Visualizzazione post con etichetta Islanda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Islanda. Mostra tutti i post

23 luglio 2021

Eurovision Song Contest (D. Dobkin, 2020)

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga
(Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga)
di David Dobkin – USA 2020
con Will Ferrell, Rachel McAdams
**

Visto in TV (Netflix).

Sin da bambino, il sogno dell'islandese Lars (Ferrell) è sempre stato uno solo: partecipare all'Eurovision Song Contest. E nonostante lo scetticismo di tutti gli abitanti del suo villaggio di pescatori, compreso il padre Erick (Pierce Brosnan) con cui non ha un buon rapporto, il sogno si avvera quando – insieme all'amica d'infanzia Sigrit (McAdams), con cui ha dato vita al duo "Fire Saga" e da cui è amato, non ricambiata – viene scelto come rappresentante dell'Islanda. Durante la gara non mancheranno difficoltà e incidenti di vario tipo, compresa l'ingerenza del cantante russo Alexander Lemtov (Dan Stevens), che cerca di separare i due: ma alla fine la passione per la musica e l'amore trionferanno. Che un film di un comico americano (co-autore anche della sceneggiatura) abbia scelto come soggetto il celebre e longevo concorso canoro pan-europeo (celebre più per gli aspetti kitsch che non per le qualità musicali), per di più non facendone una parodia (sarebbe stato difficile, visto che già nella versione originale non è preso seriamente nemmeno dai suoi stessi estimatori) ma un sincero omaggio, sembrava quasi un azzardo. E invece la pellicola, al netto di cliché e prevedibilità, riesce tutto sommato a divertire e intrattenere, e a tratti addirittura a sorprendere (gli "elfi" che aiutano i protagonisti). Persino le canzoni, tutte in puro stile Eurovision, non sono male (gli attori sono doppiati da autentici cantanti). Il punto debole dell'operazione, purtroppo, è proprio Ferrell, comico che non fa mai ridere e attore con evidenti limiti rispetto agli altri interpreti (ottima la McAdams, vera mattatrice, ma carismatici anche Stevens – il cui personaggio da macchiettistico acquisisce profondità quando si adombra la sua impossibilità di dichiararsi gay in Russia – e ovviamente Brosnan). Mikael Persbrandt è il banchiere che non vuole che l'Islanda vinca (perché una vittoria obbligherebbe il paese a organizzare e ospitare l'evento l'anno successivo); Demi Lovato è Katiana, la cantante inizialmente scelta come rappresentante dell'Islanda; Melissanthi Mahut è Mita, la concorrente greca; Ólafur Darri Ólafsson è l'abitante del villaggio che chiede a Lars di suonare sempre l'irriverente "Ja Ja Ding Dong" (curiosità: Ólafsson sarà il giurato islandese nel vero concorso del 2021). Molti celebri artisti, diversi dei quali vincitori dell'Eurovision, appaiono nei panni di sé stessi, specialmente nella scena del "canto collettivo" nella villa di Alexander: fra questi Conchita Wurst, Alexander Rybak, Loreen, Netta e Jamala, più altri riconoscibili solo dai fan incalliti della gara (sì, ce ne sono), che apprezzeranno battute e riferimenti come "Gli inglesi non piacciono a nessuno, quindi zero punti!". Inizialmente il film sarebbe dovuto uscire nelle sale in contemporanea con l'edizione 2020 dell'Eurovision, ma questa è stata annullata a causa del Covid (e nel 2021, come saprete tutti, ha vinto l'Italia con i Måneskin!).

18 marzo 2021

The deep (Baltasar Kormákur, 2012)

The Deep (Djúpið)
di Baltasar Kormákur – Islanda 2012
con Ólafur Darri Ólafsson, Jóhann G. Jóhannsson
***

Visto in TV (Prime Video).

La storia vera di Guðlaugur "Gulli" Friðþórsson, marinaio su un peschereccio islandese che naufragò al largo delle isole Vestmann, nell'inverno del 1984. Sfidando ogni logica, il giovane riuscì a nuotare fino a riva, resistendo per sei ore e senza sintomi di ipotermia in acque gelide dove è difficile sopravvivere per più di venti minuti. La sua storia attrasse l'interesse dei media e degli scienziati, che cercarono di comprendere per quali motivi l'uomo fosse riuscito nella sua impresa. Il bel film la racconta con attenzione ai dettagli (la quotidianità di Gulli, la vita di bordo, il confronto con i parenti degli altri pescatori morti nel naufragio) e senza enfasi retorica o catastrofista, concentrandosi sul vissuto umano del protagonista, sul suo interrogarsi sulla natura del "miracolo" che lo ha visto coinvolto e lasciando che la bellezza delle immagini del mare islandese (con una fotografia oscura e gelida) faciliti la partecipazione dello spettatore. Un film in fondo semplice ma diretto, che senza dare risposte intende comunque stimolare riflessioni sul senso della vita e sull'incredibile forza e spirito di sopravvivenza che si nasconde nell'individuo più inaspettato, alle prese con la crudeltà della natura (il villaggio stesso di Gulli era già sopravvissuto alla grande eruzione vulcanica del 1973). Alla fine il protagonista non può far altro che tornare alla propria vita, imbarcandosi di nuovo. Sui titoli di coda, alcuni filmati di repertorio con interviste al "vero" Gulli.

2 dicembre 2020

L'albero del vicino (H. G. Sigurðsson, 2017)

L'albero del vicino (Undir trénu, aka Under the tree)
di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson – Islanda 2017
con Steinþór Hróar Steinþórsson, Edda Björgvinsdóttir
*1/2

Visto in TV.

Atli (Steinþórsson) viene cacciato di casa dalla moglie Agnes (Lára Jóhanna Jónsdóttir) perché sorpreso a guardare un vecchio film porno che aveva girato con la sua ex. Si trasferisce così a casa dei genitori Baldvin (Sigurður Sigurjónsson) e Inga (Björgvinsdóttir), scoprendo che questi sono in lite con i vicini, Konrad (Þorsteinn Bachmann) ed Eybjorg (Selma Björnsdóttir) per via del loro albero che fa troppa ombra nell'altro giardino. Dalla semplice richiesta di sfrondare un po' la pianta, il dissidio si ingigantisce poco a poco, passando da piccoli dispetti ad atti vandalici sempre maggiori... Attraverso due storie parallele (la lite coniugale e quella condominiale), una metafora dei rapporti umani che si deteriorano senza che sia possibile parlarsi per comprendersi a vicenda o troavre un punto d'incontro. Personaggi antipatici e sgradevoli (i peggiori sono le donne, come la moglie e la madre di Atli) e una regia fredda e senza particolari qualità fanno ben poco per rendere piacevole la visione. Nel finale, quella che poteva sembrare anche una commedia, per quanto cupa e grottesca, si colora di cinismo noir. Musiche di Daníel Bjarnason.

24 maggio 2020

La donna elettrica (B. Erlingsson, 2018)

La donna elettrica (Kona fer í stríð)
di Benedikt Erlingsson – Islanda 2018
con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson
**1/2

Visto in TV.

La quarantenne Halla (Geirharðsdóttir), direttrice di un coro, è segretamente l'eco-terrorista nota come "la donna elettrica", che compie azioni di sabotaggio ai danni delle linee elettriche e dei piloni che portano l'energia agli impianti siderurgici situati nel bel mezzo della brughiera islandese. Ma quando riceve la notizia che la sua richiesta di adottare una bambina dall'Ucraina, avanzata quattro anni prima, è stata finalmente accettata, le sue prospettive cominciano a cambiare. Con il consueto approccio "nordico" che consente di trattare di temi seri con leggerezza (o forse il contrario), il secondo lungometraggio di Erlingsson è una pellicola stralunata ma accattivante, che non pretende di mettere la protagonista in buona luce (le sue convinzioni ecologiche e le sue idee contro la globalizzazione e l'industria inquinante faranno presa solo su chi già la pensa come lei) ma ne mostra le diverse sfaccettature con toni a tratti surreali. L'eroina è una sorta di Don Chisciotte, che combatte contro i mulini a vento (i piloni dell'elettricità, i droni che le danno la caccia nelle sconfinate brughiere dell'isola), che idolatra Gandhi e Mandela, e cerca invano di incitare la popolazione alla rivolta. Proprio la leggerezza consente di passare sopra il difetto di voler accatastare troppi ingredienti e troppi elementi (il messaggio ecologista, quello esistenziale, quello politico, quello legato all'adozione e dunque al desiderio di maternità), con il rischio di non approfondire veramente nessuno di essi (lo stesso vale per alcuni personaggi minori che non aggiungono granché alla vicenda, come il cicloturista latino-americano, che ritorna dal precedente "Storie di cavalli e di uomini"). Sul versante artistico, invece, l'aspetto più interessante è quello legato alla colonna sonora, semi-diegetica, sempre suonata da qualcuno presente fisicamente sulla scena anche quando non sarebbe possibile (i "suonatori" non vengono visti dagli altri personaggi). Il risultato ricorda a tratti il surrealismo di Roy Andersson. Straordinaria la Geirharðsdóttir in un doppio ruolo: oltre a Halla, interpreta infatti anche la sorella (gemella?) Ása, insegnante di yoga e di meditazione, che infatti viene spesso scambiata con lei (e la cosa la aiuterà a cavarsi dai guai). Nella scena conclusiva, l'inondazione che sommerge la strada è quasi una metafora della natura che impazzisce (o forse, semplicemente, del fatto che non sempre la strada che vogliamo percorrere ci è resa visibile). Annunciato un remake USA, diretto e interpretato da Jodie Foster.

19 giugno 2016

L'effetto acquatico (Sólveig Anspach, 2016)

L'effetto acquatico (L'effet aquatique)
di Sólveig Anspach – Francia/Islanda 2016
con Samir Guesmi, Florence Loiret Caille
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Innamorato dell'istruttrice Agathe, l'operaio Samir si iscrive alla piscina comunale di Montreuil e finge di non saper nuotare per poter prendere lezioni da lei. Le cose si complicheranno quando Agathe si reca in Islanda per partecipare a un congresso internazionale, e Samir la segue spacciandosi per il delegato israeliano. Simpatica commedia romantica franco-islandese, con personaggi bizzarri (i custodi della piscina; i due islandesi che ospitano Agathe e Samir, consiglieri municipali a giorni alterni; in generale, tutti i personaggi di contorno), situazioni esilaranti (il discorso improvvisato di Samir al convegno) e tanti momenti divertenti, nonostante una sceneggiatura un po' improvvisata, che passa da una situazione all'altra saltando di palo in frasca e senza preavviso (a un certo punto Samir perde la memoria, e sarà Agathe, che nel frattempo ha capito di ricambiare il suo affetto, a cercare di conquistarlo). Il suo maggior pregio è quello di fondere bene lo spirito caldo e romantico del cinema francese con l'ambientazione nordica, fredda e surreale. È purtroppo l'ultimo film della regista, morta di tumore alla fine delle riprese.

17 giugno 2015

Rams (Grímur Hákonarson, 2015)

Rams - Storia di due fratelli e otto pecore (Hrútar)
di Grímur Hákonarson – Islanda 2015
con Sigurður Sigurjónsson, Theodór Júlíusson
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Gli anziani fratelli Gummi e Kiddi, entrambi allevatori di pecore in una remota valle islandese, non si parlano da quarant'anni, pur vivendo (da soli) in due fattorie confinanti. La situazione sembra precipitare quando un'epidemia di scrapie, una pericolosa infezione ovina, costringe tutti gli allevatori della valle ad abbattere il proprio bestiame. Ma quando scopre che il fratello ha nascosto nella propria cantina una piccolo gregge di pecore, Kiddi decide di aiutarlo a salvare gli animali, gli ultimi della loro razza rimasti in tutta la regione. Dramma famigliare ambientato in scenari desolati e ostili, il film di Hákonarson – che ha vinto il premio Un Certain Regard a Cannes – è solido, rigoroso e senza fronzoli, e non disdegna una certa ironia. Più che il rapporto umano che lega i due fratelli, mai veramente indagato con profondità (anche se è evidente da numerose scene che i due si vogliono bene, e che ciò che li divide è solo un rancore costruito negli anni e portato avanti con ostinazione), a trainare la narrazione è il legame dell'uomo con la natura, il mondo contadino e i preziosi animali. Finale in sospeso, ma bello. Da ricordare il cane con cui i due si scambiano messaggi, essendo ostinatamente decisi a non comunicare in altro modo.

7 settembre 2014

I proscritti (Victor Sjöström, 1918)

I proscritti (Berg-Ejvind och hans hustru)
di Victor Sjöström – Svezia 1918
con Victor Sjöström, Edith Erastoff
***

Visto su YouTube.

Il giovane Ejvind, costretto per disperazione a diventare un ladro per sfamare la propria famiglia, cerca di rifarsi una vita fuggendo al nord e trovando lavoro sotto falso nome nella fattoria della ricca vedova Harra. Scoperto, è costretto a darsi nuovamente alla fuga, ma questa volta non da solo: la donna, innamorata di lui, decide infatti di rinunciare a tutto per seguirlo sulle montagne, dove vivranno per anni in clandestinità, fra piccole gioie e grandi difficoltà, fino all'inesorabile morte durante una tormenta di neve. Tratto da un dramma teatrale di Jóhann Sigurjónsson di sette anni prima (ispirato, pare, a una storia vera) e ambientato suggestivamente in Islanda a metà del diciottesimo secolo, è uno dei capisaldi del cinema svedese muto: uscito nelle sale il 1° gennaio 1918, segna infatti l'inizio di un periodo caratterizzato da poche produzioni ad alto budget e di elevata qualità, un periodo dominato da nomi come lo stesso Sjöström, il regista Mauritz Stiller e l'attrice Greta Garbo. Come nel precedente "C'era un uomo", Sjöström gira quasi sempre in esterni e fonde meravigliosamente i personaggi con il paesaggio: le sequenze di vita fra le montagne, nella seconda parte, brillano per la concretezza e il realismo, mentre la natura spettacolare e selvaggia (fra picchi impervi, altopiani, ghiacciai, cascate e geyser) non si limita a fare da sfondo alle vicende umane ma assurge quasi al ruolo di protagonista: memorabili, in particolare, sequenze come il combattimento sul ciglio del burrone, il bagno nella cascata, la cavalcata sulla neve. Nonostante il soggetto sia di origine teatrale e l'impianto narrativo possa sembrare ottocentesco, siamo ormai lontani anni luce dal kammerspiel di matrice tedesca. E al di là dell'uso del paesaggio e della natura, non si può non notare una consapevolezza del linguaggio cinematografico che si fa sempre più matura e moderna (vedi il rapido montaggio, la luminosa fotografia di J. Julius, la recitazione misurata e funzionale alla melodrammaticità della vicenda, l'ottimo trucco che – come nel film precedente – invecchia il protagonista nel corso della storia). Ma anche sul fronte dei contenuti non sono pochi gli elementi che meritano una riflessione (la rigidità di leggi e società che spingono l'uomo a diventare fuorilegge e sono sordi ai suoi bisogni, tema fra l'altro ricorrente nel cinema del regista scandinavo sin dai tempi di "Ingeborg Holm"; il dilemma morale dell'amico ladro, che spinto dalla gelosia ha la tentazione di uccidere Ejvind ma poi ci ripensa; la terribile scena in cui Harra sacrifica la figlioletta pur di non farla cadere nelle mani dei nemici; ma soprattutto la sequenza finale, che mostra come l'amore possa essere messo a dura prova e finanche esaurirsi di fronte al freddo, alla povertà e alla vecchiaia). L'attrice che interpreta Harra, Edith Erastoff, era la vera moglie di Sjöström.

6 giugno 2013

Nói Albínói (Dagur Kàri, 2003)

Nói Albínói (id.)
di Dagur Kàri – Islanda 2003
con Tómas Lemarquis, Thröstur Leo Gunnarsson
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In una desolata cittadina islandese, sommersa dalla neve e dal ghiaccio, il giovane Nói conduce un'esistenza vacua e inquieta: vive con la nonna, frequenta saltuariamente il padre (un tassista alcolizzato), corteggia una ragazza da poco arrivata dalla capitale (figlia del locale libraio), marina la scuola, lavora al cimitero, e sogna ad occhi aperti di trasferirsi altrove, magari alle Hawaii. Uno dei pochi film islandesi ad aver conquistato una certa notorietà fuori dalla propria patria (e ad aver vinto diversi premi nei festival internazionali), è un insolito ritratto di un teenager outsider e isolato, che trascorre le sue giornate senza fare nulla, allergico allo studio e al lavoro (nonostante a tratti dimostri un'intelligenza e un intuito fuori dal comune), fuori posto in una società che al tempo stesso gli sta stretta (nel paesino remoto in cui vive, e in cui tutti si conoscono, non accade mai nulla) e larga (non ama la compagnia e si rifugia spesso nel suo nascondiglio segreto, una cantina sotto casa da cui accede attraverso una botola): insomma, quasi un alieno (vista anche la calvizie e la mancanza di sopracciglia: il titolo suggerisce che si tratti di un albino). La fotografia che estromette tutti i colori caldi e lascia soltanto quelli freddi (blu e verde) accentua ancora di più la gelida atmosfera della pellicola, che nonostante alcuni momenti ironici (il tentativo di rapina in banca) non raggiunge i picchi di stralunata surrealità dei film finlandesi, per esempio quelli di Aki Kaurismäki, ma è comunque efficace nel mettere in scena il microcosmo in cui sui muove il protagonista. Il finale (con l'immagine del visore stereoscopico che prende vita) sembra lasciar intendere che, dopo la tragedia che colpisce lui e il suo villaggio, Nói potrebbe finalmente cambiar vita e trasformare in realtà quelli che erano semplici sogni o potenzialità. Ma naturalmente non ci è dato sapere cosa gli accadrà.