Visualizzazione post con etichetta Aldrich. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Aldrich. Mostra tutti i post

25 febbraio 2019

Sodoma e Gomorra (R. Aldrich, 1962)

Sodoma e Gomorra (id.)
di Robert Aldrich [e Sergio Leone] – Italia/Fra/USA 1962
con Stewart Granger, Stanley Baker
*1/2

Visto in TV.

Guidati da Lot (Stewart Granger), gli ebrei si stabiliscono nella valle del Giordano con il benestare della regina (Anouk Aimée) delle corrotte città di Sodoma e Gomorra, dove si pratica lo schiavismo e dove "niente è peccato, e tutto ciò che dà piacere è lecito". Attaccati dalle bellicose tribù nomadi del deserto – sobillate da Astaroth (Stanley Baker), il perfido fratello della regina – gli ebrei sono costretti a rifugiarsi fra le mura, dove entrano in contatto con i vizi e le crudeltà dei sodomiti, lasciandosene tentare. A quel punto Dio interverrà per distruggere le città, dopo aver intimato a Lot e alla sua gente di allontanarsi senza guardare indietro... Il racconto biblico trasformato in un peplum d'avventura, con una miriade di personaggi, intrighi, tradimenti, battaglie. Ma tutto è incredibilmente noioso e poco ispirato, diretto con stile antiquato da un Aldrich coinvolto a soli fini "alimentari", mentre Sergio Leone si fece le ossa occupandosi della seconda unità e delle scene di battaglia. È costato uno sproposito (6 miliardi di lire all'epoca) ma non si direbbe, vista la scarsa qualità di costumi, scenografie ed "effetti speciali" nel ridicolo finale della distruzione delle città (si faceva di meglio all'epoca del muto). Il tema religioso è praticamente assente, tranne che negli ultimi dieci minuti. Anna Maria Pierangeli è Ildith, la schiava sodomita che diventa moglie di Lot (ed è poi tramutata in una statua di sale). Rossana Podestà e Claudia Mori sono le figlie di Lot. Nel cast anche Rik Battaglia, Giacomo Rossi Stuart e Scilla Gabel.

29 dicembre 2018

Quella sporca ultima meta (R. Aldrich, 1974)

Quella sporca ultima meta (The Longest Yard)
di Robert Aldrich – USA 1974
con Burt Reynolds, Eddie Albert
**

Visto in divx.

Paul Crewe (Burt Reynolds), ex campione nazionale di football americano – chiamato "rugby" per tutto il film dall'imbarazzante doppiaggio italiano – da tempo caduto in disgrazia, tocca il punto più basso della propria esistenza quando viene rinchiuso in un carcere in Georgia per furto d'auto e resistenza a pubblico ufficiale. Hazen (Eddie Albert), il direttore della prigione, è "fissato" con questo sport e chiede all'ex campione di organizzare una squadra di detenuti affinché facciano da sparring partner al team delle guardie in una partita di esibizione. Per molti prigionieri è l'occasione per prendersi una rivincita sulle angherie dei secondini, ma anche per ritrovare orgoglio e dignità. E per Crewe sarà una forma di riscatto, dopo essere stato accusato in passato di aver venduto una partita... Da una storia scritta dal produttore Albert S. Ruddy e sceneggiata da Tracy Keenan Wynn (e con un finale ispirato al classico di Robert Rossen "Anima e corpo", cui lo stesso Aldrich aveva collaborato come aiuto regista), un film che innesta i luoghi comuni del prison movie (o delle pellicole ambientate nei campi di prigionia durante la seconda guerra mondiale: le violenze e le prepotenze delle guardie sui detenuti non sfigurerebbero in titoli come "La grande fuga") sul genere sportivo, aprendo la strada a tutta una serie di imitazioni (come "Fuga per la vittoria", nel complesso superiore) o remake (come "Mean machine", che fra l'altro è il nome della squadra dei carcerati, o "L'altra sporca ultima meta"). Impegnati in duri lavori (come la bonifica delle paludi), malmenati, rinchiusi in isolamento, oggetto di epiteti razzisti (ma i neri e i bianchi si ritrovano all'improvviso compagni e solidali quando giocano nella stessa squadra), i detenuti accettano ben volentieri di affrontare le guardie per vendicarsi degli sgarbi subiti (e infatti praticheranno un gioco duro quanto quello degli avversarsi, non scevro da trucchi e scorrettezze di ogni tipo: ma si sà, lo sport è per "uomini veri"!). Ma il vero cattivo e scorretto, alla fine, si rivela il direttore del carcere, anche più del capitano delle guardie (Ed Lauter). Nel cast anche Michael Conrad (il giocatore veterano), James Hampton (l'amico "maneggione") e Richard Kiel (il gigante Sansone), più numerosi ex giocatori della NFL. Improbabile la capigliatura della segretaria del direttore (Bernadette Peters). Ma a parte il protagonista, le caratterizzazioni sono minime o semplicistiche, e lo sport è visto come una metafora della vita, con tutta le esagerazioni, l'enfasi e la retorica del caso. Per quanto riguarda la regia, da notare lo split screen durante la presentazione della gara e il memorabile ralenti sulla meta finale (cui è dedicato il titolo italiano, che peraltro richiama volutamente un altro classico di Aldrich, "Quella sporca dozzina").

9 luglio 2018

L'ultimo Apache (R. Aldrich, 1954)

L'ultimo Apache (Apache)
di Robert Aldrich – USA 1954
con Burt Lancaster, Jean Peters
**

Visto in divx.

Nel 1886, quando il capo apache Geronimo e le sue truppe si arrendono all'esercito americano, il giovane guerriero Massai (Lancaster) rifiuta di sottomettersi e farsi deportare insieme a loro in una riserva in Florida. Orgoglioso e ribelle, una volta fuggito si dà alla macchia e ad azioni di guerriglia, nella speranza di stimolare il suo popolo alla ribellione. Ma i tempi sono cambiati: e le molte avversità – oltre che l'amore della bella Nalinle (Peters) – lo convinceranno che un'altra strada è possibile, quella di diventare contadino e di vivere in pace con l'uomo bianco. Il primo western di Aldrich, al suo terzo film, ha la caratteristica "progressista" (e allora ancora inusuale) di raccontare la storia dal punto di vista dell'indiano anziché da quello dei bianchi che gli danno la caccia. Tanto basta per renderlo degno di nota, nonostante le ingenuità, il whitewashing (l'utilizzo di attori bianchi nei ruoli dei pellerossa) e il fatto che sia implausibilmente incruento (ma il lieto fine fu imposto dai produttori: sia Aldrich che Lancaster avrebbero preferito un finale meno ottimista). In ogni caso, il film sa raccontare un momento chiave della storia americana con attenzione sia alla psicologia dei personaggi che al loro rapporto con l'ambiente (emblematiche le scene di Massai che si aggira sperduto in mezzo alla "civiltà" dei negozietti di St. Louis, prima di tornare fra le sue montagne). Fra gli attori c'è anche Charles Bronson, accreditato con il suo vero nome di Charles Buchinsky, nel ruolo di Hondo, il rivale del protagonista.

25 giugno 2015

Quella sporca dozzina (R. Aldrich, 1967)

Quella sporca dozzina (The Dirty Dozen)
di Robert Aldrich – USA 1967
con Lee Marvin, Charles Bronson
***

Visto in TV.

Poche settimane prima dello sbarco in Normandia, il maggiore americano Reisman (Lee Marvin) viene incaricato di addestrare un gruppo di dodici soldati detenuti, condannati a morte o all'ergastolo per crimini vari, e di farne una squadra in grado di compiere una missione "impossibile": raggiungere un castello nella Francia occupata dai nazisti, all'interno del quale si radunano gli ufficiali nemici, e sterminarli tutti. Nonostante le iniziali difficoltà (Reisman, a sua volta refrattario alle regole e all'autorità, si troverà a gestire uomini indisciplinati, inaffidabili, incorreggibili o addirittura psicopatici), il gruppo imparerà pian piano a conoscersi e a dimostrare spirito di squadra. E saprà portare a termine la missione con coraggio, anche se la maggior parte ci rimetterà la pelle. Uno fra i più celebri film di guerra "non convenzionali", divertente, violento e fumettoso (non a caso è fra le fonti di ispirazione citate da Tarantino per "Bastardi senza gloria"), riscosse un enorme successo di pubblico proprio perché, alla vigilia del 1968, metteva in scena una serie di individualità che contestavano apertamente la catena di comando e le logiche della guerra (la pellicola si chiude addirittura con la frase "C'è una buona notizia: ammazzare generali può essere un lavoro!"). Solo l'ultimo quarto del film è dedicato alla missione vera e propria: in precedenza assistiamo al lungo processo di addestramento e soprattutto all'esercitazione in cui la "sporca dozzina" (chiamata così perché, per punizione, da un certo punto in poi agli uomini viene proibito di lavarsi o di radersi) dimostra il proprio valore contro i reparti organizzati e regolari dell'esercito alleato, guidati dallo sprezzante colonnello Breed (Robert Ryan). E non mancano altre scene in cui i protagonisti tendono a farsi beffe dell'autorità costituita (come quando uno di loro, spacciandosi per generale, passa in rassegna le truppe). A causa di tutto ciò, anche il finale in cui i nostri eroi si sacrificano durante la missione può essere visto più come un attaccamento ai propri compagni che non agli ideali patriottici o bellici, verso i quali c'è sospetto, diffidenza o totale distacco. La sceneggiatura, estremamente lineare e facilmente divisibile in "atti", è tratta da un romanzo del 1965 di E. M. Nathanson, ispirato a sua volta (pare) da personaggi reali, i "Filthy Thirteen". Ricco, ovviamente, il cast: fra i membri del gruppo spiccano Charles Bronson (Wladislaw, il leader silenzioso e imperturbabile, l'unico che parla tedesco), Telly Savalas (Maggott, il maniaco religioso, il più pazzo del gruppo), John Cassateves (Franco, il più indisciplinato ma anche il più carismatico), Donald Sutherland (Pinkley, il più giovane), Jim Brown, campione di football americano (Jefferson, l'immancabile nero) e Clint Walker (Posey, il "gigante buono"), mentre in altri ruoli troviamo Ernest Borgnine (li generale di divisione), Richard Jaeckel (il sergente di collegamento), Ralph Meeker e George Kennedy. Lee Marvin e Telly Savalas sostituirono all'ultimo minuto John Wayne e Jack Palance, che rifiutarono i ruoli. Uno dei dodici soldati (Jimenez) muore fuori scena perché l'attore che lo interpretava (Trini Lopez) abbandonò il set per divergenze con la produzione. La pellicola fu interamente girata in Inghilterra: il castello francese fu costruito appositamente dallo scenografo William Hutchinson e si rivelò talmente solido che, nella scena dell'esplosione, i cineasti furono costretti a utilizzare un modellino in sughero. Il successo del film, e soprattutto l'impatto che ebbe sul pubblico, portarono alla realizzazione di svariate imitazioni ma anche di tre sequel ufficiali e persino di una serie televisiva negli anni ottanta.

4 febbraio 2015

Un bacio e una pistola (R. Aldrich, 1955)

Un bacio e una pistola (Kiss Me Deadly)
di Robert Aldrich – USA 1955
con Ralph Meeker, Maxine Cooper
***1/2

Rivisto in DVD.

Il detective privato Mike Hammer (Ralph Meeker) si guadagna da vivere organizzando ricatti – con la complicità della sua segretaria/amante Velda (Maxine Cooper) – ai danni di mariti o mogli adulterine. Una sera, Mike soccorre sull'autostrada una donna, Christina (Cloris Leachman), vestita solo con un impermeabile e apparentemente fuggita da un manicomio. Prima che possa portarla fino in città, la macchina su cui i due viaggiano viene bloccata da alcuni gangster che uccidono la donna e gettano l'auto in un dirupo. Scampato alla morte, Hammer decide di indagare sull'accaduto: e indizio dopo indizio, risale fino a individuare i colpevoli, scoprendo che in ballo c'è una valigetta che contiene una sostanza misteriosa e pericolosa. Da un romanzo di Mickey Spillane (uno dei tanti dedicati al personaggio di Mike Hammer, protagonista anche di serie televisive e di fumetti), uno dei più celebri noir degli anni cinquanta e uno dei pochi a trascendere il genere, contaminando i temi gialli e hard boiled con le paranoie dell'era atomica: il "chissaché" cui danno la caccia tutti i personaggi, versione moderna del Falcone maltese o dei MacGuffin di Hitchcock, è infatti qualcosa legato agli esperimenti nucleari (viene citato, fra le altre cose, il "progetto Manhattan"). Alcune scene del film sono entrate nell'immaginario collettivo, e riproposte in tante altre pellicole successive: la valigetta luminosa e dal contenuto incandescente ritornerà in "Pulp Fiction" di Tarantino, mentre la sequenza in cui Gabrielle/Carver (Gaby Rodgers) apre il "Vaso di Pandora" non può non far venire in mente il finale de "I predatori dell'arca perduta" di Spielberg. Al di là degli insoliti toni nichilistici e fantascientifici, il film brilla anche come noir tout court: merito della suggestiva fotografia in bianco e nero di Ernest Laszlo, dell'inquietante colonna sonora di Frank DeVol, delle ardite scelte registiche di Aldrich (come le inquadrature sghembe nel momento in cui Hammer riacquista conoscenza), di una solida sceneggiatura a incastro e della caratterizzazione sopra le righe dei vari personaggi (soprattutto il protagonista, amorale, a tratti sadico e tutt'altro che "buono"). Esordio sullo schermo per la Cooper (incredibilmente sexy nella scena in cui fa ginnastica in casa), la Leachman e la Rodgers. Nel cast anche Wesley Addy (il poliziotto Pat), Nick Dennis (il meccanico Nick, cui potrebbe essersi ispirato Giancarlo Berardi per l'omonimo personaggio del fumetto "Julia"), Albert Dekker (il dottor Soberin) e Paul Stewart (il gangster Evello). Notevolissimi i titoli di testa, che peraltro giungono dopo una prima scena che mostra la disperata corsa notturna di Christina lungo il bordo della strada: accompagnati da una canzone di Nat King Cole ("I'd Rather Have The Blues"), potrebbero aver ispirato la title sequence di "Guerre stellari".

5 luglio 2014

L'imperatore del nord (R. Aldrich, 1973)

L'imperatore del nord (Emperor of the North)
di Robert Aldrich – USA 1973
con Lee Marvin, Ernest Borgnine
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nel 1933, al culmine della grande depressione, molti senzatetto si spostavano attraverso gli Stati Uniti nascondendosi a bordo dei treni merci. Shack (Ernest Borgnine), violento e brutale capotreno del convoglio numero 19 delle ferrovie dell'Oregon, è celebre per non aver mai permesso a nessuno di viaggiare clandestinamente sui propri vagoni: verrà sfidato da quello che tutti chiamano "il Numero 1" (Lee Marvin) e che si fregia del titolo di imperatore dei vagabondi. Nella loro lotta senza esclusione di colpi tenterà di inserirsi anche il giovane Cigaret (Keith Carradine), hobo fanfarone e alle prime armi, al quale il Numero 1 cercherà inutilmente di fare da maestro di vita. Pellicola d'azione ispirata ai racconti e alle memorie di viaggio di Jack London, tutta costruita sul confronto fra personaggi che rappresentano rispettivamente la legalità fine a sé stessa (l'odio di Shack verso i vagabondi è una pura questione d'orgoglio) e la vita da nomade e senza catene (l'imperatore non ha una vera meta da raggiungere: il traguardo di Portland rappresenta per lui soltanto una sfida all'avversario, così come non auspica per sé un futuro migliore o la fine della crisi economica). Col procedere della trama, la violenza sale di tono fino al sanguinoso scontro finale. Il personaggio di Keith Carradine è quasi un terzo incomodo, introdotto soltanto per movimentare la trama e aggiungere qualche linea di dialogo nei momenti in cui i due contendenti non si trovano faccia a faccia. Molte le scene da ricordare: a parte i combattimenti sui treni in corsa, anche il battesimo nel fiume e il furto del tacchino. Il titolo originale avrebbe dovuto essere "L'imperatore del Polo Nord", ma il film fu poi rieditato con il nome attuale. Naturalmente sia Marvin che Borgnine avevano già lavorato insieme (e con Aldrich) in "Quella sporca dozzina". Il progetto era originariamente di Sam Peckinpah, che cinque anni dopo riciclò l'idea in "Convoy", dove la sfida è fra un camionista ribelle e un poliziotto intransigente (quest'ultimo interpretato sempre da Borgnine).

23 aprile 2014

Nessuna pietà per Ulzana (R. Aldrich, 1972)

Nessuna pietà per Ulzana (Ulzana's raid)
di Robert Aldrich – USA 1972
con Burt Lancaster, Bruce Davison
***

Visto in TV.

Il feroce apache Ulzana fugge dalla riserva con un pugno di guerrieri. Al suo inseguimento si getta un plotone di cavalleria guidato dal giovane e inesperto tenente Garnett DeBuin (Davison), coadiuvato dallo scout dell'esercito McIntosh (Lancaster), che spera di catturare i fuggitivi prima che compiano eccidi fra i coloni della regione. Western semi-revisionista e dai toni cupi e pessimisti, letto da alcuni critici come una metafora sulla partecipazione degli Stati Uniti alla guerra del Vietnam (un combattimento contro un nemico elusivo e percepito come malvagio e crudele a prescindere, senza prestare attenzione alle sue ragioni). Se infatti il punto di vista, come in "Ombre rosse", è tutto dei bianchi (gli indiani si vedono poco e, quando sono sullo schermo, parlano nella loro lingua), rispetto ai western classici la prospettiva è ben diversa. Nonostante le stragi e i morti che seminano lungo il loro cammino, Ulzana e i suoi uomini cercano semplicemente la libertà (nelle scene iniziali vediamo bene come siano dure le condizioni di vita nella riserva, tanto che lo stesso McIntosh è costretto a farsi portavoce delle richieste di razioni di carne più abbondanti). E anche gli eccidi, a ben vedere, sono motivati da esigenze primarie (procurarsi cibo o cavalli, depistare gli inseguitori), quando addirittura non sono nemmeno compiuti da loro (vedi il soldato che uccide la donna e poi si suicida per paura di cadere nelle mani degli apache). Come spiega Ke-Ni-Tay, l'enigmatica guida indiana che affianca l'esercito, vivere rinchiusi nella riserva ed essere limitati nelle percezioni e nelle sensazioni è la vera molla che ha prodotto la fuga di Ulzana: altro che lotta fra bene e male! Persino le torture inflitte ai nemici non sono fini a sé stesse, ma fanno parte di un rito sacro per trasferire la forza del vinto al vincitore. Al giovane tenente (figlio di un sacerdote, dettaglio importante) che si domanda perché gli apache siano così crudeli (e al quale McIntosh spiega: "Io non li odio. Sarebbe come odiare il deserto perché non c'è acqua"), il viaggio aprirà gli occhi: innanzitutto sulla natura violenta degli uomini in generale (i suoi soldati, in determinate occasioni, si dimostreranno non meno "selvaggi" degli apache, tanto che toccherà a lui impedirgli di sfogarsi sui cadaveri dei nemici per seppellirli invece con carità cristiana) ma anche sulle difficoltà e le responsabilità del comando di una missione che, all'inizio, gli sembrava come una splendida occasione per mostrare il proprio valore, e che invece costerà inutilmente molte vite. In mezzo a tutto questo, quella interpretata da Lancaster (cui pure è dedicato il maggior tempo sullo schermo) è quasi una figura marginale, un personaggio che ha solo il compito di guidare il tenente verso una consapevolezza del mondo meno idealizzata e più fatalista. La vittoria per DeBuin è amara, perché reca con sé la fine delle illusioni: sembra davvero conclusa l'epopea del western classico, dove a sconfiggere gli indiani ci si copriva di gloria e si tornava sorridenti e felici. Certo, in quelle pellicole nessun bianco si domandava "Perché gli apache si comportano così?": proprio nell'inedito tentativo di comprendere il nemico risiede la chiave di lettura del lungometraggio. Nota: esistono due versioni del film, una montata sotto la supervisione di Aldrich e l'altra da Lancaster (che, in quanto coproduttore, volle metterci le mani), ma le differenze sono minime.

19 novembre 2009

Piano... piano, dolce Carlotta (R. Aldrich, 1964)

Piano... piano, dolce Carlotta (Hush... Hush, Sweet Charlotte)
di Robert Aldrich – USA 1964
con Bette Davis, Olivia de Havilland
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Ossessionata da un delitto commesso quarant'anni prima, quando era stata accusata di aver ucciso (e decapitato!) il suo amante nel corso di un sontuoso party, l'anziana, folle e scorbutica Charlotte Hollis vive ormai come una reclusa nella fatiscente dimora di famiglia. E la visita dell'unica parente rimastale, la "premurosa" cugina Miriam, contribuisce a risvegliare ricordi e incubi nella sua mente. Due anni dopo "Che fine ha fatto Baby Jane?", Aldrich sforna un altro thriller psicologico dai toni forti che ha molto in comune con il precedente: lo sceneggiatore (Lukas Heller), l'autore del romanzo dal quale è tratta la storia (Henry Farrell), l'interprete principale (la straordinaria Bette Davis; Joan Craword, a lei invisa, fu invece sostituita dopo pochi giorni di riprese dalla più "malleabile" Olivia de Havilland, che comunque è perfetta nella parte di un personaggio ambiguo come Miriam), alcuni comprimari (Victor Buono, che nel film precedente faceva il pianista e qui è il padre di Charlotte) e soprattutto i temi (faide familiari, incubi e follia), le atmosfere tese e gli spaventosi colpi di scena di una pellicola crudele, "a metà tra l'horror gotico e il melodramma granguignolesco". Uno degli spunti centrali è il forte complesso di padre della protagonista, che le impedisce di abbandonare la casa natale e di staccarsi dal trauma vissuto in gioventù, condizionandole di fatto l'intera esistenza. Il cast è arricchito da Joseph Cotten nei panni di Drew Bayliss, il subdolo medico di famiglia, e Agnes Moorehead in quelli di Velma, la cameriera impicciona. E ci sono anche Cecil Kellaway (il bonario agente delle assicurazioni di Londra che indaga pervicacemente sull'antico delitto) e Mary Astor (la vedova dell'amante di Charlotte). Indimenticabile la canzone-tormentone – intitolata come il film – che si sente ripetutamente nel corso della pellicola, e splendida la fotografia in bianco e nero, capace di accrescere l'angoscia e la suspense così come di rendere irreale e onirica la sequenza dell'allucinazione di Charlotte. Con sette nomination agli Oscar, il lungometraggio fece segnare un record per quanto riguardava il cinema horror (poi superato da "L'esorcista", con 10 nomination, nove anni più tardi).

30 giugno 2009

Che fine ha fatto Baby Jane? (R. Aldrich, 1962)

Che fine ha fatto Baby Jane? (What ever happened to Baby Jane?)
di Robert Aldrich – USA 1962
con Bette Davis, Joan Crawford
****

Rivisto in DVD, con Marisa.

Le due sorelle Hudson (“Baby” Jane, ex bambina prodigio degli spettacoli di vaudeville, e Blanche, diva del cinema degli anni trenta, ora costretta su una sedia a rotelle), vivono in semireclusione in una lussuosa villa di Hollywood. Jane, che tutti ritengono responsabile dell'incidente che ha paralizzato Blanche quando era al culmine della carriera, sfoga il proprio odio verso la sorella, che ormai dipende da lei, tiranneggiandola in ogni modo. Ma in un crescendo di frustrazione, risentimenti e sensi di colpa, si scoprirà che forse le cose non stanno come sembrano. Partendo da presupposti simili a "Viale del tramonto", ma aggiungendovi una suspense da thriller hitchcockiano, Aldrich realizza un grande horror psicologico, a tratti macabro e agghiacciante, che ha saputo rilanciare la carriera di Bette Davis, consentendole di ricevere la decima nomination all'Oscar come miglior attrice. La Davis non ha timore di mostrarsi sullo schermo invecchiata e imbruttita oltre ogni dire, sotto una montagna di trucco, e di dar vita a un personaggio decadente e alcolizzato, psicopatico e macerato dall'odio, che vive nel passato (sogna persino di riproporre in pubblico i numeri di canto e di ballo che faceva da bambina, come l'assurda canzoncina "I've written a letter to daddy") e tortura in maniera crudele la sorella (segregandola nella sua stanza e dandole da mangiare topi morti, in scene che sembrano anticipare quelle del "Misery" di Stephen King). Ottima comunque anche Joan Crawford, il cui ruolo richiede più sfumature e maggior delicatezza nella recitazione. Pare che le due attrici si odiassero anche fuori dal set, ed è per questo motivo che Aldrich, nel successivo "Piano... piano, dolce Carlotta", fu costretto a sostituire la Crawford con Olivia de Havilland.

22 dicembre 2006

Scusi, dov'è il west? (R. Aldrich, 1979)

Scusi, dov'è il west? (The Frisco Kid)
di Robert Aldrich – USA 1979
con Gene Wilder, Harrison Ford
**

Visto in DVD.

Dico subito che non mi è sembrato il miglior Aldrich (quello di "Che fine ha fatto Baby Jane?", "Piano... piano, dolce Carlotta" o "Un bacio e una pistola", per intenderci): anche nel campo del western il regista ha fatto di meglio, per esempio con "Vera Cruz", che ho visto di recente. Però il film si lascia vedere, se non altro per la scelta curiosa del protagonista, un rabbino polacco (interpretato con vigore da Gene Wilder) che deve raggiungere la propria comunità a San Francisco, attraversando l'intera America. Lungo la strada incontrerà banditi e indiani (con cui si troverà in sintonia) e farà amicizia con un rapinatore di banche, un giovanissimo Harrison Ford, che lo aiuterà a giungere a destinazione. Il difetto principale del film, a mio parere, è quello di non spingersi con decisione né verso la commedia (a parte pochissime gag, non particolarmente memorabili) né verso il realismo (manca l'epicità del viaggio alla scoperta del west), né tantomeno calcare sulla "surrealità" della situazione. Procede invece per cliché e situazioni già viste, puntando quasi tutte le sue carte sul tema dell'amicizia e dell'integrità morale del rabbino e terminando con il più scontato dei temi western, il duello nella strada principale della città.

8 novembre 2006

Vera Cruz (Robert Aldrich, 1954)

Vera Cruz (id.)
di Robert Aldrich – USA 1954
con Gary Cooper, Burt Lancaster
***

Visto in DVD.

Un bel western di ambientazione messicana, dal ritmo serrato e con numerosi capovolgimenti narrativi. Cooper e Lancaster sono due dei tanti avventurieri che si sono recati in Messico in cerca di fortuna approfittando della guerra civile fra le truppe dell'imperatore Massimiliano e i ribelli di Juárez. Vengono incaricati dall'imperatore in persona di scortare la carrozza di una contessa dalla capitale fino al porto di Vera Cruz, dove dovrà imbarcarsi per l'Europa. Ma la carrozza contiene in realtà un carico d'oro che fa gola tanto ai due americani quanto ai ribelli e persino alla stessa nobildonna: le alleanze si stringono e si sciogliono in un susseguirsi di colpi di scena, con tutti che, prima o poi, progettano di tradire tutti. I due protagonisti, amici-rivali ed esperti tiratori, non potrebbero essere più diversi fra loro. Cooper, ex colonnello sudista, è un gentiluomo tutto d'un pezzo e dai modi cortesi. Lancaster, invece, una "simpatica canaglia" che guida col pugno di ferro un gruppo di desperados poco raccomandabili, fra i quali c'è anche Ernest Borgnine. Il primo ("l'eroe") è sempre serio e veste di chiaro; il secondo ("l'anti-eroe") è perennemente sorridente e veste di nero. Suggestivi alcuni scenari, come il palazzo dell'imperatore o il passaggio della carovana all'ombra delle piramidi azteche. Memorabile anche l'assalto finale alla fortezza imperiale da parte dei ribelli. Per certi versi sembra anticipare alcuni temi, personaggi e ambientazioni degli spaghetti western.