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6 aprile 2023

Tabù - Gohatto (Nagisa Oshima, 1999)

Tabù - Gohatto (Gohatto)
di Nagisa Oshima – Giappone 1999
con Takeshi Kitano, Ryuhei Matsuda
***

Rivisto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi, per ricordare Ryuichi Sakamoto.

Nella Kyoto del 1865, durante gli ultimi anni dello shogunato Tokugawa, i giovani spadaccini Kano (Ryuhei Matsuda) e Tashiro (Tadanobu Asano) vengono arruolati nella Shinsengumi, potente milizia di samurai che ha il compito di mantenere l'ordine pubblico e proteggere lo shogunato stesso dai clan rivali e dalle spinte riformiste. Il giovane Kano, così bello ed efebico, attira su di sé le attenzioni di numerosi uomini, a cominciare dai compagni Tashiro e Yuzawa (Tomorowo Taguchi), ma anche dei loro superiori. E nonostante l'omosessualità fra i samurai della milizia sia diffusa e tollerata, gelosie e rivalità produrranno tensioni e metteranno a repentaglio gli equilibri interni. L'intera vicenda, ispirata da un romanzo di Ryotaro Shiba, è narrata dal punto di vista del capitano Hijikata (Takeshi Kitano), braccio destro del comandante Kondo (Yoichi Sai), che osserva le dinamiche che si dipanano e le commenta con i suoi pensieri: memorabile la scena finale, in cui Hijikata trancia di netto il tronco di un giovane albero in fiore, a sottolineare poeticamente la caducità di ogni cosa bella (e la fine stessa di un'epoca). L'ultimo film girato da Nagisa Oshima è un elegante dramma ambientato in un periodo storico particolarmente affascinante della storia del Giappone, il bakumatsu, che segna la fine del feudalesimo e dell'era degli stessi samurai: in effetti personaggi come Hijikata e Kondo, ma non solo, sono realmente esistiti. Qui, però, gli eventi storici e politici fanno solo da sfondo a una vicenda di torbide passioni e sentimenti nascosti che fanno capolino persino attraverso il rigore stilistico e l'austerità tipica di molti film di samurai, e che naturalmente si scontrano con le rigide regole dei samurai e del codice della milizia. Matsuda, che interpreta il diciottenne Kano, aveva solo sedici anni al tempo delle riprese. Nel cast anche Shinji Takeda (Okita), Jiro Sakagami (l'anziano Inoue) e Tommy's Masa (Yamazaki). La colonna sonora è di Ryuichi Sakamoto, che aveva già collaborato con Oshima (e Kitano) in "Furyo".

16 dicembre 2022

Illusioni perdute (Xavier Giannoli, 2021)

Illusioni perdute (Illusions perdues)
di Xavier Giannoli – Francia 2021
con Benjamin Voisin, Vincent Lacoste
***

Visto in TV (Now Tv).

Nella Francia della Restaurazione, a inizio Ottocento, Lucien de Rubempré (Benjamin Voisin) è un giovane poeta di campagna, ingenuo e idealista, che – spinto anche dall'amore per la sua nobile mecenate, la baronessa de Bargeton (Cécile de France) – si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna. Anziché trovare un editore per i suoi componimenti, che non interessano a nessuno, entrerà in contatto con un mondo ben diverso da quello che immaginava: il giornalismo satirico e di costume, di stampo liberale, di cui – tramite l'amicizia con lo spregiudicato redattore Étienne Lousteau (Vincent Lacoste) – diventa in breve tempo una delle firme più celebri, grazie ai suoi articoli arguti, feroci e taglienti. Quello della stampa è un universo corrotto, dove tutti sono in vendita, recensioni e stroncature di romanzi o rappresentazioni teatrali dipendono soltanto da quanto si è disposti a pagare, e le notizie false sono all'ordine del giorno. Dall'omonimo romanzo di Honoré de Balzac, una sorta di "Quarto potere" ottocentesco: nonostante lo stile classico e, almeno all'inizio, molto letterario e apparentemente ingessato, il film è vivace e incredibilmente attuale nel mettere in luce le storture, gli interessi, le menzogne, i favoritismi, il commercio che si annidano dietro la stampa e quelli che oggi chiameremmo i mass media. Nulla di diverso rispetto a oggi, dalle fake news alla pubblicità occulta, dai tentativi di indirizzare l'opinione pubblica (memorabili le "claque" di applauditori o di fischiatori che, a teatro, si vendono al miglior offerente, guidate dal subdolo Singali (Jean-François Stévenin) come se fosse un direttore d'orchestra) a quelli di affossare col gossip la reputazione di politici o personalità illustri. Che non si tratti di un'esagerazione o di una travisazione della realtà odierna nel passato lo dimostrano altri esempi simili nella letteratura e nell'arte ottocentesca (il primo che mi viene in mente: il personaggio di Macrobio nella "Pietra del paragone" di Gioacchino Rossini, simile per molti versi al Lousteau di Balzac). In mezzo a tutto questo, Lucien ci sguazza ma soffre anche, per l'anelito verso la purezza dell'arte e l'amore che, tutto sommato, continua a provare, frammisto al desiderio di elevarsi socialmente e di essere accettato nella classe aristocratica, cosa che lo trascina verso la distruzione. Ottima la ricostruzione d'epoca. Nel ricco cast, molti volti noti: Xavier Dolan è il romanziere Nathan, "rivale" di Lucien ma da lui sinceramente ammirato; Gérard Depardieu è il "buzzurro" editore Dauriat; Salomé Dewaels è la ballerina di varietà Coralie, di cui Lucien si invaghisce; Jeanne Balibar l'intrigante marchesa d'Espard. Numerosi premi César (compreso quello per il miglior film francese dell'anno).

12 novembre 2022

Dolce inganno (George Stevens, 1937)

Dolce inganno (Quality Street)
di George Stevens – USA 1937
con Katharine Hepburn, Franchot Tone
**1/2

Rivisto in DVD.

Nell'Inghilterra di inizio Ottocento, la giovane Phoebe (Katharine Hepburn) soffre una delusione d'amore quando il dottor Brown (Franchot Tone), il gentiluomo di cui era invaghita e dal quale si aspettava una proposta di matrimonio, sceglie invece di abbandonarla per arruolarsi e partire per le guerre napoleoniche. Quando l'uomo tornerà, dieci anni dopo, Phoebe gli farà credere di essere la propria nipote Livy, più giovane e sbarazzina, e cercherà di sedurlo per vendicarsi di lui, non immaginando che invece Brown nel frattempo ha messo chiarezza nei propri sentimenti e ha deciso di sposare proprio la "vecchia" Phoebe... Da un'opera teatrale di J. M. Barrie (l'autore di "Peter Pan"), già portata al cinema in versione muta nel 1927, una commedia degli equivoci romantica e delicata, tutta ambientata in un quartiere, anzi in una strada (Quality Street, appunto), popolata da giovani e vecchie zitelle che sognano avventure sentimentali e spettegolano su ogni cosa. Attorno alla splendida Hepburn, che veicola tante emozioni allo stesso tempo, si aggirano infatti parenti e amiche impertinenti e curiose, mentre la trovata del travestimento, per quanto inverosimile (come può Phoebe sembrare una versione più giovane di sé stessa con tanta facilità? Risposta: è la magia del teatro!), fornisce il necessario spunto per movimentare la vicenda. Non manca poi una robusta dose di comicità, offerta soprattutto dai personaggi del sergente reclutatore (Eric Blore) e della cuoca di casa (Cora Witherspoon). Nel buon cast anche Fay Bainter (Susan, la sorella maggiore di Phoebe) ed Estelle Winwood (Mary, una delle vicine impiccione). Ottima la regia di Stevens.

18 ottobre 2022

Il peccato di Lady Considine (A. Hitchcock, 1949)

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn)
di Alfred Hitchcock – GB 1949
con Ingrid Bergman, Joseph Cotten, Michael Wilding
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Australia, 1831. Charles Adare (Wilding), gentiluomo irlandese giunto a Sydney per fare fortuna, conosce Sam Flusky (Cotten), ex galeotto che, scontata la pena, è diventato un ricco proprietario terriero. Questi lo assume per tenere compagnia alla moglie, Lady Henrietta Considine (Bergman), che vive isolata dalla società e soffre di depressione. La coppia, infatti, è tormentata da un tragico passato (lui fu condannato ai lavori forzati per aver ucciso in Europa il fratello di lei, che disapprovava la loro unione per via della differenza di classe: aristocratica la donna, un semplice stalliere l'uomo) e da un stigma sociale che non l'ha abbandonata nemmeno all'altro capo del mondo... Secondo film in technicolor di Hitchcock dopo il precedente "Nodo alla gola", nonché terzo e ultimo con la Bergman come protagonista (dopo "Notorious" e "Io ti salverò"), segna anche il breve ritorno di sir Alfred in Inghilterra, dove dirigerà ancora un altro film ("Paura in palcoscenico") prima di ritrasferirsi definitivamente a Hollywood. Si tratta di un melodramma romantico a sfondo storico-sociale, piuttosto sopra le righe e abbastanza lontano dai soliti thriller cari al regista (anche se non mancano paralleli con lavori realizzati in precedenza, si pensi a "Rebecca"): l'ottima qualità della regia, assai mobile ed elaborata, che fa ampio ricorso a lunghi piani sequenza, e l'uso dei colori, quasi pastello, dona all'insieme un'aura tutta particolare, al limite dell'astratto o dell'irreale, il che gli consente di superare i limiti di un soggetto – tratto da un romanzo di Helen Simpson – da soap opera (un mix fra "L'amante di Lady Chatterley" e certi polpettoni storici ambientati in luoghi esotici), evidenti per esempio nel personaggio della governante Milly (Margaret Leighton), la domestica di casa, ambigua e manipolatrice. Buone le prove degli attori: da ricordare il lungo monologo della Bergman in cui Henrietta confessa a Charles il proprio tragico passato. Il film è noto in Italia anche con il titolo "Sotto il capricorno", traduzione letterale dell'originale (il capricorno in questione è il tropico che attraversa l'Australia).

8 maggio 2022

Piccole donne (George Cukor, 1933)

Piccole donne (Little Women)
di George Cukor – USA 1933
con Katharine Hepburn, Joan Bennett
**

Visto in divx.

Mentre il padre è al fronte durante la Guerra di Secessione, le quattro sorelle March – la maggiore Meg (Frances Dee), la vivace Jo (Katharine Hepburn), la sensibile Beth (Jean Parker) e la vanitosa Amy (Joan Bennett) –, ragazze generose e ribelli, indomite e sognatrici, crescono con la madre in una piccola cittadina del Massachusetts. La loro vita trascorre fra desideri di emancipazione, bei momenti e piccole tragedie, che punteggiano le fasi della crescita, accompagnate dai valori e dagli insegnamenti delle persone loro attorno. È forse l'adattamento più celebre del romanzo (semi-autobiografico) di Louise May Alcott, che sarà portato poi sullo schermo molte altre volte (fra cui, nel 1994, da Gillian Armstrong, con Winona Ryder e Susan Sarandon, e nel 2019, da Greta Gerwig, con Saoirse Ronan ed Emma Watson). Celebre ma anche un po' stucchevole, nel suo mix di retorica familiare, romanticismo e buoni sentimenti, sostenuto però dall'agile regia di Cukor, che non appesantisce mai una narrazione episodica, quotidiana, minimalistica (almeno nella prima metà del film: la seconda si fa via via più verbosa e melodrammatica). A una prima parte caratterizzata infatti da leggerezza, convivialità e atmosfere familiari (da ricordare la recita teatrale organizzata in casa dal "maschiaccio" Jo, o le vicissitudini romantiche delle varie sorelle), fa seguito una seconda più drammatica, dove non mancano le tragedie (la tensione per il padre al fronte, o la malattia e poi la morte di Beth). Il successo (di critica e di pubblico) fu grande, anche per merito delle buone interpretazioni, benché le protagoniste appaiano troppo adulte per le parti: la Hepburn aveva 26 anni, mentre Jo ne dovrebbe avere all'inizio 15; e la Bennett ne aveva 23, quando Amy ne dovrebbe avere solo 12 (è la più piccola delle sorelle!). Cukor, ancora agli esordi, cominciò qui a farsi la fama di "regista delle donne", nonché di specialista in adattamenti letterari. Il cast comprende Douglass Montgomery (il giovane Laurie), Henry Stephenson (il signor Laurence), Spring Byington (la madre), Edna May Oliver (la zia), Paul Lukas (il professor Bhaer). La sceneggiatura di Victor Heerman e Sarah Y. Mason vinse l'Oscar (con nomination anche per il film e la regia).

29 aprile 2022

La libertà di Brema (R. W. Fassbinder, 1972)

La libertà di Brema (Bremer Freiheit)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Wolfgang Schenck
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Trasmesso sulla televisione tedesca nel dicembre del 1972, questo film è l'adattamento di una delle tante opere teatrali di Fassbinder: in quanto tale, gli elementi cinematografici sono di poco conto (il personaggi si muovono su un palco, e c'è giusto un fondale su cui vengono proiettate immagini di specchi d'acqua e occasionali primi piani), mentre i punti di forza sono soprattutto il testo, ricco di spunti, e la recitazione, in particolare quella della protagonista (gli attori sono quelli dell'Antiteater, il collettivo diretto dallo stesso Fassbinder: nel cast ci sono Wolfgang Schenck, Kurt Raab, Hanna Schygulla). Il soggetto si ispira a un episodio realmente accaduto a Brema a inizio Ottocento: una donna, Geesche Gottfried, fu giudicata colpevole di aver ucciso quindici persone nel corso di oltre un decennio, tutti avvelenati con l'arsenico (messo nel tè o nel caffè): fra questi il suo primo marito, i suoi figli, i suoi genitori e vari parenti. Fu l'ultima persona giustiziata pubblicamente nella città di Brema. Fassbinder ne rilegge la vicenda in chiave di emancipazione femminile: in un periodo e in un contesto sociale in cui la donna doveva essere del tutto sottomessa all'uomo (che si trattasse del marito, del padre o del fratello), di fatto una serva in casa propria, Geesche non ha altro modo di farsi strada che eliminare fisicamente i suoi tormentatori: cerca così una via per poter seguire i propri sentimenti, per gestire di persona l'azienda di famiglia (una selleria) e per non essere dipendente dalla volontà, dalle consuetudini o dalle imposizioni della morale altrui (comprese quelle della religione, che – come le dice la madre – vuole che la felicità non debba essere cercata sulla terra, qui e ora, ma solo nell'aldilà). E di fronte alle ipocrisie (ogni matrimonio è considerato "felice" dalla società, anche se le donne sono schiavizzate), alle incomprensioni o ai pregiudizi misogini di chi le sta attorno ("Una donna è troppo stupida per capire"), Geesche trova – attraverso il delitto – il modo per rivendicare la propria libertà. Il sottotitolo recita "Una tragedia borghese".

27 febbraio 2022

Da Mayerling a Sarajevo (Max Ophüls, 1940)

Da Mayerling a Sarajevo (De Mayerling à Sarajevo)
di Max Ophüls – Francia 1940
con John Lodge, Edwige Feuillère
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'arciduca Francesco Ferdinando (John Lodge), erede al trono austriaco dopo la morte del cugino Rodolfo a Mayerling nel 1889, è malvisto a corte (e dallo stesso imperatore Francesco Giuseppe, suo zio) per via delle sue idee politiche liberali e riformiste (sogna addirittura di trasformare l'impero in una federazione di stati, sul modello degli Stati Uniti!). Innamoratosi della contessa Sophie Chotek, figlia di un nobile minore ceco, vede la sua relazione con lei osteggiata dal principe di Montenuovo (Aimé Clariond), importante dignitario a lui ostile, che impone alla coppia un matrimonio morganatico (ovvero senza riconoscere alla moglie e agli eventuali figli alcun privilegio o tantomeno diritti sul trono d'Asburgo). La pellicola, di impostazione storico-romantica, si conclude con l'assassinio dell'arciduca a Sarajevo, nel 1914: è l'evento che scatenerà la prima guerra mondiale. Incastrato (come da titolo) fra i due "incidenti" che più di ogni altro hanno segnato la fine all'impero austro-ungarico e di fatto la storia dell'Europa centrale, un lavoro essenzialmente "alimentare" per Ophüls, che non ne mette in mostra (se non a tratti) le capacità artistiche: il film ebbe comunque scarso successo e venne bandito dalle sale quando, poco dopo la sua uscita, i nazisti occuparono la Francia, costringendo il regista – che già era fuggito dalla Germania nel 1933 – a un'ulteriore esilio negli Stati Uniti (farà ritorno in Francia solo negli anni Cinquanta). Jean Worms è l'imperatore Francesco Giuseppe, Gabrielle Dorziat l'arciduchessa Maria Teresa. Ai fatti di Mayerling, qui solo citati di sfuggita, Anatole Litvak aveva dedicato un bel film nel 1936, di cui questo può essere considerato praticamente il sequel (anche per via dei numerosi paralleli fra le innovative idee politiche e le tormentate vicende romantiche di Rodolfo e Francesco Ferdinando).

24 giugno 2021

Louis van Beethoven (Niki Stein, 2020)

Louis van Beethoven (id.)
di Niki Stein – Germania/Austria/Rep. Ceca 2020
con Tobias Moretti, Anselm Bresgott
**

Visto in TV (Now Tv).

Mentre nel 1826 si sta recando con il nipote Karl in visita al fratello per un breve soggiorno, un Ludwig van Beethoven già sordo e in procinto di scrivere gli ultimi quartetti d'archi torna con la memoria ai suoi anni giovanili a Bonn (dal 1778 al 1791, quando lasciò la città natale per sempre), al difficile rapporto con un padre autoritario e ubriacone, alla sua prima storia d'amore con la giovane aristocratica Eleonore von Breuning, al viaggio a Vienna per conoscere Wolfgang Amadeus Mozart, e all'incontro con quegli ideali politici libertari (ispirati all'imminente rivoluzione francese) che lo guideranno per tutta la vita (il nome "Louis", con cui si firmerà sempre, deriva anche da questo, oltre che dal fatto che all'epoca Bonn era un principato filo-francese: lo stesso padre si firmava Jean anziché Johann). Un biopic ben fotografato, dalla bella ricostruzione storica, ambientale e musicale, ma forse un po' ingessato e a tratti ingenuo e schematico, soprattutto nel modo di affrontare i temi politici. La scelta è quella di alternare sequenze che illustrano gli ultimi mesi di vita di un Beethoven ormai vecchio e scontroso, che ha già scritto la nona sinfonia, preoccupato per l'inconcludenza del nipote Karl (praticamente un figlio adottivo) e in difficoltà economiche, a lunghi flashback che narrano gli "inizi" della sua carriera di compositore e in particolare l'incontro con Mozart, suo modello di riferimento (tanto che i brani mozartiani presenti nella colonna sonora sono numerosi almeno quanto quelli dello stesso Beethoven). Sono invece del tutto assenti scene che si riferiscono al periodo fra il 1791 e il 1826, ovvero quello delle grandi composizioni. Tobias Moretti e Anselm Bresgott interpretano rispettivamente Beethoven da anziano e da giovane. Ulrich Noethen è Christian Gottlob Neefe, maestro di cappella e suo primo insegnante. Caroline Hellwig è Eleonore, Silke Bodenbender sua madre Helene. Ronald Kukulies è il padre di Beethoven, Peter Lewys Preston è il nipote Karl. Manuel Rubey è un Mozart eccentrico e sregolato, che il giovane Beethoven incontra mentre sta componendo il "Don Giovanni".

22 giugno 2021

Rise of the legend (Roy Chow, 2014)

Rise of the Legend (Huang feihong zhi yingxiong you meng)
di Roy Chow Hin Yeung – Cina/Hong Kong 2014
con Eddie Peng, Sammo Hung
**

Visto in TV (Netflix).

Cina, 1868. Con la dinastia Qing al declino, e deciso a proteggere i poveri e gli innocenti abitanti di Guangzhou dalle angherie della Banda della Tigre Nera, organizzazione che gestisce tutte le attività criminali nel porto della città, il giovane esperto di arti marziali Wong Fei-hung (Eddie Peng) si guadagna il favore del maestro Lui (Sammo Hung), capo della gang, ed entra a farne parte. Lavorando dall'interno, con la complicità esterna del "fratello" e amico d'infanzia Fiery (Jing Boran), che nel frattempo ha radunato un gruppo di ribelli, riuscirà a sgominare la banda. Nuova rilettura del "mito" di Wong Fei-hung, personaggio realmente esistito ma assunto ormai a fama leggendaria, soprattutto nell'ambito del cinema di Hong Kong (dove è stato interpretato, fra gli altri, da Jackie Chan in "Drunken master", da Jet Li in "Once upon a time in China", e persino dallo stesso Sammo Hung nell'hollywoodiano "Il giro del mondo in 80 giorni"): la pellicola ne racconta se vogliamo le "origini", in maniera però impostata, calligrafica e pachidermica, con una fotografia patinata e una regia scolastica e manierista. Persino le (poche) scene di combattimento appaiono artificiali, visto l'abuso di effetti digitali (non sempre di buona fattura: irrealistiche, per esempio, le fiamme che circondano i due lottatori nello scontro finale), di controfigure (d'altronde Sammo ha ormai una certa età), di inquadrature ravvicinate o spezzettate. Il risultato è troppo freddo se paragonato, per esempio, alla serie di film con Jet Li, forse la migliore sul personaggio. I punti di forza sono la presenza carismatica di Hung e la colonna sonora di Shigeru Umebayashi, che però soltanto nel finale ingloba il classico tema musicale di Wong Fei-hung. Angela Yeung Wing ("Angelababy") è la cortigiana Xiao Hua, Wang Luodan è la ribelle Chun (entrambe innamorate del protagonista). Tony Leung Ka-fai appare nel flashback nel ruolo del padre di Fei.

27 maggio 2021

Pagine sommesse (A. Sokurov, 1994)

Pagine sommesse, aka Pagine silenziose (Tikhie stranitsy)
di Aleksandr Sokurov – Russia 1994
con Aleksandr Cherednik, Elizaveta Koroleva
**1/2

Visto su YouTube.

Tormentato dai sensi di colpa per un omicidio che ha commesso, un uomo vaga per le strade di una città, interagendo con i suoi abitanti. Ispirandosi al "Delitto e castigo" di Dostoevsky (anche se la didascalia iniziale allarga il campo, riferendosi "alle opere di scrittori russi del XIX secolo"), Sokurov firma un film breve (poco più di un'ora) ma lento e intenso, con atmosfere a tratti decisamente tarkovskiane (siamo in una sorta di limbo, con persone che sembrano quasi anime perdute, strade che emettono vapore e umidità, cani randagi e strane strutture architettoniche: il tutto ricorda "Stalker"). Notevole il lavoro sull'immagine e sul sonoro, con una fotografia (di Aleksandr Burov) dalla qualità quasi pittorica, dai colori desaturati che rendono i fotogrammi come vecchie foto sbiadite, e la rarefazione dei dialoghi (nei quali il protagonista si interroga sui motivi del proprio gesto e sull'esistenza di una volontà superiore) che dà vita a sequenze praticamente mute. La regia abbonda di long take e piani sequenza con movimenti di macchina lentissimi. Non per tutti i gusti, insomma, ma ricco di fascino. Certe cose (come le distorsioni delle immagini sullo schermo) anticipano il successivo "Faust". Musiche di Mahler (i Kindertotenlieder).

3 aprile 2021

Emma. (Autumn de Wilde, 2020)

Emma. (id.)
di Autumn de Wilde – GB 2020
con Anya Taylor-Joy, Johnny Flynn
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

La giovane aristocratica Emma Woodhouse (Anya Taylor-Joy), che vive con il padre ipocondriaco (Bill Nighy) nella campagna inglese di inizio Ottocento, ha come passatempo – per capriccio o vanità – quello di "combinare" matrimoni fra le persone che le gravitano attorno, trascurando al contempo la propria vita sentimentale. Decisa a trovare un partito all'altezza per l'amica Harriet (Mia Goth), ragazza di umili origini ma che lei è convinta essere di nascita illustre, la spinge a rifiutare la proposta dell'agricoltore Martin (Connor Swindells) in favore del benestante vicario Elton (Josh O'Connor). Scoprirà di essersi sbagliata una prima volta quando Elton si dichiarerà innamorato invece di lei, e una seconda quando il bel gentiluomo Frank Churchill (Callum Turner), su cui aveva puntato gli occhi, convola segretamente a nozze con la "rivale" Jane Fairfax (Amber Anderson). Per fortuna troverà il vero amore nella persona più vicina e inaspettata, il sensibile George Knightley (Johnny Flynn), l'unico che sa tenerle testa e parlarle con sincerità. Dal romanzo di Jane Austen (già portato sul grande schermo nel 1996 con Gwyneth Paltrow e più volte in tv, senza dimenticare la rilettura moderna in "Ragazze a Beverly Hills"), l'opera prima della fotografa e ritrattista Autumn de Wilde, figlia d'arte: ovvio che proprio la fotografia, le scenografie e i costumi siano gli elementi messi maggiormente in risalto, fra abiti elaborati e pareti dai colori pastello che donano alla pellicola un tono pop e lezioso (a metà strada fra la "Marie Antoniette" di Sofia Coppola e il cinema di Tarsem Singh e Wes Anderson). Per fortuna, dietro l'aspetto formale (comunque assai gradevole) ci sono le complesse sfumature psicologiche dei personaggi del romanzo originale, a partire dall'irriverente, capricciosa e ostinata protagonista, in un contesto di nobili ricchi, oziosi, formali, eleganti e frivoli, impelagati in un ginepraio di rompicapi amorosi. Nel cast anche Miranda Hart, Rupert Graves, Gemma Whelan e Tanya Reynolds. Nomination agli Oscar per i costumi e per il trucco. Il titolo del film comprende anche il punto finale.

20 dicembre 2020

La volpe (Powell e Pressburger, 1950)

La volpe (Gone to Earth), aka Cuore selvaggio (The wild heart)
di Michael Powell, Emeric Pressburger – GB/USA 1950
con Jennifer Jones, David Farrar, Cyril Cusack
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La contadina Hazel (Jennifer Jones) vive col padre (Esmond Knight), apicoltore e fabbricante di bare, in una fattoria nello Shropshire, ai confini col Galles, nella campagna inglese di fine ottocento. Selvatica ma dalla voce angelica, e figlia di una "zingara", ha ereditato dalla madre l'amore per la natura e gli animali, tanto che ha "adottato" un cucciolo di volpe, Foxy, salvandola dai cacciatori. Ma quando incontra il nobile Jack Reddin (David Farrar), sfrontato e appassionato proprio di caccia, non saprà resistere al suo fascino, cadendo nella sua trappola nonostante l'amore più puro e innocente che prova per il giovane reverendo Edward (Cyril Cusack). Da un romanzo di Mary Webb, un melodramma romantico e fatalmente tragico, ricco di metafore (forse sin troppo esplicite, a partire dalla caccia), impreziosito dalla fotografia in Technicolor di Christopher Challis e dallo stile barocco e sopra le righe di Powell e Pressburger, anche sceneggiatori. Tutto, dalla recitazione alla musica, dalle immagini ai colori, concorre al ritratto di un amour fou e di un personaggio dominato da pulsioni irrazionali e dalla comunione con la natura (Hazel vede gli animali – non solo la volpe – come parte della propria famiglia, tanto da discutere con chi li ritiene "senza anima"), guidata solo dal proprio istinto e da una saggezza arcana (gli incantesimi lasciatile dalla madre), in aperta opposizione con la morale e il perbenismo degli altri abitanti del villaggio. In questo, se vogliamo, è simile al cacciatore, che a sua volta segue i propri istinti e non si cura di ciò che pensano gli altri. I conflitti, come si vede, sono tanti: quello fra carnalità e spiritualità (impersonificati dal sensuale nobile e dal virtuoso reverendo: Hazel concede il proprio corpo al primo, ma chiama il secondo "Mia anima"), quello fra natura e civiltà, quello fra istinto e morale. Temi forse stereotipati ma sviluppati con competenza e immersi in un ambiente ricco di colore locale. Ben caratterizzati i personaggi di contorno, dal padre di Hazel alla madre del reverendo (Sybil Thorndike), fino al signor Vessons (Hugh Griffith), il domestico di Reddin, ostile verso le avventure galanti del proprio padrone. Insoddisfatto del risultato, il co-produttore David O. Selznick (marito della Jones) fece rimontare il film con numerosi tagli e nuove scene girate da Rouben Mamoulian espressamente per il mercato americano, dove venne proiettato nel 1952 con il titolo "The wild heart" (questa versione è uscita in Italia come "Cuore selvaggio"). Il titolo originale, "Gone to Earth", si riferisce al grido dei cacciatori quando la volpe braccata si rifugia nella propria tana: un "ritorno alla terra" che segna anche l'inevitabile destino finale della protagonista.

14 novembre 2020

La leggenda del cacciatore di vampiri (T. Bekmambetov, 2012)

La leggenda del cacciatore di vampiri
(Abraham Lincoln: Vampire Hunter)
di Timur Bekmambetov – USA 2012
con Benjamin Walker, Dominic Cooper
*1/2

Visto in divx.

In gioventù, prima di diventare presidente degli Stati Uniti, Abramo Lincoln ha combattutto contro i vampiri a colpi di ascia d'argento per vendicare sua madre. E più tardi, durante la guerra civile, dovrà affrontarli nuovamente, anche perché si sono alleati con gli schiavisti e minacciano di scendere in campo al fianco dell'esercito sudista durante la battaglia di Gettysburg. Premessa assurda (che trasforma un eroe della nazione in un eroe d'azione) per un film sopra le righe, tratto da un romanzo di Seth Grahame-Smith (anche sceneggiatore) che gioca ad aggiungere elementi horror all'interno di storie o vicende classiche, sulla falsariga di "Orgoglio e pregiudizio e zombie" dello stesso autore, per il puro gusto di farlo. Il risultato è purtroppo molto meno divertente del previsto, dato che manca del tutto l'ironia (a meno di volerla trovare in frasi del tipo "Dobbiamo decidere se questa nazione appartiene ai vivi o ai morti"), forse per non correre il rischio di lesa maestà. Se il parallelo fra gli schiavisti e i vampiri permette di portare avanti la vicenda (la lotta contro entrambi è la fonte di motivazione per il protagonista), i dialoghi didascalici, la caratterizzazione dei personaggi e la concatenazione degli eventi sono a livello elementare, per non parlare della fusione fra temi fantastici e ambientazione storica (lontana anni luce dalle vette sofisticate, per esempio, de "Il labirinto del fauno" di Del Toro). E se passiamo sopra i riferimenti a personaggi ed eventi storici, siamo di fronte a una pellicola horror e fantastica non particolarmente coinvolgente, anche se va dato atto al regista russo (che ben conosciamo dai tempi de "I guardiani della notte", qui al secondo film hollywoodiano dopo "Wanted") di saper creare ottime atmosfere e sequenze d'azione originali e visivamente interessanti (su tutte l'incredibile lotta in mezzo alla mandria di cavalli selvaggi e il combattimento finale sul treno in corsa, nella nebbia, e poi su un ponte in fiamme). Dominic Cooper è il vampiro buono Henry Sturgess, che addestra Lincoln a diventare "cacciatore". Mary Elizabeth Winstead è la moglie Mary Todd. Nel cast anche Anthony Mackie, Jimmi Simpson e i "cattivi" Marton Csokas, Rufus Sewell ed Erin Wasson. La pellicola è prodotta, fra gli altri, da Tim Burton. Pessimo e pavido il titolo italiano, che sceglie di omettere proprio l'elemento più distintivo e interessante del film, ovvero l'identità del protagonista.

4 novembre 2020

La Tosca (Luigi Magni, 1973)

La Tosca
di Luigi Magni – Italia 1973
con Gigi Proietti, Monica Vitti
***

Visto in divx.

A Roma, il 14 giugno 1800 (giorno della battaglia di Marengo), il pittore Mario Cavaradossi (Gigi Proietti) aiuta il prigioniero politico Cesare Angelotti (Umberto Orsini), appena fuggito da Castel Sant'Angelo, a nascondersi dalle guardie pontificie. Ma il barone Scarpia (Vittorio Gassman), reggente dell'alta polizia romana, sfruttando la gelosia della cantante Floria Tosca (Monica Vitti), amante di Cavaradossi, individua il suo nascondiglio. Condannato a morte, a Mario viene fatto credere che avrà salva la vita se Tosca si concederà a Scarpia... Liberamente tratto non dall'opera di Puccini, ma dal dramma originale di Victorien Sardou, un film con cui Magni ripropone i temi classici del melodramma con i toni spigliati della commedia all'italiana e della farsa romanesca, pur senza stravolgere alcunché e restano fedele agli eventi narrati (finale tragico compreso). Molte le similitudini con il precedente "Nell'anno del Signore", a partire dal periodo storico (la Roma papalina di inizio ottocento) e dal protagonista (che lì era interpretato da Nino Manfredi) che dietro l'apparenza da artista "alieno alla politica" ha segretamente idee rivoluzionarie e giacobine. La vera novità è che, anche senza Puccini, si tratta comunque di un film musicale: oltre a regia e sceneggiatura, il regista firma infatti anche i testi degli stornelli romani che punteggiano la pellicola (la colonna sonora è di Armando Trovajoli). Memorabili, fra le altre, la canzone "Tremate lo stesso" (intonata dai due brigadieri che accompagnano Scarpia, interpretati da Gianni Bonagura e Fiorenzo Fiorentini), il duetto d'amore "Mi madre è morta tisica" e la ballata "Nun je da' retta Roma". Ottimo il cast, in cui figurano numerosi volti di celebri caratteristi: fra questi Aldo Fabrizi (il monsignor governatore di Roma, che prega per la sconfitta di Napoleone: "Un ave, un padre, un gloria, può far cambiar la storia"), Marisa Fabbri (la regina di Napoli), Ninetto Davoli (il messaggero ussaro che reca la notizia della vittoria di Bonaparte) e Alvaro Vitali (un mendicante).

26 agosto 2020

I cavalieri dalle lunghe ombre (W. Hill, 1980)

I cavalieri dalle lunghe ombre (The Long Riders)
di Walter Hill – USA 1980
con James Keach, David Carradine
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Visto in TV.

Negli anni successivi alla guerra civile, in un Missouri che cova ancora rancore verso i vincitori yankee, la banda guidata dai fratelli Jesse e Frank James rapina banche, treni e diligenze. Sono rispettati e protetti dalla loro stessa comunità, ma gli uomini dell'agenzia Pinkerton sono sulle loro tracce: e dopo una sanguinosa imboscata, i membri sopravvissuti decidono di separarsi... Forse il miglior film su Jesse James, personaggio che al cinema (insieme alla sua banda) è stato portato innumerevoli volte (da "Jess il bandito" di Henry King, con il suo sequel di Fritz Lang, al recente "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" di Andrew Dominik). I toni sono al contempo epici, avventurosi, intimi e quotidiani, e la fedeltà storica (che sconfina nel mito) non manca, compresi i dettagli dell'assassinio a tradimento di Jesse. Ma a rendere particolare questa versione è un'insolita caratteristica: tutti i gruppi di fratelli che compaiono nella storia sono interpretati da fratelli anche nella vita reale. E così Stacy e James Keach impersonano Frank e Jesse James; David, Keith e Robert Carradine sono i fratelli Younger (rispettivamente Cole, Jim e Bob); Dennis e Randy Quaid sono i fratelli Miller (Ed e Clell); Christopher e Nicholas Guest sono i fratelli Ford (Charlie e Robert). Il tutto contribuisce a donare alla pellicola un'atmosfera "familiare" e idilliaca, che rende al meglio i momenti di quiete fra un colpo e l'altro della banda, i battibecchi fra i personaggi, l'amicizia, gli innamoramenti e le tentazioni di una vita più tranquilla. In effetti l'idea di realizzare il film fu proprio dei fratelli Keach, che scrissero la sceneggiatura a partire da un testo teatrale dello stesso James, coinvolgendo poi i Carradine e i Quaid, e infine individuando in Walter Hill il regista più adatto (dopo che George Roy Hill aveva rifiutato). La regia è sempre in controllo della materia, alternando scene dal ritmo compassato ad altre più energiche e violente: l'intera sequenza della rapina a Northfield, in particolare, con il suo montaggio frammentato, ricorda il cinema di Sam Peckinpah, mentre l'impianto corale della pellicola e la struttura narrativa "libera" sono quasi altmaniane. Il cast è molto ampio, al punto che è difficile considerare Jesse James il protagonista del film. James Whitmore Jr. è Rixley, l'agente della Pinkerton, Pamela Reed è la prostituta Belle Starr. Ruoli anche per Harry Carey Jr., James Remar, Kevin Brophy e Felice Orlandi. Bella la colonna sonora di Ry Cooder, alla prima di molte collaborazioni con Hill.

24 agosto 2020

Amore e guerra (Woody Allen, 1975)

Amore e guerra (Love and Death)
di Woody Allen – USA 1975
con Woody Allen, Diane Keaton
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Rivisto in TV, con Sabrina.

All'inizio dell'Ottocento, quando la Russia è invasa dall'esercito napoleonico, il pavido, ateo e pacifista Boris Grushenko (Allen) è costretto ad arruolarsi insieme ai suoi fratelli per combattere le forze nemiche. Diventato un eroe e tornato a Mosca, dopo aver battuto a duello un aristocratico, si sposa con la cugina Sonja (Keaton), da lui sempre amata. Insieme, i due cercheranno di uccidere Napoleone... Parodia di "Guerra e pace" di Tolstoj, che strizza però l'occhio anche a Dostoevskij (in una scena si menzionano praticamente tutti i titoli dei suoi romanzi) e al cinema di Ingmar Bergman (di cui cita dialoghi da vari film, scene da "Persona" e l'incontro con la Morte da "Il settimo sigillo") e di Eisenstein ("La corazzata Potëmkin" nella scena con i leoni e in quella della battaglia). Rispetto alle pellicole precedenti, Allen inizia ad abbandonare la comicità slapstick e fisica (presente ancora in un pugno di scene) per spostarsi su quella puramente verbale, fra battute nonsense, gag irriverenti e dialoghi verbosamente assurdi (come la presa in giro delle discussioni filosofiche). In effetti il film può essere considerato un punto di transizione fra i primi lavori e quelli che caratterizzeranno i decenni successivi. Colmo di paradossi e non sequitur, fu girato in Francia e Ungheria: ma l'esperienza si rivelò talmente problematica che il regista non realizzò più un film fuori dagli Stati Uniti nei successivi vent'anni (fino a "Tutti dicono I Love You" nel 1996). Fra le battute più divertenti: "Domattina alle sei verrò giustiziato per un crimine che non ho commesso. Dovevo essere giustiziato alle cinque ma ho un avvocato in gamba"; "D'ora in poi pulirai la mensa e le latrine! - "Signorsì, da che vedo la differenza?"; "Mi dicono matto... però un giorno, quando sarà scritta la storia della Francia, tra queste pagine non mancherà il mio nome: Pinco Pallino". James Tolkan è Napoleone (nonché il suo sosia), Olga Georges-Picot è la contessa. Nella colonna sonora si sentono brani di Prokofiev. Orso d'argento a Berlino.

28 luglio 2020

L'ereditiera (William Wyler, 1949)

L'ereditiera (The Heiress)
di William Wyler – USA 1949
con Olivia de Havilland, Montgomery Clift
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Visto in divx, per ricordare Olivia de Havilland.

Caterina Sloper (Olivia de Havilland) è bruttina, timida, asociale, goffa, poco portata per le arti e la conversazione. Secondo il padre, il dottor Austin Sloper (Ralph Richardson), che la paragona in continuazione alla moglie defunta (un paragone sempre sfavorevole, naturalmente), la sua unica virtù è data dalla ricchezza di famiglia: per questo motivo, quando il bellimbusto squattrinato Morris Townsend (Montgomery Clift) comincia a farle la corte, il medico sospetta immediatamente che si tratti di un cacciatore di dote. Ma Caterina, ingenua e alla prima esperienza amorosa, ignora le proteste del padre e si ostina a voler sposare il suo spasimante. Peccato che questi, di fronte alla prospettiva che la ragazza venga diseredata dal ricco genitore, si eclissi all'improvviso. Sarà una Caterina ormai maturata e indurita, che ha "imparato a leggere gli uomini", quella che lo rivedrà anni dopo... Ispirato a un romanzo di Henry James ("Washington Square"), un melodramma romantico di ambientazione ottocentesca, psicologicamente feroce e romanticamente pessimista, che mette in scena la disillusione che porta al cinismo. Fu proprio la De Havilland (che per questo ruolo vinse il secondo dei suoi due Oscar come miglior attrice), dopo aver assistito a una rappresentazione teatrale tratta dal romanzo di James, a suggerire ai produttori e al regista William Wyler di trarne un film, scritturando come sceneggiatori gli autori del dramma (Ruth e Augustus Goetz). Rispetto a quest'ultimo, il personaggio di Morris è più ambiguo e sfumato (a lungo anche noi spettatori rimaniamo nel dubbio sulla sincerità delle sue azioni), e come risultato tutti i tre personaggi principali (Caterina, Morris e il padre) possono essere letti in chiave positiva o negativa. In fondo Morris, anche se attratto dal denaro, avrebbe potuto amare sinceramente Caterina per tutta la vita (una cosa non esclude l'altra), e anche il padre, pur non riconoscendo le qualità della figlia, pare comunque preoccupato per il suo bene e la sua felicità, commettendo naturalmente l'errore di confondere la troppa protezione con l'amore. A fungere da commento musicale è il tema di "Plaisir d'amour", che Morris suona anche al pianoforte (Elvis Presley e la sua "Can't Help Falling in Love", naturalmente, erano ancora da venire). Miriam Hopkins è la "romantica" zia Lavinia. Oltre a quello per la miglior attrice, il film vinse altri tre Oscar (per le scenografie, i costumi e la colonna sonora) per un totale di quattro statuette su otto nomination.

18 giugno 2020

Nell'anno del Signore (L. Magni, 1969)

Nell'anno del Signore
di Luigi Magni – Italia 1969
con Nino Manfredi, Claudia Cardinale
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Visto in divx.

Nella Roma di papa Leone XII (siamo nel 1825), dove un potere autoritario e dispotico limita fortemente le libertà del popolo, due carbonari – il medico rivoluzionario Leonida Montanari (Robert Hossein) e il giovane idealista Angelo Targhini (Renaud Verley) – vengono arrestati e condannati a morte per aver tentato di uccidere un membro del loro stesso gruppo che aveva fatto la spia alle guardie del pontefice. La loro storia si intreccia con quella di un umile ciabattino, Cornacchia (Nino Manfredi), che in segreto scrive le poesie satiriche che vengono affisse ogni notte sulla statua di Pasquino (le cosiddette "pasquinate") per irridere il clero e le istituzioni, denunciarne gli abusi e spingere il popolo alla rivolta; e con quella di Giuditta (Claudia Cardinale), ragazza ebrea che convive con Cornacchia e che cerca in ogni modo di salvare i due prigionieri dalla forca... Il secondo film di Magni è uno dei suoi lavori migliori e più caratteristici, primo di un filone (seguiranno, fra gli altri, "In nome del Papa Re" e "In nome del popolo sovrano") ambientato nella Roma papalina durante gli ultimi anni del potere pontificio. Il soggetto è ispirato a una storia vera (l'ultima scena, ambientata ai giorni nostri, mostra la targa affissa in memoria dei condannati in piazza del Popolo, dove si svolse l'esecuzione), di cui peraltro modifica alcuni particolari (come l'età anagrafica e la provenienza di alcuni personaggi): e pur sbilanciando la narrazione verso il registro comico-grottesco tipico della commedia all'italiana, se non addirittura verso la farsa in alcuni passaggi fin troppo parodistici, con qualche caduta di stile (vedi la principessa (Britt Ekland) moglie di Filippo Spada (Franco Abbina), che non si cura della sorte del marito), riesce comunque a fornire una rappresentazione indovinata di un particolare momento storico che, volendo, può essere letto in chiave di attualità (anche perché le questioni politiche e la semplice umanità dei personaggi si intrecciano con felice intuizione). Il tema, dopotutto, è quello del rapporto fra il popolo e chi lo governa, un popolo ritratto di volta in volta come pigro e addormentato, felice di essere guidato o dominato, in attesa di qualcuno che lo risvegli, o semplicemente indifferente alle proprie sorti. I timidi fermenti rivoluzionari che preoccupano le guardie non sembrano in realtà frutto di una volontà popolare: i cospiratori della setta carbonara sono soltanto nobili e aristocratici, mentre la gente comune pensa a tirare a campare e, semmai, a godersi lo spettacolo dell'esecuzione dei congiurati. Insomma: la satira è rivolta sia verso il potere sia verso i sudditi.

Esemplare la frase che conclude il film, pronunciata da Montanari prima di essere decapitato: "Buonanotte, popolo". È solo uno, peraltro, dei numerosi detti memorabili o aforismi paradossali di cui è permeata la pellicola (fra i tanti: "Noi siamo sempre dalla parte giusta, soprattutto quando sbagliamo", "Il popolo è stanco? Più che altro, sembra ubriaco", "Io mi sento libero solo quando obbedisco!", "Qui a Roma gli unici a dormire siamo noi, che stiamo sempre svegli"). La vicenda assume a tratti caratteristiche corali, grazie a un nutrito gruppo di comprimari, molti dei quali interpretati da autentici mostri sacri della commedia all'italiana: Ugo Tognazzi è il cardinale Rivarola, colui che condanna a morte i carbonari; Enrico Maria Salerno è il colonnello Nardoni, incaricato di far rispettare l'ordine in città ("Magari comandassero i colonnelli!", afferma a un certo punto: un'altra allusione all'attualità, il colpo di stato in Grecia); Alberto Sordi è il frate che cerca inutilmente di far pentire i condannati prima dell'esecuzione. Piccole parti, inoltre, per Pippo Franco, Stelvio Rosi e Marco Tulli. La scelta di ricorrere ad attori celebri fu fatta intenzionalmente dai produttori, nella speranza di "disinnescare" la polemica per i contenuti anticlericali del film, che sarebbero saliti in primo piano se la pellicola fosse stata interpretata da volti sconosciuti o meno associati alla comicità: così, invece, si cercò di farla passare per una delle tante commedie italiane in costume. Il successo al botteghino, in ogni caso, fu notevole. Fra i temi collaterali, da segnalare quello delle persecuzioni contro gli ebrei, con sequenze come la messa cui gli abitanti del ghetto sono costretti ad assistere, o la frase di Rivarola "Secondo me, questi giudei sono esseri umani quasi come noi". La scena in cui il cardinale finge di firmare la grazia per i condannati potrebbe essere stata ispirata alla "Tosca" di Giacomo Puccini, di cui lo stesso Magni realizzerà un adattamento cinematografico quattro anni più tardi. Nel 2003 il regista e Manfredi torneranno poi a occuparsi delle pasquinate nel tv movie "La notte di Pasquino". La colonna sonora di Armando Trovajoli è "morriconiana", come suggerisce anche la canzone di Giuditta interpretata dal soprano Edda Dell'Orso (già memorabile voce in alcune delle migliori soundtrack per i film di Sergio Leone). I temi del film, la sua ambientazione e l'iconografia di alcuni personaggi (come Montanari) potrebbero aver ispirato il fumetto "Mercurio Loi" pubblicato da Sergio Bonelli Editore.

6 giugno 2020

Tess (Roman Polanski, 1979)

Tess (id.)
di Roman Polanski – GB/Francia 1979
con Nastassja Kinski, Peter Firth
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Rivisto in DVD.

Alla fine dell'Ottocento, nell'Inghilterra sud-occidentale, il contadino John Durbeyfield viene casualmente a sapere dal parroco locale che la sua famiglia discende dai D'Urberville, un'antichissima casata aristocratica ormai estinta. Preso dai sogni di gloria e di ricchezza, spinge la giovane figlia Theresa (Nastassja Kinski), detta "Tess", ad andare in vista ad alcuni proprietari terrieri con cui ritiene di essere imparentato, ignorando che essi in realtà hanno acquistato il nome D'Urberville per ragioni di prestigio. Nonostante la sua prudenza, Tess cade fra le braccia dell'arrogante "cugino" Alec D'Urberville (Leigh Lawson), che la mette incinta. Fuggita da lui, dopo la morte del bambino ancora in fasce, torna a lavorare nei campi. Ma quando conosce il gentile e compassionevole Angel Clare (Peter Firth), che la chiede in moglie, il suo travagliato passato torna a tormentarla... Pellicola fluviale tratta dal romanzo "Tess dei D'Urbervilles" di Thomas Hardy, che (come mostrato in una scena di "C'era una volta a... Hollywood" di Quentin Tarantino) fu consigliato a Polanski dalla moglie Sharon Tate appena prima di morire: il film è a lei dedicato. Le travagliate vicende della protagonista, una Kinski bellissima e imbronciata, orgogliosa e fiera anche nella sua povertà, ma che cade regolarmente in preda a un destino avverso e ai capricci degli uomini che la circondano, si dipanano lungo diversi anni e in uno scenario al tempo stesso concreto e immaginario, quasi fuori dal tempo: la regione in cui si svolge la storia, corrispondente all'odierno Dorset, è infatti il "Wessex", come lo chiama Thomas Hardy, dove toponimi da lui inventati sostituiscono e si sovrappongono a quelli reali: la città costiera di Sandbourne, per esempio, corrisponde a Bournemouth. Si tratta di un'Inghilterra rurale, popolata da gente semplice, dove le norme sociali e il cristianesimo si mescolano a un'antica "cultura contadina" che comprende anche superstizioni ("Quando qualcuno è innamorato il burro non viene") e riti pagani. Memorabile il finale ambientato a Stonehenge, al sorgere del sole, fra le rovine di un tempio antico e ancestrale in cui Tess e Angel trovano brevemente rifugio dalla legge e dalla morale degli uomini. Altro tema che attraversa la pellicola, infatti, è quello legato al passato, alla gloria e alla decadenza, come quella delle antiche famiglie che continuano a incidere anche ai giorni nostri (quando viene a conoscenza dei trascorsi di Tess, persino il sensibile Angel la accusa: "Ti credevo una figlia della natura, invece sei l'ultima di una serie di aristocratici degeneri"). Bellissima la fotografia di Geoffrey Unsworth (morto durante le riprese) e Ghislain Cloquet (che lo sostituì da metà film), calda ed estiva nelle scene in esterni e reminiscente dei dipinti di Georges de La Tour in quelle in interni. Gran parte della pellicola fu in realtà girata in Francia: anche la sceneggiatura fu scritta da Polanski e Gérard Brach in francese, e soltanto successivamente tradotta in inglese. Sei nomination agli Oscar (fra cui miglior film) e tre premi vinti (miglior fotografia, scenografia e costumi).

16 maggio 2020

Fievel sbarca in America (Don Bluth, 1986)

Fievel sbarca in America (An American Tail)
di Don Bluth – USA/Irlanda 1986
animazione tradizionale
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Rivisto in TV.

Per sfuggire alle continue persecuzioni da parte dei gatti cosacchi, una famiglia di topolini ebrei (i Toposkovich, Mousekewitz in originale) lascia la natìa Russia per trasferirsi negli Stati Uniti (perché sono convinti che "non ci sono gatti in America"). Durante il viaggio per mare, il piccolo Fievel è separato dal resto della sua famiglia, ma riesce comunque ad approdare a New York. Qui, sempre cercando di ritrovare i propri genitori, contribuirà alla lotta dei topi contro i gatti della città (ebbene sì, ce ne sono anche in America!). Prodotto da Steven Spielberg, il secondo lungometraggio di Don Bluth dopo "Brisby e il segreto di NIMH" è ambientato alla fine dell'Ottocento (si sta completando la costruzione della Statua della Libertà) e affronta il tema dell'immigrazione dal punto di vista di animali antropomorfi. Il parallelo con le vicende degli esseri umani – con i quali vivono fianco a fianco – è evidente, anche se a differenza per esempio del "Maus" di Art Spiegelman gli aspetti storici, sociali e politici tendono a rimanere sullo sfondo, mentre in superficie ci sono le peripezie avventurose e dickensiane del piccolo protagonista, rese più accattivanti al pubblico infantile dal consueto utilizzo di canzoni e spalle comiche. Il dinamismo e lo stile morbido dei disegni, ben diverso da quello più spigoloso e stilizzato in voga negli anni settanta o in televisione, guarda senza farne segreto ai cartoni animati della vecchia scuola: Bluth e Spielberg vollero infatti recuperare l'atmosfera vintage dei film Disney degli anni quaranta, anticipando in questo il rinascimento della casa di Burbank che sarebbe stato avviato a fine decennio. Non a caso proprio Bluth è considerato colui che seppe "riempire" con i suoi lavori il gap lasciato dalla Disney negli anni ottanta, dimostrando che nel settore dell'animazione cinematografica c'era posto anche per altri produttori (la Universal, che distribuì il film al cinema, non si occupava di cartoon da vent'anni!). Il soggetto è di David Kirschner, la sceneggiatura è degli scrittori per bambini Judy Freudberg e Tony Geiss: molte scene furono però eliminate per motivi di budget, rendendo certi passaggi affrettati e togliendo spessore ad alcuni personaggi minori. Musiche e canzoni (fra cui "Somewhere Out There", che vinse il Grammy e fu nominata agli Oscar) sono firmate da James Horner. Il successo del film (all'epoca fu la pellicola a cartoni animati non Disney con il maggior incasso al botteghino) e del successivo "Alla ricerca della Valle Incantata", oltre a dare vita a sequel ("Fievel conquista il west") e serie televisive, senza però la partecipazione di Bluth, spinse lo stesso Spielberg a creare una propria casa di produzione dedicata all'animazione, la Amblimation.