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12 giugno 2023

The Fabelmans (Steven Spielberg, 2022)

The Fabelmans (id.)
di Steven Spielberg – USA 2022
con Gabriel LaBelle, Michelle Williams
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Dalla prima volta che va al cinema (nel 1952, a vedere "Il più grande spettacolo del mondo" di Cecil B. DeMille), Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle) si innamora della settima arte e decide di voler diventare un regista. Trascorrerà l'infanzia e poi l'adolescenza a girare film amatoriali, mentre cresce dapprima nel New Jersey, poi in Arizona e infine in California, dove il padre (Paul Dano), ingegnere informatico, si è trasferito per lavoro. Ma sarà soprattutto il rapporto con la madre (Michelle Williams), pianista problematica, a segnare i suoi primi anni di vita. Pellicola semi-autobiografica con cui Spielberg ha inteso omaggiare soprattutto i suoi genitori. È l'ennesimo film nostalgico e autobiografico che si vede negli ultimi anni, sintomo di un cinema che ormai è sempre più ripiegato su sé stesso e guarda con preoccupante frequenza al passato. Colmo di retorica famigliare (ma da Spielberg c'era da aspettarselo), cinematograficamente didascalico, lungo, autoindulgente, e pieno di cliché (i bulli a scuola!) e scene madri, è noioso, mal scritto e mal recitato, nonostante una certa critica remissiva (ben sette candidature agli Oscar, fra cui miglior film e regia) l'abbia pensata diversamente. La cosa peggiore, ovviamente, è che "normalizza" e banalizza la stessa magia che vorrebbe raccontare, quella del cinema, che spesso passa in secondo piano rispetto ai melodrammi famigliari, salvo far capolino qua e là (come nel finale, quando Sammy arriva finalmente a Hollywood e incontra un John Ford – interpretato da David Lynch – che gli elargisce un consiglio). Seth Rogen è lo "zio" Bennie, Judd Hirsch il bizzarro prozio Boris.

12 marzo 2022

West Side Story (Steven Spielberg, 2021)

West Side Story (id.)
di Steven Spielberg – USA 2021
con Ansel Elgort, Rachel Zegler
**

Visto in TV (Disney+).

Nel West Side newyorkese, durante gli anni Cinquanta, due bande giovanili (i Jets, bianchi, e gli Sharks, immigrati portoricani) si contendono un territorio in rovina, un pugno di isolati soggetti allo sgombero o alla demolizione. Nemmeno l'amore fra Tony (Elgort) e Maria (Zegler) potrà impedire che il circolo dell'odio e della vendetta sfoci in tragedia. Nuova versione cinematografica del celebre (e bellissimo) musical di Leonard Bernstein (con testi di Stephen Sondheim), rilettura quasi esplicita di "Romeo e Giulietta", questo film è forse un esempio perfetto di remake del tutto inutile: non solo non innova praticamente nulla rispetto alla pellicola di Robert Wise del 1961, di cui riprende mood, messa in scena e persino coreografie (tanto da rendere obbligatorio accreditare nei titoli di coda il coreografo originale, Jerome Robbins, al fianco di quelli moderni), ma risulta anche inferiore a essa sotto ogni aspetto, a partire dagli interpreti (meglio comunque la Zegler, che almeno sa cantare, del mediocre Elgort). Nonostante il regista dal nome importante, dunque, non c'è praticamente nessun motivo per preferire la visione di questa versione rispetto a quella di sessant'anni prima. Anziché attualizzare l'ambientazione (sarebbe stata un'idea niente male), il film riprende il setting degli anni '50 dell'originale, enfatizzando quanto meno l'aspetto del conflitto razziale, che risulta così predominante rispetto alla trama romantica o al tema della delinquenza giovanile. Fra una canzone e l'altra, lo sceneggiatore Tony Kushner aggiunge lunghi e inutili dialoghi che suonano però didascalici, fasulli o fuori registro rispetto al resto (non mancano anacronismi, anche per colpa del doppiaggio italiano, con termini come "eyeliner" o "distruzione reciproca assicurata" che mai avrebbero potuto essere usati da teenager degli anni Cinquanta) e soprattutto che fanno smarrire l'organicità dell'insieme, scollegando le parti musicali le une dalle altre. A tratti si ha addirittura l'impressione che al film interessino poco le canzoni, tanto che per paradosso potrebbero essere eliminate e la trama avrebbe ancora senso. Da notare come (non una o due, ma almeno una decina di volte!) i personaggi portoricani si dicano per i motivi più svariati che non devono parlare fra loro in spagnolo, come se i cineasti volessero giustificarsi davanti al pubblico (che paranoia!) del fatto che parlino e cantino in inglese. Per chi non avesse visto il film di Wise, comunque, la visione può risultare piacevole, visto che le canzoni ovviamente sono sempre molto belle, da "America" a "Tonight", da "Maria" a "Somewhere". Quest'ultima non è cantata da Tony e Maria, ma da un personaggio introdotto appositamente (e che sostituisce Doc), Valentina, proprietaria del negozio dove lavora Tony e interpretata da Rita Moreno, che nel film del 1961 era Anita. Ampliato anche lo spazio per il tenente Schrank (Corey Stoll) e per l'agente Krupke (Brian d'Arcy James). Ariana DeBose è Anita, Mike Faist è Riff, David Alvarez è Bernardo, Josh Andrés Rivera è Chino. Sette nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia e la fotografia).

30 maggio 2020

Duel (Steven Spielberg, 1971)

Duel (id.)
di Steven Spielberg – USA 1971
con Dennis Weaver, Carey Loftin
***1/2

Rivisto in TV.

In viaggio per lavoro sulle strade desertiche della California (le riprese sono state effettuate nel deserto del Mojave), il rappresentante David Mann (Dennis Weaver) ingaggia suo malgrado una sfida senza esclusione di colpi con il misterioso autista di un'autocisterna che sta compiendo lo stesso tragitto. Iniziato con una serie di sorpassi e controsorpassi, il "duello" si protrae fra numerose scorrettezze, con il "bestione della strada" che cerca a più riprese di uccidere il malcapitato protagonista. Tratto da un racconto di Richard Matheson (ispirato a un episodio accadutogli davvero, ma naturalmente gonfiato a proporzioni gigantesche per esigenze drammaturgiche), un tv movie che ha fatto storia, e non solo per l'alta tensione che cresce inesorabilmente fino a un finale catartico. Non si tratta, come si dice talvolta, del primo lavoro di Spielberg, visto che il cineasta americano – allora ventiquattrenne – aveva già firmato la regia di alcuni episodi di serie televisive e in particolare di "L.A. 2017" per la serie "The Name of the Game" (in italiano "Reporter alla ribalta"). Ma "Duel", trasmesso nel novembre 1971 in tv con un grande riscontro da parte del pubblico e della critica, fu distribuito l'anno successivo anche al cinema con l'aggiunta di alcune scene girate ex novo dallo stesso Spielberg (le sequenze della telefonata di Mann alla moglie, quella dello scuolabus e quella del passaggio a livello), allo scopo di gonfiare la durata dagli originali 74 minuti ai 90 richiesti per la distribuzione nelle sale, e rappresenta perciò il suo esordio come regista cinematografico. Girato nell'arco di soli 13 giorni (più altri 10 per il montaggio) e con un budget ridottissimo, il film mette già in mostra il talento del futuro autore di blockbuster come "Lo squalo" e "I predatori dell'arca perduta" (per citare solo due titoli di una filmografia vastissima), ma sfrutta un'idea di base molto semplice per dare vita a qualcosa di archetipicamente efficace e simbolicamente potente. L'episodio, in fondo, gioca con molte paure dell'uomo comune, quelle di ritrovarsi di colpo (e senza colpa) imprigionato in una situazione di alta tensione per la quale si sente inadeguato, e dove la routine della vita quotidiana esplode nella violenza, in maniera non dissimile da altre pellicole coeve (si pensi, per esempio, al "Cane di paglia" di Sam Peckinpah). Il protagonista Mann, infatti, è una persona qualunque, non certo eroica o coraggiosa (anzi, il dialogo al telefono con la moglie, che non ha difeso la sera precedente, ci fa capire che è anche un po' codardo), persino ridicolo nei brevi momenti in cui esulta come un bambino di fronte ad esigue vittorie (l'illusione di aver seminato o essersi sbarazzato di un nemico che invece è destinato a tornare). D'altronde è un piccolo borghese, a disagio fra i camionisti che incontra nel posto di ristoro e in generale nel contatto con un mondo sporco e proletario di cui l'autocisterna, sudicia e fumante, fa parte a pieno titolo. L'avventura per lui è anche una discesa in un universo selvaggio, lontano dalla sua rassicurante quotidianità, dove ogni tentativo di dare una spiegazione razionale o di rispondere in maniera logica è destinato a fallire.

A fare paura, infatti, è anche il fatto che le motivazioni del "duello" non vengono mai spiegate esplicitamente, e che il guidatore dell'autocisterna non viene mai mostrato del tutto (se ne intravedono, in un paio di fugaci scene, giusto le braccia e gli stivali). Spielberg ha dichiarato che la trovata di non fare vedere l'autista (il pilota dell'automezzo era lo stuntman Carey Loftin, tra parentesi) rende l'autocisterna stessa il vero "cattivo" del film, un'impressione acuita dal fatto che il modello scelto (un Peterbilt 281, sporco e arrugginito, in netto contrasto con la Plymouth Valiant rossa di Mann) sembra quasi presentare le fattezze di un volto, con occhi (i parabrezza) e muso sporgente. Le numerose targhe (di stati diversi) che sfoggia potrebbero inoltre essere i trofei di "prede" precedenti. La paura dell'ignoto è una delle più forti, e non conoscere nulla del rivale acuisce il senso di terrore e di frustrazione del protagonista davanti a un nemico invincibile e inesorabile, che lo ha preso di mira e che ritorna sempre a ogni svolta. La sfida stessa, iniziata come una serie di piccoli dispetti, cresce a proporzioni straordinarie, diventa una questione di vita o di morte: è la lotta contro una forza della natura, misteriosa, ostile e irrazionale, come quella con Moby Dick (o come lo squalo del successivo lavoro – e primo grande successo cinematografico – di Spielberg). Oppure con un toro: l'idea della corrida è suggerita dal colore rosso dell'auto del protagonista, ma anche dal fatto che il nemico lo invita esplicitamente alla lotta, gli impedisce di tirarsene fuori, lo costringe a proseguire lo scontro fino alla fine. Il confronto conclusivo sulla sommità della collina, infine, può ricordare tanto un duello western (e lo suggerisce anche il titolo della pellicola) quanto, trattandosi di automezzi, una sfida di coraggio in stile "Gioventù bruciata". In ogni caso l'obiettivo finale per Mann è quello di crescere attraverso l'esperienza, di diventare un vero uomo, un traguardo che raggiunge anche grazie al suo nemico. Non mi piace invece l'ipotesi, avanzata da alcuni critici, di una natura "diabolica" dell'autocisterna, una sorta di possessione che in fondo è superflua e inutile. Concludo con alcune annotazioni: personalmente il film risuona in me ancora di più perché ho sempre avuto paura delle automobili e del fatto che, mentre guidiamo, tendiamo a "disumanizzare" le altre vetture che incrociamo sulla strada (pensiamo spesso a loro come "macchine", raramente riflettendo che contengono degli uomini al loro interno). Negli Stati Uniti, invece, le auto sono un vero mito, un'estensione quasi ineluttabile delle persone. Anche Spielberg volle che i veicoli "parlassero" per sé stessi, e per questo motivo il protagonista non ha molte linee di dialogo (da notare però il flusso dei suoi pensieri interiori, per esempio nella scena al posto di ristoro sulla strada). La colonna sonora di Billy Goldenberg anticipa in alcuni punti il celebre tema de "Lo squalo". E il regista renderà successivamente omaggio a questo suo primo lavoro in altri suoi film: per esempio Lucille Benson e la sua stazione di servizio con l'esibizione di serpenti torneranno in "1941 - Allarme a Hollywood". Per certi versi la pellicola (pensando per esempio al suo incipit, con la soggettiva della macchina che esce dal garage e attraversa la città, mentre in sottofondo si sente la radio) potrebbe aver ispirato "Locke" di Steven Knight.

11 febbraio 2020

The Post (Steven Spielberg, 2017)

The Post (id.)
di Steven Spielberg – USA 2017
con Meryl Streep, Tom Hanks
**1/2

Visto in TV.

All'inizio degli anni settanta il "Washington Post" era ancora un quotidiano pressoché locale e a conduzione familiare, guidato da Katharine Graham (Streep) dopo la morte del marito. Tutto cambia però nel 1971, quando il giornale ha la possibilità di pubblicare i cosiddetti "Pentagon papers", documenti top secret che dimostrano come il governo degli Stati Uniti abbia più volte mentito sulla situazione in Vietnam, interferendo da decenni nelle dinamiche del sud-est asiatico e, soprattutto, proseguendo incessantemente l'impegno nella guerra pur sapendo che la situazione non volgeva a proprio favore. Incalzata dal direttore del quotidiano Ben Bradlee (Hanks), Katharine deve decidere se pubblicare o no i documenti: il rischio di una rappresaglia di Nixon o una condanna in tribunale per aver divulgato informazioni riservate potrebbero significare la chiusura del giornale. Ma la donna troverà il coraggio di andare avanti: e dopo una sentenza della Corte Suprema in suo favore ("La stampa deve servire chi è governato, non chi governa"), il "Post" vedrà crescere il proprio profilo e diventerà uno dei giornali più importanti e prestigiosi del paese (il film si chiude con l'inizio di un'altra celebre vicenda che lo vedrà protagonista, quella dello scandalo Watergate). Nel filone di "Tutti gli uomini del presidente" e "Il caso Spotlight", una pellicola che trasuda integrità e impegno civile, denuncia delle storture del potere e difesa del diritto all'informazione e alla libera stampa: il tipo di film in cui gli americani sono maestri, e in cui Spielberg sa dare il suo meglio, anche se non manca qualche semplificazione (il vero ruolo di apripista fu il lavoro del "New York Times") e la professionalità della regia e degli attori lascia trasparire pochi guizzi. Ma il taglio scelto, quello di mostrare i dubbi e i dilemmi personali di Katharine, divisa fra la salvaguardia delle amicizie con i potenti di Washington e il rispetto ai doveri e agli ideali di un giornalismo libero e indipendente, è del tutto indovinato. Nel cast anche Bob Odenkirk, Tracy Letts e Sarah Paulson. Due candidature agli Oscar (per il film e per la Streep).

6 luglio 2018

1941 - Allarme a Hollywood (S. Spielberg, 1979)

1941 - Allarme a Hollywood (1941)
di Steven Spielberg – USA 1979
con Bobby Di Cicco, John Belushi
*

Rivisto in TV.

Nel dicembre del 1941, pochi giorni dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor, negli Stati Uniti c'è panico e paranoia per una probabile nuova offensiva nipponica. E in effetti un sottomarino del Sol Levante si avvicina in segreto alle coste della California con l'intenzione di assaltare Hollywood. Peccato che l'equipaggio a bordo sia composto da inetti, così come altrettanto stupidi sono i soldati americani preposti alla difesa... Sceneggiato da Robert Zemeckis e Bob Gale, nella vena comica, demenziale e anarchica dei loro primi lavori, forse il peggior film della carriera di Steven Spielberg (che pure giungeva subito dopo "Lo squalo" e "Incontri ravvicinati del terzo tipo", e immediatamente prima de "I predatori dell'arca perduta" ed "E.T."). Visti i talenti in gioco, stupisce quanto poco ci sia da salvare in questa farsa scatenata, scollacciata e confusa, colma di gag che non fanno mai ridere, e in ogni caso più simile a certe cose di John Landis, del "Saturday Night Live" o della "National Lampoon" (come indicano anche alcuni degli interpreti, quali John Belushi, Dan Aykroyd, John Candy) che non alle pellicole escapiste dello stesso Spielberg. La vicenda è corale e pare quasi improvvisata, senza un vero personaggio centrale ma con numerose sottotrame che si intrecciano nell'arco di una serata. Il fatto che tutto avvenga sullo sfondo della seconda guerra mondiale e in un periodo drammatico della storia americana, peggiora le cose invece che migliorarle. Il cast, ricchissimo di nomi noti, unisce comici televisivi e grandi stelle del cinema classico, con alcune guest star inaspettate. Lo sbruffone Loomis Birkhead (Tim Matheson) cerca di conquistare la bella segretaria Donna Stratton (Nancy Allen) millantandosi pilota e sfruttando la passione di lei per il volo. Ma i due, a bordo di un aereo, vengono scambiati per giapponesi dal capitano Wild Bill Kelso (John Belushi), un asso dell'aviazione fuori di testa. Nel frattempo il cuoco ballerino Wally (Bobby Di Cicco) e il prepotente caporale Stretch (Treat Williams), rivali a causa della giovane Elizabeth (Dianne Kay), si sfidano durante una gara di boogie-woogie, provocando una rissa gigantesca. Toshiro Mifune è il comandante del sommergibile giapponese, Christopher Lee l'ufficiale nazista a bordo dello stesso. Nel cast, in ruoli più o meno minori, anche Robert Stack (il generale che trascorre la serata al cinema a vedersi "Dumbo" di Walt Disney), Ned Beatty, Lorraine Gary, Warren Oates, Slim Pickers, Lionel Stander, e tanti altri. Nell'incipit (con la ragazza che nuota nuda in mare e rimane aggrappata all'asta del sommergibile) Spielberg gioca a rievocare – con tanto di tema musicale di John Williams – il suo "Lo squalo".

11 aprile 2018

Ready player one (S. Spielberg, 2018)

Ready Player One (id.)
di Steven Spielberg – USA 2018
con Tye Sheridan, Olivia Cooke
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

In un futuro sovrappopolato, inquinato e impoverito, la maggior parte della popolazione preferisce evadere dalla realtà e trascorrere il proprio tempo all'interno di un mondo virtuale, Oasis, dove – tramite visori e tute – si indossano i panni di avatar immaginari e si può competere in una serie di videogiochi per puro divertimento. L'ideatore di questo mondo, James Halliday (Mark Rylance), prima di morire ha lasciato nel software un "easter egg": tre chiavi nascoste che garantiranno, a chi le troverà, la proprietà dell'intero Oasis. Molti utenti si dedicano alla caccia delle chiavi (i Gunter, da "Egg Hunter"), e fra questi c'è il giovane Wade (Tye Sheridan) nei panni del suo avatar Parzival, aiutato da un gruppo di amici (Art3mis, Aech, Daito e Sho). Ma ci sono anche gli sgherri della IOI, una potente multinazionale che vorrebbe impadronirsi di Oasis per sfruttarla a fini commerciali. Da un romanzo di Ernest Cline, una pellicola young adult che affronta il tema della realtà virtuale, dei videogiochi multiplayer e della cultura nerd (ormai "sdoganata" da serie televisive come "The big bang theory"). Anche se i personaggi, la storia e gli sviluppi non escono dai confini e dalle ingenuità del genere (con tanto di morale posticcia), Spielberg si mostra decisamente a suo agio con l'argomento, sia perché da sempre cantore nostalgico del gioco, dell'infanzia e dell'adolescenza, sia perché già in "Jurassic Park" aveva raccontato di un enorme parco di divertimenti tecnologico (anche se non "virtuale"). Dove la pellicola fa il salto di qualità e riesce a toccare i giusti tasti, almeno per il corretto target demografico (che, guarda caso, corrisponde esattamente a me, ovvero coloro che sono stati adolescenti nei primi anni ottanta), è nell'immensa quantità di riferimenti, rimandi e citazioni più o meno esplicite all'immaginario pop e ludico della prima metà di quel decennio. L'elenco è troppo lungo per esaurirlo qui, fra centinaia di videogiochi, fumetti, film, telefilm, giochi di ruolo e canzoni menzionati esplicitamente o anche solo di sfuggita. Alcuni di questi hanno vasta importanza all'interno della storia (il film "Shining" di Stanley Kubrick, per esempio, le cui scene sono visitate dai protagonisti: nel romanzo di Cline si trattava in verità di "Blade Runner", ma i cineasti non hanno potuto acquisirne i diritti; oppure la consolle Atari 2600 e alcuni dei suoi giochi, in particolare il mitico "Adventure", con il quadratino che si aggira nel labirinto); altri hanno comunque un ruolo esteso (Mechagodzilla, King Kong, Gundam, "Ritorno al futuro", "Buckaroo Banzai", "Akira", "Il gigante di ferro"...); altri ancora sono citati per nome di sfuggita (la "santa granata" dei Monty Python, "Bill & Ted's excellent adventure", "Dark Crystal", Superman, Batman, "Star Trek", "Star Wars", Chucky...); e altri, infine, sono lasciati alla capacità del pubblico di riconoscerli (la "Guida galattica per autostoppisti", "La febbre del sabato sera", "Alien", la formula magica di "Excalibur", Dungeons & Dragons, "Street Fighter"...). Al punto che mi chiedo, francamente, quanto un adolescente di oggi possa apprezzare appieno la pellicola (mi ero chiesto lo stesso con un altro bel film sui videoogiochi vintage, ovvero il disneyano "Ralph Spaccatutto"). Gran parte del film è ambientato in un mondo virtuale, e dunque ricostruito al computer con un profluvio di effetti visivi e speciali, come se fosse una pellicola d'animazione: e come spettacolo puro è sicuramente efficace, anche se il rischio di uscire dalla sala frastornati e con il mal di testa non è certo basso (a me è capitato!). Quanto al mondo reale, nel cast si riconoscono Ben Mendelsohn (il "cattivo" Nolan Sorrento) e Simon Pegg (Ogden Morrow, il socio di Halliday).

23 gennaio 2016

Il ponte delle spie (S. Spielberg, 2015)

Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
di Steven Spielberg – USA 2015
con Tom Hanks, Mark Rylance
**

Visto al cinema Arlecchino.

Nel 1957, in piena guerra fredda, il governo degli Stati Uniti identifica e cattura a New York una presunta spia russa, Rudolf Abel (Rylance). Il malcapitato compito di difenderla al processo tocca all'avvocato James Donovan (Hanks), che fa quel che può per garantirgli quei diritti costituzionali che nessuno sembra volergli riconoscere. Ma il coinvolgimento di Donovan non termina con la condanna di Abel: l'avvocato viene infatti incaricato di negoziare la sua consegna ai sovietici in cambio di un soldato americano, il pilota Francis Gary Powers (Austin Stowell), il cui aereo è stato abbattuto dai russi. Lo scambio, che giustifica il titolo del film, avverrà sul Ponte di Glienicke, tra Berlino Ovest e Berlino Est. Da una storia vera, un film che gronda retorica spielberghiana: in primis a favore della costituzione (con Donovan solo contro tutti, in un clima di caccia alle streghe: immancabili le scene con la famiglia e i bambini del protagonista messi in pericolo a causa della sua integerrimità), e poi – quando l'azione si sposta in Germania – nel mettere in luce le fondamentali differenze fra lo stile di vita americano e quello del blocco sovietico (la scena in cui Donovan assiste alla fucilazione dei disperati che tentano di scavalcare il muro di Berlino, appena costruito, è messa a confronto con quella analoga, nel finale, in cui attraversa i quartieri di Brooklyn a bordo della metropolitana). Agiografico (Donovan, come lo definisce lo stesso Abel, è un uomo "tutto d'un pezzo"), ideologico (come in "Salvate il soldato Ryan", ogni singolo americano, persino il più umile – lì un soldato semplice, qui lo studente Frederic Pryor, catturato dalla Stasi e che Donovan insiste nell'includere nello scambio – merita di essere salvato a ogni costo, anche correndo il rischio di mettere a repentaglio l'intera missione) e appunto retorico (le due scene nel vagone del treno in cui i passeggeri riconoscono il volto dell'avvocato dai giornali, biasimandolo o ammirandolo a seconda delle circostanze). Di tutti i personaggi, quello più interessante è proprio il "colonnello" Abel, la spia sovietica, con il suo fatalismo ("Servirebbe?" risponde quando gli si chiede se è preoccupato), la sua umanità, il suo basso profilo (è quanto mai lontano dalle classiche figure di spie alla James Bond), le sue abitudini (la pittura, il fumo): a differenza delle figure che Donovan incontra a Berlino, vere e proprie macchiette, contribuisce a dare una dimensione più tragica e umana alle dinamiche dell'epoca della guerra fredda. Impeccabili, come sempre quando si tratta di Spielberg, regia, fotografia e confezione in generale. La sceneggiatura, tesa quanto basta, è di Matt Charman e dei fratelli Coen.

4 giugno 2015

Incontri ravvicinati del terzo tipo (S. Spielberg, 1977)

Incontri ravvicinati del terzo tipo
(Close encounters of the third kind)
di Steven Spielberg – USA 1977
con Richard Dreyfuss, Melinda Dillon
***

Rivisto in TV.

Una serie di avvistamenti (luci e "dischi volanti" nel cielo) e altri fenomeni inspiegabili (effetti poltergeist, ricomparsa di aerei e navi spariti decenni prima) fanno da prodromo al "primo contatto" fra l'umanità e una razza aliena. Questo avviene nei pressi della Devil's Tower, insolita conformazione rocciosa nel Wyoming. L'esercito americano isola l'area, mettendo in scena una finta epidemia; ma alcune persone, fra cui il padre di famiglia Roy (Richard Dreyfuss), guidate da una "visione" (l'immagine della montagna), giungono fin lì per partecipare al rendez-vous. Uscito nello stesso anno di "Guerre stellari", e ispirato ai tanti casi di avvistamento di UFO (oggetti volanti non identificati, non necessariamente extraterrestri) riportati negli Stati Uniti nel dopoguerra, questo film di Spielberg è stato probabilmente il lungometraggio di fantascienza più importante ed influente (anche in negativo: la FS giocattolo comincia da qui) dai tempi di "2001: Odissea nello spazio", con il quale condivide la fondamentale presenza di Douglas Trumbull come supervisore degli effetti speciali visivi. E questo nonostante, rivisto oggi, appaia per molti versi datato, soprattutto per il ritmo lento e i tempi dilatati che precedono il climax finale, quello con il fatidico "incontro ravvicinato". A proposito, il titolo fa riferimento al sistema di classificazione messo a punto dall'astronomo J. Allen Hynek (primo tipo: contatto visivo; secondo tipo: effetti di tipo fisico; terzo tipo: presenza di una "creatura animata"; altri ufologi porteranno avanti la scala, inserendo livelli successivi, ma quella originaria di Hynek si fermava qui). Una delle grandi novità della pellicola fu quella di non rappresentare gli extraterrestri come cattivi (in tutto il film manca un vero antagonista; i personaggi sono mossi dalla curiosità verso l'ignoto, e devono fronteggiare solo lo scetticismo di chi "non crede"), novità addirittura rivoluzionaria se pensiamo ai film americani degli anni cinquanta e sessanta in cui gli alieni erano invasori malvagi (e spesso simboleggiavano il "pericolo rosso" del comunismo): un segno, forse, che i tempi stavano cambiando, anche se non del tutto senza precedenti (si pensi a "Destinazione... Terra!").

Memorabile l'utilizzo della musica (con il famoso tema a cinque note) come metodo di comunicazione fra gli uomini e gli extraterrestri. Nel cast compare anche François Truffaut nei panni dello scienziato francese Lacombe (per evitare – senza molto successo, a dire il vero – di dare l'impressione che la vicenda fosse troppo americano-centrica). Il bambino che viene rapito dagli alieni è invece Cary Guffey, che rivedremo in un paio di film con Bud Spencer sempre a tema ufologico ("Uno sceriffo extraterrestre" e "Chissà perché capitano tutte a me"). Si nota forse qui per la prima volta l'ossessione di Spielberg per il tema della famiglia, nonostante quelle presenti sullo schermo siano tutt'altro che ideali o perfette: Roy è un bambinone che gioca con i trenini al posto dei figli e vuole imporre loro la visione di "Pinocchio" (un riferimento alla canzone "When You Wish upon a Star", che Spielberg ha citato spesso come sua fonte di ispirazione), mentre Jillian (Melinda Dillon) è una madre single. Da sottolineare anche alcuni paralleli biblici: la Devil's Tower come il monte Sinai, dove Mosé ha incontrato Dio (e a un certo punto la tv trasmette "I dieci comandamenti" di DeMille). Teri Garr è la moglie di Roy, Bob Balaban l'interprete di Lacombe, Lance Henriksen il suo assistente. Quanto a Trumbull, notevole il suo lavoro (che gli valse l'Oscar per gli effetti visivi): oltre alle astronavi che danno sfoggio di sé nel finale (disegnate da Ralph McQuarrie), sono da ricordare anche le nuvole animate in un paio di scene. Gli extraterrestri, invece, sono frutto della creatività di Carlo Rambaldi e, ovviamente, anticipano il futuro "E.T." che Spielberg porterà sullo schermo pochi anni più tardi. Il film segna inoltre l'inizio della collaborazione del regista con il montatore Michael Kahn, con cui lavorerà in seguito in tutti i suoi film. Enorme il successo al botteghino. Curiosità: all'età di soli 17 anni, Spielberg aveva già affrontato il tema degli UFO in una pellicola giovanile, "Firelight", la cui trama presentava molti punti in comune con questa.

12 febbraio 2014

Minority report (S. Spielberg, 2002)

Minority Report (id.)
di Steven Spielberg – USA 2002
con Tom Cruise, Colin Farrell
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

In un futuro non troppo lontano (2054), la nascita di tre individui dotati di poteri di preveggenza (i "precog") ha reso possibile la creazione di un'unità speciale di polizia, la pre-crimine, che arresta i potenziali criminali prima ancora che questi compino i loro delitti. Le basi etiche di un tale meccanismo sono discutibili, ma poiché la pre-crimine ha di fatto azzerato il tasso di omicidi nell'area di Washington, si sta valutando se estenderne la giurisdizione a tutti gli Stati Uniti. L'agente John Anderton (Cruise), capitano e fervente sostenitore della pre-crimine, si scopre un giorno accusato a sua volta: i precog annunciano infatti che entro poche ore ucciderà a sangue freddo un uomo di cui al momento non conosce nemmeno l'esistenza. Braccato dai suoi stessi compagni, si dà alla fuga nel tentativo di dimostrare la propria innocenza... Tratto da un breve racconto di Philip K. Dick, un thriller d'azione con cui Spielberg dimostra di trovarsi ancora perfettamente a suo agio con la fantascienza, sfornando una delle sue migliori pellicole del decennio, che funziona perfettamente tanto dal punto di vista del giallo quanto da quello "filosofico" (i temi sono quelli della predeterminazione e della libera scelta: conoscendo già il proprio futuro, sarà possibile cambiarlo?). E questo nonostante qualche leggera sbavatura nella sceneggiatura (l'ondivaga caratterizzazione dell'osservatore del dipartimento di giustizia, interpretato da Colin Farrell) o alcuni buchi narrativi (come si può pensare di estendere la pre-crimine a tutto il paese, visto che esistono soltanto tre precog?). Ben equilibrata fra scene d'azione e momenti di introspezione, la pellicola abbina il tentativo di costruire un futuro credibile anche dal lato tecnologico e scenografico (da ricordare, a questo proposito, i computer "trasparenti" che vengono manovrati con i movimenti delle mani in 3D; ma anche il design delle automobili, o la diffusione capillare delle scansioni ottiche che consentono anche pubblicità personalizzate per i passanti o per chi entra nei negozi) con l'ottima gestione delle sequenze di pura tensione (il protagonista che si fa operare agli occhi per nascondere la propria identità, l'irruzione dei piccoli ragni robotici alla sua ricerca). Il titolo del film, che significa "Rapporto di minoranza", fa riferimento ai casi in cui uno dei tre precog prevede un delitto in maniera diversa dagli altri due, lasciando intendere che possano esistere delle ramificazioni alternative nel futuro. Anche se Spielberg non rinuncia alla sua ossessione per i valori famigliari, facendo del trauma del protagonista (che ha perso un figlio in tenera età) il cardine della caratterizzazione del personaggio (ma c'è da dire che tale sottotrama è anche fondamentale in chiave narrativa), quest'ultima è comunque arricchita da elementi tutto sommato inconsueti per un blockbuster hollywoodiano, come la tossicodipendenza, per quanto sui generis. L'impronta spielberghiana è evidente anche nel lieto fine, a spettro forse un po' troppo ampio, che "annacqua" in parte il messaggio distopico di Dick: non che il film, peraltro, puntasse le sue carte sull'approfondimento del contesto sociale, che rimane solo uno sfondo su cui imbastire un robusto thriller che non tradisce le premesse di base. Il cast comprende anche Samantha Morton (Agatha, una dei tre precog), il veterano Max von Sydow (il mentore del protagonista), Kathryn Morris (la moglie) e, in ruoli minori, Peter Stormare (il medico) e Tim Blake Nelson (il guardiano della prigione). La colonna sonora di John Williams si rifà a quelle di Bernard Herrmann, focalizzandosi più sull'aspetto noir che su quello fantascientifico, ed è rimpolpata da molti brani di musica classica (in particolare la sinfonia "Incompiuta" di Schubert, che si ode mentre Anderton opera al computer).

8 febbraio 2013

Lincoln (Steven Spielberg, 2012)

Lincoln (id.)
di Steven Spielberg – USA 2012
con Daniel Day-Lewis, Sally Field
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Mentre la guerra di secessione americana è agli sgoccioli, l’appena rieletto presidente Abramo Lincoln cerca in ogni modo di convincere il parlamento ad approvare il tredicesimo emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, quello che abolisce espressamente la schiavitù. Più che un film biografico a tutto tondo, la pellicola di Spielberg sceglie di concentrarsi sugli ultimi mesi della vita di Lincoln, ovvero quelli in cui il presidente – anche con metodi "machiavellici" (il fine giustifica i mezzi: come quando ritarda apposta l’incontro con i rappresentati dei Sud, e dunque il processo di pace, perché teme che senza la guerra verrebbe meno l’appoggio all’emendamento da parte delle frange più estreme della camera) o non proprio legali (la compravendita dei voti dei rappresentanti dell’opposizione) – si batte per realizzare il suo sogno di rendere il paese davvero libero per tutti. Ne risulta un film ingessato e monolitico, proprio come il personaggio che vuole ritrarre, un vero e proprio monumento americano che non può essere incrinato da una sfumatura o da un’ombra di dubbio. Lincoln è rispettosamente osservato dall’esterno, senza lasciare mai che lo spettatore possa penetrare nella sua mente, nei suoi pensieri e nelle sue emozioni (a parte le brevi scene, pretestuose e tipicamente spielberghiane, in cui è alle prese con la famiglia, ovvero con la moglie e i due figli), mentre eventi e personaggi che lo circondano risultano semplificati o banalizzati sull'altare del tema portante. Opinioni, sentimenti e correnti di pensiero vengono dati per scontati o “filtrati” dal vissuto odierno, senza un’analisi approfondita della situazione storica, assai più delicata e ambigua di quanto si voglia far credere, e senza collocare gli eventi – se non superficialmente – nel loro contesto. La sceneggiatura fa ampio ricorso a frammenti di discorsi, di lettere e di testi attribuiti al presidente, comprese le tante storielle e gli aneddoti che dispensa a piene mani. Ma le interminabili sequenze delle contrattazioni politiche, senza un adeguato “ritorno” emozionale per lo spettatore, rendono la pellicola abbastanza pallosa, pur se è da apprezzare la cura nella ricostruzione storica, nelle scenografie e nei costumi (che belle tutte quelle barbe e quei cappelli a cilindro!). L’assassinio di Lincoln è mostrato “fuori scena”: forse Spielberg non voleva competere con la memorabile sequenza girata nel 1915 da Griffith in “Nascita di una nazione”. L’interpretazione di Daniel Day-Lewis ha riscosso unanimi consensi, ma forse più a causa dell’ottimo lavoro di trucco e della straordinaria rassomiglianza (o immedesimazione) con il personaggio che non a un’effettiva ricchezza espressiva o comunicativa. Personalmente mi ha convinto di più quella, intensa e sofferta, di Tommy Lee Jones nei panni di Thaddeus Stevens, il repubblicano radicale che, ancora più di Lincoln e per motivi anche personali, si batte per l’approvazione dell’emendamento. Nel cast figurano anche James Spader, Tim Blake Nelson, Hal Holbrook, David Straitharn e molti altri. Non granché il doppiaggio italiano: a dare la voce a Lincoln è Pierfrancesco Favino, che però recita in maniera troppo "teatrale" e distaccata, finanche monocorde. Una curiosità: come si può notare, un tempo le posizioni politiche di democratici e repubblicani erano praticamente invertite rispetto a quelle odierne: i primi erano conservatori (e filoschiavisti), i secondi progressisti. Lo dimostra anche il fatto che, esaminando l’andamento dei voti nelle varie elezioni presidenziali, fino agli anni trenta (quando Roosevelt fece svoltare il partito “a sinistra”) e in parte addirittura fino agli anni ottanta, i democratici trionfavano regolarmente al Sud e negli stati più religiosi e integralisti (quelli della “bible belt”) che invece oggi sono appannaggio dei repubblicani (e viceversa).

31 ottobre 2011

Le avventure di Tintin (S. Spielberg, 2011)

Le avventure di Tintin: Il segreto dell'unicorno
(The adventures of Tintin)
di Steven Spielberg – USA/NZ 2011
con Jamie Bell, Andy Serkis
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Marisa.

Attraverso l'ormai collaudata tecnica del performance capture, con cui la recitazione degli attori viene utilizzata per dar vita a personaggi in animazione digitale (già sperimentata da Robert Zemeckis nei suoi ultimi lavori ma in questo caso ben più giustificata, visto che consente di mantenere lo stile caricaturale e stilizzato del fumetto originale senza sacrificare il realismo dell'azione e delle ambientazioni), la coppia Steven Spielberg-Peter Jackson (co-produttori, con il secondo che si è già candidato a dirigere il sequel) porta sul grande schermo uno dei più fortunati e popolari personaggi d'avventura del secolo scorso, il "Tintin" di Hergé, maestro della bande dessinée franco-belga, le cui pagine vengono integrate con due elementi che giocoforza gli mancavano, ovvero tridimensionalità e movimento. Trattandosi a tutti gli effetti di un film d'animazione, è difficile dunque riconoscere (e il discorso vale ancora di più per la versione doppiata in italiano) gli interpreti che si celano dietro le fattezze dei vari personaggi: Jamie Bell per l'intrepido reporter Tintin, Andy Serkis per l'alcolizzato capitano Haddock, Simon Pegg e Nick Frost per la coppia di detective pasticcioni Dupond e Dupont (grazie al cielo sono stati mantenuti i nomi francesi, al posto di quelli americani Thompson e Thomson), Daniel Craig per il malvagio Ivan Sakkarine, e così via. Il cane Milù, invece, è ovviamente del tutto digitale. Dopo una bella sigla di apertura, la pellicola si apre con un diretto omaggio a Hergé (è proprio lui, infatti, il pittore che fa un ritratto – in perfetta ligne claire! – a Tintin al mercato). Partendo dal mistero che circonda un modellino di veliero del diciassettesimo secolo, ci troviamo poi catapultati in piena avventura vecchio stile, fra viaggi per mare, per aria e per terra (fino al deserto del Marocco) alla ricerca degli indizi che rivelano l'ubicazione di un tesoro depredato quattro secoli prima dal pirata Rackham il rosso.

Dovendo selezionare un soggetto fra i 23 albi a fumetti che compongono la saga di Hergé, gli sceneggiatori hanno scelto una delle storie più belle, quella che a quanto pare era la preferita dello stesso disegnatore belga: "Il segreto del liocorno", prima parte di una storyline che prosegue (e proseguirà nel secondo film) nell'albo "Il tesoro di Rackham il rosso". L'hanno però fusa con un'avventura precedente, "Il granchio d'oro", in cui si celebra il primo incontro fra il giovane protagonista e quella straordinaria spalla che è il capitano Haddock. Il lavoro di adattamento dal fumetto al film mi è parso esemplare, e poco importa se alcuni dettagli delle storie originali sono stati modificati (su tutti il ruolo di Sakkarine, che si rivela essere addirittura un discendente del pirata Rackham): la pellicola funziona su più piani, da quello cinematografico (come molti hanno detto, la collaborazione con Jackson sembra aver ringiovanito Spielberg, riportandolo ai livelli dei primi Indiana Jones) a quello del divertimento e dell'azione (di questa, a dire il vero, ce n'è fin troppa: dopo la magnifica scena della fuga dal palazzo dello sceicco, realizzata con un lungo e spettacolare piano sequenza, si è talmente stremati che ci sarebbe voluto più tempo per riprendere fiato; e invece quasi subito comincia lo scontro finale al molo, con un combattimento a basi di gru che mi ha ricordato quello fra le scavatrici di una famosa storia di Carl Barks). Viene persino colta l'occasione per introdurre personaggi del corpus delle avventure di Hergé che non erano presenti nelle storie selezionate, come la cantante lirica Bianca Castafiore (che però non si esibisce nel pezzo che più l'ha resa celebre, l'aria dei gioielli dal "Faust" di Gounod, bensì intona "Je veux vivre" dal "Roméo et Juliette", un'altra opera del compositore francese, peraltro preceduta – chissà perché – dall'introduzione della cavatina di Rosina nel "Barbiere di Siviglia"), mentre altri (e penso al mitico scienziato Trifone Girasole) dovranno attendere la prossima pellicola, che visto il titolo annunciato – "Prisoners of the sun" – fonderà verosimilmente il già citato "Il tesoro di Rackham il rosso" con la saga de "Le sette sfere di cristallo".

29 maggio 2008

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (S. Spielberg, 2008)

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo
(Indiana Jones and the kingdom of the crystal skull)
di Steven Spielberg – USA 2008
con Harrison Ford, Cate Blanchett
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

A vent'anni di distanza (sia nella realtà sia nella finzione, visto che la pellicola si svolge nel 1957, proprio un ventennio dopo il terzo capitolo), Indiana Jones torna con la sua avventura più improbabile, esagerata e sopra le righe: un film che – a parte il meraviglioso incipit – sembra appartenere più all'immaginario del moderno cinema d'azione a base di effetti speciali digitali (la sequenza nel tempio Maya è perfettamente in stile "La mummia") che a quello dei fumetti e romanzi d'avventura di un tempo, anche se la presenza degli alieni affonda le sue radici in altre pellicole spielberghiane come "Incontri ravvicinati del terzo tipo", "E.T." e "A.I.". Ma se la sceneggiatura ha i suoi bravi difetti (c'è da dire che anche i tre film precedenti non erano senza macchia da questo punto di vista), la regia, soprattutto nella prima parte, mi è parsa di gran livello. Forse anche per questo le mie attese (peraltro non troppo alte) non sono andate deluse: pur se la sospensione dell'incredulità a tratti deve fare davvero i salti mortali, la pellicola in fondo è godibile e divertente purché non si vogliano fare troppi paragoni con "I predatori dell'arca perduta" (questi teschi di cristallo non hanno certo il fascino magico e soprannaturale dell'arca dell'alleanza). Come dicevo, la prima parte è sicuramente la migliore: la montagna della Paramount si rivela una semplice tana di marmotta (o talpa, o quel che è), come se gli autori avessero voluto mettere in chiaro sin dall'inizio che questa volta non ci si prende sul serio, o comunque meno di prima. E subito assistiamo a quella magnifica corsa nel deserto del Nevada fra l'automobile con le coppiette (che sfreccia via portandosi dietro le note del rock'n'roll) e il convoglio militare. In quei pochi momenti, che precedono l'ingresso in scena del protagonista, ci sono echi di tutto il cinema passato di Spielberg e Lucas (da "Duel" ad "American Graffiti"). L'ambientazione negli anni cinquanta, condita con riferimenti al cinema (il sidekick Shia LaBeouf entra in scena come Marlon Brando ne "Il selvaggio"), al maccartismo, alle ossessioni della guerra fredda e agli esperimenti nucleari, rappresenta un bello stacco rispetto a quella dei tre film precedenti (apprendiamo che nel frattempo Indy è stato un eroe di guerra, che insegna ancora nella stessa università, che suo padre e Brody sono morti). Peccato che la pellicola, man mano che procede, perda un po' di vista la dimensione umana del personaggio e si trasformi in un'avventura confusa e ricca di effetti digitali, senza un attimo di pausa e senza risparmiarci nulla, mescolando insieme gli alieni di Roswell e le leggende Maya, i conquistadores spagnoli e i poteri mentali. E poi ci sono le esagerazioni di cui parlavo prima: se un tempo Indy era un uomo avventuroso, ma pur sempre un uomo, ora è un cartone animato in carne e ossa: il volo dentro il frigorifero (con il quale sopravvive a un'esplosione atomica: a proposito, bello e inquietante il villaggio con i manichini) è degno di Wile E. Coyote, per non parlare del balzo con l'auto nel fiume, del passaggio attraverso le tre cascate, di LaBeouf che fa Tarzan con le liane, e così via. Ford mi ha stupito in positivo, non credevo fosse ancora all'altezza del personaggio. La cattiva Irina si lascia apprezzare più per merito di Cate Blanchett che della sceneggiatura, mentre sia LaBeouf sia la rediviva Karen Allen non aggiungono molto alla pellicola (anche se i battibecchi del primo con il protagonista ricordano quelli fra Ford e Connery nel terzo film). Manca purtroppo una riflessione sulla vecchiaia (a parte alcune battute qua e là, anch'esse soprattutto all'inizio), e verso il finale si percepisce qualche lungaggine di troppo per una trama che si fa stirata e contorta senza affascinare fino in fondo. In conclusione, comunque, ritengo che in questo film ci sia parecchio da salvare. In fondo basta accontentarsi, dimenticare certe cose (le marmotte che fanno tanto "Era glaciale", i deliri mistico-ufologici) e godersi i buoni momenti di un cinema che ondeggia sapientemente fra magia e spensieratezza (la polvere da sparo che galleggia in aria, il magazzino con le casse, la rissa provocata da LaBeouf al bar).

22 aprile 2008

Indiana Jones e l'ultima crociata (S. Spielberg, 1989)

Indiana Jones e l'ultima crociata
(Indiana Jones and the last crusade)
di Steven Spielberg – USA 1989
con Harrison Ford, Sean Connery
**

Rivisto in DVD.

Con il terzo film del popolare archeologo-avventuriero, Spielberg e Lucas tornano alle origini e – quasi disconoscendo il secondo capitolo, che evidentemente non li aveva soddisfatti – ripropongono temi, personaggi e situazioni della prima pellicola (ci sono addirittura delle scene quasi identiche, come la lezione di Indy all'università). Il film gioca così la carta dell'autoreferenzialità: invece della narrativa avventurosa pulp e fumettistica del passato, il punto di riferimento diventa proprio "I predatori dell'arca perduta", sul quale viene innestata una trama che si basa sul rapporto conflittuale fra Indy e il padre Henry (un sornione Sean Connery), insegnante di letteratura medievale del quale finora non si era fatta menzione. Ma se il secondo episodio cercava almeno di sperimentare una propria strada, indipendente e differente dal prototipo, qui ci si rifugia nel già visto e nel poco rischioso: ecco dunque ancora un reperto di origine biblica (la coppa del sacro Graal), i nazisti e vari personaggi già visti in passato, fra recuperi inutili e fuori contesto (Sallah/Rhys-Davies) e caratterizzazioni deludenti (Brody/Elliott). Devo ammettere che rivedendo tutti e tre i film di fila – e a distanza di vent'anni – si rivaluta un po' anche questo, ma comunque rimane il più debole della serie, oltre che il più pretenzioso. Quando lo vidi per la prima volta al cinema, con la sua atmosfera "fasulla" contribuì a farmi disamorare di Steven Spielberg e a farmelo depennare dalla lista dei registi che seguivo con interesse. L'introduzione, ambientata nel 1912, serve a presentare Indy da bambino (interpretato da River Phoenix), un boy scout non troppo simpatico, e a spiegare in un colpo solo l'origine della sua fobia per i serpenti, quella dell'uso della frusta e la provenienza del suo cappello. Nel 1938 ritroviamo il nostro eroe sulle tracce del Graal e soprattutto di suo padre, sparito misteriosamente durante le ricerche della coppa. Naturamente Indy impiegherà pochi minuti a scoprire un sepolcro rimasto nascosto per sette secoli sotto il pavimento di una chiesa veneziana (ai serpenti e agli insetti dei primi due film si sostituiscono qui i topi), ma si lascerà irretire dal fascino di una bella studiosa austriaca che si rivelerà essere al soldo dei tedeschi. La parte centrale della pellicola, quella che vede i due Jones, padre e figlio, interagire direttamente per fuggire dall'Austria prima e dalla Germania poi, è forse la migliore per ritmo e situazioni: come non ricordare l'incontro con Hitler (l'adunata nazista, con tanto di falò di libri, ricorda per atmosfera e fotografia la cerimonia dei thugs del secondo film) o la fuga dallo Zeppelin? Deludente invece il climax nel deserto: il luogo dove si trova il Graal è forse il meno fascinoso di tutti i tre film, e le prove da superare sono quasi ridicole (su tutte quella della passerella di roccia). Anche la colonna sonora di John Williams non mi è parsa all'altezza delle precedenti. Nel finale scopriamo che Indy si chiama in realtà Henry, come il padre, e che Indiana era il nome del suo cane: un altro caso di autoreferenzialità, visto che questo era anche il nome del cane di George Lucas. Quando il film uscì, Spielberg assicurò che sarebbe stato l'ultimo della serie: a quasi vent'anni di distanza ha cambiato idea.

21 aprile 2008

Indiana Jones e il tempio maledetto (S. Spielberg, 1984)

Indiana Jones e il tempio maledetto
(Indiana Jones and the temple of doom)
di Steven Spielberg – USA 1984
con Harrison Ford, Karen Capshaw
**1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1935 (un anno prima degli eventi de "I predatori dell'arca perduta", del quale è dunque un prequel più che un sequel), l'archeologo Indiana Jones fugge in aereo da Shanghai all'India settentrionale per ritrovarsi coinvolto in una pericolosa avventura: dovrà contrastare il tentativo di alcuni fanatici adoratori della dea Kalì di ridar vita alla setta dei thugs e recuperare la pietra sacra sottratta a un villaggio, il tutto con l'aiuto di un intraprendente bambino cinese e di un'imbranata cantante americana. Se il primo film voleva essere un omaggio all'atmosfera dei B-movie d'avventura di un tempo, il secondo sembra esso stesso un B-movie. Il tono è ancora più caricaturale, fumettistico e sopra le righe (come dimenticare la cena nel palazzo del marajah?), le situazioni sono irrealistiche e improponibili, e le scene girate nel tempio sotterraneo – fra sacrifici umani e luci rossastre – quasi degne di un horror. L'inizio è sorprendente ed è forse la cosa migliore della pellicola, con Kate Capshaw che canta "Anything goes" in cinese e le inaspettate coreografie da musical che fanno da sfondo ai titoli di testa. La mini-avventura introduttiva si collega stavolta senza soluzione di continuità alla trama principale, nel quale ritroviamo un Indiana Jones (stavolta il nome del personaggio, per renderlo più memorabile al pubblico, è direttamente nel titolo) piuttosto diverso da quello del film precedente, più avventuriero e meno accademico, quasi un supereroe con tanto di sidekick (il giovane vietnamita Ke Huy Quan, rivisto l'anno dopo ne "I Goonies", del quale non si faceva alcuna menzione ne "I predatori") e in compagnia di un comprimario femminile dal carattere così diverso dalla Marion del primo film, più una spalla comica che altro. Nonostante alcuni elementi in comune fra le due pellicole (gallerie, meccanismi segreti, insetti al posto dei serpenti) e alcune autocitazioni (Indy che cerca di sfoderare la pistola di fronte a due nemici con la scimitarra, anche se il film si svolge un anno prima del precedente), a tratti sembra quasi di assistere a una delle tante imitazioni dell'originale. Ma il divertimento e l'azione non mancano e la confezione è comunque di alto livello. La sceneggiatura è forse più adatta a un Peter Jackson che a uno Spielberg, che infatti ha dichiarato di considerarlo uno dei suoi film meno riusciti. A me, comunque, non dispiace! Le pietre sacre che si illuminano quando si avvicinano mi hanno ricordato le dragonball di Toriyama, mentre i nemici che si ammazzano da soli (rimanendo impigliati fra pale o ruote che girano) cominciano a essere un po' troppi. La corsa sotterranea nei vagoni ferroviari, che sembra uscita da un'attrazione di un parco dei divertimenti, era stata prevista inizialmente nel primo film ma poi eliminata in fase di sceneggiatura.

12 aprile 2008

I predatori dell'arca perduta (S. Spielberg, 1981)

I predatori dell'arca perduta (Raiders of the lost ark)
di Steven Spielberg – USA 1981
con Harrison Ford, Karen Allen
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Nel 1936 l'archeologo Indiana Jones (Harrison Ford) si reca in Egitto alla ricerca dell'arca dell'alleanza, il leggendario reperto che ha contenuto le tavole dei dieci comandamenti e che fa gola anche ai nazisti per via dei suoi (supposti) poteri soprannaturali. Un film fondamentale nel rinnovare gli stilemi del cinema di avventura, pur guardando al passato e rifacendosi direttamente ai fumetti e alle riviste pulp degli anni trenta (non a caso la grafica del titolo sui manifesti richiama il logo di riviste quali "Amazing stories"). Tratto da una storia di George Lucas sceneggiata da Lawrence Kasdan, ha dato vita a un personaggio talmente popolare da diventare protagonista di altri due film (e un quarto è in arrivo fra pochi mesi), di una serie televisiva, di numerosi videogiochi e soprattutto di innumerevoli imitazioni e parodie non solo cinematografiche. Gli elementi che lo caratterizzano visivamente (compreso il cappello e la frusta) lo rendono probabilmente uno dei character più riconoscibili della storia del cinema. E pensare che a interpretarlo non sarebbe dovuto essere Ford, bensì Tom Selleck, che rifiutò la parte perché troppo impegnato con le riprese del telefilm "Magnum P.I.". Spielberg fonde alla perfezione avventura e azione, ritmo e humour, inseguimenti e acrobazie, il fascino del mistero soprannaturale e quello della storia, cambiando anche più registri stilistici: il professor Jones si trasforma da compassato accademico in un vero e proprio avventuriero (come dimostra subito la bella sequenza iniziale dell'idolo nella giungla), protagonista di sequenze che recuperano l'ingenuità dei bei tempi andati (la sfera di roccia che gli rotola dietro, citazione da una storia di Carl Barks), di meravigliosi momenti umoristici (il nemico con la scimitarra nel mercato al Cairo o la gruccia appendiabiti del nazista), di episodi da brivido (i serpenti nel pozzo delle anime, autentici perché all'epoca non si parlava ancora di CGI, e naturalmente l'apertura dell'arca), di tesissime scene d'azione (l'inseguimento sul camion) e di battute memorabili ("Non sono gli anni... sono i chilometri!"). Fra i comprimari, oltre alla bella Karen Allen, sono da segnalare John "Gimli" Rhys-Davies, Denholm Elliott e un debuttante Alfred Molina ("Adios, imbecille!"). Degna di menzione anche la colonna sonora di John Williams e indimenticabile tanto l'incipit, con il vecchio logo della Paramount che si trasforma in un'autentica montagna (giochino che sarà ripetuto nei capitoli successivi), quanto il finale, con l'immenso magazzino di scatoloni (un omaggio a "Quarto potere"). Nei piani iniziali avrebbe dovuto trattarsi di una pellicola a basso budget, praticamente un B-movie, ma naturalmente Lucas e Spielberg si fecero prendere la mano. Il film è stato poi rieditato con il titolo "Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta", per coerenza con i capitoli successivi. Il nome Indiana era quello del cane di George Lucas, mentre il cognome Jones sarebbe stato scelto il giorno stesso dell'inizio delle riprese: in origine il personaggio avrebbe dovuto chiamarsi Indiana Smith. Una curiosità personale: ricordo ancora la campagna di lancio del film (avevo undici anni), con il claim "Il ritorno della grande avventura" sui manifesti che mi aveva fatto erroneamente pensare che si trattasse di un seguito del film "La grande avventura" di Stewart Raffill.

26 settembre 2007

Lo squalo (S. Spielberg, 1975)

Lo squalo (Jaws)
di Steven Spielberg – USA 1975
con Roy Scheider, Richard Dreyfuss
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Un gigantesco squalo bianco terrorizza una località balneare, provocando numerose vittime. Dopo aver tentato senza successo di convincere le autorità a chiudere le spiagge, il capo della polizia decide di dare la caccia all'animale con l'aiuto di un biologo marino e di un pescatore. Il primo grande successo di Spielberg resta ancora adesso uno dei suoi film migliori e uno dei miei preferiti fra quelli da lui diretti. Pur non essendo tecnicamente un film horror, riesce a costruire una grandissima tensione grazie alle inquadrature da sotto il livello dell'acqua, alla musica di John Williams e ai momenti di attesa nei quali si teme che lo squalo attacchi da un momento all'altro. Il personaggio di Scheider è al centro di tutto: il suo rapporto di amore/odio con il mare, il suo senso di responsabilità (che deve fare i conti con il pragmatismo del sindaco della cittadina) e il suo coraggio nello scegliere di affrontare l'animale faccia a faccia lo guidano in un cammino personale contro l'ignoto e il pericolo: la caccia allo squalo diventa così una sorta di viaggio alla scoperta di sé stesso. E il predatore fa davvero paura perché viene percepito come una minaccia realistica (a differenza delle creature fantascientifiche o animate a passo uno di tutti i precedenti "film di mostri"), anche se in realtà le sue dimensioni, la sua forza e la sua intelligenza sono esagerati. Il film fu campione d'incassi (in un certo senso è il progenitore degli odierni blockbuster estivi), vinse tre Oscar e generò diversi sequel di bassa qualità, tra cui il famigerato terzo capitolo in 3D. Pare che in quegli anni causò anche un'ondata di paura e paranoia fra i bagnanti, danneggiando l'industria del turismo balneare negli Stati Uniti. Il personaggio del pescatore interpretato da Martin Shaw può ricordare per certi versi il capitano Achab di "Moby Dick".