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16 giugno 2023

Gli inesorabili (John Huston, 1960)

Gli inesorabili (The Unforgiven)
di John Huston – USA 1960
con Burt Lancaster, Audrey Hepburn
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Quando un misterioso straniero, un vecchio militare con l'occhio di vetro (Joseph Wiseman), si presenta alle porte della loro fattoria, accusando la loro sorella adottiva Rachel (Audrey Hepburn) di essere una trovatella di sangue indiano, sottratta in tenera età alla stessa tribù Kiowa da cui provenivano i guerrieri che hanno ucciso loro padre, i tre fratelli Ben (Burt Lancaster), Cash (Audie Murphy) e Andy (Doug McClure) Zachary devono fare i conti con l'ostracismo e l'ostilità dell'intera comunità di allevatori cui appartengono, soprattutto dopo che una tribù di indiani giunge sulle loro terre per reclamare a forza la ragazza. Da un romanzo di Alan Le May (lo stesso autore di "Sentieri selvaggi", con cui ha molti temi in comune), un epocale western a sfondo melodrammatico e famigliare, che non lesina pugni nello stomaco e temi scottanti (dal razzismo diffuso – anche fra i protagonisti – verso gli indiani, che raramente era assurto così in primo piano in una pellicola per il grande pubblico, a scene di morte e di linciaggio), pur nell'ingenuità tipica dei grandi spettacoloni hollywoodiani, che spesso evitavano le controversie. Notevole il cast, che in ruoli minori comprende Lillian Gish (la vedova Zachary), John Saxon, Charles Bickford e Albert Salmi. Qualcuno ha accusato la Hepburn di non essere del tutto credibile come pellerossa (per non parlare del "whitewashing", la pratica – allora diffusa – di assegnare ad attori bianchi e celebri anche ruoli di altre etnie), ma il punto è proprio quello: lo sarà davvero, o si tratta solo delle calunnie di un vecchio rancoroso? Prodotto dallo stesso Lancaster, il film ebbe una lavorazione travagliata, a cominciare dalla sostituzione del regista e dello sceneggiatore inizialmente previsti (alla regia, in particolare, Delbert Mann fu rimpiazzato da Huston, che peraltro si scontrò a più riprese con la produzione perché voleva enfatizzare ancora di più il tema del razzismo). Inoltre la Hepburn cadde da cavallo durante le riprese, costringendo la troupe a un'interruzione di qualche mese e l'attrice stessa a stare lontana dalle scene per più di un anno (tornerà nel 1961 con "Colazione da Tiffany").

2 maggio 2023

Passaggio a Nord-Ovest (King Vidor, 1940)

Passaggio a Nord-Ovest (Northwest Passage)
di King Vidor – USA 1940
con Spencer Tracy, Robert Young
**1/2

Visto in divx.

A metà Settecento, mentre nei territori del Nuovo Mondo infuria la guerra franco-indiana (che mette di fronte inglesi e francesi, entrambi alleati con differenti tribù di nativi), il giovane Langdon Towne (Robert Young), aspirante artista cacciato da Harvard dopo essere caduto in disgrazia per aver sbeffeggiato il governatore del New Hampshire, si arruola nei rangers guidati dal maggiore Robert Rogers (Spencer Tracy) e parte insieme a loro in una spedizione ai confini col Canada per affrontare gli indiani Abenachi, alleati dei francesi. Il viaggio sarà lungo e difficile: e soltanto grazie all'intraprendenza di Rogers (che spesso deve però faticare per convincere i suoi uomini, spossati e affamati, a proseguire il cammino), Langdon e un gruppo di altri soldati riusciranno a sopravvivere. Dal romanzo storico di Kenneth Roberts (di cui porta sullo schermo solo la prima delle due parti di cui è composto: paradossalmente, la ricerca del "passaggio a Nord-Ovest" che collega l'Oceano Atlantico al Pacifico avviene nella seconda), ispirato ad eventi e personaggi reali, un filmone epico e d'avventura tutto girato in esterni (in Idaho e Oregon) e in technicolor, che celebra il coraggio e l'ardimento dei primi coloni di quelli che ancora non erano gli Stati Uniti. I rangers di Rogers compiono imprese di ogni genere (dal trasportare le proprie canoe su una collina per evitare uno sbarramento nemico sul fiume, alla "Fitzcarraldo"; al guadare un fiume in piena formando una catena con i propri corpi; dal distruggere un villaggio indiano sterminandone gli abitanti; al sopravvivere per giorni interi marciando senza cibo né acqua), senza però che l'agiografia sovrasti gli aspetti più deleteri dei personaggi. Tracy è il mattatore, mentre Young, che all'inizio sembrava il protagonista, pian piano perde importanza all'interno di una storia corale. Nel cast anche Walter Brennan (l'amico di Langdon che si arruola con lui), Nat Pendleton, Ruth Hussey. Vidor avrebbe voluto dirigere un seguito per adattare la seconda parte del romanzo, ma non se ne fece niente.

28 gennaio 2023

Windtalkers (John Woo, 2002)

Windtalkers (id.)
di John Woo – USA 2002
con Nicolas Cage, Adam Beach
*1/2

Rivisto in TV (RaiPlay).

Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, per evitare che i nemici decifrassero le loro trasmissioni radiofoniche, gli Stati Uniti fecero ricorso a un'insolita risorsa... interna: gli indiani Navajo, addestrati come marconisti e incoraggiati a usare la propria lingua nativa come codice per trasmettere i messaggi fra le linee. Il marine Joe Enders (Nicolas Cage), desideroso di tornare in battaglia dopo aver visto morire tutti i suoi compagni di plotone ed essere rimasto ferito a un orecchio, viene incaricato di scortare uno di questi "code talkers", il navajo Ben Yahzee (Adam Beach), assegnato a una compagnia d'assalto nel Pacifico, con il compito di evitare a tutti costi che venga fatto prigioniero dai giapponesi. Da uno spunto ispirato ad eventi reali (i "code talkers" Navajo parteciparono, fra le altre, alle battaglie di Saipan – mostrata nel film – e di Iwo Jima), forse il peggiore dei sei film girati a Hollywood da John Woo: enfatico nella regia e nella fotografia, e recitato svogliatamente (Cage a parte, ma il suo è un caso particolare: sembra sempre che esageri nell'interpretazione), ha però il suo difetto principale nella sceneggiatura ingessata, scolastica e a tratti retorica, con personaggi monodimensionali (vedi per esempio il marine razzista Chick) e una generale incapacità di sfruttare il suo stesso argomento portante. L'impressione è che il film non sappia cosa raccontare: a parte l'introduzione iniziale, il tema dei "code talkers" viene subito messo da parte, in favore di lunghe e violente (ma generiche e noiose) scene di combattimento; e anziché riflettere sul linguaggio, ci si concentra sul concetto (molto più abusato e meno interessante) dell'amicizia, in particolare quella fra Ben e Joe, che si cementa lentamente sul campo di battaglia. I vaghissimi aspetti da buddy movie e gli accenni all'incontro e all'accettazione di culture diverse colorano a malapena quello che è solo uno sfoggio di sequenze di battaglia, dispiegate lungo una serie di episodi scollegati l'uno dall'altro, fino a un finale random. Meritato flop al botteghino. Nel cast anche Christian Slater, Roger Willie, Peter Stormare, Noah Emmerich, Mark Ruffalo, Brian Van Holt, Jason Isaacs e, unico (inutile) personaggio femminile, Frances O'Connor. Cage e Slater avevano già lavorato con Woo, rispettivamente in "Face/Off" e "Broken Arrow".

23 febbraio 2021

Il cacciatore di indiani (A. De Toth, 1955)

Il cacciatore di indiani (The Indian Fighter)
di André De Toth – USA 1955
con Kirk Douglas, Elsa Martinelli
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'esperto scout Johnny Hawks (Kirk Douglas), reduce dalla guerra civile, guida un convoglio di coloni verso l'Oregon, attraverso i territori dei Sioux di Nuvola Rossa, della cui figlia Onahti (Elsa Martinelli, all'esordio a Hollywood e scelta personalmente da Douglas, anche produttore) è innamorato. Ma la fragile tregua con gli indiani è messa a repentaglio da due avventurieri senza scrupoli (Walter Matthau e Lon Chaney Jr.), alla ricerca di un giacimento d'oro che è nascosto nella regione. Western classico con un inedito taglio – nonostante il titolo, dovuto alla "fama" di Johnny – a favore degli indiani e contro lo sfruttamento e l'espansionismo dei bianchi (il protagonista dice esplicitamente che preferirebbe che il Far West non venisse "civilizzato"). Pur non trattandosi di un capolavoro, fa parte di quel trend che lentamente ha aggiunto spessore, complessità e sfumature all'approccio con cui venivano rappresentati sullo schermo i conflitti fra i coloni e i nativi americani, superando la divisione manichea e superficiale in buoni e cattivi. L'ampio cinemascope, che valorizza i paesaggi, e la regia competente, spettacolare soprattutto nelle sequenze dell'assalto al forte, fanno il resto. Alla sceneggiatura ha collaborato Ben Hecht. Nel cast, in piccoli ruoli, anche Elisha Cook Jr. (il fotografo Briggs), Diana Douglas (Susan, la vedova che corteggia Johnny: l'attrice era l'ex moglie di Kirk), Walter Abel e Harry Landers. Musiche di Franz Waxman.

7 febbraio 2020

Il grande cielo (Howard Hawks, 1952)

Il grande cielo (The Big Sky)
di Howard Hawks – USA 1952
con Kirk Douglas, Dewey Martin
***

Rivisto in DVD, per ricordare Kirk Douglas.

Nel 1832, l'avventuriero Jim Deakins (Kirk Douglas) e la giovane testa calda Boone – "Bill" nel doppiaggio italiano – Caudill (Dewey Martin) vengono ingaggiati come cacciatori nella spedizione guidata da Zeb Calloway (Arthur Hunnicutt) e finanziata da un mercante francese (Steven Geray). L'obiettivo: risalire il fiume Missouri a bordo di un barcone per oltre 3000 chilometri, da Saint Louis fino ai territori inesplorati del Montana, per commerciare in pellicce con gli indiani Piedi Neri. A bordo dell'imbarcazione c'è anche una donna, una giovane pellerossa chiamata Occhio d'Anitra (Elizabeth Threatt), figlia di un capo tribù da cui fu rapita anni prima: la speranza dei mercanti è che, riportandola a casa, possa aiutarli a convincere gli indigeni a trattare con loro. Pellicola epica e avventurosa di ambientazione fluviale (come il precedente "Il fiume rosso", sempre di Hawks) che racconta, in maniera romanzata e avvincente (e con qualche concessione al gusto hollywoodiano), la prima spedizione di uomini bianchi nei vasti e sconosciuti territori del Nord-Ovest ("È un territorio immenso. La sola cosa che c'è di più grande è il cielo", spiega Calloway). Durante il lungo viaggio i nostri eroi dovranno fronteggiare le forze della natura, gli attacchi di indiani ostili (i Corvi, nemici dei Piedi Neri) e gli agguati degli uomini della rivale Compagnia delle Pellicce, oltre che appianare le tensioni interne (dovute soprattutto alla presenza "tentatrice" della giovane e orgogliosa Occhio d'Anitra). Ma saranno ricompensati. La vicenda è narrata in prima persona dall'esperta guida indiana Zeb, zio di Bill: e per un western dell'epoca, mostra un'insolita simpatia verso i pellerossa (Calloway spiega che essi temono una sola cosa: la "malattia" dell'uomo bianco, ovvero l'avidità). La pellicola fu girata quasi interamente in esterni, nel Parco Nazionale di Grand Teton. Buddy Baer è il gigantesco Romaine (che potrebbe aver ispirato il personaggio di Gros-Jean nei fumetti di Tex), Hank Worden è l'indiano alcolizzato Poordevil (Pelleeossa), Jim Davis è il "cattivo" Streak (Stoker nell'edizione italiana). Due nomination agli Oscar (per Hunnicutt e per la fotografia di Russell Harlan). Esiste una versione colorizzata.

19 ottobre 2019

1492 - La conquista del paradiso (R. Scott, 1992)

1492 - La conquista del paradiso (1492: Conquest of Paradise)
di Ridley Scott – Francia/Spagna/USA/GB 1992
con Gérard Depardieu, Sigourney Weaver
*1/2

Rivisto in DVD.

Realizzato per il 500° anniversario della scoperta dell'America, un biopic su Cristoforo Colombo che racconta i suoi viaggi, l'approdo su quelle che credeva essere le coste orientali dell'India e il tentativo di stabilire le prime colonie d'oltremare. Semplicistico, lineare e mai emozionante (anche perché privo di qualsiasi sottigliezza), il film è un polpettone informe e senza guizzi, con una sceneggiatura scolastica, una ricostruzione storica romanzata e stereotipata e una regia di maniera. Inoltre, pur sfiorando il tema del "paradiso perduto" (l'arrivo degli spagnoli in America porta ben presto la morte, la violenza e la barbarie, insanguinando quello che sembrava un luogo idilliaco), i fari della vicenda restano sempre puntati sulla figura – in fondo non così interessante – di Colombo, ritratto in modo vago come idealista e ambizioso al tempo stesso: e manca una seria e sincera riflessione su quelle che saranno davvero le conseguenze del suo viaggio, soprattutto per le popolazioni indigene (ma questa è un'altra storia). Realizzato come co-produzione internazionale (e si vede dal cast: oltre a Gérard Depardieu come protagonista e Sigourney Weaver come regina Isabella, ci sono anche Tchéky Karyo, Armand Assante, Fernando Rey, Michael Wincott e Ángela Molina), il film rappresenta l'inizio del periodo meno ispirato e brillante della carriera di Ridley Scott, che, messosi alle spalle i suoi capolavori, di fatto non tornerà mai più ai livelli precedenti (pur firmando ancora alcuni occasionali successi di pubblico – vedi "Il gladiatore" – e di critica – vedi "Sopravvissuto - The martian"). La cosa migliore del film, oltre alle interpretazioni e alla splendida fotografia "pubblicitaria" di Adrian Biddle (le navi che veleggiano al tramonto, o la luce del sole che si riflette sulle onde), rimane senza dubbio la colonna sonora di Vangelis (alla seconda collaborazione con Scott dopo "Blade runner"), con il suo tema enfatico e corale ispirato alla "Follia" medievale. Anche la Weaver aveva già lavorato con il regista (in "Alien").

11 luglio 2019

Giocando nei campi del signore (H. Babenco, 1991)

Giocando nei campi del signore (At Play in the Fields of the Lord)
di Héctor Babenco – USA/Brasile 1991
con Aidan Quinn, Tom Berenger
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il giovane pastore protestante Martin (Aidan Quinn), insieme alla moglie Hazel (Kathy Bates) e al figlio Billy, si reca in Brasile per unirsi alla missione del collega fondamentalista Leslie (John Lithgow) nel tentativo di convertire una tribù di indios, i Niaruna. L'incontro con questi, che vivono ancora allo stato selvaggio all'interno della foresta amazzonica, cambierà le sue prospettive e metterà in crisi le sue certezze e la sua fede. Lo stesso capiterà a Lewis Moon (Tom Berenger), indiano americano che viaggia insieme all'avventuriero Wolf (Tom Waits): incaricati da Guzman, il comandante della polizia locale, di scacciare i Niaruna dal loro territorio per lasciare spazio ai cercatori d'oro, si unirà invece a loro, sospinto dal desiderio di inseguire le proprie radici di pellerossa e di riscoprire la sua vera natura. Da un romanzo di Peter Matthiessen, una pellicola epica, drammatica e fluviale (dura oltre tre ore) che fa riflettere sui temi del confronto fra culture, del rispetto delle religioni altrui, e della scoperta del lato primigenio di sé. I personaggi si dividono essenzialmente in due: quelli che subiscono il fascino degli indios, che cercano di comprenderli o ne sono quantomeno attratti e incuriositi (Lewis Moon, Martin, ma anche suo figlio Billy che non perde tempo a giocare nudo insieme ai bambini "selvaggi"), e quelli che invece li rifuggono, li disprezzano o li vedono soltanto a scopi utilitaristici, per "civilizzarli" o sfruttarli (Leslie, Hazel, Guzman). I primi, fra i quali va annoverata anche Andy (Daryl Hannah), la moglie di Leslie, piombano prima o poi in una crisi (che sia personale o spirituale) che li spinge a mettere in discussione le proprie certezze; i secondi, invece, proseguono imperterriti sulla loro strada, destinata a portare morte e distruzione. E quasi non si accorgono della relatività dei loro ideali, di quanto siano insignificanti le piccole differenze (i protestanti contro i cattolici, che si vedono in "opposizione" quando per gli indios non c'è alcuna differenza), o di come sia dannoso voler imporre agli altri il proprio sistema di valori (in questo il prete cattolico locale sembra guardare molto più lontano). Certo, il film ha anche i suoi difetti (la lunghezza e la poca linearità della sceneggiatura sono figli dell'adattamento letterario), ma l'aria che si respira (fra "Mission" e il cinema di Peter Weir e Werner Herzog), grazie anche agli scenari amazzonici, gratifica ampiamente lo spettatore. Fra le scene memorabili, il volo di Tom Berenger e Tom Waits sull'aeroplano biposto verso le cascate, e l'incontro fra Lewis Moon e una Daryl Hannah nuda nel bel mezzo della foresta. Il produttore Saul Zaentz aveva provato ad adattare il romanzo di Matthiessen sin dalla sua pubblicazione nel 1965. James Cameron ha citato il film come uno di quelli che più lo hanno ispirato nella realizzazione di "Avatar".

17 aprile 2019

Buffalo Bill e gli indiani (R. Altman, 1976)

Buffalo Bill e gli indiani, ovvero: La lezione di storia di Toro Seduto (Buffalo Bill and the Indians, or Sitting Bull's History Lesson)
di Robert Altman – USA 1976
con Paul Newman, Geraldine Chaplin
***

Visto in TV.

Buffalo Bill, al secolo William F. Cody (Paul Newman), il cui mito di eroe della frontiera americana è dovuto ai romanzi d'avventura dello scrittore Ned Buntline (Burt Lancaster), ingaggia come guest star per gli spettacoli del suo circo itinerante nientemeno che il feroce capo indiano Toro Seduto (Frank Kaquitts), da poco sconfitto. Questi accetta di prestarsi a tali pagliacciate – che ricostruiscono le guerre indiane, fra comparse acrobatiche e bande musicali, a beneficio di un pubblico pagante – soltanto per raccontare i massacri perpetrati dai bianchi e per guadagnare migliori condizioni di vita per il suo popolo rinchiuso nelle riserve. L'incontro con la silenziosa dignità del pellerossa porterà Cody a confrontarsi con sé stesso, con la propria immagine di eroe fasulla e creata a beneficio dello show business (come la falsa capigliatura che sfoggia in testa: significativa la frase di Buntline al momento di accomiatarsi da lui: "Buffalo Bill, lieto di averti inventato") e con i propri fantasmi. Ispirandosi alla commedia teatrale "Indians" di Arthur Kopit (riscritta dal regista insieme ad Alan Rudolph), Altman demistifica e smaschera il mito dell'eroismo e del selvaggio west attraverso la figura della "stella" vanitosa di uno spettacolo fatto soltanto di finzione e pantomime. Non contento, il regista destruttura la narrazione (come aveva già fatto con "MASH") per dare vita a un film corale dalla struttura episodica e caotica, dove le tante figure storiche (tutte realmente esistite) appaiono nella loro completa e umana fragilità, rendendo ancora più netto il contrasto con l'orgoglio e la dirittura morale dei pellerossa sconfitti ma non piegati (ben diversi dai selvaggi sanguinosi raccontati dalla mitologia del tempo). Geraldine Chaplin è una Annie Oakley nevrotica, John Considine un pavido Frank Butler, Harvey Keitel è il nipote di Buffalo Bill che vive nel mito dello zio, Will Sampson il gigantesco interprete di Toro Seduto. Nel cast anche Joel Grey, Kevin McCarthy, Pat McCormick e Shelley Duvall. Il film vinse l'Orso d'Oro a Berlino ma fu male accolto dal pubblico americano in un anno in cui gli Stati Uniti festeggiavano il loro bicentenario e non erano pronti a mettere in discussione alcuni dei loro miti fondanti. I titoli di testa non presentano i nomi dei personaggi, ma il loro ruolo nella storia ("L'impresario", "La stella", ecc.). L'edizione italiana dura quasi mezz'ora in meno rispetto a quella originale.

20 marzo 2019

La strada per Fort Alamo (M. Bava, 1964)

La strada per Fort Alamo
di Mario Bava – Italia/Francia 1964
con Ken Clark, Jany Clair
*1/2

Visto in TV.

Dopo aver assaltato una banca travestiti da soldati nordisti, due rapinatori (Ken Clark e Kirk Bert) vengono abbandonati dai loro complici nel deserto. Salvati da un convoglio militare diretto a Fort Alamo, sono costretti a continuare a fingersi soldati. E di fronte a un attacco degli indiani Osage, dimostreranno tutto il loro valore. Primo western diretto da Mario Bava (con lo pseudonimo di John Old, lo stesso che il regista italiano aveva già usato in passato per alcuni horror e thriller): un western vecchio stile, alquanto fumettoso (con personaggi che sembrano usciti da "Tex Willer", come il capitano troppo ligio alle regole) e che guarda ai classici hollywoodiani, visto che il genere più sporco e cinico degli spaghetti western doveva ancora nascere ("Per un pugno di dollari" usciva nelle sale quasi in contemporanea). Girato al risparmio (scenari e paesaggi, oltre ad essere evidentemente farlocchi, sono sempre gli stessi, riutilizzati in scene diverse!) e con diversi luoghi comuni (dalla partita a poker nel saloon all'assalto degli indiani al fiume), il film non ha molto di interessante da offrire: fra le poche cose decenti, la fotografia espressionista di alcune scene notturne (vero marchio di fabbrica di Bava). Jany Clair è la donna "perduta" di cui il protagonista si innamora, Dean Ardow il sergente che intuisce la sua identità ma si fida di lui.

9 luglio 2018

L'ultimo Apache (R. Aldrich, 1954)

L'ultimo Apache (Apache)
di Robert Aldrich – USA 1954
con Burt Lancaster, Jean Peters
**

Visto in divx.

Nel 1886, quando il capo apache Geronimo e le sue truppe si arrendono all'esercito americano, il giovane guerriero Massai (Lancaster) rifiuta di sottomettersi e farsi deportare insieme a loro in una riserva in Florida. Orgoglioso e ribelle, una volta fuggito si dà alla macchia e ad azioni di guerriglia, nella speranza di stimolare il suo popolo alla ribellione. Ma i tempi sono cambiati: e le molte avversità – oltre che l'amore della bella Nalinle (Peters) – lo convinceranno che un'altra strada è possibile, quella di diventare contadino e di vivere in pace con l'uomo bianco. Il primo western di Aldrich, al suo terzo film, ha la caratteristica "progressista" (e allora ancora inusuale) di raccontare la storia dal punto di vista dell'indiano anziché da quello dei bianchi che gli danno la caccia. Tanto basta per renderlo degno di nota, nonostante le ingenuità, il whitewashing (l'utilizzo di attori bianchi nei ruoli dei pellerossa) e il fatto che sia implausibilmente incruento (ma il lieto fine fu imposto dai produttori: sia Aldrich che Lancaster avrebbero preferito un finale meno ottimista). In ogni caso, il film sa raccontare un momento chiave della storia americana con attenzione sia alla psicologia dei personaggi che al loro rapporto con l'ambiente (emblematiche le scene di Massai che si aggira sperduto in mezzo alla "civiltà" dei negozietti di St. Louis, prima di tornare fra le sue montagne). Fra gli attori c'è anche Charles Bronson, accreditato con il suo vero nome di Charles Buchinsky, nel ruolo di Hondo, il rivale del protagonista.

11 giugno 2017

Rullo di tamburi (Delmer Daves, 1954)

Rullo di tamburi (Drum Beat)
di Delmer Daves – USA 1954
con Alan Ladd, Charles Bronson
**

Visto in TV.

Da quando gli indiani hanno sterminato la sua famiglia, Johnny MacKay (Alan Ladd) è diventato un acerrimo cacciatore di pellerossa. Ma il presidente Grant in persona lo incarica di condurre le trattative di pace con i ribelli Modoc che, guidati dall'arrogante Capitan Jack (Charles Bronson), sono usciti dalla riserva e richiedono più terra, minacciando la sicurezza dei coloni. Pur riluttante, Johnny accetta l'incarico e promette che porterà la pace senza far uso delle armi. Ma nonostante le sue buone intenzioni, un incidente scatenerà la guerra e sarà necessario l'intervento dell'esercito. Ispirato a personaggi e fatti reali (il conflitto contro i Modoc del 1872-1873 in Oregon e California), un western storico, solido ma senza particolari guizzi, con cui Daves prosegue il suo tentativo (iniziato nel 1950 con "L'amante indiana") di "umanizzare" i nativi americani facendoli uscire, almeno in parte e per quanto gli era concesso, dagli stereotipi di selvaggi. Qui, a parte il complesso e riuscito personaggio di Jack, ci sono indiani cattivi ma anche indiani buoni, come i fratelli Manok e Toby (Anthony Caruso e Marisa Pavan), capi tribù che sostengono Johnny nelle sue trattative. Toby, addirittura, contende l'amore del protagonista alla bianca Nancy (Audrey Dalton). Quello di Jack fu uno dei primi ruoli di rilievo per Charles Bronson, che aveva appena assunto il suo nome d'arte. Nel cast anche Robert Keith (il postiglione), Elisha Cook Jr (il commerciante rinnegato) e Richard Gaines (il medico pacifista). Bellissimi gli scenari in esterni, che donano al film epicità e un ampio respiro.

10 maggio 2016

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (S. Pollack, 1972)

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson)
di Sydney Pollack – USA 1972
con Robert Redford, Will Geer
***

Visto in TV.

A metà del diciannovesimo secolo, il trapper Jeremiah Johnson abbandona la civiltà e si trasferisce a vivere e a cacciare da solo sulle Montagne Rocciose. Dopo un primo inverno assai duro, l'uomo comincia a ambientarsi sempre meglio in un territorio selvaggio e inospitale, all'epoca ancora infestato dagli indiani. E senza volerlo, finirà per farsi una famiglia, sposando Cigno Pazzo (della tribù delle Teste Piatte) e adottando un bambino (Caleb, che con sua madre era stato l'unico sopravvissuto di un violento attacco dei Piedi Neri). Il breve momento di serenità avrà fine quando la sua casa sarà assalita dai bellicosi Corvi. Johnson giurerà vendetta al loro capo, il temibile Mano Che Segna Rosso, e diventerà una leggenda vivente, temuto e rispettato dai suoi stessi nemici. Ispirato a una storia vera – quella di John "Liver-eater" ("Mangiafegato") Johnson, la cui biografia è stata adattata dallo sceneggiatore John Milius – il film di Pollack è un'autentica pietra miliare del genere western, uno dei primi film (insieme insieme ai di poco precedenti "Soldato blu" e "Piccolo Grande Uomo") a rappresentare i nativi americani senza ricorrere a stereotipi o travisamenti, mostrandoli magari anche ostili all'uomo bianco ma non necessariamente cattivi o inferiori (sono semmai forze della natura e parte integrante di una wilderness di cui è celebrato il mito e il fascino, ma anche i pericoli e le insidie). Lo stesso protagonista dimostra a più riprese il suo rifiuto verso il modo di vivere occidentale, la politica e la guerra (si accenna al fatto che ha combattuto nel conflitto messicano-statunitense), mentre in parallelo giunge a conoscere bene gli indiani e a rispettarne le credenze e le usanze: anche per questo, nonostante la parte finale della pellicola si regga sulla faida personale fra Johnson e i Corvi, il titolo italiano è piuttosto fuorviante. Più che una trama unica, il film segue la vita di Johnson attraverso una serie di incontri, come quelli con altri cacciatori – l'anziano "Artiglio d'orso" (Will Geer) e l'eccentrico Del Gue (Stefan Gierasch) – o con le varie tribù di indiani, e naturalmente il figlio adottivo e la moglie (Delle Bolton), con i quali a lungo non parla mai (la donna perché non conosce la sua lingua, il bambino perché è diventato muto per lo shock). La fotografia di Duke Callaghan esalta gli scenari naturali e i paesaggi dello Utah attraverso le varie stagioni: dall'inverno innevato alla rinascita della primavera. La colonna sonora è opera di Tim McIntire e John Rubinstein, più noti come attori che come musicisti. Curiosità: è stato il primo western accettato in concorso al festival di Cannes. Inizialmente avrebbe dovuto essere diretto da Sam Peckinpah e interpretato da Clint Eastwood, ma i due, che non andarono d'accordo, abbandonarono il progetto. La pellicola e il suo personaggio rappresentano la principale fonte di ispirazione per la serie a fumetti "Ken Parker" di Berardi e Milazzo, il cui protagonista sfoggia infatti il volto di Robert Redford.

25 gennaio 2016

Revenant - Redivivo (Alejandro G. Iñárritu, 2015)

Revenant - Redivivo (The Revenant)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2015
con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Nel cinema hollywoodiano recente sembra esserci una tendenza a raccontare storie di sopravvivenza in ambienti ostili e in condizioni quasi impossibili. Dopo "Gravity" di Cuarón e "The martian" di Ridley Scott (entrambi di genere fantascientifico), anche Iñárritu – reduce dal successo di "Birdman" – offre il proprio contributo con una saga di coraggio e di vendetta, ambientata ad inizio ottocento negli scenari selvaggi e innevati del North Dakota, al confine fra Canada e Stati Uniti. Qui una spedizione di trapper e di militari in cerca di preziose pelli viene attaccata e sterminata da una tribù di indiani Arikara. I pochi sopravvissuti, guidati dall'esperto scout Glass (DiCaprio), cercano di riguadagnare la strada per il forte. Ma quando Glass viene ferocemente assalito da un gigantesco orso grizzly, i suoi compagni sono costretti a lasciarlo indietro, nel bel mezzo delle terre selvagge, per via delle sue gravi ferite. Fitzgerald (Hardy), il soldato incaricato di restare con lui per proteggerlo, decide di lasciarlo morire e di raggiungere gli altri al forte, non prima di aver pugnalato a tradimento il giovane figlio meticcio dello stesso Glass che voleva rimanere al suo fianco. Lo scout, però, riesce miracolosamente a sopravvivere: e sostenuto dal desiderio di vendetta, attraverserà vasti territori, cibandosi di radici e di resti di carcasse, evitando gli attacchi degli indiani (e dei francesi, le cui spedizioni sono in rivalità con quelle americane), fino a raggiungere colui che lo aveva abbandonato. Se nei suoi lavori precedenti Iñárritu aveva sempre puntato le carte maggiori sulla sceneggiatura (anche se pure non disdegna gli elaborati esercizi di stile: vedi in questo caso il sofisticato piano sequenza con cui apre il film, che mette in scena l'attacco degli indiani ai cacciatori di pelli), stavolta si affida alla forza del silenzio, alla potenza delle immagini, agli scenari mozzafiato e alla recitazione intensa e senza compromessi di un DiCaprio "fisico" come non mai (e che francamente si meriterebbe finalmente il suo premio Oscar). La natura è la vera protagonista del film, fra fiumi gelidi, laghi ghiacciate, montagne innevate, distese rocciose e un ambiente realistico e crudo (prima ancora che crudele), dove anche l'essere umano è ridotto alla sua matrice animale (e si comporta come un lupo o un orso). Il bianco della neve è spesso tinto dal rosso del sangue, che sia quello degli animali usati per la sopravvivenza (per cibarsi delle loro carni crude, o per scaldarsi con i loro corpi) o di quello degli stessi uomini, in lotta fra loro (le fazioni in campo sono tante: americani, francesi, indiani Arikara o Pawnee, quando non si lotta all'interno della stessa fazione, come nel caso di Glass contro Fitzgerald). A volte le immagini assumono una natura onirica e irreale, come nel caso delle "visioni" che Glass sperimenta durante la propria odissea (e in cui gli appare la sua defunta compagna come una sorta di "spirito guida"). Alcune sequenze, addirittura, ricordano il cinema di Tarkovskij (il sogno con la chiesa diroccata, soprattutto, ma anche il passaggio nel bosco di betulle). Il film è tratto "in parte" da un romanzo di Michael Punke, a sua volta ispirato al personaggio (vissuto realmente) di Hugh Glass. Il progetto iniziale era addirittura di Park Chan-wook (con Samuel L. Jackson come protagonista! Ne sarebbe uscita una tarantinata...). Nel cast anche Domhnall Gleeson (il capitano del forte) e Will Poulter (il giovane soldato).

18 febbraio 2015

The squaw man (Cecil B. DeMille, 1914)

The squaw man
di Oscar Apfel e Cecil B. DeMille – USA 1914
con Dustin Farnum, Red Wing [Lillian St. Cyr]
**

Visto su YouTube.

Accusato di essersi appropriato di una somma di denaro destinata agli orfani di guerra (in realtà il colpevole è suo cugino Henry, che ha sperperato i soldi alle corse), il gentiluomo inglese Jim Wynnegate è costretto a fuggire negli Stati Uniti d'America. Qui si stabilisce nel west, dove si innamora dell'indiana Nat-u-ritch (che gli ha salvato la vita), la sposa e ha un figlio da lei. Ma quando il cugino, in punto di morte, riabiliterà il suo nome, Jim si troverà combattuto fra il tornare in patria (dove lo attendono agi e ricchezze) e rimanere con la sua nuova famiglia. Il destino deciderà per lui. Da un dramma teatrale di Edwin Milton Royle, un film che ebbe un grande successo di pubblico ma che è passato alla storia per tutta un'altra serie di motivi: innanzitutto è stato il primo lungometraggio girato a Hollywood (fino ad allora, nella sconosciuta cittadina californiana erano stati realizzati soltanto alcuni cortometraggi, primo fra tutti "In old California" di D.W. Griffith nel 1910); in secondo luogo, è da considerarsi il primo film in assoluto della Paramount Pictures (ai tempi chiamata Lasky Feature Play Company), destinata a diventare uno degli studi cinematografici più importanti del mondo; infine, è il film d'esordio del leggendario regista Cecil B. DeMille, qui coadiuvato dal collega Oscar Apfel. In seguito DeMille realizzerà altri due remake della stessa pellicola: un altro muto nel 1918 (andato perduto, con l'eccezione dell'ultima bobina) e una versione sonora nel 1931 (in italiano intitolata "Naturich la moglie indiana"). La narrazione è intensa, con il protagonista che attraversa diversi scenari (dalla Londra iniziale al Texas finale, passando per le scene a bordo della nave o quelle fra la neve; a un certo punto si passa arditamente dal west alle Alpi tirolesi!). Ma regia e montaggio sono ancora a livello elementare (da notare giusto una breve sequenza in split screen), e le inquadrature sono appena ravvivate dall'uso della profondità di campo nelle scene in esterni. Anche la caratterizzazione dei personaggi è alquanto semplicistica; da segnalare però la presenza di indiani buoni, o comunque simpatetici nei confronti dello spettatore: importante fu la scelta di un'attrice nativa americana per il ruolo di Nat-u-ritch, Red Wing alias Lillian St. Cyr (da non confondere con Lily St. Cyr, l'attrice di burlesque degli anni cinquanta!). Dustin Farnum aveva vestito i panni di Jim Wynnegate anche nella versione teatrale a Broadway.

16 febbraio 2015

Sierra Charriba (Sam Peckinpah, 1965)

Sierra Charriba (Major Dundee)
di Sam Peckinpah – USA 1965
con Charlton Heston, Richard Harris
**1/2

Rivisto in DVD.

Per dare la caccia al sanguinario capo indiano Sierra Charriba e alla sua tribù di Apache, responsabili di svariate incursioni e massacri in territorio yankee (nonché della cattura di alcuni bambini bianchi), il maggiore di cavalleria Amos Dundee (Charlton Heston) non esita a sconfinare nel Messico (ai tempi sotto il dominio francese) a capo di una truppa improvvisata, composta – oltre che da alcuni criminali e da un pugno di volontari – da un nutrito gruppo di prigionieri sudisti (siamo infatti nel bel mezzo della guerra di secessione). Questi, guidati dal capitano Tyreen (Richard Harris), un tempo amico di Dundee e ora suo acerrimo rivale, hanno infatti promesso di obbedire ai suoi ordini "fino a quando Charriba non sarà stato catturato o ucciso". Il terzo film di Peckinpah, il primo che poteva contare su un forte budget, doveva essere nelle intenzioni un'epica ad ampio respiro che fonde temi storici, politici e sociali su grande e piccola scala. Ma gli infiniti dissidi con la produzione allontanarono di parecchio il risultato dalla visione originaria del regista. A un certo punto Peckinpah, che spesso si presentava ubriaco sul set, fu minacciato di licenziamento, anche perché pretendeva diversi giorni di lavorazione in più rispetto al previsto: e solo le insistenze di Heston, che aveva molto apprezzato il precedente film di Sam ("Sfida nell'alta sierra") e che giunse addirittura a rinunciare al proprio compenso (un gesto che fece scalpore, senza precedenti a Hollywood), convinsero le alte sfere della Columbia a permettere al regista di portare a termine le riprese. Si vendicarono però in fase di montaggo: la versione predisposta da Peckinpah, di circa 160 minuti, fu ridotta senza il suo consenso dapprima a 136 (eliminando in particolare le scene più cruente e alcune battaglie girate al ralenti, nello stile de "I sette samurai" di Kurosawa) e poi a 123 minuti, tanto che il regista disconobbe il risultato (anche per l'inserimento di una colonna sonora agli antipodi di quella che lui aveva scelto). Per dirne una, nel finale i personaggi dovevano morire tutti. Solo recentemente, per l'edizione in DVD, almeno la versione di 136 minuti è stata restaurata. Nella visione di Sam, che aveva fortemente modificato il mediocre soggetto originale di Harry Julian Fink (in cui il punto di vista centrale era quello del giovane trombettiere Ryan, testimone di tutti gli eventi) aumentando a dismisura le tensioni e le psicosi dei personaggi principali, la pellicola avrebbe dovuto essere una rilettura in chiave western del "Moby Dick" di Melville, con Dundee nei panni del capitano Achab e Sierra Charriba in quelli della balena bianca. La perdita di numerosi raccordi ha però reso il film un po' sbilanciato (oltre a danneggiare l'approfondimento di parecchi personaggi). Fra gli episodi che sono stati mantenuti c'è quello della permanenza dei soldati nel villaggio messicano che hanno liberato dai francesi, dove Dundee e Tyreen si innamorano della donna austriaca interpretata da Senta Berger: un episodio che – come peraltro molti altri elementi – Peckinpah rielaborerà quattro anni più tardi per il suo capolavoro, "Il mucchio selvaggio", per molti versi una versione più cinica e nichilista proprio di "Sierra Charriba". Col senno di poi, oltre a echi del Peckinpah che verrà, si colgono anche anticipazioni di alcuni western leoniani (su tutti "Il buono, il brutto e il cattivo", che sarà girato poco dopo). Il ricco cast comprende anche James Coburn (la guida Samuel Potts), Jim Hutton (l'inesperto tenente artigliere Graham), Michael Anderson Jr. (il trombettiere Ryan), Mario Adorf (il sergente Gomez), Brock Peters (il nero Aesop), Warren Oates (il disertore sudista) e Ben Johnson (il sergente Chillum). Curiosamente il titolo italiano, anziché il nome del protagonista come nella versione originale, utilizza quello della sua preda (che sullo schermo si vede pochissimo, giusto all'inizio e alla fine).

23 aprile 2014

Nessuna pietà per Ulzana (R. Aldrich, 1972)

Nessuna pietà per Ulzana (Ulzana's raid)
di Robert Aldrich – USA 1972
con Burt Lancaster, Bruce Davison
***

Visto in TV.

Il feroce apache Ulzana fugge dalla riserva con un pugno di guerrieri. Al suo inseguimento si getta un plotone di cavalleria guidato dal giovane e inesperto tenente Garnett DeBuin (Davison), coadiuvato dallo scout dell'esercito McIntosh (Lancaster), che spera di catturare i fuggitivi prima che compiano eccidi fra i coloni della regione. Western semi-revisionista e dai toni cupi e pessimisti, letto da alcuni critici come una metafora sulla partecipazione degli Stati Uniti alla guerra del Vietnam (un combattimento contro un nemico elusivo e percepito come malvagio e crudele a prescindere, senza prestare attenzione alle sue ragioni). Se infatti il punto di vista, come in "Ombre rosse", è tutto dei bianchi (gli indiani si vedono poco e, quando sono sullo schermo, parlano nella loro lingua), rispetto ai western classici la prospettiva è ben diversa. Nonostante le stragi e i morti che seminano lungo il loro cammino, Ulzana e i suoi uomini cercano semplicemente la libertà (nelle scene iniziali vediamo bene come siano dure le condizioni di vita nella riserva, tanto che lo stesso McIntosh è costretto a farsi portavoce delle richieste di razioni di carne più abbondanti). E anche gli eccidi, a ben vedere, sono motivati da esigenze primarie (procurarsi cibo o cavalli, depistare gli inseguitori), quando addirittura non sono nemmeno compiuti da loro (vedi il soldato che uccide la donna e poi si suicida per paura di cadere nelle mani degli apache). Come spiega Ke-Ni-Tay, l'enigmatica guida indiana che affianca l'esercito, vivere rinchiusi nella riserva ed essere limitati nelle percezioni e nelle sensazioni è la vera molla che ha prodotto la fuga di Ulzana: altro che lotta fra bene e male! Persino le torture inflitte ai nemici non sono fini a sé stesse, ma fanno parte di un rito sacro per trasferire la forza del vinto al vincitore. Al giovane tenente (figlio di un sacerdote, dettaglio importante) che si domanda perché gli apache siano così crudeli (e al quale McIntosh spiega: "Io non li odio. Sarebbe come odiare il deserto perché non c'è acqua"), il viaggio aprirà gli occhi: innanzitutto sulla natura violenta degli uomini in generale (i suoi soldati, in determinate occasioni, si dimostreranno non meno "selvaggi" degli apache, tanto che toccherà a lui impedirgli di sfogarsi sui cadaveri dei nemici per seppellirli invece con carità cristiana) ma anche sulle difficoltà e le responsabilità del comando di una missione che, all'inizio, gli sembrava come una splendida occasione per mostrare il proprio valore, e che invece costerà inutilmente molte vite. In mezzo a tutto questo, quella interpretata da Lancaster (cui pure è dedicato il maggior tempo sullo schermo) è quasi una figura marginale, un personaggio che ha solo il compito di guidare il tenente verso una consapevolezza del mondo meno idealizzata e più fatalista. La vittoria per DeBuin è amara, perché reca con sé la fine delle illusioni: sembra davvero conclusa l'epopea del western classico, dove a sconfiggere gli indiani ci si copriva di gloria e si tornava sorridenti e felici. Certo, in quelle pellicole nessun bianco si domandava "Perché gli apache si comportano così?": proprio nell'inedito tentativo di comprendere il nemico risiede la chiave di lettura del lungometraggio. Nota: esistono due versioni del film, una montata sotto la supervisione di Aldrich e l'altra da Lancaster (che, in quanto coproduttore, volle metterci le mani), ma le differenze sono minime.

30 novembre 2013

Verso il sole (M. Cimino, 1996)

Verso il sole (The sunchaser)
di Michael Cimino – USA 1996
con Woody Harrelson, Jon Seda
**1/2

Visto in divx.

Un delinquente sedicenne, Brandon "Blue" Monroe (Seda), malato terminale (gli resta poco più di un mese di vita per un tumore addominale), sequestra l'oncologo che lo ha in cura, l'ambizioso chirurgo Michael Reynolds (Harrelson), per farsi condurre in auto fino in Arizona, nella riserva navajo (il ragazzo è mezzosangue indiano) dove, secondo le leggende di una tribù chiamata "i cacciatori del sole", in cima a una montagna sacra si troverebbe un lago dalle acque miracolose. Il settimo e ultimo film di Cimino, uscito a sei anni dal precedente, è un road movie costruito sul classico tema del cambiamento e della scoperta di sé stessi attraverso il viaggio. Il medico, inizialmente interessato soltanto alla carriera e con fede solo nella scienza (qui contrapposta alla credenze spirituali), nel corso del tragitto muta il proprio punto di vista e le proprie prospettive (anche perché il rapporto con il giovane "Blue" gli riporta alla memoria la traumatica esperienza vissuta con il fratello maggiore, malato anch'esso di cancro e al quale lui stesso staccò – su sua richiesta – il respiratore), tanto da aiutarlo ad evitare la polizia che dà loro la caccia e a fare di tutto per condurlo fino a destinazione. Che poi il lago sacro esista davvero o sia soltanto un punto d'arrivo metaforico e – appunto – spirituale, poco importa. Non poche le similitudini con il primo film di Cimino, "Una calibro 20 per lo specialista", anch'esso incentrato sulla fuga di una coppia di uomini, di cui uno giovane e più anziano, che proprio durante il percorso cementano un'amicizia inizialmente improbabile. Più prevedibile del dovuto, soprattutto nella caratterizzazione stereotipata dei personaggi, a tratti manierista nella regia e nella fotografia, alterna momenti riusciti e commoventi con altri che sembrano tirati via: ma non mancano alcune sequenze splendide, come la corsa della Cadillac insieme ai cavalli nella riserva indiana, per mimetizzarsi con la polvere, quasi un rimando a Ulisse che si confonde con le pecore per fuggire dai ciclopi ne "L'Odissea". Eccellente, comunque, l'uso scenografico che Cimino fa di paesaggi come la Monument Valley, che rendono la seconda parte della pellicola quasi un western moderno. Alcune situazioni evocano o anticipano "Thelma & Louise", "Un mondo perfetto" e – perché no? – "Into the wild". Anne Bancroft è la hippie sciroccata che dà un passaggio ai due fuggitivi. Non sempre azzeccata la colonna sonora.

16 settembre 2009

Barking Water (S. Harjo, 2009)

Barking Water
di Sterlin Harjo – USA 2009
con Richard Ray Whitman, Casey Camp-Horinek
*1/2

Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

L'anziano seminole Frankie, malato terminale, esce dall'ospedale per visitare per un'ultima volta i luoghi dove è vissuto e dare l'addio ad amici e parenti. Nel suo viaggio lo accompagna Irene, che un tempo era stata sua compagna e che lui aveva lasciato anni prima. Buoni sentimenti, banalità simboliche, luoghi comuni, cavalli, tramonti e indiani d'America: un cocktail quasi insopportabile per un viaggio spirituale, religioso e nel finale anche ricattatorio. Ma vere emozioni, zero. Il titolo è la traduzione del nome seminole della città di Wewoka, la meta finale del viaggio, dove vive la figlia di Frankie.

5 gennaio 2009

Ombre rosse (John Ford, 1939)

Ombre rosse (Stagecoach)
di John Ford – USA 1939
con John Wayne, Claire Trevor
****

Rivisto in DVD, con Martin.

A bordo della diligenza che deve attraversare il territorio minacciato dagli Apache del terribile Geronimo, oltre al postiglione Buck (Andy Devine) e allo sceriffo Curly Wilcox (George Bancroft), ci sono anche Ringo, un fuorilegge accusato ingiustamente di omicidio e in cerca di vendetta (John Wayne); Dallas, una prostituta scacciata dalla città (Claire Trevor); Doc Boone, un medico alcolizzato (Thomas Mitchell); Lucy Mallory, la moglie incinta di un ufficiale dell'esercito (Louise Platt); Hatfield, un giocatore d'azzardo di lei invaghito (John Carradine); Henry Gatewood, un banchiere disonesto in fuga con il denaro della sua cassaforte (Benton Churchill); e il signor Peacock, un pavido e insignificante commerciante di liquori (Donald Meek) di cui tutti continuano a dimenticare il nome. Senza la scorta della cavalleria, il gruppo dovrà superare numerose traversie prima di giungere a destinazione a Lordsburg, dove Ringo potrà finalmente affrontare i suoi nemici. La celebre sequenza dell'attacco degli indiani (che nell'edizione italiana dà anche il titolo alla pellicola, uno dei pochi casi in cui quello nostrano è anche migliore dell'originale), in realtà non dura più di dieci minuti: ma il montaggio, le inquadrature (famosa quella da sotto la diligenza), gli stunt, la dinamicità e la tensione la rendono indimenticabile. Non che il resto del film sia da meno, con l'antitesi fra lo spazio chiuso della carrozza e l'ampiezza degli orizzonti esterni, con la grande umanità dei personaggi e la sceneggiatura che vuole gli elementi ripudiati dalla società (il fuorilegge, la prostituta, il medico ubriaco) risultare molto più utili di altri nel momento del bisogno: la loro non è tanto una riabilitazione (tranne forse nel caso del dottore), quanto la dimostrazione dell'assurdità dei pregiudizi, un atto d'accusa contro l'emarginazione e l'ipocrisia sociale (emblematica, al riguardo, la scena in cui proprio il "rispettabile" banchiere viene arrestato con le manette destinate al fuorilegge).

Il soggetto è adattato da un racconto di Maupassant, "Boule de suif", che ha ispirato anche "Oyuki la vergine" di Kenji Mizoguchi. Messaggio sociale a parte – ma le dicotomie fra i personaggi sono numerose: di natura legale (sceriffo/fuorilegge), morale (prostituta/donna perbene), politica (unionista/confederato), caratteriale (coraggioso/pavido), ecc. – il film è un capolavoro anche come opera di puro intrattenimento. Credo che nessuna pellicola sia più adatta a rappresentare nella sua totalità il cinema western classico: il microcosmo dei personaggi a bordo della diligenza sembra davvero un campionario degli archetipi del genere. E per non farsi mancare niente, nel film ci sono anche messicani, indiani, stazioni di posta, saloon, villaggi bruciati, guadi, un duello nella main street cittadina e naturalmente gli splendidi scenari naturali della Monument Valley, dove Ford girava per la prima volta (e mai nome fu più azzeccato: alcune conformazioni rocciose sembrano davvero castelli o cattedrali). Alcune curiosità: nell'edizione italiana, tutti i nomi di persona sono curiosamente in versione "autarchica" (Carlo, Filippo, Enrico, ecc.). La combinazione di carte che l'avversario di Ringo sta giocando al tavolo da poker prima del duello è la cosiddetta "mano del morto" (una doppia coppia di assi e otto), ovvero quella che secondo la leggenda aveva in mano Wild Bill Hickok prima di essere colpito alle spalle dal suo assassino. Oltre ad aver trasformato istantaneamente John Wayne in una star, "Ombre rosse" è stato anche il primo western sonoro di Ford. Personalmente non è uno dei miei registi preferiti, ma non ho il minimo dubbio nell'etichettare questo film come un capolavoro assoluto.

30 dicembre 2007

I cowboys del deserto (E. Buzzell, 1940)

I cowboys del deserto (Go West)
di Edward Buzzell – USA 1940
con Groucho, Chico e Harpo Marx
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Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Decimo film dei fratelli Marx, realizzato nel loro periodo calante, è una parodia delle classiche tematiche western che prende spunto dalla celebre frase del politico ed editore Horace Greeley ("Go West, Young Man!"): curiosamente anche Buster Keaton era stato protagonista, nel 1925, di un lungometraggio dal titolo identico. I tre fratelli, giunti nel west in cerca di fortuna e di oro, si ritrovano presto alleati per battersi contro una coppia di farabutti che intende sottrarre a una ragazza l'atto di proprietà di un terreno sopra il quale dovrà passare la ferrovia. Fra duelli nel saloon, incontri con gli indiani e inseguimenti sulle rotaie, il film rivisita gran parte degli scenari tipici dei western dell'epoca senza troppa originalità, anche se le gag e le battute dei tre protagonisti strappano più di un sorriso. Non male nemmeno i numeri musicali. Manca però l'anarchia e la completa follia delle loro prime pellicole. Fra le scene migliori, quella in cui Groucho e Chico vengono ubriacati dalle ragazze del saloon, quella in cui Harpo suona in compagnia del capo indiano e naturalmente la folle corsa del treno nel finale, con i tre fratelli che cercano in ogni modo prima di fermarlo e poi di accelerarlo, smontandolo letteralmente per bruciare la legna dei vagoni nella caldaia.