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7 febbraio 2020

Il grande cielo (Howard Hawks, 1952)

Il grande cielo (The Big Sky)
di Howard Hawks – USA 1952
con Kirk Douglas, Dewey Martin
***

Rivisto in DVD, per ricordare Kirk Douglas.

Nel 1832, l'avventuriero Jim Deakins (Kirk Douglas) e la giovane testa calda Boone – "Bill" nel doppiaggio italiano – Caudill (Dewey Martin) vengono ingaggiati come cacciatori nella spedizione guidata da Zeb Calloway (Arthur Hunnicutt) e finanziata da un mercante francese (Steven Geray). L'obiettivo: risalire il fiume Missouri a bordo di un barcone per oltre 3000 chilometri, da Saint Louis fino ai territori inesplorati del Montana, per commerciare in pellicce con gli indiani Piedi Neri. A bordo dell'imbarcazione c'è anche una donna, una giovane pellerossa chiamata Occhio d'Anitra (Elizabeth Threatt), figlia di un capo tribù da cui fu rapita anni prima: la speranza dei mercanti è che, riportandola a casa, possa aiutarli a convincere gli indigeni a trattare con loro. Pellicola epica e avventurosa di ambientazione fluviale (come il precedente "Il fiume rosso", sempre di Hawks) che racconta, in maniera romanzata e avvincente (e con qualche concessione al gusto hollywoodiano), la prima spedizione di uomini bianchi nei vasti e sconosciuti territori del Nord-Ovest ("È un territorio immenso. La sola cosa che c'è di più grande è il cielo", spiega Calloway). Durante il lungo viaggio i nostri eroi dovranno fronteggiare le forze della natura, gli attacchi di indiani ostili (i Corvi, nemici dei Piedi Neri) e gli agguati degli uomini della rivale Compagnia delle Pellicce, oltre che appianare le tensioni interne (dovute soprattutto alla presenza "tentatrice" della giovane e orgogliosa Occhio d'Anitra). Ma saranno ricompensati. La vicenda è narrata in prima persona dall'esperta guida indiana Zeb, zio di Bill: e per un western dell'epoca, mostra un'insolita simpatia verso i pellerossa (Calloway spiega che essi temono una sola cosa: la "malattia" dell'uomo bianco, ovvero l'avidità). La pellicola fu girata quasi interamente in esterni, nel Parco Nazionale di Grand Teton. Buddy Baer è il gigantesco Romaine (che potrebbe aver ispirato il personaggio di Gros-Jean nei fumetti di Tex), Hank Worden è l'indiano alcolizzato Poordevil (Pelleeossa), Jim Davis è il "cattivo" Streak (Stoker nell'edizione italiana). Due nomination agli Oscar (per Hunnicutt e per la fotografia di Russell Harlan). Esiste una versione colorizzata.

1 febbraio 2020

Il sergente York (Howard Hawks, 1941)

Il sergente York (Sergeant York)
di Howard Hawks – USA 1941
con Gary Cooper, Walter Brennan
**1/2

Visto in divx.

Quando il pacifista Alvin York (Gary Cooper), contadino delle montagne del Tennessee, viene chiamato sotto le armi per andare a combattere in Europa (siamo nel 1916, durante la Grande Guerra), cerca inizialmente di dichiararsi obiettore di coscienza. Ma cambierà idea e si dimostrerà un eroe, sconfiggendo da solo un intero plotone di soldati tedeschi durante l'offensiva sulle Argonne. Ispirato a una storia vera (York è stato uno dei soldati americani più decorati della prima guerra mondiale), un film campione d'incassi che fonde l'ingenuità e la simpatia di un personaggio alla Frank Capra con la retorica e il patriottismo: uscito nelle sale americane in concomitanza con l'attacco di Pearl Harbour, riscosse uno strepitoso successo di pubblico e spinse molti giovani spettatori – almeno così si dice – ad andare ad arruolarsi non appena usciti dal cinema. Cooper, che per prepararsi alla parte si recò in visita alla fattoria del vero Alvin York, dà vita a un personaggio semplice ma ricco di contraddizioni: nella prima parte, interamente dedicata alla vita rurale nel Tennessee, lo vediamo ubriacone, scapestrato e attaccabrighe, per poi mettere la testa a posto per amore della bella Gracie (Joan Leslie), iniziare a lavorare sodo per comprarsi un terreno e seguire gli insegnamenti del pastore locale (Walter Brennan). E in guerra riuscirà a conciliare la sua devozione e il rispetto della vita umana con l'amore per la patria e la difesa della libertà. Un personaggio, come detto, che pare uscito da un film di Capra: il sempliciotto che deve confrontarsi con un mondo esterno ben più complesso di quello in cui ha sempre vissuto (si pensi anche al finale, in cui viene accolto in patria con tutti gli onori e rifiuta le proposte di lavorare come attore o testimonial per tornare invece nella sua terra). Alla sceneggiatura ha contribuito John Huston. Dieci nomination agli Oscar, con due statuette: per Cooper come miglior attore e per il montaggio.

4 aprile 2017

Lo sport preferito dall'uomo (H. Hawks, 1964)

Lo sport preferito dall'uomo (Man's Favorite Sport?)
di Howard Hawks – USA 1964
con Rock Hudson, Paula Prentiss
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

Impiegato ai grandi magazzini Abercrombie & Fitch nel reparto di articoli sportivi, Roger Willoughby (Rock Hudson) elargisce ai clienti preziosi consigli sulla pesca ed è considerato da tutti un vero esperto nel campo, avendo anche scritto un popolare libro sull'argomento. Ma in realtà non ha mai pescato in vita sua (e non solo: è totalmente inetto in qualsiasi sport, non sa nemmeno nuotare!). Quando il suo principale (John McGiver), per fare pubblicità al negozio, lo iscrive a un importante torneo di pesca che si terrà al lago Wakapoogie, l'imbarazzato Roger è costretto a confessare la verità alle due organizzatrici, Abigail Page (Paula Prentiss) ed "Easy" Muller (Maria Perschy), che se ne prendono a cuore le sorti, cercando di insegnargli a pescare prima che la gara cominci... La presenza delle due ragazze (e in particolare di Abigail, verso la quale nutre un vero e proprio amore-odio) si rivela una fonte di guai continui per Roger, che pure – per una serie incredibile di colpi di fortuna – in qualche modo riesce a vincere il torneo... Recuperando gli stilemi della commedia screwball, in particolare quella di pellicole come "Susanna" (che lui stesso aveva diretto nel 1938), Hawks torna su temi a lui cari come la lotta fra i sessi e l'irruzione devastatrice di una donna nel mondo ordinato (sia pure soltanto in apparenza) di un uomo, il cui machismo viene crudelmente demolito. E per molti versi sembra di assistere a una commedia degli anni trenta, con un Hudson autoironico in un ruolo che allora sarebbe stato di Cary Grant: da "Susanna" tornano pure molte gag slapstick (una, quella del vestito strappato di Maria Perschy, è praticamente identica a quella del film con Katharine Hepburn), mentre altre (più deboli, come tutte quelle relative al finto capo indiano, o surreali, come quelle con l'orso) garantiscono comunque una robusta dose di divertimento. Charlene Holt è Tex Connors, la fidanzata di Roger, Norman Alden è John "Aquila Urlante". La canzone sui titoli di testa (che esplicita il doppio senso nel titolo, spiegando che "Man's favorite sport... is girls!") è di Henry Mancini.

31 luglio 2016

Un dollaro d'onore (Howard Hawks, 1959)

Un dollaro d'onore (Rio Bravo)
di Howard Hawks – USA 1959
con John Wayne, Dean Martin
***1/2

Rivisto in DVD.

Avendo arrestato Joe Burdette, il fratello di un potente proprietario terriero, con l'accusa di omicidio, lo sceriffo John T. Chance (John Wayne) è costretto a difendersi dagli agguati degli uomini di questi, che intendono liberare il prigioniero prima che dalla città più vicina giungano gli agenti federali a portarlo via. Rinchiuso nel proprio ufficio per sostenere l'assedio, Chance può contare solo sull'aiuto di Dude (Dean Martin), un tempo valido vicesceriffo ma ora diventato un ubriacone (e dunque soprannominato dai messicani "Borrachon"), del vecchio zoppo Stumpy (Walter Brennan) e del giovane Colorado Ryan (Ricky Nelson). A sostenerlo a distanza c'è anche la bella Feathers (Angie Dickinson), vedova di un baro che spera di rifarsi una vita al suo fianco. Il capolavoro western di Howard Hawks, una delle pellicole più classiche e iconiche del genere, è costruito su una trama lineare, un setting circoscritto (predominano gli ambienti chiusi) e dinamiche chiare e vivaci che a tratti sconfinano nella commedia (gli scambi di battute sdrammatizzanti fra lo sceriffo e i suoi compagni, ma anche le schermaglie fra Chance e la ragazza, reminiscenti fra l'altro delle pellicole screwball dirette dallo stesso Hawks). La regia non si concede vezzi inutili e rinuncia quasi del tutto ai primi piani (ce ne sono soltanto quattro in oltre due ore di film), mentre la sceneggiatura (di Leigh Brackett, da un soggetto di Barbara Hawks, la figlia del regista, che si firma con lo pseudonimo B. H. McCampbell) caratterizza ogni personaggio in maniera tradizionale ma efficace con pochissimi tratti, rendendo palpabile in particolare il cameratismo che si viene a formare in attesa dell'attacco da parte dei nemici. Esemplare il momento in cui i protagonisti si intrattengono con le canzoni "My Rifle, My Pony, and Me" (cantata da Dean Martin) e "Get Along Home, Cindy" (cantata da Ricky Nelson). Diegeticamente la colonna sonora comprende anche il "Degüello" ("il canto della morte"), il brano messicano legato alla battaglia di Alamo, che il cattivo fa suonare in continuazione agli uomini del saloon come a voler segnalare che la lotta sarà senza quartiere.

Com'è noto, il film fu pensato da Hawks e Wayne come risposta "reazionaria" a "Mezzogiorno di fuoco", che i due non avevano gradito, mal digerendo una figura di sceriffo che andava in giro a chiedere aiuto agli altri anziché cercare di cavarsela da solo (ma il film di Zinnemann era inteso come una metafora del Maccartismo, delle liste nere e dei tradimenti da parte degli amici). Qui, invece, i protagonisti non solo rifiutano gli aiuti che gli vengono offerti (dal mandriano Pat Wheeler, dalla ragazza, dalla coppia di messicani che gestisce l'albergo) per non mettere in pericolo le vite altrui, ma fanno di tutto per vincere da soli e coraggiosamente le proprie paure, i propri limiti e i propri spettri (come nel caso di Dude, che per tutta la pellicola lotta contro le crisi di astinenza, le mani che tremano – si pensi alla scena ricorrente in cui cerca di arrotolarsi una sigaretta – e la tentazione di tornare ad affogarsi nell'alcool). Proprio il personaggio interpretato da Dean Martin è la vera figura centrale del film, quasi più di quella di John Wayne, al punto che il titolo italiano fa riferimento alla scena che lo introduce, in cui lo sprezzante Joe Burdette si prende gioco di lui lanciandogli una moneta nella sputacchiera del saloon. Scena notevolissima, fra l'altro, perché completamente muta, con ogni azione dei personaggi sottolineata e accompagnata dalla bella colonna sonora di Dimitri Tiomkin. Il titolo originale, invece, è assai più generico: Rio Bravo non è un fiume, ma il nome della cittadina in cui si svolge la storia, nonché il titolo alla canzone che si sente sui titoli di coda. Da non confondere con "Rio Grande" di John Ford, sempre interpretato da Wayne, che nella versione italiana si intitola appunto "Rio Bravo". Meritano una menzione lo scenografo Ralph S. Hurt (che costruì dei set in scala leggermente ridotta per far risaltare di più la statura degli attori) e il direttore della fotografia Russell Harlan (che usa il technicolor in maniera quasi pittorica). Ward Bond è l'amico Pat Wheeler, John Russell e Claude Akins sono i fratelli Burdette, mentre Harry Carey Jr. sarebbe dovuto apparire in una scena tagliata in fase di montaggio. Nella versione italiana il nome dello sceriffo è modificato in John G. Chance per rendere la battuta di Feathers "G come guaio" (in originale "T for trouble"). Molti i remake (due dei quali dello stesso Hakws con John Wayne: "El Dorado" e "Rio Lobo") e le rivisitazioni (a partire da "Distretto 13" di John Carpenter).

26 novembre 2014

Scarface (Howard Hawks, 1932)

Scarface - Lo sfregiato (Scarface)
di Howard Hawks – USA 1932
con Paul Muni, Ann Dvorak
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

L'ascesa del gangster italo-americano Antonio "Tony" Camonte (Paul Muni) – detto "Lo sfregiato" per via della cicatrice a forma di croce sulla guancia – da semplice guardaspalla fino a capo indiscusso della malavita organizzata di Chicago nell'era del proibizionismo. Dopo aver eliminato il vecchio boss "Big" Louie Costillo per conto del rampante Johnny Lovo (Osgood Perkins), che assume così il controllo del lato sud della città, Camonte si sostituirà a quest'ultimo per iniziare una vera e propria guerra contro gli irlandesi del lato nord, guidati da Gaffney (Boris Karloff), che si concluderà con la vittoria degli italiani. Al culmine del potere, e dopo aver sottratto a Lovo anche la sua ragazza Poppy (Karen Morley), Tony verrà tradito dalla gelosia morbosa che prova per la sorella Francesca (Ann Dvorak): gli ucciderà il marito, che pure era il suo fedele braccio destro Rinaldo (George Raft), e verrà braccato dalla polizia, che lo eliminerà dopo un assedio alla sua casa blindata. Ispirato a personaggi reali (il protagonista è di fatto Al Capone) e a numerosi eventi di cronaca nera di quegli anni (fra gli altri, la strage di San Valentino), il film è considerato – insieme agli immediatamente precedenti "Piccolo Cesare" e "Nemico pubblico" (entrambi del 1931) – uno dei capostitipi di quel filone gangsteristico che avrebbe continuato a furoreggiare nel cinema americano negli anni a venire. Muni appare qui nel ruolo più celebre della sua carriera, e dà vita a un personaggio sfaccettato e carismatico, ambizioso e violento ma anche sarcastico e amante della bella vita (donne, abiti, auto, gioielli); ma la vera star divenne George Raft, alla sua seconda apparizione sullo schermo, che conquistò gli spettatori nel ruolo del fedele sottoposto Gino (in originale "Guino"), caratterizzato dall'abitudine di lanciare continuamente in aria una moneta per poi riafferrarla al volo. Nel comparto femminile, più della bionda Karen Morley rimane impressa la giovane Ann Dvorak nei panni di "Cesca", la sorella di Tony, a lui legata a filo doppio.

Lo sceneggiatore Ben Hecht adattò il romanzo di Armitage Trail in soli 11 giorni: al resto bastarono l'ottima prova degli interpreti, l'agile e dinamica regia di Hawks, l'affascinante fotografia che gioca con le ombre e il chiaroscuro, e il notevole sforzo produttivo di Howard Hughes (le scene degli inseguimenti e delle sparatorie sono decisamente energetiche e realistiche per l'epoca). Da sottolineare il tema ricorrente della croce: dallo sfregio sul volto di Tony, alle croci che compaiono sullo schermo quasi in ogni occasione in cui il protagonista commette un omicidio. In particolare, celebri sono le scene in cui uno dei gangster rivali rimane a terra sul selciato nel punto in cui l'ombra di un segnale stradale proietta una croce proprio sul suo corpo; le sette croci nel soffitto del garage in cui avviene la strage di San Valentino (con sette vittime, ovviamente); e la croce di luce sul muro alle spalle di Gino quando viene ucciso da Tony (dietro una porta la cui targhetta, naturalmente, reca una "X"). La censura, che temeva che il film celebrasse eccessivamente la vita dei gangster, obbligò Hawks e Hughes a modificare alcuni punti (nello script originale la madre di Tony non condannava lo stile di vita del figlio; ed era prevista una sequenza che mostrava chiaramente la complicità dei politici negli affari dei criminali) e il finale (la morte di Tony avrebbe dovuto essere molto più eroica), oltre a pretendere che fosse aggiunto il sottotitolo "The shame of the nation" ("La vergogna della nazione"). Forse anche per questo, alcuni cartelli a inizio pellicola – oltre ad avvisare che si tratta di una storia vera – invitano il pubblico a protestare contro un governo che non faceva abbastanza per combattere il crimine organizzato: un concetto ripetuto durante il film da un paio di "tirate" un po' retoriche, quella del capo della polizia e quella del direttore del giornale, che sembrano corpi estranei rispetto a tutto il resto. Memorabile il motto "The World is Yours", veicolato da un'insegna luminosa, che commenta cinicamente la morte di Tony nel finale. Jean-Luc Godard lo considerava il miglior film sonoro mai girato negli Stati Uniti. Rifatto nel 1983 da Brian De Palma con Al Pacino (con la vicenda trasportata nella Miami degli anni ottanta, fra esuli cubani e trafficanti di droga).

17 novembre 2013

Arcipelago in fiamme (H. Hawks, 1943)

Arcipelago in fiamme (Air force)
di Howard Hawks – USA 1943
con John Garfield, John Ridgely, Harry Carey
**1/2

Visto in divx.

Girata nei concitati mesi del 1942 (l'obiettivo era quello di uscire nelle sale il 7 dicembre, primo anniversario dell'attacco di Pearl Harbor, ma i ritardi nella lavorazione ne posticiparono la "prima" di due mesi), la pellicola racconta i primi giorni dell'ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, superando i limiti del film di propaganda grazie alla maestria registica di Hawks e a una sceneggiatura che si concentra più sulla descrizione dei personaggi e dei loro drammi personali che non sugli eventi storici, visti sempre attraverso la prospettiva umana. Testimoni e protagonisti dei fatti sono un gruppo di militari dell'aviazione americana, membri dell'equipaggio di un bombardiere B-17, che assistono impotenti all'attacco giapponese a Pearl Harbor (erano decollati da poco da San Francisco per raggiungere proprio le Hawaii) e da lì si gettano a capofitto in battaglia, dirigendosi verso le Filippine e partecipando ai primi scontri nel Pacifico. L'impostazione è corale (il cast è privo di vere stelle, ma assai bilanciato), con personaggi che coprono tutto lo spettro del genere bellico, dal veterano fatalista alla recluta inesperta ma piena di entusiasmo; e non manca nemmeno la "mascotte", un cagnolino che abbaia quando sente un nome giapponese! Nonostante qualche iniziale incomprensione e battibecco, il gruppo si rivela compatto e ognuno fa la propria parte: si teme per le sorti di madri, mogli e sorelle rimaste a terra, si soffrono gravi perdite, si combatte tutti uniti e coraggiosamente, e anche l'unico (John Garfield) che all'inizio si mostra cinico e disilluso, persino intenzionato a congedarsi al più presto, cambia rapidamente opinione e si rivela capace di atti eroici. Proprio l'eroismo e il coraggio degli avieri americani (che contrasta con la codardia e il "tradimento" dei nemici) emergono in ogni momento di un film che aveva, fra i suoi scopi, quello di coinvolgere ed esaltare il pubblico e di fargli pregustare immediatamente una rivincita sull'attacco subito dai giapponesi. Ma Hawks, come detto, è bravo a non eccedere in retorica o in glorificazione, a mantenere sempre il focus sui personaggi, a curare la verosimiglianza storica e il realismo: spettacolari, in particolare, le scene di combattimento aereo e il bombardamento finale sulla flotta giapponese che tentava di raggiungere l'Australia (un evento ispirato alla Battaglia del Mar dei Coralli). Gran parte della pellicola si svolge comunque all'interno del B-17, esso stesso un vero e proprio personaggio del film, tanto che l'equipaggio lo chiama confidenzialmente "Mary-Ann" ("Marianna" nel doppiaggio italiano). Quanto alle scene di volo, solo in parte vennero usati modellini: molte sequenze furono girate in basi americane con la collaborazione delle forze aeree, per lo più in Florida, con il coordinamento tecnico del pilota Paul Mantz. La sceneggiatura di Dudley Nichols, ancora incompleta al momento di cominciare le riprese, dedicava ampio spazio all'introduzione e alla caratterizzazione dei vari personaggi, ma fu sfrondata per esigenze di tempo e modificata sul set da Hawks stesso e nientemeno che da William Faulkner, ingaggiato per riscrivere due scene (fra cui quella della morte di John Ridgely). Grazie a tutto ciò, oggi la pellicola può essere goduta anche come "semplice" film di guerra, dal ritmo serrato e coinvolgente, e non solo come documento storico, al di là degli intenti patriottici e propagandistici. Nota a margine: curiosa (e profetica) la scena in cui il pilota di caccia interpretato da James Brown immagina un futuro in cui i velivoli saranno del tutto automatizzati e la guerra si combatterà senza uomini, solo schiacciando un bottone.

25 luglio 2012

Susanna (Howard Hawks, 1938)

Susanna (Bringing Up Baby)
di Howard Hawks – USA 1938
con Cary Grant, Katharine Hepburn
***1/2

Rivisto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il timido paleontologo David Huxley (Grant), in procinto di sposarsi e alla disperata ricerca di un finanziamento per il proprio museo, viene coinvolto dalla svagata e capricciosa ereditiera Susan (Hepburn, la “Susanna” del titolo italiano) in una serie di guai senza fine, soprattutto a causa di un leopardo addomesticato, Baby, che è stato inviato alla ragazza dal fratello, cacciatore in Africa, e che deve essere trasportato fino alla fattoria di famiglia nel Connecticut. A complicare le cose si aggiungono una zia impicciona, un cagnolino che trafuga un prezioso osso di dinosauro, una fidanzata da sposare e un altro leopardo fuggito dallo zoo (a differenza di Baby, tutt’altro che mansueto). Se si dovesse eleggere il film che più di ogni altro esemplifica cos'è la "screwball comedy", ovvero quel particolare sottogenere di commedia romantica all'insegna del ritmo incalzante, delle situazioni eccentriche e della "guerra fra i sessi", non pochi sceglierebbero proprio questa pellicola. Fra gag e sottili allusioni sessuali imposte dal codice Hays (i dialoghi frizzanti della prima parte, la scena al ristorante in cui si strappano gli abiti, il travestitismo di Grant), eventi che si concatenano l’uno nell’altro in maniera sublimamente lineare, il comportamento stravagante e sopra le righe della Hepburn che ignora o travalica le leggi e le regole sociali (esilarante la sua performance, nell’ufficio dello sceriffo, quando si cala nei panni di una poco di buono), gli equivoci e gli scambi di persona, e ovviamente il classico tema dello scontro fra due personaggi che, attraverso peripezie di ogni tipo, finiranno con l’innamorarsi, il film si snoda con pochi attimi di tregua (giusto le ripetute scene della caccia al leopardo nella seconda parte si dilungano un po’ troppo) fino all’immancabile – e “catastrofico” – lieto fine. Meravigliosi i due interpreti (ma ottimi anche i comprimari, da Charles Ruggles a May Robson) e indimenticabili i due animali: il leopardo Baby, che si calma soltanto udendo la canzone “I can’t give you anything but love, Baby”, e il cagnolino George (Skippy, ovvero l'Asta de "L'uomo ombra"), che Grant insegue in continuazione nella speranza di recuperare il suo prezioso osso. Il film ebbe scarso successo alla sua uscita (contribuendo alla momentanea fama della Hepburn come “box office poison”, anche se al contempo la liberò dalla gabbia dei “drammoni melodrammatici” lanciandola verso la commedia sofisticata) ma venne rivalutato in seguito, fino a conquistare un posto di prestigio nella storia della commedia cinematografica americana. Da vedere, se possibile, in lingua originale: il ridoppiaggio italiano altera infatti i dialoghi (per esempio eliminando quello che passò alla storia come il primo utilizzo sullo schermo della parola "gay" nel senso di omosessuale, quando Grant – interrogato sul perché indossi una vestaglia femminile – sbotta in un "Perché sono diventato gay tutto d’un tratto!") e appiattisce il tono generale, riducendo il divertimento.

4 febbraio 2009

La signora del venerdì (H. Hawks, 1940)

La signora del venerdì (His girl friday)
di Howard Hawks – USA 1940
con Rosalind Russell, Cary Grant
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

La giornalista d'assalto Hildy Johnson comunica al suo capo (ed ex marito) Walter Burns che intende licenziarsi per convolare a nozze con uno scialbo assicuratore (Ralph Bellamy). Ma prima di partire Burns riesce a convincerla a occuparsi di un ultimo fatto di cronaca, l'imminente esecuzione di un uomo accusato di aver ucciso un poliziotto. L'evolversi della vicenza (il condannato riesce ad evadere e si nasconde proprio nella sala stampa dove Hildy e i suoi colleghi stanno lavorando) e gli intrighi di Burns riusciranno a fare cambiare idea a Hildy e a farle capire che in fondo ama troppo il giornalismo per rinunciarvi: un mestiere che richiede molti sacrifici ma che è capace di grandi gratificazioni, come la soddisfazione di smascherare la corruzione dei potenti. Caratterizzato da dialoghi vivacissimi e da un ritmo frizzante, il film è tratto dalla commedia teatrale "The Front Page" di Ben Hecht e Charles MacArthur (all'epoca giornalisti, poi brillanti sceneggiatori), già portata sullo schermo nel 1931 da Lewis Milestone (ma la versione più celebre sarà quella di Billy Wilder del 1974, "Prima pagina", con Jack Lemmon e Walter Matthau) e ne modifica notevolmente alcuni aspetti, in particolare trasformando il protagonista da uomo a donna: in questo modo i suoi battibecchi con il direttore del quotidiano assumono i toni della classica battaglia fra sessi, e il film diventa anche una commedia romantica (oltre che lottare per farla restare al giornale, Grant vuole anche riconquistarla). La Russell è dinamica e spigliata, unica reporter donna in un mondo di uomini, mentre Grant veste il suo solito ruolo da simpatica canaglia, pronto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi. Da sottolineare una battuta metacinematografica: per descrivere l'aspetto del promesso sposo di Hildy, Burns dice che "assomiglia a quell'attore... a Ralph Bellamy". Il titolo italiano traduce alla lettera un'espressione gergale, derivata dal romanzo "Robinson Crusoe": girl friday significa "assistente tuttofare".

10 marzo 2008

Il grande sonno (Howard Hawks, 1946)

Il grande sonno (The big sleep)
di Howard Hawks – USA 1946
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***1/2

Rivisto in DVD.

Insieme a "Il mistero del falco" (realizzato cinque anni prima e dove Bogart interpretava Sam Spade, un altro celebre detective), è il prototipo del genere noir investigativo nonché il film che più ha cementato nell'immaginario collettivo la figura di "Bogey" come poliziotto privato cinico ma romantico, duro ma fragile, fedele ma disincantato. Philip Marlowe è uno dei personaggi più memorabili della storia del cinema, "occhio privato" onesto e ribelle, non privo di dignità e senso dell'umorismo. Ingaggiato dall'anziano miliardario Sternwood perché trovi chi lo sta ricattando, scopre che nell'intrigo – che è ben più ramificato del previsto e sfocia in una serie di omicidi – sono coinvolte anche le due bellissime e viziate figlie del vecchio, Carmen e Vivien: e con la maggiore, interpretata da una Lauren Bacall che a quel tempo faceva coppia fissa con Bogart (sulla qual cosa il regista gioca sin dai titoli di testa, con la favolosa silhouette dei due che si fumano una sigaretta), scatta il colpo di fulmine. La trama, che segue più o meno fedelmente quella del romanzo di Raymond Chandler (uno dei miei scrittori preferiti), è complessa e convoluta ai limiti dell'intellegibilità, con una caterva di nomi, personaggi e situazioni che si succedono senza fiato. Un aneddoto vuole che sul set nemmeno il regista e gli attori riuscissero a capire che cosa stesse succedendo, tanto da essere costretti a un certo punto a spedire un telegramma a Chandler perché chiarisse chi avesse veramente ucciso l'autista degli Sternwood, o se magari si fosse suicidato: e lo scrittore rispose che non lo sapeva nemmeno lui! Ma naturalmente, facezie a parte, pur trattandosi di un giallo in cui ogni tassello deve andare al posto giusto, quello che conta nel film è l'atmosfera, cupa e morbosa, ravvivata da squarci solari come gli incontri di Marlowe con le tante splendide donnine che lo aiutano nel corso dell'indagine (la libraia, la tassista, le guardarobiere...) e dall'ottima interpretazione dei comprimari che tratteggiano con pochissimi tocchi personaggi minori eppure indimenticabili: Charles Waldron nei panni dell'anziano generale Sternwood, John Ridgely in quelli del losco Eddie Mars, Elisha Cook jr. in quelli dello sfortunato Harry Jones, e ancora Bob Steele (il killer Canino), Louis Heydt (la mezzatacca Joe Brody), Sonia Darrin (l'ambiziosa Agnes), e molti altri. Memorabili anche i dialoghi e le frasi lapidarie, come "In questa città girano troppe pistole e troppo pochi cervelli", o l'ultimo scambio di battute fra i due protagonisti: "Cos'hai che non va?" "Nulla che tu non possa sistemare".

Nota: esiste una versione precedente del film (chiamiamola director's cut), mai uscita nelle sale cinematografiche americane, nella quale la parte di Lauren Bacall era considerevolmente meno ampia. In seguito alla crescente popolarità della diva e alla sua love story con Bogey, i produttori decisero infatti di aumentare il suo spazio sullo schermo e Hawks fu costretto a rigirare intere sequenze (compreso il finale), sacrificando una scena in cui Marlowe ricapitolava tutta la vicenda a beneficio del procuratore generale (e degli spettatori!).

12 ottobre 2007

Ero uno sposo di guerra (H. Hawks, 1949)

Ero uno sposo di guerra (I was a male war bride)
di Howard Hawks – USA 1949
con Cary Grant, Ann Sheridan
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Nella Germania del dopoguerra, fra bisticci e litigate di ogni tipo, un capitano dell'esercito francese (Grant) e un tenente dell'esercito americano (la Sheridan) scoprono di essere innamorati e decidono di sposarsi. Il problema sorge quando intendono trasferirsi negli Stati Uniti: per ottenere il permesso di soggiorno, il marito è costretto a far ricorso alla legge che regola l'immigrazione dei coniugi dei militari all'estero, la norma sulle cosiddette "spose di guerra", che però nessuno prevedeva di dover applicare a un uomo. Dopo una prima parte basata sul conflitto fra i sessi (tema abituale per il regista), la seconda metà del film gioca invece sul ribaltamento dei ruoli, con Grant che giunge a doversi travestire da donna pur di averla vinta sulla burocrazia e sull'ottusità delle forze armate. Divertente ma un po' datato, non è uno degli Hawks migliori anche se qualche risata, soprattutto nel finale, la strappa.

2 luglio 2007

Acque del sud (H. Hawks, 1944)

Acque del sud (To have and have not)
di Howard Hawks – USA 1944
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Harry Morgan (Bogart), americano in Martinica che fra i patrioti clandestini fedeli alla Francia libera e i funzionari del governo di Vichy cerca di mantenersi neutrale e si guadagna da vivere portando i turisti a pesca di marlin con la sua barca, viene coinvolto nella guerra quando accetta di trasportare un membro della resistenza in cambio del denaro necessario a permettere alla giovane e affascinante Marie (Bacall), borseggiatrice e aspirante cantante, di acquistare il biglietto per tornare a casa. Inutile dire che invece lei non lo lascerà e, anzi, riuscirà a "prenderlo al laccio". Tratto da un romanzo su commissione di Hemingway (ma la storia è stata spostata dall'originale Florida e sono stati eliminati tutti i riferimenti sociali che avrebbero giustificato il titolo originale), questo film soffre in maniera eccessiva della sindrome di "Casablanca". È evidente, infatti, che l'intenzione dei produttori fosse quella di replicare il successo del lungometraggio di Curtiz, riprendendone temi, personaggi e proponendo un'ambientazione simile. Ma la tensione c'è solo a tratti, nonostante la bravura degli attori e alcuni elementi tipicamente hawksiani (come l'ambiente circoscritto e il protagonista cinico). Il cast è completato da Walter Brennan nella parte dell'assistente ubriacone di Bogey. Fra battute memorabili ("Se mi vuoi, fa' un fischio. Sai fischiare, vero?") e luoghi comuni, il film scorre in fondo senza entusiasmare. È da ricordare soprattutto perché si tratta della prima apparizione sullo schermo di Lauren Bacall (che aveva soltanto 19 anni!), oltre che del suo primo incontro con Bogart. I due si innamorarono durante le riprese: Hawks disse che in realtà Bogey si era infatuato del personaggio da lei interpretato, che così fu costretta a recitarlo per il resto della vita. Ma pare (stando all'IMDb), che lo stesso Hawks, che aveva la fama di donnaiolo, fosse geloso che l'attrice si fosse innamorata di Bogart e non di lui.

29 gennaio 2007

Hatari! (Howard Hawks, 1962)

Hatari!

Hatari! (id.)
di Howard Hawks – USA 1962
con John Wayne, Elsa Martinelli
***

Visto in DVD, con Martin.

Successivo di quasi 25 anni ad "Avventurieri dell'aria", che io e Martin abbiamo visto qualche settimana fa, all'inizio ne sembra quasi un remake ambientato fra i cacciatori nella savana africana anziché fra i piloti postali del Sudamerica. I temi sono gli stessi: un gruppo di uomini coraggiosi di varie nazionalità e provenienti da differenti background si ritrova in un luogo impervio e fuori dal mondo per svolgere un mestiere difficile e pericoloso; le poche donne sono oggetto di contesa, oppure destinate a conquistare il cuore del capo del gruppo (qui Wayne, lì Grant), misogino perché scottato da un'esperienza precedente; e non mancano l'amicizia virile, il senso dell'umorismo e l'iniziale diffidenza verso il nuovo venuto che poi si conquista la fiducia degli altri... Rispetto all'altro film, però, il tono si rivela molto più leggero e vira spesso verso la commedia: le scene con gli elefanti e tutto l'inseguimento finale in città, per esempio, ricordano addirittura le pellicole slapstick di Hawks come "Susanna" (anche lì, a ben pensarci, c'era un animale selvaggio, il leopardo Baby, naturalmente associato a una donna come "portatrice di guai" in un ambiente maschile). E come dimenticare la musichetta che accompagna Anna (la fotografa italiana, intepretata da Elsa Martinelli) e gli elefanti quando si recano alla pozza d'acqua, così simile al tema dei Chocobo di "Final Fantasy VII"? Il brano, composto da Henry Mancini, divenne molto popolare con il titolo "Baby Elephant Walk" ed è stato reinterpretato da molti musicisti in stili diversi: dunque non è da escludere che Nobuo Uematsu, il compositore del videogioco, vi si sia ispirato al momento di ideare la marcia dei Chocobo. Hawks, come al solito, fa un ottimo lavoro: tutte le scene con gli animali sono davvero molto belle e soprattutto realistiche, altro che la CGI di oggi! Curioso comunque come il mestiere dei protagonisti (quello di catturare gli animali selvaggi per venderli agli zoo), presentato negli anni sessanta in chiave avventurosa, affascinante e positiva, già pochi decenni dopo li avrebbe invece resi automaticamente dei cattivi per via dell'ambientalismo e del politically correct. Più volte, mentre guardavo il film, mi sono divertito a immaginare un cross-over con "Io sto con gli ippopotami"! Bud Spencer contro John Wayne: chi vincerebbe? Un'ultima nota: "Hatari!" significa "Pericolo!" in Swahili. Nel film questa parola si sente quando gli indigeni fuggono davanti al razzo costruito da Red Buttons per catturare le scimmie.

7 gennaio 2007

Avventurieri dell'aria (H. Hawks, 1939)

Avventurieri dell'aria (Only angels have wings)
di Howard Hawks – USA 1939
con Cary Grant, Jean Harlow
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Visto in DVD, con Martin.

La vita, gli amori, le tragedie di un gruppo di piloti civili che svolge il servizio postale in un'imprecisato paese dell'America Latina, fra il porto e le montagne perennemente immerse nella nebbia e nel maltempo. Cary Grant è il capo del gruppo, cinico e indurito dalle esperienze ma abile e benvoluto da tutti; Jean Harlow è la bionda che si innamora di lui nonostante il rischio, che incombe continuamente, di non vederlo tornare da una missione; Richard Barthelmess è un altro pilota con un passato scomodo da dimenticare; Rita Hayworth è sua moglie, nonché ex fiamma di Grant, in un ruolo un po' sacrificato (ma "Gilda" era ancora lontana da venire). Hawks è bravissimo a descrivere l'ambiente e a far interagire fra loro personaggi ben caratterizzati. Un piccolo gioiellino con molti temi tipici del regista, dall'amicizia virile al conflitto fra i sessi, dall'eroismo stemperato dall'ironia al rischio della morte incombente.