo)realistico ritratto di periferia e disagio, dove l'approdo alla criminalità sembra l'unica strada possibile a chi non è disposto ad accontentarsi di "quello che c'è" (per usare le parole della madre di Mirko che concludono la pellicola). Più che i personaggi, in fondo non così originali, a risaltare è infatti lo scenario squallido e degradato in cui si svolge la storia, che la fotografia fredda e languida di Paolo Carnera amplifica ai massimi livelli. Peccato però che la pellicola abbia un grave problema, che ne compromette quasi del tutto la fruizione: i dialoghi poco intellegibili, fra dialetto, frasi smozzicate e un pessimo audio in presa diretta che impedisce di comprendere almeno la metà delle parole pronunciate. Questo crea una distanza fra lo spettatore e ciò che viene mostrato sullo schermo, che non fa scattare il coinvolgimento e accentua invece l'artificiosità della vicenda, con personaggi e sviluppi che appaiono costruiti a tavolino.

7 giugno 2020

Gemini man (Ang Lee, 2019)

Gemini man (id.)
di Ang Lee – USA 2019
con Will Smith, Mary Elizabeth Winstead
*1/2

Visto in TV.

Henry Brogan (Will Smith), infallibile cecchino impiegato dal governo americano in missioni segrete in giro per il mondo per "eliminare" terroristi, ha deciso di andare in pensione. Ma i suoi stessi superiori intendono ucciderlo per evitare che scopra che è stato clonato: esiste infatti una sua versione più giovane che dovrà sostituirlo, nella speranza che a differenza sua non provi stanchezza nell'uccidere e non sviluppi una "coscienza". E naturalmente proprio a "Junior" sarà affidato l'incarico di rintracciare ed eliminare Henry, che dal suo canto vedrà nel ragazzo l'opportunità di rivivere la propria esistenza, questa volta in maniera più compiuta e soddisfacente. Da un soggetto di Darren Lemke rimasto nel limbo per oltre vent'anni, un film d'azione che mantiene molto meno di quanto promette. Gli sviluppi della storia sono scontati, le situazioni viste e straviste, i personaggi senza caratterizzazione (a parte quella necessaria per la trama), e i comprimari e il cattivo – Henry è aiutato dall'agente Danielle Zakarewski (Mary Elizabeth Winstead) e dall'amico di un tempo Barone (Benedict Wong), mentre l'antagonista è Clive Owen – del tutto generici o intercambiabili. Persino la direzione di Ang Lee è abbastanza anonima, anzi stupisce trovare il nome del regista taiwanese associato a questo progetto (avrebbe potuto girarlo un qualsiasi mestierante). A parte il tema del conflitto generazionale, l'aspetto più interessante è quello tecnico, e non solo per il "ringiovanimento" digitale di Will Smith che gli consente di interpretare due parti (anzi, tre), di combattere contro sé stesso e di apparire al contempo ventenne e cinquantenne. Come il precedente film di Lee, "Billy Lynn", l'intera pellicola (che naturalmente è uscita nelle sale anche in versione 3D) è stata girata e proiettata con un high frame rate (HFR) di 120 fotogrammi al secondo (anziché i consueti 24), dando alle immagini una nitidezza fin troppo elevata e iperreale: il risultato, soprattutto nelle sequenze ambientate nelle varie località "esotiche" in cui si svolge la storia, come Cartagena o Budapest, fa pensare agli spot turistici. Brutto il doppiaggio italiano.

6 giugno 2020

Tess (Roman Polanski, 1979)

Tess (id.)
di Roman Polanski – GB/Francia 1979
con Nastassja Kinski, Peter Firth
***

Rivisto in DVD.

Alla fine dell'Ottocento, nell'Inghilterra sud-occidentale, il contadino John Durbeyfield viene casualmente a sapere dal parroco locale che la sua famiglia discende dai D'Urberville, un'antichissima casata aristocratica ormai estinta. Preso dai sogni di gloria e di ricchezza, spinge la giovane figlia Theresa (Nastassja Kinski), detta "Tess", ad andare in vista ad alcuni proprietari terrieri con cui ritiene di essere imparentato, ignorando che essi in realtà hanno acquistato il nome D'Urberville per ragioni di prestigio. Nonostante la sua prudenza, Tess cade fra le braccia dell'arrogante "cugino" Alec D'Urberville (Leigh Lawson), che la mette incinta. Fuggita da lui, dopo la morte del bambino ancora in fasce, torna a lavorare nei campi. Ma quando conosce il gentile e compassionevole Angel Clare (Peter Firth), che la chiede in moglie, il suo travagliato passato torna a tormentarla... Pellicola fluviale tratta dal romanzo "Tess dei D'Urbervilles" di Thomas Hardy, che (come mostrato in una scena di "C'era una volta a... Hollywood" di Quentin Tarantino) fu consigliato a Polanski dalla moglie Sharon Tate appena prima di morire: il film è a lei dedicato. Le travagliate vicende della protagonista, una Kinski bellissima e imbronciata, orgogliosa e fiera anche nella sua povertà, ma che cade regolarmente in preda a un destino avverso e ai capricci degli uomini che la circondano, si dipanano lungo diversi anni e in uno scenario al tempo stesso concreto e immaginario, quasi fuori dal tempo: la regione in cui si svolge la storia, corrispondente all'odierno Dorset, è infatti il "Wessex", come lo chiama Thomas Hardy, dove toponimi da lui inventati sostituiscono e si sovrappongono a quelli reali: la città costiera di Sandbourne, per esempio, corrisponde a Bournemouth. Si tratta di un'Inghilterra rurale, popolata da gente semplice, dove le norme sociali e il cristianesimo si mescolano a un'antica "cultura contadina" che comprende anche superstizioni ("Quando qualcuno è innamorato il burro non viene") e riti pagani. Memorabile il finale ambientato a Stonehenge, al sorgere del sole, fra le rovine di un tempio antico e ancestrale in cui Tess e Angel trovano brevemente rifugio dalla legge e dalla morale degli uomini. Altro tema che attraversa la pellicola, infatti, è quello legato al passato, alla gloria e alla decadenza, come quella delle antiche famiglie che continuano a incidere anche ai giorni nostri (quando viene a conoscenza dei trascorsi di Tess, persino il sensibile Angel la accusa: "Ti credevo una figlia della natura, invece sei l'ultima di una serie di aristocratici degeneri"). Bellissima la fotografia di Geoffrey Unsworth (morto durante le riprese) e Ghislain Cloquet (che lo sostituì da metà film), calda ed estiva nelle scene in esterni e reminiscente dei dipinti di Georges de La Tour in quelle in interni. Gran parte della pellicola fu in realtà girata in Francia: anche la sceneggiatura fu scritta da Polanski e Gérard Brach in francese, e soltanto successivamente tradotta in inglese. Sei nomination agli Oscar (fra cui miglior film) e tre premi vinti (miglior fotografia, scenografia e costumi).

5 giugno 2020

L'immortale (Takashi Miike, 2017)

L'immortale (Mugen no junin, aka Blade of the immortal)
di Takashi Miike – Giappone/GB 2017
con Takuya Kimura, Hana Sugisaki
**1/2

Visto in TV.

L'ex samurai Manji (Takuya Kimura) è stato reso immortale dalle sanguisughe magiche che una misteriosa monaca viandante ha introdotto nel suo corpo. Assoldato come guardia del corpo dalla giovane Rin (Hana Sugisaki), che assomiglia in modo impressionante alla sorella morta, la aiuterà a vendicare il padre, ucciso dai membri della scuola d'armi Itto-ryu guidata da Anotsu (Sota Fukushi), un guerriero che aspira a dominare tutti i dojo del Giappone. Dall'omonimo fumetto di Hiroaki Samura, di cui adatta i primi due volumi, una pellicola d'azione a base di innumerevoli combattimenti all'arma bianca. La storia, strutturata episodicamente (un evidente calco del manga originale), vede il protagonista affrontare un nemico dietro l'altro, senza una reale progressione (a tratti la trama sembra inventata man mano che si va avanti), anche se l'insieme risulta comunque accattivante nel suo mix di ambientazione storica (siamo durante lo shogunato Tokugawa, nel tardo Settecento) ed esagerazioni pop, con personaggi stravaganti e armi non ortodosse. Per certi versi è una versione giapponese del "300" di Zack Snyder, e come tale deve essere gustato, senza aspettarsi la solennità, l'essenzialità e il rigore dei film di samurai di un tempo. D'altronde si tratta di caratteristiche difficili da trovare in un film di Miike (a proposito: si tratterebbe del centesimo (!) lavoro del prolifico regista), da sempre più a suo agio con gli eccessi che non con la misura. In ogni caso il divertimento non manca, ma attenzione: i combattimenti sono estremamente cruenti, con spargimenti di sangue, arti e membra mozzate. In effetti, pur essendo uno spadaccino eccezionale, spesso Manji non vince perché è più forte del nemico di turno, ma semplicemente perché, essendo immortale, si riprende con regolarità dalle innumerevoli ferite che gli vengono inflitte.

4 giugno 2020

Il mio nome è Nessuno (T. Valerii, 1973)

Il mio nome è Nessuno
di Tonino Valerii – Italia/Fra/Ger 1973
con Terence Hill, Henry Fonda
**

Rivisto in TV.

Alla fine dell'Ottocento, l'ormai anziano e stanco giustiziere Jack Beauregard (Henry Fonda) è pronto a partire per l'Europa e abbandonare così per sempre il vecchio West. Ma il giovane e scanzonato Nessuno (Terence Hill), che si professa suo grande ammiratore, lo spingerà suo malgrado a un'ultima leggendaria impresa: affrontare, solo contro 150 uomini, il temibile "Mucchio selvaggio". Da un'idea di Sergio Leone, che diresse anche alcune sequenze, una strana pellicola che sembra voler mettere a confronto due idee diverse di western: quello classico, impersonato da Fonda (che, dopo la parentesi da cattivo in "C'era una volta il west", torna a incarnare l'eroe tutto d'un pezzo con cui si è sempre identificato), e quello comico e "all'italiana", rappresentato da un Terence Hill reduce dai successi di "Trinità". La frizione è evidente, tanto che i due personaggi (e le sequenze che li vedono protagonisti) sembrano davvero appartenere a due generi diversi. Forse proprio per la recente popolarità di Hill, però, l'insieme è sbilanciato verso il comico, con lunghe sequenze-barzelletta (come la sfida nel saloon, con tanto di duello a schiaffi come quello di "Trinità") in mezzo alle quali il pur bravo Fonda si trova come un pesce fuor d'acqua, miope e malinconico, in balìa delle manovre del compagno e senza un'idea ben precisa di come reagire alla sua ironia decostruttiva, dissacratoria e burlesca. Abituato a un mondo più violento e concreto, Beauregard viene proiettato dall'enigmatico Nessuno (il cui nome è fonte di numerose battute) in uno invece irrealistico e favolistico, dove nulla si prende sul serio e dove i cattivi non sono mai veramente minacciosi. Manca dunque la tensione o l'epicità dei lavori di Sergio Leone, se non a brevi tratti (per esempio nelle scene in cui la musica di Morricone, che ingloba anche la "Cavalcata delle Valchirie", accompagna le apparizioni del Mucchio selvaggio, posse di banditi senza volto che formano un'unica presenza collettiva). Fra i comprimari si riconosce Mario Brega (uno dei tre balordi che danno la caccia a Beauregard). Bud Spencer non è presente, ma è evocato dal pupazzo girevole che Terence Hill sfrutta per affrontare un avversario. Leone, che sostituì Valerii sul set per un giorno, avrebbe diretto parte della scena del saloon, quella della fiera e quella dell'orinatoio.

3 giugno 2020

Storia di un fantasma (D. Lowery, 2017)

Storia di un fantasma (A Ghost Story)
di David Lowery – USA 2017
con Casey Affleck, Rooney Mara
***

Visto in TV.

Dopo la sua morte in un incidente stradale, un uomo (Affleck) torna sotto forma di fantasma nella casa in cui viveva con la moglie (Mara). Rimasto legato a quel luogo, vedrà scorrere il tempo attorno a sé (in un senso e nell'altro!), mentre gli inquilini cambiano e le trasformazioni si succedono. Una ghost story straordinaria e originale: non una pellicola horror ma esistenziale, soprannaturale e romantica (e giusto un po' pretenziosa), non "una storia di fantasmi" ma la storia, appunto, "di un fantasma", una sorta di moderno "Il fantasma e la signora Muir" con echi del cinema di Malick (senza però le sovrastrutture religiose) e del filippino Lav Diaz (senza le sue durate fluviali). Rappresentato nel modo più semplice e apparentemente ingenuo possibile, ovvero con il classico lenzuolo con i buchi per gli occhi (ma l'aspetto è irrilevante, dato che non può essere visto da nessuno), che però contribuisce al fascino del film, il fantasma non parla e (a parte qualche fenomeno di poltergeist) non interagisce con gli esseri umani o l'ambiente circostante, limitandosi a osservare in silenzio. Ne scaturisce una riflessione poetica sull'amore, la perdita, la solitudine, l'eternità e l'elaborazione del lutto, che lancia spunti sui temi del tempo (con continui "scarti" cronologici, quasi istantanei, nella coscienza dello spirito) e della memoria (l'incontro con un altro fantasma che ha ormai "dimenticato" chi sta aspettando). In mezzo, momenti di tenerezza e tante scene suggestive, da quella lentissima e struggente della Mara che piange mentre mangia una torta al cioccolato (reminiscente, forse, dello Tsai Ming-Liang di "Vive l'amour") a quella dell'uomo (il cantautore Will Oldham) che "filosofeggia" sulla morte, il destino, l'umanità, l'arte e la civiltà, dalla distruzione della casa a opera di un bulldozer al triste destino di un'antica famiglia di coloni. Girato in un claustrofobico 4:3 e a basso budget, con un quadro dai bordi smussati come se fossimo di fronte a un filmino amatoriale, il film riesce in più modi a commuovere e colpire nel profondo. Casey Affleck e Rooney Mara avevano già recitato per Lowery in "Senza santi in paradiso".

2 giugno 2020

Il gobbo di Notre Dame (W. Worsley, 1923)

Il gobbo di Notre Dame (The hunchback of Notre Dame)
di Wallace Worsley – USA 1923
con Lon Chaney, Patsy Ruth Miller
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Nella Parigi del 1482 (dieci anni prima che Colombo scoprisse l'America, si premura di specificare una didascalia), la bella gitana Esmeralda (Miller) si innamora del giovane capitano delle guardie Phoebus (Norman Kerry). Ma la ragazza è concupita anche dal perfido Frollo (Brandon Hurst), che progetta di farla rapire dal deforme Quasimodo (Chaney), campanaro della cattedrale di Notre Dame. Spinto dalla simpatia per Esmeralda, l'unica che ha mostrato pietà verso di lui, Quasimodo la proteggerà quando Frollo, per gelosia, pugnalerà Phoebus e farà cadere la colpa su di lei. Nonostante la trama venga edulcorata in più punti (come lo "sdoppiamento" di Frollo in due personaggi, il buon arcidiacono Claude e il perfido fratello Jehan, cui è attribuito il ruolo di antagonista, forse per preservare la "santità" dell'uomo di chiesa; e soprattutto la conclusione, con un "lieto fine hollywoodiano" per Esmeralda e Phoebus), si tratta del miglior adattamento muto del romanzo di Victor Hugo, con passi da gigante rispetto alla versione del 1911 ("Nostra signora di Parigi") soprattutto a livello di produzione. Eccezionali, infatti, le grandiose scenografie che ricostruiscono in studio le strade e i palazzi di Parigi, dove si aggirano folle di comparse (pare che, per dirigere le masse, il regista dovette ricorrere a una radio con altoparlante anziché al solito megafono). Ma celeberrima è rimasta anche l'interpretazione di Lon Chaney, con un trucco grottesco e pesante che ne altera le fattezze, memorabile quando si aggrappa alle corde per suonare le campane o si sporge dalla cattedrale per gettare massi o olio bollente sulla folla sottostante durante la battaglia. Insieme al successivo "Il fantasma dell'opera" (1925), il film – da lui fortemente voluto – lo rese un'icona del cinema horror. Per il resto, la sceneggiatura si premura di introdurre quasi da subito tutti i numerosi personaggi della vicenda, fra i quali riesce poi a destreggiarsi abbastanza bene, anche se alcuni di loro hanno uno spazio ridotto o inconsequenziale (la vecchia Gudule, Maria, Fleur-de-Lys, Luigi XI, lo stesso Claude Frollo), mentre altri appaiono più frequentemente (Clopin o Gringoire, quest'ultimo come macchietta comica). Worsley, scelto direttamente da Chaney, aveva già diretto l'attore in quattro pellicole, fra cui "A Blind Bargain" (andata perduta), dove già interpretava la parte di un gobbo. Se lo spettacolo, l'azione e i brividi non mancano, e come detto il livello produttivo è assai elevato (la realizzazione della pellicola costò oltre un milione di dollari, ampiamente ripagati dagli incassi che la reserò il più grande successo della Universal nel periodo del muto), il film sfiora solo superficialmente i temi del romanzo originale, come l'ingiustizia, il destino o la corruzione, trasformando Esmeralda in una figura pura e virginale e sterotipizzandone la vicenda in una banale storia d'amore che, se non fosse per il personaggio di Quasimodo, non sarebbe molto interessante. Nel 1939 arriverà il remake sonoro di William Dieterle con Charles Laughton (e nel 1996 la versione a cartoni animati della Disney).

1 giugno 2020

Nostra signora di Parigi (A. Capellani, 1911)

Nostra signora di Parigi (Notre-Dame de Paris)
di Albert Capellani – Francia 1911
con Henry Krauss, Stacia Napierkowska
**

Visto su YouTube.

L'arcidiacono della cattedrale di Notre-Dame a Parigi, Claudio Frollo (Claude Garry), geloso per essere stato rifiutato dalla zingara Esmeralda (Stacia Napierkowska), uccide il suo amante Phoebus (René Alexandre), capitano delle guardie, e lascia che la donna venga accusata del delitto. Ma il deforme campanaro Quasimodo (Henry Krauss) proverà a salvarla, portandola con sé nella cattedrale. Secondo adattamento cinematografico del romanzo di Victor Hugo, dopo quello del 1905 ("Esmeralda") di Alice Guy-Blaché e Victorin-Hippolyte Jasset, andato perduto. Ne seguiranno naturalmente molti altri, come le versioni del 1923 ("Il gobbo di Notre Dame", con Lon Chaney), del 1939 (con Charles Laughton), del 1956 (con Anthony Quinn e Gina Lollobrigida) e del 1996 (a cartoni animati, della Disney). A differenza però della maggior parte degli altri adattamenti, che introducono una sorta di lieto fine, questo conserva complessivamente il finale tragico del romanzo originale, anche se la sceneggiatura di Michel Carré è costretta dalla breve durata (36 minuti) a sfoltire il numero di personaggi. Capellani, in precedenza attore teatrale, divenne direttore artistico e regista per la Pathé, girando numerose pellicole fra il 1905 e il 1914, soprattutto adattamenti letterari. Dal 1915 al 1922 lavorò invece negli Stati Uniti. Il suo stile è quello del cinema del primo decennio del Novecento, senza movimenti di macchina, dettagli o primi piani, e con cartelli che precedono ogni scena spiegando che cosa sta per accadere. Anche se non mancano alcune variazioni nella composizione, nel complesso il film non è dunque innovativo né particolarmente rilevante: le condizioni deteriorate della copia esistente, inoltre, fanno a malapena intravedere le fattezze dei personaggi, rendendo difficile valutare la recitazione se non in sporadiche scene. Nonostante questi limiti, la pellicola si lascia apprezzare per la cura nella messa in scena e nelle scenografie: lo scontro finale fra Quasimodo e Frollo sembra quasi girato in esterni.

30 maggio 2020

Duel (Steven Spielberg, 1971)

Duel (id.)
di Steven Spielberg – USA 1971
con Dennis Weaver, Carey Loftin
***1/2

Rivisto in TV.

In viaggio per lavoro sulle strade desertiche della California (le riprese sono state effettuate nel deserto del Mojave), il rappresentante David Mann (Dennis Weaver) ingaggia suo malgrado una sfida senza esclusione di colpi con il misterioso autista di un'autocisterna che sta compiendo lo stesso tragitto. Iniziato con una serie di sorpassi e controsorpassi, il "duello" si protrae fra numerose scorrettezze, con il "bestione della strada" che cerca a più riprese di uccidere il malcapitato protagonista. Tratto da un racconto di Richard Matheson (ispirato a un episodio accadutogli davvero, ma naturalmente gonfiato a proporzioni gigantesche per esigenze drammaturgiche), un tv movie che ha fatto storia, e non solo per l'alta tensione che cresce inesorabilmente fino a un finale catartico. Non si tratta, come si dice talvolta, del primo lavoro di Spielberg, visto che il cineasta americano – allora ventiquattrenne – aveva già firmato la regia di alcuni episodi di serie televisive e in particolare di "L.A. 2017" per la serie "The Name of the Game" (in italiano "Reporter alla ribalta"). Ma "Duel", trasmesso nel novembre 1971 in tv con un grande riscontro da parte del pubblico e della critica, fu distribuito l'anno successivo anche al cinema con l'aggiunta di alcune scene girate ex novo dallo stesso Spielberg (le sequenze della telefonata di Mann alla moglie, quella dello scuolabus e quella del passaggio a livello), allo scopo di gonfiare la durata dagli originali 74 minuti ai 90 richiesti per la distribuzione nelle sale, e rappresenta perciò il suo esordio come regista cinematografico. Girato nell'arco di soli 13 giorni (più altri 10 per il montaggio) e con un budget ridottissimo, il film mette già in mostra il talento del futuro autore di blockbuster come "Lo squalo" e "I predatori dell'arca perduta" (per citare solo due titoli di una filmografia vastissima), ma sfrutta un'idea di base molto semplice per dare vita a qualcosa di archetipicamente efficace e simbolicamente potente. L'episodio, in fondo, gioca con molte paure dell'uomo comune, quelle di ritrovarsi di colpo (e senza colpa) imprigionato in una situazione di alta tensione per la quale si sente inadeguato, e dove la routine della vita quotidiana esplode nella violenza, in maniera non dissimile da altre pellicole coeve (si pensi, per esempio, al "Cane di paglia" di Sam Peckinpah). Il protagonista Mann, infatti, è una persona qualunque, non certo eroica o coraggiosa (anzi, il dialogo al telefono con la moglie, che non ha difeso la sera precedente, ci fa capire che è anche un po' codardo), persino ridicolo nei brevi momenti in cui esulta come un bambino di fronte ad esigue vittorie (l'illusione di aver seminato o essersi sbarazzato di un nemico che invece è destinato a tornare). D'altronde è un piccolo borghese, a disagio fra i camionisti che incontra nel posto di ristoro e in generale nel contatto con un mondo sporco e proletario di cui l'autocisterna, sudicia e fumante, fa parte a pieno titolo. L'avventura per lui è anche una discesa in un universo selvaggio, lontano dalla sua rassicurante quotidianità, dove ogni tentativo di dare una spiegazione razionale o di rispondere in maniera logica è destinato a fallire.

A fare paura, infatti, è anche il fatto che le motivazioni del "duello" non vengono mai spiegate esplicitamente, e che il guidatore dell'autocisterna non viene mai mostrato del tutto (se ne intravedono, in un paio di fugaci scene, giusto le braccia e gli stivali). Spielberg ha dichiarato che la trovata di non fare vedere l'autista (il pilota dell'automezzo era lo stuntman Carey Loftin, tra parentesi) rende l'autocisterna stessa il vero "cattivo" del film, un'impressione acuita dal fatto che il modello scelto (un Peterbilt 281, sporco e arrugginito, in netto contrasto con la Plymouth Valiant rossa di Mann) sembra quasi presentare le fattezze di un volto, con occhi (i parabrezza) e muso sporgente. Le numerose targhe (di stati diversi) che sfoggia potrebbero inoltre essere i trofei di "prede" precedenti. La paura dell'ignoto è una delle più forti, e non conoscere nulla del rivale acuisce il senso di terrore e di frustrazione del protagonista davanti a un nemico invincibile e inesorabile, che lo ha preso di mira e che ritorna sempre a ogni svolta. La sfida stessa, iniziata come una serie di piccoli dispetti, cresce a proporzioni straordinarie, diventa una questione di vita o di morte: è la lotta contro una forza della natura, misteriosa, ostile e irrazionale, come quella con Moby Dick (o come lo squalo del successivo lavoro – e primo grande successo cinematografico – di Spielberg). Oppure con un toro: l'idea della corrida è suggerita dal colore rosso dell'auto del protagonista, ma anche dal fatto che il nemico lo invita esplicitamente alla lotta, gli impedisce di tirarsene fuori, lo costringe a proseguire lo scontro fino alla fine. Il confronto conclusivo sulla sommità della collina, infine, può ricordare tanto un duello western (e lo suggerisce anche il titolo della pellicola) quanto, trattandosi di automezzi, una sfida di coraggio in stile "Gioventù bruciata". In ogni caso l'obiettivo finale per Mann è quello di crescere attraverso l'esperienza, di diventare un vero uomo, un traguardo che raggiunge anche grazie al suo nemico. Non mi piace invece l'ipotesi, avanzata da alcuni critici, di una natura "diabolica" dell'autocisterna, una sorta di possessione che in fondo è superflua e inutile. Concludo con alcune annotazioni: personalmente il film risuona in me ancora di più perché ho sempre avuto paura delle automobili e del fatto che, mentre guidiamo, tendiamo a "disumanizzare" le altre vetture che incrociamo sulla strada (pensiamo spesso a loro come "macchine", raramente riflettendo che contengono degli uomini al loro interno). Negli Stati Uniti, invece, le auto sono un vero mito, un'estensione quasi ineluttabile delle persone. Anche Spielberg volle che i veicoli "parlassero" per sé stessi, e per questo motivo il protagonista non ha molte linee di dialogo (da notare però il flusso dei suoi pensieri interiori, per esempio nella scena al posto di ristoro sulla strada). La colonna sonora di Billy Goldenberg anticipa in alcuni punti il celebre tema de "Lo squalo". E il regista renderà successivamente omaggio a questo suo primo lavoro in altri suoi film: per esempio Lucille Benson e la sua stazione di servizio con l'esibizione di serpenti torneranno in "1941 - Allarme a Hollywood". Per certi versi la pellicola (pensando per esempio al suo incipit, con la soggettiva della macchina che esce dal garage e attraversa la città, mentre in sottofondo si sente la radio) potrebbe aver ispirato "Locke" di Steven Knight.