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16 agosto 2023

Forrest Gump (Robert Zemeckis, 1994)

Forrest Gump (id.)
di Robert Zemeckis – USA 1994
con Tom Hanks, Robin Wright, Gary Sinise
**1/2

Rivisto in divx.

Seduto su una panchina, alla fermata di un autobus, l'ormai quarantenne Forrest Gump (un Tom Hanks praticamente perfetto) racconta la storia della sua vita a una serie di sconosciuti. Nato in una fattoria dell'Alabama, con un ritardo mentale (ha un quoziente intellettivo di soli 75 punti, nettamente al di sotto della media), ha vissuto contro ogni aspettativa un'esistenza incredibilmente e inconsapevolmente di successo, attraversando (senza rendersene conto) tutti gli avvenimenti più importanti della storia americana della seconda metà del ventesimo secolo: dalla fine della segregazione razziale nelle scuole alla guerra del Vietnam, dal disgelo con la Cina alle contestazioni hippy, incontrando (fra gli altri) Elvis Presley, John Lennon, Kennedy, Nixon... E grazie alla sua buona natura, ma anche a una serie di coincidenze che lo hanno portato a trovarsi spesso nel posto giusto e al momento giusto, si è laureato (con una borsa di studio sportiva), è diventato un eroe di guerra, un campione di ping pong, un imprenditore, un miliardario e infine, dopo essersi sposato con la sua amica di sempre (Robin Wright), un padre felice. Dopo una lunga serie di pellicole avventurose, fantascientifiche e horror, Robert Zemeckis approda per la prima volta al cinema "mainstream" adattando (non del tutto fedelmente) l'omonimo romanzo di Winston Groom e riscuotendo un enorme successo: il film vinse sei Oscar (su tredici nomination): miglior film (sottraendolo a "Pulp Fiction"), attore (il secondo di fila per Hanks, dopo "Philadelphia"), regia, sceneggiatura, montaggio ed effetti visivi. Nonostante alcuni momenti toccanti (quelli sul rapporto fra Forrest e l'amata Julia, ma anche con il tenente Dan (Gary Sinise), conosciuto in Vietnam: per entrambi diventa un'ancora di salvezza) e altri francamente divertenti (la scena in cui Forrest, che si mette a correre per la strada per tre anni di fila, diventa una sorta di guru spirituale, sembra un incrocio fra "Oltre il giardino" e "Brian di Nazareth"), nell'insieme è però una pellicola superficiale e autocompiaciuta. E allora perché (ci) piace? Forse proprio perché sullo slancio di un tono quasi fiabesco non ha un vero messaggio da mandare (nonostante i numerosissimi "messaggi" che lo stesso Gump cita a profusione, quasi tutti preceduti dalla frase "Mia mamma diceva sempre che...", molti dei quali diventati dei tormentoni iconici e pluricitati, come "La vita è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita", o "Stupido è chi lo stupido fa"): non offre una chiave satirica, non intende offrire analisi sociali o politiche, e non sa ironizzare né contestualizzare gli eventi che racconta, inserendoli magari in una sorta di progressione narrativa. Tutto capita e basta, e al limite siamo felici nel vedere una persona fondamentalmente "buona" come il protagonista (ma buona non per scelta morale, ma perché i suoi limiti intellettivi gli precludono la "cattiveria": di fatto non comprende nemmeno cosa siano il razzismo o la guerra) riuscire a trovare armonia e affermazione quando invece gli individui "normali" attorno a lui (Jenny e Dan in primis) sono tormentati, sbandati e autodistruttivi. Ma dopo un po', le mille coincidenze e citazioni cominciano a lasciare il tempo che trovano e diventano semplici strizzatine d'occhio (il Watergate, la Apple ("una specie di società di frutta"), lo smile...). Notevole, per l'epoca, l'uso degli effetti digitali quasi invisibili (opera della Industrial Light & Magic), come la piuma che svolazza in aria, animata sui titoli di testa e di coda, che simboleggia lo stesso Gump che si fa portare in giro dal vento, o l'inserimento di Forrest all'interno dei filmati in cui compaiono personaggi celebri, ma anche le gambe amputate del tenente Dan e il movimento delle palline da ping pong. Il figlio di Forrest, nel finale, è Haley Joel Osment. La colonna sonora comprende una trentina di celebri canzoni dell'epoca. Per un certo periodo si valutò l'opportunità di girare un sequel, ipotesi poi tramontata.

24 aprile 2021

La prima missione (Sammo Hung, 1985)

La prima missione (Long de xin, aka Heart of dragon)
di Sammo Hung – Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Sammo Hung
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Il poliziotto Thomas (Jackie Chan) ha un fardello costante sulle spalle: il fratello Dodo (Sammo Hung), ritardato mentale ed eterno bambinone che gli procura continue preoccupazioni e grattacapi, impedendogli di portare avanti i suoi progetti di vita (nel lavoro e con la fidanzata). Di tutti i film girati da Jackie con l'amico Sammo, questo è sicuramente il più insolito e particolare: certo, non mancano le scene d'azione e i combattimenti (anche se in numero limitato: da ricordare il breve inseguimento fra le moto della polizia e l'auto guidata da Thomas e lo scontro finale fra poliziotti e gangster nel cantiere edile; ma l'unico che è brevemente in grado di battersi alla pari con Jackie nell'uno contro uno è Dick Wei), ma il cuore della vicenda è da un'altra parte, ovvero nel rapporto fra i due fratelli e nella condizione comico-patetica di Dodo, un vero e proprio bambino nel corpo di adulto, che viene sbeffeggiato e maltrattato da tutti coloro che gli stanno intorno, con l'eccezione dei quattro bambini con cui bazzica e gioca per le strade della città. L'interpretazione di Hung è incredibilmente convincente e a tratti toccante, e nonostante le molte ingenuità nella sceneggiatura si può apprezzare il tentativo di uscire dai soliti cliché del cinema di azione/kung fu per proporre dinamiche e personaggi diversi dal solito. Girato in contemporanea con "Police story", sembra quasi anticipare l'americano "Rain man". Soltanto nella seconda metà del film viene introdotta una sottotrama poliziesca (legata a una valigetta piena di gioielli rubati, che per puro caso finisce nelle mani di Dodo). E naturalmente, com'è tipico del cinema popolare hongkonghese, i generi si mischiano e si compenetrano, passando dal melodramma al comico-demenziale (vedi la scena in cui Dodo deve fingersi il padre di uno dei suoi amici bambini per incontrare il direttore della scuola). Emily Chu è la fidanzata di Thomas, Lam Ching-ying l'istruttore di polizia, Wu Ma il proprietario del ristorante che si prende gioco di Dodo. Fra gli amici di Thomas si riconoscono Mang Hoi, Chin Kar-lok, Yuen Wah e Corey Yuen, mentre fra i "cattivi" ci sono James Tien (il boss), Blackie Ko e Chung Fat (Moose). Yuen Biao ha collaborato come stuntman in alcune scene.

24 febbraio 2021

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Oasis (Oasiseu)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2002
con Sol Kyung-gu, Moon So-ri
***

Rivisto in DVD.

Appena uscito di prigione, dove era stato rinchiuso per aver provocato una vittima in un incidente d'auto, Jong-du (Sol Kyung-gu) è riaccolto malvolentieri dal resto della famiglia. Anche perché, immaturo, scapestrato e leggermente ritardato, pare vivere in un mondo tutto suo ed è difficile capire cosa gli passi per la testa. Al tempo stesso Gong-ju (Moon So-ri), figlia dell'uomo rimasto ucciso nell'incidente, è emarginata dai propri parenti perché soffre di paralisi cerebrale infantile. Disprezzati e tenuti in disparte, considerati pesi morti o individui che non hanno diritto a una propria sensibilità da congiunti che pure non esitano ipocritamente a sfruttarne la situazione (la famiglia di Gong-ju approfitta della sua disabilità per poter vivere in un condominio speciale, da cui la ragazza è però esclusa; e scopriremo che l'incidente di cui Jong-du si era assunto la colpa era stato causato in realtà dal fratello maggiore), i due ragazzi trovano lentamente la felicità insieme: dapprima si attaccano l'uno all'altra per solitudine e disperazione, ma poi danno vita pian piano a un rapporto d'amore e d'amicizia che il mondo esterno non riesce o non vuole comprendere, ritenendo impossibile per loro provare sentimenti "normali" (lei è vista come vittima e lui come aggressore). Pluripremiato in molti festival internazionali (compresi due riconoscimenti a Venezia: il Leone d'argento per la miglior regia e il premio Mastroianni per la miglior attrice emergente), il terzo film di Lee Chang-dong è una delle pellicole più impressionanti sul tema della malattia mentale e del mondo affettivo di chi ne è colpito, spesso del tutto ignorato o trascurato da chi sta loro attorno. Il tema e il tipo di personaggi sono sempre a rischio di retorica, ma per fortuna il regista – anche sceneggiatore – li affronta con realismo e schiettezza, evitando ogni forma di buonismo, anche quando descrive gioie e paure dei personaggi (le ombre dei rami dell'albero che, da fuori, invadono la stanza di Gong-ju, coprendo il quadro dell'oasi – da cui il titolo del film – sulla sua parete) o l'ipocrisia dei familiari nei loro confronti, in un duro contesto caratterizzato da mancanza d'attenzione, vergogna e disgusto. Ottime le prove dei due protagonisti, che avevano recitato insieme nel precedente film di Lee, "Peppermint candy". Sorprendente in particolare la prova di Moon So-ri, che in alcune scene (simboliche) torna di colpo "normale".

11 ottobre 2020

Idioti (Lars von Trier, 1998)

Idioti (Dogme #2: Idioterne)
di Lars von Trier – Danimarca 1998
con Bodil Jørgensen, Jens Albinus
**1/2

Rivisto in divx.

Guidati da Stoffer (Jens Albinus), un gruppo di ragazzi gioca a "fare l'idiota", ovvero a fingersi ritardati e minorati mentali, anche (e soprattutto) in pubblico. È un modo per esprimere la parte più autentica, infantile e nascosta di sé stessi, ma anche per provocare la reazione o il disagio della gente "normale" e smascherarne le ipocrisie borghesi. I membri del gruppo, che abitano tutti insieme in una villetta di campagna come in una comune, non esitano a inscenare situazioni imbarazzanti, o persino a recitare anche quando si trovano fra di loro. Ma pian piano litigi, incomprensioni e complesse dinamiche interne ne mineranno l'unità, mentre gli interventi esterni di conoscenti e famigliari porteranno a dissolvere l'esperienza: l'unica che la condurrà fino alla fine sarà Karen (Bodil Jørgensen), l'ultima arrivata, timida e introversa, per la quale "fare l'idiota" avrà una valenza liberatoria di fronte all'incomprensione di chi le sta attorno in occasione di una grave tragedia familiare. Il secondo lungometraggio certificato "Dogme 95" (e l'unico del movimento firmato dal suo co-creatore Lars von Trier) è una pellicola che può risultare fastidiosa e sgradevole anche per lo spettatore, "vittima" della recita dei personaggi e costretto ad assistere alle loro performance, comprese scene di nudo e di sesso (molte delle quali eliminate dalla versione italiana), ma che nell'intensa scena finale acquista quello spessore che non sembrava possedere in precedenza. Lungi dall'essere semplicemente irrispettosi e infantili, i protagonisti "cercano l'idiota che hanno dentro di sé" perché, dopo tutto, "la verità la si impara dai bambini e dagli ubriachi" (una frase che ben descrive molti film di LVT, a partire da "Le onde del destino"). In ossequio alle regole del Dogma, il film è girato con la camera a mano, senza illuminazione artificiale, e con un suono in presa diretta e diegetico (il tema del "Cigno" di Saint-Saëns è intonato con un'armonica). Lo stesso regista non è accreditato nei titoli. L'unica norma del decalogo violata è quella che nega l'utilizzo delle controfigure (von Trier ha invece fatto ricorso a due attori pornografici nella scena della penetrazione durante l'ammucchiata). Ogni tanto il montaggio inserisce delle interviste ai membri del gruppo, che come in un documentario rievocano l'esperienza e ne raccontano le dinamiche. La sceneggiatura fu scritta da LVT in soli quattro giorni. Le riprese furono effettuate con una videocamera digitale, lasciando grande spazio all'improvvisazione del cast (che comprende anche Anne Louise Hassing, Nikolaj Lie Kaas, Anne-Grete Bjarup Riis e Troels Lyby).

11 maggio 2020

À l'école des philosophes (F. Melgar, 2018)

La scuola dei filosofi (À l'école des philosophes)
di Fernand Melgar – Svizzera 2018
con attori non professionisti
**1/2

Visto in streaming, con Sabrina, in originale con sottotitoli
(Festival dei Diritti Umani).

Documentario che segue per un anno le vicende di una scuola (l'istituto Verdeil a Yverdon-les-Bains, nella Svizzera francese, detto "La scuola dei filosofi" perché situato in 
Rue des philosophes) specializzata nell'accoglienza di bambini portatori di handicap e in particolare di disturbi del neurosviluppo. I piccoli scolari, tutti di cinque anni, hanno patologie o disabilità che vanno dall'autismo alla mitocondriopatia, dalla paralisi cerebrale infantile alle anomalie cromosomiche. Il film segue l'anno scolastico di cinque di loro, con un impianto simile a quello di altri documentari (o di film di finzione) che portano lo spettatore all'interno di un'aula scolastica attraverso lo scorrere delle stagioni, a cominciare dal celebre "Essere e avere" di Nicolas Philibert, capostipite e pietra miliare del genere. Qui l'interesse, o valore aggiunto, è certamente il tema della disabilità, anche se la pellicola non lo approfondisce nei dettagli e si "limita", diciamo così, a proporre scorci del vissuto quotidiano dei bambini, dei loro genitori e degli insegnanti (tutte donne) che li accudiscono con molta pazienza durante l'orario scolastico, aiutandoli nelle diverse attività, spesso con buoni o ottimi risultati (in certi casi i progressi rispetto all'inizio dell'anno, relativamente al comportamento, all'attenzione o alla capacità di esprimersi, sono notevoli). E naturalmente è difficile non affezionarsi o non provare simpatia per i piccoli protagonisti.

19 gennaio 2019

Life, animated (Roger Ross Williams, 2016)

Life, animated (id.)
di Roger Ross Williams – USA 2016
con Owen Suskind, Ron Suskind
**

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

A tre anni, a Owen Suskind viene diagnosticato l'autismo. Il bambino si chiude rapidamente in sé stesso, senza un'apparente via d'uscita. E invece, il suo amore per i film d'animazione della Disney riesce a fornirgli uno strumento per dare un senso al mondo che lo circonda e per comunicare con l'esterno, attraverso le battute delle pellicole (che ha memorizzato) e le emozioni dei personaggi dei cartoni, grazie alle quali pian piano esce dal suo guscio. Questo documentario ce lo mostra quando, a 23 anni, si diploma e va a vivere da solo, affrontando in autonomia le prime difficoltà della vita (una relazione sentimentale, la ricerca del lavoro). Interessante come argomento, e per come intreccia il tema della malattia ai messaggi fondanti delle pellicole Disney (in particolare quelle sulla crescita e l'accetazione di sé, come "Il re leone", "Peter Pan" e "Bambi", ma anche sull'emarginazione, come "Il gobbo di Notre Dame" o "La sirenetta"), il film fa anche uso di alcuni spezzoni animati appositamente (che ritraggono Owen da bambino, o le storie che lui stesso ha inventato). Peccato però che sia un po' troppo lungo: a metà strada ha già detto tutto quello che aveva da dire, ma si trascina ulteriormente pur di raggiungere la durata di un lungometraggio. La pellicola è tratta dal libro di memorie scritto dal padre di Owen, il giornalista Ron Suskind.

8 aprile 2018

Quanto basta (Francesco Falaschi, 2018)

Quanto basta
di Francesco Falaschi – Italia 2018
con Vinicio Marchioni, Luigi Fedele
*1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Arturo (Marchioni), cuoco stellato caduto in disgrazia anche per colpa del suo temperamento collerico, viene affidato ai servizi sociali presso una comunità che si occupa di ragazzi autistici. Qui stringe un particolare rapporto con Guido (Fedele), giovane appassionato di cucina, che si iscrive a un prestigioso concorso chiedendo ad Arturo di fargli da tutor. I due finiranno con l'aiutarsi a vicenda, superando i rispettivi difetti di comportamento... Il tema della disabilità mentale si intreccia a quello dell'esasperazione mediatica della cucina (l'egocentrico presidente della giuria del concorso, rivale di Arturo che mette il cacao anche nei piatti più tradizionali, è un'evidente parodia di Carlo Cracco) in una commedia leggera e tutto sommato gradevole. Peccato che, al di là delle buone intenzioni, si resti su un piano di estrema prevedibilità, con una regia scolastica (anche nella valorizzazione dei paesaggi toscani) e un'assoluta mancanza di sorprese. E se lo spunto del road movie ricorda "Rain Man" (o il più recente "La pazza gioia"), la sceneggiatura è troppo superficiale e formulaica per convincere appieno: non siamo certo di fronte a un nuovo "Si può fare". Buona la prova del giovane Fedele, a livello di fiction televisiva tutti gli altri (con l'eccezione di Alessandro Haber, nel piccolo ruolo dell'anziano maestro dei due chef rivali). Nel cast anche Valeria Solarino, Nicola Siri e Benedetta Porcaroli.

26 gennaio 2015

I'm a cyborg, but that's OK (Park Chan-wook, 2006)

I'm a cyborg, but that's OK (Saibogujiman kwenchana)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2006
con Im Soo-jung, Rain [Jung Hi-hoon]
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Young-goon, rinchiusa in un istituto di igiene mentale dopo aver tentato il suicidio, è convinta di essere un cyborg e di avere l'incarico di uccidere tutti i "camici bianchi" (ovvero i medici) perché anni prima avevano portato via sua nonna, cui era tanto affezionata e che a sua volta mostrava segni di pazzia. In manicomio chiederà l'aiuto di un altro ricoverato, il ladruncolo Il-soon, affinché le sottragga la compassione che le impedisce di portare a termine il proprio compito. Fra i due scatterà l'amore, e Il-soon si darà da fare per spingere la ragazza (convinta che il cibo normale possa danneggiare il proprio corpo cibernetico) a nutrirsi, fingendo di innestarle nel corpo un convertitore di riso in energia. Dopo la "trilogia della vendetta", Park realizza una pellicola bizzarra e surreale, a suo modo romantica, che privilegia il punto di vista di personaggi eccentrici e schizofrenici. Sontuoso come sempre nella regia e nella messa in scena (dagli interessanti titoli di testa, alle sequenze che mostrano le fantasie dei vari degenti dell'istituto come se fossero reali), si trascina forse un po' stancamente nella parte centrale, per risollevarsi in un finale in fondo pieno di speranza e ottimismo (con tanto di arcobaleno alla fine della tempesta). A tratti esuberante e umoristico nel presentare le varie ossessioni e illusioni dei personaggi ricoverati nell'istituto, nonostante alcune sfumature inquietanti il film ha toni nel complesso leggeri: non c'è traccia della drammaticità o della denuncia di pellicole come "Qualcuno volò sul nido del cuculo" o "Ragazze interrotte"; siamo semmai dalle parti della folle poesia di "Big fish", del surrealismo di Michel Gondry o di certi film dell'estremo oriente che fondono temi esistenziali con l'assurdità del mondo che circonda i personaggi (e che qui li permea anche dall'interno). L'ironia e la leggerezza con cui viene raccontata la loro storia finiscono col farci affezionare ai personaggi e alle loro ingenue ossessioni, tanto che alla fine pare del tutto coerente e naturale poter raggiungere la felicità attraverso la follia e l'immaginazione.

22 settembre 2014

From what is before (Lav Diaz, 2014)

From what is before (Mula sa kung ano ang noon)
di Lav Diaz – Filippine 2014
con Perry Dizon, Roeder Camanag
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

All'inizio degli anni '70, in un remoto villaggio costiero delle Filippine dove riti e credenze ancestrali convivono con le nuove religioni, la vita dei pochi abitanti è scossa da alcuni misteriosi eventi: morti improvvise di mucche, capanne che prendono fuoco, strane grida provenienti dalla foresta. E nel frattempo, il presidente Marcos proclama la legge marziale e le campagne cominciano a essere invase da soldati e guerriglieri... Noto per le sue pellicole fluviali, il cineasta indipendente Lav Diaz non si smentisce: il film – dedicato "alla memoria del mio paese" – dura oltre cinque ore e mezza, nel corso delle quali racconta tante storie che si intrecciano e che formano un affascinante mosaico che è al tempo stesso un viaggio nel passato (o nei ricordi) e un monito per il presente, visto che le vicende umane (collettive o individuali che siano) non rappresentano altro che un presagio della catastrofe che sta per colpire la nazione. Girato in un bianco e nero livido e a basso contrasto, attraverso un'interminabile serie di piani sequenza in campo lungo o lunghissimo nei quali i personaggi sono quasi sovrastati dagli scenari naturali, il film è uno di quelli che dividono gli spettatori in due gruppi: coloro che sono disposti ad accettare i tempi dilatati del regista e a farsi trascinare dentro un mondo complesso, affascinante e suggestivo, e coloro che invece non hanno la pazienza necessaria. Effettivamente, Diaz se la prende comoda nell'introdurre scenari e personaggi, ma a un certo punto i fili cominciano a essere tirati e lentamente emergono alcune storie principali: quella di Joselina, ragazza mentalmente disabile ma con il "dono" di guarire la gente, e di sua sorella Itang, che se ne prende cura con pazienza e devozione; quella di Sito, vecchio contadino che vive con il figlio adottivo Hakob, il quale vorrebbe partire alla ricerca dei genitori che crede rifugiati in una lontana isola; e ancora quelle di Tony, il produttore di vino che abusa di Joselina; di Heding, venditrice ambulante impicciona e molesta; di Horacio, il poeta tornato nel paese dove era nato; di Padre Guido, il prete che tenta invano di lottare contro le superstizioni locali. Attorno a loro la natura è protagonista, con il vento, il mare e la pioggia incessante, mentre gli eventi della storia (la dittatura che avanza) lasciano pian piano la loro impronta, passando sopra ogni cosa e costringendo gli abitanti del villaggio ad abbandonarlo, fino a che non diventerà un "paese di morti". Solo a partire da metà pellicola comprendiamo finalmente che quello che il film sta raccontando è proprio la fine del passato "innocente" delle Filippine, e che il villaggio nel quale si svolge la storia è un microcosmo che riflette in sé stesso il resto del paese. Il che ne fa qualcosa che sta a metà fra "Il nastro bianco" di Haneke (pellicola con cui ha parecchio in comune, a partire dal bianco e nero) e le storie corali della Palomar di Gilbert Hernandez (dal fumetto "Love and Rockets"). Le vicende esistenziali assumono una dimensione fisica e palpabile, e il tentativo di Diaz di dare "forma" ai ricordi e al passato insanguinato del suo paese può dirsi pienamente riuscito. Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

21 giugno 2014

Next to her (Asaf Korman, 2014)

Next to her (At li Layla)
di Asaf Korman – Israele 2014
con Liron Ben-Shlush, Dana Ivgy, Jacob Daniel
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La ventisettenne Chelli vive insieme alla sorella minore Gabby, che soffre di ritardo mentale sin dalla nascita e della quale si prende cura con amore e pazienza. Nonostante le molte difficoltà quotidiane, Chelli non intende far ricoverare Gabby, anche se talvolta è costretta – pur di potersi recare al lavoro – a lasciarla per brevi periodi in un centro diurno di sostegno. Quando la ragazza si innamora di un collega, Zohar, e l'uomo si trasferisce nella loro casa, il legame simbiotico fra le due sorelle viene messo a dura prova. Un soggetto non certo nuovo (basti pensare – ma quella era una storia vera – al documentario "Elle s'appelle Sabine" di Sandrine Bonnaire) e a forte rischio di stereotipi: ma Korman è bravo a tenersi lontano dalla retorica e a mettere al centro della pellicola i contrasti che nascono nell'animo della protagonista, da un lato desiderosa d'affetto e con un forte bisogno di riprendersi la propria vita, ma dall'altro poco propensa a "condividere" il suo fardello con il resto del mondo (si veda la durezza con cui tratta gli operatori del centro di sostegno, o l'esitazione che prova nell'accogliere Zohar nella propria routine). Il tono è naturalista, a tratti claustrofobico, comunque sempre rigoroso e controllato. Eccellente la prova dei tre interpreti, che contribuiscono alla buona riuscita di un film in fondo semplice ma capace di raggiungere vette di notevole intensità, specialmente nel finale. La protagonista Liron Ben-Shlush, anche sceneggiatrice (il plot è ispirato a esperienze di vita reale), è la moglie del regista.

9 gennaio 2012

Laundry (Junichi Mori, 2002)

Laundry (id.)
di Junichi Mori – Giappone 2002
con Yosuke Kubozuka, Koyuki
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Lo stralunato ventenne Teru, leggermente ritardato dopo che ha battuto la testa da piccolo, lavora nella lavanderia a gettoni di proprietà della nonna, preoccupandosi che nessuno rubi la biancheria lasciata incustodita. La bella fioraia Mizue, che in seguito a una delusione d’amore è diventata cleptomane e ha tentato il suicidio, cerca di ricostruirsi una vita tornando al paese di provincia dal quale proveniva. Entrambi emarginati dalla società, troveranno affetto e conforto l’uno nell’altra. La loro storia è raccontata in modo dolce e delicato, in un film minimalista e (leggermente) melodrammatico, il cui sviluppo “a strappi” (lo scenario cambia ogni venti-trenta minuti, come se si trattasse di tanti episodi di un telefilm divisi l’uno dall’altro da una breve schermata nera) fa quasi pensare che possa essere tratto da un manga: si tratta invece di una sceneggiatura originale dello stesso Mori, regista pubblicitario e televisivo, qui al suo esordio cinematografico. Fra momenti poetici, situazioni surreali e personaggi bizzarri (i clienti della lavanderia, l’addestratore di piccioni da cerimonia), il film si sviluppa in maniera semplice e quieta, evitando le trappole della leziosità e riuscendo a descrivere un amore platonico e armonioso, tenero e triste, al tempo stesso profondo e “fuori dal mondo”.

29 agosto 2011

Mother (Bong Joon-ho, 2009)

Mother (Madeo)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2009
con Kim Hye-ja, Won Bin
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Messa da parte la vena catastrofica e fracassona del sopravvalutato "The host", Bong torna ad atmosfere simili a quelle del suo film migliore, "Memories of murder", sfornando una pellicola che – pur non raggiungendo gli stessi livelli di quella precedente – non lesina allo spettatore spietati colpi di scena e tragici dilemmi morali. L'anziana protagonista, erborista e agopunturista abusiva, vive in una cittadina di campagna insieme al figlio ritardato Do-joon, cui è legatissima. Quando l'ingenuo ragazzo viene arrestato dalla polizia con l'accusa di aver ucciso una liceale, la donna – convinta della sua innocenza – comincia una propria indagine parallela che la porterà a scoprire una tremenda verità. Uscito un anno prima di "Poetry", ne anticipa curiosamente alcuni temi (e trattandosi di film entrambi coreani, chissà se la cosa è casuale): è infatti anch'esso incentrato su una madre alle prese con il dolore di vedere il figlio accusato di un orribile crimine. Ma i toni (e gli intenti) sono ben diversi: se nella pellicola di Lee Chang-dong si esplorano con attenzione e sensibilità le conseguenze di un simile delitto, i sensi di colpa (presenti o assenti) e i legami fra individuo e società, qui si rimane più "semplicemente" dalle parti del thriller, per quanto ricco di intensità. La pellicola parte un po' lentamente, a dire il vero: ma dopo una prima parte moderatamente noiosa comincia a crescere e si fa davvero interessante verso il finale, quando la sceneggiatura ribalta le carte in tavola. Le due scene migliori, comunque, restano probabilmente quelle di apertura e di chiusura, con il ballo della donna tra i campi di spighe e sull'autobus.

15 settembre 2009

Frontier Blues (Babak Jalali, 2009)

Frontier Blues
di Babak Jalali – Iran 2009
con Mahmoud Kalteh, Abolfazl Karimi
**

Visto al cinema Gnomo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Fra silenzi, sguardi in macchina e ironia stralunata e surreale, quasi alla Kaurismäki, il film segue le vite di alcuni individui di etnia turkmena che vivono presso la frontiera settentrionale dell'Iran, ai confini appunto con il Turkmenistan. Il ritardato Hassan trascorre i suoi giorni gironzolando in compagnia di un asino; suo zio Kazem gestisce un piccolo negozio d'abbigliamento, sempre vuoto; il giovane Alam lavora in un allevamento di polli, sogna di sposarsi e intanto studia l'inglese per poter andare all'estero; un anziano cantastorie e musicista, infine, viene ripetutamente ritratto in abiti tradizionali da un fotografo di Teheran che intende pubblicare un libro illustrato su quei luoghi e quelle persone. Solitudini, attese e la routine dei piccoli gesti, per una pellicola lenta e con un certo fascino malinconico ed esistenziale. Certo, vederla come quinto film della giornata può provocare qualche attacco di sonnolenza, ma non è colpa sua.

1 marzo 2008

Oltre il giardino (Hal Ashby, 1979)

Oltre il giardino (Being there)
di Hal Ashby – USA 1979
con Peter Sellers, Shirley MacLaine
***1/2

Visto in divx.

Chance è un anziano giardiniere analfabeta che ha trascorso tutta la propria vita nella residenza del suo datore di lavoro, a Washington. Dopo la morte di questi è costretto ad abbandonare la casa e ad andare alla scoperta di un mondo che conosce soltanto attraverso la televisione (esemplare la scena in cui, di fronte a un teppista in strada, gli punta contro il telecomando nel tentativo di cambiare canale). Entrato per caso in contatto con una delle famiglie più ricche e influenti della città, riscuote le simpatie di tutti e viene creduto un saggio uomo d'affari, profondo e con un gran senso dell'umorismo: i suoi silenzi vengono scambiati per pause di riflessione, e i suoi discorsi sul giardinaggio, la semina e le stagioni per metafore politiche o economiche. E Chance, che non si rende conto di quel che accade intorno a lui, in un irresistibile crescendo diventa addirittura consigliere del presidente degli Stati Uniti, mentre il mistero sul suo passato scatena un caso giornalistico e diplomatico che manda in tilt CIA e FBI.
Un film bello e delicato, talvolta forse poco credibile ma salvato da un humour mai sopra le righe e sorretto dalla magistrale prova di Sellers in quello che è considerato il suo testamento d'attore (è stato il suo penultimo film, e l'ultimo uscito mentre era ancora in vita), che dimostra come un comportamento stupido e vacuo ma abbastanza ambiguo possa essere scambiato per intelligenza e buon senso. Tutti i personaggi vedono in Chance qualcosa che semplicemente non c'è: di volta in volta viene considerato gentile e affabile, freddo e distaccato, abile calcolatore; l'ambasciatore russo crede che lui parli la sua lingua; Ben, l'eminenza grigia che lo ospita nella sua villa (un Melvyn Douglas che vinse l'Oscar), riesce addirittura – grazie alla sua "filosofia" – ad accettare l'idea della propria morte imminente; e sua moglie, la brava Shirley MacLaine, se ne innamora perché convinta di trovarsi di fronte a una spiccata sensibilità (le scene in cui lei tenta pateticamente di sedurlo, mentre lui è manifestamente indifferente, sono eccezionali). L'unico momento in cui sembra mostrare un sentimento "vero" è quando piange dopo la morte di Ben. Nel finale, mentre i funzionari di partito valutano l'opportunità di candidare il giardiniere alla presidenza, lo vediamo addirittura camminare sulle acque: un modo per sottolineare come Chance sembri ormai – anche agli spettatori – più di quello che è davvero? Interessante, nella colonna sonora, l'uso di una versione arrangiata di "Also sprach Zarathustra" quando Chance si accinge, per la prima volta, all'esplorazione dello "spazio" attorno a lui. E interessante anche fare un paragone con "Forrest Gump": quest'ultimo è scemo e dunque saggio; Chance invece è scemo e basta, e la sua saggezza esiste solo nella mente dei suoi interlocutori, che sono portati a vederla anche perché l'uomo che si trovano di fronte sembra rispecchiare i loro preconcetti (come dice la vecchia domestica di colore, se fosse stato nero non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo). "La vita è uno stato mentale" recita l'ultima frase della pellicola, che mi è piaciuta anche se ho avuto l'impressione che – proprio come il suo protagonista – a tratti sembri dire cose più profonde di quanto siano davvero. Ma il film è perfettamente riuscito come satira della politica, dell'economia e di una società americana dove la televisione è onnipresente in ogni stanza.

1 agosto 2007

The Million Dollar Hotel (W. Wenders, 2000)

The Million Dollar Hotel (id.)
di Wim Wenders – Germania/GB/USA 2000
con Jeremy Davies, Milla Jovovich, Mel Gibson
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Al Million Dollar Hotel, albergo decaduto e in rovina che si erge a fianco dei grattacieli di Los Angeles e dove trovano rifugio soltanto disperati, reietti della società, ubriaconi, tossici, prostitute e paranoici (una sorta di "albergo dei poveri" alla Gorkij), giunge Skinner, un agente dell'FBI, per indagare sulla recente morte di un barbone che in realtà era figlio di un ricco magnate dei media. Ad aiutarlo nell'indagine si offre Tom Tom, ritardato mentale, amico del morto e innamorato di Eloise, giovane prostituta squilibrata. Questo film – tratto da un soggetto di Bono degli U2 – mi ha sempre lasciato una sensazione ambivalente: quando l'ho visto la prima volta, al cinema, mi era piaciuto moltissimo e l'avevo trovato diverso dal solito Wenders grazie all'intreccio giallistico e all'azzeccato personaggio di Mel Gibson che parodizza i poliziotti e gli agenti speciali dei film d'azione, una sorta di "Robocop" con protesi e cicatrici (evidenti residui della prima stesura della sceneggiatura, che avrebbe dovuto ambientare la vicenda nel futuro). Successivamente, però, avevo cambiato un po' opinione e la pellicola aveva cominciato a sembrarmi stucchevole. Mi avevano infastidito alcuni personaggi troppo macchiettistici e un soggetto che mostrava un po' la corda. Rivisto ora, invece, il film mi ha di nuovo conquistato. Il personaggio di Tom Tom continua a non piacermi troppo, e purtroppo la bellissima Milla Jovovich non recita particolarmente bene, ma la confezione è eccezionale (dalla fotografia alle musiche, fra gli altri, di Bono e Brian Eno), la satira del mercato dell'arte è efficace (qual è la divisione fra arte e spazzatura?), così come quella del carrozzone mediatico e dell'importanza di apparire in televisione. E l'atmosfera di degrado e alienazione riesce a reggere il peso della vicenda molto più del mistero che l'agente Skinner è impegnato a svelare (la cui soluzione, a ben vedere, era evidente sin dal principio).

15 giugno 2007

Elle s'appelle Sabine (S. Bonnaire, 2007)

Elle s'appelle Sabine
di Sandrine Bonnaire – Francia 2007
con Sabine Bonnaire, Sandrine Bonnaire
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Sabine, la sorella minore di Sandrine Bonnaire, è affetta da autismo sin dalla nascita. Col tempo le sue condizioni sono peggiorate, e oggi è ricoverata in un istituto psichiatrico con una sindrome psicoinfantile. La regista ha realizzato su di lei un documentario che alterna scene girate recentemente a filmati di quando era più giovane e più autonoma. Il confronto è spesso impietoso, sia nel mostrare come le sue capacità motorie e intellettive si siano ridotte, sia nell'esibire, a volte in maniera quasi voyeuristica, i problemi e le crisi di chi deve convivere con handicap cerebrali, crisi epilettiche e problemi di altro genere. Da parte dei parenti emerge un "senso di colpa perenne" (lo dice la madre di un ragazzo epilettico), e forse la stessa Bonnaire ha realizzato il film per togliersi un peso di dosso. In ogni caso, il documentario è toccante e riuscito.
Nota: il volto ebete, pigro e assente di Sabine mi ha ricordato in maniera impressionante quello di Anna Faris nel film che avevo visto la sera prima, "Smiley face" di Gregg Araki. ma quella era una farsa umoristica sulla droga, qui invece la droga è presente come medicinale indispensabile per mantenere sotto controllo alcuni sintomi della malattia: lo stesso mondo, un altro mondo.

15 giugno 2006

The hawk is dying (J. Goldberger, 2006)

The hawk is dying
di Julian Goldberger – USA 2006
con Paul Giamatti, Michelle Williams
*

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes).

George (Paul Giamatti), un uomo poco incline alle relazioni sociali, che vive con la sorella e il figlio ritardato di quest'ultima, ha un solo desiderio nella vita: allevare un falco da caccia. Quando il nipote (Michael Pitt) muore misteriosamente, l'uomo si chiude ancora più in sé stesso e vaga per tutta la notte in compagnia del rapace, ormai ossessionato dalla sfida di addomesticarlo. Tratto da un libro di Harry Crews e ambientato in Florida, un film pesante e noioso, molto più infantile e meno profondo di quanto vorrebbe essere, ravvivato soltanto dalla bravura di Giamatti che riesce a rendere interessante e sensibile anche un personaggio altrimenti squallido. Rusty Schwimmer è la sorella, Michelle Williams una studentessa di psicologia che osserva il comportamento di George.