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31 gennaio 2021

Eyes wide shut (Stanley Kubrick, 1999)

Eyes wide shut (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1999
con Tom Cruise, Nicole Kidman
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo nove anni di matrimonio, il rapporto fra il giovane medico Bill Harford (Tom Cruise) e la sua bella moglie Alice (Nicole Kidman) si trascina ormai nella noia e nella prevedibilità. L'uomo – cui peraltro non mancano tentazioni adulterine – dà per scontata la fedeltà della moglie, e rimane scosso quando lei gli confida di essere stata lì lì per tradirlo. In una notte in cui vaga sperso per la città, Bill si introduce clandestinamente (e avventatamente) in una festa esclusiva dove una misteriosa setta ha organizzato un'orgia in costume dai connotati quasi religiosi... L'esperienza si rivelerà più pericolosa del previsto ma l'uomo ne uscirà indenne, anche se non tutto si chiarirà il giorno successivo, quando farà ritorno al focolare domestico. L'ultimo film di Stanley Kubrick (che morì tre mesi prima della sua uscita in sala, e solo sei giorni dopo aver consegnato il montaggio finale) esplora i desideri sessuali, le curiosità e le tentazioni più o meno inconsce di una coppia alto-borghese. Tratto dal racconto "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler (co-sceneggiato con Frederic Raphael), ne sposta l'ambientazione dalla Vienna di inizio Novecento alla New York di fine secolo: una trovata geniale, perché c'è un evidente parallelo fra le due città a cento anni di distanza, entrambe centri culturali ed edonistici delle rispettive epoche, luoghi di attrazione ideali per mettere in scena un viaggio notturno nelle fantasie e nei sogni ad occhi aperti, come suggerisce già il titolo (che gioca a capovolgere l'espressione "eyes wide open", "occhi spalancati": una possibile traduzione italiana poteva essere "occhi spalanchiusi") nonché il dialogo fra i due personaggi nel finale, quando ringraziano il destino "per averci fatto uscire senza alcun danno da tutte le nostre avventure, sia da quelle vere che da quelle solo sognate. E nessun sogno è mai soltanto sogno". Lei si chiama Alice, ma a fare un viaggio in un pericoloso "paese delle meraviglie" popolato da strane creature (gli uomini e le donne mascherate alla festa, ma non solo) è soprattutto lui, il vero protagonista della pellicola. Il romanzo di Schnitzler era ambientato durante il Carnevale (il che spiega le maschere veneziane), mentre qui siamo sotto Natale: ma il tema del mascheramento e della finzione è essenziale per la trama, come la contrapposizione fra sogno/fantasia e realtà).

Al di là dei generi in cui alcuni critici hanno provato a inscatolarlo (il thriller erotico o quello psicologico), il film – unico in sé stesso come quasi tutti i lavori di Kubrick – si dipana sul filo di un mistero quasi polanskiano ma anche dell'odissea notturna di un protagonista che entra in contatto con mondi a lui sconosciuti eppure così vicini (fra i membri della élite che partecipano alla festa ci sono sue conoscenze, come il ricco amico e cliente Ziegler). Mentre vaga accompagnato dall'ossessiva immagine, prodotta dalla sua mente, della moglie che amoreggia con uno sconosciuto, Bill avrà tre diverse occasioni/tentazioni di compiere atti di infedeltà (con Marion, la figlia di un suo paziente morto che all'improvviso e inaspettatamente gli dichiara il proprio amore; con Domino, una prostituta che lo abborda per strada e lo conduce in casa sua; e con la figlia minorenne del proprietario del negozio di costumi dove affitta la maschera per andare alla festa), cui resiste non sempre per sua ferma volontà, fino a giungere nella villa fuori città dove si svolge l'orgia. Qui verrà scoperto e smascherato, prima che una misteriosa donna (la cui identità forse sarà chiarita successivamente, o forse no) si "sacrifichi" per consentirgli di uscirne indenne ("Lucky to be alive", recita il titolo di un giornale la mattina successiva). "L'importante è che ora siamo svegli", gli dice Alice, fresca di una nuova comprensione del loro rapporto, che ha superato la noia e le convenzioni (nelle prime scene i due quasi non si guardano, nemmeno quando sono nudi in bagno l'una di fronte all'altro o si baciano davanti allo specchio). Se "il matrimonio rende l'inganno una necessità per le due parti", come afferma il gentiluomo ungherese che balla con Alice a casa di Ziegler (menzogne, finzioni e messinscene, come detto, sono un filo conduttore di tutto il film), la soluzione per recuperare l'intesa sincera fra i due coniugi è soprattutto una: "scopare". Il sesso può dunque essere elemento di frizione (se spogliato dagli aspetti di complicità e condivisione) ma anche di armonia all'interno di una coppia che impara a confidarsi a vicenda i propri sogni e le proprie fantasie, prendendole per quello che sono. E superando così paure e desideri inconsci (legati a questioni di fedeltà: sarà un caso, o uno scherzo del destino, che "Fidelio" è la parola d'ordine con cui Bill ha accesso – ma da solo, senza la moglie – a un mondo di trasgressione?).

Nonostante la grande attesa (dapprima perché si trattava del nuovo lavoro di un regista che mancava dalle sale da 12 anni, durante i quali aveva valutato diversi progetti non portati a termine, il più celebre dei quali era l'"A.I." poi passato a Spielberg; e in seguito perché, dopo la sua morte, era improvvisamente diventato l'ultimo tassello di una filmografia eccezionale), il film ebbe inizialmente un'accoglienza controversa, in particolare negli Stati Uniti, dove la censura aveva fatto "coprire" con artefatti digitali alcune delle nudità nella scena dell'orgia. Come per tutte le pellicole di Kubrick, però (da "Lolita" ad "Arancia meccanica", da "Shining" a "Full metal jacket"), il tempo ne ha accresciuto la fama e la considerazione sotto tutti i punti di vista. Pur tenendo conto del fatto che un autore così perfezionista avrebbe probabilmente modificato ulteriori elementi prima della definitiva uscita nelle sale (il lavoro di post produzione era ancora in corso, in particolare per quanto riguardava il montaggio sonoro e la color correction: la donna mascherata che "salva" Bill durante la festa, per esempio, fu doppiata da Cate Blanchett quando il regista era già morto perché l'attrice inglese Abigail Good non aveva un accento abbastanza americano), lo stile appare compiuto e curato in tutti i particolari, dall'eleganza delle inquadrature ai movimenti di macchina (con l'utilizzo dell'amata steadicam), dalla direzione degli attori alla scelta della musica (la colonna sonora di Jocelyn Pook, con le sue inquietanti sonorità esotiche nei brani durante la festa, è integrata dal valzer n. 2 di Shostakovich, sui titoli sia di testa che di coda, e dalla "musica ricercata" per piano di Ligeti). Cruise e la Kidman, che all'epoca erano marito e moglie, sono bravi e magnetici, anche se a tratti sembrano quasi intimoriti. E il doppiaggio italiano dà a lui una voce (quella di Massimo Popolizio) dal timbro forse un po' troppo giovanile. Nel cast anche Sydney Pollack (Ziegler), Sky du Mont (il gentiluomo ungherese), Marie Richardson (Marion), Rade Šerbedžija (Milich, il proprietario del negozio di costumi), Leelee Sobieski (sua figlia), Vinessa Shaw (Domino) e Fay Masterson (Sally). Todd Field è Nick Nightingale, l'amico pianista che suona con gli occhi bendati (eyes wide shut!). Una curiosità sul cognome del protagonista: Harford è la contrazione di Harrison Ford, il tipo di attore che Kubrick aveva immaginato per la parte.

23 dicembre 2020

The party (Sally Potter, 2017)

The party (id.)
di Sally Potter – GB 2017
con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall
***

Visto in TV.

Per festeggiare la propria nomina a ministro ombra della salute per il partito di opposizione, Janet (Kristin Scott Thomas) invita a cena in casa propria un gruppo ristretto di conoscenti: l'amica cinica e disillusa April (Patricia Clarkson) con il marito tedesco Gottfried (Bruno Ganz), "life coach" e filosofo new age; l'attivista lesbica e femminista Martha (Cherry Jones) con la sua giovane compagna Jinny (Emily Mortimer); e la collega di partito Marianne con suo marito, il banchiere Tom (Cillian Murphy). Ma nell'attesa che Marianne (che è in ritardo) si presenti, una serie di annunci e confessioni da parte degli altri ospiti cambia repentinamente il tono della serata: dall'imminente separazione fra April e Gottfried, all'attesa di tre gemelli (grazie alla fecondazione artificiale) da parte di Martha e Jinny. Infine prende la parola Bill (Timothy Spall), il marito di Janet, colui che l'ha sempre sostenuta, che rivela di avere una grave malattia e di voler trascorrere i suoi ultimi giorni non con lei, ma con la sua amante, ovvero Marianne... Di impianto teatrale, ambientato tutto fra quattro mura e con soli sette (ottimi) attori, il film è una cinica black comedy sulle relazioni interpersonali fra un gruppo di persone, esponenti di un'elite intellettuale, che si scoprono preda di quelle passioni e quei difetti ai cui credevano di essere immuni. E così rapporti pluridecennali di amore, di amicizia, di fiducia e di rispetto si svelano fragili o si frantumano nel giro di una serata, così come valori e convinzioni politiche, sociali o religiose vengono messi alla prova in maniera crudele (non senza un po' di compiacimento da parte di una regista che si diverte ad esporre alla berlina la presunta superiorità morale di certi personaggi). Siamo dalle parti, per intenderci, del "Carnage" di Roman Polanski, verso il quale ci sono affinità stilistiche e tematiche. Curiosa ma efficace la breve durata (solo 70 minuti), che consente di mantenere i giusti tempi fino all'improvviso colpo di scena finale, nonché la scelta di uscire al cinema in bianco e nero (ma in tv passa anche una versione a colori). Il titolo (che in inglese ha un doppio senso: può significare "la festa" ma anche "il partito") è identico a quello originale di "Hollywood Party" di Blake Edwards.

21 dicembre 2020

A casa tutti bene (G. Muccino, 2018)

A casa tutti bene
di Gabriele Muccino – Italia 2018
con Stefano Accorsi, Gianmarco Tognazzi
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Per festeggiare le nozze d'oro di Pietro e Alba, i numerosi membri della loro famiglia allargata si riuniscono sull'isola dove questi risiedono (isola senza nome: ma il film è stato girato a Ischia). Ma la sospensione dei traghetti per via del maltempo costringerà tutti a trattenersi sull'isola più del previsto, due giorni durante i quali esploderanno litigi, tensioni, gelosie, rancori e infedeltà. Con un ampio cast corale, Muccino torna ad affrontare temi in fondo già visti a più riprese, tanto nel suo cinema quanto in quello cui fa (o vorrebbe fare) riferimento: un'analisi cinica e spesso impietosa del malessere e delle nevrosi individuali o di gruppo, che si trasforma in un gioco al massacro senza però un particolare intento di fornire una rappresentazione realistica o credibile della società contemporanea. I personaggi, infatti, rappresentano soltanto sé stessi: individui antipatici, egoisti, qualunquisti, buzzurri o idioti (oltre che generici e intercambiabili nei propri ruoli), che si esprimono attraverso dialoghi banali e retorici, scene gridate o stereotipate, caratterizzazioni da fiction nazional-popolare (non a caso sono tutti identificati solo con il nome, come in una soap opera: ignoriamo persino il cognome della famiglia!), le immancabili canzoni cantate in coro, amori e tradimenti di scarso interesse e di cui non ci importano gli sviluppi, e naturalmente nessuna idea a livello di stile, di ricerca visiva o di composizione dell'immagine. Il vasto cast (del tutto inutile specificare o distinguere i ruoli) comprende Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Sandra Milo, Giampaolo Morelli, Stefania Sandrelli, Valeria Solarino, Gianmarco Tognazzi: ma ognuno recita per conto proprio (o a coppie) le proprie scenette, biascicando frasi a volta difficili da comprendere per via del solito mix micidiale fra l'incompetenza dei fonici e le pessime dizioni che funestano da vent'anni il cinema italiano (maledetto il giorno in cui è stato abbandonato il doppiaggio in nome di un presunto realismo o, più probabilmente, dell'ego degli attori). Con poche ma notevoli eccezioni, a dire il vero: si vede per esempio che la Sandrelli è della "vecchia scuola", ovvero che ha studiato dizione. Non che poi ci fosse molto da comprendere: se il soggetto in fondo ha i suoi meriti, i dialoghi – come detto – sono la cosa peggiore del film, espositivi e didascalici, mediocri e fasulli sia quando vorrebbero essere "poetici" sia nelle tante sequenze delle litigate. Di maniera anche la colonna sonora di Nicola Piovani.

10 ottobre 2020

Loro (Paolo Sorrentino, 2018)

Loro (aka Loro 1 e Loro 2)
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia 2018
con Toni Servillo, Riccardo Scamarcio
**

Visto in divx.

Dopo il film anticonvenzionale che aveva firmato su Giulio Andreotti ("Il divo", nel 2008), Sorrentino si occupa stavolta di Silvio Berlusconi, proseguendo nel portare sul grande schermo (con una "rielaborazione e reinterpretazione in chiave strettamente artistica", come sottolinea precauzionalmente la didascalia introduttiva) le figure più importanti della cronaca e della politica dell'Italia del ventesimo secolo, trasfigurandole a suo modo in chiave pulp e post-moderna. Anche in questo caso, però, l'impressione è che si badi soprattutto all'estetica e alle frasi ad effetto, e che manchi una riflessione non superficiale sul personaggio e sul suo impatto sulla società e la politica italiana (che invece c'era, per esempio, anche nel film di Nanni Moretti "Il caimano"). Berlusconi è ritratto nella sua vita privata, quasi sempre all'interno della villa di Porto Rotondo in Sardegna: siamo attorno al 2008, dunque già negli anni del suo declino, quando cominciano a filtrare i primi scandali sessuali e il matrimonio con Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) entra in crisi. Uscito nelle sale diviso in due parti (ma come già nei casi di "Novecento" e "Nymphomaniac", si tratta a tutti gli effetti di un unico film, tanto che in seguito è stata resa disponibile una versione unificata, sia pure con qualche taglio), il lungometraggio reca un titolo curioso, "Loro". Va ovviamente contrapposto a "Lui", come è chiamato Berlusconi nella parte iniziale della pellicola da chi non vuole farne apertamente il nome, rievocando ovviamente un altro celebre "lui" della politica italiana, Benito Mussolini. "Loro" sono tutti quelli che, per lo più per interesse, gravitano attorno a Berlusconi (il titolo francese del film è ancora più esplicito: "Silvio et les autres"), ovvero l'entourage che lo circonda, una corte di "nani e ballerine" che lo sfruttano e ne vengono sfruttati in un mercimonio di potere e di sesso. Fra di essi ci sono figure reali (Mariano Apicella, Noemi Letizia, Ennio Doris, Fedele Confalonieri) e immaginarie (ma in cui si possono facilmente riconoscere personaggi autentici, come Lele Mora, Walter Lavitola, Sandro Bondi, Sabina Began o Daniela Santanché), fra cui spicca Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), evidentemente ispirato a Gianpaolo Tarantini, imprenditore pugliese che cerca di entrare nelle grazie di Silvio sfruttando la sua passione per le donne e organizzando una festa a base di ragazze "disinibite" nella sua villa in Sardegna. Berlusconi stesso (interpretato da un sempre ottimo Servillo, vera e propria "maschera" dal perenne sorriso, che parla con cadenza brianzola e canta in napoletano) entra in scena solo dopo un'ora della prima parte (40 minuti nella versione "unificata"), relegando di colpo Scamarcio sullo sfondo e non abbandonando più il centro dell'attenzione. Siamo negli anni del declino, abbiamo detto, in cui il rapporto con Veronica si è irrimediabilmente incrinato, in cui Silvio è politicamente confinato all'opposizione (ma riuscirà a far cadere il governo di centrosinistra grazie alla compravendita di parlamentari), in cui la noia e la stanchezza sono mitigate per l'appunto dalle "cene eleganti".

Costruito su una serie di scenette episodiche e slegate l'una dall'altra (la migliore è probabilmente quella dell'incontro con Ennio Doris, interpretato anch'esso da Servillo che così dialoga con sé stesso, seguita dalla telefonata in cui Silvio – spacciandosi per l'agente immobiliare "Augusto Pallotta" – intende dimostrare a sé stesso di essere ancora il "venditore più bravo di tutti"), che accatastano personaggi macchiettistici, il film si concentra su vari aspetti del personaggio Berlusconi ma non riesce mai a scalfirne la superficie, mostrandocelo evasivo nei momenti chiave (il dialogo con Veronica, ma anche quello con la giovane Stella (Alice Pagani), l'unica che gli resiste). Sorrentino sembra quasi voler giustificare questa mancanza di analisi, dichiarando esplicitamente che in Silvio non c'è più di quello che appare ("La sinistra non riesce a mettermi a fuoco, pensa che tutto sia sempre complesso, e invece è tutto così elementare"). Eppure il regista non sembra nemmeno provarci, e si limita a mostrare la sua megalomania, la sua volgarità, la decadenza, lo sfoggio di ricchezza e potere, la sua ossessione per le donne e il sesso (anche se le ragazze – cui dona, come un marchio, il ciondolo della farfallina – sono tutte rifatte, anoressiche o grossolane, mai – con l'eccezione appunto di Stella – genuinamente "belle"). Qua e là si butta comunque un sassolino, come quando si afferma che Silvio "fa battute e pagliacciate perché afflitto da un grande complesso di inferiorità". Dopo altre scene slegate dal resto (la rielezione, il terremoto all'Aquila, l'incontro con Mike Buongiorno), il film si conclude all'improvviso, quasi random e anticlimaticamente, mostrandoci un Silvio che aziona il suo tanto celebre vulcano finto, all'interno della villa in Sardegna, quando è da solo. E Scamarcio? dimenticato. La lunghezza della pellicola, e il parallelo con personaggi ed eventi reali, può certamente lasciare qualcosa allo spettatore, ma nel complesso mi è parso un film inutile, uno sfoggio di stile che a livello artistico e tecnico, beninteso, è sempre bello o quantomeno interessante, ma che non offre nulla che non si fosse già visto nei lavori precedenti di Sorrentino (e con qualche citazione da "The Wolf of Wall Street" di Scorsese): siamo quasi di fronte a un lungo videoclip, a una sorta di portfolio o demo, con sequenze accompagnate da una colonna sonora che abbina la musica di Lele Marchitelli con varie canzoni pop (ma ci sono anche "Domenica bestiale" di Fabio Concato, cantata da lui stesso, e "Voi che sapete" da "Le nozze di Figaro" di Mozart, per non parlare delle canzoni napoletane intonate da Servillo/Berlusconi, fra cui "Malafemmena"; e non poteva mancare ovviamente "Meno male che Silvio c'è"). Un film in fondo innocuo, che infatti è passato quasi inosservato (niente scandali, sollevazioni o processi) e che, a distanza di soli due anni, già pochi ormai si ricordano. La sua colpa, forse, è anche quella di essere uscito quando ormai Berlusconi è già lentamente scivolato fuori dall'attenzione e dalla vita politica italiana, dopo una sovraesposizione multidecennale che ci ha resi tutti un po' stanchi e poco propensi a interessarci nuovamente al personaggio e a tutto ciò che lo circonda. Nel cast anche Dario Cantarelli (il maggiordomo vestito di bianco), Kasia Smutniak (Kira/Began), Euridice Axen (la moglie di Morra), Fabrizio Bentivoglio (Santino/Bondi), Roberto De Francesco (Sala/Mora), Anna Bonaiuto (Cupa/Santanché) e Ricky Memphis (Pasta/Lavitola).

9 ottobre 2020

Un compleanno da ricordare (J. Hughes, 1984)

Un compleanno da ricordare (Sixteen Candles)
di John Hughes – USA 1984
con Molly Ringwald, Anthony Michael Hall
**1/2

Visto in TV.

Nel giorno tanto atteso in cui compie sedici anni, la liceale Samantha (Molly Ringwald) scopre che nessuno della sua famiglia, la cui attenzione è calamitata dal matrimonio della sorella previsto per il giorno dopo, si è ricordato della ricorrenza. E a scuola le cose non vanno molto meglio, visto che Sam non trova il coraggio di dichiararsi a Jake (Michael Schoeffling), il ragazzo più grande di cui è innamorata, mentre nel contempo deve tenere a bada le attenzioni non gradite dell'intraprendente matricola Ted (Anthony Michael Hall)... È il film d'esordio alla regia per Hughes, maestro della commedia per teenager degli anni ottanta, che poi firmerà classici del genere come "Breakfast club", "La donna esplosiva" e "Una pazza giornata di vacanza", prima di dedicarsi esclusivamente alla sceneggiatura. I temi ci sono tutti: quelli legati alla crescita e allo scarto generazionale (i nonni, e le figure adulte in generale, sono comicamente distanti, assenti, disinteressati o incomprensibili), quelli comico-farseschi, quelli incentrati sulle dinamiche famigliari e scolastiche, e quelli prettamente romantici, miscelati insieme in maniera efficace e con un finale soddisfacente. Il punto di vista è quasi sempre adolescenziale, mai moralista (anche quando si parla di sesso), retorico o paternalista, il che naturalmente è un grande pregio. Certo, non mancano personaggi (il cinese Long Duk Dong, la tettona, la ragazza geek) sopra le righe o politicamente scorretti, che oggi per vari motivi sarebbero considerati imbarazzanti o impresentabili, ma in realtà non si va mai oltre la "semplice" stupidità (che indubbiamente a tratti può anche far ridere). Più problematiche forse la battuta sull'automobile nera e in generale il personaggio di Caroline. Da notare l'utilizzo ironico di celebri temi musicali. Nel vasto cast, in ruoli minori, anche i fratelli John e Joan Cusack.

10 gennaio 2020

Boogie nights (Paul T. Anderson, 1997)

Boogie Nights - L'altra Hollywood (Boogie Nights)
di Paul Thomas Anderson – USA 1997
con Mark Wahlberg, Burt Reynolds
***

Rivisto in TV.

L'ascesa (e la caduta) di Dirk Diggler, nome d'arte di Eddie Adams (Mark Wahlberg), star del porno nella Los Angeles di fine anni '70 e inizio anni '80, alla fine dell'età d'oro del cinema per adulti, prima che l'avvento del video cambiasse radicalmente volto all'intera industria. Il giovane Eddie è convinto che "ognuno nasce con un talento speciale": e visto che il suo è nei suoi pantaloni, non c'è nulla di male nel provare a diventare un pornodivo. Ci riesce grazie all'aiuto dell'affermato regista Jack Horner (Burt Reynolds), che aspira a dirigere pellicole pornografiche di "qualità" (cioè che raccontino anche una storia) e che lo prende sotto la propria protezione, trasformandolo in una vera e propria stella. Il successo, e la vita dorata ed eccessiva che ne conseguirà, fra feste scatenate e droga che scorre a fiumi, gli faranno però perdere progressivamente il contatto con la realtà... Sceneggiato dallo stesso Anderson, che si è ispirato a un breve mockumentary da lui stesso realizzato nel 1988, "The Dirk Diggler Story", è un film dall'impianto corale (il punto di riferimento del regista, come sarà evidente anche nei lavori successivi, è Robert Altman) che segue le parabole non solo del protagonista Dirk e del regista Jack, ma di tutte le persone che fanno parte del loro entourage, unite da legami di lavoro, di amicizia e di affetto (molti di loro, con il passare degli anni, cercheranno con alterne fortuna di cambiare vita). Il maggior pregio della pellicola, oltre a fornire una visione d'insieme – senza pregiudizi o moralismi di alcun genere – dell'industria del porno in un'epoca ingenua e spensierata, sta proprio nella struttura corale che dona consistenza e spessore anche a storie e personaggi che, se presi singolarmente, sarebbero in fondo banali o già visti. Essenzialmente siamo di fronte a una vicenda già raccontata tante volte, da "A che prezzo Hollywood" in poi, soltanto che stavolta non si parla del cinema mainstream ma di quello per adulti. Al secondo lungometraggio, Anderson sembra già preoccupato di voler dare sfoggio della sua tecnica, con ampio uso (ed abuso) di piani sequenza, e inserisce anche finti video e filmati d'epoca (i "film" interpretati da Dirk, come la serie porno-poliziesca "Brock Landers", e gli spezzoni di interviste). Buona la ricostruzione storica, con la citazione di tante "mode" di quegli anni (il kung fu, gli stereo ad alta fedeltà) e una colonna sonora ricca di brani del periodo.

Il cast è ampio e di altissimo livello: comprende Julianne Moore (Amber Waves, compagna di Jack e "figura materna" per Dirk e gli altri giovani attori, anche se lei stessa si vede tolta la propria vera figlia per colpa dell'ambiente in cui lavora), John C. Reilly (Reed Rothchild, collega e miglior amico di Dirk), Heather Graham (Rollergirl, cameriera e attricetta porno che non si leva mai i pattini a rotelle), Don Cheadle (Buck, esperto di Hi-Fi, che vorrebbe aprire un negozio di elettronica), Philip Seymour Hoffman (Scotty J., membro della troupe dalle tendenze gay e innamorato di Dirk), William H. Macy (Little Bill, l'assistente regista che andrà fuori di matto in seguito ai continui tradimenti della moglie), Luis Guzmán (il portoricano Maurice), Thomas Jane (il ballerino e spogliarellista Todd), Robert Ridgely (il "colonnello", produttore dei film di Jack), Ricky Jay, Jack Wallace, Nicole Ari Parker, Philip Baker Hall, fino ad Alfred Molina (Rahad, l'uomo che Dirk, Reed e Todd tentano di truffare vendendogli cocaina fasulla). L'attenzione maggiore rimane però puntata su Dirk, che da ragazzo timido, insicuro e disprezzato dai genitori diventa rapidamente una celebrità, assapora la ricchezza e l'eccesso, crolla e litiga con tutti, cerca inutilmente altre strade (diventare un cantante o un attore "serio", per esempio), prima di tornare lentamente nell'oblio e ricucire i rapporti con il suo mentore Jack. E se il mondo attorno a lui sembra cambiare in peggio (gli anni '80 appaiono più brutti e squallidi, rispetto ai dorati '70), i legami di amicizia e di solidarietà continuano a rappresentare un rifugio per quella che è in fondo una "grande famiglia". Pur occupandosi di pornografia, il film non mostra mai esplicitamente scene di sesso o nudi integrali fino all'ultima sequenza in cui Eddie/Dirk, mentre prova la parte da solo davanti allo specchio (la scena è ispirata a quella analoga di Robert De Niro in "Toro scatenato"), mostra finalmente anche a noi spettatori il suo tanto famoso pene (realizzato con una protesi). Tre nomination agli Oscar (per la sceneggiatura e per Reynolds e Moore come attori non protagonisti).

16 novembre 2019

La vita è un sogno (Richard Linklater, 1993)

La vita è un sogno (Dazed and confused)
di Richard Linklater – USA 1993
con Wiley Wiggins, Christin Hinojosa
**1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il 28 maggio 1976, ad Austin in Texas, gli studenti del liceo locale festeggiano l'ultimo giorno di scuola. Per i "senior" (gli alunni dell'ultimo anno) è l'occasione per sottoporre le matricole a crudeli e goliardici riti d'iniziazione, tollerati dalla comunità, mentre per i più giovani siamo di fronte a un momento di passaggio e di crescita. E tutti si ritroveranno di notte a una scatenata festa all'aperto, all'insegna di amori, sesso, droga e rock'n'roll. Ambientato nell'arco di 24 ore, il primo film di Linklater prodotto da una major è una specie di "American graffiti" aggiornato agli anni settanta: un nostalgico ritratto di una generazione "fumata", che si ribella alle regole degli adulti o semplicemente non si identifica nel loro modo di pensare e nelle loro "priorità". Senza nessuna fretta di crescere, i giovani seguono le proprie dinamiche e il proprio istinto, annoiati dal presente e indifferenti verso il futuro. Ed ecco che la ricerca del divertimento nasconde un vagare in cerca di punti di riferimento difficili da trovare. Di impostazione corale, la pellicola segue in parallelo numerosi personaggi fra i quali spiccano le giovani matricole Mitch (Wiley Wiggins) e Sabrina (Christin Hinojosa), che dopo le goliardie di rito saranno prese sotto l'ala protettiva di studenti più grandi; Randall "Pink" Floyd (Jason London), stella del football che sta meditando di lasciare la squadra della scuola; il trio di "intellettuali" formato da Mike (Adam Goldberg), Tony (Anthony Rapp) e Cynthia (Marissa Ribisi), in cerca d'integrazione. Nel vasto cast anche alcuni nomi che diverranno poi noti, come Ben Affleck (il bullo pluri-ripetente Fred O'Bannion), Matthew McConaughey (il ventenne David Wooderson, che bazzica ancora con i liceali), Parker Posey e Milla Jovovich (in un ruolo assai ridotto). La ricca colonna sonora comprende brani (fra gli altri) di Aerosmith, Deep Purple, Kiss, Black Sabbath, ZZ Top, Alice Cooper, Bob Dylan e Peter Frampton. Senza senso il titolo italiano. Passato inosservato nel nostro paese, il film ha colpito invece parecchio l'immaginario americano, anche grazie all'ottima ricostruzione storico-sociale. Linklater ne dirigerà una sorta di "sequel spirituale" nel 2016 con "Tutti vogliono qualcosa".

12 febbraio 2019

La dolce vita (Federico Fellini, 1960)

La dolce vita
di Federico Fellini – Italia 1960
con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg
****

Visto in divx.

Pochi film sono entrati nell'immaginario collettivo e nella storia del cinema globale come "La dolce vita", uno dei capolavori di Fellini, il cui titolo stesso (forse una citazione dal Paradiso di Dante) è diventato un'espressione idiomatica usata – anche all'estero – per indicare uno stile di vita mondano e spensierato come quello che caratterizzava via Veneto e la Roma del boom economico, cosmopolita e mediatica, alla fine degli anni cinquanta e agli inizi degli anni sessanta (molti episodi del film sono infatti ispirati ad eventi reali, di costume ma anche di cronaca nera). Per non parlare di termini come "paparazzi" per indicare i fotoreporter scandalistici, invadenti e senza scrupoli, dal nome del fotografo Paparazzo (Walter Santesso), amico del protagonista, modellato sul reporter romano Tazio Secchiaroli, divenuto celebre proprio per aver immortalato alcuni di questi eccessi. Siamo in effetti in un momento di passaggio e di profondi cambiamenti all'interno della società italiana ed europea in generale. Un Mastroianni iconico (con i suoi occhiali scuri) interpreta il suo omonimo Marcello Rubini, giornalista di rotocalchi, dongiovanni e inquieto viveur, sempre a caccia di scandali e di vip nella Roma "bene" del mondo dello spettacolo e dell'aristocrazia, mentre attraversa una crisi esistenziale per via delle sue ambizioni frustrate (il suo sogno era quello di diventare un romanziere) e di un rapporto difficile e insofferente con la compagna Emma (Yvonne Furneaux). La sceneggiatura (scritta da Fellini insieme ai fidi Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, con la collaborazione di Brunello Rondi) ce lo mostra al lavoro in un mosaico di situazioni e di episodi, spesso slegati l'uno dall'altro, di cui è sovente soltanto uno spettatore od osservatore passivo. Di questi, il più (giustamente) celebre è quello che lo vede interagire con Sylvia (Anita Ekberg), prorompente ed esuberante attrice hollywoodiana di origine svedese, che accompagnerà in una gita notturna per le strade di Roma, culminante in quel bagno nella fontana di Trevi che è forse la singola scena più celebre di tutto il nostro cinema (omaggiata poi in decine di altre pellicole, a cominciare da "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola). L'intero episodio sembra cominciare a mettere in crisi le certezze e l'esistenza stessa di Marcello, che di fronte alla semplicità e all'esuberanza della ragazza inizia a dubitare del proprio stile di vita ("Ma sì, ha ragione lei, sto sbagliando tutto!"), così imprigionato in schemi e ruoli borghesi.

In realtà, Marcello non pare far tesoro di questi insegnamenti, dato che l'intera pellicola alterna momenti di consapevolezza (spesso legati a episodi drammatici o nostalgici: l'inspiegabile suicidio dell'amico Steiner (Alain Cuny), la cui vita apparentemente "perfetta" Marcello aveva affermato di invidiare; oppure la serata trascorsa per locali notturni insieme al padre (Annibale Ninchi), giunto inaspettatamente a Roma dal paese, e con il quale comincia a recuperare un rapporto mai sviluppato) ad altri di assoluto svago, incoscienza e rilassatezza (i ricevimenti, come quello nel castello degli aristocratici fuori Roma, o il party/orgia a Fregene per festeggiare l'annullamento del matrimonio dell'amica Nadia (Nadia Grey: anche lei, come Mastroianni, conserva il proprio nome), all'insegna di spogliarelli e volgarità). Tutto il film, a ben vedere, corre lungo il tema del contrasto: c'è contrasto fra la ricchezza e la povertà, fra l'arretratezza e il benessere, fra la dignità e l'edonismo, fra l'ordine e la libertà, fra la vita e la noia, fra il classico e il moderno (si pensi ai balli e alla musica rock – a cantare è un giovane Adriano Celentano! – in mezzo alle rovine di Caracalla), fra il sacro e il profano, fra momenti di silenzio e di contemplazione e altri di caos tra la folla e il circo mediatico, fra scorci di una Roma arcaica o provinciale e quella invece moderna e cosmopolita (l'ambiente in cui bazzica Marcello è pieno di stranieri), fra un centro città fatto di edifici classici e una periferia di cantieri e palazzi in costruzione, fra emozioni contrastanti (ma spesso coesistenti) come la tristezza e l'allegria. I contrasti sono evidenti sin dall'inizio (si passa da un'immagine della statua di Gesù, portata in volo da moderni elicotteri, a danzatori esotici in un locale notturno orientale) e perdurano per tutta la pellicola. E nonostante ci si muova nel mondo moderno del jet set, in molte sequenze si respira un'atmosfera "circense", tipicamente felliniana (si pensi ai clown che si esibiscono al cabaret dove Marcello si reca con il padre), grazie anche alle musiche di Nino Rota. Fra gli altri episodi da ricordare, quello del presunto "miracolo" dei due bambini che affermano di aver visto la Madonna e che richiama una folla di credenti, curiosi e giornalisti (si tratta di una delle due scene – l'altra è quella del castello dei nobili – non presenti nella sceneggiatura originale e improvvisate sul set). Il finale, con il ritrovamento della mostruosa manta sulla spiaggia (forse un riferimento simbolico al caso di Wilma Montesi), si ricongiunge con l'incipit: in entrambe le scene, le parole di Marcello (con le ragazze che prendono il sole sul tetto, con la ragazzina sul lungomare) sono coperte dai rumori ambientali (le pale dell'elicottero, il suono delle onde), rendendo difficile la comunicazione. Siamo già di fronte al tema dell'incomunicabilità, così caro ad Antonioni...

Pur proveniente da un paese di provincia, Marcello è ben introdotto nell'ambiente romano dei Vip e dei divi, conosce tutto e tutti, o meglio tutte: sono le donne che gli ruotano intorno e che incontra, infatti, uno dei fili conduttori della storia. A partire da Maddalena (Anouk Aimée), ricca e infelice, che gioca a corteggiare a più riprese (vanno persino a fare l'amore nella stamberga allagata di una prostituta), salvo vederla sparire proprio quando lei, ubriaca, gli dichiara il proprio amore. Marcello e Maddalena sono complici e simili, perfetto specchio l'uno dell'altra (nonostante le differenze di classe e di risorse economiche). Del tutto diversa è invece Sylvia, donna perfetta venuta dal nulla che irrompe nella sua vita per donargli alcuni momenti magici e andarsene improvvisamente come era venuta. La più prosaica Emma resta invece per lo più a casa annoiata mentre lui è in giro a lavorare, e il suo rapporto con lei è altalenante: si passa da tentativi di suicidio a litigi furiosi, seguiti da immediate riappacificazioni (che dimostrano, se non altro, l'inconcludenza e l'incapacità di decidere della propria vita da parte del protagonista, perennemente in cerca di sé stesso). Nel ricchissimo cast anche Lex Barker (il fidanzato di Sylvia), Magali Noël (la ballerina francese Fanny), Jacques Sernas, Riccardo Garrone e la cantante Nico. La ragazzina sulla spiaggia è Valeria Ciangottini. Il film avrebbe dovuto essere prodotto da Dino De Laurentiis, che si tirò indietro perché la sceneggiatura era "troppo caotica" (e perché Fellini voleva a tutti i costi Mastroianni come protagonista, anziché un attore straniero come Paul Newman): gli subentrarono Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato. Altri attori presi in considerazione per ruoli minori furono Maurice Chevalier (per il padre di Marcello) ed Henry Fonda (per Steiner), mentre Luise Rainer avrebbe dovuto interpretare una scrittrice in una sequenza che fu poi eliminata dalla sceneggiatura. La pellicola, che nonostante alcune iniziali polemiche – o forse anche per la pubblicità da esse scaturita – riscuoterà un enorme successo di pubblico (persino inaspettato, vista la struttura insolita e le tre ore di durata), diventando istantaneamente un fenomeno di critica e di costume, si rivelerà nel corso degli anni una delle più influenti del cinema moderno, lanciando definitivamente la carriera di Fellini (è con questa e il successivo "8 1/2" che nasce il termine "felliniano"), e non cessando mai di ispirare altri registi e artisti (basti pensare a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, che ne è quasi un aggiornamento a cinquant'anni di distanza). Palma d'Oro al Festival di Cannes. Nominata a quattro Oscar, vinse quello per i migliori costumi.

8 dicembre 2018

Partitura incompiuta per pianola meccanica (N. Michalkov, 1977)

Partitura incompiuta per pianola meccanica
(Neokonchennaya pyesa dlya mekhanicheskogo pianino)
di Nikita Michalkov – URSS 1977
con Aleksandr Kalyagin, Yelena Solovey
***1/2

Rivisto in DVD.

Anna Petrovna (Antonina Shuranova), nobildonna decaduta, ospita nella propria villa di campagna un gruppo di amici in una pigra giornata estiva: fra questi c'è Mikhail Platonov (Aleksandr Kalyagin), il maestro elementare del villaggio, che scopre che la nuova moglie del figliastro della padrona di casa è Sofia (Yelena Solovey), la ragazza che un tempo aveva amato e che aveva perso di vista da molti anni. Ispirato a un lavoro incompiuto di Anton Čechov, che Michalkov e il suo co-sceneggiatore Aleksandr Adabashian integrano con materiale proveniente da altri suoi scritti, il film racconta la presa di coscienza di un fallimento esistenziale, al tempo stesso personale (quello di Platonov, che un tempo tutti credevano destinato a grandi cose e che invece è rimasto imprigionato in una vita semplice e banale, in un distretto di periferia lontano dalla capitale: "Ho 35 anni e non ho fatto niente!", grida, paragonandosi a Napoleone e a Lermontov) ma anche di un'intera classe sociale: una borghesia aristocratica, annoiata e impotente, che parla molto e non conclude nulla (il medico rifiuta di accorrere da chi l'ha chiamato; chi vuole fuggire si addormenta nella carrozza senza cavalli; chi vuole suicidarsi buttandosi nel fiume cade in dieci centimetri d'acqua). Siamo all'inizio del ventesimo secolo: si parla di emancipazione femminile, delle teorie darwiniste, delle differenze di classe, ma sono tutti discorsi vuoti da parte di personaggi che si lasciano trascinare dal destino, come suggerisce la metafora della pianola meccanica che ripete la stessa melodia in maniera automatica, senza possibilità di variazione creativa. Un'impasse esistenziale e una decadenza dalla quale sarà possibile uscire solo grazie alle nuove generazioni (il film termina con un raggio di sole che illumina la pelle del più giovane del gruppo, il ragazzino al quale saranno affidate le speranze della nuova Russia). La bellissima atmosfera cechoviana (la stessa che ritroveremo in tanti film del regista, a partire dal capolavoro "Sole ingannatore") è perfettamente riprodotta sullo schermo, nei dialoghi e nel flusso degli eventi. La storia si dipana nell'arco di 24 ore, che iniziano all'insegna dell'allegria, delle risate, degli scherzi e dei giochi (anche stupidi) per farsi progressivamente più tesa, triste e malinconica, quando i nodi vengono al pettine e la verità spazza via le illusioni e le nostalgie ("Da giovani si crede nel futuro, in una vita lunga e felice"). Un simbolo di tutto ciò è la villa stessa, che ha decisamente visto tempi migliori ed è ora circondata da una vegetazione lussureggiante e fuori controllo. Ottimo il cast, che comprende Evgeniya Glushenko (Sasha, la moglie di Platonov), Oleg Tabarov, Yuri Bogatyryov e lo stesso Michalkov. Nella colonna sonora spicca "Una furtiva lagrima" di Donizetti, mentre la pianola suona una riduzione della seconda rapsodia ungherese di Liszt.

2 dicembre 2018

Peccatori in blue-jeans (M. Carné, 1958)

Peccatori in blue-jeans (Les tricheurs)
di Marcel Carné – Francia/Italia 1958
con Jacques Charrier, Pascale Petit
***

Visto in TV.

Il ragazzo perbene Bob (Jacques Charrier), studente universitario e figlio di un industriale di provincia, conosce a Parigi Alain (Laurent Terzieff), rivoluzionario esistenzialista e cinico antiborghese, che lo introduce nel suo gruppo di amici che vivono in totale libertà, insofferenti alle leggi della società e alle regole morali dei loro genitori. Ripudiano infatti il lavoro e gli impegni ma anche i legami e complicazioni sentimentali, sognano di fare soldi con poca fatica e passano le giornate fra musica jazz, feste e divertimenti, incuranti del futuro e delle conseguenze. Sono i rappresentanti di una generazione che rinnega le scelte di vita dei loro padri (quelli che hanno combattuto la guerra), non danno valore a nulla e non esitano a infrangere la legge (non dissimili dai protagonisti de "I vinti" di Antonioni o di "Gioventà bruciata"). Fra questi c'è Mic (Pascale Petit), una ragazza della quale Bob si innamora (ricambiato), nonostante entrambi lo neghino davanti agli altri. Naturalmente finirà in tragedia... Grande successo di pubblico, il film venne attaccato dai giovani critici francesi, gli stessi che stavano per dare vita alla Nouvelle Vague, che lo vedevano come un simbolo del cinema del passato. E in effetti gli aspetti di analisi sociale, come la descrizione di certi ambienti giovanili, sembrano un po' superficiali e schematici, ma la tensione drammatica è ben costruita e l'evoluzione del rapporto sentimentale fra i protagonisti (ottimamente caratterizzati, con tutte le loro contraddizioni) coinvolge fino in fondo. E tecnicamente la regia e la fotografia vantano una buona intensità espressionistica (i primi piani alla festa, l'inseguimento notturno sulle strade di campagna nel finale), dimostrando che il regista sapeva farsi valere anche senza il sostegno di Jacques Prévert, col quale aveva realizzato tutti i suoi capolavori nel genere del "realismo poetico" (qui soggetto e sceneggiatura sono dello stesso Carné). Curiosamente, nel gruppo di amici si riconosce un giovane Jean-Paul Belmondo, che due anni più tardi sarà il protagonista proprio del film-manifesto della Nouvelle Vague, "Fino all'ultimo respiro" di Jean-Luc Godard.

27 settembre 2018

The other side of the wind (Orson Welles, 2018)

The other side of the wind
di Orson Welles – USA/Iran/Francia 2018
con John Huston, Peter Bogdanovich
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Daniela e Ciro, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In occasione del suo settantesimo compleanno, un'eccentrica corte di fan, documentaristi, giornalisti, critici e collaboratori si riunisce nella villa del vecchio regista J. J. "Jake" Hannaford (John Huston). Durante la festa vengono proiettati alcuni spezzoni del suo ultimo film, "The other side of the wind", la cui lavorazione si è interrotta per mancanza di fondi e per la misteriosa scomparsa del giovane attore protagonista, John Dale (Bob Random). Orson Welles lavorò a questo film – nel quale recitano molti suoi amici e registi: non solo Huston, ma anche Peter Bogdanovich, Oja Kodar, Susan Strasberg, Norman Foster, Dennis Hopper, Paul Mazursky, Claude Chabrol, Tonio Selwart, Lilli Palmer, e tanti altri – dal 1970 al 1976, producendo oltre 100 ore di girato e cominciando a montarlo senza però mai arrivare a una versione finale. Dopo innumerevoli traversie artistiche, produttive e legali, la pellicola esce soltanto adesso – nelle sale e in tv – grazie a Netflix, con una colonna sonora di Michel Legrand e il montaggio di Bob Murawski (Welles è morto nel 1985). In parte metacinema (il personaggio di Hannaford, con le sue traversie produttive, assomiglia ovviamente allo stesso Welles, anche se il regista ha affermato di essersi ispirato a Ernest Hemingway), in parte satira (siamo di fronte a un nuovo "Hollywood party", che prende stavolta in giro la New Hollywood degli anni '70) e in parte parodia (il film nel film ricorda le atmosfere dei lavori di Antonioni, ma anche il cinema di exploitation e atmosfere surrealiste alla Dalì), la pellicola ondeggia fra la commedia, il dramma e il mockumentary, e affronta i temi della creazione artistica e dell'omosessalità repressa (quella di Hannaford che, invaghito del suo attore protagonista, nasconde le proprie pulsioni focalizzando invece il suo film sulle grazie della ragazza esotica (Oja Kodar) che lui insegue, e distraendo così – da buon prestigiatore – l'attenzione del pubblico). La molteplicità dei punti di vista si fa caotica ed espressiva, attraverso una miriade di immagini e frammenti che si fondono in un montaggio frenetico, l'alternanza fra colore e bianco e nero (nonché quella fra il widescreen, per il film nel film, e il 4:3), la camera a mano, i dialoghi incessanti e sovrapposti. L'insieme, nella sua sovrabbondanza e immensità, restituisce un affresco del frizzante e ipocrita sottobosco hollywoodiano, arricchito da immagini evocative, esplicite o simboliche: l'ultimo prodotto di un inarrivabile genio del cinema.

20 luglio 2018

Al fuoco, pompieri! (Miloš Forman, 1967)

Al fuoco, pompieri! (Hoří, má panenko)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1967
con Jan Vostrčil, Josef Sebánek
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In una piccola cittadina fervono i preparativi per l'annuale ballo dei pompieri, al quale sono invitati gran parte degli abitanti del villaggio. Ma nulla va per il verso giusto: il comitato locale dei vigili del fuoco fa fatica a selezionare le ragazze per il concorso di bellezza per eleggere la reginetta del ballo, un incendio scoppia in paese distruggendo la casa dove vive un anziano, e i premi della lotteria che per solidarietà sarebbero dovuti andare a quest'ultimo vengono rubati prima dell'estrazione finale. E alla fine scompare anche il regalo che i pompieri avevano preparato per il loro capo in pensione. Il terzo lungometraggio di Forman, nonché il suo primo film a colori, pur ricordando in parte alcune sequenze dei lavori precedenti ("L'asso di picche" e "Gli amori di una bionda"), quelle appunto incentrate su balli e feste di paese, è nel complesso essenzialmente una farsa di impianto corale, ricolma di scenette e gag comiche che si prendono gioco in maniera anarchica un po' di tutto e di tutti. Forman dichiarò di aver voluto realizzare semplicemente una commedia, e che eventuali messaggi o metafore erano lasciati all'intepretazione degli spettatori. In effetti il film non piacque agli apparati statali, che vi lessero una cinica allegoria del paese (in balia di una classe politica incapace o disonesta), ma nemmeno ai veri vigili del fuoco, che lo videro letteralmente come una presa in giro dei propri reparti. Venne invece più apprezzato all'estero, forse perché la leggerezza e l'ironia, proveniendo da un paese dell'Europa dell'Est, furono salutati con piacere. Il titolo originale significa letteralmente "Fuoco, ragazza mia". Si tratta dell'ultimo film girato da Forman in patria: il regista si trovava a Parigi, in trattativa con alcuni distributori, quando i sovietici invasero Praga, e decise di rimanere in esilio.

12 novembre 2017

Vizi privati, pubbliche virtù (M. Jancsó, 1976)

Vizi privati, pubbliche virtù (Magánbűnök, közerkölcsök)
di Miklós Jancsó – Italia/Jugoslavia 1976
con Lajos Balázsovits, Teresa Ann Savoy
**

Visto in divx.

Rodolfo (Lajos Balázsovits), principe ereditario dell'impero austro-ungarico, trascorre le giornate nella sua tenuta da caccia a Mayerling banchettando con gli amici, rotolandosi nudo nella paglia, amoreggiando con la nutrice Teresa (Laura Betti) e le cameriere, e soprattutto complottando con i suoi due fratellastri/amanti, Sofia (Pamela Villoresi) e il duca (Franco Branciaroli), figli del primo ministro. Tanta dissolutezza e licenziosità, con la sua vena folle e infantile (giochi e canzoncine, il mostrarsi sempre nudo anche di fronte ai messi imperiali per "scandalizzarli"), è in realtà una forma di ribellione nei confronti del padre, l'imperatore Francesco Giuseppe, contro il quale trama anche politicamente. Dopo una festa orgiastica alla quale partecipano i figli dei più importanti aristocratici dell'impero (nei cui bicchieri Rodolfo e compagni hanno versato un potente afrodisiaco), lo scandalo rischia di diventare pubblico: l'autorità metterà tutto a tacere, facendo uccidere Rodolfo e i suoi amici e simulando un suo suicidio per amore. Girato in Croazia e sceneggiato dalla sua compagna Giovanna Gagliardo, è il più celebre (anche internazionalmente) dei film "italiani" di Jancsó, che rilegge gli eventi di Mayerling in un'atmosfera sospesa fra sogno e fantasia (vedi anche la fotografia e il tono alla Resnais) e senza troppa fedeltà storica (nella realtà, la morte del principe avvenne in pieno inverno). Il tema del sesso come forma di ribellione al potere arriva un po' tardi (il decennio della controcultura hippie era quello precedente) e, nonostante le abbondanti nudità, il film è poco erotico e anzi un po' noioso. Ciò non ha impedito ai solerti magistrati dell'epoca di sequestrare la pellicola e di condannare regista e sceneggiatrice per oscenità (ma solo in primo grado). In un certo senso, siamo di fronte a un "Salò" più leggero e ideologicamente capovolto. In ogni caso, come detto, la nudità e il comportamento scandaloso e folle di Rodolfo non sono fini a sé stessi, ma hanno lo scopo di dileggiare l'autorità del "nostro santo imperatore", come chiama sempre il padre, e con lui la famiglia, il potere, la religione: nei giochi di gruppo, fra fanciulle nude, veli bianchi, piume e bolle di sapone, compaiono anche maschere con le fattezze del Kaiser. E tutti sputano su un ritratto di quest'ultimo, mentre un'orchestrina suona ripetutamente musica istituzionale (compreso l'inno austriaco). Altri momenti di scherno sono quelli in cui il gruppo si accanisce contro un generale, rappresentante dell'autorità imperiale. Alla festa sono invitati anche gli artisti di un circo: e fra questi c'è Mary (Teresa Ann Savoy), sedicente baronessa del Galles (nonché ermafrodita, un altro fattore di scandalo), che il principe nominerà per scherzo sua sposa (all'interno di una pantomima sulla nascita di un nuovo regime), e che sarà poi fatta passare per l'amante per la quale si è suicidato (ovvero Maria Vetsera). Fra le molte comparse, nel ruolo di una delle ragazze alla festa, c'è una giovanissima Ilona Staller.

28 ottobre 2017

Festen (Thomas Vinterberg, 1998)

Festen - Festa in famiglia (Dogme #1: Festen)
di Thomas Vinterberg – Danimarca 1998
con Ulrich Thomsen, Henning Moritzen
***1/2

Rivisto in divx.

Alla festa per il sessantesimo compleanno del padre Helge, ricco e potente patriarca della famiglia Klingenfeldt, il figlio maggiore Christian – durante il suo discorso davanti a numerosi ospiti e parenti – fa scoppiare una "bomba", affermando che quando erano piccoli il genitore abusava sessualmente di lui e della sorella gemella Linda (che di recente si è suicidata). Ne segue un momento di imbarazzo da parte di tutti, e inizialmente Christian non viene creduto: ma le cose cambiano quando l'altra sorella Helene legge la lettera che Linda ha nascosto prima di uccidersi, e che conferma le accuse. Il primo film ufficialmente certificato dal movimento "Dogme 95" (e come tale, nel titolo originale, reca il prefisso Dogme #1) è un tesissimo e originale dramma familiare che indaga nell'indicibile e negli orrori nascosti dietro le ipocrisie e le buone apparenze borghesi. Con un tono che oscilla fra il drammatico e la commedia (tanto che per lunghi tratti non sappiamo se Christian stia dicendo la verità o se si stia inventando tutto) e una grande attenzione alle caratterizzazioni dei personaggi (il comportamento del protagonista rispecchia in maniera realistica le insicurezze e i traumi che abusi di questo tipo possono provocare anche nella vita adulta), il film avvolge lo spettatore nella sua ragnatela, costringendolo a partecipare alla "festa" e ad osservare le reazioni dei presenti: dall'indifferenza di gran parte degli ospiti (che, pur imbarazzati, continuano con le infantili celebrazioni del compleanno del loro ospite, fra canzonzine, brindisi e girotondi) all'ira del collerico e violento fratello Michael, la pecora nera della casata, che pure è fortemente attaccato al senso di famiglia (e, in quanto tale, sarà uno dei più delusi e feriti quando la verità verrà a galla), per non parlare dei vari dipendenti dell'albergo (il capocuoco, il receptionist, le cameriere) che in qualche modo sono solidali con Christian. Come detto, il film segnò l'esordio ufficiale del manifesto di intenti "Dogme 95" fondato (non è chiaro quanto seriamente e quanto come pura provocazione) da Vinterberg e da Lars Von Trier in risposta ai gigantismi e alle esagerazioni produttive dei grandi studi di Hollywood. In ossequio ai suoi rigidi comandamenti (denominati "voti di castità"), il film è stato girato seguendo estreme costrizioni e con un approccio minimalista: formato 4:3, camera a mano, nessuna illuminazione artificiale, niente musica extradiegetica (tranne che sui titoli di coda), scene e costumi realistici, sviluppo della narrazione in tempo reale (ma l'abilissimo montaggio riesce tuttavia a tenere alta la tensione), oltre al mancato accreditamento del regista. Vinterberg è stato uno dei pochi a sfruttare queste limitazioni a proprio vantaggio: la forma povera esalta infatti la tesissima sceneggiatura e le doti recitative degli interpreti. E probabilmente si tratta anche del risultato più alto mai raggiunto dal movimento stesso. Premio della giuria a Cannes. Il cast comprende Ulrich Thomsen (Christian), Thomas Bo Larsen (Michael), Paprika Steen (Helene), Henning Moritzen (il padre), Birthe Neumann (la madre) e Trine Dyrholm (la cameriera Pia). Dalla pellicola, viste le sue caratteristiche, sono stati tratti diversi drammi teatrali.

12 agosto 2015

Madadayo (Akira Kurosawa, 1993)

Madadayo - Il compleanno (Madadayo)
di Akira Kurosawa – Giappone 1993
con Tatsuo Matsumura, Kyoko Kagawa
***

Rivisto in divx, con Marisa.

Il professor Uchida, scrittore e docente di tedesco, va in pensione nel 1943: illuminato e anticonvenzionale, stravagante e fuori dagli schemi, nel corso della sua carriera si è conquistato l'affetto e il rispetto di decine di studenti che non cesseranno mai di fargli visita e recargli omaggio. Ogni anno, in occasione del suo compleanno, lo festeggeranno in particolare con un'insolita cerimonia, durante la quale gli viene provocatoriamente chiesto se è finalmente disposto ad abbandonare questo mondo: "Mādakai?" ("Sei pronto?"), è la domanda che gli rivolgono. E la sua risposta, immancabilmente, è "Mādadayo" ("Non ancora"). L'ultimo film di Akira Kurosawa (il regista nipponico sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1998) non è il suo testamento spirituale: di quelli, "l'imperatore" ne aveva già lasciati fin troppi con i lungometraggi precedenti (a ben vedere è almeno dal 1965, l'anno di "Dodes'ka-den", che ciascuno dei suoi film veniva considerato da critici e spettatori – per temi, importanza o contenuto – come se fosse l'ultimo di una carriera che sembrava non terminare mai). È invece semplicemente un omaggio verso un personaggio realmente esistito (Hyakken Uchida visse dal 1889 al 1971) e nel quale forse Kurosawa si identificava, o che quantomeno ammirava per aver sempre saputo mantenere un animo giovane e limpido ("d'oro zecchino", dicono i suoi studenti) come quello di un bambino: solo così si spiegano le forti emozioni che suscitano in lui eventi semplici e "piccole" tragedie personali come la perdita del gatto di casa (un episodio che occupa quasi metà del film), oppure i sogni che continua a fare anche in età avanzata, nei quali si rivede da ragazzo a giocare a nascondino con i suoi amici e a contemplare le luci dorate del tramonto che creano strane forme e colori nel cielo. Ed è su queste immagini oniriche, accompagnate dalla musica di Vivaldi, che si concludono sia il cinema di Kurosawa sia un film che, insieme agli immediatamente precedenti "Sogni" e "Rapsodia in agosto", compone un ideale trittico intimo e minimalista, apparentemente distante dai grandi affreschi storici e sociali realizzati dal regista in precedenza ma in realtà incentrato, come quelli, sulla psicologia umana e sulla grande sensibilità dell'artista. Anche prima di questo finale, in ogni caso, la pellicola ha parecchio da offrire a uno spettatore disposto ad adeguarsi al ritmo rilassato della narrazione: divertenti aneddoti e momenti di grande pathos (giocando un po' con la cronologia – nella realtà Uchida smise di insegnare nel 1949 – Kurosawa racconta anche gli ultimi anni della guerra e quelli dell'immediato dopoguerra: ma il tono è sempre ilare e rilassato, mai drammatico), festeggiamenti di gruppo e recitazione di poesie, la contemplazione della luna e il trascorrere delle stagioni, canti popolari e insegnamenti spirituali quasi zen. Fra gli attori che interpretano gli allievi di Uchida, si riconoscono Hisashi Higawa e Akira Terao, già visti in "Ran" e "Sogni".

15 febbraio 2015

L'allegra prigione (Ernst Lubitsch, 1917)

L'allegra prigione (Das fidele Gefängnis)
di Ernst Lubitsch – Germania 1917
con Harry Liedtke, Kitty Dewall
**

Visto su YouTube.

Tornato a casa dopo una notte di bagordi, suscitando l'ira della moglie Alice, il giovane e benestante Alex von Reizenstein scopre che dovrà trascorrere una notte in carcere per ubriachezza molesta. Anziché consegnarsi, tuttavia, preferisce fiondarsi all'ennesima festa. Al suo posto finirà in cella un incauto "corteggiatore" della moglie, Egon Storch, che ha la sfortuna di trovarsi in casa loro quando giunge il direttore della prigione. Nel frattempo Alice, in maschera, raggiunge alla festa il marito, che naturalmente non la riconosce e comincia a farle la corte. A complicare ulteriormente le cose, c'è anche la cameriera della coppia, che si presenta al ballo con i vestiti della sua padrona... Vagamente ispirata all'operetta "Die Fledermaus", una divertente farsa con cui Lubitsch e il suo co-sceneggiatore di fiducia Hanns Kräly proseguono nel prendersi gioco di vizi e virtù della borghesia tedesca dell'epoca, e in particolare dei rapporti coniugali, fra mariti fedifraghi e mogli capricciose. Cinematograficamente è da apprezzare il montaggio parallelo fra le vicende della festa (danze scatenate, bagordi e mangiate) e quelle della prigione (dove Storch gioca a carte con i compagni di cella): in queste ultime spicca in un ruolo comico il grande Emil Jannings nei panni del secondino ubriacone. Ossi Oswalda è invece la cameriera.

29 gennaio 2014

The wolf of Wall Street (M. Scorsese, 2013)

The Wolf of Wall Street (id.)
di Martin Scorsese – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

L'ascesa e la caduta di Jordan Belfort, broker indipendente e senza scrupoli che negli anni novanta si arricchì a dismisura vendendo agli investitori le azioni di società-spazzatura (le cosiddette "penny stock") attraverso una struttura truffaldina creata ad hoc, la Stratton Oakmont. Definito dalla rivista "Forbes" come "il lupo di Wall Street", il suo unico motto era "togli i soldi dalle tasche del tuo cliente e mettili nelle tue", e la sua vita si svolgeva all'insegna di feste scatenate a base di sesso, droga ed eccessi di ogni tipo. E proprio come i party dei personaggi sullo schermo (fuori da ogni regola tanto nella vita privata quanto sul luogo di lavoro), anche questa pellicola sulla distorsione del mito americano della ricchezza e del successo è strabordante, sfacciata e irriverente, oltre ad avere molto in comune con alcuni lavori precedenti di Scorsese: come in "The Aviator", racconta la vita di un personaggio unico e carismatico, che costruisce un impero dal nulla; come in "Casinò", descrive il "dietro le quinte" di un complesso meccanismo per produrre soldi a scapito dei gonzi (scegliendo di non mostrare mai, invece, quello che c'è dall'altro lato del telefono, ovvero i risparmiatori o gli investitori truffati); come in "Quei bravi ragazzi", infine, mette al centro della narrazione un'organizzazione criminale i cui componenti sono legati da vincoli di amicizia e fedeltà (soltanto alla fine, costretto dalle circostanze, Jordan sceglierà di collaborare con l'FBI per smantellare la stessa struttura che aveva creato, e finirà per "riciclarsi" come speaker motivazionale per insegnare come si vende qualsiasi cosa). Anche l'ottimo DiCaprio (sarà la volta buona per l'Oscar?) torna a riproporre un personaggio bigger-than-life come aveva già fatto in passato (il citato "The Aviator", "Il grande Gatsby"): in effetti fu proprio DiCaprio a insistere perché la Warner si accaparrasse i diritti delle memorie di Belfort (vincendo la "concorrenza" di Brad Pitt e della Paramount). Se la sceneggiatura di Terence Winter si limita ad accatastare e mostrare sullo schermo gli eccessi dei personaggi, senza approfondirne le cause o scavare nel loro malessere come invece faceva per esempio (e a modo suo) "Spring breakers", il buon Scorsese si mette al servizio della storia e del suo interprete aggiungendo qualche tocco qua e là da grande regista (sono numerose le scene che restano impresse, da quella in cui Donnie, il collega-amico del protagonista interpretato da un grande Jonah Hill – da notare che tutti i nomi di persone reali, a parte quello di Belfort, sono stati cambiati – si mangia il pesciolino di un malcapitato impiegato, a tutta la sequenza – in un certo senso metaforica – in cui Jordan, "imbambolato" da una dose massiccia di metaqualone, striscia a terra verso la sua Lamborghini bianca). Nel resto del cast si segnalano Matthew McConaughey come il primo boss di Belfort, colui che lo introduce allo stile di vita "senza freni" dei broker di New York; Margot Robbie è la bionda moglie Naomi, il regista Rob Reiner è il padre-consigliere, Kyle Chandler è l'agente dell'FBI, Jon Favreau è l'avvocato Riskin (ispirato a Ira Sorkin, l'avvocato di Bernard Madoff) e Jean Dujardin (già protagonista di "The Artist") è il banchiere svizzero. Una curiosità: secondo chi si è premurato di contarle (ed escludendo i film pornografici nonché un documentario su questo preciso argomento), "The wolf of Wall Street" è il film con il maggior numero di volte in cui viene usata la parola "fuck" nella storia del cinema (569), battendo il precedente primatista, "Summer of Sam" di Spike Lee, che si era fermato a 435.

25 ottobre 2013

Spring breakers (Harmony Korine, 2012)

Spring breakers - Una vacanza da sballo (Spring breakers)
di Harmony Korine – USA 2012
con Selena Gomez, James Franco
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Visto in divx, con Sabrina.

Lo "spring break" è la pausa primaverile dall'attività scolastica, una settimana di vacanza che negli Stati Uniti è concessa agli studenti e di cui molti approfittano per scatenarsi in feste, viaggi e divertimenti di ogni tipo. Per quattro ragazze del college (Brit, Candy, Cotty e Faith), annoiate e in cerca di emozioni forti, è l'occasione per fuggire in Florida e dedicarsi, lontane da casa, alla trasgressione più sfrenata, fra party sulla spiaggia, droga, sesso e crimine. Per "finanziarsi" il viaggio, infatti, decidono addirittura di rapinare un fast food. E naturalmente finiranno nei guai: a farle uscire di prigione, pagando la cauzione, è un gangster di piccolo calibro, Alien (uno strepitoso James Franco), che le ha prese in simpatia. Una a una, però, dovranno fare i conti con la realtà e decidere se il loro sogno di restare giovani e scatenate per sempre ha solide fondamenta oppure no. Presentato dal trailer e dal titolo italiano come una teen comedy scollacciata (di cui peraltro contiene numerosi elementi, come la continua presenza sullo schermo di ragazze in bikini o addirittura in topless), è invece un film che spiazza e sorprende, soprattutto se non si conoscono i trascorsi del regista (che è un uomo, a dispetto del nome!): scrittore, musicista, video-artista, già sceneggiatore per Larry Clark ("Kids", "Ken Park") e autore di diversi lungometraggi indipendenti ("Gummo", "Julien Donkey-boy"), Korine è da sempre interessato a indagare il lato più dark e oscuro della gioventù americana, consacrata all'edonismo e ai sogni di ricchezza, spesso senza piani a lungo termine e senza pensare alle conseguenze del proprio stile di vita. Ne risulta (cito da Wikipedia) "un affresco nichilista e senza pietà sulla gioventù odierna svuotata di ogni ideale e di ogni sensibilità, con protagoniste attrici prese da vari film per ragazzi (per creare un maggiore senso di sberleffo) 'sporcate' con il ruolo di giovani criminali". Ma forse, ancor più che per i contenuti, il film si fa apprezzare soprattutto per la forma. Oltre che sulla regia e sull'andamento ipnotico della narrazione (all'insegna della ripetitività, tanto che numerose battute sono replicate più volte e parecchie inquadrature anticipano o prefigurano quello che verrà), sostenuta anche da un'adeguata colonna sonora, la pellicola si regge soprattutto sulla fenomenale e coloratissima fotografia del belga Benoît Debie, che mi ha ricordato i lavori di Darius Khondji, Bruno Delbonnel o persino certi film di Hou Hsiao-hsien ("Millenium Mambo" su tutti) e Wong Kar-Wai. Le quattro protagoniste sono Selena Gomez, Vanessa Hudgens, Ashley Benson e Rachel Korine (quest'ultima è la moglie del regista).

29 maggio 2013

La grande bellezza (P. Sorrentino, 2013)

La grande bellezza
di Paolo Sorrentino – Italia 2013
con Toni Servillo, Sabrina Ferilli
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Visto al cinema Arcobaleno.

"Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani": così si presenta il sessantacinquenne Jap Gambardella (uno straordinario – come al solito – Toni Servillo), giornalista viveur che ha abbandonato la carriera di scrittore dopo aver pubblicato, quarant'anni prima, il suo primo e unico libro, "L'apparato umano". Ora trascina le proprie notti in sfrenate feste sulle terrazze di Roma con gli amici, pseudo-intellettuali che si divertono a bere, a ballare, a sniffare cocaina e a fare i trenini sulle note remixate di Raffaella Carrà fino a tarda notte (ma il sole che sorge per loro è quello del logo Martini), magari in cerca di improbabili avventure amorose, non meno soli e disperati di lui ma forse non altrettanto cinici e disincantati. Dal suo appartamento con vista sul Colosseo, Jep domina un mondo dove tutto è "sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile". Paragonato o confrontato da quasi tutti i critici a classici del cinema italiano come "La dolce vita" e "Roma" di Fellini o "La terrazza" di Scola – forse perché mette in scena la vita gaudente ed effimera in una Roma metafisica e allucinata, "ridotta a Babilonia" e che altro non è che uno specchio dell'intero paese – in realtà il sesto film di Sorrentino ha un'anima tutta sua, molto più intima, crepuscolare e decadente. Quelle pellicole raccontavano anche l'ottimismo e le illusioni della società del dopoguerra e degli anni del boom economico (peraltro non scevri da lati oscuri e da una sottile malinconia), mentre in questo caso c'è la constatazione di un fallimento esistenziale già compiuto e della vacuità del presente, che si trascina a fianco dei rimpianti per il passato. Se da un lato si tratta di un film sulla vecchiaia, sul bilancio di un'esistenza o – come lo ha definito lo stesso autore – "sulle occasioni mancate", dall'altro la Roma "indolente, barocca, papalina", dove il trash si fonde con il sublime, è per l'appunto ancora una volta una metafora dell'Italia intera, lo specchio della decadenza di un paese di "pezze e pizze" (l'immagine che meglio la rappresenta è quella della Costa Concordia naufragata all'Isola del Giglio), in cui latitanti possono vivere indisturbati per anni in pieno centro, o in cui nugoli di suore si fotografano davanti ai monumenti.

Agli splendori del passato (anche se la città è vecchia, è ancora abbastanza bella da provocare un infarto a un turista giapponese, e la macchina da presa del regista ne svela tantissimi tesori: le strade, le fontane, i parchi, le rovine... come dimenticare la magica passeggiata notturna alla scoperta dei tesori nascosti negli antichi "palazzi delle principesse"?) si contrappone la mediocrità del presente, dominata dalla volgarità e dalla superficialità dell'apparire (anche un funerale è una recita); all'abilità dei grandi scultori, pittori e architetti che hanno reso Roma celebre nel corso dei millenni, fanno da contrasto le forme di "arte degenerata" della scena contemporanea (la performance dell'artista concettuale "alternativa" che sbatte la testa contro i muri; la bambina pittrice, costretta a esibirsi controvoglia dai suoi genitori; l'uomo che fotografa solo sé stesso, simbolo del narcisismo portato ai massimi livelli); il kitsch e la decadenza affiorano da ogni parte: si va dal chirurgo estetico che inietta botulino a ricche pazienti in coda con il numerino come se fossero dal droghiere, alle sale di spogliarello invase dalle "polacche", dai nobili decaduti che guardano i programmi di Real Time e si fanno "noleggiare" per essere ospitati alle feste, al cardinale (interpretato da Roberto Herlitzka) che anziché sulla spiritualità si concentra solo sulle ricette di cucina. Ma anche dallo sfacelo e dalla vecchiaia, alla fine, può nascere un nuovo impulso; dalla constatazione dei propri limiti e del proprio fallimento può arrivare una nuova saggezza, un nuovo equilibrio: il film si conclude così con un raggio di speranza, con l'alba di un nuovo giorno che può portare a una nuova vita. Ed è curioso che lo stimolo provenga dal personaggio più anziano e decrepito di tutti, la "Santa", protagonista di alcune delle sequenze più surreali (la scena con i fenicotteri che si fermano sul balcone di Jep) di un film comunque sempre sorprendente, a cui non mancano squarci visionari (il mare sul soffitto, simbolo dei ricordi mai sopiti per la gioventù e per il primo amore; la giraffa che sbuca improvvisamente fra le rovine di Caracalla, come se fossimo in un film di Buñuel). L'alternanza fra i rimpianti per la giovinezza e l'amara constatazione della vecchiaia è portata avanti da Sorrentino grazie a una regia di grandissimo livello, come ci ha abituati, fra lenti e virtuosistici movimenti di camera (non si contano le carrellate kubrickiane), un montaggio pop e a tratti allucinato, una fotografia luminosa e folgorante, anche nelle numerose scene notturne. Meravigliosi i titoli di coda, le cui immagini ci fanno letteralmente "navigare" lungo il Tevere e sotto i ponti di Roma. Notevole la colonna sonora, spesso diegetica, fra ensemble vocali che eseguono musica sacra, canzonette pop durante le feste, brani sinfonici (Górecki e Bizet). Nel ricchissimo cast, dove spiccano Carlo Verdone (l'autore teatrale fallito che spera ancora di tornare sulle scene) e Sabrina Ferilli (quarantacinquenne che si esibisce come spogliarellista nel locale di proprietà del padre), ci sono anche Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Giorgio Pasotti (il "custode delle chiavi"), Luca Marinelli, Serena Grandi, Giovanna Vignola (la nana Dadina), Isabella Ferrari ("Che lavoro fai?" "Sono ricca"), Anna Della Rosa, più camei (nella parte di sé stessi) per Fanny Ardant e Antonello Venditti.

20 maggio 2013

Il grande Gatsby (Baz Luhrmann, 2013)

Il grande Gatsby (The great Gatsby)
di Baz Luhrmann – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire
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Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Negli anni Venti, in uno sfarzoso palazzo sulla costa di Long Island, il miliardario Jay Gatsby (le cui origini sono misteriose così come la provenienza del suo denaro) organizza sontuose feste alle quali partecipano tutti gli abitanti più in vista della vicina New York. Ma il suo vero obiettivo è rincontrare Daisy, la donna che ha sempre amato e che cinque anni prima – quando Gatsby era ancora povero – aveva preferito sposare l'aristocratico Tom Buchanan, la cui dimora è proprio di fronte alla sua, dall'altro lato della baia. Con l'aiuto del giovane Nick Carraway, cugino di Daisy (e narratore dell'intera vicenda), Gatsby riesce a riallacciare i rapporti con la ragazza: ma il destino e le regole sociali congiurano contro di lui, e finirà in tragedia. Quinto adattamento cinematografico del romanzo di Francis Scott Fitzgerald (il più famoso resta quello del 1974, con Robert Redford): da un regista come Luhrmann, tanto attento alla forma e poco alla sostanza, non ci si poteva attendere che uno spettacolone in 3D dove le cose migliori sono le scenografie e i costumi (abiti e accessori sono di Prada), e dove lo spessore psicologico dei personaggi e la tensione drammatica sono vicini allo zero. E così, se una grande cura è stata messa nel mostrare sullo schermo la lussuosa villa di Gatsby e nel coreografare le sfarzose feste a base di alcol, jazz, fox trot e charleston, quando si scende a livello di psicologie e di sentimenti si rimane nel regno del banale, rischiando peraltro di trascinare a fondo anche il povero Fitzgerald, il cui romanzo – anziché essere valorizzato, magari insistendo sui temi dell'idealismo e della decadenza (chissà cosa ne avrebbe tratto un Orson Welles!) – sembra ridursi a uno scialbo e dozzinale romanticismo. E questo nonostante le numerose citazioni pressoché letterali dalle pagine del libro (in italiano nella versione tradotta da Fernanda Pivano). L'enfasi sugli aspetti visivi, con l'esagerazione scenografica (dove tutto appare fasullo, anche per il forte ricorso alla CGI nelle scene in esterni) e l'utilizzo di una colonna sonora moderna, com'è tipico di Luhrmann (che mescola e contamina ogni cosa, dando l'impressione di pescare a caso a destra e a manca: qui riesce persino a mischiare Gerschwin con il rap!), fa persino passare in secondo piano l'analisi sociale, ovvero la descrizione degli umori e della ricchezza della prospera America dei "ruggenti anni Venti", quell'ubriachezza collettiva e quell'ottimismo che erano destinati a terminare bruscamente con il crollo della borsa del 1929 e la Grande Depressione. Buoni gli attori, fra i quali giganteggia il sempre ottimo DiCaprio: forse l'avere a fianco un attore dall'aspetto ancor più adolescenziale di lui, come Tobey Maguire, ha aiutato il buon Leo ad apparire più "adulto" e più imponente. Nel comparto femminile, invece, ho apprezzato più la comprimaria Elizabeth Debicki (la statuaria Jordan Baker) della protagonista Carey Mulligan (un'insipida Daisy). Completano il cast Joel Edgerton (Tom Buchanan), Jason Clarke (George Wilson) e Isla Fisher (Myrtle Wilson).