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23 settembre 2019

Atlantis (Valentyn Vasyanovych, 2019)

Atlantis
di Valentyn Vasyanovych – Ucraina 2019
con Andriy Rymaruk, Liudmyla Bileka
***

Visto al cinema Anteo, con Viviana, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'Ucraina del 2025, "un anno dopo la fine della guerra" (siamo dunque sei anni nel futuro), è un paese ormai devastato e senza speranza: la terra e l'acqua sono irrimediabilmente inquinate, le strade sono inutilizzabili perché imbottite di mine antiuomo, e ogni possibilità di tornare a una vita normale sembra preclusa. Dopo aver assistito al suicidio di un suo ex commilitone, sofferente per la sindrome da stress post-traumatico, il reduce Sergiy (Rymaruk), operaio di una fabbrica siderurgica in via di chiusura, conosce una ragazza (Bileka) che lavora come volontaria per recuperare i cadaveri dei soldati – ucraini e russi – rimasti abbandonati durante il conflitto. Un film lento, pesante, cupo e angosciante, a tratti difficile da guardare (si pensi alle sequenze delle autopsie dei cadaveri ormai putrefatti o in decomposizione), del tutto privo di colonna sonora e composto da lunghe sequenze con la macchina da presa in posizione fissa. Eppure è di rara intensità e potenza espressiva, capace di restare con lo spettatore per molto tempo dopo la visione, con un suo fascino e una sua ragion d'essere nel denunciare le (possibili) conseguenze di un conflitto fratricida dove la prima a pagare a caro prezzo è la terra stessa, ridotta a un ammasso di strade desolate e di fanghiglia grigia. Vasyanovych dirige con mano ferma e consapevole, e ogni inquadratura è accuratamente studiata, quasi un quadro (di videoarte) a sé stante, dalle riprese di una sepoltura vista attraverso una telecamera a infrarossi, a un fugace incontro amoroso in un camion rimasto fermo sotto una pioggia sferzante e battente. Il titolo fa riferimento a un'altra "terra perduta" e andata ormai distrutta (Atlantide): vogliamo che la storia si ripeta? Un'Atlantide, si badi bene, sommersa da quell'acqua che qui, onnipresente in molte scene, ha un ruolo invece protettivo e salvifico.

14 settembre 2010

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, 2005)

Ogni cosa è illuminata (Everything is illuminated)
di Liev Schreiber – USA 2005
con Elijah Wood, Eugene Hutz
**1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Ilaria e Giuseppe.

Dal romanzo semi-autobiografico di Jonathan Safran Foer (che non ho letto: ma mi dicono che il film ne adatti solo una parte), Schreiber realizza un toccante racconto sul passato e sulla memoria, condito – soprattutto nella prima parte – da squarci di umorismo surreale, paesaggi, personaggi e musiche che sembrano uscite da una pellicola di Emir Kusturica. Il protagonista Jonathan (un ottimo Elijah Wood), ebreo americano di terza generazione, è un "collezionista": custodisce gelosamente oggetti di ogni tipo appartenuti ai suoi parenti, nel tentativo di conservare il ricordo delle loro vite. Incuriosito da un ciondolo e da una fotografia, si reca in Ucraina in cerca del villaggio da dove suo nonno era fuggito nel 1942 per approdare in America: spera così di trovare la donna, ritratta nella foto, che lo avrebbe salvato dai nazisti. A fargli da guida e da inteprete in un paese che gli è del tutto estraneo sarà il giovane Alex (Eugene Hutz dei Gogol Bordello), appassionato di cultura americana pop e "voce narrante" del film con il suo linguaggio sgrammaticato e divertentissimo, affiancato dal burbero nonno antisemita (che crede di essere cieco, anche se questo non gli impedisce di fare l'autista) e dalla cagnolina Sammy Davis Junior Junior. I tre uomini e il cane (ogni riferimento a Jerome K. Jerome è naturalmente casuale) si addentreranno a bordo di una Trabant azzurra – e non senza difficoltà – in un'Ucraina vasta e labirintica, fra le rovine delle centrali nucleari sovietiche e i fertilissimi campi di grano e di girasoli che la rendevano "il granaio dell'URSS", fino a riportare alla luce (la metafora dell'illuminazione pervade tutta la pellicola, a cominciare dal titolo) il proprio passato e quello delle rispettive famiglie. Ma proprio l'importanza del passato, così pervadente, tarpa un po' le ali al film nella seconda parte: personalmente preferisco storie e personaggi che guardano più al futuro, anche se mi rendo conto che si tratti di temi importanti per la cultura ebraica, che ritiene fondamentale non dimenticare le tragedie dell'olocausto. Schreiber, più noto come attore, esordisce qui come regista e come sceneggiatore. Magnifica la colonna sonora di Paul Cantelon, che include anche brani di diversi gruppi russi ska e punk (compresi gli stessi Gogol Bordello, che compaiono anche sullo schermo nella scena alla stazione). Da notare, a Odessa, un'inquadratura della famosa scalinata della "Corazzata Potëmkin".

18 gennaio 2010

Le ombre degli avi dimenticati (S. Paradžanov, 1964)

Le ombre degli avi dimenticati (Tini zabutykh predkiv)
di Sergej Paradžanov – URSS 1964
con Ivan Mikolajchuk, Larisa Kadochnikova
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nonostante l'odio che intercorre fra le loro famiglie, il giovane pastore Ivan si innamora di Marichka, figlia dell'uomo che ha ucciso suo padre. Quando la ragazza scompare tragicamente cadendo nel fiume, Ivan si sposa con la ricca Palaghna, ma il ricordo della sua amata – della quale comincia ad apparirgli il fantasma – continuerà ad ossessionarlo. Paradžanov – fino ad allora "cineasta di regime" – girò questo film in occasione del centenario della nascita dello scrittore ucraino Mykhailo Kotsiubynsky, adattandone un racconto ambientato presso il popolo degli Hutsuli, una piccola comunità dei Carpazi. Molto più personale e visionaria di quelle che aveva realizzato all'interno del rigido sistema cinematografico dell'Unione Sovietica, la pellicola si allontana tanto dal "realismo socialista" quanto dai documentari di carattere etnografico che allora venivano prodotti a scopi didattici: il folclore assume qui tratti quasi "primitivi", ancestrali e irrazionali, ed è indissolubilmente legato alla religione. Se la storia e i personaggi sono piuttosto semplici, quasi come in una fiaba, il fascino del film sta tutto nelle immagini, nei canti, nei costumi, per non parlare dell'originale e caotica tecnica cinematografica (la fotografia coloratissima, le inquadrature ravvicinate, gli audaci e quasi frenetici movimenti di macchina – a tratti sembra quasi che sia stata usata una videocamera a mano per seguire i personaggi nei loro spostamenti – e il montaggio espressionista) con la quale vengono illustrati i riti, le tradizioni, le usanze, le canzoni e la spiritualità di questa comunità montana di pastori, agricoltori e boscaioli che vive in mezzo alla natura selvaggia, fra paesaggi innevati, coperti di fiori, immersi nella nebbia o spazzati dal vento. In tutto l'insieme spiccano alcune sequenze (Palaghna che si reca a pregare nuda nella brughiera per avere un figlio, Ivan e Marichka che fanno il bagno da bambini, le risse con l'ascia, le cerimonie religiose) e immagini sfuggenti (la soggettiva di un albero che cade, il fantasma di Marichka che appare oltre la finestra, le gambe scoperte di Palaghna, il sangue del padre di Ivan che si trasforma nelle silhouette rosse di cavalli al galoppo). La pellicola venne accolta senza troppo entusiasmo dalla critica ufficiale sovietica, nonostante il buon riscontro ottenuto in alcuni festival cinematografici all'estero.

9 gennaio 2010

Il fiore sulla pietra (S. Paradžanov, 1962)

Il fiore sulla pietra (Tsvetok na kamne)
di Sergej Paradžanov – URSS 1962
con Georgij Karpov, Ljudmila Čerepanova
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il film, l'ultimo realizzato da Paradžanov su commissione prima di abbandonare le pellicole a sfondo ideologico e propagandistico per dedicarsi a un cinema più personale, descrive la comunità che gravita attorno a una miniera di carbone presso Donetsk, in Ucraina. Griva, operaio perdigiorno e ubriacone, si innamora della bionda e bella Luda, segretaria locale del Komsomol (la sezione giovanile del partito comunista), e per amor suo abbandona le cattive compagnie e comincia a lavorare in miniera. Il titolo della pellicola si riferisce a un fossile che il giovane trova durante gli scavi e regala alla ragazza. Decisamente più interessante è però la vicenda parallela che riguarda una setta religiosa di pentecostali che introduce clandestinamente alcuni suoi seguaci per reclutare nuovi adepti fra i minatori. Fra questi c'è anche la giovane Katrina, che il leader della setta vorrebbe convincere a rinunciare all'amore che prova per il coetaneo Arsen, ritenuto incompatibile con l'amore per Dio. Lo schematico attacco alla religione che "avvelena l'anima della gente" è dunque il tema preponderante della pellicola, che la sceneggiatura di Vadim Sobko porta avanti in evidente ossequio alle direttive sovietiche (e in curioso contrasto con la religiosità diffusa che sarà invece presente nelle opere successive di Paradžanov): i membri della setta sono ritratti come fanatici o come sprovveduti facilmente plagiabili, mentre i capi sono ipocriti e truffatori che si arricchiscono intascando di nascosto le offerte dei fedeli. Alla fine Arsen spiegherà alla ragazza che gli uomini "sono più forti di Dio, visto che Dio non esiste". L'intera vicenda è rivissuta in flashback da Griva, ricoverato in ospedale perché ferito alla testa nel tentativo di salvare Arsen dall'agguato dei religiosi. Buona la regia, all'insegna del realismo sociale ma anche caratterizzata da una certa dinamicità nei movimenti di macchina e ben coadiuvata da un'avvolgente fotografia in bianco e nero.

19 dicembre 2009

Rapsodia ucraina (S. Paradžanov, 1961)

Rapsodia ucraina (Ukrainskaya rapsodiya)
di Sergej Paradžanov – URSS 1961
con Oksana Petrenko, E. Koshman
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Mentre viaggia sul treno che la riporta in patria dopo aver vinto all'estero un concorso per cantanti d'opera, la giovane Oksana torna con la mente alle difficili esperienze vissute nel recente passato: dall'infanzia, trascorsa nella campagna ucraina lungo le sponde del fiume Dnepr, all'amore per il contadino Anton; dalla decisione di trasferirsi a Kiev per studiare al conservatorio, allo scoppio della seconda guerra mondiale che le fa perdere di vista il suo amato (nel frattempo arruolatosi) e la spinge ad abbandonare temporaneamente la musica per diventare infermiera. Ma la ragazza ignora che sullo stesso treno c'è anche Anton, appena liberato dalla prigionia in Germania: soltanto una volta giunti a destinazione, i due finalmente si ritroveranno. Strutturato in una serie di flashback (che, oltre a mostrare la vita di Oksana, seguono in parallelo anche le vicende belliche di Anton), il film è un polpettone storico-romantico non particolarmente originale, intriso di ideologia patriottica e – a onor del vero – pacifista. Belli comunque i paesaggi e i colori, che denotano un talento registico e visivo non comune, con occasionali squarci di poesia come le immagini della natura e del fiume che scorre. Fondamentale anche l'abbondante uso della musica (con brani melodici o struggenti che accompagnano quasi ogni scena, anche quelle di guerra): fra i momenti migliori, il soldato russo che suona una sonata di Beethoven ("eppure anche lui era tedesco!") per i suoi commilitoni fra le rovine di un teatro distrutto, o l'Ave Maria di Schubert cantata da un bambino mentre Anton fugge dai soldati nazisti. Nella colonna sonora ci sono anche Grieg (Oksana accompagna un soldato rimasto cieco a una rappresentazione del "Peer Gynt", e più tardi torna sulle scene esibendosi nella splendida Canzone di Solveig), Rimsky-Korsakov, Verdi, e chi più ne ha più ne metta.