Visualizzazione post con etichetta Russia/Urss. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Russia/Urss. Mostra tutti i post

3 settembre 2022

Scompartimento n. 6 (J. Kuosmanen, 2021)

Scompartimento n. 6 - In viaggio con il destino (Hytti nro 6)
di Juho Kuosmanen – Finlandia/Russia 2021
con Seidi Haarla, Yuri Borisov
**

Visto in TV (Now Tv).

Laura (Haarla), giovane finlandese che studia archeologia a Mosca, parte in treno diretta verso nord per andare a osservare i petroglifi (antiche incisioni rupestri) su un'isola vicino a Murmansk, oltre il Circolo Polare Artico. Avrebbe dovuto accompagnarla Irina, la sua ragazza russa, che però all'ultimo momento si è tirata indietro (dal viaggio e forse dalla sua vita). Si trova così a condividere il lungo tragitto con un giovane russo sconosciuto, Ljoha (Borisov), che a sua volta sta recandosi a Murmansk per lavorare in una cava mineraria. All'inizio la convivenza è difficile, ma poi subentra l'amicizia e forse qualcosa di più... Da un romanzo di Rosa Liksom, un film gradevole ma esile nella trama e nei personaggi, la storia di un viaggio (e di una coabitazione forzata nello scompartimento di un treno) che avvicina due persone all'apparenza lontanissime fra loro (sono di paesi, lingue, sessualità diverse). Bella l'ambientazione e la descrizione degli ambienti, e bravi gli attori. Nulla, comunque, di sorprendente o che non si sia mai visto prima: anche per questo lascia perplessi il gran premio della giuria ricevuto a Cannes (ex aequo con "Un eroe" di Asghar Farhadi).

15 agosto 2021

Khraniteli (Natalya Serebryakova, 1991)

I custodi (Khraniteli)
di Natalya Serebryakova – URSS 1991
con Valery Dyachenko, Victor Kostetskiy
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Su consiglio del mago Gandalf, l'hobbit Frodo Baggins lascia la Contea con alcuni amici fidati per andare a distruggere l'Unico Anello nel fuoco del Monte Fato. Andato in onda – diviso in due puntate – soltanto una volta, nell'aprile del 1991, e poi dimenticato, questo film per la televisione russa tratto da "La compagnia dell'anello" (la prima parte de "Il Signore degli Anelli" di J.R.R. Tolkien) è stato riscoperto – e pubblicato su YouTube – solo da alcuni mesi. Dal punto di vista storico, è importante: precede infatti sia la serie finlandese "Hobitit" (1993) sia la trilogia cinematografica di Peter Jackson (2001-03) ed è dunque il primo adattamento in live action del capolavoro dello scrittore inglese (di cui i russi avevano già adattato per la tv, nel 1985, "Lo Hobbit"). I suoi meriti, però, finiscono qua: anche considerando la mancanza di budget (erano anni duri per un'Unione Sovietica al collasso!) e il fatto che sia rivolto a un pubblico di bambini, la qualità è ancora più amatoriale del citato "Hobbit", imbarazzante ai limiti del ridicolo, e solo a tratti si eleva sfiorando il campo del surrealismo fiabesco. La recitazione "teatrale", la regia, la fotografia, il ritmo narrativo, i costumi, le scenografie (strade e campi russi innevati: l'idea insistita è che i "pericoli" siano rappresentati dall'inverno) e gli "effetti speciali" (personaggi scontornati davanti al green screen) sono tutti di livello così dilettantesco da diventare persino buffi, per non parlare delle terribili canzoni o dei momenti psichedelici (l'arrivo nel bosco d'oro di Lothlórien). Un altro merito, a dire il vero, c'è: la fedeltà al testo originale, soprattutto nella prima parte, è apprezzabile, tanto da includere episodi che negli altri adattamenti (Jackson, ma anche Bakshi) sono assenti – come l'attraversamento della Vecchia Foresta, l'incontro con Tom Bombadil e Baccador, gli Spettri dei Tumuli – o da restituire un minimo di spessore a personaggi spesso sacrificati (Lobelia, Cactaceo). Mancano invece Arwen e il Balrog (Gandalf sparisce "fuori quadro"). Difficile comunque riconoscere personaggi la cui iconografia è lontana anni luce da quella tradizionale (vedi per esempio Legolas – interpretato da una donna, figlia della regista! – e Gimli, che peraltro non hanno nemmeno una linea di dialogo). Male anche i nemici: i nove Cavalieri Neri sono solo tre (ripetuti tre volte), gli Orchi sono dei tizi che si dimenano, e il Sauron visto nello specchio di Galadriel è senza dubbio il più ridicolo di sempre. Come ne "Lo Hobbit" del 1985 è presente un narratore (deve essere una caratteristica tipica dei telefilm russi), un tizio barbuto e dai grandi occhiali (Andrei "Dyusha" Romanov, membro della band Aquarium, che firma anche la colonna sonora). Girato in meno di una settimana, comprende pochi attori noti (Victor Kostetskiy è Gandalf, Elena Solovey è Galadriel). Chissà se erano in programma i seguiti ("Le due torri" e "Il ritorno del re"): immagino che la confusione seguita alla dissoluzione dell'URSS abbia reso difficile proseguire il progetto.

18 giugno 2021

Secondo la legge (Lev Kuleshov, 1926)

Secondo la legge, aka Dura lex (Po zakonu)
di Lev Kuleshov – URSS 1926
con Alexandra Khokhlova, Vladimir Fogel
***

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Siamo nel Grande Nord, all'epoca della corsa all'oro. Dopo aver trovato un prezioso giacimento presso le rive del fiume Yukon, l'irlandese Dennin (Vladimir Fogel), colto da un improvviso raptus di follia, uccide due dei suoi compagni, prima di essere immobilizzato dagli altri membri del gruppo, i coniugi Hans ed Edith Nelson (Sergei Komarov e Alexandra Khokhlova), che lo legano e lo tengono prigioniero nella loro capanna. Qui, isolati dal resto del mondo e in preda alle forze della natura che infuria all'esterno (neve, oscurità, inondazioni), la coppia dovrà decidere cosa fare dell'uomo: farsi giustizia da soli, oppure aspettare che passi l'inverno per consegnarlo alla legge? Dopo la commedia slapstick ("Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi") e l'action movie di fantascienza/spionaggio ("Il raggio della morte"), Kuleshov continua a ispirarsi al cinema americano e realizza una sorta di western, per quanto atipico e dall'ambientazione ristretta (praticamente tutta la vicenda si svolge fra quattro mura e con soli tre attori, quasi un antesignano del "cinema da camera" alla Roman Polanski). Tratto da un breve racconto di Jack London ("L'imprevisto") e sceneggiato dal critico Viktor Shklovsky, si tratta forse del suo film migliore per via della compattezza della vicenda narrata, dello studio psicologico dei personaggi, della forte espressività degli attori, del setting che porta sullo schermo in maniera impressionante il rapporto fra gli uomini e la natura. Inoltre, a differenza dei lavori precedenti, è assente l'uso eccessivo o forzato della propaganda politica, né sono presenti schematismi o inutili aggiunte a una vicenda che pur scarna e minimalista riesce ad affrontare temi complessi e stratificati (la giustizia, l'etica, la religione, l'avidità, la follia, la vendetta). Notevole in particolare la tensione sempre presente durante la difficile convivenza fra i due coniugi e il criminale nello spazio ridotto della capanna circondata dal fiume in piena (il film fu girato sulle sponde della Moscova). Da sottolineare il finale modificato rispetto al racconto originario di London, con Dennin che sopravvive all'impiccagione dopo il "processo" cui Hans ed Edith lo sottopongono "secondo la legge inglese" (davanti a un ritratto della regina Vittoria). Alexandra Khokhlova era la moglie del regista.

17 giugno 2021

Il raggio della morte (Lev Kuleshov, 1925)

Il raggio della morte (Luch smerti)
di Lev Kuleshov – URSS 1925
con Sergei Komarov, Vsevolod Pudovkin
*1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli.

In un paese occidentale non specificato (la Germania? i cattivi sfoggiano la svastica nazista come simbolo), i lavoratori della fabbrica Helium – che si oppongono ai progetti del proprietario di convertire l'intera produzione in pallottole – vengono oppressi e la loro rivolta soffocata nel sangue dalle milizie fasciste. Per sfuggire alle persecuzioni, uno dei capi della ribellione, Thomas Lann (Sergei Komarov), è costretto a cercare rifugio in Unione Sovietica con l'aiuto della spregiudicata avventuriera Edith (Aleksandra Khokhlova). Qui fa la conoscenza di Podobed (Porfiri Podobed), eccentrico scienziato che ha messo a punto un "raggio della morte" con cui può disintegrare oggetti a distanza. Le spie fasciste vogliono impadronirsene, ma Lann riuscirà a sgominarle e a riportare il raggio in patria per usarlo contro la flotta aerea nemica che si appresta a bombardare la fabbrica... Bizzarra commistione di avventura pulp, fantascienza (ante litteram) e propaganda comunista, con un ritmo serrato, scene d'azione (inseguimenti, combattimenti) e personaggi variopinti: la storia è molto complessa e confusa, oltre che piena di personaggi, tanto che deve ricorrere a numerosi cartelli (alcuni dei quali si limitano a commenti ironici) che rendono la vicenda un po' difficile da seguire. Come se non bastasse, l'ultimo rullo è andato perduto e quindi non possiamo assistere allo scontro finale e all'utilizzo del "raggio della morte". Forse proprio per la commistione di generi e la curiosa "fumettosità" dell'insieme, nonostante i temi fossero in linea con l'ideologia di stato, la pellicola fu male accolta in patria dalla critica: Kuleshov si giustificò dicendo che si trattava di un "esperimento" per mettere in pratica le proprie capacità professionali. Vsevolod Pudovkin e Vladimir Fogel sono le due spie fasciste in lotta fra loro per impadronirsi del "raggio della morte".

16 giugno 2021

Il progetto dell'ingegner Prite (L. Kuleshov, 1918)

Il progetto dell'ingegner Prite (Proekt inzhenera Prayta)
di Lev Kuleshov – Russia 1918
con Boris Kuleshov, Leonid Polevoj
**

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Il giovane ingegnere Mack Prite sta progettando un'innovativa centrale a torba che rivoluzionerà l'industria elettrica, inimicandosi così il magnate del petrolio Orvil Ross, della cui figlia Betsy è peraltro innamorato. Ross gli scatena inutilmente contro una serie di spie, ma alla fine riesce a convincere Gem Torrinuol, amico e compagno di studi di Prite (nonché suo rivale in amore), a sabotare la centrale nel giorno dell'inaugurazione... Primo film di finzione da regista per Lev Kuleshov, all'epoca appena diciannovenne e impiegato presso la compagnia cinematografica di Aleksandr Khanzhonkov. Suo fratello Boris è lo sceneggiatore, nonché l'attore protagonista. Nonostante una generale ingenuità e il fatto che ne sopravvivano solo alcuni frammenti (per un totale di circa mezz'ora), che consentono comunque di ricostruire la trama, il film è da apprezzare per come al tempo stesso sa costruire una storia moderatamente interessante e lanciare messaggi ideologici (la vicenda si svolge negli Stati Uniti, il cattivo è ovviamente un capitalista, mentre il buono un idealista che pensa al bene della popolazione). Certo, più che per i suoi film (i migliori dei quali saranno la commedia "Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi" del 1924 e il western "Secondo la legge" del 1926) Kuleshov passerà alla storia per il ruolo di direttore della neonata scuola statale di cinematografia (dal 1920), laboratorio creativo dal quale usciranno autori come Vsevolod Pudovkin e Sergei Eisenstein, e per il suo lavoro di teorico (in particolare per gli studi sul montaggio, come l'esposizione di quell'"effetto Kuleshov" che porta il suo nome).

9 giugno 2021

Dragon (Indar Dzhendubaev, 2015)

Dragon (On – drakón)
di Indar Dzhendubaev – Russia 2015
con Maria Poezzhaeva, Matvey Lykov
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Nel giorno del suo matrimonio, la principessa Miroslava viene rapita da un drago, che la conduce con sé nella sua isola. In attesa dell'arrivo del suo promesso sposo Igor, che dovrebbe salvarla, la ragazza scopre però che il drago può assumere le fattezze di un uomo, da lei ribattezzato Arman, e lentamente se ne innamora... Rilettura in chiave fantasy de "La bella e la bestia" (passando per "Laguna blu"!), questa pellicola è un'interessante variazione del genere romantico per young adult che in tempi recenti (da "Twilight" in poi) ha saccheggiato un po' tutti i luoghi dell'immaginario horror/fantastico. La buona confezione, gli effetti speciali e la rappresentazione del mondo ancestrale russo/scandinavo da cui proviene la protagonista (il villaggio sul mare e immerso nella neve) lo rendono assai gradevole, almeno più degli equivalenti prodotti hollywoodiani, visto che rispetta e non banalizza gli archetipi delle fiabe. Ovviamente la metafora sottostante è quella dell'innamoramento e della scoperta della sessualità ("Hai paura dei draghi, ma vuoi giocarci"). Il produttore è Timur Bekmambetov. Flop al botteghino in patria, il film è stato invece ben accolto all'estero (per esempio in Cina, dove è diventato il film russo con il maggiore incasso).

27 maggio 2021

Pagine sommesse (A. Sokurov, 1994)

Pagine sommesse, aka Pagine silenziose (Tikhie stranitsy)
di Aleksandr Sokurov – Russia 1994
con Aleksandr Cherednik, Elizaveta Koroleva
**1/2

Visto su YouTube.

Tormentato dai sensi di colpa per un omicidio che ha commesso, un uomo vaga per le strade di una città, interagendo con i suoi abitanti. Ispirandosi al "Delitto e castigo" di Dostoevsky (anche se la didascalia iniziale allarga il campo, riferendosi "alle opere di scrittori russi del XIX secolo"), Sokurov firma un film breve (poco più di un'ora) ma lento e intenso, con atmosfere a tratti decisamente tarkovskiane (siamo in una sorta di limbo, con persone che sembrano quasi anime perdute, strade che emettono vapore e umidità, cani randagi e strane strutture architettoniche: il tutto ricorda "Stalker"). Notevole il lavoro sull'immagine e sul sonoro, con una fotografia (di Aleksandr Burov) dalla qualità quasi pittorica, dai colori desaturati che rendono i fotogrammi come vecchie foto sbiadite, e la rarefazione dei dialoghi (nei quali il protagonista si interroga sui motivi del proprio gesto e sull'esistenza di una volontà superiore) che dà vita a sequenze praticamente mute. La regia abbonda di long take e piani sequenza con movimenti di macchina lentissimi. Non per tutti i gusti, insomma, ma ricco di fascino. Certe cose (come le distorsioni delle immagini sullo schermo) anticipano il successivo "Faust". Musiche di Mahler (i Kindertotenlieder).

15 marzo 2021

C'era una volta un merlo canterino (O. Iosseliani, 1970)

C'era una volta un merlo canterino (Iko shashvi mgalobeli)
di Otar Iosseliani – URSS 1970
con Gela Kandelaki, Jansug Kakhidze
***

Visto in divx.

Il musicista Gia (Gela Kandelaki), percussionista in un'orchestra sinfonica di Tbilisi, non riesce a combinare o a portare a termine mai niente, pur essendo impegnato in mille attività. Pieno di amici (e di amiche!) e di interessi, è uno spirito libero, curioso e irrequieto, che vive alla giornata e si distrae facilmente, che contempla la natura e osserva le professioni di coloro che gli stanno intorno, che giunge sempre in ritardo alle prove dell'orchestra (ma comunque al momento giusto per suonare la propria parte, facendo infuriare il direttore), che dà appuntamenti agli amici o alle ragazze per poi dimenticarsene, e che è letteralmente un ingranaggio fuori posto all'interno di un meccanismo ben oliato (qualche critico ci ha letto una velata critica al sistema sociale e produttivo dell'Unione Sovietica), del tutto inaffidabile e non allineato, anche se "non per dogmatismo o per volontà ma per carattere". Il secondo lungometraggio di Iosseliani è un film leggero e svagato come il suo protagonista, che la macchina da presa segue nei suoi spostamenti, nelle sue attività e nelle sue osservazioni, cogliendo l'attimo per mostrarci la vita quotidiana e lavorativa degli abitanti della città (fra gli amici e i conoscenti di Gia figurano musicisti, artigiani, medici, biologi...), quasi in una versione attualizzata (e non più spersonalizzata) de "L'uomo con la macchina da presa" di Vertov. La leggerezza di fondo fa pensare al cinema francese, ad alcune cose di Truffaut (anticipa per certi versi "L'uomo che amava le donne") o addirittura di Tati: ma il finale tragico è preannunciato a più riprese, con Gia che "sfiora" numerosi incidenti (il vaso di fiori che cade, la botola che si apre sul palcoscenico), prima di essere investito da un'automobile nel finale. Morto lui, l'ingranaggio (come suggerisce la scena finale dell'orologiaio) potrà essere rimesso in moto, e il tempo e le scadenze verranno finalmente rispettate. Potrebbe sembrare che la sua vita sia trascorsa senza lasciare traccia, ma non è così: di lui rimangono cose piccole ma importanti, come il chiodo piantato alla parete per permettere all'amico di appendere il cappello. La sceneggiatura potrebbe essere in parte autobiografica, visto che Iosseliani, prima di dedicarsi al cinema, ha studiato musica proprio al conservatorio di Tbilisi, diplomandosi in pianoforte, in composizione e in direzione d'orchestra.

Antichi canti georgiani (O. Iosseliani, 1969)

Antichi canti georgiani (Dzveli qartuli simgera)
di Otar Iosseliani – URSS 1969
**1/2

Visto su YouTube.

Documentario (di venti minuti) sui canti popolari dell'antica tradizione musicale georgiana. Accompagnati da immagini di paesaggi e di contadini al lavoro, possiamo udire esempi corali e polifonici appartenenti a vari "dialetti" musicali (quelli della Svanezia, della Mingrelia, della Guria e della Cachezia, tutte regioni storiche della Georgia). Il pregio maggiore del film è quello di non avere una voce narrante né di voler imporre un commento informativo: si limita a lasciar fluire i canti sullo sfondo a scene di vita quotidiane delle zone più rurali del paese, tuffandoci in un mondo arcaico, semplice e genuino, che sembra distare anni luce dalla frenesia della modernità.

14 marzo 2021

Il peccato (Andrei Konchalovsky, 2019)

Il peccato - Il furore di Michelangelo
di Andrei Konchalovsky – Italia/Russia 2019
con Alberto Testone, Jakob Diehl
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Alcuni episodi della vita di Michelangelo Buonarroti (interpretato da un Alberto Testone somigliantissimo al ritratto di Daniele da Volterra), negli anni in cui il papato passa dalla famiglia dei Della Rovere (Giulio II, che gli commissiona l'affresco della volta della Cappella Sistina e il proprio monumento funebre) a quella dei Medici (Leone X, che gli impone di abbandonare gli impegni presi con i rivali in favore di nuovi incarichi). Konchalovsky non ci mostra però mai il grande artista direttamente al lavoro, bensì lo ritrae impegnato a destreggiarsi in tutte le questioni e le difficoltà tangenziali: i problemi economici, i tempi di consegna perennemente "sforati", i rapporti con la famiglia o con i propri giovani assistenti (Jakob Diehl e Francesco Gaudiello), la rivalità con Raffaello, i litigi e i rancori, le relazioni sociali e politiche, la personalità scostante e solitaria, a volte ai limiti della pazzia (con tanto di visioni mistiche e di un costante dialogo interno con Dante Alighieri, sua sorta di guida spirituale)... Ne esce il ritratto di un artista tormentato e solitario, che si barcamena fra la bellezza del Rinascimento e la brutalità di un contesto dominato da miseria, violenza e volgarità (mai edulcorate). L'impronta "russa" della pellicola si vede: a tratti si ritrovano echi dell'"Andrej Rublev" di Tarkovskij (film che fu co-sceneggiato proprio da Konchalovsky), specialmente nelle scene che mostrano il lavoro e la fatica (anche fisica) dietro l'opera d'arte (in particolare nelle lunghe sequenze dell'estrazione e del trasporto dell'enorme blocco di marmo, detto "il mostro", che Michelangelo va a scegliersi personalmente nelle cave di Carrara). Suggestiva la ricostruzione storica (con costumi essenziali e una fotografia desaturata che ammanta di austerità Roma, Firenze e le Alpi Apuane) e in generale un approccio che vuole più scavare nell'anima di un personaggio contraddittorio (a proposito del denaro, delle amicizie, della religione), perennemente irascibile e intrattabile ma al tempo stesso sensibile e portatore di un intero mondo dentro di sé, che non indugiare sugli aneddoti della sua biografia (non ci sono riferimenti, per esempio, alla sua presunta omosessualità). Nel cast, in ruoli minori, anche Orso Maria Guerrini (il marchese Malaspina) e Antonio Gargiulo (Francesco Maria della Rovere).

22 febbraio 2021

La caduta delle foglie (O. Iosseliani, 1966)

La caduta delle foglie (Giorgobistve)
di Otar Iosseliani – URSS 1966
con Ramaz Giorgobiani, Marina Kartsivadze
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Fresco di diploma, il giovane Nico (Ramaz Giorgobiani) comincia a lavorare come tecnico nella cooperativa vinicola locale. Timido, ingenuo e idealista, si scontra con l'atteggiamento disinvolto di colleghi e superiori, che per andare incontro agli obiettivi imposti dal piano di produzione non si curano della qualità del vino prodotto e tollerano corruzione e favoritismi. Al tempo stesso si innamora di una graziosa collega (Marina Kartsivadze) che però, pur ricambiando il suo affetto, si rivela frivola e superficiale (oltre che con tanti corteggiatori, più o meno gelosi). Il primo vero lungometraggio di Iosseliani – "Aprile" durava solo 45 minuti – esplicita, come i suoi corti precedenti, un deciso attacco verso il "sistema" sovietico, che si tratti di lavoro o delle relazioni sociali a esso connesse. Attraverso le peripezie del protagonista, il film mostra la difficile convivenza fra il mondo rurale e tradizionale (la pellicola si apre con scene di vendemmia, pigiatura e distillazione del vino) e quello moderno, burocratico e organizzato, dove dietro le apparenze spuntano però problemi di ogni genere. La vicenda sentimentale è solo uno dei tanti ostacoli che fanno "crescere" Nico, portandolo fuori dal suo stato di timidezza e spingendolo a prendere decisioni drastiche. Scandita "temporalmente" in giornate di lavoro o di svago, la pellicola rappresenta nella filmografia del regista georgiano un ideale anello di congiunzione fra il precedente documentario "Tudzhi" e il successivo film "C'era una volta un merlo canterino". Non poche (a partire dal giovane personaggio principale) le affinità con "Il posto" di Ermanno Olmi.

Tudzhi (Otar Iosseliani, 1964)

Ghisa (Tudzhi)
di Otar Iosseliani – URSS 1964
**1/2

Visto su YouTube.

Breve documentario che mostra una giornata di lavoro presso la fabbrica metallurgica di Rustavi, in Georgia. Iosseliani stesso aveva lavorato nella fonderia come addetto ai forni di fusione, nel periodo in cui aveva meditato di lasciare il cinema in seguito alle difficoltà con la censura dell'URSS che aveva rifiutato la distribuzione nelle sale ai suoi lavori studenteschi. Il corto non ha voce narrante: soltanto musica e rumore accompagnano le immagini, il che le rende ancora più suggestive e quasi misteriose (le colate di metallo fuso, il fumo e le scintille fanno da sfondo alle figure degli uomini intenti nel loro difficile lavoro). E se le panoramiche del processo industriale fanno sinceramente impressione, c'è anche spazio per momenti più intimi, come gli operai che nella pausa pranzo si scaldano degli spiedini sulle braci ardenti, o che fanno la doccia e poi escono dalla fabbrica al termine della dura giornata di lavoro. Il titolo originale significa "Ghisa".

21 febbraio 2021

Aprile (Otar Iosseliani, 1961)

Aprile (Aprili)
di Otar Iosseliani – URSS 1961
con Tatyana Chanturia, Gia Chiraqadze
***

Visto su YouTube.

Una giovane coppia di innamorati si trasferisce dal vecchio quartiere dove abitava in un moderno condominio con tutte le comodità (acqua, luce, gas). Ma pian piano, complice un vicino "tentatore" (Akaki Chikvaidze), i due cominceranno a riempire l'appartamento di mobili e oggetti superflui, perdendo così l'armonia e la felicità... Mediometraggio (45 minuti) girato da Iosseliani come lavoro di fine corso al VGIK, l'istituto di cinema di Mosca: un'evidente critica al materialismo e all'attaccamento agli oggetti superflui che sostituiscono l'autenticità dei sentimenti. L'aspetto che colpisce di più è l'utilizzo del sonoro: la pellicola è praticamente muta, con i dialoghi sostituiti – anzi, sommersi – dai rumori (spesso amplificati, e fonte di disturbo) e dalla musica (diegetica, e sinonimo invece di purezza). E nell'unica scena in cui i personaggi parlano, si esprimono attraverso un linguaggio fatto di parole inventate o messe a caso, visto che l'importante è veicolare il tono della discussione e non il contenuto specifico. La poesia, la leggerezza, l'ironia e lo sguardo curioso verso la quotidianità che caratterizzeranno i lavori successivi del regista permeano già fino in fondo questo suo film giovanile. Ma il rifiuto della censura di consentire la distribuzione della pellicola – accusata di formalismo – nelle sale cinematografiche (dove giungerà solo nel 1972) amareggiò Iosseliani, che per qualche tempo pensò di abbandonare il cinema, lavorando per tre anni prima come marinaio su un peschereccio e poi come operaio in una fabbrica metallurgica.

6 febbraio 2021

Sapovnela (Otar Iosseliani, 1959)

Fiore introvabile (Sapovnela)
di Otar Iosseliani – URSS 1959
con Mikhail Mamulashvili
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il secondo cortometraggio di Iosseliani è un documentario sulla natura con il quale il regista georgiano sperimenta per la prima volta con il colore, il montaggio e la musica. Accompagnate da una serie di canti popolari, ci vengono mostrate le immagini di numerosi e variopinti fiori, da quelli più umili che crescono nei prati e sui pascoli in montagna, a quelli più eleganti ed elaborati che vengono coltivati nelle serre. Vediamo poi all'opera un anziano floricoltore, che realizza svariate composizioni nel suo giardino, e ci viene suggerito il legame fra le meraviglie della natura e l'ispirazione che esse hanno donato agli artisti di ogni epoca. Ma anche quello che sembrerebbe un innocuo documentario si rivela controverso, con una forte metafora politica, quando nel finale giungono i trattori (sovietici?) ad arare la terra estirpando i fiori selvatici che, a parte la loro bellezza, non hanno alcun fine pratico: e il rumore dei mezzi sovrasta e mette a tacere i canti popolari locali. La censura dell'URSS non approvò e al cortometraggio – al quale già era stata imposta una voce narrante fuori campo – fu vietata la proiezione in pubblico. La semplicità, la poesia, e il legame fra la sapienza e la bellezza naturale e arcaica di una terra ai "confini" dell'Unione Sovietica rendono la pellicola quasi un'antesignana dei lavori di Sergej Paradžanov.

Acquerello (Otar Iosseliani, 1958)

Acquerello (Akvarel)
di Otar Iosseliani – URSS 1958
con Gennadi Krasheninnikov, Sofiko Chiaureli
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Per sfuggire alla moglie, alla quale ha sottratto i soldi per andare a ubriacarsi, un uomo si rifugia all'interno di una mostra d'arte, dove rimane impressionato dalle opere esposte. La consorte lo raggiunge ed entrambi si stupiscono nel riconoscere, nel soggetto di un piccolo dipinto, la propria umile casa, descritta in termini astratti e idilliaci dalle guide del museo: "Qui abitano persone generose, felici, che vivono in armonia con i loro numerosi figli", una trasfigurazione in positivo rispetto al caos, alla confusione e alla litigiosità cui avevamo assistito nei primi minuti! In questo breve corto che Iosseliani, alla prima esperienza cinematografica, ha diretto mentre frequentava il corso di cinema all'istituto VGIK di Mosca (con Alexander Dovzhenko e Mikhail Chiaureli come insegnanti), si trovano in nuce già molte delle caratteristiche dei lavori successivi del regista georgiano: la leggerezza, la commedia, il calore e l'affetto per i suoi personaggi. E non manca una forte satira verso quel "realismo socialista" che caratterizzava tutte le forme d'arte nell'Unione Sovietica. Prima di laurearsi nel 1961, Iosselliani firmerà altri due corti, "Sapovnela" e "Aprile".

11 dicembre 2020

L'ascesa (Larisa Shepitko, 1977)

L'ascesa, aka Ascensione (Voskhozhdeniye)
di Larisa Shepitko – URSS 1977
con Boris Plotnikov, Vladimir Gostyukhin
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In Bielorussia, durante l'invasione tedesca nella seconda guerra mondiale, i partigiani sovietici Rybak (Vladimir Gostyukhin) e Sotnikov (Boris Plotnikov) lasciano il proprio drappello per andare in cerca di cibo nelle fattorie della zona, ricoperte di neve. Saranno catturati dai soldati nazisti e processati da un poliziotto collaborazionista, Portnov (Anatolij Solonitsyn), che condannerà a morte Sotnikov e tre abitanti del villaggio da cui lui stesso proviene (un vecchio, una donna e una bambina), risparmiando invece Rybak che ha accettato di cambiare casacca. Da un romanzo di Vasil Bykaŭ, l'ultimo film di Larisa Shepitko è un intensissimo lungometraggio a sfondo bellico (ma anche filosofico: si pensi al dialogo sul tema della coscienza) che traccia un parallelo – anche se più spirituale che religioso – fra il protagonista Sotnikov e la figura di Gesù Cristo, con tanto di processo di fronte a Pilato, elementi salvifici (Sotnikov manifesta la volontà di sacrificarsi e di espiare le colpe di tutti), via crucis ed esecuzione finale. C'è anche un "Giuda", il compagno Rybak, appellato così (e con disprezzo) dagli abitanti del villaggio, che dopo la morte dell'amico tenta di impiccarsi con la propria cintura ma non ne ha il coraggio (così come in precedenza aveva immaginato più volte di fuggire, prefigurandosi le conseguenze, senza poi farlo); e varie altre immagini allegoriche, a partire dall'agnello che i due partigiani trovano in una fattoria e si portano dietro, sulle spalle; per non parlare della neve bianchissima che copre l'intero paesaggio, donandogli un'atmosfera trascendentale. Memorabile anche la colonna sonora di Alfred Schnittke, che cresce di intensità in determinati momenti come quello dell'impiccagione. Metafore a parte, il film parla anche con toni concreti della tragedia della guerra (che assume però una dimensione intima e personale, senza toni retorici o propagandistici: lo sguardo è sempre rivolto al singolo individuo), dell'invasione della propria patria, del coraggio (di alcuni) e delle paure (di altri), di integrità e di tradimento, del restare fedeli alla propria coscienza anche di fronte alla morte o dell'abbracciare l'opportunismo pur di salvarsi la vita: scelte che cambiano le esistenze di chi, prima della guerra, era un semplice maestro di matematica (Sotnikov) o il direttore di un coro di bambini (Portnov). Ottime tutte le interpretazioni: Plotnikov (il cui volto, con lo sguardo perso, pare quasi ipnotizzato) e Gostyukhin erano due sconosciuti attori di teatro, che la Shepitko scelse appositamente. Il vecchio, la donna e la bambina sono rispettivamente Sergei Yakovlev, Lyudmila Polyakova e Viktorija Gol'dentul. Da notare il ruolo da cattivo per Solonitsyn, l'attore-feticcio di Andrej Tarkovskij. Orso d'oro al festival di Berlino. La Shepitko morirà in un incidente stradale nel 1979: suo marito Elem Klimov firmerà nel 1985 un altro celebre film antibellico, "Va' e vedi".

12 ottobre 2020

La febbre degli scacchi (V. Pudovkin, 1925)

La febbre degli scacchi (Shakhmatnaya goryachka)
di Vsevolod Pudovkin e Nikolai Shpikovsky – URSS 1925
con Vladimir Fogel, Anna Zemcova
***

Rivisto su YouTube.

Un giovane (Vladimir Fogel) è talmente ossessionato dal gioco degli scacchi da trascurare la fidanzata Vera (Anna Zemcova), dimenticandosi persino del giorno del suo matrimonio. La "febbre degli scacchi", peraltro, sembra contagiare tutti gli abitanti della città, a prescindere dall'età, dal ruolo o dal ceto sociale, complice anche un importante torneo in corso di svolgimento con numerosi campioni internazionali. Fra questi c'è il campione del mondo José Raúl Capablanca (che interpreta sé stesso), grazie al quale anche la ragazza si appassionerà a sorpresa a questo gioco. E nel finale i due fidanzati si ritroveranno felicemente insieme ad assistere al torneo. Brillante cortometraggio comico che segna ufficialmente l'esordio alla regia di Vsevolod Pudovkin (insieme allo sceneggiatore Nikolai Shpikovsky), già assistente e allievo di Lev Kuleshov, prima delle grandi pellicole a tema storico e sociale che gli daranno la notorietà. Qui siamo in puro territorio slapstick, con gag degne delle comiche di Chaplin o Keaton (dagli infiniti gattini che fuoriescono dagli abiti del protagonista, alle scenette per la strada con poliziotti e passanti, dalle peripezie di Vera che ovunque si volti trova qualcosa di scacchistico a tormentarla, ai tentativi falliti di suicidio dei due fidanzati). Divertente anche come il film testimoni della popolarità che questo gioco (anzi, sport!) godesse già presso il pubblico russo (tanto che un'amica di Vera la mette in guardia: "Il più grande pericolo per la vita coniugale sono gli scacchi!"). Pudovkin e Shpikovsky approfittarono del torneo in corso di svolgimento a Mosca per riprendere non solo Capablanca ma anche altri famosi giocatori durante le partite. Camei per registi sovietici come Boris Barnet e Yakov Protazanov. Si dice che il corto abbia ispirato il romanzo "La difesa di Lužin" di Vladimir Nabokov.

22 settembre 2020

La vendetta del cineoperatore (W. Starewicz, 1912)

La vendetta del cineoperatore (Mest kinematograficheskogo operatora)
di Władysław Starewicz – Russia 1912
animazione a passo uno
**1/2

Visto su YouTube.

Una coppia di coleotteri si tradisce a vicenda: lui frequenta una libellula che danza in un night club, mentre lei – approfittando delle sue frequenti assenze – ha una relazione con un insetto pittore. Le tresche verranno alla luce quasi contemporaneamente, per via di una cavalletta gelosa che ha ripreso su pellicola gli incontri clandestini del coleottero con la libellula, e li proietta poi in pubblico (un caso di "revenge porn" ante litteram!). Innovativa pellicola d'animazione in stop motion che racconta una cinica storia di infedeltà coniugale, la cala in un contesto surreale di insetti che vivono in un mondo semi-antropomorfo (hanno case, locali notturni, atelier e teatri, e si spostano in carrozza o in bicicletta) e strizza l'occhio all'allora nuova moda del cinema. Si tratta del più famoso dei tanti film con pupazzi-insetti realizzati dal regista per la compagnia cinematografica di Aleksandr Khanzhonkov. Nato a Mosca da genitori lituani di origine polacca, Starewicz aveva cominciato a interessarsi di cinema mentre era direttore del museo di storia naturale di Kaunas. Dopo aver realizzato alcuni brevi documentari, progettò di riprendere su pellicola la lotta fra due coleotteri: poiché però gli insetti non erano in grado di sopravvivere sotto la luce dei riflettori necessari per le riprese, decise di ricreare la battaglia con la tecnica dell'animazione a passo uno, ispirandosi ad alcuni lavori di Émile Cohl. Creò dunque una specie di burattini con i corpi di insetti morti, con fili d'acciaio articolati al posto delle gambe. Il primo film da lui girato in questo modo, "Lucanus Cervus" (1910), è andato perduto, ma ne sopravvivono diversi altri, sempre più elaborati e fantasiosi, alcuni dei quali prendono in prestito le loro trame da classici testi della letteratura. Oltre che da Cohl, la tecnica dello stop motion era già stata usata occasionalmente da registi come Georges Méliès e Segundo de Chomón, ma Starewicz la portò ad un altro livello, lavorando con grande cura e meticolosità. Fra gli altri suoi titoli di questo periodo vanno ricordati "La bellissima Ljukanida", "La cicala e la formica" e "La notte prima di Natale". Dopo la rivoluzione d'ottobre si trasferì in Francia, dove continuerà a lavorare fino alla morte nel 1965.

18 settembre 2020

Herzog incontra Gorbaciov (W. Herzog, 2018)

Herzog incontra Gorbaciov (Meeting Gorbachev)
di Werner Herzog [e André Singer] – Germania/GB/USA 2018
con Werner Herzog, Mikhail Gorbaciov
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Documentario sulla vita e l'esperienza politica di Mikhail Gorbaciov, l'ultimo presidente dell'URSS, che contribuì in maniera fondamentale alla fine della Guerra Fredda con le sue riforme incentrate sulla perestrojka ("ristrutturazione") e la glasnost ("trasparenza"). Queste, basate sull'innovazione dell'economia e dell'agricoltura, sulla maggior apertura al mondo e alla democrazia, sullo smantellamento dell'arsenale nucleare, non si concretizzarono fino in fondo, però, per via della dissoluzione dell'Unione Sovietica, che avvenne con tempi molto più rapidi di quanto lui aveva previsto, estromettendolo di fatto da ogni carica nel 1991, quando tutte le ex repubbliche sovietiche dichiararono l'indipendenza. Il regista tedesco Werner Herzog lo ha incontrato in tre occasioni nell'arco di sei mesi per intervistarlo: e dalle loro lunghe chiacchierate, integrate con video e materiali di repertorio, nasce questo ritratto a 360 gradi che illustra l'intera vita dell'uomo politico, dalle umili origini in un villaggio di campagna alla scalata nei ranghi del partito comunista (dove si differenziava da tutti gli altri per le idee innovative, la visione allargata e le capacità di cogliere lo spirito del tempo), dal periodo delle riforme (in cui trasformò il rapporto dell'URSS con l'Occidente e gli Stati Uniti, lavorando al dialogo e al disarmo nucleare) a momenti chiave come la catastrofe di Chernobyl o il colpo di stato dell'agosto 1991, fino a un bilancio del panorama odierno, a proposito del quale l'ex capo di stato non nasconde una certa amarezza per il ritorno dei nazionalismi e l'attuale ricrescita della tensione fra USA, Russia e Cina. Herzog – che ammira Gorbaciov anche perché si deve in gran parte a lui, in fondo, la riunificazione della Germania – si fa quasi da parte, lasciando i riflettori all'ex segretario del PCUS (il titolo originale, a differenza di quello italiano, non menziona il regista) e lo rende protagonista di un ritratto che scava nell'uomo più che nel politico, tratteggiandolo come una "figura tragica": il risultato è una pellicola narrativa e umanistica prima che documentaristica o giornalistica, che ne celebra le gesta ma ne sottolinea anche il dolore per la morte della moglie o il rammarico e il pentimento per alcuni errori di valutazione commessi.

29 agosto 2020

La sirena (Vasili Goncharov, 1910)

La sirena (Rusalka)
di Vasili Goncharov – Russia 1910
con Andrej Gromov, Aleksandra Goncharova
**

Visto su YouTube.

Abbandonata dal principe che l'aveva sedotta, la figlia di un mugnaio si annega per disperazione nelle acque del fiume Dnepr. Il suo fantasma appare al principe, unico che può vederlo, durante la festa del suo matrimonio con una nobildonna. Otto anni più tardi, il nobile si ritrova a vagare presso le sponde del fiume, richiamato da un gruppo di rusalki (ninfe delle acque). Qui incontra il vecchio mugnaio, ormai impazzito, e scopre che la sua amata di un tempo è morta. Attirato da una delle ninfe, viene trascinato sul fondo del fiume. Dal poema incompiuto di Puškin che aveva ispirato anche l'opera lirica "Rusalka" di Aleksandr Dargomyžskij (da non confondere con quella omonima di Dvořák), un cortometraggio costruito in più tableaux e debitore con tutta evidenza alla coeva cinematografia francese. Il quadro finale, quello ambientato sul fondo del Dnepr, ricorda in particolare le pellicole "fantastiche" e sottomarine di Georges Méliès. Statico e semplice nella messa in scena, ma con un particolare fascino che il tema fiabesco non fa che amplificare. La protagonista è interpretata da Aleksandra Goncharova, figlia del regista, che appariva di frequente nei suoi lavori, come d'altronde Andrej Gromov (il principe) e Vasili Stepanov (il mugnaio).