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26 marzo 2021

Squadra omicidi, sparate a vista! (D. Siegel, 1968)

Squadra omicidi, sparate a vista! (Madigan)
di Don Siegel – USA 1968
con Richard Widmark, Henry Fonda
**

Visto in TV (Now Tv).

Le storie di alcuni agenti di un distretto investigativo di New York si intrecciano nell'arco di tre giorni (dal venerdì alla domenica). I detective Madigan (Richard Widmark) e Bonaro (Harry Guardino) si lasciano sfuggire un sospetto accusato di omicidio (Steve Ihnat), che sottrae loro anche le pistole, e si danno da fare per rintracciarlo. Il capo della polizia Tony Russell (Henry Fonda) è amareggiato perché un'intercettazione telefonica mette in dubbio l'onestà del suo braccio destro e amico di sempre (James Whitmore). Il caso di un giovane di colore incriminato ingiustamente, figlio di un medico (Raymond St. Jacques), getta un'ombra di razzismo sugli uomini del distretto. In più, la sceneggiatura (di Abraham Polonsky e Howard Rodman, tratta da un romanzo di Richard Dougherty) segue i vari agenti non solo durante il lavoro ma anche nella vita privata (più o meno virtuosa), mostrandone gli amori, le amicizie, le difficoltà coniugali, i rapporti con il sottobosco criminale e i vari informatori, la costante tensione fra lo stare dalla parte giusta e il piegare le regole quando conviene. Buona l'idea (che darà vita anche a una breve serie televisiva nel 1972, sempre con Widmark) e apprezzabile il tentativo di uscire dai cliché dei generi polizieschi e noir, ma le troppe divagazioni fanno calare a tratti l'interesse di uno spettatore che, "catturato" all'inizio con la sequenza della fuga del criminale, avrebbe forse preferito che il film si concentrasse solo su quello. Nel cast anche Inger Stevens (la moglie di Madigan), Susan Clark, Don Stroud. Pare che sul set il produttore Frank Rosenberg si scontrò a più riprese con il regista Don Siegel.

4 giugno 2020

Il mio nome è Nessuno (T. Valerii, 1973)

Il mio nome è Nessuno
di Tonino Valerii – Italia/Fra/Ger 1973
con Terence Hill, Henry Fonda
**

Rivisto in TV.

Alla fine dell'Ottocento, l'ormai anziano e stanco giustiziere Jack Beauregard (Henry Fonda) è pronto a partire per l'Europa e abbandonare così per sempre il vecchio West. Ma il giovane e scanzonato Nessuno (Terence Hill), che si professa suo grande ammiratore, lo spingerà suo malgrado a un'ultima leggendaria impresa: affrontare, solo contro 150 uomini, il temibile "Mucchio selvaggio". Da un'idea di Sergio Leone, che diresse anche alcune sequenze, una strana pellicola che sembra voler mettere a confronto due idee diverse di western: quello classico, impersonato da Fonda (che, dopo la parentesi da cattivo in "C'era una volta il west", torna a incarnare l'eroe tutto d'un pezzo con cui si è sempre identificato), e quello comico e "all'italiana", rappresentato da un Terence Hill reduce dai successi di "Trinità". La frizione è evidente, tanto che i due personaggi (e le sequenze che li vedono protagonisti) sembrano davvero appartenere a due generi diversi. Forse proprio per la recente popolarità di Hill, però, l'insieme è sbilanciato verso il comico, con lunghe sequenze-barzelletta (come la sfida nel saloon, con tanto di duello a schiaffi come quello di "Trinità") in mezzo alle quali il pur bravo Fonda si trova come un pesce fuor d'acqua, miope e malinconico, in balìa delle manovre del compagno e senza un'idea ben precisa di come reagire alla sua ironia decostruttiva, dissacratoria e burlesca. Abituato a un mondo più violento e concreto, Beauregard viene proiettato dall'enigmatico Nessuno (il cui nome è fonte di numerose battute) in uno invece irrealistico e favolistico, dove nulla si prende sul serio e dove i cattivi non sono mai veramente minacciosi. Manca dunque la tensione o l'epicità dei lavori di Sergio Leone, se non a brevi tratti (per esempio nelle scene in cui la musica di Morricone, che ingloba anche la "Cavalcata delle Valchirie", accompagna le apparizioni del Mucchio selvaggio, posse di banditi senza volto che formano un'unica presenza collettiva). Fra i comprimari si riconosce Mario Brega (uno dei tre balordi che danno la caccia a Beauregard). Bud Spencer non è presente, ma è evocato dal pupazzo girevole che Terence Hill sfrutta per affrontare un avversario. Leone, che sostituì Valerii sul set per un giorno, avrebbe diretto parte della scena del saloon, quella della fiera e quella dell'orinatoio.

10 febbraio 2019

Sono innocente (Fritz Lang, 1937)

Sono innocente (You only live once)
di Fritz Lang – USA 1937
con Henry Fonda, Sylvia Sidney
**1/2

Rivisto in DVD.

L'ex galeotto Eddie Taylor (Henry Fonda) vorrebbe rifarsi una vita onesta insieme a Joan (Sylvia Sidney), segretaria di un celebre avvocato. Ma viene accusato di una sanguinosa rapina in banca, arrestato e condannato alla sedia elettrica. La sua innocenza verrà a galla troppo tardi, proprio mentre l'uomo, in procinto di essere giustiziato, evade uccidendo il prete della prigione. In fuga insieme alla moglie incinta, i due saranno braccati dalla legge... Il secondo film americano di Lang (dopo "Furia") è un proto-noir ispirato alle vicende (allora recenti) di Bonnie & Clyde, che insiste sul tema dell'uomo perseguitato dal destino, dai pregiudizi e dalla legge, quasi costretto a diventare un bandito (e accusato anche di colpe non sue). Forse è meno efficace del film precedente, ma restano comunque notevoli le scene nella prigione, con l'ombra delle barre della cella proiettate verso l'esterno, e alta la tensione durante tutta la sequenza della fuga. Rispetto al girato originale, la produzione tagliò una quindicina di minuti perché giudicati troppo violenti (in particolare nella scena della rapina alla banca). Forse anche per questo motivo, alcuni punti della trama rimangono irrisolti (chi aiuta Eddie ad evadere, e perché?). La versione italiana edulcora ulteriormente i dialoghi (per esempio dice che il prete è stato solo ferito da Eddie durante la fuga, anziché ucciso). Barton MacLane è l'avvocato, Jean Dixon la sorella di Joan, William Gargan il prete. Durante le riprese, Lang si fece la fama di regista "difficile" da trattare, il che compromise in parte il resto della sua carriera hollywoodiana. La Sidney, che aveva recitato anche in "Furia", tornerà nel terzo film americano del regista tedesco, "You and me".

5 novembre 2017

Uomini e cobra (J. L. Mankiewicz, 1970)

Uomini e cobra (There was a crooked man...)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1970
con Kirk Douglas, Henry Fonda
***

Visto in TV.

Autore di un colpo che gli ha fruttato mezzo milione di dollari, il rapinatore Paris Pitman Jr. (Kirk Douglas) viene arrestato e rinchiuso in una prigione nel deserto dell'Arizona: non prima, però, di aver nascosto il bottino in un anfratto pieno di serpenti velenosi, di cui è l'unico a conoscere l'ubicazione. In carcere, Paris non perde tempo a escogitare un modo di evadere. E grazie al suo carisma, coinvolge nel piano i suoi compagni di cella, anche se deve vedersela con l'occhio vigile dello sceriffo Woodward W. Lopeman (Henry Fonda), inflessibile tutore della legge, che si è fatto nominare direttore della prigione anche nella speranza di migliorare le condizioni di vita dei detenuti... L'unico western mai girato da Mankiewicz, su una sceneggiatura di David Newman e Robert Benton (reduci dal successo di "Gangster story"), è naturalmente un western atipico, cinico e divertente, ambientato quasi tutto in una prigione a cielo aperto, della quale mostra le dinamiche e i rapporti fra i prigionieri, le guardie e la direzione (prima quella inflessibile e corrotta del primo direttore, poi quella "illuminata", più rilassata e dialogante di Lopeman). Al centro di tutto questo domina l'ambigua figura del protagonista, memorabile anche visivamente con i capelli rossi e gli occhialini rotondi: carismatico, pieno di iniziativa, leader naturale, ma in realtà un "serpente" pronto a tradire e a ingannare chiunque pur di raggiungere i propri obiettivi. Lo vediamo sin dalla scena iniziale, quella della rapina, in cui non esita a sacrificare i propri compagni per tenersi il bottino tutto per sé, e poi naturalmente nel resto del film, dove piega ai propri piani ogni altro valore (l'amicizia, la solidarietà, la redenzione). I serpenti a sonagli che affollano la grotta dove ha nascosto il denaro (e che il titolo italiano, pur trasformandoli in cobra, mette in primo piano) ne sono un'ovvia metafora (e faranno giustizia poetica). A lui si contrappone un personaggio altrettanto complesso come lo sceriffo, intransigente quando si parla di sesso o di alcol, ma sinceramente disposto a dare una seconda possibilità anche ai più gaglioffi (e la cosa rischia di costargli più volte la pelle). In mezzo, tanti personaggi come in ogni prison movie che si rispetti (a tratti la pellicola ricorda "La grande fuga"): il giovane Coy Cavendish (Michael Blodgett), testa calda finito in carcere per un incidente; la coppia formata dal truffatore Cyrus (John Randolph) e dal pittore Whinner (Hume Cronyn), verso i quali gli impliciti sottotesti gay si sprecano; il violento ladruncolo Floyd (Warren Oates); il gigantesco cinese Ah-Ping (C.K. Yang); e l'anziano rapinatore di treni Missouri Kid (Burgess Meredith), veterano della prigione, che sopravvive "sognando" una fattoria e che gli intrighi di Paris finiranno per corrompere (come tutto e come tutti). Mankiewicz gestisce il cast corale con mano ferma e ottimo ritmo, senza rinunciare a un acido sense of humour: la pellicola, grazie anche alla colonna sonora di Charles Strouse, è spigliata e ha a tratti un tono sbarazzino e leggero, sin dai titoli di testa con illustrazioni in stile fiabesco (il titolo originale è l'incipit di una celebre filastrocca per bambini).

9 aprile 2014

A prova di errore (Sidney Lumet, 1964)

A prova di errore (Fail-safe)
di Sidney Lumet – USA 1964
con Henry Fonda, Dan O'Herlihy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

In piena Guerra Fredda, il sistema automatizzato che gestisce la difesa degli Stati Uniti e le procedure per una rappresaglia in caso di attacco termonucleare da parte dei russi sembra davvero essere "a prova di errore". Eppure, qualcosa va storto: e uno stormo di sei bombardieri americani di stanza in Alaska, dotati ciascuno di due testate atomiche, riceve l'ordine irrevocabile di andare a bombardare Mosca. Dopo frenetiche consultazioni fra politici, scienziati e militari, il presidente degli Stati Uniti (Henry Fonda) telefona al suo omologo sovietico, offrendosi di aiutare i russi ad abbattere gli aerei americani. Ma quando uno dei bombardieri riuscirà ad eludere ogni difesa e raggiungere Mosca, al presidente non resterà che compiere un ultimo e terribile sacrificio pur di dimostrare la propria buona fede ed evitare lo scoppio della guerra. Thriller di fantapolitica tratto da un romanzo di Eugene Burdick ed Harvey Wheeler e uscito nello stesso anno de "Il dottor Stranamore" di Stanley Kubrick, ne propone praticamente la stessa storia (c'è persino un accenno a un ordigno "fine di mondo", in grado di contrattaccare anche dopo un'eventuale sconfitta) e ne affronta gli stessi temi, sia pure trattandoli in chiave drammatica e realistica anziché satirica e grottesca, al punto che ci furono cause incrociate: Peter George, autore del romanzo "Red Alert" da cui era stato tratto "Il dottor Stranamore", accusò Burdick e Wheeler di averlo plagiato, mentre Kubrick riuscì a convincere i produttori a ritardare l'uscita del film di Lumet, inizialmente prevista prima del suo (entrambe le pellicole erano curiosamente state messe in cantiere dalla Columbia Pictures). Eclissato, sia al momento della sua uscita che nel corso degli anni successivi, dalla fama del film di Kubrick, "A prova di errore" merita invece un convinto recupero, tanto come documento della tensione e della paranoia di quegli anni, di poco successivi alla crisi dei missili cubani (la descrizione dell'evolversi di una crisi nucleare lascia con il fiato sospeso), quanto per le sue qualità cinematografiche: merito del taglio teatrale della messinscena, della regia lucida di Lumet, delle scenografie asettiche, della recitazione intensa, e soprattutto della contrastata fotografia in bianco e nero di Gerald Hirschfeld, che si esalta nelle inquadrature claustrofobiche e nei primi piani ravvicinatissimi dei volti dei personaggi. Perdonabili alcune inaccuratezze dal punto di vista tecnico e militare, visto che il film venne girato con un budget assai limitato e senza alcuna assistenza da parte del dipartimento della difesa o dell'aviazione statunitense, che rifiutarono di collaborare per il timore di possibili ricadute negative.

La sceneggiatura di Walter Bernstein (sulla lista nera di McCarthy negli anni cinquanta per le sue simpatie di sinistra), che intende mostrare tutta la follia di una possibile guerra termonucleare, non mette a confronto le differenti ideologie fra russi e americani ma, anzi, le comuni paure, il desiderio di "fidarsi" e di fare di tutto pur di evitare una guerra. Eppure, e questo è il messaggio del film, la fiducia e il buon senso degli uomini potrebbero non bastare quando ci si affida troppo alle macchine e a un'organizzazione dove basta un piccolo errore (voluto o meno) per mettere in moto un meccanismo irrevocabile e fuori controllo. Quasi tutta l'azione si svolge in interni e in soli tre ambienti (il bunker sotterraneo della Casa Bianca, la sala conferenze del Pentagono e il quartier generale del comando strategico dell'aviazione militare), dai quali i personaggi si parlano attraverso telefoni e interfoni, e sui cui grandi schermi osservano (sembra un videogioco!) la posizione dei bombardieri e dei caccia su una mappa. I russi, al contrario, non si vedono mai sullo schermo, anche se si odono al telefono le voci del premier, di un ambasciatore e di alcuni generali. Fonda aveva recitato per Lumet già nel suo film d'esordio, "La parola ai giurati". Walter Matthau è lo scienziato (civile) guerrafondaio, Larry Hagman (il futuro J.R. di "Dallas") è il giovane interprete del presidente, mentre un quasi esordiente Dom DeLuise ha una piccola parte nei panni del sergente che viene costretto a rivelare ai russi le informazioni necessarie ad abbattere gli aerei americani. Completano il cast Dan O'Herlihy (il generale che apre e chiude la pellicola con il suo sogno "metaforico" sul matador), Frank Overton, Ed Binns e un eccellente Fritz Weaver alla sua prima apparizione sullo schermo nei panni di Cascio, il colonnello che a un certo punto rifiuta di obbedire agli ordini. Autoironica, e non certo rassicurante, la dicitura nei titoli di coda, con cui il ministero della difesa e l'aviazione degli Stati Uniti assicurano che un "rigido sistema di sicurezza e di controlli impedirebbe il verificarsi di eventi come quelli descritti nel film". Nella realtà, comunque, un ordine di attacco non sarebbe mai stato eseguito se non confermato a voce. Nel 2000 Stephen Frears ne ha fatto un remake per la televisione, trasmesso in diretta e sempre in bianco e nero, con George Clooney, Richard Dreyfuss e Harvey Keitel.

28 febbraio 2013

La parola ai giurati (Sidney Lumet, 1957)

La parola ai giurati (12 angry men)
di Sidney Lumet – USA 1957
con Henry Fonda, Lee J. Cobb
****

Visto in TV, con Sabrina.

In un’afosa giornata estiva, al termine di un dibattimento, una giuria popolare si ritira in una piccola aula privata del tribunale di New York per deliberare su un caso di parricidio. Gli indizi e le testimonianze sembrerebbero non lasciare dubbi, e infatti undici dei dodici giurati sono subito pronti, senza alcuna esitazione, a dichiarare colpevole il diciottenne dei bassifondi che è accusato di aver pugnalato il padre che lo maltrattava. Ma uno dei giurati vota invece per l’assoluzione: non perché sia convinto al cento per cento che il ragazzo sia innocente, ma perché ritiene che sussista ancora un “ragionevole dubbio” (di fronte al quale è impossibile emettere un verdetto di colpevolezza) e soprattutto perché, essendoci una vita in gioco (l’imputato, se giudicato colpevole, andrebbe sulla sedia elettrica), pensa che sia giusto discuterne almeno un po’ prima di prendere una decisione frettolosa. Poiché in un caso del genere è necessaria l’unanimità, gli altri undici giurati cercano di convincere il loro compagno delle proprie ragioni: ma durante la discussione, inaspettatamente, sono invece loro che, uno a uno, finiscono col rendersi conto della superficialità, dei pregiudizi o delle ambiguità che potrebbero aver offuscato le proprie conclusioni. A parte le brevi sequenze iniziali e finali, il film si svolge tutto in una stanza, e può dunque essere iscritto a quel particolare genere di “cinema da camera” (che rispetta le unità di luogo, azione e tempo) cui appartengono pellicole come “Nodo alla gola” di Hitchcock o “Carnage” di Polanski. Oltre che una perfetta descrizione delle dinamiche del dibattito, della psicologia sociale e dei meccanismi di “costruzione del consenso” all’interno di un gruppo di persone di età, cultura e origine differente, è anche un caposaldo del cinema giudiziario, sebbene non mostri il processo in sé ma solo la discussione della giuria popolare (che negli Stati Uniti è formata da cittadini comuni, estratti a sorte): la vicenda viene ricostruita pezzo a pezzo, a beneficio dello spettatore, proprio attraverso i commenti dei giurati, che – fra liti, conflitti e ragionamenti vari – fanno emergere pian piano nuovi particolari. Memorabile la caratterizzazione dei dodici personaggi (nessuno dei quali identificato da un nome, a parte quelli interpretati da Fonda e da Sweeney che si scambiano le presentazioni nel finale, ma solo da un numero): si va dal bigotto razzista e pieno di pregiudizi (Ed Begley) al rappresentante che spera solo di concludere la discussione in fretta perché ha in tasca un biglietto per una partita di baseball (Jack Warden), dall’immigrato dell’Europa dell’Est che nutre un’appassionata fiducia nel sistema giudiziario americano (George Voskovec) all’agente pubblicitario che si lascia influenzare continuamente dalle opinioni altrui (Robert Webber), dal presidente della giuria, allenatore di una squadra di football liceale, che cerca a fatica di gestire con equilibrio la discussione (Martin Balsam), al timido impiegato di banca che inizialmente è messo in soggezione dagli altri ma trova poi il coraggio delle proprie idee (John Fiedler), dal freddo e analitico agente di borsa che cerca di considerare i fatti con razionalità (E. G. Marshall), al “tifoso del Baltimora” che proviene a sua volta dai bassifondi e dunque empatizza con il ragazzo (Jack Klugman), dall’imbianchino paziente e rispettoso (Edward Binns) all’anziano saggio e riflessivo (Joseph Sweeney), per finire con le due figure principali, l’antagonista e il protagonista del film: l’esagitato uomo d’affari che – come si scoprirà alla fine – intende condannare il ragazzo per “punire” in qualche modo il suo stesso figlio, fuggito da casa e con il quale aveva un rapporto difficile (Lee J. Cobb), e il coscienzioso architetto (Henry Fonda) che è il primo a nutrire qualche dubbio su come i fatti sono stati ricostruiti e portati in tribunale. Da notare che il film si conclude senza rivelare se il ragazzo imputato sia effettivamente innocente: anzi, probabilmente è colpevole, solo che gli indizi contro di lui non permettono di affermarlo “oltre ogni ragionevole dubbio”, appunto. Tratto da una magistrale sceneggiatura di Reginald Rose, inizialmente pensata per un adattamento televisivo, il film segna il debutto alla regia cinematografica di Sidney Lumet, autore in seguito di altri capolavori (come “Quel pomeriggio di un giorno da cani”). Verrà rifatto quarant'anni dopo, nel 1997, da William Friedkin, con Jack Lemmon e George C. Scott nelle due parti principali.

30 marzo 2012

C'era una volta il west (S. Leone, 1968)

C'era una volta il west
di Sergio Leone – Italia/USA 1968
con Claudia Cardinale, Charles Bronson
****

Rivisto in DVD, con Ilaria, Eleonora, Marco, Ginevra, Daniele.

L'ex prostituta Jill (Claudia Cardinale) giunge a Flagstone, cittadina di frontiera, solo per scoprire che Brett McBain, l'allevatore che aveva sposato in segreto e con cui sperava di rifarsi una vita, è stato ucciso insieme alla sua intera famiglia da una misteriosa banda di pistoleri. I sospetti cadono sul fuorilegge Cheyenne (Jason Robards), ma il vero colpevole del massacro è lo spietato Frank (Henry Fonda), che con i suoi uomini è al servizio del magnate delle ferrovie Morton, pronto a tutto pur di aprire il passaggio alla via ferrata che sta costruendo per raggiungere l'Oceano Pacifico. La donna sarà vendicata dal misterioso "Armonica" (Charles Bronson), un uomo che con Frank ha un conto da lungo tempo in sospeso... Con questo epico, violento e struggente affresco sulla fine di un'era (come già lascia intendere il titolo "fiabesco", che verrà omaggiato o parodiato in seguito da innumerevoli altre pellicole), Sergio Leone firma non soltanto il suo capolavoro ma uno dei più bei film della storia del cinema (personalmente è il mio film preferito!), una sorta di elegia del western. Insieme al quasi contemporaneo "Il mucchio selvaggio" di Sam Peckinpah, la pellicola segna un punto d'arrivo definitivo per un genere cinematografico che da qui in poi non potrà far altro che guardarsi alle spalle. In un certo senso già i lungometraggi precedenti di Leone ne avevano decretato la trasformazione in un'icona stilizzata: con il nuovo film (che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto essere il primo di una trilogia sulla "seconda frontiera americana, la fine dell'epoca della conquista e l'inizio dell'età industriale") si canta un inno funebre di quel “mito” che per decenni aveva intrattenuto e divertito, anche in maniera piuttosto ingenua, spettatori e lettori di ogni età. Con la scomparsa del selvaggio west comincia una nuova era, non più dominata da uomini tutti d'un pezzo (e poco importa se si tratta di buoni o di cattivi, di eroi o di banditi: tutti ballano la loro "danza della morte", per citare il titolo che è stato dato al film in altri paesi europei – in Germania, per esempio, è noto come "Spiel mir das Lied vom Tod") ma dal capitalismo e dal progresso, simboleggiato qui dalla ferrovia che congiunge i due oceani, unificando la nazione e spazzando via definitivamente il concetto stesso di frontiera.

Il progetto era nato già durante la lavorazione del precedente "Il buono, il brutto, il cattivo", quando la United Artists – la casa di produzione cui Leone aveva chiesto il via libera per girare un film sui gangster, ovvero quello che sarebbe diventato "C'era una volta in America" – gli aveva imposto di realizzare prima un nuovo western. Alla UA subentrò poi la Paramount, che concesse al regista maggior libertà creativa (per esempio nella scelta degli attori) ma che si "vendicò" in seguito facendo uscire il film negli Stati Uniti in versione mutilata (tagliando diversi minuti rispetto ai 165 della versione italiana) e rimontata, rendendolo irriconoscibile e decretando di fatto il suo fallimento al box office. In Italia e in Europa, invece, fu un successo e recuperò abbondantemente le spese di realizzazione. Amato e riverito da registi come John Carpenter e Martin Scorsese, il film è ricco di riferimenti più o meno espliciti alle pellicole più classiche del genere e alla mitologia del vecchio west. Se per la sceneggiatura Leone aveva chiesto aiuto all'amico Sergio Donati (già collaboratore non accreditato nei due film precedenti), nello stendere il soggetto si fa affiancare da due nomi allora poco noti ma destinati a diventare autentici "mostri sacri" del cinema italiano: Bernardo Bertolucci e Dario Argento. Sin dalla prima scena la regia di Leone mette in chiaro che non si tratta certo di un film d’azione: il ritmo è lento, in modo persino estenuante, mentre i tempi prolungati (che poi esplodono in episodi di violenza improvvisa), i primissimi piani sui volti degli attori e le enfatiche inquadrature sui dettagli calano lo spettatore in una dimensione di costante attesa e rafforzano la sensazione di star assistendo a uno spettacolo universale ed epico. Il regista stesso avrebbe dichiarato: “Il ritmo del film è stato pensato per creare la sensazione degli ultimi respiri che una persona fa prima di morire”. Anche se girato in massima parte, come al solito, nella regione dell’Almería in Spagna, alcune sequenze fanno uso dei celebri scenari della Monument Valley nello Utah, resi celebri dai film di John Ford e ritratti magistralmente in widescreen dalla fotografia di Tonino Delli Colli (stupenda, per esempio, l’ampia e luminosa inquadratura con zoom all’indietro nel flashback che rivela il passato di Frank e Armonica, in cui si può intravedere – dietro l’arco in pietra – persino un tornado che spazza il deserto, catturato dall’operatore per puro caso).

Tutto il film è strutturato come una successione di lunghe scene madri, quasi dei quadri a sé stanti, ciascuna delle quali può anche essere apprezzata singolarmente (passando così sopra a occasionali passaggi a vuoto nei raccordi, forse dovuti a sequenze eliminate al montaggio: per esempio, a un certo punto vediamo Cheyenne partire in treno, scortato dallo sceriffo e seguito dai suoi uomini, e lo ritroviamo più tardi dopo lo scontro a fuoco con Morton, senza che ci venga detto come e perché sia arrivato fin lì). Il realismo dell’ambientazione e la cura nelle scenografie si rispecchiano nelle elaborate coreografie (lo “spazio” occupato dagli attori nelle singole inquadrature è sempre studiato in maniera magistrale). Spesso i movimenti di camera portano a "rivelare" gradualmente – oppure all'improvviso – elementi cruciali, sorprendendo o catturando lo spettatore: ottimi esempi si hanno nella scena dell’arrivo di Jill a Flagstone, quando la macchina da presa scavalca il tetto della stazione per mostrare a tutto schermo, al crescere della musica, la polverosa e brulicante cittadina (si tratta forse della singola scena che amo di più in tutto il cinema di Leone); o all’inizio del duello finale, quando vediamo Frank (vestito di nero) camminare sullo sfondo, e Armonica (vestito di bianco) irrompere all’improvviso in primissimo piano, annunciato dal tema musicale. A proposito: assolutamente fondamentale, persino più che negli altri film del regista, la colonna sonora di Ennio Morricone, costruita attorno a una serie di temi ben distinti e associati ciascuno a un singolo personaggio, di cui anticipano spesso l'ingresso in scena. Curiosamente, mentre Jill, Cheyenne e Morton hanno ciascuno il proprio tema personale (particolarmente trascinante e struggente quello di Jill, impreziosito dalla voce di Edda Dell'Orso), Frank e Armonica ne condividono uno in due: indice del loro indissolubile legame e del destino comune che li condurrà di pari passo per tutto il film fino al duello conclusivo ("Sono due facce della stessa medaglia, e sarebbe stato difficile differenziarli nella musica", ha commentato Leone). Armonica, senza Frank, non è nulla: non ha un nome né un passato; e Frank, scontratosi con l'incedere inevitabile del progresso, alla fine resta senza una ragione di vivere se non quella di misurarsi con il suo misterioso avversario. Su queste basi, la sequenza del duello finale fra i due (un capolavoro di regia e di montaggio, che comprende anche un flashback chiarificatore, e nel quale la lunghissima fase di preparazione – oltre sei minuti – si esaurisce in un singolo colpo di pistola) è il vero e autentico climax della pellicola.

Rispetto ai film precedenti (quelli della "trilogia del dollaro"), il cast è completamente rivoluzionato (ritornano solo alcuni attori in parti minori). Leone avrebbe voluto i tre protagonisti de "Il buono, il brutto, il cattivo" nella scena iniziale, come in un ideale passaggio di consegne (e non c'è dubbio che vederli morire dopo dieci minuti avrebbe scioccato lo spettatore), ma se Lee van Cleef ed Eli Wallach si erano detti disponibili, Clint Eastwood rifiutò, costringendo il regista ad arruolare invece due volti noti del western dei tempi d'oro (Jack Elam e Woody Strode) e un attore che aveva già utilizzato in passato in parti minori (Al Mulock, uno dei bounty killer che davano la caccia a Tuco ne "Il buono, il brutto, il cattivo", morto tragicamente suicida – buttandosi dalla finestra del suo albergo con il costume di scena ancora indosso – durante le riprese). Degni di menzione i comprimari: Paolo Stoppa è il cocchiere, Keenan Wynn è lo sceriffo, Frank Wolff è l’irlandese Brett McBain, Lionel Stander è il barista della stazione di posta, Marco Zuanelli è il “lavandaio” Wobbles (“Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle, di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni?”). La celeberrima scena che apre il film (e che, per inciso, è un omaggio all’incipit di “Mezzogiorno di fuoco”) è difficile da dimenticare: ben dieci minuti di snervante attesa, in cui apparentemente non accade nulla mentre i tre scagnozzi di Frank aspettano con pazienza l’arrivo del treno su cui viaggia Armonica. In assenza di parole e di musica, il sonoro si affida con estrema efficacia a una serie di rumori ambientali (le pale cigolanti di un mulino, il battito di una goccia d’acqua, lo scrocchiare delle nocche di un uomo, il ronzio di una mosca). Leone ricorda: "Quando il film era al mixaggio, mi accorsi che i primi due rulli non funzionavano come volevo con l'accompagnamento della musica di Morricone. Così tolsi la musica e lasciai soltanto i rumori: la banderuola, il vento, le cicale, il treno, lo scricchiolio del legno, lo sbattere d'ali degli uccelli. Ennio, quando vide il film concluso, non sapeva di questa mia scelta. Alla fine dei due rulli mi si avvicinò e mi disse: ‘Ma lo sai che è la più bella musica che ho composto?’. Anni dopo, un assistente di George Lucas è venuto a chiederci i rumori di quei primi due rulli. Quando gli è stato risposto che quei rumori non venivano conservati, ci ha guardati come fossimo abitanti di un altro pianeta."

Se proprio Leone aveva inaugurato la consuetudine del western all'italiana di eleggere a protagonisti i character più improbabili, quelli che nei film classici del genere sarebbero rimasti dei comprimari, qui invece sembra tornare alla tradizione: i cinque personaggi principali sono quasi degli stereotipi (il vendicatore solitario, il bandito romantico, il killer glaciale, la prostituta dal cuore d'oro, l'affarista corrotto), il cui utilizzo come pedine sulla scacchiera del film era necessario se si voleva mettere in scena il canto del cigno del vecchio west. Analizziamoli uno per uno.

Frank. "Dio mio, ma quello è Henry Fonda!": questo era il grido di sorpresa che Leone voleva udire dagli spettatori nel momento in cui l'attore – l'eroe per eccellenza del western classico – uccide a sangue freddo un bambino, rivelandosi come un assassino spietato. Nello scegliere Fonda per il ruolo del cattivo (contro il parere dei produttori), Leone compie un passo fondamentale nel suo percorso di "rottura", rendendo un ulteriore omaggio al cinema classico ed esplicitando contemporaneamente la sua volontà di seppellirlo. Che il protagonista di tanti film di John Ford, dove incarnava i valori più nobili della giustizia e dell'eroismo, si riveli un farabutto senza scrupoli fece sicuramente scalpore in un'epoca in cui difficilmente le star "uscivano" dai personaggi che si erano cuciti addosso. Fonda, inizialmente titubante, accettò il ruolo solo dopo aver parlato con il suo amico Eli Wallach, che gli consigliò di non perdere l’occasione. Avrebbe voluto recitare con lenti a contatto scure, ma Leone insistette perché apparisse sullo schermo con i suoi occhi azzurri, perfetti per mostrare la natura “glaciale” dell’assassino.

Armonica. È il personaggio di cui si sa meno, e che meno ha bisogno di una caratterizzazione o di una personalità. Solo nel finale, grazie a uno dei più memorabili flashback della storia del cinema (anticipato a lungo dalla ricorrente e spettrale immagine di una figura sfocata all’orizzonte che cammina verso la macchina da presa), scopriremo qualcosa del suo passato e il motivo per il quale cerca vendetta nei confronti di Frank. Cheyenne lo descrive così: “La gente come lui ha dentro qualcosa, qualcosa che sa di morte” (alcune letture “soprannaturali”, forse andando troppo sopra le righe, lo identificano addirittura nell'angelo della morte; di certo, almeno metaforicamente, è un fantasma venuto dal passato). Si presenta utilizzando i nomi delle varie persone che il killer ha ucciso (“Chi sei?” “Jim Cooper. Chaky Arbler.” “Ancora dei morti.” “Erano tutti vivi prima di incontrarti, Frank.”) ed è incarnato alla perfezione dalle fattezze quasi da indio di Charles Bronson. L’attore, in realtà di origine tartara e non ancora reso celebre dalla serie del “Giustiziere della notte”, era già apparso in almeno un western di successo, “I magnifici sette”, e in film bellici come “La grande fuga” e “Quella sporca dozzina”.

Jill. Una figura femminile forte rappresenta per Leone una grande novità, visto che mancava (e mancherà) negli altri suoi film. Jill, la prostituta di New Orleans che giunge nel west per farsi una nuova vita, diventa subito il centro dell’attenzione dei tre uomini (Frank, Armonica e Cheyenne) e dimostra di sapersi battere alla pari con loro: certo, non con le pistole, ma con il carattere e la forza di volontà. Alla fine della pellicola sarà lei l’unica e vera vincitrice, il simbolo dell’America che sta per nascere e di una società in cui il ruolo delle donne sarà molto diverso rispetto al passato. Una Claudia Cardinale bellissima e al culmine della carriera domina ogni scena in cui è presente, a partire dalla già citata e magnifica sequenza del suo arrivo alla stazione di Flagstone per finire con il campo largo che la mostra mentre – seguendo un suggerimento di Cheyenne – porta da bere agli operai che stanno posando i binari e costruendo per lei e per le generazioni future la nuova stazione di Sweetwater.

Cheyenne. Uno dei personaggi che meglio incarna il selvaggio west è il simpatico e romantico bandito interpretato da un Jason Robards che, tra questo film e “La ballata di Cable Hogue”, è stato protagonista di due capisaldi del western crepuscolare. Ritratto da Leone con calore, ironia e umanità, pur essendo un fuorilegge Cheyenne ha le sue regole e una sua morale, ed è forse quello che più di ogni altro avrebbe meritato di trascorrere una vita felice insieme a Jill. Ma la sua morte, nel finale, è inevitabile: anche lui, come Frank e Armonica, è “fuori posto” e deve andarsene in qualche modo per lasciare spazio al nuovo mondo che sta arrivando. Significativamente il bandito viene ucciso direttamente da Morton, ovvero l’impersonificazione del capitalismo e del progresso. Proprio il brano musicale di Cheyenne, con il suo andamento "trottante", è quello che conclude il film sui titoli di coda: un ultimo omaggio alla fine del vecchio west.

Morton. Il tema della costruzione della ferrovia è molto frequente nel cinema western, sin dai suoi albori (basti ricordare “Il cavallo d'acciaio” di John Ford): il treno rappresenta la nuova civiltà che avanza e che spazza via la frontiera selvaggia. Qui è incarnato nella figura di “Mister Ciuf-ciuf” (come lo battezza ironicamente Cheyenne), il magnate che sogna l'oceano: alle pareti della sua carrozza sono appesi paesaggi marini, nelle orecchie ode lo scrosciare delle onde, ma ironicamente muore tentando invano di raggiungere una sporca pozzanghera (l'acqua, tra l'altro, è uno dei fili conduttori del film: basti pensare al nome della fattoria di McBain: Sweetwater). Uomo d’affari abituato a superare ogni ostacolo con il denaro (a un certo punto riesce addirittura a “comprare” gli uomini di Frank, mettendoglieli contro), Morton resta impresso per la sua menomazione: non può camminare perché la tubercolosi ossea gli divora le gambe, e per questo motivo non si allontana mai dal suo vagone privato. Il progresso nasce già zoppo, e la strada d’acciaio segnata dalle rotaie è l’unica che può percorrere. Morton è interpretato da Gabriele Ferzetti, un attore con una carriera di tutto rispetto (da “L’avventura” di Antonioni a “Il portiere di notte” di Liliana Cavani).

Concludo ricordando alcune delle battute più celebri, visto che – come in tutti i film di Leone – i personaggi parlano poco ma, quando lo fanno, sfornano “perle” indimenticabili.

– C'è un cavallo per me?
– Ehi ragazzi, è vero… Ci siamo proprio dimenticati un cavallo!
– Ce ne sono due di troppo.

– Ho visto tre spolverini proprio come questi, tempo fa. Dentro c'erano tre uomini. E dentro gli uomini, tre pallottole.

– Era proprio necessaria questa strage? Ti avevo detto solo di spaventarli!
– Chi muore è molto spaventato.

– La taglia su Cheyenne è di cinquemila dollari, giusto?
– Giuda s'è accontentato di 4.970 dollari di meno.
– Non c'erano i dollari, allora.
– Già, ma i figli di puttana sì.

– A proposito, sai niente di uno che gira soffiando in un'armonica? Se lo vedi te lo ricordi. Invece di parlare, suona. E quando dovrebbe suonare, parla.

– Così tu sei quello degli appuntamenti...
– E tu sei quello che non ci va.

– Signora, mi pare che non hai capito la situazione.
– Ma certo che ho capito. Sono qui sola in mano a un bandito che ha sentito odore di soldi. Se ti piace puoi sbattermi sul tavolo e divertirti come vuoi, e poi chiamare anche i tuoi uomini. Nessuna donna è mai morta per questo. Quando avrete finito mi basterà una tinozza d'acqua bollente e sarò esattamente quella di prima, solo con un piccolo schifoso ricordo in più.

– Fra i tuoi amici la mortalità è piuttosto alta, Frank.

– Aspettavi me?
– Da molto tempo.

– Così hai scoperto che dopotutto non sei un uomo d'affari.
– Solo un uomo.
– Una razza vecchia. Verranno altri Morton e la faranno sparire.

10 ottobre 2007

Alba fatale (William A. Wellman, 1943)

Alba fatale (The Ox-bow incident)
di William A. Wellman – USA 1943
con Henry Fonda, Dana Andrews
***1/2

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Un vero capolavoro, cupo e non conciliante, che non conoscevo e che anche per questo si è rivelato una graditissima sorpresa. La trama è semplicissima: gli abitanti di una cittadina di frontiera, già sotto tensione per i ripetuti furti di bestiame, organizzano una posse per catturare e giustiziare tre stranieri accusati di aver ucciso un allevatore. Nonostante le proteste dei pochi che vorrebbero concedere loro un regolare processo, i tre vengono impiccati sul posto, solo per scoprire dopo pochi istanti che erano innocenti. Non ricordo di aver visto affrontare i temi della vendetta, della giustizia sommaria e del linciaggio in maniera così diretta e efficace come in questo "piccolo" film (dura soltanto 73 minuti), crudo, intenso e perfetto nella sua sintesi. Il mito della giustizia degli uomini ne esce a pezzi, e persino l'eroe si rivela impotente: il protagonista "buono", Henry Fonda, non può infatti far nulla per salvare Dana Andrews e compagni né si impegna particolarmente per evitare quella che è evidentemente un'ingiustizia, forse perché anche lui ha qualcosa da nascondere. Duro e realistico, oscuro e claustrofobico (fu girato tutto in interni, anche perché la Fox – che non amava il progetto – ridusse il budget al minimo), ricco di personaggi tutti ottimamente caratterizzati sia quando la loro parte nella vicenda è minima (si pensi alla ragazza un tempo amata da Fonda e a suo marito) sia quando è importante (l'ufficiale sudista e il figlio "mollaccione", il misterioso messicano interpretato da Anthony Quinn, il predicatore di colore), il film dista anni luce dall'ingenuità dei western di quegli anni e dai temi avventurosi ed eroici cui il genere aveva abituato. Fosse stato realizzato negli anni '70, quando il western aveva già preso la sua piega crepuscolare, non ci sarebbe da stupirsi: ma per una pellicola del 1943 l'impatto è davvero notevole. Memorabile, fra le altre, la scena finale in cui Fonda legge la lettera d'addio scritta da uno dei tre impiccati, con l'inquadratura che ne "impalla" lo sguardo con il cappello del suo compagno.

9 ottobre 2007

Il vendicatore di Jess il bandito (F. Lang, 1940)

Il vendicatore di Jess il bandito (The return of Frank James)
di Fritz Lang – USA 1940
con Henry Fonda, Gene Tierney
**

Rivisto in VHS.

Alla notizia dell'uccisione a tradimento di suo fratello Jesse da parte del "codardo" Bob Ford, il bandito Frank James abbandona la fattoria dove si era rifugiato sotto falso nome e riprende le armi per andare a caccia dei responsabili, non prima di aver compiuto l'ennesima rapina ai danni della compagnia ferroviaria. Sequel del popolare "Jess il bandito" di Henry King, uscito l'anno prima, il quarto film americano di Lang è anche il suo primo film a colori. Ma il western non sembra un genere nelle sue corde (anche se devo ancora vedere il suo secondo tentativo, "Rancho Notorious") e il film appare di routine, con poca atmosfera. La pellicola mantiene i toni, le ambientazioni, il tema musicale e gran parte degli attori e dei caratteristi del prototipo: fra i nuovi personaggi ci sono un giovane compagno di Frank e l'ingenua ma ostinata giornalista interpretata dalla deliziosa Gene Tierney, alla sua prima apparizione sullo schermo. Interessante, comunque, la descrizione morale del protagonista, ritratto come un fuorilegge "onesto" che lotta per la giustizia e si difende dagli intrighi delle malvagie ferrovie: inizialmente Frank ha fiducia nella legge federale, e solo quando il governatore concede la grazia ai fratelli Ford decide di prendere la vendetta nelle sue mani. Fra le scene più interessanti c'è lo spettacolo teatrale inscenato da Bob e Charlie Ford, mentre la lunga sequenza del processo finale a Frank va troppo spesso sopra le righe e piega verso la commedia.

8 ottobre 2007

Jess il bandito (H. King, 1939)

Jess il bandito (Jesse James)
di Henry King – USA 1939
con Tyrone Power, Henry Fonda
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Dopo aver visto di recente il mediocre film di Dominik con Brad Pitt, ho voluto guardarmi la classicissima pellicola che per prima, recuperando un personaggio già entrato a far parte del folklore e della cultura popolare del vecchio west, diede origine al mito cinematografico del personaggio. Costretti a mettersi contro la legge per reagire ai soprusi della compagnia ferroviaria che espropriava gli agricoltori delle loro terre, i fratelli Frank e Jesse James diventano due dei banditi più temuti degli Stati Uniti. Combattuto continuamente fra il desiderio di vendetta, l'amore per l'esistenza da fuorilegge e il sogno di una tranquilla vita familiare, Jesse viene infine ucciso a tradimento da Bob Ford, uno degli uomini della sua stessa banda. Pur non essendo un capolavoro, il film è solido e avvincente grazie alle buone interpretazioni (c'è anche Randolph Scott nei panni di uno sceriffo, mentre il "codardo" Bob Ford è interpretato da John Carradine) e all'equilibrio fra scene d'azione e quadretti di vita familiare. Non mancano alcune macchiette comiche, mentre è notevole l'uso del technicolor, specialmente nell'assalto notturno al treno. La morte di un cavallo durante le riprese (presumo nella scena in cui Jesse e Frank si lanciano dalla rupe nel fiume) portò l'American Humane Association a decidere di monitorare da allora in poi l'utilizzo degli animali durante la realizzazione dei film: da qui nacque la celebre frase "Nessun animale è stato maltrattato durante le riprese di questo film". Il buon successo di pubblico portò alla realizzazione di un seguito, l'anno successivo: "Il vendicatore di Jess il bandito", diretto da Fritz Lang (!) e incentrato sulle gesta di Frank James (Henry Fonda).

27 ottobre 2006

Il massacro di Fort Apache (John Ford, 1948)

Il massacro di Fort Apache (Fort Apache)
di John Ford – USA 1948
con John Wayne, Henry Fonda
***

Visto in DVD.

Un classico di Ford che presenta – in versione romanzata – uno degli episodi più celebri delle guerre contro gli indiani, la battaglia con gli Apache di Cochise e Geronimo. Se John Wayne interpreta un capitano di cavalleria che conosce molto bene i "selvaggi" e desidera instaurare con loro una trattativa di pace, il vero protagonista del film (pur se in negativo) è Henry Fonda nei panni del colonnello appena assegnato al forte, un uomo orgoglioso e ambizioso che disprezza gli indiani ed è convinto di poterli sconfiggere facilmente per coprirsi di gloria e farsi così assegnare a incarichi più prestigiosi. Ma non otterrà altro che la sconfitta e il massacro dei propri soldati in un finale amaro e tutt'altro che glorioso, privo del consueto "arrivano i nostri", con Cochise e i suoi guerrieri che svaniscono lentamente, vittoriosi, fra le nuvole di polvere. Comincerà una nuova era di guerra, che coinvolgerà anche i "pacifisti" come Wayne e che vedrà il colonnello ricordato come un eroe. Per una volta, anche se lo sguardo di Ford è naturalmente tutto puntato sui bianchi, la consueta divisione in buoni e cattivi è tutt'altro che marcata e c'è una discreta sensibilità verso i pellerossa. Del film mi sono piaciute le consuete caratteristiche dei western fordiani. Oltre alla maestria tecnica (e agli stupendi paesaggi della Monument Valley, corredati da altrettanto stupende nuvole che nel bianco e nero risaltano ancora di più) c'è la coralità della vicenda, che segue i numerosi personaggi durante la loro quotidiana vita al forte: il giovane tenente appena giunto dall'accademia, il suo amore con la figlia del colonnello (Shirley Temple!), i rudi sergenti cui sono affidati i momenti più comici della storia, le reclute da addestrare, il vecchio dottore, l'infido agente del governo, il tragico ex comandante del forte che morirà alla vigilia del suo trasferimento, le mogli rimaste ad attendere durante la battaglia, la cameriera messicana, ecc. ecc.). Per oltre un'ora, all'inizio, non si parla poi né di guerre né di massacri: al forte è tempo di risate, di danze e di balli, di corteggiamenti e di battibecchi, in un misto di leggerezza e dramma davvero indimenticabile. Molti personaggi e situazioni mi hanno ricordato alcuni episodi di Tex: non c'è dubbio che questo tipo di film ne abbia costituito una grande fonte di ispirazione.

2 aprile 2006

Sfida infernale (John Ford, 1946)

Sfida infernale (My Darling Clementine)
di John Ford – USA 1946
con Henry Fonda, Victor Mature, Linda Darnell
***

Visto in DVD, con Martin.

Di passaggio per l'Arizona, l'ex sceriffo – e ora mandriano – Wyatt Earp (Henry Fonda) accetta di indossare nuovamente la stella per scoprire chi ha rubato il suo bestiame e, soprattutto, ucciso il suo fratello più giovane. Stringerà amicizia con Doc Holliday (Victor Mature), ex medico riciclatosi in pistolero, alcolizzato e malato di tubercolosi, che gli darà man forte contro i fratelli Clanton, con i quali si sfiderà all'O.K. Corral. Uno dei più celebri episodi della storia del west, raccontato in chiave romantica e trasfigurata, in uno dei più amati e rappresentativi film di John Ford. Di certo c'è tutto quello che ci si aspetta: sceriffi e saloon, ballerine e maestrine, pistoleri e ladri di bestiame, misfatti e vendette. E tecnicamente Ford è davvero grandissimo (le sue inquadrature sono sempre eccellenti, l'uso degli spazi e la costruzione delle scene anche, per non parlare dei paesaggi e dell'atmosfera). E allora allora perché non mi ha entusiasmato? Mi è piaciuto, sì, ma non quanto altri classici western di quell'epoca (da "Mezzogiorno di fuoco" a "Un dollaro d'onore"). Insomma, perché Ford non riesce a entrare nel novero dei miei registi preferiti? Forse quello che lo frena ai miei occhi è l'ingenuità "hollywoodiana" dei suoi film, i personaggi un po' troppo bonari, poco ambigui anche quando cercano di esserlo (Victor Mature non è mai convincente come Doc Hollyday. Perfetto, invece, Henry Fonda). Forse non riesco a sentirne l'epicità, la caratteristica per me più importante in un western, che pure molti dicono che ci sia. Non ci trovo tragedia, né malinconia, né potenza, né furore. Sicuramente non ci trovo tensione, semmai fra i pregi dei film c'è la rappresentazione della tranquillità morale degli "uomini onesti che lottano per la pace e il progresso". Restano l'ottima fotografia in b/n, i bei paesaggi della Monument Valley, quei cieli stupendi pieni di nuvole luminose anche di notte, le inquadrature dello sceriffo seduto sotto il portico ai bordi della strada, i piccoli momenti umoristici che precedono la tempesta ("Sei mai stato innamorato, Mac?" "No, ho fatto il barista tutta la vita"). E il rendersi conto che il film, più che sulla sfida citata nel titolo italiano (che occupa soltanto gli ultimi dieci minuti), è in realtà incentrato sull'amicizia fra Earp e Holliday, sul rapporto fra gli uomini e le loro donne, sui valori della famiglia: forse il titolo originale (con l'altrettanto celebre canzone sui titoli di testa e di coda) era più sincero. Questo fa riferimento a Clementine Carter (Cathy Downs), la fidanzata di Holliday di cui anche Earp si invaghisce, anche se il ruolo femminile più memorabile è quello di Chihuahua (Linda Darnell), la cantante e prostituta messicana innamorata di Doc. Il produttore Darryl F. Zanuck fece tagliare 30 minuti dal girato di Ford, che sono andati perduti. Naturalmente la sparatoria contro i Clanton e i personaggi di Wyatt Earp e Doc Holliday saranno al centro di numerose altre pellicole, da "Sfida all'O.K. Corral" di John Sturges (1957) ai più recenti "Tombstone" (1993) e "Wyatt Earp" (1994).