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20 marzo 2010

Death and transfiguration (T. Davies, 1983)

Death and Transfiguration
di Terence Davies – Gran Bretagna 1983
con Wilfrid Brambell, Terry O'Sullivan
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il terzo film della trilogia autobiografica di Davies mostra il suo alter ego ormai anziano, malato e ricoverato in un ospedale in attesa della morte. Come a sottolineare i temi dello scorrere del tempo e soprattutto del ricordo, le immagini della vecchiaia vengono alternate con quelle della sua infanzia, quando Robert frequentava da bambino una scuola cattolica (e il parallelo fra l'istituto e l'ospedale è evidente), e quelle dell'età adulta, con il protagonista messo di fronte alla morte della madre (il film si apre proprio con le immagini del funerale della donna, che scorrono sulle note di "It all depends on you", cantata da Doris Day). Il continuo passaggio fra le sofferenze del presente e i ricordi del passato è accompagnato da preghiere, rituali, canti di bambini e la continua presenza di donne più o meno amorevoli (la madre, le suore nella scuola, le infermiere nell'ospedale). Anche se rispetto ai film precedenti questa volta Davies si trova a rappresentare sullo schermo un momento che non ha ancora vissuto (la propria morte), e che dunque può soltanto immaginare, l'intensità emotiva e il rigore formale non mancano e si esplicano nell'interlacciamento fra i momenti che corrispondono alle tre età dell'uomo e nel lungo, disperato rantolo finale che conclude un'intera esistenza.

Madonna and child (T. Davies, 1980)

Madonna and Child
di Terence Davies – Gran Bretagna 1980
con Terry O'Sullivan, Sheila Raynor
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Come a collegarsi direttamente con il precedente, il secondo cortometraggio della trilogia di Davies si apre con un canto religioso di bambini sulle immagini del porto di Liverpool. Robert Tucker lavora adesso come impiegato in un piccolo ufficio, un'occupazione monotona e noiosa, e abita con l'anziana madre che accudisce amorevolmente. Tutti i giorni prende silenziosamente il traghetto per recarsi al lavoro: nel suo tempo libero, però, vaga alla ricerca di incontri gay clandestini e soprattutto sperimenta tutta la contraddizione della sua natura omossessuale con una pratica religiosa claustrofobica e coercitiva, come dimostra la scena chiave del film, quella della confessione durante la quale Robert elenca minuziosamente tutti i peccati commessi ma non ha il coraggio di menzionare le sue pulsioni omosessuali, delle quali comunque si sente colpevole: il sogno finale, dove si vede adagiato in una bara in chiesa, è inequivocabile. Ancora con uno stile semidocumentaristico, che fa ampio uso di long take e lenti movimenti di macchina, Davies riesce a trasmettere in maniera efficace i turbamenti di un personaggio solitario, introverso e prigioniero in un'atmosfera opprimente (la scelta del bianco e nero, a questo proposito, è perfetta), fra sensi di colpa, sogni impossibili (le fantasie sul tatuatore) e inquietudini esistenziali.

Children (Terence Davies, 1976)

Children
di Terence Davies – Gran Bretagna 1976
con Phillip Mawdsley, Robin Hooper
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Realizzato a soli 21 anni, con un budget ridottissimo e grazie al sostegno del British Film Institute, "Children" è il cortometraggio d'esordio del filmmaker indipendente Terence Davies: con i successivi "Madonna and child" e "Death and transfiguration" forma una specie di trilogia autobiografica, incentrata sui temi del tempo e sulla memoria, che anticipa in qualche modo il suo film più noto, "Voci lontane, sempre presenti". Qui vediamo alcuni momenti dell'infanzia del protagonista Robert Tucker, alter ego di Davies, alle prese con la rigida educazione scolastica e soprattutto con la morte del padre, un genitore violento verso il quale il ragazzo prova sentimenti contrastanti di amore e odio. Il disagio fisico (le punizioni degli insegnanti, i soprusi e i maltrattamenti da parte dei ragazzi più grandi, la scoperta del proprio corpo – con la vista medica – e di quello altrui – con la bella scena della doccia in piscina, dove osserva un ragazzo adulto e particolarmente attraente) va di pari passo con quello emotivo (il rapporto con la madre e soprattutto con il padre, il turbamento nel vederlo malato e poi morto). Girato con grande rigore formale, in un morbido bianco e nero dove predominano i toni di grigio, e ambientato in spazi freddi e inospitali in cui i personaggi si aggirano sperduti e irrequieti, il film mostra tutto il malessere dell'esistenza attraverso gli occhi di un bambino. In alcune scene, comunque, il personaggio compare anche da adulto, in preda alla depressione e al disagio di scoprirsi gay in un ambiente proletario ed estremamente religioso come la Liverpool dei primi anni sessanta.