Visualizzazione post con etichetta Oscar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Oscar. Mostra tutti i post

16 agosto 2023

Forrest Gump (Robert Zemeckis, 1994)

Forrest Gump (id.)
di Robert Zemeckis – USA 1994
con Tom Hanks, Robin Wright, Gary Sinise
**1/2

Rivisto in divx.

Seduto su una panchina, alla fermata di un autobus, l'ormai quarantenne Forrest Gump (un Tom Hanks praticamente perfetto) racconta la storia della sua vita a una serie di sconosciuti. Nato in una fattoria dell'Alabama, con un ritardo mentale (ha un quoziente intellettivo di soli 75 punti, nettamente al di sotto della media), ha vissuto contro ogni aspettativa un'esistenza incredibilmente e inconsapevolmente di successo, attraversando (senza rendersene conto) tutti gli avvenimenti più importanti della storia americana della seconda metà del ventesimo secolo: dalla fine della segregazione razziale nelle scuole alla guerra del Vietnam, dal disgelo con la Cina alle contestazioni hippy, incontrando (fra gli altri) Elvis Presley, John Lennon, Kennedy, Nixon... E grazie alla sua buona natura, ma anche a una serie di coincidenze che lo hanno portato a trovarsi spesso nel posto giusto e al momento giusto, si è laureato (con una borsa di studio sportiva), è diventato un eroe di guerra, un campione di ping pong, un imprenditore, un miliardario e infine, dopo essersi sposato con la sua amica di sempre (Robin Wright), un padre felice. Dopo una lunga serie di pellicole avventurose, fantascientifiche e horror, Robert Zemeckis approda per la prima volta al cinema "mainstream" adattando (non del tutto fedelmente) l'omonimo romanzo di Winston Groom e riscuotendo un enorme successo: il film vinse sei Oscar (su tredici nomination): miglior film (sottraendolo a "Pulp Fiction"), attore (il secondo di fila per Hanks, dopo "Philadelphia"), regia, sceneggiatura, montaggio ed effetti visivi. Nonostante alcuni momenti toccanti (quelli sul rapporto fra Forrest e l'amata Julia, ma anche con il tenente Dan (Gary Sinise), conosciuto in Vietnam: per entrambi diventa un'ancora di salvezza) e altri francamente divertenti (la scena in cui Forrest, che si mette a correre per la strada per tre anni di fila, diventa una sorta di guru spirituale, sembra un incrocio fra "Oltre il giardino" e "Brian di Nazareth"), nell'insieme è però una pellicola superficiale e autocompiaciuta. E allora perché (ci) piace? Forse proprio perché sullo slancio di un tono quasi fiabesco non ha un vero messaggio da mandare (nonostante i numerosissimi "messaggi" che lo stesso Gump cita a profusione, quasi tutti preceduti dalla frase "Mia mamma diceva sempre che...", molti dei quali diventati dei tormentoni iconici e pluricitati, come "La vita è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita", o "Stupido è chi lo stupido fa"): non offre una chiave satirica, non intende offrire analisi sociali o politiche, e non sa ironizzare né contestualizzare gli eventi che racconta, inserendoli magari in una sorta di progressione narrativa. Tutto capita e basta, e al limite siamo felici nel vedere una persona fondamentalmente "buona" come il protagonista (ma buona non per scelta morale, ma perché i suoi limiti intellettivi gli precludono la "cattiveria": di fatto non comprende nemmeno cosa siano il razzismo o la guerra) riuscire a trovare armonia e affermazione quando invece gli individui "normali" attorno a lui (Jenny e Dan in primis) sono tormentati, sbandati e autodistruttivi. Ma dopo un po', le mille coincidenze e citazioni cominciano a lasciare il tempo che trovano e diventano semplici strizzatine d'occhio (il Watergate, la Apple ("una specie di società di frutta"), lo smile...). Notevole, per l'epoca, l'uso degli effetti digitali quasi invisibili (opera della Industrial Light & Magic), come la piuma che svolazza in aria, animata sui titoli di testa e di coda, che simboleggia lo stesso Gump che si fa portare in giro dal vento, o l'inserimento di Forrest all'interno dei filmati in cui compaiono personaggi celebri, ma anche le gambe amputate del tenente Dan e il movimento delle palline da ping pong. Il figlio di Forrest, nel finale, è Haley Joel Osment. La colonna sonora comprende una trentina di celebri canzoni dell'epoca. Per un certo periodo si valutò l'opportunità di girare un sequel, ipotesi poi tramontata.

29 luglio 2023

Da qui all'eternità (Fred Zinnemann, 1953)

Da qui all'eternità (From Here to Eternity)
di Fred Zinnemann – USA 1953
con Burt Lancaster, Montgomery Clift
**1/2

Visto in divx.

All'inizio degli anni quaranta, il trombettiere militare Robert "Prew" Prewitt (Montgomery Clift) viene trasferito come soldato semplice in una compagnia di fucilieri stanziata alle isole Hawaii. Qui trova un ambiente ostile, fomentato soprattutto dal capitano Holmes (Philip Ober), appassionato di pugilato che, sapendo dei trascorsi di Prew come boxeur, vorrebbe che entrasse a far parte nella squadra della compagnia per vincere il torneo del reggimento. E di fronte al suo rifiuto (motivato non solo da testardaggine e orgoglio, ma anche dal trauma di aver ferito un amico durante un incontro), gli rende la vita difficile in ogni modo. La sua storia si intreccia con quella del sergente Milton Warden (Burt Lancaster), innamorato di Karen (Deborah Kerr), l'infelice moglie del capitano; e con quella di Angelo Maggio (Frank Sinatra), l'unico amico di Prew, oggetto di una crudele vendetta da parte del sadico sergente "Trippa" Judson (Ernest Borgnine). Tutte le storie prenderanno una piega drammatica quando la base militare sarà bombardata dai giapponesi, il 7 dicembre del 1941: è l'attacco di Pearl Harbour, che segna l'ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Dal romanzo di James Jones, sceneggiato da Daniel Taradash, un film corale che fece scalpore per come seppe ritrarre la vita in una caserma militare in tempo di pace, alternando momenti leggeri e altri più pesanti, fra amicizia, rivalità, cameratismo e litigi, senza edulcorarne gli aspetti più negativi: il nonnismo, il bullismo, gli abusi degli ufficiali, i traumi del passato e i tentativi di "evasione" del presente (come le visite al locale bordello). A colpire l'immaginario fu anche la forte carica sensuale di alcune scene, su tutte il celeberrimo bacio sulla spiaggia fra Lancaster e la Kerr. Ma in generale i rapporti con l'altro sesso sono problematici: sia Warden sia Prew – che si innamora dell'"intrattenitrice" Lorena (Donna Reed) – rinunciano rispettivamente alla vita da civile o da ufficiale, che le donne vorrebbero per loro (e dunque un matrimonio e un "lieto fine" romantico), pur di rimanere fedeli a sé stessi e all'esercito. Colpisce però come, fino al finale, non si parli quasi mai di guerra: se pellicole come "I migliori anni della nostra vita" mostravano le ricadute psicologiche del conflitto, qui i soldati vivono in un microcosmo isolato e che sembra distante anni luce dagli eventi che accadevano in quegli anni in Europa, di cui non si fa nemmeno menzione; l'attacco giapponese nel finale piomba quasi dal nulla e senza preavviso. E se all'epoca fu percepito come estremamente intenso e realistico, visto oggi forse risulta un po' datato e inneguo. Grande successo di pubblico e di critica, con otto premi Oscar vinti su ben 13 nomination: miglior film, regia, attore non protagonista (Sinatra), attrice non protagonista (Reed), sceneggiatura, fotografia, montaggio e sonoro. Per Sinatra (scelto al posto di Eli Wallach), in particolare, fu la tanto attesa consacrazione in campo cinematografico, curiosamente per un ruolo che non gli richiedeva di cantare. Il titolo proviene da un verso di una poesia di Rudyard Kipling.

14 febbraio 2023

L'eterna illusione (Frank Capra, 1938)

L'eterna illusione (You can't take it with you)
di Frank Capra – USA 1938
con Jean Arthur, James Stewart
**

Rivisto in divx.

Il ricco banchiere Anthony P. Kirby (Edward Arnold) sta per portare a termine un grosso affare, con l'acquisto di un intero quartiere della città di cui intende abbattere le case per costruire una grande fabbrica siderurgica. A mettergli i bastoni fra le ruote è il vecchio Martin Vanderhof (Lionel Barrymore), l'unico che non vuole vendergli la propria dimora, dove conduce uno stile di vita quantomeno eccentrico insieme alla propria famiglia, seguendo le proprie passioni in totale libertà anziché i dettami di una società basata sul guadagno, il capitalismo e la burocrazia. Kirby ignora inoltre che Alice Sycamore (Jean Arthur: il personaggio si chiama Lisa nel doppiaggio italiano), la segretaria di cui suo figlio Tony (James Stewart) è innamorato e che intende sposare, è la nipote proprio di Vanderhof. Ma la frequentazione della famiglia di lei, povera ma serena, nonché il rischio di perdere il figlio, gli faranno capire che è inutile passare il tempo ad accumulare ricchezza e potere a scapito della propria felicità, visto che il denaro "non lo si può portare con sé". Tratto dalla commedia teatrale di George S. Kaufman e Moss Hart (vincitrice del premio Pulitzer per il 1936), sceneggiata da Robert Riskin, un film ricolmo del solito populismo anni trenta di Capra, bordato di buonismo e retorica sulla felicità dei semplici (ma anche conseguenza dei traumi della Grande Depressione). La famiglia allargata di Vanderhof (di cui fanno parte non solo i parenti – la figlia, il genero, le nipoti – ma anche amici vari che, seguendo il suo insegnamento, hanno lasciato impieghi noiosi o stressanti per dedicarsi a ciò che desiderano veramente) trascorre le giornate in una gioiosa anarchia, dedicandosi all'arte o alle invenzioni (c'è chi dipinge, chi scrive, chi fa musica, chi danza, chi costruisce giocattoli o fuochi d'artificio), e vivendo tutti insieme nella grande casa (con laboratorio sotterraneo annesso) come se fosse una "comune". Vanderhof stesso, un po' per gioco ma un po' anche seriamente, afferma di non capire perché si debbano pagare le tasse, propugnando una società in cui ognuno faccia quel che desideri e segua i propri sogni senza costrizioni. La confusione comica è anarchica e generalizzata, e molti dei personaggi e delle situazioni che creano sono talmente carefree da ricordare più un cartone animato che un film (e infatti si cita più volte Walt Disney, in un caso anche menzionandolo esplicitamente). A dare un po' di spessore all'insieme c'è il tema del contrasto sociale fra ricchi (snob) e poveri (ma generosi e con tanti amici), e quello dell'incontro fra le due famiglie di origine dei promessi sposi, che lo rende quasi un capostipite del filone di "Ti presento i miei". Stewart e la Arthur sono protagonisti sono nominali: di fatto i due capofamiglia, Barrymore e Arnold, sono le figure davvero centrali della vicenda (e infatti sulla locandina i nomi dei quattro attori hanno lo stesso spazio). Il cast corale comprende anche Donald Meek (l'impiegato che si licenzia per costruire giocattoli), Mischa Auer (il maestro di ballo russo), Spring Byington, Ann Miller, Samuel S. Hinds, Dub Taylor (i famigliari di Alice) e Mary Forbes (la madre di Tony). Barrymore recita per tutto il film con le stampelle perché soffriva di artrite. La pellicola vinse il premio Oscar come miglior film (il secondo per Capra, dopo "Accadde una notte") e per la regia (il terzo in cinque anni, contando anche "È arrivata la felicità").

10 febbraio 2023

Cavalcata (Frank Lloyd, 1933)

Cavalcata (Cavalcade)
di Frank Lloyd – USA 1933
con Diana Wynyard, Clive Brook
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dal capodanno del 1900 a quello del 1933, una "cavalcata" di eventi storici, per lo più tragici (il succedersi dei momenti e il trascorrere degli anni è rappresentato dalle immagini di una fila di cavalieri medievali in continua marcia), che sconvolgono l'Impero Britannico e, nel privato, la vita di una benestante famiglia londinese. Robert Marryot (Clive Brook) parte come volontario per la guerra in Africa contro i boeri, lasciando da sola la moglie Jane (Diana Wynyard) e i due figlioletti Edward e Joe. Ma tornerà sano e salvo (e sarà fatto cavaliere dalla regina Vittoria), e con lui anche il maggiordomo Alfred Bridges (Herbert Mundin), che si "emanciperà" acquistando un pub. I due figli dei Marryot moriranno rispettivamente nella tragedia del Titanic (Edward) e nella Grande Guerra (Joe, ucciso il giorno stesso dell'armistizio, come il Paul Bäumer di "Niente di nuovo sul fronte occidentale"), mentre nel frattempo il mondo cambia, i regnanti si succedono, e nuove idee e rivoluzioni sociali e politiche sconvolgono la vita e l'ordine mondiale, ben rappresentate – con un certo pessimismo – dalla canzone "Twentieth Century Blues" cantata da Fanny (Ursula Jeans), la figlia di Alfred, in un cabaret. Dal dramma teatrale di Noël Coward, una pellicola che ebbe un grande successo all'epoca (vinse il premio Oscar per il miglior film, oltre a quelli per la regia e le scenografie) ma che, vista oggi, mostra molti suoi limiti: in particolare una regia ingessata, una recitazione forzata e antinaturalistica, e una sceneggiatura che accatasta una successione di eventi senza un vero collante, se non quello della storia che procede indefessa, schiacciando le vite degli esseri umani. Comunque un paio di sequenze meritano la visione, come quella del Titanic (con la rivelazione a sorpresa del nome della nave attraverso un salvagente, una trovata poi ripresa da Terry Gilliam ne "I banditi del tempo") e quella della prima guerra mondiale (con un montaggio sempre più cupo e drammatico di immagini di soldati che cadono in battaglia: le scene della guerra sono state realizzate da William Cameron Menzies). Ed è da apprezzare il legame con l'attualità: in effetti, agli inizi degli anni trenta (il dramma di Coward è del 1931) c'era la sensazione diffusa che il mondo stesse andando a rotoli o alla deriva, cosa che sarà purtroppo confermata negli anni successivi. Non è molto diverso da come ci sentiamo oggi, fra pandemie, nazionalismi e guerre: speriamo che gli sviluppi siano diversi... Nel cast corale, Una O'Connor è Ellen, la cameriera dei Marryot nonché madre di Fanny; Irene Browne è Margaret, amica di famiglia e madre di Edith, che diventerà la moglie di Edward; e John Warburton e Frank Lawton sono rispettivamente i due figli Edward e Joe da adulti. Un film basato su un'idea simile (la guerra e gli eventi politici visti dagli occhi di chi rimane a casa), "La signora Miniver", vincerà l'Oscar anche nove anni più tardi.

6 febbraio 2023

Everything everywhere all at once (Daniels, 2022)

Everything everywhere all at once (id.)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2022
con Michelle Yeoh, Ke Huy Quan
***

Visto al cinema Colosseo.

Evelyn Wang (Michelle Yeoh), cinese di mezza età e proprietaria di una lavanderia a gettoni negli Stati Uniti, ha parecchie cose per la testa, e tutte insieme: una relazione in crisi con il marito Waymond (Ke Huy Quan), un rapporto difficile con la figlia gay e ribelle Joy (Stephanie Hsu), l'arrivo dalla Cina del padre vecchio e malato (James Hong), una visita fiscale in corso da parte dell'ispettrice Deirdre Beaubeirdre (Jaime Lee Curtis), i preparativi per la festa del capodanno cinese che si terrà proprio nel suo negozio. E come se non bastasse, è sopraffatta dai rimpianti per le vite che non ha vissuto, lei che in gioventù sognava di volta in volta di diventare una cantante, un'attrice, una cuoca, un'esperta di arti marziali... Ma tutte queste potenzialità si sono avverate in vari universi paralleli, fra i quali acquisterà la capacità di spostarsi, muovendosi da una realtà all'altra – e acquisendo le capacità dei suoi alter ego – per salvare l'insieme di tutti i mondi ("una sovrapposizione quantistica di stati vibrazionali") dalla distruzione minacciata da un agente del caos, Jobu Tupaki (una variante "nichilista" di Joy). Il concetto di "multiverso" è diventato particolarmente popolare negli ultimi anni, grazie a film (e serie tv) come quelli della Marvel: ma questo lungometraggio – opera seconda del duo di registi e sceneggiatori Kwan e Scheinert, noti collettivamente come "i Daniels" – lo rappresenta e lo sviluppa in maniera molto più accattivante ed estesa rispetto alle pellicole di supereroi, legandolo al vissuto interiore di un personaggio, alle sue aspirazioni e ai suoi rimpianti. Visionario, surreale e onirico (e debitore a certe cose di Charlie Kaufman e Terry Gilliam), il film fonde introspezione, azione e comicità assurdista senza fermarsi davanti a nulla, che si tratti di mostrare universi sempre più improbabili (come quello in cui le persone hanno wurstel al posto delle dita, quello in cui un procione manovra uno chef come il topo di "Ratatouille", o quelli in cui gli esseri umani sono cartoni animati, pupazzi o addirittura... sassi!), o di sfruttare elementi dalla comicità demenziale intrinseca (per "saltare" da un universo all'altro occorre compiere un'azione altamente improbabile, con esiti surreali; e la distruzione di tutto il multiverso è minacciata da un... bagel, ossia una ciambella dolce). Film del genere – che procedono per accumulo di elementi random, hanno un approccio relativista e non sembrano prendere nulla sul serio: si pensi per esempio a "Mr. Nobody" di Jaco Van Dormael – di solito mi infastidiscono ("Quando ci metti di tutto, nulla ha più importanza", viene detto nella pellicola stessa): ma in questo caso la problematica è affrontata direttamente (a Evelyn, che afferma di non essere "brava a fare niente", viene spiegato che proprio per questo motivo ha a disposizione un enorme numero di potenzialità). Inoltre, nonostante il messaggio finale non sia poi così profondo (come sempre la chiave di tutto è l'amore, insieme all'accettazione e alla reciproca comprensione), il divertimento è sorretto da un'inventiva senza limiti (fra le mille trovate, anche quelle metacinematografiche, come i finti titoli di coda a metà pellicola o citazioni alterate quali "Io sono tua madre!") e, soprattutto, da un cast eccellente che comprende molti interpreti legati agli anni ottanta e novanta (la Yeoh, forse alla prova migliore della sua carriera, e la Curtis, ma anche James Hong, ossia il Lo Pan di "Grosso guaio a Chinatown"), alcuni dei quali letteralmente recuperati dall'oblio (Ke Huy Quan, celebre come attore bambino in "Indiana Jones e il tempio maledetto" e "I Goonies", non recitava più da vent'anni!). I Daniels avevano iniziato a pensare il film per Jackie Chan, prima di cambiare idea in favore di una protagonista femminile, mentre l'ottima Stephanie Hsu ha sostituito la prima scelta Awkwafina. Ruoli minori e cameo (fra gli altri) per Harry Shum Jr., Jenny Slate, Tallie Medel e Michiko Nishiwaki. Enorme il riscontro critico, con undici nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia, la sceneggiatura originale, e ben quattro interpreti: Yeoh, Ke Quan, Curtis e Hsu).

29 agosto 2022

Io e Annie (Woody Allen, 1977)

Io e Annie (Annie Hall)
di Woody Allen – USA 1977
con Woody Allen, Diane Keaton
***1/2

Rivisto in divx.

Alvy Singer (Allen), comico e cabarettista newyorkese, ripercorre il proprio rapporto con le donne e in particolare quello con Annie Hall (Keaton), aspirante cantante del Wisconsin con cui ha convissuto, lasciandosi dopo un anno di relazione fra alti e bassi. Il film che ha definitivamente consacrato Woody Allen, fino ad allora noto per le sue commedie satiriche più o meno demenziali, di cui in un certo senso rappresenta artisticamente il punto d'arrivo: vinse l'Oscar (battendo nientemeno che "Guerre stellari") ed è tuttora considerato fra i suoi migliori lavori, se non il migliore in assoluto. La commedia romantica ed esistenziale vive sulle insicurezze, le nevrosi e le idiosincrasie del personaggio (magistralmente accentuate, nella versione italiana, dal doppiaggio di Oreste Lionello, che fu apprezzato dallo stesso Allen: "mi ha fatto sembrare migliore di quanto io sia"), intellettuale ebreo che disprezza gli intellettuali (celeberrima la scena della coda davanti al cinema, nella quale "materializza" dal nulla il sociologo Marshall McLuhan per mettere a tacere un saccente individuo che pontificava proprio su di lui), pessimista per natura (legge solo libri che contengono la parola "morte" nel titolo), che cerca di "elevare culturalmente" la sempliciotta e impulsiva Annie, spingendola a iscriversi all'università e ad andare in analisi (come lui, che va dallo psichiatra da quindici anni: "Gli concedo un altro anno, poi vado a Lourdes"). La sceneggiatura è ricchissima e frammentata, e passa da un momento all'altro senza pause e senza soluzione di continuità, in un susseguirsi di monologhi, flashback (cui spesso assistono, commentandoli, le versioni "attuali" dei personaggi) e istanti in cui il protagonista si rivolge direttamente al pubblico rompendo la quarta parete, dando vita a una serie di riflessioni esistenziali che forgiano non solo il personaggio (Alvy è un vero e proprio alter ego di Allen, nonché la naturale evoluzione delle figure interpretate nei film precedenti, in particolare il Sam Felix di "Provaci ancora, Sam") e il suo rapporto con i rappresentanti dell'altro sesso (ha ben due matrimoni alle spalle, prima ancora di incontrare Annie) ma anche quello con la stessa New York, "città morente" a cui fa da contraltare una California solare ma artificiale ed eccentrica. Anche il linguaggio cinematografico è decostruito attraverso l'uso occasionale dello split screen e persino una sequenza a cartoni animati (che parodizza la "Biancaneve" disneyana). Fra le battute più memorabili, quelle sul sesso: "Il sesso è stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere", "Non denigrare la masturbazione: è sesso con qualcuno che amo". In più, aforismi come quello (attribuito a Groucho Marx) che apre la pellicola, "Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me", e la barzelletta sulle uova che la conclude ("Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina" "Perché non lo interna?" "E poi a me le uova chi me le fa?"), con chiosa finale ("È quello che penso dei rapporti uomo-donna: e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi... ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova"). Diane Keaton, deuteragonista perfetta, aveva già recitato con Allen nei precedenti "Il dormiglione" e "Amore e guerra" (nonché in "Provaci ancora, Sam"). Piccole parti per Tony Roberts, Carol Kane, Paul Simon, Janet Margolin, Shelley Duvall e Christopher Walken (il fratello sciroccato di Annie), nonché camei per Jeff Goldblum, Sigourney Weaver e Truman Capote. Oltre a quello per il miglior film, la pellicola vinse anche gli Oscar per la regia, la sceneggiatura (di Allen e Marshall Brickman) e l'attrice (Keaton).

27 giugno 2022

La stangata (George Roy Hill, 1973)

La stangata (The sting)
di George Roy Hill – USA 1973
con Robert Redford, Paul Newman
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Chicago del 1936, fra crimine, gioco d'azzardo e l'onda lunga della Grande Depressione, due "artisti della truffa" – il giovane Johnny Hooker (Robert Redford) e il più esperto Henry Gondorff (Paul Newman) – organizzano una complessa "stangata" ai danni del gangster Doyle Lonnegan (Robert Shaw), anche per vendicare un amico comune (Robert Earl Jones) che questi ha fatto ammazzare. Da una sceneggiatura quasi perfetta di David S. Ward, ispirata fra l'altro alle imprese dei "veri" fratelli Fred e Charley Gondorff, forse il più celebrato caper movie (film di truffe) di tutti i tempi, vincitore di sette premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, scenografie, costumi, montaggio e colonna sonora, più altre tre nomination). La complessità dell' "imbroglio del telegrafo" che Johnny e Henry mettono in scena (allestendo una finta sala scommesse per le corse dei cavalli, con decine di comparse e di complici, fra i quali quelli interpretati da Ray Walston, Harold Gould, Jack Kehoe) va di pari passo con altri colpi di scena, anche ai danni dello spettatore (vedi il twist sull'identità del misterioso killer che Lonnegan ha sguinzagliato sulle tracce di Johnny, o quello – indimenticabile – nel finale, che conclude degnamente la "stangata"). Da ricordare inoltre la partita a poker sul treno. Le ottime interpretazioni (nel cast anche Eileen Brennan, Dimitra Arliss, Charles Dierkop e Charles Durning nei panni del poliziotto corrotto Snyder) e tanti piccoli dettagli (come l'iconico cenno di complicità, con le dita lungo il naso, che i truffatori si scambiano a distanza) favoriscono la caratterizzazione dei personaggi. Bella anche la ricostruzione d'epoca, accompagnata peraltro da una memorabile colonna sonora (seppur leggermente anacronistica) a base di ragtime di Scott Joplin, fra cui il celeberrimo "The entertainer" che ritrovò così una nuova e inattesa popolarità. Efficaci ma anacronistici anche i tanti rimandi al cinema muto, come i cartelli dipinti che intervallano le varie sezioni della pellicola, e le iridi circolari usate nelle transizioni da scena a scena, o per sottolineare determinati particolari dell'inquadratura. A ben pensarci, anche la colonna sonora richiama la spigliatezza e la leggerezza di certe comiche del periodo muto: in altri momenti, comunque, il film non si risparmia una certa tensione, che sfocia in autentica suspense. Alcune critiche che lo accusano di essere un po' monotono e meccanico, comunque, non sono del tutto campate in aria. George Roy Hill aveva già diretto la coppia Redford/Newman quattro anni prima nel western "Butch Cassidy".

15 maggio 2022

Kramer contro Kramer (R. Benton, 1979)

Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer)
di Robert Benton – USA 1979
con Dustin Hoffman, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Lasciato all'improvviso dalla moglie Joanna (Meryl Streep), il pubblicitario newyorkese Ted Kramer (Dustin Hoffman) è costretto a barcamenarsi con fatica per accudire da solo il figlioletto di sette anni, sacrificando in parte proprio quel lavoro cui in precedenza dedicava tutto sé stesso, cosa che era stata all'origine della frattura con la moglie. E quando la donna, dopo più di un anno, si ripresenta per chiedere che le venga affidato il bambino, i due ex coniugi decidono di sfidarsi in tribunale. (Melo)dramma coniugale e giudiziario di grande successo (vinse cinque premi Oscar – assegnati al film, alla regia, alla sceneggiatura e ai due interpreti principali – su nove nomination), che fu apprezzato per aver messo in luce alcuni dei cambiamenti allora in atto nella società americana (i genitori single, i ruoli del padre e della madre, il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia). A dispetto del titolo, il film non è "simmetrico": il punto di vista è sempre quello del marito, di cui seguiamo le vicissitudini dall'inizio alla fine (con un lento miglioramento man mano che si impegna a vivere insieme al figlio), mentre la moglie appare misteriosa ed emotiva, ritratta come imprevedibile e inaffidabile. Il tono è realista, benché a tratti un po' forzato e privo di sottigliezze. Non mancano comunque scene assai efficaci (quella in cui Ted si procura un nuovo impiego nell'arco di poche ore, e alcune delle sequenze del processo, peraltro rappresentato come assai sgradevole, dove gli avvocati non lesinano colpi bassi), soprattutto per merito degli eccellenti attori. Alcune scene sono state improvvisate. Nel cast anche Jane Alexander (Margaret, la vicina di casa) e Howard Duff (l'avvocato di Ted). Il bambino, Billy, è interpretato da Justin Henry. Nella colonna sonora ricorre il primo movimento del concerto in do maggiore per mandolino di Vivaldi.

31 luglio 2021

Nomadland (Chloé Zhao, 2020)

Nomadland (id.)
di Chloé Zhao – USA 2020
con Frances McDormand, David Strathairn
***

Visto in divx, con Sabrina.

Dopo la morte del marito e la chiusura della miniera in cui lavorava (che ha portato all'abbandono della cittadina in cui risiedevano: siamo attorno al 2012, negli anni della grande crisi economica), Fern ha iniziato a vivere da "nomade", spostandosi e dormendo in un furgone (van) che è di fatto la sua casa, viaggiando per l'America occidentale, guadagnandosi da vivere con lavoretti temporanei e contando sulla solidarietà incrociata delle altre persone che hanno scelto il suo stesso stile di vita. Dico "scelto", nonostante i disagi e i pochi mezzi a disposizione, perché le occasioni per rimettere radici da qualche parte non mancherebbero, date le offerte che ogni tanto giungono da parenti o da amici di stabilirsi presso di loro. Ma il desiderio di indipendenza e di assaporare la libertà di muoversi dove e come si vuole, la paura del futuro o la disillusione per i rapporti sociali di lunga data e verso un mondo dominato dal capitalismo, impediscono a lei – e ai tanti altri come lei – di rinunciare a questa vita. Al terzo film (e dopo il già notevole "The rider", che le era valso un contratto con la Marvel per dirigere uno dei prossimi cinecomic, "Eternals": la lavorazione di questo è proceduta in parallelo con la pre-produzione di quello), la regista sino-americana Chloé Zhao ha fatto il botto: Leone d'Oro a Venezia e premio Oscar per il miglior film (forse facilitato anche dalla ridotta concorrenza per via della lunga chiusura dei cinema per il Covid). Ispirato a un libro-inchiesta della giornalista Jessica Bruder – che per diversi mesi ha vissuto in un camper, aggregandosi a comunità di "nomadi" costretti dalle difficoltà economiche a spostarsi di città in città per gli Stati Uniti in cerca di lavoro – il film si sviluppa senza trama, fatto di tanti piccoli momenti ed episodi, risultando a tratti quasi documentaristico (e di fatto lo è: documenta una realtà). Al centro c'è sempre il personaggio di Fern, interpretato da una straordinaria Frances McDormand (anche lei premiata con l'Oscar, così come la regista), umanissima ed "eccentrica, audace e sincera" (come la definisce la sorella), mentre la pellicola stessa ha toni misurati, senza mai sfociare nel pretenzioso o nel melodrammatico (ed è questa la sua forza). Attorno alla protagonista si muovono pochi personaggi ricorrenti, come quelli interpretati dall'attore David Strathairn e da alcuni veri "nomadi" (Linda May, Charlene Swankie, Bob Wells). Notevoli inoltre i paesaggi, gli scenari e le ambientazioni, praticamente sempre extraurbani, che restituiscono un'immagine dell'America più "pura" e immacolata (per esempio i suoi parchi naturali).

5 maggio 2021

Il silenzio degli innocenti (J. Demme, 1991)

Il silenzio degli innocenti (The silence of the lambs)
di Jonathan Demme – USA 1991
con Jodie Foster, Anthony Hopkins
***

Rivisto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Per tracciare un profilo psicologico di "Buffalo Bill", elusivo serial killer che rapisce, uccide e scuoia giovani donne, Clarice Starling (Jodie Foster), agente dell'FBI ancora in addestramento, viene inviata dal suo superiore Jack Crawford (Scott Glenn) a "intervistare" Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), psicopatico cannibale rinchiuso in un carcere psichiatrico di massima sicurezza. Inquietante e pericoloso, ma anche colto e dai modi affabili, Hannibal stringerà uno strano sodalizio con Clarice, aiutandola (seppure in maniera enigmatica e mai diretta) a identificare l'assassino (Ted Levine). Dal romanzo di Thomas Harris, secondo volume – dopo "Il delitto della terza luna", da cui era stato tratto "Manhunter" di Michael Mann – del ciclo dedicato al personaggio di "Hannibal the Cannibal", un thriller di grande successo che ha riportato in auge il filone dei serial killer (tanto che negli anni successivi spuntarono come funghi molte pellicole di questo tipo). Vinse i cinque premi Oscar più importanti, quelli per il miglior film, la regia, la sceneggiatura (di Ted Tally), l'attore e l'attrice protagonista (il secondo per Foster, dopo "Sotto accusa"), uno dei soli tre film a esserci riusciti (il primi due erano stati "Accadde una notte" e "Qualcuno volò sul nido del cuculo"). Rispetto al film di Mann, siamo su livelli più alti sotto ogni punto di vista: la regia, l'atmosfera, la suspence, ma soprattutto la caratterizzazione psicologica dei personaggi, che escono dai cliché del genere e penetrano sotto la pelle dello spettatore, inquietandolo a più riprese (soprattutto Lecter, originalissima figura di cattivo che non è però l'antagonista del film, come peraltro già in "Manhunter", dove il personaggio era interpretato da Brian Cox). Il titolo (che in originale non parla di "innocenti" ma di "agnelli": le battute sulla famiglia torinese si sono sprecate, quindi non le ripeterò) si riferisce al sogno ricorrente di Clarice che le impedisce di dormire tranquilla, sin da quando da bambina aveva assistito allo sgozzamento degli animali di una fattoria, le cui grida l'hanno spinta a intraprendere la carriera che ha scelto. Memorabile (e iconico) Hopkins con la maschera sul viso (ispirata a quella dei portieri di hockey), ma anche il personaggio eccentrico e para-transessuale di Buffalo Bill (con qualche polemica in patria da parte delle organizzazioni LGBT; per quanto possa valere, Lecter stesso mette in chiaro che non c'è un legame fra transessualità e violenza). Molte le trovate interessanti, oggi forse meno efficaci perché in seguito se ne è abusato allo sfinimento: dalla fuga di Lecter dalla gabbia in cui era tenuto prigioniero (con modalità grandguignolesche) alla scena dell'irruzione nella presunta casa del killer (con un montaggio parallelo che "inganna" lo spettatore). Ottima la musica di Howard Shore. Cameo per Roger Corman (il direttore dell'FBI), mentre Anthony Heald interpreta Frederick Chilton (il direttore dell'istituto psichiatrico, nonché "l'amico" che Hannibal "attende per cena" nel finale). Numerosi errori e imprecisioni nella traduzione e nell'adattamento italiano dei dialoghi (vedi qui). Lecter – e purtroppo anche Clarice – torneranno in "Hannibal" di Ridley Scott.

15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***1/2

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

20 agosto 2020

Chicago (Rob Marshall, 2002)

Chicago (id.)
di Rob Marshall – USA 2002
con Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones
**1/2

Rivisto in TV.

Nella Chicago degli anni venti, la ballerina di fila Roxie Hart (Renée Zellweger) e la soubrette di vaudeville Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones), entrambe in prigione per omicidio e in attesa di processo, diventano rivali anche dietro le sbarre pur di calamitare l'attenzione dell'avvocato Billy Flynn (Richard Gere) e i riflettori dei media sui rispettivi casi. Dall'omonimo spettacolo di Broadway del 1975, ispirato peraltro a una commedia teatrale del 1926 che si rifaceva a una storia vera e che era già stata portata due volte sullo schermo ("Chicago" nel 1927 e "Roxie Hart" nel 1942, quest'ultimo con Ginger Rogers), un musical che fonde cinismo, satira e leggerezza per parlare di fama e celebrità (che, come sempre, sono quanto mai volatili). Con l'eccezione forse di Amos (John C. Reilly), il marito di Roxie, tutti i personaggi mentono o simulano per il proprio tornaconto, a cominciare da Billy, avvocato manipolatore che gioca con le persone e... le prove in tribunale. In un mondo in cui ogni cosa, dal giornalismo ai processi, è uno spettacolo ("È tutto un circo", dice Billy a Roxie), recitare una parte sembra l'unico modo per restare a galla, anche se per poco, prima che giunga una nuova diva ad eclissare la precedente. Alla prima regia cinematografica, Marshall punta a sottolineare questo aspetto in ogni modo, forse esagerando col montaggio e perdendo un po' la presa sulla materia trattata: ecco dunque che i numeri cantati, eseguiti su un palco immaginario a mo' di cabaret, scorrono in parallelo all'azione filmata, alternandosi a essa come per punteggiarla con i loro commenti. E anche la fotografia appare definita e luminosa come se i personaggi fossero sempre sotto le luci di un teatro. Fra i punti deboli, purtroppo, ci sono proprio le canzoni, tutt'altro che memorabili (se si eccettua la prima, la celebre "All that jazz"), che rallentano la storia anziché portarla avanti. Belle, invece, le coreografie (per esempio quella della conferenza stampa, con i giornalisti come burattini e l'avvocato come ventriloquo). Nel cast anche Queen Latifah ("Mama", la detenuta intrallazzona), Lucy Liu (un'altra donna assassina), Colm Feore (il procuratore) e Christine Baranski (la giornalista). Esagerato il successo di critica (ben 12 nomination agli Oscar e 6 statuette vinte, compresa quella per il miglior film), ma d'altronde eravamo in un periodo di revival del musical (l'anno precedente era uscito "Moulin rouge!") e cominciava ad affiorare quella nostalgia ossessiva per il cinema del passato che caratterizzerà i decenni successivi.

9 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re (Peter Jackson, 2003)

Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re
(The Lord of the Rings: The Return of the King)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2003
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
***1/2

Rivisto in DVD (versione estesa).

"La battaglia per il Fosso di Helm è finita, la battaglia per la Terra di Mezzo sta per cominciare". C'eravamo lasciati così, al termine de "Le due torri", sull'orlo della guerra con Sauron e con il destino dell'anello in sospeso. E il terzo e conclusivo capitolo de "Il Signore degli Anelli" non delude le attese, rivelandosi la pellicola più epica e grandiosa della trilogia tratta dal romanzo di J.R.R. Tolkien, nonché la più lunga (oltre quattro ore nell'edizione estesa!). Dopo un breve prologo sull'origine di Gollum, quando era ancora un hobbit di nome Sméagol (Andy Serkis per una scena può recitare in prima persona, senza "rivestimenti" digitali: forse un premio per il suo exploit nel precedente film), prosegue il viaggio di Frodo e Sam verso Mordor. Gollum li guida per un pericoloso sentiero segreto, che sfiora la roccaforte di Minas Morgul (da cui escono le armate di Sauron, guidate dai Nazgûl e dirette contro Gondor) e si inerpica sulle montagne fino alla fortezza di Cirith Ungol. Durante il tragitto Gollum tradisce i suoi compagni: dopo aver separato Sam da Frodo, lascia che questi cada vittima del gigantesco ragno Shelob. Catturato dagli orchi di Cirith Ungol, sarà salvato da Sam che lo sosterrà fino a Monte Fato. Nel frattempo i restanti membri della compagnia dell'anello, finalmente riuniti dopo la battaglia del Trombatorrione, si confrontano con Saruman fra le rovine di Isengard. In una scena presente soltanto nell'edizione estesa del film (ne parliamo dopo) lo stregone bianco è ucciso dal suo stesso servitore, Gríma Vermilinguo. Più tardi i nostri si dividono di nuovo: Gandalf si reca a Minas Tirith, capitale di Gondor, per prepararla all'imminente assedio, conducendo con sé Pipino, che ha incautamente guardato nel palantír di Saruman, la pietra veggente con la quale lo stregone comunicava con Sauron. Aragorn (cui il mezzelfo Elrond ha consegnato Narsil, la spada di Isildur ora riforgiata, a suggello della sua autorità regale), Legolas e Gimli decidono di seguire il Sentiero dei Morti, radunando così gli spiriti di un antico popolo che tremila anni prima aveva tradito la propria alleanza con Gondor e che ora avrà l'occasione di riscattarsi. Merry, infine, rimane a Dunclivo, l'accampamento dove re Théoden ha radunato tutti i guerrieri di Rohan, in attesa di scendere a sua volta in battaglia.

Guidate dall'orco Gothmog, le forze di Sauron assediano Minas Tirith approfittando della confusione che regna in città. Il governatore reggente Denethor ha infatti smarrito ogni speranza e, dopo aver costretto il figlio Faramir a lanciarsi in un'inutile spedizione suicida per riconquistare le rovine di Osgiliath (da cui torna gravemente ferito), si rivela incapace di organizzare una difesa adeguata: sarà Gandalf a farlo al suo posto, dopo aver inviato – con l'aiuto di Pipino – una richiesta d'aiuto a Rohan. I Rohirrim giungono ai campi del Pelennor, davanti alla mura della città, proprio nel momento in cui la sconfitta sembrava ormai imminente, ovvero dopo che gli orchi avevano sfondato la porta di Minas Tirith con l'enorme ariete Grond. L'arrivo della cavalleria capovolge le sorti della battaglia, ma solo per un attimo: alla carica dei Rohirrim contro gli orchi, Sauron risponde con l'avanzata dei Sudroni (a bordo dei colossali olifanti). E mentre Éowyn ha il suo momento di gloria sconfiggendo (con l'aiuto di Merry) il Re degli Stregoni di Angmar, il temibile signore dei Nazgûl che aveva abbattuto re Théoden (e che, secondo una profezia, "nessun uomo può uccidere": viene infatti sconfitto da una donna e da uno hobbit), il provvidenziale arrivo di Aragorn e dell'esercito dei morti a bordo delle navi dei corsari di Umbar sugella finalmente la vittoria delle forze dell'Ovest. Non resta che l'ultimo passo: marciare direttamente contro Mordor per attirare le restanti truppe di Sauron davanti al Cancello Nero, distogliendo l'attenzione dell'Oscuro Signore da Monte Fato, dove Frodo e Sam stanno conducendo in segreto l'anello. Ma nelle viscere del vulcano, proprio davanti al fuoco del Sammath Naur, Frodo si lascerà tentare dal suo potere: sarà l'intervento di Gollum a causare involontariamente la distruzione dell'anello e la sconfitta definitiva di Sauron, il cui spirito si disperde. La lunga pellicola si conclude con una serie di finali concatenati: la felice riunione fra i personaggi sopravvissuti, l'incoronazione di Aragorn a Gondor (e il suo matrimonio con Arwen), il ritorno a casa degli hobbit e, infine, la partenza degli ultimi elfi (ma anche di Gandalf, Bilbo e Frodo) dai Rifugi Oscuri, verso le Terre Imperiture.

A saga conclusa, si può ben dire che si è trattato di un evento cinematografico senza pari e con un respiro d'altri tempi: il film di Peter Jackson (perché è di un unico film diviso in tre parti che si tratta, in fondo: ricordo ancora che le tre pellicole sono state girate tutte insieme e di fila, nell'arco di 14 mesi, per poi richiedere un lungo lavoro di post-produzione) non può essere paragonato a nulla di ciò che era stato prodotto nei trenta-quarant'anni precedenti, almeno da Hollywood. Bisogna tornare a nomi come i già citati David Lean o Akira Kurosawa per trovare termini di confronto adeguati. E rispetto ai due precedenti capitoli, in questa terza pellicola la portata degli eventi si eleva su scala ancora maggiore, mentre la guerra dell'anello finisce col coinvolgere eserciti di proporzioni colossali. Ogni personaggio viene trasfigurato e ogni vicenda innalzata a dimensioni epiche, senza però rinunciare a scrutare nell'intimo dei protagonisti e nelle loro motivazioni personali. Ciascuno, infatti, va incontro alla guerra e alla morte in modo differente: Éowyn nel disperato tentativo di sfuggire al peso delle consuetudini e per combattere al fianco di colui che ama; Faramir per la tragica lealtà nei confronti del padre e del suo popolo; Théoden per il desiderio di riscatto e per tener fede a un'antica alleanza; Pipino per rimediare agli errori commessi; Merry per non lasciare da soli i suoi amici; Aragorn per affrontare senza più alcun timore il suo glorioso destino; Frodo, naturalmente, per vincere i propri fantasmi e le proprie tentazioni, impersonate nel terribile anello. E, più importante di tutti, Sam per l'amicizia e la fedeltà verso l'amico, che non abbandona nemmeno nell'ora più buia, quando le ferite che non guariscono mai e i fardelli troppo pesanti da portare sembrano sbarrare la porta anche agli ultimi raggi di luce. Innumerevoli i momenti indimenticabili e le scene di grande cinema, tanto per gli spettatori a digiuno del romanzo quanto per chi lo conosce a menadito: si pensi al confronto fra Éowyn e il signore dei Nazgûl ("Io non sono un uomo!"), o a Gandalf che conforta Pipino parlandogli della morte ("La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato. E poi... bianche sponde. E al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora", una descrizione che gli sceneggiatori hanno preso dall'ultimo capitolo del romanzo, quando Frodo veleggia verso Valinor).

Come e forse più degli altri due film, tuttavia, anche questo ha alcuni difetti. Nonostante la lunghezza, mancano delle risoluzioni, e molte cose sono state sacrificate per esigenze di tempo. In particolare, nell'edizione uscita al cinema, è assente il confronto finale con Saruman, lo stregone così catastroficamente sconfitto al termine del secondo film da negare a Christopher Lee persino una comparsata finale, privo di poteri e rinchiuso nella sua torre semidistrutta e guardata a vista dagli Ent: la scena della sua morte per mano di Gríma sarà inserita solo nell'edizione estesa, uscita in DVD. Si tace poi sulle ragioni della follia di Denethor e sull'origine del suo pessimismo, cosa che impoverisce il personaggio, forse quello al quale la trilogia cinematografica ha reso meno giustizia, trasformandolo da una figura tragica in un villain irrazionale e antipatico. Soltanto pochi secondi (e, anche in questo caso, solo nell'edizione estesa) sono riservati alle "Case di guarigione", uno dei miei capitoli preferiti del libro, e di conseguenza a una degna conclusione per Éowyn e Faramir. Infine, nonostante parecchi critici si siano lamentati del finale tirato per le lunghe, io la penso in maniera opposta: trovo che l'incoronazione del re e i "molti addii" siano volati troppo in fretta e avrei desiderato che il regista (e il montatore) ci si fossero soffermati per qualche minutino in più. Il difetto principale, comunque, è che gran parte della prima metà del film serve essenzialmente a far "andare avanti" la storia. C'è troppa carne al fuoco (il palantír, l'arrivo di Gandalf e Pipino a Minas Tirith, la spedizione di Faramir a Osgiliath, Aragorn sul sentiero dei morti, Minas Morgul, Shelob) per soffermarsi su ognuno di questi episodi con la dovuta calma. Il risultato è che per un'ora e mezza le vicende si dipanano senza suscitare lo stesso coinvolgimento emotivo dei film precedenti. Poi, miracolosamente, tutto cambia: quando i cavalieri di Rohan caricano davanti a Minas Tirith, ci accorgiamo di essere di fronte a un momento che attendevamo da anni. Da lì in poi, si sfiora il capolavoro. La battaglia dei campi del Pelennor, colossale ed epica, è molto diversa da quella del Fosso di Helm vista ne "Le due torri": non un assedio notturno sotto la pioggia, ma uno scontro in campo aperto e alla luce del giorno, altrettanto disperato ma decisamente più eroico.

Fra le scene più memorabili ci sono naturalmente quelle degli hobbit a Mordor, il vero nucleo narrativo del film. Di fronte a un Frodo sempre più provato (e tentato) dal fardello che ha scelto di trasportare, abbiamo un Sam che cresce fino a diventare praticamente la figura centrale della pellicola (se indubbiamente Frodo era il protagonista de "La compagnia dell'anello" e Aragorn quello de "Le due torri", Sam lo è a buon diritto de "Il ritorno del re"): e Sean Astin, rimasto un po' nell'ombra nelle pellicole precedenti, diventa di colpo il MVP della trilogia. Come ha detto qualcuno, è facile affrontare drammi e pericoli se si sa che alla fine c'è la ricompensa: ma è quando svanisce persino l'illusione della ricompensa che ci vuole Samvise ("Non posso portare il vostro fardello, padron Frodo, ma posso portare voi"). Sam è un personaggio che cresce lentamente anche nel romanzo, ma giunti alla fine sembra naturale che la storia si chiuda con lui, uno dei pochi a resistere al fascino tentatore dell'anello (a dire il vero, nel romanzo era presente una sezione che descriveva le illusioni di grandezza di Sam quando è in possesso dell'anello, gonfiata a dismisura nell'adattamento a cartoni animati de "Il ritorno del re" firmato dalla Rankin/Bass nel 1980: qui la scena è assente, anche perché lo spettatore non sa che Sam ha l'anello fino a quando non lo rivela anche a Frodo). Anche la momentanea separazione fra i due hobbit per via degli inganni di Gollum è farina del sacco degli sceneggiatori. E sempre dal film Rankin/Bass proviene forse l'ispirazione per alcune scene a Mordor con Frodo e Sam travestiti da Orchi. A livello di scenografie, spicca su tutte la bellissima città bianca di Minas Tirith, con i suoi sette livelli circondati dalle mura e costruiti su uno sperone di roccia sopra i campi del Pelennor. La cittadella con l'albero bianco, dove si trova la sala del trono, testimonia – con i suoi marmi bianchi e neri – della magnificenza della civiltà di Gondor, prestigiosa e antica, ben differente dal popolo di pastori e cavallerizzi di Rohan: il rapporto fra i due regni, nella Terra di Mezzo, è un po' come quello fra l'impero romano (nel periodo della sua decadenza) e le tribù di goti o di barbari a esso soggette. L'architettura e le decorazioni della cittadella sono state ispirate in parte agli scenografi del film da alcuni palazzi e monumenti di Firenze e Siena, oltre che dalla Cappella Palatina di Aquisgrana.

Dei tre film, questo è comunque quello che più si discosta dal materiale di partenza. Molte sono le scene e i personaggi del libro che vengono eliminati, come tutti i capitani di Gondor (Imrahil, Beregond) o altri abitanti di Minas Tirith (Bergil, Ioreth), le già citate Case di guarigione (e dunque l'Athelas), e naturalmente il ritorno nella Contea occupata dai mercenari di Saruman (nonostante le immagini che si erano viste nello specchio di Galadriel). L'edizione estesa rimedia almeno ad alcune delle mancanze più gravi, come l'assenza di risoluzione finale per Saruman (che muore a Orthanc, anziché a Casa Baggins): inizialmente la sequenza avrebbe dovuto concludere "Le due torri", ma Jackson la rinviò al film successivo per terminare il secondo in modo più solenne. Poi, al momento di montare "Il ritorno del re", pensò che sarebbe stato poco opportuno dedicare troppi minuti a un nemico già sconfitto. Qua e là, inoltre, piccole modifiche servono a dare maggiore tensione ad alcune scene. Va bene che quella che conta è la fedeltà allo spirito dell'opera, e non alla lettera, ma avrei gradito qualche scostamento in meno, visto che il libro V (la prima metà del terzo volume della trilogia) è forse quello che più mi piace di tutto "Il Signore degli Anelli". Non ho gradito per nulla il modo in cui è stato caratterizzato Denethor, l'assenza del suo palantír e il suo rapporto con Faramir. E ho trovato poco riuscita anche la rappresentazione di Osgiliath (che nel mondo di Tolkien era la prima capitale di Gondor), che appare un po' finta e di dimensioni ridotte, una manciata di rovine a poche centinaia di metri di distanza da Minas Tirith. Inoltre in questo terzo capitolo mi sembra che l'utilizzo di computer grafica abbia cominciato a prendere la mano ai cineasti, così come l'abuso di correzione digitale dei colori nella fotografia artificiale di Andrew Lesnie (così artificiale che può permettersi di mutare dal giorno alla notte – nell'edizione estesa – la scena in cui Pipino ritrova Merry sul campo del Pelennor): tutte tendenze che funesteranno il cinema hollywoodiano negli anni successivi. Altre modifiche rispetto al romanzo: l'esercito dei morti è decisivo per le sorti della battaglia del Pelennor (in maniera un po' troppo facile), mentre nel libro veniva congedato già prima, e sulle navi dei corsari di Umbar c'erano Gondoriani e Dúnedain (qui assenti, Halbarad compreso). Nella versione più lunga c'è anche la Bocca di Sauron: in un primo tempo era previsto che Sauron stesso, in forma fisica e armatura, si palesasse davanti al Morannon per affrontare Aragorn, ma poi è stato sostituito da un "semplice" troll.

In ogni caso questa trilogia ci ha consegnato un luogo immaginario e cinematografico che resterà nel cuore di molti negli anni a venire. L'interpretazione (e la visione) di Peter Jackson si affianca, senza sostituirla, a quella di Tolkien, con il merito di aver dato un volto a molti personaggi che sarà difficile immaginare con fattezze diverse (a partire da Aragorn, ora re Elessar, impensabile da scindere da Viggo Mortensen). Ottimi tutti gli interpreti, chi più e chi meno: i quattro hobbit (cinque, con un Bilbo ormai invecchiato e pronto a partire per "una nuova avventura"), Legolas (cui Orlando Bloom ha regalato, se non una personalità, almeno numerosi momenti da scavezzacollo: alcune "spacconate", come l'uccisione acrobatica di un olifante, sono state aggiunte in seguito al buon riscontro da parte dei fan), Gimli (personaggio comico, sì, ma anche stranamente intenso: il suo scambio di battute con Legolas – "Non avrei mai pensato di morire fianco a fianco ad un elfo!" - "E fianco a fianco ad un amico?" - "Sì, questo potrei farlo!" – è fra i più commoventi), un Gandalf sempre più autorevole, per non parlare di Théoden (memorabile il suo discorso ai cavalieri prima di attaccare), Éowyn (il confronto con il Re degli Stregoni è uno dei miei momenti preferiti del romanzo, avrò riletto quelle pagine centinaia di volte), Éomer, Faramir. Altri momenti mitici: il "Non inchinatevi a nessuno" rivolto da re Elessar ai quattro piccoli hobbit (mutuato da "Mulan"?), e ovviamente la partenza finale dai Rifugi Oscuri, con l'addio malinconico e agrodolce a un Frodo che non ha più l'anima per continuare a vivere nella Terra di Mezzo: "Siamo partiti per salvare la Contea. E l'abbiamo salvata, ma non per me", dice a Sam. Peter Jackson fa il suo cameo come uno dei corsari di Umbar, mentre Elanor (la figlia di Sam e Rosie) è interpretata dalla vera figlia di Sean Astin. Non dimentichiamo infine i personaggi in CGI: Gollum, innanzitutto, che anche nella corruzione e nella malvagità si rivela una figura tragica, nonché indispensabile per la buona risoluzione della vicenda. Ma anche il ragno gigante Shelob, protagonista di una delle sequenze più horror e raccapriccianti, e le aquile che giungono a combattere nel momento più opportuno. Qualcuno si è lamentato di un possibile buco di sceneggiatura (perché le aquile non sono state usate sin dall'inizio per portare l'anello a Monte Fato?), dimenticando che la missione di Frodo doveva essere segreta per non attirare l'attenzione di Sauron, e che i Nazgûl pattugliavano i cieli.

Il successo della pellicola è stato strepitoso, tanto al botteghino (all'epoca fu il secondo film a raggiungere il miliardo di dollari di incassi, dopo "Titanic") quanto presso la critica. Candidato a ben 11 premi Oscar (compresi quelli per il miglior film e la miglior regia), fece un raro clean sweep vincendo tutte e 11 le statuette ed eguagliando così il record dello stesso "Titanic" e di "Ben-Hur". In un certo senso, i premi sono da considerare assegnati non solo a questo film ma all'intera trilogia (che nel complesso ha vinto 17 Oscar su 30 nomination e ha rappresentato una vera pietra miliare nel cinema fantastico, nonché un avanzamento senza pari per la tecnologia degli effetti speciali). Per l'occasione Jackson tornò a lavorare con il montatore Jamie Selkirk, suo collaborare abituale ma assente nei primi due film della trilogia (ognuna delle tre pellicole ha infatti un montatore diverso, forse per differenziarle almeno in parte). La fenomenale colonna sonora di Howard Shore si arricchisce di un bel tema dedicato a Gondor (che si ode per la prima volta quando Gandalf cavalca verso la cittadella), mentre fra le canzoni spicca quella di Pipino (cantata da Billy Boyd) durante l'assalto di Faramir a Osgiliath, e quella di Annie Lennox sui titoli di coda (illustrati da Alan Lee), "Into the West", che nel testo è una sorta di rimando a "L'ultima canzone di Bilbo", scritta dallo stesso Tolkien. Se prima di questa trilogia il regista era già noto e apprezzato per la sua creatività e il suo entusiasmo cinefilo, ma solo da pochi fan, il successo lo renderà per alcuni anni uno dei nomi più potenti di Hollywood, al punto che due anni più tardi avrà carta bianca per realizzare un altro dei suoi sogni di bambino, un costosissimo remake del suo film preferito, "King Kong". La Terra di Mezzo, però, non scomparirà dagli schermi cinematografici. Negli anni seguenti appariranno omaggi, fan movie (come "The Hunt for Gollum" e "Born of Hope", entrambi del 2009) e infine, dal 2012 al 2014, quel prequel tanto atteso, "Lo Hobbit", firmato sempre da Jackson e diviso anch'esso (stavolta malauguratamente) in tre pellicole: avrebbe dovuto dirigerlo Guillermo del Toro, con il buon Peter soltanto come produttore, ma poi le cose sono andate diversamente e Jackson non ha resistito a far visita di nuovo alla meravigliosa Terra di Mezzo, un mondo immaginario che una volta conosciuto non abbandonerà tanto facilmente la mente e il cuore.

20 luglio 2020

Marty, vita di un timido (D. Mann, 1955)

Marty, vita di un timido (Marty)
di Delbert Mann – USA 1955
con Ernest Borgnine, Betsy Blair
***

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Il macellaio italo-americano Marty Piletti (Borgnine) ha 34 anni e vive ancora con la madre, mentre tutti i suoi numerosi fratelli si sono già sposati. Lui, invece, fatica a trovare una ragazza, anche perché è tutt'altro che bello e prestante, e trascorre le serate libere in casa o gironzolando con gli amici perditempo. Quando ormai non ci sperava più, incontra in una sala da ballo la giovane insegnante Clara (Blair), triste e solitaria come lui: che sia la sua anima gemella? Il pregio maggiore di questo film, il più celebre del regista Delbert Mann, è il modo realistico con cui tratteggia personaggi e situazioni, senza abbellimenti o esagerazioni hollywoodiane né svolte drammatiche o colpi di scena improbabili: per questo è facile lasciarsi coinvolgere e, magari, identificarsi nei teneri e disperati protagonisti. L'ottimo Borgnine era agli esordi di una lunga carriera che raramente, purtroppo, gli riserverà altre parti da protagonista (ma lo ricordiamo in celebri western come “Il mucchio selvaggio”). Impagabili i siparietti con la mamma (Esther Minciotti) e la zia (Augusta Ciolli), doppiate alla perfezione in un misto di italiano e dialetto abruzzese, che mettono in luce le dinamiche (tipicamente italiane, ma in realtà comuni in tutto il mondo) dei difficili rapporti fra madri e figli, o meglio fra le madri vedove e i figli sposati: madri che prima insistono affinché i figli si sposino, ma poi hanno sempre da ridire a proposito delle nuore. Joe Mantell è l'amico Angelo, Jerry Paris il cugino Tommy, Karen Steele la moglie di questi, Virginia. Girata a basso budget nelle strade del Bronx e come rifacimento di un film per la tv, la pellicola riscosse un grande successo di critica: vinse non solo l'Oscar per il miglior film (e quelli per la regia, l'attore protagonista e la sceneggiatura di Paddy Chayefsky, più altre quattro nomination) ma anche la Palma d'Oro al Festival di Cannes, impresa riuscita solo ad altri due film ("Giorni perduti" e "Parasite").

26 giugno 2020

La signora Miniver (William Wyler, 1942)

La signora Miniver (Mrs. Miniver)
di William Wyler – USA 1942
con Greer Garson, Walter Pidgeon
***

Visto in divx.

In una cittadina di campagna nell'Inghilterra del 1939, la casalinga Kay Miniver (Garson) conduce un'esistenza serena e spensierata insieme al marito architetto Clem (Pidgeon) e i figli, con le preoccupazioni maggiori che riguardano l'acquisto di un cappello o di una nuova automobile. Ma lo scoppio della seconda guerra mondiale cambierà tutto, portando tensione e dramma nella felicità della famiglia. Ispirato a un personaggio creato dalla scrittrice Jan Struther per una rubrica su un quotidiano britannico, un film che racconta le tragedie belliche dal punto di vista di chi rimane a casa. Fu messo in cantiere nel 1940, quando gli Stati Uniti erano ancora neutrali: ma gli eventi del mondo reale, che si succedettero durante la lavorazione, spinsero Wyler e i suoi collaboratori a modificare più volte la sceneggiatura e anche a modificare sequenze già girate, come quella del confronto fra la signora Miniver e l'aviatore tedesco abbattuto, cui venne aggiunta la scena in cui la donna lo schiaffeggia in risposta alle sue minacce. Anche il celeberrimo sermone finale del vicario del villaggio, nella chiesa semidistrutta dalle bombe ("Perché questa non è solo una guerra di soldati in uniforme... È anche una guerra della gente, di tutta la gente, e deve essere combattuta non solo sul campo di battaglia ma nelle città e nei villaggi, nelle fabbriche e nelle fattorie, nelle case e nel cuore di ogni uomo, donna e bambino che ami la libertà"), fu completamente riscritto da Wyler e dall'attore Henry Wilcoxon il giorno prima delle riprese, dopo che l'attacco di Pearl Harbor aveva trascinato in guerra anche gli Stati Uniti. Il presidente americano Roosevelt lo apprezzò a tal punto da riutilizzarne alcuni passaggi in volantini e materiali propagandistici da lanciare sui territori occupati, mentre il ministro della propaganda tedesca Goebbels considerava suo malgrado la pellicola come uno dei migliori esempi di propaganda cinematografica, ammirandola segretamente, anche perché coinvolgeva emotivamente lo spettatore senza essere apertamente anti-tedesca. E se oggi può sembrare retorico, in realtà il film va contestualizzato nel momento in cui uscì. La sua ingenuità tipicamente hollywoodiana ebbe in particolare una forte presa sul pubblico inglese, aiutandolo a identificarsi nei valori del coraggio, del sacrificio e della resistenza.

Al di là di questi aspetti, il lungometraggio è comunque notevole sia dal lato tecnico che da quello artistico. Se comincia come una commedia o una satira sociale all'acqua di rose, con personaggi sciocchi e svagati (l'unico che mostra una sorta di coscienza e consapevolezza sociale è Vincent (Richard Ney), il figlio maggiore dei Miniver, che torna da Oxford pieno di idee contro le ingiustizie e le disuguaglianze: fu un modo per comunicare al pubblico americano che gli inglesi non erano più soltanto un popolo di aristocratici eccentrici, anacronistici e privilegiati, come erano spesso stati ritratti fino ad allora nel cinema hollywoodiano), i toni cambiano lentamente man mano che gli eventi della guerra cominciano a influire sullo stile di vita e le abitudini della gente comune. Le dinamiche della vita famigliare – come il fidanzamento di Vincent con Carol (Teresa Wright), nipote di Lady Beldon (May Whitty), la nobile matrona del villaggio – e i piccoli episodi della quotidianità – su tutti il concorso locale di floricultura, dove il capostazione Ballard (Henry Travers) presenta la rosa che ha voluto chiamare "Signora Miniver", sfidando apertamente Lady Beldon, da sempre abituata a vincere la gara senza concorrenti – sono sempre più spesso inframmezzati da momenti di tensione e di paura, come quelli causati dai bombardamenti nemici. E a lungo andare, tutti hanno l'occasione per fare la propria parte: chi sul campo di battaglia (Vincent si arruola nella RAF) e chi da civile (Clem è uno dei tanti che, con la propria barca, partecipa all'evacuazione di Dunkerque). A un certo punto, durante la visione, viene da chiedersi come il film potrà concludersi, essendo stato realizzato quando il conflitto era ancora in corso (impossibile dunque un "lieto fine" con la vittoria della guerra): ma la tragedia che colpisce la famiglia giunge comunque inattesa, abbattendosi peraltro sul personaggio che meno ci si aspettava, il che finisce col dare maggiore sostanza emotiva al sermone finale. Enorme successo di pubblico e di critica: ben 12 nomination agli Oscar (di cui cinque agli interpreti per Garson, Pidgeon, Wright, Whitty e Travers), con sei premi vinti: miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, attrice e attrice non protagonista. Nel 1950 ci sarà un sequel, "Addio signora Miniver", di H.C. Potter.

30 aprile 2020

Titanic (James Cameron, 1997)

Titanic (id.)
di James Cameron – USA 1997
con Leonardo DiCaprio, Kate Winslet
****

Rivisto in DVD.

Il naufragio del RMS Titanic, transatlantico di lusso che calò a picco nella notte fra il 14 e il 15 aprile 1912, durante il suo viaggio inaugurale dall'Inghilterra verso gli Stati Uniti, a causa della collisione con un iceberg che provocò l'allagamento dello scafo e causò la morte di 1500 dei suoi 2200 passeggeri, è narrato attraverso la storia personale di una dei superstiti, la giovane Rose DeWitt (Kate Winslet), che ai giorni nostri la racconta da anziana (Gloria Stuart) all'equipaggio di una nave da recupero impegnata a cercare nel relitto una collana con un preziosissimo diamante, "Il cuore dell'oceano", acquistato per lei dall'allora fidanzato Cal Hockley (Billy Zane). Filo conduttore del suo racconto (e del film) è la storia d'amore "impossibile" fra Rose, facoltosa passeggera di prima classe, e Jack Dawson (Leonardo DiCaprio), spiantato artista che viaggia in terza classe ma che saprà far breccia nel cuore dell'irrequieta ragazza, strappandola a un destino che sembrava già scritto. Mettiamo subito le cose in chiaro: "Titanic" è un capolavoro, oltre che uno dei kolossal di maggior successo del cinema americano, fortemente voluto dal regista-sceneggiatore James Cameron contro tutto e contro tutti: costò uno sproposito (200 milioni di dollari, che all'epoca lo resero il film più dispendioso di sempre) e richiedette il coinvolgimento di non uno ma due grandi studios (la 20th Century Fox e la Paramount, che vollero dividersi le spese e i rischi), ma si rifece al botteghino con gli interessi (è stato il primo film nella storia a superare il miliardo di dollari di incassi; per la precisione arrivò a 1.843 milioni, che divennero poi 2.194 con la successiva riedizione in 3D: un record battuto soltanto dodici anni più tardi da un altro film dello stesso Cameron, "Avatar"). Eppure, prima della sua uscita, non pochi addetti ai lavori prevedevano un sonoro flop, anche per via delle eccessive ambizioni. E in effetti l'enorme successo nelle sale non fu immediato ma montò pian piano: contrariamente alla consuetudine che vede i film registrare la maggior parte del loro incasso nella prima settimana di programmazione, "Titanic" carburò lentamente ma continuò a riempire i cinema per mesi e mesi. A suggellare la sua strepitosa popolarità fu una combinazione di elementi: la grandiosità della pellicola, la maestria tecnica, gli agganci emotivi che facevano appiglio su pubblici diversi (gli appassionati di film d'azione o catastrofici, quelli attratti dalla ricostruzione storica, gli amanti dei kolossal spettacolari, i patiti delle storie d'amore) e naturalmente l'esplosione della "DiCaprio mania" (un aneddoto personale: quando il film giunse al cinema, lo vidi due volte a distanza di circa una settimana. La prima volta la sala era semivuota, ma la seconda, dopo pochi giorni, era già strapiena di ragazzine sognanti, pronte a gridare e a sospirare ad ogni inquadratura ravvicinata degli occhi azzurri del buon Leo).

Il successo e la popolarità, da sempre, hanno anche dei lati negativi. Non solo Cameron e il film stesso si attirarono gli strali snobistici dei cinefili anti-mainstream (compresi i molti ammiratori del regista rimasti irritati dalla sua scelta di abbandonare il cinema di genere, per lo più di fantascienza, che lo aveva reso celebre) e anche di molti spettatori che, pur avendolo segretamente apprezzato, lo denigravano in pubblico liquidandolo come un film buono solo per ragazzine adolescenti (che in effetti contribuirono agli incassi andando in sala a vederlo più volte), ma anche i due protagonisti rischiarono di restarne bollati per sempre: per alcuni anni soprattutto DiCaprio si fece la fama di attore belloccio la cui carriera era dovuta solo a questo unico titolo. Col tempo, però, seppe dimostrare (e lo stesso vale per la bravissima Winslet) di essere un interprete di grande calibro, collaborando con il fior fiore dei registi hollywoodiani (da Scorsese a Tarantino, da Nolan a Spielberg, da Scott a Iñárritu). E naturalmente il film riportò all'attenzione del grande pubblico il "mito" del Titanic, a dire il vero mai veramente tramontato (a parte gli innumerevoli film e romanzi sull'argomento, come la pellicola del 1958 "Titanic, latitudine 41 Nord" di Roy Ward Baker che avrebbe ispirato Cameron in più scene, si pensi solo alla canzone "Titanic" di Francesco De Gregori, dall'album omonimo), anche per via dei tantissimi sottotesti storici, sociali e culturali che portava con sé: la nave colossale e lussuosa, il cui nome tira in ballo addirittura la mitologia greca (i titani dominarono la Terra, prima di essere sconfitti e spodestati dai loro figli, gli dèi), pomposamente soprannominata "l'inaffondabile" e dunque simbolo dell'orgoglio e delle ambizioni dell'uomo; ma anche la divisione in classi al proprio interno, che ne fa un microcosmo dell'intera struttura sociale umana (le scene del film ambientate nell'enorme sala macchine, un livello ancora più in basso della terza classe, ricordano in maniera impressionante quelle delle fabbriche nel "Metropolis" di Fritz Lang, altro film incentrato su questo tema); e ovviamente il contesto cronologico, quell'inizio di un ventesimo secolo che tutti immaginavano foriero di conquiste scientifiche, di progresso e di belle arti (era la Belle Époque, dopotutto!): proprio l'affondamento del Titanic, prima ancora dello scoppio della prima guerra mondiale e della caduta dei grandi imperi, rappresentò un brusco risveglio per tutti coloro che si illudevano di un progresso continuo e di una conquista infinita. Come dice Massimo Polidoro, fu "la fine di una leggenda che sposava la tecnologia alla ricchezza, il materialismo al romanticismo, l'illusione alla fantasia".

Con una durata di oltre tre ore, il film si prende il suo tempo per raccontare tutto quello che ha da dire: si comincia con un prologo ambientato ai giorni nostri, la parte più tecnologica della pellicola e forse la più squisitamente "cameroniana" (il regista è sempre stato attratto dall'esplorazione delle profondità sottomarine, come si evince da titoli quali "Abyss" e dai documentari "Ghosts of the abyss" e "Aliens of the deep"). Un robot-sommozzatore teleguidato ci porta a esplorare il (vero!) relitto del transatlantico, ritrovato nel 1985, mostrandoci ambienti (il parapetto di prua, i saloni, i ponti) e oggetti (il lampadario, il camino, il fermacapelli, la cassaforte con il ritratto), ormai degradati dai batteri o ricoperti dalle alghe, che più tardi rivedremo nuovi fiammanti durante il viaggio inaugurale di 84 anni prima. Protagonisti di questa sezione sono i "cacciatori di tesori" guidati da Brock Lovett (Bill Paxton), che soltanto alla fine del film giungeranno a comprendere finalmente "l'elemento umano" della tragedia. Assai efficace è la trovata di mostrare, attraverso una simulazione al computer, tutte le fasi dell'affondamento della nave: quando poi ci ritroveremo a bordo di essa, sapremo già cosa ci aspetta e questo non farà che accrescere la tensione (un trucco ben noto a Hitchcock: conoscere già qualcosa incrementa la suspense, anziché andare a suo detrimento). Dicevamo della divisione in classi: la forbice non potrebbe essere più ampia di quella fra i due protagonisti, Jack e Rose, il primo in terza e senza un soldo in tasca (ha vinto i biglietti per il viaggio, per sé e l'amico Fabrizio, in una mano fortunata alle carte), la seconda in prima, in una delle cabine più lussuose, colma di gioielli e di oggetti preziosi (fra cui alcuni quadri "acquistati a Parigi": qualche critico si è lamentato della presenza fra questi di opere di Picasso o di Monet che non erano state ancora dipinte o che all'epoca erano già esposte in qualche museo, ma nulla esclude che si tratti di dipinti simili o di versioni alternative degli stessi, andate poi perdute nel naufragio; ben più gravi sono altri errori o anacronismi, come l'accenno a Freud, le costellazioni sbagliate nel cielo – poi corrette nella riedizione del 2012 – o alcuni brani musicali che anccora non erano stati composti). Fidanzata al ricco e arrogante Cal con il beneplacito della madre (Frances Fisher), Rose si sente prigioniera e intrappolata in una vita già scritta e che ovviamente le va stretta, lei che vuole sentirsi libera e indipendente. Indicativa una frase della madre: "L'università serve solo a trovare un buon marito, e questo Rose l'ha già fatto". Nonostante la differenza sociale, l'affinità con Jack sarà totale: dal primo incontro, quando lui sventerà il suo tentativo di suicidio (buttandosi dalla poppa della nave: il luogo opposto a quella prua dove invece si cementerà il loro amore, con l'iconica scena del "volo", appoggiati al parapetto e con le mani distese: "Ti fidi di me?" "Mi fido di te"), ai vari passaggi della loro (breve) relazione: conoscersi meglio (scoprendo i molti punti in comune, a partire dall'amore per l'arte), frequentarsi prima nell'ambiente di lei (la cena in prima classe) e poi in quello di lui (il ballo in terza classe), scoprire di amarsi.

Se pure ha giocato un ruolo ampio e forse decisivo per l'enorme successo del film, la trama romantica rappresenta anche il suo aspetto più scontato e retorico, quello più convenzionalmente hollywoodiano e "costruito a tavolino". Eppure non si può negare la sua efficacia (l'assenza parziale di lieto fine è anche assai commovente) e, in fondo, fa parte del gioco: senza contare che proprio l'ampio spazio dato alla storia sentimentale dei due personaggi, mentre sullo sfondo si dipana una tragedia di proporzioni storiche, imparenta il film con l'altro grande classicone del cinema americano, "Via col vento", tuttora il film con il maggior incasso di sempre se si tiene conto dell'inflazione. Entrambi rappresentano il meglio di quello che Hollwyood ha da offrire, in quanto "fabbrica di sogni" su vastissima scala, al pubblico di tutto il mondo. Ma torniamo alla nostra storia. Se per molti sarà una tragedia, per Rose in un certo senso l'affondamento del Titanic rappresenta una liberazione, l'occasione (grazie anche a Jack, certo) di rompere le catene della sua prigionia e di rifarsi una nuova vita: le fotografie che da anziana porta sempre con sé mostrano le varie tappe di una vita libera e avventurosa, piena di viaggi e di esperienze che non avrebbe certo mai potuto fare se fosse rimasta a fianco di Cal. "Lui mi ha salvato. In tutti i modi in cui una persona può essere salvata", spiegherà, riferendosi a Jack: ma il merito è un po' anche di quel transatlantico che è affondato (per lei) al momento giusto, portandosi dietro gran parte del "mondo di ieri", per dirla alla Stefan Zweig. I segni premonitori sul destino della nave sono presenti, nel film, in numerosi dialoghi sin dall'inizio: dall'armatore Ismay (Jonathan Hyde) che ordina al comandante Smith (Bernard Hill) "Questo viaggio inaugurale del Titanic deve finire in prima pagina", allo stesso Jack che proclama a Fabrizio "La nostra vita sta per cambiare". La sequenza del naufragio occupa l'intera seconda metà della pellicola e si svolge quasi in tempo reale (nella realtà passarono solo due ore e quaranta dall'urto con l'iceberg al completo affondamento), in un crescendo sempre più teso e spettacolare che trasforma il film da romantico a catastrofico. Naturalmente, a seconda del tipo di pubblico, c'è chi ha gradito più la prima parte e chi più la seconda: ma è l'insieme, e la perfetta fusione delle due anime (la vicenda di Jack e Rose continua a dipanarsi anche durante le varie fasi del naufragio), a renderla una pellicola eccezionale.

L'iceberg compare di colpo davanti allo scafo, in una notte serena e senza vento, con il mare "piatto come una tavola", sorprendendo chi è a bordo quasi come il pubblico in sala (che magari, preso dalla fuga d'amore dei protagonisti e dal conflitto con il "cattivo" Cal, si era quasi dimenticato cosa stava per arrivare). La falla sul fianco provoca l'allagamento dello scafo e della sala macchine, dando il via al lento sprofondare della nave. Di colpo ci torna in mente la simulazione al computer vista in precedenza, e sappiamo che il Titanic si inclinerà fino a spezzarsi in due. Equipaggio e passeggeri, chi prima e chi dopo, passano dall'iniziale incredulità al rendersi conto della situazione (in modo non dissimile dalla situazione che stiamo vivendo in questi giorni, dovuta all'epidemia di Coronavirus: c'è chi rifiuta di accettare la realtà e le sue conseguenze e chi la comprende quasi subito). Con grande anticipo ci è stato anche detto che le scialuppe non basteranno per tutti i passeggeri a bordo: mentre scoppia il caos e il panico, e assistiamo a piccoli e grandi episodi di codardia o di coraggio, verrà data la preferenza a donne e bambini, ma anche ai passeggeri di prima classe rispetto agli altri (Cal afferma che deve salvarsi "la metà giusta"). La tragedia monta inesorabilmente, il dramma collettivo si fonde con quello personale dei due protagonisti, mentre la regia costruisce una concretezza e una tensione da grande film d'azione e d'avventura, per esempio nella sequenza in cui Rose deve liberare Jack, falsamente accusato di furto e ammanettato, mentre sale il livello dell'acqua gelida (si nota tutta la maestria che Cameron ha accumulato e sfoggiato in lavori precedenti come "Aliens" e "Terminator"). Il destino dei due innamorati rimane in ballo fino all'ultimo, così come quello degli altri personaggi. Non tutti si salveranno, e a decidere chi lo farà non sarà il loro ruolo nella storia: ci sono personaggi negativi fra i superstiti (Cal, Ismay) e positivi fra i deceduti (Jack, l'ingegnere Andrews (Victor Garber) che rimane a morire sulla nave, così come il comandante Smith). Grazie anche alla fotografia di Russell Carpenter, ora così scura e fredda (quando nella prima parte era calda e avvolgente, capace di catturare spettacolari tramonti), percepiamo quanto l'acqua sia gelida. Le immagini ci mostrano la disperazione delle persone, di chi è stato abbandonato a morire, ma anche di chi è condannato a sopravvivere. Per inciso, il "mito" dell'orchestra che avrebbe continuato a suonare anche durante l'affondamento, incurante del naufragio, è parzialmente sbufalato: qui i membri del quartetto d'archi continuano a suonare sì, ma lo fanno consapevolmente, su ordine del capitano, per evitare il panico e per esorcizzare a proprio modo la fine imminente tramite il potere dell'arte.

Anche Jack, a sorpresa (essendo un personaggio immaginario, non legato dunque alla realtà degli eventi storici, poteva in fondo salvarsi, come ci si aspetterebbe da una pellicola mainstream con lieto fine hollywoodiano), lentamente ci dà l'addio mentre svanisce nelle scure profondità dell'oceano. La scena è ad effetto, ma chissà perché il ragazzo non ha potuto salire sulla zattera improvvisata che porta in salvo Rose, una dei soli 6 superstiti fra i 1500 passeggeri finiti in acqua (per non parlare del fatto che lei si tiene addosso i vestiti ghiacciati). E dopo tante immagini terribili dei cadaveri gelati in mare (anche una mamma col bambino!) e la scomparsa di Jack, quasi irreale, il racconto di Rose termina: chi l'ha ascoltato (nella "realtà filmica" come in sala) è in preda a forti emozioni, e sembra quasi di uscire da un film per tornare in un altro. Come il cacciatore di tesori, ci rendiamo conto di non aver mai veramente compreso cos'è stato il Titanic prima d'ora. La penultima scena, in cui l'anziana Rose getta il diamante in mare (filo conduttore di tutta la pellicola, ma in fondo un MacGuffin), ovvero restituisce all'oceano il suo "cuore", è una conclusione un po' scontata ma inevitabile. L'ultima è invece riservata all'ennesimo "passaggio" fra il passato e il presente, dal relitto sommerso alla nave del suo splendore primigenio, con Rose (defunta?) che viene accolta a bordo da tutti coloro che sono scomparsi nel naufragio, Jack in primis. La commozione sale a livelli esorbitanti e partono le note di "My Heart Will Go On", la popolarissima canzone di Céline Dion che si è legata indissolubilmente a questa pellicola, composta dall'autore della colonna sonora James Horner (inizialmente contro il volere di Cameron, che non voleva alcun brano vocale sui titoli di coda: ma cambiò idea dopo averla sentita) e il cui tema melodico aveva già accompagnato i momenti più romantici della vicenda di Jack e Rose. Capiamo che la storia è finalmente finita: una storia che ci ha coinvolti e tenuti avvinti per oltre tre ore, un'esperienza cinematografica come poche, un capolavoro (senza mezzi termini) del cinema epico, colossale, catastrofico e romantico, di una Hollywood al suo meglio. E anche un film d'altri tempi: non a caso, appunto, il paragone che viene più spontaneo da fare è quello con un titolo del 1939, "Via col vento". Per realizzarlo c'è voluto un "autore" visionario come Cameron, che ne ha fatto un proprio pet project, perché i dirigenti delle major (ormai pallidi simulacri di quelli del passato) non ne avrebbero mai avuto la visione, il desiderio o il coraggio di pensarlo o di produrlo da soli.

Parliamo un po' anche degli inevitabili aspetti tecnici: in un'epoca in cui il digitale era riservato soltanto ad effetti speciali aggiuntivi, fu necessario costruire un modello in scala 1:1 dell'intero Titanic (in realtà soltanto del 90% della nave, visto che alcune sezioni considerate ridondanti furono omesse), e le riprese vennero effettuate all'interno di una cisterna (una "horizon tank", che permette cioè di simulare l'oceano in tutte le direzioni) contenente decine di milioni di litri d'acqua. La lavorazione, lunga e faticosa, durò sei mesi, molto di più se si considera anche l'immenso lavoro di post-produzione. Quanto agli interpreti, il casting seppe anche andare contro alcuni luoghi comuni: se non c'è dubbio che DiCaprio fu scelto per l'aspetto efebico (e gli occhi azzurri!), la Winslet appare ben più "paffutella" della tipica eroina hollywoodiana, e la sua personalità guida la vicenda anche più di quella del suo co-protagonista. In ogni caso, l'alchimia fra di loro è innegabile: indimenticabili scene come quella (poi iper-parodiata, a partire da "Rat-Man") in cui lui la ritrae nuda, sul divano, con il diamante addosso e basta, un vero momento liberatorio per una fanciulla che tutti, tranne appunto Jack, vogliono reprimere (fu la prima scena che i due girarono insieme, fra l'altro). Entrambi gli interpreti, come già detto, si confermeranno grandi attori e avranno una carriera di successo (tornando occasionalmente a recitare in coppia, come nell'ottimo "Revolutionary Road" di Sam Mendes). Fra i molti ruoli minori, da ricordare Kathy Bates nei panni di Molly "l'inaffondabile", una dei pochi passeggeri di prima classe a prendere Jack in simpatia (d'altronde anche lei, in quanto "nuova ricca", è vista con snobismo e dall'alto in basso dagli aristocratici) e David Warner in quelli di Lovejoy, il valletto di Cal, vera spina nel fianco dei nostri eroi. Nominato a 14 premi Oscar (record di sempre, insieme a "Eva contro Eva" e "La La Land"), il film ne vinse ben undici (anche questo un record, spartito con "Ben-Hur" e "Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re"): miglior film, regia, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, sonoro, montaggio sonoro, effetti speciali, colonna sonora e canzone (gli sfuggirono quelli per l'attrice (Winslet), l'attrice non protagonista (Stuart) e il trucco; né DiCaprio né la sceneggiatura furono invece candidati). Nel ricevere la sua statuetta, Cameron ripetè sul palco una delle frasi più celebri della pellicola, quel "Sono il re del mondo!" pronunciato da Jack in preda all'entusiasmo per essere a bordo della nave e fare parte, a suo modo, della storia. Nel 2012, in occasione del centesimo anniversario del naufragio del Titanic, il film è stato riproposto nelle sale in versione 3D.

9 aprile 2020

All'ovest niente di nuovo (L. Milestone, 1930)

All'ovest niente di nuovo (All quiet on the western front)
di Lewis Milestone – USA 1930
con Lew Ayres, Louis Wolheim
***1/2

Visto in divx.

Germania, poco dopo l'inizio della prima guerra mondiale. Incitati dai discorsi retorici e patriottici del loro professore, lo studente Paul (Paolo) Bäumer (Lew Ayres) e i suoi compagni si arruolano con entusiasmo come volontari e vengono inviati al fronte occidentale a combattere contro i francesi. Qui scopriranno però cosa sia veramente la guerra, un mondo molto più duro, cupo e disperato di quanto immaginavano: sangue e fango, trincee e filo spinato, bunker e bombardamenti incessanti, fame e dolore, con la morte che incombe in ogni momento. Tratto dal romanzo "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque (pubblicato solo due anni prima, nel 1928), un lungometraggio seminale per come propone un punto di vista fortemente antibellico e antimilitarista, fra i primi film "seri" a farlo (se escludiamo cioè le comiche di Charlot e affini). A colpire, ancora oggi, è la resa drammatica ma soprattutto realistica del conflitto. Le scene di battaglia sono incredibilmente dinamiche e potenti, spettacolari e violente (e non hanno nulla da invidiare a tanti blockbuster bellici moderni, da "Salvate il soldato Ryan" a "1917"), girate con profluvio di carrellate laterali e un montaggio serrato che sembra anticipare addirittura il Peckinpah de "Il mucchio selvaggio", vedi la mitragliatrice che falcia i soldati all'assalto della trincea. Il filo conduttore è la progressiva acquisizione di coscienza di Paolo, man mano che vede morire i suoi amici, impara a conoscere gli orrori (e la futilità) della guerra, perde l'idealismo e le illusioni dell'inizio ed è costretto a diventare adulto. Fra le scene memorabili: l'addestramento agli ordini dell'ex postino del villaggio, ora sergente istruttore; l'amicizia con un gruppo di veterani (fra cui Louis Wolheim e Slim Summerville) che prendono Paolo e compagni sotto la loro (sia pur ruvida) ala protettrice; la visita nell'ospedale da campo all'amico ferito e moribondo; la notte trascorsa in una fossa insieme al cadavere di un soldato francese (una delle pochissime scene in cui si vede anche il "nemico"), per la cui uccisione Paolo prova rimorso; l'episodio delle contadine francesi, che abitano oltre il fiume, cui Paolo e due compagni fanno visita durante la notte; la degenza in ospedale, da cui lotta per uscire vivo; la breve licenza a casa, in un mondo di cui ormai non sente più di far parte; e il finale, che fu cambiato rispetto al romanzo di Remarque: la mano di Paolo che estende fuori dalla trincea per prendere la farfalla è dello stesso Milestone (l'attore non era più disponibile perché si era già in fase di montaggio). Inoltre, momenti come quello in cui i soldati si interrogano sulle ragioni della guerra, concludendo che essa è voluta solo da chi ha qualcosa da guadagnarci (che siano politici o commercianti), o sul fatto di essere solo "carne da cannone", da mandare allo sbaraglio (d'altronde in tutto il film non si parla mai di tattiche o strategie e non si vedono mai comandanti o alti ufficiali: c'è solo caos e confusione), o ancora in cui si lascia intendere che la guerra ormai è persa, mancano uomini (tanto che vengono richiamati anche i sedicenni), armi e munizioni, eppure si parla ancora retoricamente di "marciare su Parigi": sono tutti momenti che testimoniano senza ambiguità l'afflato antimilitarista della pellicola (come del romanzo, scritto da un autentico veterano della prima guerra mondiale). Nonostante l'enorme successo (vinse l'Oscar per il miglior film e per il miglior regista, primo lungometraggio nella storia a conquistarli entrambi), i nazionalismi imperanti portarono a farla vietare un po' ovunque, a partire dalla Germania nazista. In Italia, per esempio, uscirà solo nel 1956. La versione originale durava oltre due ore e mezza, ma la produzione tagliò diverse sequenze. Fra le duemila comparse impiegate nelle scene di battaglia c'è anche il futuro regista Fred Zinnemann. Un remake per la TV nel 1979, "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Delbert Mann, e uno nel 2022, di Ed Berger.

12 febbraio 2020

La calda notte dell'ispettore Tibbs (N. Jewison, 1967)

La calda notte dell'ispettore Tibbs (In the heat of the night)
di Norman Jewison – USA 1967
con Sidney Poitier, Rod Steiger
***1/2

Visto in TV.

Di passaggio per una cittadina nel Mississippi, in una calda notte d'estate, l'ispettore Virgil Tibbs (Poitier) – poliziotto di colore proveniente da Philadelphia – viene dapprima accusato (in quanto nero!) di essere il responsabile di un omicidio avvenuto in strada quella stessa notte, e poi convinto controvoglia a collaborare alle indagini, aiutando lo sceriffo locale Gillespie (Steiger) a dipanare la matassa. Iconico poliziesco che, più che sulla trama gialla, è incentrato su un altro tema, ovvero quel razzismo allora ancora molto diffuso negli stati del profondo sud. In effetti gli Stati Uniti stavano vivendo una stagione di forti tensioni e sconvolgimenti a livello sociale, e proprio film come questo (e come "Indovina chi viene a cena?", uscito lo stesso anno e interpretato sempre da Poitier), diedero il loro contributo alla lotta per i diritti civili. La cittadina fittizia in cui si svolge la storia è pervasa da forti tensioni, palpabili sotto l'aspetto pigro e sonnolento dei suoi abitanti. Alcune scene, come quella in cui il protagonista, alla domanda "Come ti chiamano dalle tue parti, Virgil?", risponde "Mi chiamano Signor Tibbs!", o quella in cui schiaffeggia il signorotto locale Endicott, proprietario di piantagioni di cotone gestite come ai tempi della guerra civile, fecero una forte impressione su un pubblico non abituato a un nero che rifiutava di porgere l'altra guancia. E nonostante tutto, il rapporto fra Tibbs e Gillespie, iniziato sotto i peggiori auspici, finirà col consolidarsi: i due stringeranno, se non proprio un'amicizia, una sorta di legame empatico (anche lo sceriffo, a suo modo, è solo ed emarginato all'interno della città). In ogni caso, al di là della ripetuta insistenza sul tema del razzismo e dell'odio (da cui non è immune nemmeno il "perfetto" protagonista, presentato come un detective geniale ed educato, che pure si lascia tentare dall'orgoglio di dimostrare di essere superiore ai bianchi e dal desiderio che il colpevole sia la persona più disprezzabile della città), il film può vantare anche una grande qualità artistica e produttiva: dalla regia di Jewison alle interpretazioni dei due protagonisti (e dei comprimari: da ricordare almeno Warren Oates nel ruolo del poliziotto Sam, Larry Gates in quelli di Endicott, e Lee Grant in quelli della moglie della vittima dell'omicidio), senza trascurare la fotografia di Haskell Wexler (che, per la prima volta in un film hollywoodiano a colori di una major, tenne conto del colore della pelle di Poitier nella scelta delle luci) e la colonna sonora di Quincy Jones (con la canzone "In the heat of the night" interpretata da Ray Charles). La pellicola ricevette sette nomination e vinse cinque premi Oscar, compreso quello per il miglior film: premiati anche l'ottimo Steiger come miglior attore, Stirling Silliphant per la sceneggiatura (adattata da un romanzo di John Ball) e il futuro regista Hal Ashby per il montaggio. Diede inoltre origine a due sequel di minor valore (nel 1970 e nel 1971) e a una serie tv (senza Poitier, dal 1988 al 1994).