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6 maggio 2023

Anna (Luc Besson, 2019)

Anna (id.)
di Luc Besson – Francia/USA 2019
con Sasha Luss, Luke Evans, Helen Mirren
**

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Anna (Sasha Luss), modella russa che vive a Parigi, è in realtà un sicario addestrato dal KGB che sfrutta la sua copertura per avvicinare i bersagli da eliminare. Stufa di questa vita, vorrebbe riconquistare la propria libertà, ma sa bene che i suoi datori di lavoro (fra cui Helen Mirren e Luke Evans) non le permetteranno mai di "licenziarsi". Quando un agente della CIA (Cillian Murphy) scopre la sua identità e le chiede di passare dalla parte degli Stati Uniti, decide di provare un pericoloso doppio (o triplo) gioco... Besson sembra divertirsi a rifare spesso lo stesso film (e a lanciare nuove e giovani attrici, esordienti o quasi), e in questo caso sono evidenti le similitudini con "Nikita". Non che manchino momenti interessanti, tanto a livello di sceneggiatura (la struttura a flashback e flashforward continui e incatenati, che sorreggono diversi colpi di scena) che di regia (ma le scene d'azione, in cui Anna uccide a mani nude o a colpi di pistola decine e decine di avversari, sembrano un misto fra "John Wick" e un videogioco). Tutto però ricorda cose già viste, e rispetto al citato "Nikita" manca l'elemento di rottura o di follia che in quel film era il personaggio interpretato da Jean Reno. La storia si svolge nel 1990, appena prima della fine della guerra fredda, ma non fa alcun riferimento a personaggi e situazioni reali.

10 novembre 2022

Triangle of sadness (Ruben Östlund, 2022)

Triangle of sadness (id.)
di Ruben Östlund – Svezia/Ger/Fra 2022
con Harris Dickinson, Charlbi Dean
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Carl (Harris Dickinson) e Yaya (Charlbi Dean), giovani modelli e "influencer", partecipano a una crociera di lusso a bordo di uno yacht ricolmo di folli oligarchi russi, imprenditori superficiali e mercanti d'armi insensibili. Fra un episodio e l'altro, la crociera si rivela più movimentata del previsto. E dopo un naufragio, alcuni dei superstiti finiranno su un'isola deserta, dove i rapporti sociali si rovesceranno (l'addetta alle pulizie sulla nave, essendo l'unica in grado di procurare il cibo agli altri, diventa il capo della nuova comunità). Dopo aver vinto la Palma d'Oro a Cannes con un quadrato ("The square" nel 2017), Östlund la rivince con un triangolo (il "triangle of sadness", viene spiegato nella scena iniziale, è la zona delle rughe fra le sopracciglia). E ancora una volta prende di mira, attraverso il linguaggio della satira e del grottesco, i paradossi e le storture di una società dominata dalla vacuità, dalle apparenze e dal denaro, focalizzandosi in particolare sulla moda (dove la bellezza è una "valuta di scambio") e sul mondo dei super-ricchi. Come hanno fatto illustri precedenti prima di lui (vengono in mente il Buñuel de "Il fantasma della libertà" e il Ferreri de "La grande abbuffata", ma anche certe cose di Pasolini o, in tempi recenti, il Bong Joon-ho di "Parasite"), il regista svedese punta sul surreale contrasto fra gli opposti: dai ruoli di genere del maschio e della femmina a livello di regole sociali (vedi il litigio fra Carl e Yaya su chi debba pagare il conto al ristorante) o di rapporti di forza (il matriarcato instaurato sull'isola da Abigail (Dolly De Leon), con Carl nel ruolo del "concubino"); al dibattito "ideologico" fra l'americano comunista (il capitano della nave, interpretato dall'unica star della pellicola, Woody Harrelson) e il russo capitalista (Zlatko Burić); al contrasto fra la raffinatezza della ricchezza (i piatti di alta cucina alla cena sullo yacht) e l'oscenità e il lerciume corporale causato dal mal di mare (vomito e merda! A proposito, sul grande schermo non si vedeva una scena di vomito così dai tempi di "Stand by me", o forse da "Il senso della vita" dei Monty Python). Per non parlare del conflitto fra la civiltà e il "ritorno alle origini", basato sulla necessità di sopravvivere, dei naufraghi che, isolati dal mondo, ribaltano tutte le loro priorità e le regole cui obbedivano in precedenza. Il risultato è un film provocatorio, proprio come era "The square" (ricordiamo tutti la scena dello scimmione sui tavoli), capace di scuotere e far pensare lo spettatore come poche altre pellicole recenti. Fosse uscito negli anni sessanta o settanta, magari firmato da uno dei registi sopra citati, non ci sarebbe stato da stupirsi: ma oggi, in un'epoca di cinema sempre più commerciale, adolescenziale e preconfezionato, Östlund è certamente una mosca bianca. Se dunque il film – a tratti forzato, esagerato e ridondante (soprattutto nella seconda delle tre parti in cui è diviso, intitolate rispettivamente "Carl e Yaya", "Lo yacht" e "L'isola") – non è forse all'altezza dei lavori precedenti del regista (si pensi anche a "Forza maggiore"), riesce comunque a spiccare nel piattume generale che lo circonda. Nell'ottimo cast corale anche Vicki Berlin (Paula, l'addetta alla sicurezza sullo yacht), Iris Berben (la turista tedesca che si esprime con un'unica frase, "In den Wolken!"), Henrik Dorsin e Jean-Christophe Folly.

19 agosto 2022

House of Gucci (Ridley Scott, 2021)

House of Gucci (id.)
di Ridley Scott – USA 2021
con Lady Gaga, Adam Driver
*1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

La storia degli eventi che hanno circondato la celebre casa di moda italiana, simbolo di stile, fascino ed esclusività, fra gli anni settanta, quando Patrizia Reggiani (Lady Gaga), arrampicatrice sociale con pochi scrupoli, conosce e sposa Maurizio (Adam Driver), l'ultimo rampollo della famiglia Gucci, e gli anni novanta, quando, dopo aver ceduto il controllo dell'azienda a una società di investimenti, Maurizio viene ucciso da un paio di balordi su commissione dell'ex moglie. Raccontato all'insegna del connubio fra passione e potere, quasi come si trattasse di una dinastia nobile (e un po'... mafiosetta), il film appare assai diseguale: interessanti, entro certi limiti, le vicende legate agli intrighi familiari (grazie anche ad attori come Al Pacino, Jeremy Irons e Jared Leto, che interpretano rispettivamente Aldo, Rodolfo e Paolo Gucci, ovvero lo zio, il padre e il cugino di Maurizio: sono loro tre, senza alcun dubbio, la cosa migliore del film, anche se spesso gigioneggiano in modo quasi caricaturale: quando sono di scena Pacino e Leto, in particolare, sembra di assistere a una commedia) e al declino e al conseguente rilancio della casa di moda; molto meno, anche perché frettolose e poco approfondite, quelle relative al matrimonio fra Maurizio e Patrizia, al loro divorzio e infine all'omicidio, tutti momenti che si susseguono in maniera stereotipata, banale o senza la necessaria preparazione, Nonostante la durata forse eccessiva della pellicola (e alcune libertà prese nelle date e nella cronologia degli eventi), la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga e mal focalizzata: di Maurizio non capiamo mai veramente il carattere (si fa plagiare dalla moglie come se questa fosse una sorta di Lady Macbeth? è disinteressato alle sorti dell'azienda? o è davvero una carogna pronta a tradire ed escludere i parenti?), mentre Patrizia passa da protagonista a comprimaria in un attimo, salvo tornare alla ribalta negli ultimi minuti con tendenze omicide, sia pur mosse dalla rabbia e dal rancore, che mai aveva fatto trapelare in precedenza. E se la sceneggiatura lascia alquanto a desiderare, la regia di Scott a sua volta è svogliata e un po' anonima. Buona, tutto sommato, la ricostruzione d'epoca, a livello di scenografie e costumi. Decisamente kitsch invece la colonna sonora, che mescola canzoni italiane (scelte a caso, almeno questa è l'impressione) e naturalmente, trattandosi di Italia, brani d'opera (i più famosi possibili: "Libiamo ne' lieti calici", "Largo al factotum", "La donna è mobile", l'ouverture del Barbiere, il coro a bocca chiusa della Madama Butterfly e, per buona misura, l'aria della Regina della Notte). Il kitsch, a dire il vero, è sempre in agguato quando gli americani provano a fare un film sulla moda e sullo stile europeo o ambientato nel Bel Paese (Ridley Scott, fra l'altro, aveva già dato con "Hannibal" e "Tutti i soldi del mondo"), e questo (con una Lady Gaga che assomiglia a Marisa Laurito) non fa eccezione. Eppure, nel guardarlo, c'è una sorta di guilty pleasure. In ogni caso, meglio Gaga di di Driver (che per Scott aveva già recitato nel precedente "The last duel"). Jack Huston è Domenico De Sole, consulente legale dei Gucci; Camille Cottin è Paola Franchi; Salma Hayek è la "sensitiva" Pina Auriemma; Reeve Carney è lo stilista Tom Ford.

26 luglio 2022

Ultima notte a Soho (E. Wright, 2021)

Ultima notte a Soho (Last night in Soho)
di Edgar Wright – GB 2021
con Thomasin McKenzie, Anya Taylor-Joy
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'aspirante stilista Eloise "Ellie" Turner (Thomasin McKenzie) si trasferisce a Londra dal suo villaggio di campagna per frequentare una scuola di moda. Innamorata di tutto ciò che è retrò, si adatta male alla vita di città e all'esistenza frenetica dei compagni di corso e dello studentato, preferendo trovarsi una stanza in affitto da sola nella casa di una vecchia signora (Diana Rigg). Qui però, favorita anche dalle percezioni extrasensoriali che ha sempre posseduto, comincia a sognare di notte la vita di un'altra ragazza, Sandie (Anya Taylor-Joy), che abitava nella sua stessa stanza negli anni Sessanta: un'aspirante cantante finita però per essere costretta a prostituirsi e infine uccisa dal suo manager/protettore, Jack (Matt Smith). Convinta di aver riconosciuto quest'ultimo in un vecchio che bazzica nel quartiere (Terence Stamp), e tormentata anche nella realtà dai fantasmi degli uomini che avevano sfruttato Sandie, Ellie decide di indagare su quell'antico omicidio. Insolito thriller onirico che si svolge su due diversi piani temporali e con venature sovrannaturali, quasi un incrocio fra "Personal shopper", "The neon demon", "Suspiria" e "Questione di tempo". La regia di Wright (anche soggettista) è fantasiosa e vivace, in particolare quando fonde visivamente le diverse esistenze di Ellie e Sandie (che si vedono riflesse reciprocamente negli specchi) e nell'uso dei colori (la fotografia, degna di menzione, è del sudcoreano Chung Chung-hoon, abituale collaboratore di Park Chan-wook). Forse il tutto è un po' troppo carico, ma soprattutto nella prima metà il risultato è assai efficace, con un feeling da vecchio musical (la colonna sonora è molto ricca, composta da tante celebri hit degli anni Sessanta, fra cui spicca "Downtown" di Petula Clark, cantata anche dalla Taylor-Joy) e un intrigante contrasto o commistione fra le atmosfere della Swingin' London e quelle moderne. Meno azzeccato è il passaggio da thriller a horror: e nel finale si perde qualche colpo. Complessivamente, comunque, un buon risultato per un Wright che per una volta lascia da parte i suoi consueti toni da commedia. La traduzione italiana del titolo è sbagliata: sarebbe dovuto essere "La scorsa notte a Soho".

30 dicembre 2021

Personal shopper (Olivier Assayas, 2016)

Personal shopper (id.)
di Olivier Assayas – Francia/Ger/Bel 2016
con Kristen Stewart, Lars Eidinger
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Maureen (Kristen Stewart), che lavora a Parigi come "personal shopper" per la celebrità Kyra (Nora von Waldstätten), è anche una medium in grado di percepire la presenza degli spiriti. Ma i suoi tentativi di instaurare un contatto con il fratello gemello Lewis, morto da poche settimane per un problema cardiaco, si rivelano infruttuosi... Uno strano film, che mescola in parallelo due storie/vicende legate fra loro solo dalla protagonista e dai suoi traumi: da una parte l'elaborazione del lutto e il tentativo di contattare lo spirito del fratello; dall'altro il rapporto con sé stessa, i propri desideri e le proprie paure, che si riflettono nello strano lavoro per conto della sfuggente Kyra, che praticamente non vede mai di persona, di cui cura l'immagine acquistando vestiti di lusso, scarpe, borse e gioielli che però gli è proibito provare o indossare lei stessa. Una proibizione che naturalmente si trasforma in desiderio di trasgressione, portando alla luce turbamenti nascosti. Le due storie si sfiorano soltanto, come quando Maureen inizia a ricevere strani messaggi sul cellulare da uno sconosciuto: si tratta del fratello morto, o di qualcuno dell'entourage di Kyra? E si incrociano infine nel finale-thriller, compresa una sequenza surreale (il "fantasma" che esce dall'albergo) che contribuisce al mistero di un film permeato da cupezza e disagio (vedi anche la fotografia "fredda") fino all'ultima sequenza, da horror psicologico. Un film un po' evanescente e pretenzioso, e non privo di divagazioni (come quelle artistiche, sulla pittrice astratta di inizio novecento Hilma af Klint o sulle sedute spiritiche di Victor Hugo), ma ben diretto e recitato. Assayas ha scritto il film espressamente per la Stewart, che aveva già recitato per lui in "Sils Maria". Premio per la miglior regia al festival di Cannes, ex aequo con "Un padre, una figlia" di Mungiu.

22 novembre 2020

Sei donne per l'assassino (Mario Bava, 1964)

Sei donne per l'assassino
di Mario Bava – Italia 1964
con Eva Bartok, Cameron Mitchell
**1/2

Visto in TV.

Un misterioso assassino dal volto mascherato uccide in maniera efferata, una dopo l'altra, alcune indossatrici e modelle che lavorano nell'elegante sartoria della contessa Cristiana (Eva Bartok). Chi è, e quali sono le sue motivazioni? Un giallo-nero a tinte forti, impreziosito dalle scenografie barocche, dalla fotografia colorata e dalla regia espressionista, che aggiungono inquietudine all'atmosfera (già angosciante e claustrofobica di suo) della sceneggiatura di Marcello Fondato. Considerato oggi un classico e imitato da molti, fu all'epoca un discreto shock per il cinema italiano di genere, non abituato al sadismo e alla violenza di situazioni e personaggi che peraltro stavano contemporaneamente invadendo altre forme d'arte (come il fumetto: sono gli anni in cui nascono "Diabolik" e i suoi numerosi epigoni, come "Kriminal" e "Satanik"): il suo successo contribuì a codificare le regole del giallo/thriller all'italiana (l'assassino misterioso e "senza volto", la sequenza di cruenti delitti, l'atmosfera malsana e delirante, la tensione che monta senza sosta) che verranno seguite per esempio da Dario Argento e Umberto Lenzi, ma anche quelle degli horror/slasher che si svilupperanno oltreoceano (come "Halloween" di John Carpenter e "Nightmare" di Wes Craven). Il cast è vasto e internazionale (il film fu coprodotto da Francia e Germania), senza un vero protagonista: non è tale nemmeno l'ispettore Silvestri (Thomas Reiner) che indaga sul caso (non sarà infatti lui a risolverlo). Fra le vittime dell'assassino ci sono Francesca Ungaro (Isabella), Arianna Gorini (Nicole), Mary Arden (Peggy), Lea Krüger (Greta) e Claude Dantes (Tao-Li). Fra i sospettati, invece, Cameron Mitchell (Massimo Morlacchi, l'amante della contessa), Dante Di Paolo (l'antiquario cocainomane Franco Scalo), Massimo Righi (l'epilettico Marco), Franco Rousell (il marchese Riccardo), Luciano Pigozzi (l'ambiguo Cesare). Memorabili anche i titoli di testa, girati fra angoscianti ombre e manichini. Le musiche sono di Carlo Rustichelli.

4 luglio 2019

Roberta (William A. Seiter, 1935)

Roberta (id.)
di William A. Seiter – USA 1935
con Irene Dunne, Randolph Scott
**1/2

Visto in divx.

A Parigi in cerca di fortuna (e di un ingaggio) con la sua orchestra di amici spiantati, l'americano John Kent (Randolph Scott) "eredita" la sartoria di alta moda Roberta, fondata da sua zia Minnie (Helen Westley) e diretta ora dall'ex principessa russa Stephanie (Irene Dunne), di cui si innamora. Tratta dall'omonimo musical del 1933 di Otto Harbach e Jerome Kern che ebbe molto successo a Broadway, una commedia romantico-musicale ricca di vivacità ed eleganza, anche per via dell'ambientazione parigina e del tema della moda. Ma più che i due interpreti principali, degni di nota sono i comprimari, in particolare Fred Astaire e Ginger Rogers, che recitavano in coppia per la terza volta e che rubano spesso e volentieri la scena ai veri protagonisti grazie ai loro numeri di ballo, alle dinamiche e alla simpatia dei rispettivi personaggi: Fred è Huck Haines, il direttore dell'orchestra e il miglior amico di John, mentre Ginger è la sedicente contessa polacca Scharwenka (in realtà un'americana dell'Illinois che si finge tale per poter frequentare il jet set). Siamo in effetti in una Parigi ricolma di veri e finti aristocratici russi o dell'Est Europa (fuggiti dopo la rivoluzione), in balia dei capricci della moda, che sembrano volubili come gli stessi sentimenti dei personaggi: vedi per esempio Sophie (Claire Dodd), l'ex fiamma di John che lo aveva lasciato perché lo riteneva un bifolco e che lo rivorrebbe ora che, grazie a Stephanie, è diventato più raffinato. Nel frattempo, le vicende amorose si intrecciano con i destini della sartoria (che culminano in una grande sfilata per presentare nuovi modelli: i costumi sono di Bernard Newman). E leggerezza e sofisticazione vanno miracolosamente di pari passo. Le coreografie sono dello stesso Astaire e di Hermes Pan (accreditato per la prima volta). Irene Dunne canta numerose canzoni, la più celebre delle quali, destinata a diventare un classico, è "Smoke gets in your eyes". Degne di nota, però, anche "I'll be hard to handle" (su cui Fred e Ginger danzano il tip tap, di fatto dialogando – e "litigando" – attraverso il ballo), "I won't dance" e "Lovely to look at". Victor Varconi è il principe Ladislaw, Luis Alberni è il proprietario del caffé russo, mentre fra le modelle c'è una giovane Lucille Ball. Un remake nel 1957 ("Modelle di lusso").

10 giugno 2018

Bling ring (Sofia Coppola, 2013)

Bling Ring (The Bling Ring)
di Sofia Coppola – USA 2013
con Israel Broussard, Katie Chang, Emma Watson
**1/2

Visto in divx.

Ispirato a una storia vera, e in particolare a un articolo pubblicato su "Vanity Fair" con le interviste ai protagonisti (di cui comunque cambia i nomi), il film racconta la vicenda di un gruppo di adolescenti californiani che, fra il 2008 e il 2009, entravano nelle case delle celebrità dello spettacolo per svaligiarle, portando via abiti, scarpe, gioielli e altri "trofei". Guidati dalla "capobanda" Rebecca (Katie Chang), i ragazzi – Marc (Israel Broussard), Nicki (Emma Watson), Sam (Taissa Farmiga), Chloe (Claire Julien) e occasionalmente altri amici – pianificavano le incursioni verificando su internet che i vip fossero assenti e approfittavano del fatto che le case fossero lasciate incustodite o addirittura aperte. Naturalmente la motivazione non era la ricchezza (i ragazzi provenivano tutti da famiglie più o meno agiate) ma il desiderio di sentirsi parte del mondo dello spettacolo, dell'apparenza e dello sfarzo. Immersa in questa cultura di vanità e vacuità, con personaggi che passano le loro esistenze fra selfie, feste, alcol e droga, la pellicola si snoda in maniera alquanto monotona, ma è tremendamente efficace nel mostrare l'ossessione per la cultura pop e per i suoi idoli, dove quello che conta è più come si appare che non quello che si fa (si parla delle attrici e mai dei loro film). In questo senso, per una volta lo stile leggero e pop della Coppola è funzionale all'ambientazione e ai personaggi. La figura più interessante, comunque, è senza dubbio Marc, l'unico maschio della banda (ma appassionato di moda femminile al pari delle amiche), per il quale l'amicizia di Rebecca (senza alcun connotato sessuale, si badi bene) è l'occasione per conquistare quell'autostima, quella popolarità e quel senso di appartenenza a un gruppo che gli sono sempre mancati. Marc è anche l'unico che mostra una qualche consapevolezza di quello che sta facendo, e che cerca di mettere in guardia Rebecca dai rischi e dal pericolo di essere presi. In un contesto in cui i genitori risultano assenti, distratti o... sciroccati (vedi la madre "new age" di Nicki), gli adolescenti vivono senza progetti e in balia delle mode, del fascino dello star system e del mito di vip altrettanto vuoti (il simbolo per eccellenza ne è Paris Hilton, non a caso fra le più... derubate!).

26 febbraio 2018

Il filo nascosto (Paul T. Anderson, 2017)

Il filo nascosto (Phantom Thread)
di Paul Thomas Anderson – USA 2017
con Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Lo stilista Reynolds Woodcock (Day-Lewis), apprezzatissimo creatore di abiti d'alta moda per clienti reali e altolocate, trova nella giovane cameriera Alma (Krieps) una nuova fiamma, musa e modella. La ragazza si trasferisce a vivere a casa sua, ma deve fare i conti con la difficoltà di stare al fianco di un artista così ambito e con le molte spigolosità ed eccentricità quasi patologiche del carattere dell'uomo. Tanto infatti Woodcock è meticoloso, pianificatore e dedicato al suo lavoro, tanto è ossessivo, insofferente ai cambiamenti e dipendente dalla sorella Cyril (Lesley Manville), sua ingombrante assistente, che lui chiama "la mia tale-e-quale". Non riuscendo ad "addomesticarlo" e a smussarne gli spigoli e le idiosincrasie con l'amore e la dolcezza, Alma dovrà ricorrere alle maniere forti, puntando sul suo lato infantile e rendendolo inerme e bisognoso della sua assistenza... Ambientato nella Londra degli anni cinquanta, il primo film girato da Anderson fuori dagli Stati Uniti racconta una relazione di coppia dove i rapporti di forza sono alternativamente asimmetrici (un soggetto che ricorda – si pensi ai funghi velenosi! – "La notte brava del soldato Jonathan"), mescolando tensione drammatica/romantica a una certa ironia: l'ottima costruzione dei personaggi (straordinari i tre attori principali) lo eleva al di sopra dei suoi limiti, che stanno essenzialmente nella regia ingessata e monotona, incapace di scalare le marce e di salire di tono. Il titolo fa riferimento all'abitudine di Woodcock di cucire, all'interno dei suoi abiti, un messaggio nascosto e significativo, in analogia con i tratti caratteriali che si celano all'interno delle persone, invisibili agli estranei ma ben noti a chi ci convive e impara a conoscerli. Le musiche di Jonny Greenwood rievocano Beethoven.

13 giugno 2016

The neon demon (Nicolas Winding Refn, 2016)

The neon demon (id.)
di Nicolas Winding Refn – Danimarca/Francia/USA 2016
con Elle Fanning, Jena Malone
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Jesse (Elle Fanning), sedicenne proveniente da un paesino di provincia, si è trasferita a Los Angeles dove aspira fare la modella. Qui la sua bellezza – ma soprattutto la sua purezza e la sua luce interiore – conquistano subito tutti: viene così assunta da un'agenzia e scelta da un importante stilista come sua musa. Il rapido successo, però, le procura anche l'invidia di altre modelle già affermate e ossessionate dal desiderio di rimanere al centro dei riflettori... Thriller psicologico che nel finale si trasfigura, cambiando improvvisamente registro e assumendo venature horror, esplicitando in chiave estrema il concetto del "cannibalismo" della bellezza di cui si nutrono tutti coloro che fanno parte del mondo della moda (la dicotomia fra cibo e sesso, fra l'altro, è introdotta quasi subito, nel discorso a proposito dei colori dei rossetti). Con il suo candore e la sua innocenza, Jesse pare una vittima predestinata in un mondo che si nutre di giovani donne per masticarle e sputarle non appena non sono più all'altezza (oltre che preda ideale, indistintamente, di uomini e di animali feroci), mentre l'unico che sembra interessarsi a lei non solo per il suo aspetto, il giovane Dean (Karl Glusman), viene respinto dalla stessa ragazza una volta che comincia a "integrarsi" nel sistema. Ma la sua bellezza, ciò che le dà "potere" sugli altri, è anche estremamente pericolosa... Con atmosfere fra il Lynch di "Mulholland Drive" e l'Aronofsky de "Il cigno nero", il film scorre pericolosamente sul filo degli eccessi. Il regista danese (che nei titoli di testa si firma con la sigla "NWR", come se fosse un marchio di moda) si appoggia a un'estetica pop e da video-arte, fra luci, colori, musica elettronica (di Cliff Martinez) e movimenti di macchina che danno vita a sequenze oniriche e psichedeliche, e compensa con lo stile un soggetto in fondo più banale di quando non appaia a prima vista, perfetto per un mondo crudele ma artificiale, dove dietro la bellezza non c'è altro che vacuità e vanità. Jena Malone è Ruby, la truccatrice lesbica che dedica il suo lavoro (e le sue attenzioni) sia alle modelle che ai cadaveri dell'obitorio; Abbey Lee e Bella Heathcote sono le colleghe di Jesse. Nel cast anche Keanu Reeves (il gestore del motel), Christina Hendricks (la direttrice dell'agenzia), Desmond Harrington (il fotografo) e Alessandro Nivola (lo stilista).

8 marzo 2016

The women (Diane English, 2008)

The women (id.)
di Diane English – USA 2008
con Meg Ryan, Annette Bening
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Remake di "Donne" di Cukor, aggiornato ai giorni nostri – ma la trama resta sostanzialmente identica – e con la medesima caratteristica di ricorrere a un cast interamente femminile (animali compresi). L'unico interprete di sesso maschile in tutta la pellicola, in effetti, è il neonato che appare nella scena conclusiva. La storia vede Mary (Meg Ryan), benestante stilista di moda, scoprire che il marito la tradisce con Crystal (Eva Mendes), commessa del reparto profumeria di un grande magazzino. Consigliata dalla madre (Candice Bergen) e dalle amiche Sylvia (Annette Bening) e Edie (Debra Messing), inizialmente cerca di fare buon viso a cattivo gioco: ma poi si decide a chiedere il divorzio... Nonostante alcune variazioni rispetto alla versione del 1939 – per esempio il personaggio di Alex (Jada Pinkett Smith) è ora dichiaratamente lesbica, e inoltre gran parte delle protagoniste non si limitano a fare le casalinghe e a dipendere dagli uomini ma hanno un lavoro, quasi sempre nel campo della moda, della pubblicità o del giornalismo (Sylvia dirige una rivista) – alla resa dei conti poco cambia rispetto alla pellicola originale, come se in settant'anni le dinamiche del mondo femminile e dei rapporti fra donne e uomini non fossero mutate più di tanto. A mancare sono la coerenza formale dell'insieme (in Cukor l'impostazione teatrale era assai più evidente) e l'acidità di fondo, benché gossip, dialoghi spigliati, attenzione alla moda e alle apparenze la facciano ancora da padrone, e un costante velo di ironia alleggerisca il tutto e impedisca di prendere troppo sul serio le vicende dei personaggi (si pensi ai momenti che giocano ironicamente con gli stereotipi femminili – lo shopping di Sylvia con la visione alla "Terminator" – o vi affondano a piene mani – le donne che si gettano sul junk food nei momenti di difficoltà). Il vasto cast comprende anche Bette Midler, Carrie Fisher, Cloris Leachman, Debi Mazar. Il progetto originale del film prevedeva la regia di James L. Brooks e l'interpretazione di Julia Roberts, prima che la sceneggiatrice Diane English decidesse di dirigerlo lei stessa. I produttori, inizialmente scettici sulla possibile accoglienza di un film tutto al femminile, diedero il via libera solo dopo il successo di "Sex and the city". In ogni caso, nonostante un buon riscontro di pubblico, la pellicola venne stroncata dalla critica, forse immeritatamente (ma si sa, il confronto con un mostro sacro è sempre difficile). Curiosità: Meg Ryan aveva esordito al cinema nel 1981 in "Ricche e famose", che era stato proprio l'ultimo film diretto da Cukor (e anche lì Candice Bergen interpretava sua madre).

30 marzo 2014

Pinkus l'emporio della scarpa (E. Lubitsch, 1916)

Pinkus l'emporio della scarpa (Schuhpalast Pinkus)
di Ernst Lubitsch – Germania 1916
con Ernst Lubitsch, Else Kentner
**

Visto su YouTube.

Espulso da scuola per aver copiato durante un esame, il discolo Sally Pinkus trova lavoro come commesso in un negozio di scarpe, ma anche lì resiste ben poco. Su suggerimento di una cliente, però, decide di mettersi in proprio e di aprire un emporio personale: e grazie a trovate pubblicitarie particolarmente aggressive e ingegnose (come l'idea di organizzare una sfilata di modelle nel negozio per presentare scarpe e stivaletti), raggiungerà il successo. Uno dei primi lungometraggi (forse addirittura il primo, dopo diversi corti?) di Lubitsch, che qui è ancora anche l'interprete principale delle proprie pellicole, introduce un personaggio comico che il regista riprenderà anche in seguito, ribattezzandolo Sally Meyer (a partire dal film "Meyer il berlinese") e trasformandolo nella caricatura un po' stereotipata dell'ebreo pigro, imbroglione e donnaiolo. Se nella prima parte (quella ambientata a scuola e dai toni slapstick) il personaggio è una sorta di Pierino ante litteram che fa scherzi ai professori, fa dannare i genitori e corre dietro alle ragazze, nella seconda (decisamente più interessante) la pellicola vira sulla satira sociale e su quella del mondo del lavoro. Stilisticamente, anche se siamo ancora lontani dalle vette successive, sono da apprezzare la cura e la varietà delle inquadrature, dinamiche e cinematografiche. Alla sceneggiatura c'è Hanns Kräly (anche nel ruolo dell'insegnante), che con Lubitsch collaborerà per ben 30 film fino al 1929. Alcuni spunti, come le dinamiche nel negozio di scarpe, sembrano prefigurare, sia pure molto alla lontana, "The shop around the corner" (ossia "Scrivimi fermo posta"). Nel cast si riconosce Ossi Oswalda nei panni della commessa del primo negozio in cui Pinkus lavora.

12 gennaio 2013

I love shopping (P.J. Hogan, 2009)

I Love Shopping (Confessions of a Shopaholic)
di P.J. Hogan – USA 2009
con Isla Fisher, Hugh Dancy
**

Visto in divx, con Sabrina.

Rebecca, giornalista pasticciona e irresponsabile, è una "shopaholic", ovvero una compratrice compulsiva, che non sa resistere ad acquistare abiti e accessori di moda ("Quando compro, è come se il mondo diventasse migliore") e a dar fondo alle proprie carte di credito. A causa di quella che è una vera e propria malattia, si ritrova perennemente indebitata fino al collo, ed è dunque abituata a propinare ogni sorta di scuse e di bugie agli amici e agli addetti per la riscossione dei debiti. Il suo sogno è quello di collaborare alla prestigiosa rivista di moda "Alette", ma nel frattempo trova casualmente un incarico come columnist per un periodico che tratta di finanza e di investimenti, sul quale scrive con lo pseudonimo "La ragazza con la sciarpa verde". I suoi articoli sul mondo del risparmio del credito, che si rivolgono senza peli sulla lingua a un pubblico generalista, fanno scalpore e ottengono un grande successo, il che è paradossale se si pensa che proprio lei è la prima a non saper tenere sotto controllo le proprie finanze. L'amica Suze la spinge a partecipare alle riunioni di un gruppo di compratori compulsivi anonimi, ma la vera molla che la porterà a guarire da questa patologia sarà l'amore per il suo giovane caporedattore. Tratto dal best seller di Sophie Kinsella e diretto con verve dal regista de "Il matrimonio del mio miglior amico", è un film simpatico e frizzante, almeno nella prima parte: la seconda, invece, è più convenzionale e riserva poche sorprese prima dell'inevitabile lieto fine, con tanto di riscatto. In ogni caso, decisamente più ironico e movimentato de "Il diavolo veste Prada". Da segnalare, in chiave surreale, le scene in cui Rebecca parla con i manichini nelle vetrine. Interessante il cast di contorno: i genitori della protagonista sono interpretati da John Goodman e Joan Cusack, la direttrice di "Alette" è Kristin Scott Thomas.

23 dicembre 2012

Zoolander (Ben Stiller, 2001)

Zoolander (id.)
di Ben Stiller – USA 2001
con Ben Stiller, Owen Wilson
**1/2

Rivisto in DVD, con Ilaria.

Derek Zoolander è il più celebre supermodello sulla scena fashion, celebre per i suoi sguardi conturbanti (e tutti uguali). Peccato che, come peraltro tutti i suoi colleghi, sia anche un campione di ignoranza e stupidità. In crisi per l'arrivo di un rivale, il biondissimo Hansel (Owen Wilson, già alla quarta collaborazione con Stiller), che gli ha impedito di vincere il titolo di "modello dell'anno" per la quarta volta consecutiva, Zoolander accetta di diventare il testimonial della nuova linea dello stilista Mugatu (Will Ferrell), ignorando che si tratta di un escamotage per fargli il lavaggio del cervello e spingerlo ad assassinare – durante una sfilata – il primo ministro della Malesia: questi, infatti, intende abolire il lavoro minorile nel proprio paese, andando contro gli interessi delle più importanti griffe di moda. Ma Derek sarà aiutato proprio da Hansel, che rivela di essersi sempre ispirato a lui, e dalla giornalista Matilda (Christine Taylor). Grottesca ed esilarante satira del mondo della moda (sviluppata a partire da alcuni spezzoni televisivi interpretati da Stiller in occasione dei VH1 Fashion Awards), è un film forse più stupido che intelligente. Ma riesce comunque a regalare parecchi momenti divertenti, per lo più legati all'idea che i modelli siano soltanto belli e stupidi, "esagerati cultori del proprio aspetto e del proprio ego": dalla battaglia con le pompe al distributore di benzina, alla mitica scena di Derek e Hansel che cercano di scoprire come si accende un computer (un iMac: siamo nel 2001) e che naturalmente parodizza "2001: Odissea nello spazio", per non parlare di alcune brillanti gag ("Sono diventata bulimica" - "Vuoi dire che sai leggere nel pensiero?"). Milla Jovovich è quasi irriconoscibile dietro il pesante trucco di Katinka, l'assistente russa di Mugatu, ma se la cava nel ruolo (per una volta) della cattiva. Numerosissimi i cameo di celebrità nelle parti di sé stesse (David Bowie, Donald Trump, Paris Hilton, Heidi Klum, Claudia Schiffer, Victoria Beckham, Tom Ford, Lenny Kravitz, Karl Lagerfeld, Donatella Versace, Tommy Hilfiger, Nina Hagen, Stephen Dorff, Christian Slater, Natalie Portman, Winona Ryder, James Marsden, Billy Zane, Cuba Gooding Jr., per citarne solo alcuni). Il padre di Derek è interpretato da Jon Voight (e uno dei suoi fratelli da Vince Vaughn), mentre il vero padre di Ben Stiller, Jerry, recita nei panni del suo manager. Una curiosità: "Zoolander" fu il primo film comico a uscire nei cinema di New York dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre, e forse anche per questo motivo non venne accolto favorevolmente dal pubblico (per poi rifarsi in seguito, diventando quasi un cult movie, nonché uno dei titoli più popolari della filmografia di Stiller).

6 gennaio 2011

Donne (George Cukor, 1939)

Donne (The women)
di George Cukor – USA 1939
con Norma Shearer, Joan Crawford
***1/2

Visto in DVD.

Mary Haines, dama dell'alta borghesia di Manhattan, viene a sapere dalla manicure di un salone di bellezza che il marito la tradisce con la commessa di un negozio di profumi (cosa di cui tutte le sue amiche erano già al corrente). Inizialmente cerca di far finta di nulla, continuando la sua vita di tutti i giorni; ma dopo uno "scontro" con la rivale nei camerini di uno stilista di moda, con lo scandalo finito ormai sui giornali, non ha altra scelta che recarsi a Reno (la città del Nevada dove si ritrovano tutte le donne nella sua condizione) per chiedere il divorzio. Pentita, riuscirà a riconquistare il marito strappandolo dalle grinfie dell'arrivista contendente. Acido e ironico ritratto della vita sociale dell'epoca, tratto da un lavoro teatrale di Clare Boothe Luce (scrittrice satirica che divenne poi ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia!) e sceneggiato da Anita Loos (l'autrice de "Gli uomini preferiscono le bionde"), il film è passato alla storia per il cast non solo vasto e stellare, ma esclusivamente femminile: benché di uomini si parli in continuazione, nella pellicola non compare un solo attore maschio, nemmeno nelle scene ambientate in esterni. I produttori dichiararono che persino gli animali che compaiono sullo schermo (cagnolini, cavalli) sono rigorosamente di sesso femminile! Fra le brillanti interpreti spiccano, oltre alla protagonista Norma Shearer (Mary) e alla sua rivale Joan Crawford (Crystal), l'amica impicciona Rosalind Russell (Sylvia), che a sua volta si fa "soffiare" il marito dalla disinvolta Paulette Goddard (Miriam); la più giovane e ingenua Joan Fontaine (Peggy); la "navigata" contessa Mary Boland (Flora); la cronista mondana Hedda Hopper (che interpreta sé stessa); e decine di altri personaggi. Sofisticato ed elegante, il film è dominato dall'ambiente frivolo ma frenetico dell'alta società newyorkese dell'epoca, con i personaggi che si aggirano in continuazione fra negozi, saloni di bellezza, centri per dimagrire o per fare ginnastica, tutti luoghi di aggregazione dove la principale attività consiste nel gossip alle spalle delle amiche. Memorabile, in particolare, la lunga sequenza della sfilata di moda (girata in Technicolor, mentre il resto del film è in bianco e nero), culmine visivo di una pellicola che in ogni scena consente di ammirare centinaia di capi di vestiario, di gioielli, di acconciature femminili dell'epoca. Nonostante le apparenze, comunque, non si tratta di una pellicola "femminista", visto che delle donne vengono messi in luce anche i numerosi difetti e la contraddittoria lotta fra emancipazione e dipendenza (anche e soprattutto economica) dagli uomini. Indicativo, al riguardo, un incisivo scambio di battute: a una signora che sbotta in un "Gli uomini, che mascalzoni, vogliono una cosa sola!", una ragazza replica "Che altro abbiamo da offrire?". Parecchi i remake o le pellicole che vi si sono ispirate: fra i primi, la commedia musicale "Sesso debole?" (1956) di David Miller con June Allyson, Joan Collins e Dolores Gray (che però prevedeva la presenza di uomini nel cast) e il recente "The Women" (2008) di Diane English con Meg Ryan, Annette Benning ed Eva Mendes; fra le seconde, "Donne – Waiting to Exhale" (1995) di Forest Whitaker con Whitney Houston e Angela Bassett. Naturalmente il film ha contribuito a cementare ancora di più la reputazione di Cukor quale "regista di attrici".

19 dicembre 2007

Kamikaze girls (Tetsuya Nakashima, 2004)

Kamikaze girls (Shimotsuma monogatari)
di Tetsuya Nakashima – Giappone 2004
con Kyoko Fukada, Anna Tsuchiya
***

Rivisto in DVD, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Strepitosa commedia di costume dai tratti surreali e grotteschi, tratta da un popolare romanzo che ha dato vita anche a un manga: racconta dell'amicizia fra una sweet lolita e una yanki, due tipologie di teenager giapponesi che non potrebbero essere più diverse fra loro, espressioni di due delle molte subculture pop diffuse fra gli adolescenti del paese del Sol Levante. Momoko, insofferente alla squallida realtà che la circonda, preferirebbe vivere nella Francia del diciottesimo secolo e si agghinda in stile Rococò ("un periodo dimenticato dai libri di storia, al cui confronto il barocco è sobrio"). Assolutamente convinta di essere autosufficiente e di non aver bisogno di amici, deve ricredersi quando incontra la sboccata Ichiko, membro di una gang di ragazze motocicliste, che non cessa di coinvolgerla nei suoi problemi. Ambientato nella desolata prefettura di Ibaraki nel Giappone orientale, descritta come il regno del conformismo e del cattivo gusto, il film alterna momenti di comicità demenziale a meditazioni esistenziali, sequenze d'azione animate a situazioni da sitcom, riuscendo a tracciare contemporaneamente un elogio dell'amicizia e un incitamento a seguire la propria strada e le proprie passioni senza curarsi delle opinioni di chi sta intorno. Memorabile l'abbigliamento di Momoko, composto esclusivamente dai vestiti di pizzo (con immancabile ombrellino) che la ragazza acquista nel negozio "Baby, the stars shine bright" (che esiste davvero!) e che indossa in ogni momento e ogni situazione, così come i suoi commenti acidi di fronte al comportamento ingenuo e inopportuno dell'amica Ichiko. Notevole anche la parte iniziale del film, nella quale la narratrice (Momoko stessa) ci introduce al suo mondo e alla sua storia. Qualche critico l'ha definito un incrocio fra "Ghost world" e "Thelma & Louise".

31 luglio 2007

Blow up (M. Antonioni, 1966)

Blow up
di Michelangelo Antonioni – Italia/GB 1966
con David Hemmings, Vanessa Redgrave
****

Rivisto in DVD.

Nella swinging London degli anni sessanta, giovane, modaiola e apatica, un gruppo di clown e mimi scorrazza gioiosamente per le strade, mentre un fotografo di moda, fra una modella e l'altra, riprende scatti in giro per la città. Segue una coppietta in un parco e la fotografa di nascosto, ma al momento dello sviluppo scopre di aver inconsapevolmente assistito a un tentativo di omicidio. Le foto parlano chiaro... o forse no? Ispirato da un racconto breve di Julio Cortázar, "Blow up" è un grande film – forse il mio preferito fra tutte le pellicole di Antonioni – sul potere dell'immagine e della comunicazione, e su quello dell'arte e dell'immaginazione come sostituti della realtà. Il significato e il valore di ciò che vediamo risiede nello spettatore, e non nell'oggetto stesso: un'interpretazione quasi da fisica quantistica (evidente nella bella sequenza del concerto degli Yardbirds, che non ricordavo affatto dalle precedenti visioni del film, dove il frammento di chitarra (di Jeff Beck!) di cui si impossessa il protagonista cessa di avere il minimo interesse una volta tolto dal proprio contesto). Formalmente elegantissimo (anche per quanto riguarda musiche, costumi, colori e scenografie), con un David Hemmings che in quegli anni frequentava spesso il cinema italiano (in seguito avrebbe interpretato anche, fra gli altri, "Profondo rosso" di Dario Argento) e una sfuggente Vanessa Redgrave dal volto giovane e severo come Greta Garbo, si conclude con la celebre partita a tennis senza pallina, "mimata" dai clown, ai quali il protagonista si unisce come raccattapalle una volta compresa la relatività dell'esperienza visiva. Una delle modelle fotografate dal protagonista è una giovane Jane Birkin. Primo di tre film di Antonioni girati all'estero e in lingua inglese (i successivi saranno "Zabriskie Point" e "Professione: reporter"), riscosse un inaspettato successo di pubblico e di critica, e vinse la Palma d'Oro a Cannes. Brian De Palma ne ha fatto un remake con John Travolta, "Blow out", dove alla suggestione delle immagini ha sostituito quella del sonoro.

24 marzo 2007

Appunti di viaggio su moda e città (W. Wenders, 1989)

Appunti di viaggio su moda e città (Notebook on cities and clothes)
di Wim Wenders – Germania/Francia 1989
con Johji Yamamoto, Wim Wenders
*

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Un documentario sul mondo della moda commissionato a Wenders dal centro Pompidou. L'intera pellicola si concentra quasi esclusivamente sullo stilista giapponese Yohji Yamamoto, interrogandolo sul suo processo creativo e seguendolo durante il suo lavoro di preparazione della nuova collezione e dietro le quinte di una sfilata. Difficilmente un argomento potrebbe interessarmi di meno, e infatti ho quasi dormito durante la mezz'ora finale del film. Di Wenders, a parte le ossessioni per le immagini elettroniche e alcune riflessioni sul rapporto fra creazioni originali e copie, c'è ben poco.

16 settembre 2006

Il diavolo veste Prada (D. Frankel, 2006)

Il diavolo veste Prada (The devil wears Prada)
di David Frankel – USA 2006
con Anne Hathaway, Meryl Streep
*1/2

Visto al cinema Excelsior, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Che non fosse il mio genere di film l'ho capito subito dalla prima scena, quella in cui la protagonista entra nella redazione della rivista di moda per sostenere il colloquio di assunzione e viene presa in giro da tutti per la maniera sciatta nel vestire. Ebbene, con tutta la mia buona volontà, io non riuscivo a distinguere alcuna differenza nel modo in cui si vestiva rispetto alle altre impiegate: mi sembrava altrettanto elegante e bella, se non di più. Questo forse dimostra come io di moda non me ne intenda granché (non so assolutamente distinguere un capo firmato da uno che non lo è), ma spiega anche perché abbia riso ben poco o non abbia capito gran parte delle battute del film. Appesantita dal solito carrozzone di falsi sentimenti hollywoodiani, la pellicola non brilla nemmeno come commedia sofisticata: i tempi di Lubitsch e di Cukor, ahimé, sono ben lontani. Tutto è prevedibile, i personaggi scontati, il finale telefonato. La Streep è brava, sì, ma il suo personaggio è monocorde. Pubblicità dovunque, sin dal titolo: inutile contare i marchi e i nomi che vengono citati, sono centinaia.