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26 ottobre 2022

Licantropus (Michael Giacchino, 2022)

Licantropus (Werewolf by Night)
di Michael Giacchino – USA 2022
con Gael García Bernal, Laura Donnelly
**

Visto in TV (Disney+).

Alla morte di Ulysses Bloodstone, leader di una setta segreta che da secoli dà la caccia a mostri e varie creature soprannaturali, un gruppo di "cacciatori" si raduna per scegliere il suo successore, colui che deterrà il potere della Bloodstone, pietra magica in grado di influenzare la psiche dei suddetti mostri. Fra i candidati, che dovranno competere fra loro dando la caccia a una bestia catturata per l'occasione (il tutto ricorda il classico "La pericolosa partita" del 1932), ci sono anche Elsa (Laura Donnelly), figlia ripudiata di Ulysses, e Jack (Gael García Bernal), che in realtà è a sua volta un mostro, per la precisione un licantropo, un lupo mannaro che si trasforma nelle notti di luna piena, e che si è introdotto nella setta con l'unico scopo di liberare l'oggetto della caccia, il suo amico Ted (ovvero l'Uomo-Cosa!). Primo "special televisivo" per il Marvel Cinematic Universe, di un'ora scarsa di durata e pubblicato in streaming sulla piattaforma Disney+ sotto Halloween: lo stile e l'estetica sono quelli dei vecchi film di mostri della Universal, tanto da essere girato quasi tutto in bianco e nero (a parte i riflessi rossi emanati dalla Bloodstone, e il breve finale a colori che richiama "Il mago di Oz", con tanto di canzone "Somewhere over the rainbow" a sottolinearlo). Il titolo italiano, "Licantropus", è il nome con cui il personaggio dei fumetti era stato pubblicato nel nostro paese: faceva parte di un gruppo di character horror (come anche Dracula, la Mummia vivente e lo stesso Uomo-Cosa) con cui la Marvel aveva provato a differenziare la propria offerta negli anni settanta, uscendo dall'alveo dei "semplici" supereroi. Rispetto ai normali film del MCU, questo speciale è decisamente su piccola scala, alquanto esile e superficiale (le caratterizzazioni dei personaggi latitano: gli altri cacciatori di mostri, in particolare, sono macchiette senza profondità), ma quantomeno divertente da vedere per una serata fra amici. Harriet Sansom Harris è Verusa, vedova di Ulysses e matrigna di Elsa. Alla regia c'è il compositore (!) Michael Giacchino.

8 luglio 2021

Vita da vampiro (T. Waititi, J. Clement, 2014)

Vita da vampiro (What we do in the shadows)
di Taika Waititi, Jemaine Clement – Nuova Zelanda 2014
con Taika Waititi, Jemaine Clement
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Una troupe cinematografica (che non vediamo mai sullo schermo) riprende la vita quotidiana di un gruppo di vampiri che abitano insieme a Wellington, in Nuova Zelanda: si tratta di Viago (Taika Waititi), dandy del diciassettesimo secolo; di Vladislav (Jemaine Clement) detto "L'impalatore" (ovvero Dracula); di Deacon (Jonathan Brugh), "giovane ribelle"; e di Petyr (Ben Fransham), simil-Nosferatu, il più anziano e recluso di tutti. L'idea alla base di questo divertente mockumentary è la stessa del film belga "Il cameraman e l'assassino" (dove la troupe di documentaristi seguiva un serial killer durante il suo lavoro e nell'esistenza di tutti i giorni), anche se virata maggiormente verso la commedia. Assistiamo così alle "normali" interazioni fra i quattro vampiri, che proprio come ogni gruppo di coinquilini devono imparare a convivere con le differenti personalità; alle loro attività (ovviamente notturne), agli incontri con altre creature fantastiche (streghe, zombie, e soprattutto licantropi) e al rapporto con i succubi, come Jackie (Jackie van Beek), "serva" di Deacon che gli procura vittime da cui succhiare il sangue; fra queste c'è Nick (Cori Gonzalez-Macuer), che diventerà il nuovo vampiro del gruppo, e il suo amico Stu (Stuart Rutherford), umano che li introdurrà alla vita moderna. Ispirato da un precedente cortometraggio (realizzato da Waititi e Clement nel 2005), di cui riprende alcuni personaggi e amplia le situazioni, il film ha riscosso un successo tale da portare alla nascita di una serie televisiva. Era anche in programma un sequel dedicato alla banda di lupi mannari che i vampiri incrociano a più riprese, ma poi non è stato realizzato (almeno per ora). Nel complesso un film semplice, carino e divertente per come gioca con i luoghi comuni e gli stereotipi sui vampiri (riuscendo comunque a rispettarli), mescolandoli con le dinamiche della vita moderna (le uscite con gli amici, i rapporti con i propri ex).

14 ottobre 2020

L'ululato (Joe Dante, 1981)

L'ululato (The howling)
di Joe Dante – USA 1981
con Dee Wallace, Christopher Stone
***

Visto in divx.

Dopo essere stata aggredita a New York da un misterioso stalker (Robert Picardo), la conduttrice televisiva Karen White (Dee Wallace) piomba in uno stato di shock e non ricorda più nulla dell'accaduto. Uno psichiatra, il dottor George Waggner (Patrick Macnee), la invita allora a trascorrere insieme al marito Bill (Christopher Stone) un mese di riposo in una colonia fra i boschi, da lui gestita, a scopi terapeutici. Qui la donna scoprirà che i pazienti del dottore (così come l'uomo che l'aveva aggredita) sono tutti lupi mannari... Da un romanzo di Gary Brandner, un classico dell'horror dei primi anni ottanta, che ha lanciato la carriera di Joe Dante (poi decollata definitivamente con il successivo "Gremlins", prima di arrestarsi per divergenze con gli studios e una serie di flop). Il film è significativamente uscito in un anno, il 1981, di revival per i licantropi (ci furono anche "Un lupo mannaro americano a Londra" di John Landis e il meno celebre "Wolfen, la belva immortale" di Michael Wadleigh). Ma a differenza da Landis, più che al classico uomo lupo della Universal, Dante e gli sceneggiatori John Sayles e Terence H. Winkless guardano alle atmosfere dei film di Val Lewton e Jacques Tourneur (come "Il bacio della pantera"), puntando su uno stato prolungato di tensione impalpabile (che si scioglie nel finale, ma che in precedenza – si pensi ai momenti in cui Karen ode gli ululati nei boschi – costruisce la suspence senza mostrare nulla) e calando i temi horror nelle inquietudini della vita quotidiana e moderna. Memorabile, in particolare, il finale altamente satirico, nel quale una trasformazione in lupo mannaro mostrata in diretta televisiva viene accolta dal pubblico con indifferenza e scetticismo ("È solo un trucco, come lo sbarco sulla Luna!") e interrotta subito da uno spot pubblicitario (di cibo per cani!). Nonostante numerosi ammiccamenti (il cartoon con Ezechiele Lupo, le scatolette di chili Wolf, il poema "Howl" di Allen Ginsberg), omaggi e citazioni (quasi tutti i personaggi minori hanno nomi di celebri registi di film sui lupi mannari, come George Waggner, appunto, ma anche Terence Fisher, Roy William Neill, Erle Kenton, Sam Newfield, Jacinto Molina e Lew Landers), prima del finale il tono del film si mantiene assolutamente serio, mescolando a sequenze horror anche interessanti approfondimenti psicologici (la figura del lupo mannaro è vista come un modo per l'uomo di ricongiungersi con il proprio lato animale e bestiale, la parte primitiva di sé che la civiltà ha cercato di reprimere; ed Eddie Quist, fuggito dalla "colonia" fra i boschi per dare sfogo ai propri istinti nella grande città, lega patologicamente questi impulsi al sadismo e alla pornografia). Rispetto ai licantropi classici, questi temono il fuoco e possono essere uccisi da pallottole d'argento, ma per il resto sono virtualmente immortali (e famelici: non si contano gli indizi legati al consumo di carne). Altre suggestioni sembrano associare il film ad altri capolavori del genere horror: il tema della setta (la colonia) ricorda "Rosemary's baby" di Polanski, la mancanza di via di scampo per la protagonista (anche perché il morso di un lupo mannaro "condanna" la vittima alla stessa sorte) richiama invece "La notte dei morti viventi" di Romero. Gli effetti speciali, di Rob Bottin, sono di ottimo livello, pur con qualche occasionale caduta di stile (come la brevissima sequenza in animazione). Le scene delle trasformazioni, forse non belle come quella del film di Landis, sono altrettanto lunghe e spaventevoli. Nel vasto cast anche Dennis Dugan, Belinda Balaski (Chris e Terri, i due colleghi di Karen), Elisabeth Brooks (Marsha, la "mangiauomini" vestita di pelle), John Carradine, Slim Pickens, Kevin McCarthy, Don McLeod, Noble Willingham. Dick Miller è il libraio, Herbie Braha il commesso del pornoshop. Camei per lo sceneggiatore e futuro regista John Sayles, per Roger Corman e per Forrest J. Ackerman. Con sette sequel (di scarso valore).

5 ottobre 2020

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, 1981)

Un lupo mannaro americano a Londra
(An American Werewolf in London)
di John Landis – USA/GB 1981
con David Naughton, Jenny Agutter
***

Rivisto in TV.

Due giovani americani, in vacanza in Gran Bretagna, vengono aggrediti nella brughiera scozzese da una misteriosa creatura selvaggia: Jack (Griffin Dunne) ci rimette le penne, mentre David (David Naughton), ricoverato a Londra, viene informato dal fantasma dell'amico che al primo plenilunio si trasformerà in un lupo mannaro. Mettiamo subito le cose in chiaro: nonostante il nome del regista/sceneggiatore (e il titolo che richiama "Un americano alla corte di Re Artù" di Mark Twain, libro peraltro citato nei dialoghi), questo film non è una commedia, bensì un horror con tutte le carte in regola e con una notevole dose di gore, che gioca ad attualizzare un classico dei mostri Universal ("L'uomo lupo" del 1941 con Lon Chaney Jr., anch'esso citato dai personaggi), rivisitandolo in chiave moderna, realistica e quotidiana. Landis aveva già realizzato qualcosa del genere con il suo film d'esordio, "Slok", ma quello era a tutti gli effetti una parodia. Qui invece, coadiuvato dagli stupefacenti (per l'epoca) effetti speciali di Rick Baker (che mostrano "in diretta" la trasformazione di David in licantropo, oltre che Jack in vari stati di decomposizione, e che vinsero la prima edizione dell'Oscar per il miglior trucco), confeziona un film che fa davvero paura e che coinvolge anche con la trovata di rendere protagonista della vicenda (suo malgrado) proprio il "mostro", per lunghi tratti inconsapevole di essere tale e convinto che l'amico che gli appare anche dopo la morte sia soltanto uno dei tanti incubi notturni che lo perseguitano. Fra le dichiarate fonti di ispirazione, anche "Il mastino dei Baskerville" e naturalmente "Dracula" (per le scene nel pub). Landis ammise che la sequenza della trasformazione era forse troppo lunga, ma la qualità del lavoro di Rick Baker fu tale che non se la sentì di tagliare alcunché. Fra le scene più memorabili, quella in cui David cerca di farsi arrestare da un bobby insultando gli inglesi ("La regina Elisabetta è un uomo!... Shakespeare è francese!") e quella in cui incontra le proprie vittime in un cinema porno a Piccadilly Circus (il film che si vede sullo schermo, girato appositamente da Landis, è "See You Next Wednesday", pellicola-cameo che ricorre per scherzo in quasi tutti i lavori del regista). Jenny Agutter è l'infermiera Alex, che accudisce David e si innamora di lui. Nel cast anche John Woodvine (il dottor Hirsch), Brian Glover (uno degli avventori del pub "L'agnello maciullato") e Frank Oz (l'ambasciatore americano). La bella colonna sonora comprende molte canzoni e ballate dedicate alla luna, come "Blue Moon" (sui titoli di testa e di coda), "Moondance" e "Bad Moon Rising". Nel 1997 è uscito un sequel ("Un lupo mannaro americano a Parigi").

19 marzo 2013

In compagnia dei lupi (Neil Jordan, 1984)

In compagnia dei lupi (The Company of Wolves)
di Neil Jordan – GB 1984
con Sarah Patterson, Angela Lansbury
***

Rivisto in DVD, con Giovanni e Paola.

Una ragazzina che abita in una casa nel bosco sogna di vivere in un villaggio medievale di contadini e di trovarsi alle prese con un branco di lupi mannari. La sua storia è inframmezzata dalle favole che le racconta la nonna, anche queste in tema. Tratto da alcuni racconti di Angela Carter (contenuti nell'antologia "La camera di sangue"), che ha contribuito all'adattamento cinematografico (ispirandosi anche a una versione radiofonica precedente), il film è una rivisitazione in chiave gotica e quasi horror della fiaba di Cappuccetto Rosso nella versione di Charles Perrault (anche se non mancano, qua e là, accenni ad altre celebri favole, da Biancaneve a la Bella Addormentata nel Bosco, ad Alice). Inevitabili, e anzi preponderanti, le suggestioni psicanalitiche e le allusioni al tema dello sviluppo della sessualità: la pellicola fa riferimento a più riprese al passaggio all'età adulta, con i lupi mannari che insidiano e in fondo attraggono la bambina che si addentra da sola nel bosco, pur messa in guardia dai genitori e dalla nonna sul "male" che alberga negli stranieri, ovvero negli uomini adulti. Simboli ed elementi come il colore rosso, il sangue sulla neve o i corpi che si trasformano, d'altronde, parlano chiaro. Ambigua e fascinosa l'atmosfera onirica (come detto, tutta la vicenda è in realtà sognata dalla protagonista), con la trasfigurazione dell'infanzia (i giocattoli abbandonati nel bosco, gli animali) e lo sviluppo delle prime pulsioni adulte (il rossetto, lo specchio), ammantate da una sorta di realismo magico che a tratti ricorda certe pellicole dell'est europeo (Švankmajer, Jireš: il film è particolarmente debitore a "Le fantasie di una tredicenne" di quest'ultimo). Non eccelsi gli effetti speciali (siamo nell'era pre-digitale): le trasformazioni degli uomini in lupi, per esempio, risultano inferiori a quella vista tre anni prima ne "Un lupo mannaro americano a Londra". Nel cast, anche Terence Stamp e Stephen Rea (habitué, quest'ultimo, del regista).