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2 agosto 2023

I misteri di un'anima (G. W. Pabst, 1926)

I misteri di un'anima (Geheimnisse einer Seele)
di Georg Wilhelm Pabst – Germania 1926
con Werner Krauss, Ruth Weyher
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Rimasto scosso dalla notizia di un omicidio avvenuto nella casa accanto (una donna uccisa con un rasoio), un uomo (Werner Krauss) inizia ad avere strani incubi, costellati da misteriose visioni. E in concomitanza con il ritorno dall'Oriente del suo più caro amico d'infanzia (Jack Trevor), nonché cugino della moglie (Ruth Weyher), scopre di avere il terrore di impugnare un coltello o una lama affilata, provando l'irresistibile impulso di usarli per uccidere proprio la consorte. Fugge così di casa, incontrando per caso un medico (Pavel Pavlov) che si offre di aiutarlo usando un nuovo metodo messo a punto da poco, la "psicoanalisi". Nel corso di una serie di sedute, il dottore riuscirà infatti a scoprire il motivo delle pulsioni alla base del trauma del protagonista. Per quanto non privo di ingenuità (il cartello iniziale recita "In ogni uomo ci sono desideri e passioni inconsci. Dal loro tentativo di emergere possono derivare misteriose malattie. La psicoanalisi le cura."), uno dei primi film a mettere in scena in maniera realistica e scientifica le teorie e i metodi della nuova disciplina di analisi del profondo. Il protagonista, un chimico viennese, ama la moglie ma vede irrazionalmente nel cugino una "minaccia" al loro matrimonio, nonché la causa del fatto che non abbiano figli. E le immagini surreali del sogno acquistano il loro reale significato solo quando vengono rielaborate e descritte dallo psichiatra, che analizzandole le riconduce a esperienze, paure e umiliazioni passate. Ovviamente basta ricordare traumi e sogni, ovvero portare le immagini fuori dall'inconscio, e si guarisce di colpo. Il produttore del film, Hans Neumann, avrebbe voluto direttamente Sigmund Freud come consulente scientifico per la pellicola, ma lui rifiutò, e allora si rivolse a due suoi allievi, Karl Abraham e Hanns Sachs, citati nei titoli di testa.

28 giugno 2023

Brood - La covata malefica (D. Cronenberg, 1979)

Brood - La covata malefica (The Brood)
di David Cronenberg – Canada 1979
con Art Hindle, Oliver Reed, Samantha Eggar
**1/2

Rivisto in divx.

Sottoposta a speciali sedute di terapia psichiatrica dal dottor Raglan (Oliver Reed), "guru" che gestisce una clinica privata in totale isolamento e ha messo a punto una speciale tecnica di ipnosi chiamata psicoplasmia, Nola Carveth (Samantha Eggar) "genera" dal proprio corpo inquietanti creature dalle fattezze di bambini che uccidono tutte le persone verso cui prova rabbia, rancore o risentimento, a cominciare dai suoi stessi genitori... Originale horror che fonde temi fantapsichiatrici e dinamiche famigliari piuttosto forti con elementi di body horror (dai terrificanti mostriciattoli assassini, alle deformità di alcuni personaggi) e che Cronenberg realizzò poco dopo un difficile divorzio dalla sua prima moglie, con la quale lottò duramente per la custodia dei figli, cosa che si riflette nel rapporto fra Nola e l'ex coniuge Frank (di fatto il protagonista del film). Nola stessa, nel suo mix di pazzia e possessione demoniaca, sarebbe stata ispirata all'ex moglie. Il regista arrivò addirittura a descrivere ironicamente il film come "la mia versione di «Kramer contro Kramer», ma più realistica". Peccato per un attore protagonista (Art Hindle) alquanto inespressivo. Nuala Fitzgerald e Henry Beckman sono i genitori di Nola, nonni della piccola Candy (Cindy Hinds). La colonna sonora, ricca di sonorità dodecafoniche, è di Howard Shore, al suo debutto nel mondo del cinema: rimarrà il compositore di fiducia del regista per il resto della sua carriera.

14 maggio 2023

Roulette cinese (R. W. Fassbinder, 1976)

Roulette cinese (Chinesisches Roulette)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1976
con Margit Carstensen, Anna Karina
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Con la scusa dei rispettivi viaggi all'estero per motivi di lavoro, i benestanti coniugi Christ, Gerhard (Alexander Allerson) e Ariane (Margit Carstensen), intendono trascorrere il fine settimana – l'uno all'insaputa dell'altra – con i rispettivi amanti Irene (Anna Karina) e Kolbe (Ulli Lommel), mentre Angela (Andrea Schober), la figlia adolescente della coppia, dovrebbe rimanere a Monaco con la governante Traunitz (Macha Méril). La ragazza, però, che nutre un forte risentimento verso i genitori, dai quali sospetta di non essere amata per via della sua disabilità (è storpia sin dalla tenera età), complotta affinché si ritrovino tutti nella villa di famiglia in campagna, insieme anche ai servitori Kast (Brigitte Mira) e Gabriel (Volker Spengler). E per accrescere ulteriormente le tensioni sotterranee fra i presenti, propone un crudele gioco psicologico a base di indovinelli, la "roulette cinese"... Un "dramma da camera" che è anche uno spietato gioco al massacro delle relazioni e dei sentimenti di una famiglia altoborghese, di cui mette in luce le ipocrisie e le contraddizioni, fra personaggi ambigui e prigionieri dei propri ruoli sociali (vedi i coniugi che, pur tradendosi a vicenda, continuano a professarsi il reciproco amore, o la solidarietà fra le donne rivali: l'unica che sembra non voler nascondere i propri veri sentimenti è Angela, che però è un'inquietante manipolatrice) e le disabilità esteriori di alcuni personaggi (Angela è storpia, Traunitz – come la Marlene di "Petra von Kant" – è muta) che rispecchiano quelle interiori, dove spicca per esempio il complessato Gabriel, scrittore e filosofo sottomesso alla madre e ai suoi padroni. Non mancano alcuni passaggi misteriosi e non risolti (chi è Ali Ben Basset, citato in un frammento di dialogo fra Gerhard e Kast, che lascia intendere un qualche tipo di intrigo politico o addirittura terroristico?). Come spesso nel cinema di RWF, l'impostazione è teatrale: tranne l'incipit, la pellicola si svolge quasi tutta nella villa di campagna dei coniugi Christ, che nella realtà era un piccolo castello in Bassa Franconia di proprietà del direttore della fotografia, Michael Ballhaus. E come in teatro, c'è una letterale pistola di Čechov. Ma l'insieme, forse a parte il finale, è lontano dalla melodrammaticità e dall'insistenza sulle allegorie di altri film del regista tedesco, e si sviluppa in maniera più ambigua, rilassata e quasi surreale, risultando per certi versi sfuggente e ricordando semmai certe cose di Luis Buñuel (come "Il fascino discreto della borghesia").

6 febbraio 2023

Everything everywhere all at once (Daniels, 2022)

Everything everywhere all at once (id.)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2022
con Michelle Yeoh, Ke Huy Quan
***

Visto al cinema Colosseo.

Evelyn Wang (Michelle Yeoh), cinese di mezza età e proprietaria di una lavanderia a gettoni negli Stati Uniti, ha parecchie cose per la testa, e tutte insieme: una relazione in crisi con il marito Waymond (Ke Huy Quan), un rapporto difficile con la figlia gay e ribelle Joy (Stephanie Hsu), l'arrivo dalla Cina del padre vecchio e malato (James Hong), una visita fiscale in corso da parte dell'ispettrice Deirdre Beaubeirdre (Jaime Lee Curtis), i preparativi per la festa del capodanno cinese che si terrà proprio nel suo negozio. E come se non bastasse, è sopraffatta dai rimpianti per le vite che non ha vissuto, lei che in gioventù sognava di volta in volta di diventare una cantante, un'attrice, una cuoca, un'esperta di arti marziali... Ma tutte queste potenzialità si sono avverate in vari universi paralleli, fra i quali acquisterà la capacità di spostarsi, muovendosi da una realtà all'altra – e acquisendo le capacità dei suoi alter ego – per salvare l'insieme di tutti i mondi ("una sovrapposizione quantistica di stati vibrazionali") dalla distruzione minacciata da un agente del caos, Jobu Tupaki (una variante "nichilista" di Joy). Il concetto di "multiverso" è diventato particolarmente popolare negli ultimi anni, grazie a film (e serie tv) come quelli della Marvel: ma questo lungometraggio – opera seconda del duo di registi e sceneggiatori Kwan e Scheinert, noti collettivamente come "i Daniels" – lo rappresenta e lo sviluppa in maniera molto più accattivante ed estesa rispetto alle pellicole di supereroi, legandolo al vissuto interiore di un personaggio, alle sue aspirazioni e ai suoi rimpianti. Visionario, surreale e onirico (e debitore a certe cose di Charlie Kaufman e Terry Gilliam), il film fonde introspezione, azione e comicità assurdista senza fermarsi davanti a nulla, che si tratti di mostrare universi sempre più improbabili (come quello in cui le persone hanno wurstel al posto delle dita, quello in cui un procione manovra uno chef come il topo di "Ratatouille", o quelli in cui gli esseri umani sono cartoni animati, pupazzi o addirittura... sassi!), o di sfruttare elementi dalla comicità demenziale intrinseca (per "saltare" da un universo all'altro occorre compiere un'azione altamente improbabile, con esiti surreali; e la distruzione di tutto il multiverso è minacciata da un... bagel, ossia una ciambella dolce). Film del genere – che procedono per accumulo di elementi random, hanno un approccio relativista e non sembrano prendere nulla sul serio: si pensi per esempio a "Mr. Nobody" di Jaco Van Dormael – di solito mi infastidiscono ("Quando ci metti di tutto, nulla ha più importanza", viene detto nella pellicola stessa): ma in questo caso la problematica è affrontata direttamente (a Evelyn, che afferma di non essere "brava a fare niente", viene spiegato che proprio per questo motivo ha a disposizione un enorme numero di potenzialità). Inoltre, nonostante il messaggio finale non sia poi così profondo (come sempre la chiave di tutto è l'amore, insieme all'accettazione e alla reciproca comprensione), il divertimento è sorretto da un'inventiva senza limiti (fra le mille trovate, anche quelle metacinematografiche, come i finti titoli di coda a metà pellicola o citazioni alterate quali "Io sono tua madre!") e, soprattutto, da un cast eccellente che comprende molti interpreti legati agli anni ottanta e novanta (la Yeoh, forse alla prova migliore della sua carriera, e la Curtis, ma anche James Hong, ossia il Lo Pan di "Grosso guaio a Chinatown"), alcuni dei quali letteralmente recuperati dall'oblio (Ke Huy Quan, celebre come attore bambino in "Indiana Jones e il tempio maledetto" e "I Goonies", non recitava più da vent'anni!). I Daniels avevano iniziato a pensare il film per Jackie Chan, prima di cambiare idea in favore di una protagonista femminile, mentre l'ottima Stephanie Hsu ha sostituito la prima scelta Awkwafina. Ruoli minori e cameo (fra gli altri) per Harry Shum Jr., Jenny Slate, Tallie Medel e Michiko Nishiwaki. Enorme il riscontro critico, con undici nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia, la sceneggiatura originale, e ben quattro interpreti: Yeoh, Ke Quan, Curtis e Hsu).

23 gennaio 2023

Rumore bianco (Noah Baumbach, 2022)

Rumore bianco (White noise)
di Noah Baumbach – USA 2022
con Adam Driver, Greta Gerwig
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Jack Gladney (Adam Driver), stimato professore universitario di studi hitleriani ("Insegno nazismo avanzato"), ha una grande paura della morte. Che aumenta ancora di più dopo essere rimasto esposto a una misteriosa nube tossica, liberatasi nell'aria in seguito a un incidente a una cisterna ferroviaria che trasportava strani prodotti chimici e che costringe la sua intera famiglia a una breve ma confusa evacuazione: secondo gli esperti, tale esposizione lo ha condannato a morire, anche se potrebbero volerci molti decenni (di fatto, dunque, la cosa è indifferente: aumenta solo la sua consapevolezza che prima o poi morirà!). Quando scopre che la moglie Babette (Greta Gerwig), all'apparenza aperta e solare, sta assumendo di nascosto un farmaco sperimentale (che però su di lei non sembra avere effetto) per vincere questa stessa paura, decide di indagare sulla sua provenienza... Per la prima volta Noah Baumbach, giunto al tredicesimo film, firma una pellicola di cui non ha scritto il soggetto: è tratta infatti dal romanzo omonimo di Don DeLillo (del 1985: l'ambientazione anni ottanta è stata mantenuta), surreale, post-moderno e assurdista, a lungo considerato infilmabile (ma in realtà si sposa bene con le recenti tendenze del cinema americano, che da qualche decennio ha appunto preso una deriva post-moderna). La pretenziosità, il continuo sfasamento tonale, l'accatastamento di situazioni inconsequenziali, le molte deviazioni inutili (esemplificate dalla scena in cui l'automobile guidata da Driver va nei boschi e finisce nel fiume, soltanto per rientrare poi sulla strada, senza che la deviazione in sé sia servita a nulla nell'economia del racconto) minano la fluidità e la coerenza della storia, che pure mette tantissima carne al fuoco, compresi spunti decisamente interessanti: quelli sull'ossessione umana per la morte e per le catastrofi (un collega di Jack, interpretato da Don Cheadle, mostra agli studenti immagini di incidenti stradali), le teorie del complotto (tutto il segmento centrale, che racconta l'evacuazione, è ammantato di mistero e di strani intrighi da parte di un governo che tiene i cittadini all'oscuro), l'invasione del consumismo (il supermercato come ulteriore metafora della morte), le riflessioni sulla memoria (la nube tossica provoca un senso di dejà vu, il farmaco fa confondere le parole con le cose che esse indicano), e in generale le relazioni umane (quando sono di scena molti personaggi, i dialoghi fra loro si intrecciano e si confondono, coprono argomenti disparati e scollegati, facendo perdere il filo e il senso delle cose), in particolare all'interno della famiglia ("La famiglia è la culla della disinformazione mondiale"). In questo ambiente ricco di stimoli e di confusione, il tema della morte rimane costantemente come sottofondo ("E se la morte fosse solo un suono?"), appunto un rumore bianco e onnipresente, che né la razionalità (il protagonista è, come detto, un intellettuale) né la religione (la suora infermiera, nel finale, che non crede all'aldilà) è in grado di dissipare: fa parte dell'essenza dell'uomo. Anche se gli spunti, come si vede, non mancano, e i personaggi sono ben caratterizzati (Driver, in particolare, offre un'altra prova eccellente), il film però funziona solo a tratti e la sua atmosfera surreale lascia spesso lo spettatore confuso e sperso in una sorta di mondo filosofico quasi wendersiano. Lars Eidinger è Mister Gray, il "fornitore" del farmaco; Raffey Cassidy è Denise, una dei quattro figli – da partner diversi – della coppia. Nel cast anche Barbara Sukowa (la suora), Francis Jue (il medico), Kenneth Lonergan e Jodie Turner-Smith (due colleghi di Jack). Sui titoli di coda, un balletto finale con tutti i personaggi all'interno del supermercato.

30 novembre 2022

Nuvole in viaggio (Aki Kaurismäki, 1996)

Nuvole in viaggio (Kauas pilvet karkaavat)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1996
con Kati Outinen, Kari Väänänen
***1/2

Rivisto in divx.

Ilona (Outinen), capocameriera in un ristorante, e il marito Lauri (Väänänen), autista di tram, perdono il lavoro quasi contemporaneamente. E trovarne uno nuovo non è facile, in un mondo e una città che cambia rapidamente e che offre poche garanzie. Dopo aver esaurito ogni possibilità, riusciranno a risollevarsi aprendo un ristorante tutto loro. Dopo "Ombre nel paradiso" e "La fiammiferaia", Kaurismäki firma un altro affresco sui problemi socio-economici delle classi medie e povere, nonché uno dei suoi film migliori, con i suoi attori preferiti e il suo consueto stile asciutto, laconico e bordato di humour (humour finlandese, si badi bene, con personaggi apparentemente inespressivi e sempre silenziosi, in ogni circostanza). I toni malinconici (il rimpianto per il passato e per un mondo "con più stile"), la colonna sonora (dove abbondano canzoni nostalgiche ma anche brani della sesta sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij), le scenografie colorate e la fotografia in chiaroscuro fanno da sfondo a una vicenda quotidiana di due personaggi pieni di dignità anche quando sono alle prese con problemi pressanti come quelli legati al lavoro e alla disoccupazione. Problemi dai quali, a volte, non basta la buona volontà per uscire, anche perché chi è onesto è comunque circondato da imbroglioni grandi e piccoli. Attorno ai due protagonisti ruota un bel cast di caratteristi (Elina Salo, Markku Peltola, Sakari Kuosmanen, Matti Onnismaa), mentre le "nuvole in viaggio" del titolo, quelle verso cui i due coniugi volgono lo sguardo nel finale, rappresentano i momenti buoni o brutti della vita, che vanno e vengono a loro piacimento o portati da un vento imprevedibile. Scene cult: l'uscita dal cinema ("Abbi pazienza, è tua sorella") e quella della riappacificazione fra i coniugi ("Tra noi è finita" - "Torniamo a casa" - "Va bene"). Da notare anche le due brevi sequenze mute che adombrano la tragica perdita di un figlioletto. Come in quasi ogni film del regista finlandese, i protagonisti hanno un cane. Premio speciale al festival di Cannes.

18 ottobre 2022

Il peccato di Lady Considine (A. Hitchcock, 1949)

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn)
di Alfred Hitchcock – GB 1949
con Ingrid Bergman, Joseph Cotten, Michael Wilding
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Australia, 1831. Charles Adare (Wilding), gentiluomo irlandese giunto a Sydney per fare fortuna, conosce Sam Flusky (Cotten), ex galeotto che, scontata la pena, è diventato un ricco proprietario terriero. Questi lo assume per tenere compagnia alla moglie, Lady Henrietta Considine (Bergman), che vive isolata dalla società e soffre di depressione. La coppia, infatti, è tormentata da un tragico passato (lui fu condannato ai lavori forzati per aver ucciso in Europa il fratello di lei, che disapprovava la loro unione per via della differenza di classe: aristocratica la donna, un semplice stalliere l'uomo) e da un stigma sociale che non l'ha abbandonata nemmeno all'altro capo del mondo... Secondo film in technicolor di Hitchcock dopo il precedente "Nodo alla gola", nonché terzo e ultimo con la Bergman come protagonista (dopo "Notorious" e "Io ti salverò"), segna anche il breve ritorno di sir Alfred in Inghilterra, dove dirigerà ancora un altro film ("Paura in palcoscenico") prima di ritrasferirsi definitivamente a Hollywood. Si tratta di un melodramma romantico a sfondo storico-sociale, piuttosto sopra le righe e abbastanza lontano dai soliti thriller cari al regista (anche se non mancano paralleli con lavori realizzati in precedenza, si pensi a "Rebecca"): l'ottima qualità della regia, assai mobile ed elaborata, che fa ampio ricorso a lunghi piani sequenza, e l'uso dei colori, quasi pastello, dona all'insieme un'aura tutta particolare, al limite dell'astratto o dell'irreale, il che gli consente di superare i limiti di un soggetto – tratto da un romanzo di Helen Simpson – da soap opera (un mix fra "L'amante di Lady Chatterley" e certi polpettoni storici ambientati in luoghi esotici), evidenti per esempio nel personaggio della governante Milly (Margaret Leighton), la domestica di casa, ambigua e manipolatrice. Buone le prove degli attori: da ricordare il lungo monologo della Bergman in cui Henrietta confessa a Charles il proprio tragico passato. Il film è noto in Italia anche con il titolo "Sotto il capricorno", traduzione letterale dell'originale (il capricorno in questione è il tropico che attraversa l'Australia).

16 settembre 2022

Una donna sposata (Jean-Luc Godard, 1964)

Una donna sposata (Une femme mariée)
di Jean-Luc Godard – Francia 1964
con Macha Méril, Philippe Leroy, Bernard Noël
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ventiquattr'ore nella vita di una donna contemporanea, sposata (per l'appunto), ma con un amante. Charlotte (Macha Méril), infatti, si divide fra il marito Pierre (Philippe Leroy), pilota d'aereo spesso assente da casa per lavoro, e Robert (Bernard Noël), attore di teatro con cui ha una tresca da tre mesi. La macchina da presa di Godard la riprende da vicino durante gli incontri con quest'ultimo, indugiando su vari particolari del suo corpo, e poi nel tempo libero, fra divagazioni e frivolezze, come suggerito dalle numerose immagini di pubblicità di biancheria intima e servizi sulla bellezza riprese dalle riviste femminili che legge, accompagnate dai suoi pensieri e da affermazioni sussurrate, come se stesse confidando i propri segreti e ricordi a qualcuno (allo spettatore?). Girato in uno splendido bianco e nero (anzi, "in nero e bianco", come recitano i titoli di testa), il film è frammentato e caratterizzato da un montaggio vivace, libero e sbarazzino, che dona all'insieme una natura artistica e sperimentale, come molti lavori di Godard in quegli anni (il modello più simile è "Questa è la mia vita"): di fatto è un saggio/esplorazione sul tema della donna-oggetto, del legame del suo ruolo con quello maschile, del modo in cui è vista dalla società e in cui vede sé stessa. Charlotte non è superficiale, tutt'altro: sia quando si contempla, sia quando si pone in relazione con gli altri, sfiora nelle conversazioni temi complessi e filosofici. Per tutto il film sono disseminati frammenti di discorsi, ciascuno introdotto da un titoletto numerato (come capitoli di un romanzo) e associato a un differente personaggio: "La memoria" (il marito Pierre), "Il presente" (Charlotte stessa), "L'intelligenza" (Roger Leenhardt, critico e documentarista, nonché uno dei "padri" spirituali e teorici della Nouvelle Vague, che interpreta sé stesso), "L'infanzia" (il piccolo Nicolas, figlio dei due coniugi), "La giava" (un ballo popolare francese, considerato "scandaloso", associato qui alle esperienze amorose della domestica di casa), "Il piacere e la scienza" (con un ginecologo che illustra a Charlotte i metodi contracettivi), "Il teatro e l'amore" (l'amante Robert). Da queste e da altre discussioni fuoriescono vari concetti che definiscono la donna, in sé, nella sua sessualità, nel rapporto con i sentimenti e con gli uomini, con cui Charlotte ha relazioni di volta in volta consapevoli e svagate, di contrasto e di complicità, di sincerità e di tradimento. La stessa Charlotte appare a volte confusa, indecisa (quale dei due uomini scegliere?), insicura se farsi guidare dai consigli che gli altri (o le riviste di moda) le elargiscono in continuazione. Girato in brevissimo tempo, il film è puntuale nel suo tentativo di riprodurre non la realtà, ma una possibile rappresentazione di essa. E non mancano citazioni letterarie e, ovviamente, cinematografiche: la donna di servizio si chiama Madame Céline e il suo monologo cita appunto "Morte a credito" di Céline; Robert sta recitando in "Bérenice" di Racine (su cui Godard, al tempo, progettava di lavorare); Charlotte e l'amante si incontrano in un cinema che proietta "Notte e nebbia" di Resnais. La censura ebbe da ridire su alcune scene, ma si intestardì in particolare su un dettaglio solo apparentemente insignificante: fece cambiare l'articolo del titolo, da determinativo (avrebbe dovuto essere "La donna sposata") a indeterminativo, per evitare che il comportamento disinvolto e adulterino della protagonista fosse da ascrivere a tutte le donne, anziché a una sola in particolare.

13 settembre 2022

Il disprezzo (Jean-Luc Godard, 1963)

Il disprezzo (Le mépris)
di Jean-Luc Godard – Francia/Italia 1963
con Brigitte Bardot, Michel Piccoli
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli,
per ricordare Jean-Luc Godard.

Lo scrittore francese Paul Javal (Michel Piccoli), che vive a Roma con la giovane moglie Camille (Brigitte Bardot), viene assunto dall'ambizioso produttore americano Jeremy Prokosch (Jack Palance) per rielaborare la sceneggiatura di un film sull'Odissea che il regista tedesco Fritz Lang (sé stesso) sta per girare a Capri. Ma qualcosa si incrina nel rapporto fra i due coniugi: di punto in bianco, forse per risentimento verso la nonchalance insincera con cui il marito ha lasciato che lei trascorresse il pomeriggio insieme a Prokosch, Camille dichiara di non amarlo più, anzi di provare disprezzo nei suoi confronti. E durante la lavorazione del film, nella villa di Jeremy a Capri, le cose non migliorano, mentre l'interpretazione originale e audace che il produttore intende imporre alla rilettura dell'Odissea (Ulisse e Penelope si amavano davvero?), oltre a seminare contrasti con Lang, sembra riecheggiare proprio i problemi della relazione fra Paul e Camille... Dal romanzo di Alberto Moravia, adattato dallo stesso Godard, una coproduzione italo-francese che, per i suoi temi (che fondano riflessioni esistenzialiste e suggestioni metacinematografiche) e la sua forma (l'uso del colore, del linguaggio, del formato panoramico, dei movimenti di macchina, dei piani sequenza) si rivela una delle opere più importanti e paradigmatiche del co-fondatore della Nouvelle Vague, colma com'è di riferimenti intrecciati alla vita, l'arte, la realtà, il cinema e il racconto. Le riflessioni sulla settima arte si sprecano, a cominciare dalla frase di apertura, "Il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che desideriamo", passando per la celebre citazione di Louis Lumiére ("Il cinema è un'invenzione senza futuro"), ai discorsi sul suo stato attuale (con le teorie godardiane sulla superiorità del cinema autoriale, "Come ai tempi di Griffith e Chaplin"), dai tanti manifesti di pellicole sui muri di Roma (fra cui film di Hawks, Hitchcock o dello stesso Godard), alla scelta di Lang (che all'epoca, anche se naturalmente non lo si sapeva ancora, aveva ormai concluso la sua carriera: il suo ultimo film risale al 1960, e prima della sua morte nel 1976 non ne girerà altri) per il ruolo del regista, un Lang che afferma che "il cinemascope è fatto per i serpenti o per i funerali". C'è spazio poi per l'eterno conflitto fra la pulsione artistica e le esigenze commerciali (Paul deve piegarsi alle richieste del produttore "perché ha bisogno di soldi", cosa che si collega al dover mantenere "una moglie giovane e bella"), anche se Jeremy cerca di darsi arie autoriali affermando "Quando sento parlare di cultura, metto mano al libretto degli assegni" (capovolgendo il senso della celebre frase attribuita a Goebbels, che invece metteva mano "alla pistola", simbolo del disprezzo – appunto! – verso la cultura). Come Ulisse sfida gli dèi, Paul alla fine sfida il produttore (ossia, per un cineasta, il suo dio), anche se la sua è una rivolta vana e improduttiva: alla fine lascerà l'incarico, mentre Lang continuerà a girare sul set perché "bisogna sempre finire quello che si è iniziato".

Se al centro narrativo della pellicola c'è la crisi sentimentale ed esistenziale di una coppia borghese, dal punto di vista formale (ma in fondo anche contenutistico) essa è permeata a più livelli dal tema dell'arte, della cultura e della creatività. Si va dai rimandi alla civiltà mediterranea, con i paesaggi di Capri (una fonte di ispirazione fu il contemporaneo documentario "Méditerranée" di Jean-Daniel Pollet e Volker Schlöndorff) e le molteplici immagini delle statue greco-romane (a volte colorate, come pare che fossero in effetti i marmi che oggi siamo abituati a vedere bianchi), ai riferimenti pittorici (in un'inquadratura, la Bardot sembra la "ragazza con l'orecchino di perla" di Vermeer), dalle architetture classiche alle sculture moderne. Non sarebbe poi un film di Godard se il linguaggio non avesse un ruolo chiave: importante, al riguardo, il personaggio di Francesca (Giorgia Moll), la segretaria e interprete di Prokosch. Ogni personaggio parla infatti in una lingua diversa (inglese, francese, tedesco, italiano), generando un'affascinante babele in cui la ragazza si occupa di mettere ordine, traducendo a beneficio degli spettatori anche le numerose citazioni "colte" e letterarie (Omero, naturalmente, ma anche Dante o Hölderlin). Il film, che si apre con titoli di testa letti ad alta voce anziché scritti sullo schermo (come aveva fatto Orson Welles, con quelli di coda, ne "L'orgoglio degli Amberson"), è essenzialmente diviso in tre parti, che si svolgono rispettivamente a Cinecittà, nell'appartamento romano di Paul e Camille, e infine a Capri (la villa è Casa Malaparte, a Punta Massullo). Degna di nota è la sezione centrale, con solo due personaggi che discutono, litigano e si riappacificano, girata con lunghi piani sequenza e lasciando ampia libertà di improvvisazione ai due attori. Ne risulta un realistico e frustrante dialogo fra marito e moglie sul filo dell'incomprensibilità e dell'incomunicabilità, del velatamente alluso e del non detto. Il produttore italiano Carlo Ponti avrebbe voluto scritturare Sophia Loren e Marcello Mastroianni, mentre Godard suggeriva Kim Novak e Frank Sinatra. Si pensò anche a Monica Vitti, prima che Ponti scegliesse la Bardot e insistette affinché fossero presenti sue scene di nudo (come nella prima sequenza, a pancia in giù sul letto, girata in penombra). Il direttore della fotografia è Raoul Coutard, le musiche sono di Georges Delerue, almeno nell'edizione francese, perché in quella italiana sono invece di Piero Piccioni (e sono più jazz e "scanzonate", anziché classiche e "serie"). Ponti, infatti, rimaneggiò pesantemente la pellicola prima della sua uscita nel nostro paese: furono tagliati venti minuti di girato, cambiati l'inizio e la fine, alterati i nomi dei protagonisti (che riacquistano quelli del romanzo di Moravia: Emilia e Paolo Molteni), ma soprattutto viene svuotato di significato il personaggio dell'interprete Francesca, che diventa inutile visto che tutti parlano in italiano anziché nelle rispettive lingue. Insomma: da vedere, se si può, solo in originale.

27 agosto 2022

Street without end (Mikio Naruse, 1934)

Street without end (Kagirinaki hodo)
di Mikio Naruse – Giappone 1934
con Setsuko Shinobu, Sozo Okada
**

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Sugiko (Setsuko Shinobu) e Kesako (Chiyoko Katori), due amiche che lavorano come cameriere in un bar, hanno la possibilità di "elevarsi" socialmente quando la prima è chiesta in moglie da Hiroshi (Sozo Okada), ricco rampollo di una famiglia nobile, e alla seconda viene offerto di diventare attrice cinematografica. Ma le cose non funzioneranno: Sugiko è guardata con sospetto e poi rifiutata dalla madre e dalla sorella di Hiroshi, che non tollerano che una ragazza lavoratrice e di bassa estrazione entri a far parte della loro famiglia; e Kesako si trova a disagio nel mondo fasullo e dorato del cinema, preferendo alla fine sposarsi con l'amico di sempre Shinkichi (Shinichi Himori). L'ultimo film muto di Naruse, nonché l'ultimo realizzato per la Shochiku prima di passare a quella che diventerà la Toho, è uno shomingeki (storie di gente comune) tratto da un serial di Komatsu Kitamura (già autore dei soggetti di alcune pellicole di Ozu del primo periodo). La storia, a dire il vero, è un po' ondivaga e sfilacciata, e ricicla insieme tanti temi standard del genere: Sugiko che vuole sacrificarsi per la famiglia, e in particolare per il fratello minore Koichi (Akio Isono), cui vuole pagare gli studi; il conflitto fra la vita moderna e le antiche tradizioni, come i valori feudali che regnano nella famiglia di Hiroshi, il che si traduce in rapporti di classe (la servitù di casa è vista dall'alto in basso, tanto che Sugiko è criticata dalla suocera perché la tratta da "uguale") e atteggiamenti sprezzanti e altezzosi. Una didascalia, a un certo punto, rende esplicito il tema centrale: "Ancora oggi, in Giappone, la nozione "feudale" di famiglia schiaccia l'amore puro dei giovani". Tutto alquanto generico, nonostante la buona prova degli attori e la regia dinamica. Ma la scena in cui Sugiko, con orgoglio, lascia Hiroshi e la sua famiglia e ribatte a testa alta alla suocera e alla sorella, è potente. Piccole parti per Chishu Ryu (il talent scout cinematografico), Ichiro Yuki (il primo ragazzo di Sugiko) e Tomio Aoki (il bambino che risponde al telefono).

19 agosto 2022

House of Gucci (Ridley Scott, 2021)

House of Gucci (id.)
di Ridley Scott – USA 2021
con Lady Gaga, Adam Driver
*1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

La storia degli eventi che hanno circondato la celebre casa di moda italiana, simbolo di stile, fascino ed esclusività, fra gli anni settanta, quando Patrizia Reggiani (Lady Gaga), arrampicatrice sociale con pochi scrupoli, conosce e sposa Maurizio (Adam Driver), l'ultimo rampollo della famiglia Gucci, e gli anni novanta, quando, dopo aver ceduto il controllo dell'azienda a una società di investimenti, Maurizio viene ucciso da un paio di balordi su commissione dell'ex moglie. Raccontato all'insegna del connubio fra passione e potere, quasi come si trattasse di una dinastia nobile (e un po'... mafiosetta), il film appare assai diseguale: interessanti, entro certi limiti, le vicende legate agli intrighi familiari (grazie anche ad attori come Al Pacino, Jeremy Irons e Jared Leto, che interpretano rispettivamente Aldo, Rodolfo e Paolo Gucci, ovvero lo zio, il padre e il cugino di Maurizio: sono loro tre, senza alcun dubbio, la cosa migliore del film, anche se spesso gigioneggiano in modo quasi caricaturale: quando sono di scena Pacino e Leto, in particolare, sembra di assistere a una commedia) e al declino e al conseguente rilancio della casa di moda; molto meno, anche perché frettolose e poco approfondite, quelle relative al matrimonio fra Maurizio e Patrizia, al loro divorzio e infine all'omicidio, tutti momenti che si susseguono in maniera stereotipata, banale o senza la necessaria preparazione, Nonostante la durata forse eccessiva della pellicola (e alcune libertà prese nelle date e nella cronologia degli eventi), la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga e mal focalizzata: di Maurizio non capiamo mai veramente il carattere (si fa plagiare dalla moglie come se questa fosse una sorta di Lady Macbeth? è disinteressato alle sorti dell'azienda? o è davvero una carogna pronta a tradire ed escludere i parenti?), mentre Patrizia passa da protagonista a comprimaria in un attimo, salvo tornare alla ribalta negli ultimi minuti con tendenze omicide, sia pur mosse dalla rabbia e dal rancore, che mai aveva fatto trapelare in precedenza. E se la sceneggiatura lascia alquanto a desiderare, la regia di Scott a sua volta è svogliata e un po' anonima. Buona, tutto sommato, la ricostruzione d'epoca, a livello di scenografie e costumi. Decisamente kitsch invece la colonna sonora, che mescola canzoni italiane (scelte a caso, almeno questa è l'impressione) e naturalmente, trattandosi di Italia, brani d'opera (i più famosi possibili: "Libiamo ne' lieti calici", "Largo al factotum", "La donna è mobile", l'ouverture del Barbiere, il coro a bocca chiusa della Madama Butterfly e, per buona misura, l'aria della Regina della Notte). Il kitsch, a dire il vero, è sempre in agguato quando gli americani provano a fare un film sulla moda e sullo stile europeo o ambientato nel Bel Paese (Ridley Scott, fra l'altro, aveva già dato con "Hannibal" e "Tutti i soldi del mondo"), e questo (con una Lady Gaga che assomiglia a Marisa Laurito) non fa eccezione. Eppure, nel guardarlo, c'è una sorta di guilty pleasure. In ogni caso, meglio Gaga di di Driver (che per Scott aveva già recitato nel precedente "The last duel"). Jack Huston è Domenico De Sole, consulente legale dei Gucci; Camille Cottin è Paola Franchi; Salma Hayek è la "sensitiva" Pina Auriemma; Reeve Carney è lo stilista Tom Ford.

29 luglio 2022

A snake of June (Shinya Tsukamoto, 2002)

A snake of June (Rokugatsu no hebi)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2002
con Asuka Kurosawa, Yuji Kotari
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Rinko (Asuka Kurosawa), che lavora come operatrice in un call center di consulti psichiatrici, nella vita privata è repressa e insoddisfatta: veste sempre in maniera castigata ed è sposata con un marito noioso che non la comprende fino in fondo. Ma il fotografo Iguchi (Shinya Tsukamoto), che lei ha dissuaso dal suicidio, intende "ricambiare" il favore, spingendola ad andare alla scoperta di sé stessa dal punto di vista sessuale: inizialmente ricattandola, tramite fotografie scattate di nascosto mentre si masturba, e costringendola ad andare in giro in minigonna; e in seguito trasformandola in una persona sempre più libera, aperta e disinibita. Insolito thriller semi-erotico, forse "minore" rispetto ad altri lavori di Tsukamoto eppure altrettanto creativo e stimolante, che da uno spunto non originalissimo si fa via via meno lineare e più surreale: nella seconda parte il focus si sposta sul marito Shigehiko (Yuji Kotari), che indaga sullo strano comportamento della moglie. Più che i contenuti (che ricordano quelli di tante pellicole giapponesi degli anni sessanta e settanta, come quelle di Yasuzo Masumura), dove spicca il tema del voyeurismo attraverso la fotografia, a colpire è però la forma: la pellicola è interamente monocromatica, in un bianco e nero virato in toni di blu, e si svolge sotto una pioggia incessante. La bizzarra scena in cui Shigehiko è costretto a guardare attraverso un cono/visore legato sul volto richiama i mascherini circolari del cinema muto. La modella Asuka Kurosawa era praticamente all'esordio cinematografico (la rivedremo in alcuni film di Sion Sono, come "Cold fish" e "Himizu"). Brevi apparizioni per Susumu Terajima e Tomorowo Taguchi. Premio speciale della giuria alla mostra del cinema di Venezia.

18 luglio 2022

Il rapporto (Abbas Kiarostami, 1977)

Il rapporto (Gozaresh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1977
con Kurosh Afsharpanah, Shohreh Aghdashlu
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mahmad Firouzkoui (Afsharpanah) lavora come impiegato all'ufficio tasse del ministero delle finanze. Accusato di aver preso una mazzetta per accelerare una pratica, viene sospeso dal lavoro: e nel frattempo i problemi economici e contemporaneamente i frequenti dissidi con la moglie Azam (Aghdashlu), insoddisfatta della vita coniugale, portano la coppia sull'orlo della rottura... Il secondo lungometraggio di Kiarostami è un film molto distante dal cinema di taglio poetico e neorealista che caratterizzerà in seguito la sua cifra stilistica, e non solo per l'ambientazione moderna e urbana (girato poco prima della rivoluzione islamica, mostra una Teheran dove si gioca d'azzardo, si beve e si fuma): nella sua analisi del malessere di una coppia borghese (e dei meandri di un lavoro burocratico) anticipa semmai in certe cose i lavori di Asghar Farhadi ("Una separazione", "Il cliente"). Nonostante il discreto successo di pubblico e critica all'epoca, resta certo un capitolo minore della filmografia del regista (benché, a ben cercarli, vi si possano ritrovare alcuni echi di lavori successivi – come "Il sapore della ciliegia"), ma tutto sommato ne mette in mostra molte qualità, a cominciare dalla capacità di ritrarre personaggi e ambienti con tocchi leggeri e quasi invisibili: si pensi alle lunghe sequenze dove il protagonista resta quasi sullo sfondo, mentre in primo piano ci sono persone qualunque impegnate in discorsi di tutti i giorni che però riecheggiano nel privato (come la scena nel bar dove Mahmad si reca a bere una birra, dove gli avventori discutono di denaro, felicità e pace con la propria coscienza), e che servono a fare "atmosfera" contribuendo al realismo del film. Kiarostami non giudica i suoi personaggi, che in un certo senso rappresentano il cittadino medio (o mediocre), e nel dissapore fra marito e moglie non prende le parti di nessuno né tantomeno cerca di edulcorarne i difetti: molto bello in particolare il finale, quasi sospeso ma significativo, efficace nella sua semplicità. In più, stupisce sempre il modo in cui il regista riesce a far "recitare" i bambini (in questo caso, la piccolissima figlia della coppia). Kiarostami ha affermato di essersi ispirato alle vicissitudini di due nuclei famigliari di sua conoscenza, i cui litigi vanno avanti quasi per abitudine, innescati da piccoli episodi senza un vero motivo, ma è possibile che vi siano confluiti aspetti autobiografici (stava a sua volta per separarsi dalla propria moglie). Curiosità: si tratta del suo primo film (e in questo resterà unico per altri diciassette anni) a essere prodotto con capitali privati, anziché finanziato da istituti governativi).

15 maggio 2022

Kramer contro Kramer (R. Benton, 1979)

Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer)
di Robert Benton – USA 1979
con Dustin Hoffman, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Lasciato all'improvviso dalla moglie Joanna (Meryl Streep), il pubblicitario newyorkese Ted Kramer (Dustin Hoffman) è costretto a barcamenarsi con fatica per accudire da solo il figlioletto di sette anni, sacrificando in parte proprio quel lavoro cui in precedenza dedicava tutto sé stesso, cosa che era stata all'origine della frattura con la moglie. E quando la donna, dopo più di un anno, si ripresenta per chiedere che le venga affidato il bambino, i due ex coniugi decidono di sfidarsi in tribunale. (Melo)dramma coniugale e giudiziario di grande successo (vinse cinque premi Oscar – assegnati al film, alla regia, alla sceneggiatura e ai due interpreti principali – su nove nomination), che fu apprezzato per aver messo in luce alcuni dei cambiamenti allora in atto nella società americana (i genitori single, i ruoli del padre e della madre, il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia). A dispetto del titolo, il film non è "simmetrico": il punto di vista è sempre quello del marito, di cui seguiamo le vicissitudini dall'inizio alla fine (con un lento miglioramento man mano che si impegna a vivere insieme al figlio), mentre la moglie appare misteriosa ed emotiva, ritratta come imprevedibile e inaffidabile. Il tono è realista, benché a tratti un po' forzato e privo di sottigliezze. Non mancano comunque scene assai efficaci (quella in cui Ted si procura un nuovo impiego nell'arco di poche ore, e alcune delle sequenze del processo, peraltro rappresentato come assai sgradevole, dove gli avvocati non lesinano colpi bassi), soprattutto per merito degli eccellenti attori. Alcune scene sono state improvvisate. Nel cast anche Jane Alexander (Margaret, la vicina di casa) e Howard Duff (l'avvocato di Ted). Il bambino, Billy, è interpretato da Justin Henry. Nella colonna sonora ricorre il primo movimento del concerto in do maggiore per mandolino di Vivaldi.

10 maggio 2022

Il caso Paradine (Alfred Hitchcock, 1947)

Il caso Paradine (The Paradine Case)
di Alfred Hitchcock – USA 1947
con Gregory Peck, Alida Valli
**1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e brillante avvocato Anthony Keane (Gregory Peck) viene incaricato di difendere la vedova Maddalena Paradine (Alida Valli) dall'accusa di aver ucciso il marito, un colonnello cieco, avvelenandolo con l'arsenico. Benché gli indizi contro la donna (di modesti natali e dal passato non proprio immacolato) non manchino, pur senza prove reali, Keane si convince sempre più della sua innocenza, e durante il dibattimento cerca di deviare i sospetti verso il cameriere personale – e in precedenza attendente – del colonnello, l'enigmatico André Latour (Louis Jourdan). Anche perché nel frattempo si è innamorato dell'affascinante signora, il che rischia di mettere a repentaglio il suo rapporto con la moglie Gay (Ann Todd). L'ultimo film girato da Hitchcock con il produttore David O. Selznick, colui che lo aveva portato a Hollywood con un contratto di sette anni e con cui aveva lavorato dai tempi di "Rebecca", è un thriller giudiziario ricco di sfumature, tratto da un romanzo di Robert Smythe Hichens, dove l'andamento del processo (e la rivelazione del colpevole) contano quasi meno dei rapporti fra i personaggi. L'attrazione che Keane prova verso la signora Paradine, anche se questa si mostra scostante nei suoi confronti, diventa una vera e propria ossessione che guida tutte le sue azioni, mentre dall'altro lato la moglie Gay, che si rende conto di tutto, non solo accetta che il marito continui a difendere la "rivale" ma spera che la faccia assolvere, "così la lotta sarà ad armi pari". Anche la relazione della donna con l'attendente Latour si ammanta di toni ambigui e ambivalenti (sono stati amanti? complici? nemici? si amano o si odiano?), mentre attorno a loro si muovono figure carismatiche come il laido giudice Horfield (Charles Laughton) e l'avvocato di famiglia sir Simon (Charles Coburn), a loro volta protagonisti di siparietti con la rispettiva moglie (Ethel Barrymore) e figlia (Joan Tetzel). Il rapporto di Hitchcock con l'invadente Selznick, spesso presente sul set con continue modifiche alla sceneggiatura, non fu facile, anche perché il produttore impose il cast al regista (che avrebbe voluto Laurence Olivier e Ingrid Bergman o Greta Garbo come protagonisti). Ma Selznick voleva lanciare Alida Valli (accreditata solo come "Valli" nei titoli di testa) in America: si tratta così di una delle pochissime "brune" in un film di sir Alfred, che notoriamente preferiva le bionde. Anche la scelta di Jourdan fu contestata da Hitchcock, che immaginava il personaggio come un rude stalliere, non come un raffinato domestico. Quello che avrebbe dovuto essere il racconto di una doppia "discesa nell'abisso" (di Keane in primis, sempre più catturato dal fascino proibito della signora Paradine, e della signora stessa, con il suo passato torbido) diventa così "soltanto" un melodramma giudiziario, anche se la fattura – a livello di regia, fotografia, scenografie (l'Inghilterra, e in particolare l'Old Bailey dove si svolge il processo che occupa tutta la seconda parte del film, è stata ricostruita in studio) – è come sempre impeccabile. E il senso di alienazione e di solitudine che affligge man mano i personaggi è degno dei migliori noir. Durante le sequenze del processo, Hitchcock usò quattro diverse macchine da presa in funzione simultaneamente, ciascuna puntata su un differente attore, una tecnica mai usata prima a questi livelli. Costato moltissimo, il film ebbe uno scarso riscontro di pubblico e di critica e fu considerato fra i "passi falsi" del regista: ma naturalmente, avercene di film così oggi!

18 aprile 2022

Sogni di una notte (Mikio Naruse, 1933)

Every-night dreams (Yogoto no yume)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Kurishima, Tatsuo Saito
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Per poter mantenere il figlio Fumio (Teruko Kojima), che è costretta a crescere da sola dopo essere stata abbandonata dal marito, Omitsu (Sumiko Kurishima) lavora come cameriera e intrattenitrice in una bettola frequentata soprattutto da marinai. Quando il marito Mizuhara (Tatsuo Saito) torna a casa dopo tre anni, la donna accetta di riaccoglierlo, nella speranza di ricominciare una nuova vita. L'uomo, però, fatica a trovare lavoro, essendo debole e gracile: e pur di procurarsi il denaro che possa permettere alla moglie di abbandonare un mestiere fonte di umiliazioni e attenzioni non gradite, decide di dedicarsi al crimine... Ambientato in un Giappone in preda alla povertà e alla depressione, questo intenso melodramma (neo)realista è forse fra i film più importanti del periodo muto di Naruse (periodo del quale, peraltro, sono sopravvissuti pochi titoli, solo cinque su 24). Il finale tragico e commovente, in particolare, con la madre che implora il figlio di crescere "forte" per non fare la fine del padre, è ancora oggi di grande impatto, così come la descrizione delle difficoltà della famiglia di mantenere l'onestà e la dignità di fronte alle avversità economiche e sociali. Stilisticamente, la regia di Naruse è già elegante, e fa uso di zoom, movimenti di macchina e un montaggio rapido (in particolare nella sequenza della rapina), mentre i personaggi sono ben descritti e si fondono con l'ambiente circostante. Takeshi Sakamoto è il "Capitano", l'avventore del bar che mette i suoi occhi su Omitsu. Jun Arai e Mitsuko Yoshikawa sono i vicini di casa.

15 marzo 2022

L'occhio del maligno (C. Chabrol, 1962)

L'occhio del maligno (L'œil du malin)
di Claude Chabrol – Francia 1962
con Jacques Charrier, Stéphane Audran, Walther Reyer
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Inviato in Germania per scrivere reportage di costume, il giovane e inesperto giornalista francese Albin Mercier (Jacques Charrier) scopre che nella villa accanto alla sua casa, nella campagna nei pressi di Monaco di Baviera, risiede Andreas Hartmann (Walther Reyer), scrittore di grande successo, con la moglie Hélène (Stéphane Audran). Attirato e affascinato dalla perfezione del loro rapporto e delle loro vite, comincia a frequentarli, diventandone amico. Ben presto si innamorerà della donna e diventerà geloso del successo e della felicità dell'uomo: felicità che contribuirà a distruggere, più o meno volontariamente... La colonna sonora di Pierre Jansen, continuamente e sottilmente inquietante, contribuisce alla sensazione di disagio di questo dramma psicologico, uno dei primi della carriera di Chabrol, costruito su soli tre personaggi (ma il punto di vista è sempre ed esclusivamente quello di Albin, del quale si esplorano i sentimenti contrastanti: l'ammirazione, la gelosia, l'invidia, la possessività, la consapevolezza della propria mediocrità). Il rapporto ambivalente fra Albin e Hartmann riflette quello fra le rispettive nazioni, Francia e Germania, un tempo nemiche e ora impegnate a costruire insieme una Nuova Europa. E naturalmente non manca una critica sociale allo stile di vita borghese, anche questo un elemento che diventerà caratteristico della filmografia del regista francese. La bella Audran, che era già apparsa in diversi film di Chabrol, ha qui per la prima volta un ruolo da protagonista: i due si sposeranno nel 1964. Il titolo può riferirsi genericamente allo sguardo curioso e geloso di Albin, con cui indaga nella vita della coppia, o specificamente all'obiettivo della macchina fotografica con cui documenta il tradimento di Hélène, che causerà la tragedia. Diverse scene si svolgono durante l'Oktoberfest.

6 marzo 2022

Lanterne rosse (Zhang Yimou, 1991)

Lanterne rosse (Da hong deng long gao gao gua)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 1991
con Gong Li, He Saifei
***

Rivisto in divx.

Alla morte del padre, la diciannovenne Songlian (Gong Li) è costretta ad abbandonare gli studi universitari per sposare il ricchissimo aristocratico Chen Zuoqin (Ma Jingwu), di cui diventa la quarta moglie, praticamente una concubina. Si trasferisce così nel suo enorme palazzo, e si ritrova imprigionata in un mondo fuori dal tempo, dominato da antiche regole di famiglia, tradizioni e consuetudini: fra queste, quella che prevede che ogni giorno i servi del palazzo accendano delle enormi lanterne rosse davanti all'appartamento della moglie con la quale il padrone trascorrerà la notte. Naturalmente fra le quattro donne si innesca una ragnatela di gelosie e rivalità, intrighi e complotti, con le diverse "signore" pronte a tutto pur di guadagnarsi i favori dell'uomo. Da un romanzo ("Mogli e concubine") di Su Tong, ambientato negli anni Venti del ventesimo secolo (il periodo della storia cinese noto come "dei signori della guerra"), uno dei film più celebri della cinematografia cinese, che insieme ad altri lavori coevi ("Ju Dou", "La storia di Qiu Ju") ha lanciato la carriera del regista Zhang Yimou e della sua musa, la bellissima Gong Li. E la prospettiva tutta femminile di un mondo rigido e governato da regole arcaiche e patriarcali (il padrone si intravede solo di sfuggita, spesso da lontano o fuori inquadratura), che costringe le donne a tradirsi a vicenda anziché a sviluppare solidarietà (sia fra di loro, sia attraverso le diverse classi, per esempio nel rapporto fra Songlian e la serva Ya), può essere interpretata in maniera letterale o come una sorta di critica verso la Cina contemporanea, il che spiega perché la censura di stato, pur avendo approvato la sceneggiatura, abbia vietato la pellicola per un certo periodo. Jin Shuyuan è la "prima signora", ormai vecchia, stanca e trascurata. Cao Cuifen è la "seconda signora", all'apparenza amichevole verso la nuova arrivata ma in realtà infida e traditrice. He Saifei è la "terza signora", un'ex cantante lirica che in un primo momento sembra ostile a Songlian ma con cui poi la ragazza stringe un sodalizio. Kong Lin, infine, è la servetta Ya, cameriera personale di Songlian ma gelosa di lei. Suggestiva la location, un enorme complesso di palazzi, cortili e corridoi di pietra (il film è stato girato nel complesso residenziale della famiglia Qiao, nella prefettura di Jinzhong) che fanno da sfondo al mutare delle varie stagioni (estate, autunno, inverno...). Candidato all'Oscar come miglior film straniero (per Hong Kong, però, non per la Cina), venne battuto da "Mediterraneo".

11 febbraio 2022

A proposito dei Ricardo (A. Sorkin, 2021)

A proposito dei Ricardo (Being the Ricardos)
di Aaron Sorkin – USA 2021
con Nicole Kidman, Javier Bardem
**

Visto in TV (Prime Video).

America, anni cinquanta: Lucille Ball (Nicole Kidman) e Desi Arnaz (Javier Bardem), coppia nel lavoro e nella vita, interpretano i coniugi Ricardo, protagonisti di "I love Lucy" ("Lucy ed io", in italiano), la più popolare sitcom della televisione americana. Ma mentre si apprestano a registrare la puntata settimanale, la loro vita privata e pubblica è messa a repentaglio da più parti. Da un lato, infatti, sulla stampa filtra la voce che Lucille possa aver simpatizzato in passato per il partito comunista (siamo in piena epoca Maccartista!), il che preoccupa non poco i responsabili del canale televisivo e quelli dell'azienda del tabacco che sponsorizza lo show; dall'altro, la stessa relazione coniugale fra Lucille e Desi è scossa dai sospetti di tradimento che la donna ha nei confronti dell'uomo, proprio nel momento in cui scopre di stare aspettando un bambino... E così gelosie e tensioni si riversano nel lavoro quotidiano, fra frecciatine e litigi con i collaboratori. Il terzo film di Sorkin è, ancora una volta, ispirato a una storia vera e a personaggi reali, e si iscrive nel filone nostalgico e autocelebrativo con cui l'industria dell'intrattenimento americana ama rivisitare e ritrarre sé stessa. "I love Lucy" è stata infatti una pietra miliare della tv a stelle e strisce, tuttora considerata una delle sitcom più influenti e popolari di sempre. Attrice cinematografica di secondo piano (la ricordiamo per piccole particine in alcuni film di Astaire e Rogers), la Ball trovò infatti la fama dapprima in radio e poi in tv, come ci mostrano una serie di flashback che interrompono il flusso degli eventi (la storia vera e propria si svolge nell'arco di una settimana, quella che precede la messa in scena della puntata del programma) e che raccontano anche l'incontro e il matrimonio con Arnaz, esule cubano e una delle prime stelle "latine" della tv americana. Ma nel complesso i personaggi (la perfezionista Ball e l'istrionico Arnaz) qui sono molto meno interessanti della storia e dell'ambiente di contorno. J. K. Simmons e Nina Arianda sono William Frawley e Vivian Vance, i comprimari della sitcom. Tony Hale è il produttore esecutivo Jess Oppenheimer, Alia Shawkat la sceneggiatrice Madelyn Pugh: questi ultimi due personaggi, insieme all'altro sceneggiatore Bob Carroll Jr., appaiono anche da "anziani" in una serie di finte interviste che incorniciano la pellicola come se si trattasse di un documentario. Curiosamente è del tutto assente, invece, il direttore della fotografia Karl Freund, figura chiave per il successo dello show originale. Tre nomination agli Oscar, tutte per gli interpreti (Bardem, Kidman e Simmons). Il progetto originale, che risale al 2015, prevedeva Cate Blanchett come protagonista e Sorkin soltanto alla sceneggiatura.

12 giugno 2021

Giovani si diventa (Noah Baumbach, 2014)

Giovani si diventa (While We're Young)
di Noah Baumbach – USA 2014
con Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Il film si apre con una citazione da "Il costruttore Solness" di Ibsen, cui vagamente si ispira nel mettere a confronto vecchiaia e gioventù. Josh (Ben Stiller) e Cornelia (Naomi Watts) sono una coppia di ultraquarantenni in crisi di mezza età, che stanno cominciando a rendersi conto di quanto la loro vita sia ormai trascorsa in maniera improduttiva. Lui è un documentarista che sta lavorando da dieci anni al suo nuovo lavoro ("Un film di sei ore e mezza che sembra avere sette ore di troppo"), con la paura di concluderlo. Lei, figlia di un maestro del cinema nonché ex mentore del marito (Charles Grodin), ha abbandonato la danza e guarda con perplessità e timore a tutte le coppie di amici che hanno fatto figli. Naturalmente i due non hanno bambini, non viaggiano, non prendono decisioni e ripetono in maniera monotona e noiosa sempre le stesse cose. Ma questa routine viene sconvolta quando conoscono i venticinquenni Jamie (Adam Driver) e Darby (Amanda Seyfried), giovani e spregiudicati, pieni di idee e di iniziative che intraprendono senza paure. La nuova amicizia dona loro una carica di energia, gettandoli in avventure stravaganti e inedite, e spingendoli a ripensare la propria vita, i propri fallimenti e il vicolo cieco in cui si erano cacciati. Fino a quando capiranno però che anche Jamie e Darby non sono perfetti, che anche loro mentono o approfittano della situazione per il proprio tornaconto personale (Jamie, a sua volta aspirante documentarista, ambiva a entrare nelle grazie del padre di Cornelia per farsi produrre una pellicola). Quasi due film in uno: la prima parte è un confronto fra le mentalità di due diverse generazioni (con alcuni interessanti corollari, quasi paradossali: i "giovani", per esempio, si riappropriano delle cose che i "vecchi" hanno buttato, e così hanno la casa piena di vinili, VHS e audiocassette, mentre i "vecchi" sono diventati ormai dipendenti dalle abitudini, dai social media e dai cellulari); la seconda fa riflettere invece sul lavoro del documentarista e sul valore stesso dei documentari: risiedono nel ricercare l'autenticità a tutti i costi (come sostiene Josh, che rifiuta ogni compromesso, a costo di non completare il proprio lavoro o di renderlo noioso e inaccessibile al pubblico) o nella rappresentazione dell'esperienza (per rendere accattivante la quale si può anche mentire o modificare la realtà dei fatti, come fa Jamie)? Un ottimo cast e una buona sceneggiatura completano un film gradevole e sincero, divertente (anche se su toni dolce-amari) e profondo.