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19 febbraio 2021

Le streghe son tornate (A. de la Iglesia, 2013)

Le streghe son tornate (Las brujas de Zugarramurdi)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2013
con Hugo Silva, Carmen Maura
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

José (Hugo Silva), padre di Sergio (Gabriel Delgado) e separato dalla moglie Silvia (Macarena Gómez), dopo aver rapinato un "Compro oro" nel centro di Madrid in compagnia del figlioletto, fugge verso il confine insieme a lui, al complice Antonio (Mario Casas) e al tassista Manuel (Jaime Ordóñez), con i quali condivide odio e risentimento verso tutto il genere femminile. Inseguiti dall'ex moglie e da due poliziotti (Secun de la Rosa e Pepón Nieto), finiranno tutti nel villaggio di Zugarramurdi, "infestato" da una congrega di streghe (fra cui Terele Pávez, Carmen Maura e Carolina Bang, rispettivamente nonna, madre e figlia), che intendono sacrificare il bambino alla "grande madre" per restituire alle donne la supremazia sull'intero creato. Black comedy horror dai toni grotteschi e sopra le righe, in purissimo stile de la Iglesia (prendere o lasciare): non mancano momenti geniali (come la scena iniziale della rapina, con i ladri vestiti da artisti da strada e un'irresistibile dissonanza culturale nel vedere statue di Gesù Cristo o personaggi quali Spongebob e Minnie comportarsi da criminali) o sequenze disgustosamente gore, ma il tono è sempre ironico quando non pseudo-tarantiniano nel suo mix di generi (il paragone più azzeccato è quello con "Dal tramonto all'alba"). In ogni caso, da non prendere troppo sul serio, soprattutto quando affronta – in chiave di divertimento provocatorio – il tema dei rapporti con le donne e i tanti luoghi comuni "maschilisti" sull'argomento (dai discorsi in auto sulle rispettive ex, alla "litigata" fra José ed Eva durante la fuga, con inconciliabili differenze di vedute). Proprio queste aggiunte rendono la pellicola qualcosa di più di un semplice intrattenimento post-moderno. Buoni gli effetti speciali.

1 luglio 2020

La comunidad (Álex de la Iglesia, 2000)

La comunidad - Intrigo all'ultimo piano (La comunidad)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2000
con Carmen Maura, Emilio Gutiérrez Caba
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Quando rinviene per caso un'enorme somma di denaro in contanti, nascosta nell'appartamento di un anziano da poco defunto in un fatiscente palazzo a Madrid, l'agente immobiliare Julia (Carmen Maura) rimane coinvolta negli intrighi degli altri inquilini, che da anni attendevano la morte del vecchio per impadronirsi dei suoi soldi, e che adesso non intendono lasciarla andare via con il bottino. Black comedy "condominiale" che si dipana all'insegna di un curioso mix fra il cinema sopra le righe di Almodóvar (anche per la presenza di Carmen Maura come protagonista e alcune atmosfere hitchcockiane, compresi i titoli di testa) e quello di Polanski (impossibile non pensare a "L'inquilino del terzo piano": ma i toni sono più comici e grotteschi che paranoici). Divertente all'inizio, il film perde però forza man mano che si appiattisce sul tema dell'avidità (con anziani che si accapigliano per una valigia piena di soldi) e procede verso un finale piuttosto scontato, attraverso alcune svolte un po' forzate. Attorno alla Maura, mattatrice assoluta, spicca un cast di comprimari (per lo più in età avanzata) che comprende Jesús Bonilla, Terele Pávez ed Emilio Gutiérrez Caba. Mitico il "bambinone" Eduardo Antuña vestito da Darth Fener. La sceneggiatura è firmata dallo stesso regista con il suo collaboratore abituale Jorge Guerricaechevarría.

14 maggio 2015

Oxford Murders (Álex de la Iglesia, 2008)

Oxford Murders - Teorema di un delitto (The Oxford Murders)
di Álex de la Iglesia – GB/Spagna/Francia 2008
con Elijah Wood, John Hurt
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Lo studente americano Martin (Elijah Wood) giunge a Oxford con l'intenzione di studiare matematica sotto la guida dell'arrogante professor Arthur Seldon (John Hurt), ma rimane coinvolto insieme a lui in quella che sembra l'opera di un serial killer che, con i suoi delitti, intende sfidare l'intelligenza e la logica di Seldon. Per il suo primo film in lingua inglese, il regista spagnolo Álex de la Iglesia adatta un romanzo dello scrittore (e matematico) argentino Guillermo Martínez per imbastire una sorta di avventura moderna di Sherlock Holmes (con Seldon nei panni di Holmes e Martin in quelli di Watson; e c'è pure un ispettore di polizia simil-Lestrade) sullo sfondo del più prestigioso college britannico per gli studi scientifici. Fra citazioni (Turing e la macchina Enigma), omaggi e parodie (Andrew Wiles e l'ultimo teorema di Fermat, ribattezzati rispettivamente Wilkes e Bormat), la vicenda si dipana come un giallo-horror classico, dove tutti possono essere sospettati, benché nel finale non manchino colpi di scena. Il tema ricorrente è quello delle serie logiche, sequenze di numeri o di simboli in cui si è sfidati a indovinare l'elemento successivo: ma proprio come nel caso dei delitti seriali, "se la formula è sufficientemente complicata, l'elemento seguente può essere indeterminato" (come suggerisce il paradosso della regola di Wittgenstein). En passant, la sceneneggiatura ci butta dentro (e non sempre a sproposito) il teorema di Gödel, il principio di indeterminazione di Heisenberg, il tetraktys della setta dei pitagorici, e discussioni filosofiche sulla causalità (con la classica metafora dell'effetto farfalla) e sulla possibilità di compiere un delitto perfetto. Come sempre in questo tipo di film, gran parte della caratterizzazione dei protagonisti è data dal contrasto fra di loro (a parte l'età, Martin e Seldon sono separati da opposte filosofie di vita: il giovane è ottimista, crede nell'ordine e nel significato dell'esistenza; il professore è cinico e disilluso, e ritiene che nel mondo non esista una verità: "Anche i numeri mentono"). Bella comunque l'atmosfera (c'è anche spazio per la commemorazione di Guy Fawkes del 5 novembre: chi ricorda "V for Vendetta"?) e buono il cast (la bella Leonor Watling, Julie Cox, Dominique Pinon, Anna Massey, Alex Cox), ma forse la pellicola è più superficiale di quanto non sembri. In ogni caso si discosta parecchio dagli altri lavori del regista, di cui mancano del tutto l'ironia e il grottesco. In origine i ruoli erano stati pensati per Gael García Bernal e Michael Caine.

18 settembre 2010

Ballata dell'odio e dell'amore (A. de la Iglesia, 2010)

Ballata dell'odio e dell'amore (Balada triste de trompeta)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2010
con Carlos Areces, Antonio de la Torre
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Martin, Marisa e Lucia.

Javier, "pagliaccio triste" in un circo, ama la bella acrobata Natalia, che però è innamorata del violento Sergio, il "pagliaccio allegro". Inizialmente timido e sottomesso, si adeguerà alla violenza e alla follia del rivale. L'inizio sembrava promettere bene: i primi minuti del film, ambientati durante la guerra civile spagnola, sono da antologia (il padre che combatte vestito da clown con il machete; o l'improvvisa apparizione di un leone alle spalle del fragile bambino, come per sottolinearne il feroce lato nascosto). E splendidi anche i titoli di testa, che mescolano esseri umani e "mostri", giocando con la storia ma anche con la cultura pop degli anni del Franchismo e non solo. Ma anziché fornire il giusto background al personaggio e rappresentare in seguito un punto di riferimento con cui confrontarsi, queste scene vengono "surclassate" in violenza e atrocità dal resto della pellicola, al punto che ci si ritrova persino a chiedersi quale fosse la loro ragione d'essere (il film avrebbe benissimo potuto cominciare già nel presente – in realtà siamo negli anni '70, alla fine della dittatura – e senza alcun preambolo). Pablo Larraín nel suo "Post mortem", altro film presentato in questa edizione del festival di Venezia, è stato ben più abile nell'utilizzare le tragedie collettive di un popolo come sfondo e contesto dal quale far sorgere quelle personali: de la Iglesia, invece, rinuncia subito agli spunti più interessanti per dar vita a un grottesco ed esagerato film horror dai toni sempre più pulp, come a voler seguire i suoi personaggi nella loro follia. Non a caso, i momenti migliori nella seconda parte – ma durano poco – sono quelli in cui il passato torna a fare capolino, nei panni del generale che aveva combattuto al fianco di Franco (e persino il dittatore mostra un lato umano). A non convincere del tutto è invece la vicenda principale, quella della lotta fra i due pagliacci, che si risolve in un bagno di sangue e culmina in una scena finale di grana grossa (la lotta sul monumento). Man mano che procede, e a ogni svolta narrativa, la pellicola perde un po' dell'appeal che si era conquistata con merito all'inizio, accumulando senza senso della misura sequenze sempre più farsesche ed eccessive, quando non semplicemente stupide (il motociclista che si schianta contro la croce). Che la pazzia e il masochismo dei personaggi siano una metafora della Spagna della dittatura? Sarebbe un'interpretazione un po' ardita, così come quella che vede nel contrasto fra orrore e ridicolo (cosa c'è di più spiazzante di un clown omicida?) l'unico modo per esorcizzare le atrocità commesse dagli esseri umani contro sé stessi. Il premio a Venezia come miglior regia, in fondo, ci può stare: lo stile non manca (e poi a guidare la giuria c'era Tarantino...). Quello alla sceneggiatura, che invece è il punto debole del film, decisamente no.

20 febbraio 2007

Perdita Durango (A. de la Iglesia, 1997)

Perdita Durango (id.)
di Álex de la Iglesia - Messico/Spagna 1997
con Rosie Perez, Javier Bardem
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Pseudo-tarantinata ambientata lungo il confine fra Usa e Messico: forzata, sconclusionata e piena di difetti. Una coppia di amanti balordi, rapinatori e satanisti, rapisce due ragazzi con l'intenzione di fare un sacrificio umano e contemporaneamente viene incaricata di condurre a Las Vegas un camion pieno di feti umani (nel film chiamati impropriamente "embrioni") destinati a un'industria di cosmetici. Dopo il folgorante inizio nel quale Perdita incontra il suo complice Romeo Dolorosa (un eccellente Bardem), il film si perde completamente. La protagonista del titolo passa presto in secondo piano rispetto all'uomo (nonostante un poliziotto dica che è forse "più pericolosa" di Romeo, da metà film in poi non fa più niente, cambiando addirittura personalità); l'intera sottotrama dei due ragazzi rapiti – che in termini di tempo sullo schermo prende ben più di mezzo film – mi è sembrata completamente inutile e avulsa dalla pellicola, e serve soltanto per caratterizzare la "malvagità pura" dei due protagonisti: riducendola ai minimi termini, il film non ci perderebbe niente e forse ci guadagnerebbe; anche il personaggio del detective interpretato da James Gandolfini, a ben vedere, occupa spazio senza motivo e non interagisce praticamente mai con i protagonisti. Nel complesso, dunque, il film sembra composto da elementi buttati lì a caso e poco approfonditi. Si tratta di un tipo di cinema che non mi piace: preferisco quando ogni cosa ha un motivo più che valido per esserci e svolge un ruolo ben preciso nella pellicola... non dico che si debba sempre puntare all'essenzialità (anche se i miei registi preferiti sono proprio quelli che lo fanno), ma che almeno gli elementi inseriti nel film siano coerenti o abbiano una ragione d'essere. Il personaggio di Perdita Durango era già apparso in "Cuore selvaggio" di Lynch, interpretato là da Isabella Rossellini (entrambi i film sono tratti da romanzi dello scrittore Barry Gifford).

Nota: guardando il film, avevo notato una forte somiglianza fra la ragazza rapita e Heather Graham. Per forza! Si tratta di sua sorella minore, Aimee Graham, che per restare in tema tarantiniano ha avuto piccole parti anche in "Jackie Brown" e "Dal tramonto all'alba".

10 giugno 2006

Crimen perfecto (A. de la Iglesia, 2004)

Crimen perfecto (Crimen ferpecto)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2004
con Guillermo Toledo, Mónica Cervera
***

Visto in DVD con Albertino.

Gli spagnoli sembrano ormai essersi specializzati in commedie ciniche e grottesche, come quelle che un tempo (più di trent'anni fa) si facevano anche in Italia. E de la Iglesia è quasi un maestro in questo genere. Questo film è una black comedy con interessanti risvolti di analisi sociale, quasi interamente ambientata in un grande magazzino dove regna incontrastato Rafael, caporeparto egocentrico, ambizioso e amante delle donne. Ricattato da un'impiegata bruttina che lo ha visto uccidere accidentalmente un rivale, Rafael è costretto a fidanzarsi con lei. Con la prospettiva dell'infernale matrimonio che incombe, Rafael vede la propria vita piombare lentamente nella mediocrità (meravigliosamente illustrata nella scena dell'incontro con la famiglia di lei), e allora progetta un nuovo delitto che stavolta dovrà essere davvero "ferpetto"! A differenza di alcuni suoi film precedenti (come "La comunidad"), stavolta de la Iglesia padroneggia perfettamente la situazione e non si perde per strada, grazie anche a due ottimi attori. Alla riuscita del film contribuiscono il ritmo, le gag, la sceneggiatura che prende di mira consumismo e arrivismo senza però dispensare giudizi o condanne (non c'è divisione fra buoni e cattivi) e la regia (con numerose scene girate come se si trattasse di un horror). La scena della caldaia nel locale dei manichini mi ha fatto venire in mente, per associazione d'idee, "Estasi di un delitto" di Luis Buñuel. In quel momento mi sono anche chiesto se il regista avesse voluto citare, magari inconsciamente, quel film. La risposta me l'ha data una sequenza successiva, quando Rafael si reca in videoteca a noleggiare, fra gli altri, proprio "Ensayo de un crimen" di Don Luis!
Da notare come il titolo italiano, che fra l'altro è in spagnolo, corregga l'errore di ortografia presente nell'originale eliminandone completamente l'ironia. A proposito: che anche questa sia una citazione (da Asterix?).