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19 agosto 2022

House of Gucci (Ridley Scott, 2021)

House of Gucci (id.)
di Ridley Scott – USA 2021
con Lady Gaga, Adam Driver
*1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

La storia degli eventi che hanno circondato la celebre casa di moda italiana, simbolo di stile, fascino ed esclusività, fra gli anni settanta, quando Patrizia Reggiani (Lady Gaga), arrampicatrice sociale con pochi scrupoli, conosce e sposa Maurizio (Adam Driver), l'ultimo rampollo della famiglia Gucci, e gli anni novanta, quando, dopo aver ceduto il controllo dell'azienda a una società di investimenti, Maurizio viene ucciso da un paio di balordi su commissione dell'ex moglie. Raccontato all'insegna del connubio fra passione e potere, quasi come si trattasse di una dinastia nobile (e un po'... mafiosetta), il film appare assai diseguale: interessanti, entro certi limiti, le vicende legate agli intrighi familiari (grazie anche ad attori come Al Pacino, Jeremy Irons e Jared Leto, che interpretano rispettivamente Aldo, Rodolfo e Paolo Gucci, ovvero lo zio, il padre e il cugino di Maurizio: sono loro tre, senza alcun dubbio, la cosa migliore del film, anche se spesso gigioneggiano in modo quasi caricaturale: quando sono di scena Pacino e Leto, in particolare, sembra di assistere a una commedia) e al declino e al conseguente rilancio della casa di moda; molto meno, anche perché frettolose e poco approfondite, quelle relative al matrimonio fra Maurizio e Patrizia, al loro divorzio e infine all'omicidio, tutti momenti che si susseguono in maniera stereotipata, banale o senza la necessaria preparazione, Nonostante la durata forse eccessiva della pellicola (e alcune libertà prese nelle date e nella cronologia degli eventi), la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga e mal focalizzata: di Maurizio non capiamo mai veramente il carattere (si fa plagiare dalla moglie come se questa fosse una sorta di Lady Macbeth? è disinteressato alle sorti dell'azienda? o è davvero una carogna pronta a tradire ed escludere i parenti?), mentre Patrizia passa da protagonista a comprimaria in un attimo, salvo tornare alla ribalta negli ultimi minuti con tendenze omicide, sia pur mosse dalla rabbia e dal rancore, che mai aveva fatto trapelare in precedenza. E se la sceneggiatura lascia alquanto a desiderare, la regia di Scott a sua volta è svogliata e un po' anonima. Buona, tutto sommato, la ricostruzione d'epoca, a livello di scenografie e costumi. Decisamente kitsch invece la colonna sonora, che mescola canzoni italiane (scelte a caso, almeno questa è l'impressione) e naturalmente, trattandosi di Italia, brani d'opera (i più famosi possibili: "Libiamo ne' lieti calici", "Largo al factotum", "La donna è mobile", l'ouverture del Barbiere, il coro a bocca chiusa della Madama Butterfly e, per buona misura, l'aria della Regina della Notte). Il kitsch, a dire il vero, è sempre in agguato quando gli americani provano a fare un film sulla moda e sullo stile europeo o ambientato nel Bel Paese (Ridley Scott, fra l'altro, aveva già dato con "Hannibal" e "Tutti i soldi del mondo"), e questo (con una Lady Gaga che assomiglia a Marisa Laurito) non fa eccezione. Eppure, nel guardarlo, c'è una sorta di guilty pleasure. In ogni caso, meglio Gaga di di Driver (che per Scott aveva già recitato nel precedente "The last duel"). Jack Huston è Domenico De Sole, consulente legale dei Gucci; Camille Cottin è Paola Franchi; Salma Hayek è la "sensitiva" Pina Auriemma; Reeve Carney è lo stilista Tom Ford.

3 dicembre 2019

The irishman (Martin Scorsese, 2019)

The Irishman (id.)
di Martin Scorsese – USA 2019
con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci
***

Visto in TV (Netflix).

La (vera) storia di Frank Sheeran (Robert De Niro), gangster di origini irlandesi che dopo la seconda guerra mondiale divenne un sicario per la mafia italo-americana. Ispirato alle memorie dello stesso Sheeran (raccolte in un libro di Charles Brandt, "I heard you paint houses": la frase "imbiancare case" in gergo significa eliminare qualcuno per conto della malavita), il film – attraverso una serie di flashback concatenati – mostra Frank, autotrasportatore di Filadelfia, fare la conoscenza del boss Russell Bufalino (Joe Pesci) e diventarne un protetto, e poi il suo lavoro come guardia del corpo del potente e controverso sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), con cui stringerà una forte amicizia, facendo anche da tramite fra lui e la mafia. Ma quando Hoffa comincerà a essere troppo scomodo, sarà proprio Frank a doverlo uccidere. Prodotto da Netflix, con una distribuzione limitata in sala prima di essere reso disponibile in esclusiva sulla piattaforma televisiva on demand, il film è un lungo affresco – dura tre ore e mezza – che mescola finzione ed eventi reali, incrociando di sfuggita e a più riprese la storia americana degli anni '60 e '70 (l'incidente della Baia dei Porci, l'elezione e l'attentato di Kennedy, il Watergate). E proprio questo sguardo ad ampio raggio, con una vicenda che si estende su più decenni e che incrocia numerose figure vissute realmente, dona spessore ed epicità alla vita di un personaggio brutalmente impenetrabile, che procede a testa bassa e non mette mai in discussione il proprio stile di vita. Frank è talmente fedele ai suoi superiori da uccidere per loro conto persino i propri amici (d'altronde aveva imparato a eseguire ogni ordine, anche quelli di questo tipo, quando era nell'esercito) e da sacrificare il rapporto con la figlia maggiore. Mafioso fino al midollo, non parla mai in maniera diretta di sé o del proprio lavoro, ma sempre con allusioni, eufemismi, mezze frasi o discorsi obliqui, rendendo talvolta difficile empatizzare con lui. Più appariscente è invece l'istrionico Hoffa di Al Pacino, nevrotico, ostinato e a tratti davvero spassoso, che litiga con tutti e non si tira mai indietro. L'amicizia fra Frank e Jimmy, che lo fa anche entrare nel sindacato mettendolo a capo di una delle sue sezioni, è il vero cuore della pellicola. Ucciso Hoffa, a Frank non resta che tirare a campare, attendendo da solo e in silenzio la propria fine (e nel frattempo scegliendosi la cassa da morto).

Da notare, come detto, la struttura a doppio flashback: l'intera vicenda è narrata da Frank in una sorta di confessione finale (non si sa a chi: a un prete? agli agenti federali? o forse direttamente a noi spettatori?) quando, ormai anziano, si trova in un ospizio: ma gran parte di essa (quella che precede l'omicidio di Hoffa) è racchiusa all'interno di un altro flashback, mentre Frank e Russell sono in viaggio per recarsi al matrimonio di una nipote di quest'ultimo. L'aver dovuto mostrare eventi che si dipanano per più decenni ha costretto gli interpreti (in particolare De Niro e Pesci) a farsi ringiovanire o invecchiare in numerose scene grazie alla computer grafica (e proprio l'ingente costo di questi effetti speciali ha fatto sì che il progetto, inizialmente della Paramount, passasse a Netflix). Non sempre però il risultato è eccellente: il De Niro "giovane" sembra già pieno di rughe, mentre Pesci finisce col diventare davvero decrepito (in alcune scene ricorda Andreotti!). Nulla da dire invece sulla regia: in questo tipo di film Scorsese sembra trovarsi talmente a proprio agio da sfornare scene e inquadrature memorabili senza il minimo sforzo, come se dirigesse con il pilota automatico. E rivedere questo regista e questi attori (sia pure ormai invecchiati) all'opera su questi temi, in cui hanno già sguazzato molte volte in passato (basti pensare a "Quei bravi ragazzi", di cui il film è quasi una versione aggiornata, più realistica e meno glamour), è sempre un piacere. Tanto che la pellicola potrebbe essere considerata un degno canto del cigno per il grande cineasta (sarebbe stato un peccato se la sua carriera si fosse conclusa con il precedente, e poco riuscito, "Silence"). Da notare che è soltanto la terza volta che De Niro e Pacino recitano insieme, dopo "Heat" e "Sfida senza regole" (ne "Il padrino - Parte II", infatti, non condividevano mai lo schermo). L'agile sceneggiatura si concede piccoli vezzi, come le scritte in sovrimpressione che anticipano il destino dei personaggi di contorno, quasi tutte morti violente (e non prive di ironia, come quando di uno dei mafiosi, "benvoluto da tutti", si dice che morirà di vecchiaia nel proprio letto). Nel vasto cast si riconoscono Harvey Keitel (un altro habituè di Scorsese, di cui ha intepretato i primissimi film) e Anna Paquin (Peggy, la figlia di Frank). La colonna sonora è a base di canzoni d'epoca.

18 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood (Q. Tarantino, 2019)

C'era una volta a... Hollywood (Once upon a time in... Hollywood)
di Quentin Tarantino – USA 2019
con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt
**1/2

Visto al cinema Orfeo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Rick Dalton (DiCaprio) è un ex attore di western televisivi, la cui carriera sta rapidamente calando a picco: dopo una serie di pellicole di serie B, si ritrova a fare piccole parti da cattivo in episodi pilota di nuovi telefilm, mentre il suo agente cerca di convincerlo ad andare a girare spaghetti western in Italia. Cliff Booth (Pitt) è il suo stuntman, nonché miglior amico, autista ed aiutante tuttofare. La loro vicenda, nella Hollywood del 1969, si intreccia con quella di Sharon Tate (Margot Robbie), giovane moglie del regista Roman Polanski. Per una volta Tarantino sforna una pellicola dai toni per lo più compassati, ricolma sì di spunti citazionistici ma anche assai più intima e misurata del suo solito. La violenza estrema e grottesca fa capolino soltanto nel finale, peraltro ampiamente preannunciata, almeno per chi conosce bene i retroscena dei delitti della "famiglia" di Charles Manson. Saranno proprio questi spettatori, dotati delle necessarie "conoscenze enciclopediche" (ovvero al corrente dei dettagli della morte di Sharon Tate, o che capiscono che il "Charlie" citato dagli hippie al ranch è Manson) a rimanere particolarmente colpiti e sorpresi dal finale catartico che gioca a stravolgere la storia. Già, perché come aveva già fatto in "Bastardi senza gloria", Tarantino si diverte a modificare il corso degli eventi reali. La villa di Rick si trova in Cielo Drive, proprio a fianco di quella dei Polanski: ed è da lui, anziché dai vicini di casa, che i membri della Manson Family fanno irruzione, con esiti inaspettati. Il che giustifica anche il titolo "fiabesco", al di là dell'evidente omaggio a Sergio Leone (a proposito: nei manifesti e nel materiale in rete il titolo è scritto con l'ellisse – i tre puntini... – immediatamente prima della parola "Hollywood", ma quando compare sullo schermo, proprio prima dei titoli di coda, i puntini sono anticipati: "C'era una volta... a Hollywood"). Pervaso da un'atmosfera nostalgica, appropriata per quello che è un sincero omaggio alla Hollywood e al mondo dell'intrattenimento di fine anni sessanta (particolarmente curata la ricostruzione storica, dalle scenografie che riportano in vita celebri locali e drive-in, agli spezzoni di pellicole e telefilm di quell'epoca: esilaranti, in particolare, i finti "film italiani" – uno dei quali di Sergio Corbucci! – che Dalton si trova a interpretare), il film è però dispersivo (sembra procedere a casaccio, guidato soltanto dall'evidente finale cui si tende), inutilmente lungo e dilatato (le quasi tre ore di durata non sono giustificate). Se non mancano dialoghi, scene e situazioni memorabili (il confronto fra Rick e la bambina attrice; la Tate che va al cinema a rivedersi in un filmetto da lei interpretato; l'irriverente scontro fra Cliff e Bruce Lee), resta comunque l'impressione che molte parti avrebbero potuto tranquillamente essere sforbiciate: tutto il personaggio di Cliff, per esempio, è in fondo quasi superfluo, nonostante un buon tentativo di caratterizzazione (ma la scena in cui lavora sul tetto a torso nudo è soltanto un fan service), privo com'è di autentico conflitto in relazione al vero protagonista del film, Rick Dalton. Ottimo DiCaprio, che si conferma un grande attore. Nel cast, in ruoli minori, anche Margaret Qualley, Emile Hirsch, Dakota Fanning e Al Pacino. Lorenza Izzo è la moglie italiana di Rick, Rafał Zawierucha è Roman Polanski, Damian Lewis è Steve McQueen, Mike Moh è Bruce Lee. Camei di Bruce Dern, Kurt Russell, Zoë Bell e Michael Madsen. Bravo anche il pitbull Sayuri (Brandy), che a Cannes (dove il film era stato presentato in anteprima) ha vinto la Palm Dog.

3 settembre 2019

We're no animals (Alejandro Agresti, 2013)

We're no animals (No somos animales)
di Alejandro Agresti – Argentina/USA 2013
con John Cusack, Al Pacino
*

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

L'attore hollywoodiano Tony Lovecraft (John Cusack), insieme allo sceneggiatore Syd Kuliaky (Kevin Morris) e al musicista Rudy Maravilla (Paul Hipp), viene convinto dal suo agente (Al Pacino) a girare un film a Buenos Aires con il regista dilettante Patrick Pesto (Alejandro Agresti). La realizzazione della pellicola è del tutto estemporanea e improvvisata: nessuno sa bene di cosa tratti il copione, che si ispira alla vita vera e al tragico passato dell'Argentina (con la dittatura militare e i desaparecidos); e l'attore e la troupe trascorrono il tempo parlando fra loro, mangiando, bevendo, girovagando come turisti, perdendosi in riflessioni di stampo filosofico, letterario, sociale e politico. Fra il Fellini di "8 e mezzo" (citato) e il Godard de "La cinese", un film intellettuale, metacinematografico, svagato e pretenzioso al tempo stesso: e purtroppo, molto, molto noioso. Una certa ironia (anche se si tratta di un umorismo freddo e distaccato), qualche riferimento metacinematografico (Tony è criticato per aver recitato in una pellicola-spazzatura hollywoodiana, il cui titolo richiama quello del precedente film dello stesso Agresti, "La casa sul lago del tempo") e il desiderio di guardare il tragico passato dell'Argentina con gli occhi di chi proviene dall'esterno, non bastano a salvare il film stesso dalla mancanza di coerenza e di collante fra le varie sequenze, alcune delle quali sembrano più turistiche che altro. E le posticce ambizioni intellettuali (il mix fra colore e bianco/nero, i continui riferimenti ad artisti e scrittori più o meno underground, le fumosità filosofiche dei lunghi dialoghi) non aiutano di certo a ben disporsi. Girato nel 2013, non è mai uscito in sala per via di dispute fra i produttori e l'entourage di John Cusack (anche co-sceneggiatore), finendo per trovare la propria strada solo su Netflix.

14 settembre 2017

Heat - La sfida (Michael Mann, 1995)

Heat - La sfida (Heat)
di Michael Mann – USA 1995
con Al Pacino, Robert De Niro
**

Visto in TV, con Sabrina.

Al Pacino e Robert De Niro, oltre ad essere i due attori italo-americani più celebri degli anni settanta, protagonisti di tanti capolavori a opera di registi come Scorsese, Coppola e Lumet, sono accomunati nel nostro paese dall'aver avuto per lungo tempo lo stesso doppiatore, l'eccellente Ferruccio Amendola. La curiosità maggiore nel vederli insieme sullo schermo era dunque quella di scoprire a quale dei due Amendola avrebbe dato la voce nella versione italiana. La risposta è a De Niro: Pacino viene invece affidato a Giancarlo Giannini, che comunque l'aveva già doppiato in passato. Quanto al film, l'ho trovato estremamente sopravvalutato (cosa che penso, fra l'altro, di tutto il cinema di Mann). Troppo lungo (quasi 3 ore!), estenuante e noioso, fatica tremendamente a ingranare senza poi ricompensare adeguatamente lo spettatore per l'attesa. Vincent Hanna (Pacino), tenente di polizia nevrotico e ossessionato dal proprio lavoro, indaga su una banda di violenti rapinatori capeggiati da Neil McCauley (De Niro). Questi progetta un ultimo colpo prima di fuggire dal paese e ritirarsi a vita privata: ma il destino vorrà diversamente. Presentato (ancor più dal sottotitolo italiano) come un film imperniato sulla "sfida" fra i due grandi divi, in realtà è un thriller del tutto convenzionale, con una trama stiracchiata e caratterizzazioni prive di complessità (anche se è da apprezzare il retrogusto malinconico: Mann ha dichiarato di essersi ispirato a "Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide" di Jean-Pierre Melville e ad altri polar francesi, anche se in realtà la pellicola è un remake di un tv movie da lui stesso realizzato nel 1989, "Sei solo, agente Vincent"). Le tanto osannate sequenze d'azione (le due rapine e lo scontro finale) fanno rimpiangere sia il cinema degli anni settanta che quello – coevo – di Hong Kong (da salvare la sparatoria in strada), mentre la sfida (intellettuale?) fra guardia e ladro è portata sullo schermo senza particolare originalità e tensione, anche perché gli schemi di ragionamento dei due sono assai simili (le "due facce di una stessa medaglia", commentava già ironicamente Nanni Moretti in "Aprile") e mai si percepisce un reale scontro di personalità. Di fatto, nonostante il dialogo al momento del loro primo incontro (che giunge solo a metà film, e girato con un semplice campo/controcampo), nulla davvero li lega o li divide per tutta la pellicola, a parte (banalmente) lo stare su lati opposti della barricata. A livello di interpretazioni, buono De Niro, particolarmente misurato: non si può dire altrettanto di un Pacino che recita di maniera e fa il verso a sé stesso. Nel resto dell'affollato cast (che comprende anche Tom Sizemore, Wes Studi, Diane Venora, Amy Brenneman, Ashley Judd, Tom Noonan, Hank Azaria, Danny Trejo), nessuno si eleva al di sopra del rango di comprimario (come Val Kilmer o Jon Voight) o macchietta (come Kevin Gage). Note di demerito particolari, però, vanno agli inutili personaggi femminili, corpi assolutamente estranei nelle vite degli uomini, che infatti – come dice lo stesso De Niro – possono abbandonarle in qualsiasi momento se se ne presentasse la necessità. Della figlia adottiva del poliziotto (Natalie Portman) addirittura lo spettatore si dimentica completamente, fino a quando non riappare nel finale con il suo tentato suicidio. In ogni caso, lo status di cult movie di cui gode il film è dovuto quasi esclusivamente alla coppia di interpreti, che pure condivideranno lo schermo per sei minuti a dir tanto.

14 agosto 2016

Insomnia (Christopher Nolan, 2002)

Insomnia (id.)
di Christopher Nolan – USA 2002
con Al Pacino, Robin Williams
**

Rivisto in divx.

Due poliziotti di Los Angeles vengono inviati in uno sperduto villaggio dell'Alaska per indagare sull'omicidio di una ragazza. Uno dei due è Will Dormer (Al Pacino), autentica celebrità del mondo investigativo, ammirato come un eroe dalla giovane detective locale Ellie Burr (Hilary Swank), che ha addirittura scritto la sua tesi su di lui. Dormer sta però attraversando un brutto momento: sotto pressione perché inquisito dagli affari interni che lo sospettano di aver manomesso le prove in alcune indagini, teme che il collega Hap Eckhart (Martin Donovan) possa deporre contro di lui. Nel corso di un appostamento per catturare l'assassino della ragazza, Dormer uccide senza volerlo proprio Eckhart, e in preda ai sensi di colpa simula che il proiettile sia stato sparato dall'uomo cui stanno dando la caccia. Ma questi, lo scrittore Walter Finch (Robin Williams), ha visto tutto e ne approfitta per ricattare il detective, chiedendo il suo aiuto per essere scagionato e far ricadere le accuse su qualcun altro... Remake di un omonimo film norvegese del 1997, il terzo lungometraggio di Nolan è anche l'unico per il quale il regista non figura come scrittore (anche se pare abbia comunque contribuito alla versione finale della sceneggiatura). Più che sulla trama poliziesca, con forti venature noir, la pellicola si concentra nella progressiva discesa del protagonista in un inferno personale, fra rabbia repressa, sensi di colpa e dubbi morali, il tutto accompagnato da uno stato di salute (mentale e fisica) messo a dura prova dall'incapacità di dormire, non essendo abituato al fatto che a latitudini elevate il sole non tramonta quasi mai, e dunque il cielo è luminoso anche di notte. Dormer si ritrova così a lottare non solo con la tentazione e la corruzione, ma anche contro le proprie allucinazioni e i propri fantasmi. Più lineare degli altri lavori di Nolan, il thriller è caratterizzato da un andamento lento, da musica d'atmosfera e dai paesaggi freddi e spettrali di un Artico inospitale, anche se l'originale componente dostoevskiana del prototipo norvegese risulta attenuata da uno script un po' macchinoso e dall'ingombrante presenza delle star hollywoodiane. Al fianco di un ottimo Pacino che mostra nel volto la progressiva stanchezza fisica e morale, non convince fino in fondo Robin Williams nell'insolito ruolo del cattivo.

20 marzo 2016

Quel pomeriggio di un giorno da cani (S. Lumet, 1975)

Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon)
di Sidney Lumet – USA 1975
con Al Pacino, John Cazale
***1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Con l'aiuto del complice Sal (John Cazale), l'omosessuale disoccupato Sonny Wortzik (Al Pacino) tenta una rapina in banca nel bel mezzo di Brooklyn, poco prima della chiusura della filiale. Ma le cose vanno storte sin dal principio: la cassaforte è praticamente vuota perché il furgone portavalori è appena passato per ritirare il contante, e l'edificio viene circondato dalla polizia prima che Sonny e Sal possano darsi alla fuga. I due rapinatori non hanno altra scelta che rinchiudersi dentro la banca, prendere come ostaggi il direttore e le cassiere, e intavolare una trattativa con la polizia e l'FBI nella speranza di guadagnarsi una via di fuga (richiedono infatti un pulmino che li porti all'aeroporto, e un aereo per fuggire all'estero). Ma col passare delle ore, la situazione si complica sempre di più. Tratto da una storia vera (i cineasti hanno preso ispirazione da un articolo apparso sulla rivista "Life", che raccontava la rapina avvenuta nel 1972: come nel film, gli eventi si dipanano nell'arco di poco più di una decina di ore, in un torrido pomeriggio newyorkese), un heist movie iconico e influente, perfettamente collocato in un periodo della storia americana carico di tensioni sociali (erano gli anni della contestazione alla guerra del Vietnam, della lotta per i diritti dei neri, e della controcultura). Se l'atmosfera all'interno della banca è alternativamente tesa e rilassata (come il rapporto che Sonny e Sal instaurano con gli ostaggi), altrettanto interessanti sono le relazioni con chi è all'esterno: dalla folla di curiosi che si raduna attorno alla banca, molti dei quali manifestano solidarietà con Sonny, che viene visto come un simbolo della ribellione e della lotta contro l'ordine costituito (lui stesso è un veterano del Vietnam, e arringa la folla al grido di "Attica! Attica!", facendo riferimento alla rivolta nell'omonima prigione newyorkese che pochi mesi prima aveva messo in luce i soprusi della polizia contro i detenuti), ai mass media che vogliono intervistarlo, soprattutto dopo la rivelazione del vero motivo per cui l'uomo ha tentato la rapina in banca: procurarsi il denaro necessario per pagare l'operazione di cambio di sesso al suo amante omosessuale (Chris Sarandon). Con interpretazioni eccellenti (Pacino su tutti) e una regia solida e precisa, al film si possono perdonare facilmente alcuni leggeri scivoloni (le figure della moglie e della madre di Sonny, dipinte eccessivamente come "macchiette"): resta ampiamente carico di motivi, di temi e di significati, che spaziano al di là degli eventi narrati e contribuiscono a ritrarre – proprio come altre pietre miliari di quel periodo, per esempio "Taxi driver" – le turbolenze politiche e sociali dell'America degli anni settanta attraverso vicende personali di personaggi disadattati. Pacino e Cazale avevano già recitato insieme ne "Il padrino". Nel cast anche Charles Durning, James Broderick, Lance Henriksen, Sully Boyar e Penelope Allen. Nominato a sei premi Oscar, il film vinse quello per la sceneggiatura (di Frank Pierson).

30 novembre 2014

Scarface (Brian De Palma, 1983)

Scarface (id.)
di Brian De Palma – USA 1983
con Al Pacino, Michelle Pfeiffer
***1/2

Visto in divx.

Fuggito dalla Cuba di Castro e stabilitosi a Miami, l'esule Tony Montana (Al Pacino, in uno dei ruoli più celebri della sua carriera) comincia la sua "scalata" nel mondo della malavita lavorando per conto di un piccolo trafficante di droga. La sete di successo e di ricchezza lo porterà, passo dopo passo, ai vertici di un vero e proprio impero che gestisce l'importazione di droga dal Sud America. Ma l'eccesso di ambizione e l'esagerata gelosia per la propria sorella saranno la sua rovina. Remake dell'omonimo gangster movie di Howard Hawks, sceneggiato da un Oliver Stone che – a parte l'incipit che mostra l'arrivo di Tony e del suo amico Manny negli Stati Uniti, contestualizzando diversamente la storia e trasportandola dalla Chicago del proibizionismo (l'originale era di fatto una rilettura della vita di Al Capone) alla Miami degli agni ottanta – si rifà fedelmente allo script di Ben Hecht per il prototipo (tanto Hecht quanto Hawks sono ringraziati nei titoli di coda: la pellicola è dedicata a loro). Molte le scene riprese pari pari dal film del 1932: l'infatuazione di Tony per Elvira (Michelle Pfeiffer), la pupa del suo boss Frank (Robert Loggia); l'agguato organizzato da quest'ultimo ai suoi danni, colpevole di "allargarsi" troppo, e il modo in cui Tony lo smaschera (la finta telefonata) prima di ucciderlo; il turbolento rapporto con la madre e con la giovane sorella Gina (Mary Elizabeth Mastrantonio); quest'ultima che si sposa, all'insaputa di Tony, con il suo amico e braccio destro Manny (Steven Bauer), ucciso proprio da Tony in un impulso di gelosia; e l'assedio finale nella propria casa (qui non a opera della polizia, che per tutta la pellicola brilla per la sua assenza – se escludiamo la scena dell'agente corrotto – ma di una banda di trafficanti rivali). La maggior durata (oltre due ore e quaranta) rispetto al modello permette di approfondire meglio il personaggio principale e di trasformare la sua vicenda in una vera epopea; ma d'altro canto, alcuni snodi appaiono più meccanici e meno convincenti (in generale il rapporto di Tony con la sorella, che funzionava meglio nel prototipo). Memorabile comunque l'ultima sequenza, con Pacino crivellato di proiettili che piomba nella fontana nell'atrio della sua lussuosa villa, sotto l'insegna luminosa (con la frase "The World is Yours") che torna pari pari, anch'essa, dal film degli anni trenta. Se la cicatrice sul volto (da cui il termine "Scarface", che però nel film non viene mai usato) ha meno importanza – anche metaforica – rispetto alla versione di Hawks, la scelta di dargli un background "cubano" anziché italo-americano (un'idea, pare, di Sidney Lumet, che originariamente avrebbe dovuto dirigere il film e che avrebbe voluto mantenere i toni "politici" dell'originale) si può dire particolarmente indovinata, oltre che necessaria per calare la vicenda negli anni ottanta: è nel suo odio verso il regime di Castro ("I comunisti ti dicono sempre cosa fare!") che si trovano i semi del desiderio di rivalsa e di esasperata individualità che caratterizzano il personaggio. Grande successo di critica (con riserve per la violenza, all'epoca ritenuta eccessiva) e di pubblico, anche fra i veri (o aspiranti tali) malavitosi nostrani, come ha testimoniato Roberto Saviano, con boss mafiosi che si sono fatti costruire ville identiche a quella del film: Tony Montana è diventato il loro mito. Curiosa la colonna sonora "elettronica", figlia dei suoi tempi, di Giorgio Moroder. Nel cast anche F. Murray Abraham, Paul Shenar, Harris Yulin e Mark Margolis.

24 settembre 2014

The humbling (Barry Levinson, 2014)

The humbling
di Barry Levinson – USA 2014
con Al Pacino, Greta Gerwig
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

L'attore Simon Axler (un enorme Al Pacino), vecchia gloria del teatro, è in crisi e tenta il suicidio gettandosi dal palcoscenico durante una recita. Ricoverato per un mese in una clinica per curare la depressione, ne esce più confuso di prima. Ma l'ingresso nella sua vita di una giovane ragazza lesbica, figlia di una vecchia amica, sembra poter cambiare qualcosa. Tratto dal romanzo "L'umiliazione" di Philip Roth, un film che affronta con ironia e sarcasmo il tema della vecchiaia e della confusione fra realtà e finzione, visto che per il protagonista è difficile smettere di recitare anche nella vita reale. La vecchiaia che incombe (gli unici ruoli che gli propongono sono quelli di testimonial in uno spot contro la caduta dei capelli), la perdita di memoria (diventa sempre più difficile ricordare le battute), i sogni e le allucinazioni, i ricordi del passato che si confondono con il presente, sono tutti segnali di un crollo fisico e mentale al quale non riesce a porre fine nemmeno l'arrivo in casa sua di Pegeen (Greta Gerwig), figlia di una vecchia amica e collega (Dianne Wiest), con cui imbastisce – o si illude di farlo – una strana relazione. E nel frattempo la sua vita, un tempo così isolata e reclusiva, si riempie di personaggi strani e bizzarri (da Priscilla, l'ex fidanzata di Pegeen che ora ha cambiato sesso, a Sybil, una fan sciroccata che vorrebbe convincerlo ad assassinare suo marito). Con una regia che si sofferma a lungo sui volti e sulle espressioni dei personaggi, Levinson punta tutte le sue carte sulla grandissima prova attoriale di Pacino; e fa bene, perché ne esce vincitore nonostante una sceneggiatura che finisce per chiudersi e incartocciarsi un po' su sé stessa. Fra i tanti tocchi satirici, da ricordare lo psichiatra che conduce le sedute via Skype. E nel finale c'è tanto Shakespeare, con paralleli espliciti fra il protagonista e "Re Lear" (il dramma con cui Simon torna a calcare il palcoscenico).

29 maggio 2014

Serpico (Sidney Lumet, 1973)

Serpico (id.)
di Sidney Lumet – USA 1973
con Al Pacino, John Randolph
**1/2

Visto in TV.

Film ispirato alla vita vera di Frank Serpico, agente italo-americano di New York che si battè contro la corruzione dilagante e organizzata all'interno della polizia. Trasferito da un distretto all'altro, si accorse infatti che quasi tutti i suoi compagni prendevano bustarelle per chiudere un occhio sui traffici criminali della zona, e che le denunce ai superiori cadevano sempre nel vuoto, senza alcun risultato se non quello di calamitarsi addosso le antipatie dei suoi stessi colleghi. Con i toni del docu-drama e l'impeto del film di impegno civile più che quello del cinema di genere, la pellicola di Lumet (subentrato a John G. Avildsen poco prima dell'inizio delle riprese) è uno dei capisaldi del poliziesco urbano dei primi anni settanta e si appoggia alla grandiosa prova a tutto tondo di Al Pacino nei panni di un uomo talmente integro da sembrare un pesce fuor d'acqua in un ambiente marcio e assuefatto all'illegalità ("Chi si fida di un poliziotto che rifiuta una busta?"). Serpico è un detective in borghese e anticonformista, che frequenta il Greenwich Village, porta baffi, barba e capelli lunghi e si veste da hippie: esteriormente a volte sembra quasi una versione realistica del successivo "Monnezza" di Tomas Milian. Proprio l'aderenza alla realtà (la sceneggiatura è tratta dalla biografia di Frank Serpico scritta da Peter Maas) limita paradossalmente il film, rendendolo piuttosto lineare e a rischio di stereotipo (a parte Serpico, non ci sono personaggi caratterizzati con sufficiente profondità), oltre a non farlo mai deviare dal tema principale (anche le brevi disgressioni sulla vita privata del protagonista, vedi le storie d'amore pur inserite con naturalezza e senza forzature, lasciano il tempo che trovano). Grande successo commerciale e nomination all'Oscar per Pacino, che tornerà a lavorare con Lumet due anni più tardi in "Quel pomeriggio di un giorno da cani".

25 maggio 2012

Scent of a woman (Martin Brest, 1992)

Scent of a woman - Profumo di donna (Scent of a woman)
di Martin Brest – USA 1992
con Al Pacino, Chris O'Donnell
**

Visto in divx, con Sabrina.

Ispirato al "Profumo di donna" del 1974 di Dino Risi (a sua volta tratto dal romanzo "Il buio e il miele" di Giovanni Arpino), è il film che ha consentito ad Al Pacino di vincere l’Oscar come miglior attore dopo svariate nomination che non erano andate a buon fine (comprese quelle per “Il padrino” e “Quel pomeriggio di un giorno da cani”). Grazie anche alla sua interpretazione, il burbero Colonnello Frank Slade – ufficiale dell’esercito in pensione divenuto cieco per un incidente, dal temperamento difficile e intrattabile ma anche pieno di carisma e umanità – diventa un personaggio indimenticabile. La pellicola mostra l’evoluzione del suo rapporto con il diciassettenne Charlie (Chris O’Donnell), che frequenta una prestigiosa scuola di Boston grazie a una borsa di studio e che approfitta della Festa del Ringraziamento per guadagnare qualche soldo offrendosi come “badante”. L’eccentrico e alcolista ufficiale trascina con sé il ragazzo in un weekend a New York, dove ha progettato di salutare il fratello, concedersi per l’ultima volta quelli che ritiene i maggior piaceri della vita (in particolare le donne – di cui, essendo privo di vista, apprezza ormai più il profumo che l’aspetto – oltre che cibo, auto e alberghi di lusso) e infine suicidarsi con la sua pistola d’ordinanza. Ma Charlie, verso cui l’uomo finisce con sviluppare un affetto paterno, riuscirà a dissuaderlo dal suo intento: e il colonnello ricambierà tirandolo fuori dai guai in occasione di un “processo” scolastico (il ragazzo rischiava l’espulsione per non voler denunciare alcuni compagni che avevano giocato un tiro burlone al preside). Proprio l’appendice finale, così hollywoodiana e indirizzata al trionfo dei “buoni contro il sistema”, è il punto debole di un film che invece, nella parte centrale, è ricco di momenti memorabili: su tutti, il tango ballato da Frank con una bella sconosciuta (Gabrielle Anwar) e il giro di prova con la Ferrari guidata “alla cieca” per le strade di Manhattan.

27 luglio 2007

Insider (Michael Mann, 1999)

Insider – Dietro la verità (The insider)
di Michael Mann – USA 1999
con Al Pacino, Russell Crowe
**1/2

Visto in DVD.

Se c'è un genere cinematografico nel quale gli americani eccellono, è quello di denuncia. A dire il vero non ne vado pazzo, però questo "Insider" è solido e ben fatto, e può contare su due ottimi attori molto abili a interpretare due personaggi integri e coraggiosi (anche se le loro motivazioni, soprattutto quelle di Crowe, sono un po' ambigue). Si ispira alla storia vera di Jeffrey Wigand, scienziato e responsabile del settore ricerca e sviluppo di una grande industria del tabacco, che (dopo essere stato licenziato perché contrario a manipolare chimicamente la nicotina per aumentarne la capacità di assuefazione) venne convinto dal giornalista televisivo Lowell Bergman a rivelare pubblicamente tutte le menzogne dei suoi capi. I magnati del tabacco, proprio come una famiglia mafiosa, provarono a fermarlo in tutti i modi, dalle velate minacce a lui e ai suoi familiari fino al tentativo di screditarlo con una campagna stampa diffamatoria, e riuscirono addirittura a "convincere" la CBS a non mandare in onda l'intervista. Ma alla fine, grazie alla caparbietà di Bergman, la verità trionfò e portò alla prima causa vincente, con relativa richiesta di indennizzo, contro le industrie del tabacco. Il film ha forse qualche lungaggine di troppo nella parte centrale, e sarebbe stato meglio sfrondare un po' di scene relative alla famiglia di Wigand. Meglio invece la parte finale, incentrata sul potere del giornalismo d'inchiesta, che ricorda pellicole come "Tutti gli uomini del presidente" e "Good night, and good luck", anche se rende il film un po' disequilibrato (nell'ultima mezz'ora Crowe quasi scompare dalla pellicola). Curioso parallelo fra i due protagonisti, quando escono per l'ultima volta dai rispettivi luoghi di lavoro (Wigand all'inizio del film, il giornalista Bergman alla fine), in un ralenti quasi hongkonghese.