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28 aprile 2023

Brooklyn (John Crowley, 2015)

Brooklyn (id.)
di John Crowley – GB/Irlanda/Canada 2015
con Saoirse Ronan, Emory Cohen
**

Visto in divx.

All'inizio degli anni Cinquanta, la giovane e sensibile Eilis (Saoirse Ronan) decide di abbandonare il piccolo villaggio irlandese in cui è nata e vissuta per andare in cerca di fortuna e di una nuova vita in America. La traversata in piroscafo e i primi passi a Brooklyn, dove risiede in un pensionato femminile e lavora come commessa in un grande magazzino, saranno difficili; ma pian piano la timida e insicura ragazza riuscirà a trovare un proprio spazio vitale nel nuovo mondo, e persino un fidanzato, l'italiano Tony (Emory Cohen), che sposerà in segreto. Ma quando la morte improvvisa della sorella Rose la costringerà a un breve ritorno in Irlanda, la nostalgia e l'infatuazione per un ragazzo locale, Jim (Domhnall Gleeson), rischieranno di mettere a repentaglio il suo progetto di vita... Da un romanzo di Colm Tóibín, sceneggiato da Nick Hornby, una pellicola romantica e di coming-of-age con una protagonista contesa fra due mondi, la patria di nascita (cui è legata e affezionata ma dove è anche prigioniera di obblighi familiari e sociali, ed è limitata da persone e ambienti chiusi, gretti e meschini) e quella d'adozione (dove non mancano le difficoltà, ma anche le opportunità e le possibilità di scoprire e realizzare veramente sé stessa, lasciando da parte le insicurezze). La regia dell'irlandese Crowley è un po' ingessata, ma d'altro canto l'intero film è un po' troppo formale stilisticamente, con una recitazione trattenuta, una fotografia patinata e una colonna sonora di maniera: certo, il tutto è voluto (come spesso nel cinema britannico) e ha anche un suo lento e freddo fascino. Peccato per qualche stereotipo di troppo (vedi per esempio gli italo-americani). Nel cast anche Jim Broadbent (il prete) e Julie Walters (la proprietaria del pensionato). Grande successo critico, con tre nomination agli Oscar (per il film, l'attrice e la sceneggiatura).

8 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola (Martin McDonagh, 2022)

Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
di Martin McDonagh – Irlanda/GB/USA 2022
con Colin Farrell, Brendan Gleeson
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Mentre in Irlanda infuria la guerra civile (siamo nel 1923), sulla piccola isola di Inisherin, al largo della terraferma, si svolge un altro tipo di guerra: quella fra Pádraic (Colin Farrell) e Colm (Brendan Gleeson), migliori amici da sempre, o almeno fino a quando il secondo – artista e musicista dilettante – ha deciso unilateralmente di non voler più avere niente a che fare con il primo – piccolo allevatore – e di rifiutarne la compagnia. Questo perché, a suo dire, l'amico è "noioso", gli fa sprecare il suo tempo e lo distrae dal tentativo di comporre qualcosa (come la canzone che dà il titolo originale al film) destinato a restare dopo la sua morte. Il semplice e gentile Pádraic ci resta male, e fa di tutto per riconnettersi con l'amico, che dal suo canto dimostra la propria ostinazione nel modo più drastico. E in una piccola isola dove tutti sanno e sparlano di tutti (memorabili i personaggi di contorno, quasi un "coro" greco: dall'oste e dagli avventori del pub, al prete, al poliziotto, alla vecchia "strega" con le sue previsioni funeree), anche altri personaggi si sentono rinchiusi nella trappola di un microcosmo angusto: la sorella di Pádraic, Siobhán (Kerry Condon), appassionata di letteratura e come tale ritenuta eccentrica dagli abitanti dell'isola; e il giovane Dominic (Barry Keoghan), lo "scemo del villaggio", figlio del poliziotto locale da cui viene maltrattato e abusato. L'isola di Inisherin, con i suoi magnifici scenari naturali (le scogliere rocciose, i campi verdi e pietrosi, le spiagge deserte), fa da sfondo perfetto a una vicenda "piccola" ma in qualche modo universale, che vede personaggi mettere a confronto diverse filosofie di vita (l'ambizione umana e artistica di "fare qualcosa di importante" per non sprecare la propria esistenza, contro il desiderio di restare gentili e compassionevoli e di cercare la felicità nell'"ora e qui"), entrambe valide, tanto che non si può dire che uno dei due punti di vista sia sbagliato o migliore dell'altro. E l'intensità della narrazione si colora occasionalmente di toni comici, grotteschi o persino soprannaturali. Eccellente il cast (sia Farrell che Gleeson avevano già recitato in coppia per McDonagh nel precedente "In Bruges"). Espressivi anche gli animali (l'asina e la puledra di Pádraic, il cane di Colm), che osservano con i loro sguardi il dipanarsi della vicenda. Premio per la miglior sceneggiatura (e coppa Volpi a Farrell come miglior attore) alla mostra del cinema di Venezia. Nove candidature agli Oscar: quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura, il montaggio, la colonna sonora, e ben quattro per gli attori (Farrell, Gleeson, Keoghan e Condon).

14 luglio 2021

Calvario (John Michael McDonagh, 2014)

Calvario (Calvary)
di John Michael McDonagh – Irlanda 2014
con Brendan Gleeson, Kelly Reilly
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Padre James (Gleeson), prete in una cittadina costiera in Irlanda, è un brav'uomo e un ottimo conoscitore della natura umana, nonostante (o forse proprio per) il suo passato da laico (ha anche una figlia) e da alcolizzato. Per questo, quando nel segreto del confessionale riceve la notizia che uno dei suoi fedeli – lui sa di chi si tratta, noi spettatori no – intende ucciderlo la domenica successiva, come punizione per i peccati della Chiesa e dei “preti cattivi” che avevano abusato di lui da piccolo, non si scompone più di tanto. Trascorrerà la settimana seguente, forse l'ultima della sua vita, continuando a svolgere i propri compiti, facendo visita ai parrocchiani (ciascuno con i propri problemi, e fra i quali non mancano personalità decisamente eccentriche), riallacciando i rapporti con la problematica figlia che è giunta da trovarlo da Dublino, e naturalmente riflettendo sulla morte (complice anche un'estrema unzione), sui peccati, ma anche sulle virtù. Proprio come il “calvario” evocato dal titolo, l'attesa si carica di dolore e sofferenza man mano che ci si avvicina alla meta finale (la sua chiesa viene bruciata, il cane viene ucciso). E anche se lui personalmente non è colpevole, accetta in qualche modo il suo ruolo di capro espiatorio, consapevole e volontario ma non vittimistico, andando incontro a un sacrificio quasi inevitabile per espiare i peccati altrui. Insolita e originale riflessione sul tema della pedofilia nella Chiesa cattolica, anche se questo viene affrontato solo tangenzialmente. Il vero argomento è, appunto, quello del sacrificio: e nonostante il sottotesto religioso e potenzialmente astratto, il film si rivela incredibilmente umano e per nulla trascendente (si parla molto di uomini e in fondo poco di Dio), riuscendo a stemperare in toni persino leggeri quella che in mani diverse sarebbe stata una storia assai “pesante” e retorica. Merito di un eccezionale protagonista (il sempre ottimo Gleeson: ma anche i numerosi comprimari sono da elogiare), di una regia competente e misurata e di una fotografia dai colori caldi che rende giustizia tanto ai personaggi quanto ai sublimi paesaggi della costa e della natura irlandese (cui, forse non a caso, è dedicata un'ultima fugace immagine celata fra i titoli di coda). Il vasto cast di contorno attorno a Gleeson (che per McDonagh, qui al secondo lavoro, aveva già recitato in “Un poliziotto da happy hour”, altro ottimo film purtroppo rovinato dallo stupido titolo italiano) comprende Kelly Reilly (la figlia Fiona), Chris O'Dowd, Aidan Gillen, Dylan Moran, Isaach de Bankolé, M. Emmet Walsh, Orla O'Rourke, Marie-Josée Croze, David Wilmot e Domhnall Gleeson.

28 aprile 2021

Six shooter (Martin McDonagh, 2004)

Six shooter (id.)
di Martin McDonagh – Irlanda/GB 2004
con Brendan Gleeson, Rúaidhrí Conroy
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Mentre torna a casa in treno, subito dopo la morte della moglie in ospedale, un uomo (Brendan Gleeson) si ritrova a viaggiare insieme a uno strano giovane scapestrato e psicotico (Rúaidhrí Conroy) che lo sovrasta con discorsi bizzarri e irriverenti, senza apparente rispetto per la morte e il dolore suo e degli altri occupanti della carrozza, una coppia (Dan Wilmot e Aisling O'Sullivan) che ha appena perso il figlio. Questo breve corto, pluripremiato dalla critica (ha vinto anche l'Oscar come miglior cortometraggio dal vivo), segna il debutto come regista cinematografico di Martin McDonagh, già sceneggiatore e autore di teatro (nonché fratello minore di un altro regista, John Michael McDonagh), che poi dirigerà "In Bruges" e "Tre manifesti a Ebbing, Missouri". Il tema – condito da alcuni tocchi di humour nero e con qualche colpo di scena nel finale – è quello dell'insensatezza della morte improvvisa di una persona cara, che ciascuno affronta a proprio modo: chi chiudendosi nel proprio dolore (il protagonista), chi esternandolo (la coppia di passeggeri), chi prendendosi beffe del mondo intero (il ragazzo, che racconta barzellette e non ha peli sulla lingua). La pellicola segna anche l'esordio come attore di Domhnall Gleeson, figlio di Brendan, nella piccola parte del venditore di bevande e snack a bordo del treno.

19 aprile 2021

Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

Frank (id.)
di Lenny Abrahamson – Irlanda/GB 2014
con Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal
***

Visto in TV (Prime Video).

Jon (Domhnall Gleeson), giovane musicista e aspirante songwriter, viene assunto per caso come tastierista dai Soronprfbs, scalcinata e stravagante band sperimentale, il cui misterioso e carismatico leader Frank indossa sempre un capoccione gigante di cartapesta che ne nasconde le reali fattezze. Dopo un anno trascorso in un cottage nei boschi irlandesi a scrivere canzoni e a registrare un album, Jon convince Frank e i riottosi membri del gruppo – fra cui l'ostile e aggressiva Clara (Maggie Gyllenhaal), che suona sintetizzatore e theremin – a recarsi in America per partecipare al festival di musica indie South by Southwest: qui, però, i problemi di salute mentale di Frank prenderanno una brutta piega... Ispirato alla storia vera di Chris Sievey (cui il film è dedicato) e del suo alter ego Frank Sidebottom, una pellicola bizzarra e con una qualità surreale che, almeno nella prima parte, la fa accomunare a certi film giapponesi. L'eccentricità di Frank (e un po' di tutta la banda) si scontra con la quotidianità e il realismo dell'ambientazione (che a tratti ricorda i film musicali di John Carney, irlandese come Abrahamson): e se il protagonista (nonché punto di vista dello spettatore) è Jon, la vera figura centrale della storia è senza dubbio Frank, sotto la cui maschera recita (e canta) l'ottimo Michael Fassbender: creativo, geniale, capace di trovare ispirazione in ogni cosa, eppure insicuro e sociopatico, con trascorsi in un ospedale psichiatrico, Frank diventa una figura di riferimento per Jon, che si convince che per diventare un artista di successo bisogna aver avuto un passato di difficoltà e sofferenza (lui invece è vissuto nella noia e nella serenità di una famiglia borghese e di una cittadina tranquilla): scoprirà che non necessariamente è così. A latere, il film affronta anche il tema del conflitto fra la musica più sincera ma ostica al pubblico che Frank suona e quella più commerciale e accessibile che Jon vorrebbe produrre, desiderando (come tutti) "essere amato". Nel cast anche Scoot McNairy (il manager Don, a sua volta problematico), Carla Azar (la batterista) e François Civil (il chitarrista).

9 gennaio 2021

Sing street (John Carney, 2016)

Sing Street (id.)
di John Carney – Irlanda 2016
con Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Boynton
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dublino, 1985: per far colpo sulla bella Raphina (Lucy Boynton), aspirante modella e più grande di lui di un anno, il quindicenne Conor (Ferdia Walsh-Peelo) millanta di far parte di una band musicale e le chiede di recitare nei loro videoclip. Dovrà mettere così in piedi in fretta e furia un gruppo, di cui faranno parte l'amico Darren (Ben Carolan) come manager e il compagno di scuola Eamon (Mark McKenna) come strumentista (Conor, naturalmente, è il vocalist, oltre a scrivere le canzoni insieme ad Eamon). Grazie anche ai consigli del fratello maggiore Brendan (Jack Reynor), che lo introduce alle tendenze musicali e ai gruppi più in voga al momento (Duran Duran, The Cure, The Jam, Spandau Ballet), i ragazzi miglioreranno pezzo dopo pezzo. E in contemporanea con le disavventure scolastiche (gli scontri con i bulli e la repressione dell'istituto cattolico che frequenta) e quelle famigliari (i genitori stanno per separarsi), Conor porterà avanti anche la relazione con Raphina, fino a un'emancipazione completa dal proprio ambiente e alla tanto agognata "fuga" verso l'Inghilterra (realizzando così anche i sogni mai agiti del fratello). Buona caratterizzazione dei personaggi, ottima ricostruzione nostalgica e tanta bella musica (i brani originali dei ragazzi sono firmati dallo stesso regista insieme a Gary Clark: la canzone migliore è senza dubbio "Drive It Like You Stole It") per un film piacevole ma forse non particolarmente originale a livello di contenuti: di pellicole di formazione basate sulla musica ne abbiamo già viste tantissime, e questa non ha molto di più – per fare alcuni titoli – di "The Commitments", "We are the best!", "Linda Linda Linda", "School of rock" o "Once" dello stesso Carney. In ogni caso, difficile trovargli difetti sul piano formale. Grande successo di critica. Aidan Gillen e Maria Doyle Kennedy sono i genitori, Don Wycherley è il severo insegnante. Dal film è stato tratto anche un musical.

28 ottobre 2020

Vivarium (Lorcan Finnegan, 2019)

Vivarium (id.)
di Lorcan Finnegan – Irlanda/Danimarca/Belgio 2019
con Imogen Poots, Jesse Eisenberg
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In cerca di un appartamento, i fidanzati Gemma (Poots) e Tom (Eisenberg) visitano un enorme complesso residenziale in periferia costituito da centinaia di villette a schiera tutte uguali, che scoprono di non poter più abbandonare. Apparentemente unici abitanti del quartiere, sono costretti ad "allevare" un bambino che cresce a un ritmo innaturale, dando vita a una bizzarra caricatura di famiglia. Insolita pellicola fantastico-surreale, con suggestioni quasi horror ed echi da pellicole quali "Truman show" e "Il giorno della marmotta" (ma anche "Cube" e "Matrix"). La natura ambigua e artificiale della situazione (soprannaturale o fantascientifica che sia) è evidente: e l'immagine del cuculo che si installa nel nido degli uccellini in apertura dei titoli di testa suggerisce da subito che le cose non saranno come sembrano. Di fatto Tom e Gemma vengono sfruttati da una "razza" (aliena?) per accudire, in loro vece, i propri bambini, e posti in un "vivarium" (appunto) che non è altro che un modellino, perfetto in ogni dettaglio e proprio per questo inquietante, di un quartiere residenziale umano (dalle case asettiche e che si ripetono tutte identiche, con le pareti color verde pastello e i giardini con palizzata, alle nuvole "a forma di nuvola" nel cielo, che sembrano uscire da un quadro di Magritte). Naturalmente il tutto può essere letto come una metafora dei rapporti famigliari, con i sacrifici compiuti dai genitori per allevare un figlio che, una volta cresciuto, se ne andrà via per la propria strada, se non addirittura della società consumistica e tradizionale, con tutte le sue regole non scritte e i suoi conformismi (sulla famiglia-tipo). Non certo a caso (si tratta di un film dove ogni dettaglio conta!) Gemma è una maestra d'asilo e Tom un arboricoltore, ideali dunque per far crescere "giovani virgulti". Buona la prova dei due protagonisti (affiancati da Senan Jennings, Eanna Hardwicke e Jonathan Aris, che interpretano il "figlio" in diversi momenti della crescita) e la sceneggiatura (di Garret Shanley, da un soggetto scritto insieme allo stesso regista), che costruisce la tensione dal nulla. E memorabili, in particolare, le scenografie.

24 settembre 2020

On the edge (John Carney, 2001)

On the edge, aka Catch the Sun
di John Carney – Irlanda 2001
con Cillian Murphy, Tricia Vessey
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver tentato il suicidio (ed esserne miracolosamente uscito indenne) gettandosi da un dirupo con un’automobile rubata insieme all’urna con le ceneri del padre appena defunto, lo scapestrato Jonathan (l'allora semi-esordiente Cillian Murphy), pecora nera della famiglia, viene ricoverato per tre mesi in una clinica psichiatrica. Qui fa la conoscenza di altri giovani pazienti con tendenze suicide, che hanno stretto un patto con il dottor Figure (Stephen Rea), il sensibile psichiatra che li ha in cura: proveranno a non tentare più di uccidersi almeno fino a capodanno. Sarcastico ma insicuro, Jonathan si atteggia a ribelle ma pian piano si integra nella routine dell’istituto e soprattutto stringe amicizia con alcuni dei suoi problematici "colleghi": in particolare con Toby (Jonathan Jackson), che sembra il più tranquillo ed equilibrato del gruppo ma è in realtà quello con i maggiori tormenti interiori, e con Rachel (Tricia Vessey), di cui si innamora e per la quale ritroverà interesse a vivere. In effetti, proprio osservando la vulnerabilità degli altri, prenderà coscienza della propria e del valore della vita. Un piccolo film gradevole ma poco originale: parte bene, ma poi si fa prevedibile, risultando in fondo banalotto nei personaggi e nell’esplorazione dei temi del disagio esistenziale e del suicidio, sui quali non dice nulla di particolarmente nuovo. Bravi comunque gli attori e belle le musiche (dello stesso regista). Il film non è mai stato distribuito in Italia, dove la fortuna di Carney inizierà soltanto con il successivo "Once" del 2007.

11 giugno 2019

Il traditore (John Ford, 1935)

Il traditore (The Informer)
di John Ford – USA 1935
con Victor McLaglen, Margot Grahame
***

Visto in TV.

Nella Dublino del 1922, scossa dalle lotte per l'indipendenza, l'energumeno e sempliciotto Gypo Nolan (McLaglen) si arrabatta come può, dopo essere stato espulso da un gruppo di ribelli dell'IRA per non avere avuto il cuore di giustiziare una spia. In un momento di debolezza, accecato dalle venti sterline di taglia (con le quali progetta di andarsene in America insieme all'amata Katie), si trasforma lui stesso in delatore, denunciando alla polizia inglese il suo miglior amico Frankie (Wallace Ford). Ma funestato dai sensi di colpa, si ubriacherà e sperpererà tutto il denaro in bagordi e in atti di generosità, prima di essere catturato e processato dai ribelli... Uno dei primi grandi successi di Ford, che gli valse il premio Oscar come miglior regista (oltre a quelli a McLaglen come miglior attore, a Dudley Nichols per la sceneggiatura non originale e a Max Steiner per la colonna sonora): si tratta del secondo adattamento del romanzo omonimo di Liam O'Flaherty, dopo una versione inglese del 1929 di Arthur Robison. Ambientato tutto in una notte, e praticamente in tempo reale, per le strade nebbiose di una Dublino di periferia, fra bettole e nascondigli di vario genere, è il ritratto di un personaggio ricco di contrasti, forte fisicamente ma debole di spirito, egoista ma dal cuore d'oro, che commette un atto di tradimento (verso l'amico e verso la "causa" dei patrioti) per poi chiedere perdono in lacrime. Insieme al muto "Gloria" del 1926, il film rappresentò l'apice della fama per il caratterista McLaglen. Nel cast anche Preston Foster, Heather Angel, Donald Meek e Una O'Connor. Ford tornerà a raccontare la rivoluzione irlandese due anni più tardi, nel meno noto "L'aratro e le stelle".

24 ottobre 2017

Once (John Carney, 2006)

Once - Una volta (Once)
di John Carney – Irlanda 2006
con Glen Hansard, Markéta Irglová
***

Visto in divx.

Un aspirante cantautore (Hansard), che di giorno ripara aspirapolvere nel negozio del padre e di sera suona la sua chitarra per le strade di Dublino, incontra una giovane immigrata della Repubblica Ceca (Irglova), che lo incoraggerà a perseguire il suo sogno, quello di incidere le proprie canzoni. Ad avvicinarli, unirli e farli innamorare è proprio il potere e la bellezza della musica. Un piccolo film, realizzato con un budget estremamente ridotto (parte del quale messo di tasca propria dal regista) e girato senza autorizzazione per le strade di Dublino e nelle case degli stessi cineasti e dei loro amici: il setting proletario, i personaggi quanto mai umani (e universali, come rivela il fatto che i due protagonisti non abbiano un nome) e le belle canzoni (alle quali sono dedicate lunghe e toccanti sequenze: stupenda quella notturna con la ragazza per le strade in pigiama) scaldano il cuore e trascinano lo spettatore in un mondo fatto di emozioni autentiche, fra sogni e malinconia. E si noti bene, non si tratta di un film minimalista o incentrato solo sul lato romantico: fra le righe, c'è spazio per mille cose, dalla crisi economica e sociale (la scena iniziale con il tentativo di furto, i problemi economici dei personaggi) al processo di ispirazione artistica (tutta la sequenza nella sala di incisione è magistrale), i ricordi del passato (i vecchi filmini di Hansard con la sua ex compagna), le difficoltà del presente (lo status di ragazza madre di Irglova), le aspirazioni per il futuro (cosa riserverà il destino ai due personaggi? Come nella trilogia di "Prima dell'alba", fra qualche anno sarebbe interessante un nuovo film che ce lo rivelasse). La pellicola riscosse un grande successo di pubblico e di critica, lanciando la carriera di Carney, che nei lavori successivi (come "Tutto può cambiare" e "Sing Street") continuerà a usare la musica come tema principale e filo conduttore. Tutte le canzoni (una delle quali, "Falling Slowly", vinse addirittura l'Oscar) sono scritte e interpretate dagli stessi attori. Inizialmente Glen Hansard, frontman del gruppo rock irlandese The Frames, avrebbe dovuto solo comporre la colonna sonora, ma finì col sostituire il previsto protagonista Cillian Murphy prima dell'inizio delle riprese. In precedenza, aveva avuto solo una piccola parte da attore in "The Commitments". Hansard e Irglova, per alcuni anni, hanno continuato a suonare e cantare insieme, dando vita al duo The Swell Season.

29 aprile 2016

The Commitments (Alan Parker, 1991)

The Commitments (id.)
di Alan Parker – Irlanda/GB/USA 1991
con Robert Arkins, Andrew Strong
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela, Alessandro, Paola, Costanza.

“Gli irlandesi sono i più negri d'Europa, i dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino”: così afferma il giovane manager Jimmy Rabbitte ai membri dello scalcinato gruppo musicale che ha messo insieme, The Commitments, per spiegare loro perché suoneranno il soul nei locali più malfamati e in sale di quart'ordine della capitale irlandese. Tratto da un romanzo di Roddy Doyle, che ha contribuito alla sceneggiatura, il film racconta la nascita, i successi e lo scioglimento di una band sui generis, graziata dal talento artistico (in particolare dalla voce del cantante, che fuori dal palcoscenico è invece un ubriacone cafone e sboccato), ma tormentata dalla disorganizzazione, dai problemi economici e dai dissidi interni, oltre che dalle dinamiche relistiche della vita di periferia. Proprio il setting circostante, gli ambienti proletari e le famiglie numerose, i pub, i mercati, le strade del northside di una Dublino quanto mai viva e pulsante, fanno da sfondo imprescindibile alle vicende del gruppo, narrate dallo stesso Jimmy come in una finta intervista a un reporter interessato a ricostruirne la storia. Ne risulta una pellicola corale e avvicente, molto più che una semplice risposta irlandese a “The Blues Brothers”, che riesce a raccontare come poche altre la magia della musica, la sua capacità di far sognare ed elevare (spiritualmente ancor prima che materialmente) i singoli individui e un'intera comunità. La sceneggiatura caratterizza mirabilmente i vari componenti della banda, lavoratori che si barcamenano fra il proprio mestiere e il tempo dedicato alla musica, le pressioni sociali e il desiderio di emergere dalla mediocrità. Fra tutti, spiccano Deco (Andrew Strong), il suddetto cantante, volgare e odiato dai compagni, che quando sale sul palco sembra trasformarsi; il trombettista americano Joey “Labbra” Fagan (Johnny Murphy), il veterano del gruppo, che millanta di aver suonato in compagnia dei nomi più grandi della musica soul e blues, e che in qualche modo riesce a portarsi a letto tutte le coriste; e lo stesso Jimmy (Robert Arkins), collante della banda, che tuttavia nulla può quando – proprio mentre il successo comincia ad arridere – dissidi e litigi interni pongono fine all'esperienza del gruppo. Colm Meaney è il padre di Jimmy, appassionato di Elvis Presley al punto da appendere in casa il suo ritratto persino sopra quello del papa. Gli altri interpreti, quasi tutti sconosciuti all'epoca, hanno preferito poi proseguire la carriera musicale anziché quella cinematografica. Nella colonna sonora figurano (fra gli altri) brani di Otis Redding, Aretha Franklin e Wilson Pickett, tutti rifatti dalla band. Due pseudo-sequel, entrambi diretti da Stephen Frears: "The snapper" e "Due sulla strada" ("The van").

7 agosto 2015

Ondine - Il segreto del mare (Neil Jordan, 2009)

Ondine - Il segreto del mare (Ondine)
di Neil Jordan – Irlanda 2009
con Colin Farrell, Alicja Bachleda
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Sabrina e Marco, in originale con sottotitoli.

Un pescatore irlandese (Farrell), uscito in mare, trova nella sua rete una ragazza: che si tratti di una creatura acquatica, magicamente trasformata in essere umano? Mescolando concretezza e suggestione, Jordan racconta una fiaba moderna con echi delle leggende irlandesi che si sovrappongono alle tragedie e ai problemi quotidiani (il protagonista, Syracuse – che tutti chiamano “Circus” per prendersi gioco di lui – è un ex alcolizzato, la sua bambina è gravemente malata, e sullo sfondo si affrontano questioni come l'immigrazione clandestina, il traffico di droga, le famiglie disfunzionali...). In tutto questo, suggestionati dai magnifici scenari costieri dell'isola (fotografati da Christopher Doyle), si può accettare la spiegazione razionale che giunge nel finale, oppure fingere che tutto sia come nell'immaginazione infantile della figlia del protagonista, ovvero che Ondine, la ragazza pescata dal padre, sia una "selkie", una donna-pesce che ha nascosto la propria “pelle di foca” e si è innamorata di un uomo. Certo, strane cose accadono in sua presenza: con il suo canto magico (in realtà, una canzone dei Sigur Rós) sembra attirare i pesci, consentendo al pescatore di catturare quelle prede che solitamente gli sfuggono; per non parlare dei desideri che, da lei espressi, si avverano nel giro di poco tempo... L'attrice Alicja Bachleda, ai tempi delle riprese, era la compagna di Colin Farrell. Nel cast, nei panni del prete da cui si confessa Syracuse, si riconosce Stephen Rea, il protagonista del maggior successo di Jordan, “La moglie del soldato”.

4 marzo 2015

Un poliziotto da happy hour (J. M. McDonagh, 2011)

Un poliziotto da happy hour (The Guard)
di John Michael McDonagh – Irlanda 2011
con Brendan Gleeson, Don Cheadle
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Lo scontroso sergente Gerry Boyle (Gleeson), poliziotto di stanza in uno sperduto villaggio nel Connemara irlandese, si ritrova ad affiancare un agente americano dell'FBI (Cheadle) sulle tracce di un gruppo di narcotrafficanti che ha scelto come base proprio la sua provincia. Questo film (che segna l'esordio alla regia dello sceneggiatore di "Ned Kelly") è un oggetto strano: il fuorviante titolo italiano può far pensare a una commedia più o meno demenziale, ingannando gli spettatori che – come nel caso di "Se mi lasci ti cancello" – si troveranno invece di fronte a una pellicola dai toni esistenzialisti e crepuscolari, dall'ironia cinica e sarcastica, e dal ritmo compassato e malinconico. Se è vero che il personaggio principale – puttaniere, burbero, razzista ("Sono irlandese: il razzismo fa parte della nostra cultura") ma anche onesto, triste e solitario – garantisce qualche risata, così come la sua relazione con il collega americano ricalca quelle tipiche dei "buddy movie", è anche vero che le atmosfere della pellicola sono insolitamente riflessive e all'insegna dell'understatement, il che crea uno strano contrasto fra frammenti di dialogo tarantiniano e situazioni "sospese" quasi alla Kitano. Il paragone più azzeccato, comunque, è quello con un'altra pellicola britannica, "In Bruges", non a caso scritta e diretta dal fratello del regista (Martin McDonagh) e caratterizzata dagli stessi elementi: criminali che discettano di filosofia, morti dolorose che donano profondità inaspettate ai personaggi, l'uso del paesaggio e del contesto ambientale per aumentare il senso di spaesamento (l'agente americano che si ritrova in un paese dove tutti parlano solo gaelico), la fondamentale solitudine del protagonista (e non solo), il finale ambiguo... Il tutto consente di superare i luoghi comuni del genere e di accomunare il film più al noir (o addirittura al western, se pensiamo alla sparatoria finale) che non alle commedie poliziesche come "Hot Fuzz", al cui pubblico i distributori nostrani speravano invece di rivolgersi con lo sciagurato titolo italiano.

17 giugno 2014

Jimmy's hall (Ken Loach, 2014)

Jimmy's hall (id.)
di Ken Loach – GB/Irlanda 2014
con Barry Ward, Simone Kirby
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Rientrato in patria nel 1932, dopo dieci anni trascorsi in esilio negli Stati Uniti per aver combattuto dalla parte "sbagliata" durante la guerra civile, l'irlandese Jimmy Gralton decide di riaprire la vecchia sala da ballo di campagna che fu costruita anni prima sul terreno della sua fattoria. La sua scelta fa felici i giovani (e non solo) della regione, che hanno finalmente un luogo dove divertirsi che non sia sotto il controllo delle istituzioni (la chiesa cattolica in primis), tanto più che nella sala in questione, oltre a ballare, si organizzano anche corsi di lettura, di poesie, di canto, e persino di pugilato...; ma inevitabilmente si attira gli strali del parroco locale, dei notabili e dei "benpensanti" che vedono di cattivo occhio le idee socialiste di Jimmy e dei suoi amici. La tensione cresce, la politica ci si mette in mezzo, e Gralton finirà con l'essere espulso nuovamente dal paese. Ispirandosi a una storia vera, Loach racconta una vicenda che, se fosse stata trattata con maggior ironia, avrebbe potuto quasi sembrare un episodio della saga di Don Camillo e Peppone. Invece, con il suo solito schematismo (i buoni tutti da una parte, i cattivi tutti dall'altra), il regista la rende un pesante atto d'accusa contro chi cerca di limitare la libertà altrui, anche quando si tratta di qualcosa di assolutamente innocuo (canti e danze di campagna). Nella scena in cui Jimmy fa il suo discorso contro i "padroni" e contro il capitalismo, pare quasi rivolgersi al pubblico di oggi: e l'ombra delle Grande Depressione riecheggia quella dell'attuale crisi economica, rendendo la pellicola una metafora della situazione odierna.

12 gennaio 2014

Giunone e il pavone (A. Hitchcock, 1930)

Giunone e il pavone (Juno and the Paycock)
di Alfred Hitchcock – GB 1930
con Edward Chapman, Sara Allgood
**

Visto in divx.

Il "capitano" Boyle, scansafatiche ed ubriacone che in realtà non ha mai visto il mare ed è refrattario a ogni tentativo di cercare lavoro, vive con la famiglia in un modesto appartamento di Dublino (siamo nell'Irlanda scossa dalla guerra civile per l'indipendenza) e trascorre le sue giornate a battibeccare con la moglie Juno, a bighellonare con il compagno di bevute "Joxer" Daly e a pavoneggiarsi delle imprese passate. Nonostante la sua mancanza di iniziativa e le difficoltà economiche, le cose sembrano mettersi bene per la famiglia quando il giovane avvocato Bentham, fidanzato della figlia Mary, annuncia che è in arrivo per loro una cospicua eredità da parte di un lontano cugino. I Boyle si montano la testa e cominciano a far spese senza pensare alle conseguenze: scopriranno più tardi, però, che l'eredità non esiste. E non è tutto: Bentham ha messo incinta Mary ed è fuggito, mentre l'altro figlio Johnny viene accusato dai partigiani irlandesi di essere una spia. Tratto da un popolare dramma teatrale di Sean O'Casey, il secondo film sonoro di Hitchcock (il primo a nascere come tale, visto che "Ricatto" fu sonorizzato quando la lavorazione era già iniziata) affronta temi sociali, sfiora argomenti come la politica, la morale e la religione, ed è ambientato interamente – con pochissime eccezioni, fra cui la scena iniziale al pub – fra le quattro mura del piccolo appartamento dove vivono i Boyle. La mano del regista si vede ben poco, e sir Alfred non si concede praticamente nessun vezzo d'autore (da segnalare giusto alcuni long shot, come il prolungato piano sequenza sul volto del figlio Johnny mentre è in corso il funerale dell'uomo che ha tradito), mentre il flusso dei dialoghi procede senza un attimo di pausa: è un film assai "parlato", che peraltro ondeggia – fra un "atto" e l'altro – da commedia a tragedia, mostrando scenette di vita famigliare degne di una strip comica che culminano in un climax fin troppo melodrammatico, e perdendo forse per strada qualcuno dei tanti fili intrecciati. La Allgood vestiva i panni della saggia matrona Juno (che si contrappone alla stupidità del marito, come in una fiaba di Esopo) anche nella versione teatrale. Da segnalare, in positivo, la prova di diversi interpreti, da John Laurie nei panni del tormentato Johnny a Sidney Morgan in quelli del caratterista "Joxer".

1 gennaio 2014

Philomena (Stephen Frears, 2013)

Philomena (id.)
di Stephen Frears – GB 2013
con Steve Coogan, Judi Dench
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Cresciuta in un orfanotrofio irlandese, la giovane Philomena fu costretta a separarsi da suo figlio poco dopo la sua nascita, quando il bimbo venne "venduto" dalle suore – a sua insaputa e senza il suo consenso – a una coppia benestante in cerca di adozione. Soltanto cinquant'anni dopo, con l'aiuto del giornalista Martin Sixsmith, la donna partirà per l'America nella speranza di ritrovarlo. Tratto da una storia vera (è liberamente ispirato al libro-reportage scritto da Sixsmith), un film "a tesi" che il regista ha voluto rendere più "gradevole" oscillando di continuo fra la denuncia delle condizioni in cui vivevano le ragazze – di fatto segregate – nei conventi cattolici dell'Irlanda del dopoguerra (celebre il caso "Magdalene", peraltro citato di sfuggita) e i toni da commedia leggera on the road con cui si descrive il viaggio di Philomena e Martin a Washington. L'aver romanzato la vicenda genera personaggi contraddittori (come la stessa Philomena, signora svagata di mezza età che legge con entusiasmo romanzetti Harmony, e contemporaneamente figura di alto spessore morale), limitando di fatto a un livello superficiale il coinvolgimento dello spettatore. E anche nel tirare le fila, il film mantiene il piede in due scarpe: da un lato denuncia senza mezzi termini (e in maniera manichea) i misfatti e il successivo atteggiamento omertoso delle strutture cattoliche in Irlanda, dall'altro lascia che la protagonista "perdoni" i colpevoli, sperando che l'assoluzione coinvolga moralmente anche lo spettatore. Vero punto di forza del film sono invece i due interpreti, il brillante Steve Coogan (anche co-sceneggiatore e produttore) e l'intensa Judi Dench.

17 gennaio 2012

Hunger (Steve McQueen, 2008)

Hunger (id.)
di Steve McQueen – GB/Irlanda 2008
con Michael Fassbender, Liam Cunningham
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

L'opera che segna l'esordio cinematografico del videoartista britannico Steve McQueen (e ogni scena suggerisce che ci troviamo di fronte a un grande talento, impressione che il successivo lungometraggio, “Shame”, non farà che confermare) racconta in maniera cruda, lucida e realista la storia vera di Bobby Sands e degli “scioperi della fame” che gli attivisti dell'IRA, rinchiusi nelle carceri britanniche dell'Irlanda del Nord, attuarono all'inizio degli anni ottanta per vedersi riconosciuto lo status di prigionieri politici (il governo di Margaret Thatcher, invece, insisteva nel considerarli come comuni criminali). Dopo essersi resi conto dell'inutilità di altre forme di protesta, come quelle dello “sporco” (che consisteva nel rifiutare di lavarsi o di radersi) e della "coperta" (la rinuncia all'uniforme del carcere), e messi di fronte all'inasprimento delle repressioni e al brutale maltrattamento da parte dei secondini, un gruppo di prigionieri – guidati dal carismatico Bobby Sands – decise di passare infatti a un metodo più radicale. Lo sciopero della fame che portò alla morte di Bobby e di una decina di altri suoi compagni scosse a tal punto l'opinione pubblica e il mondo intero da costringere il governo ad accogliere almeno in parte le richieste dei prigionieri (per esempio quella di poter indossare i propri abiti civili). Prima di giungere a concentrarsi sulla figura di Sands nella parte finale della pellicola, il film mostra anche le vite di altri prigionieri e secondini (come quello, interpretato da Stuart Graham, sulle cui nocche delle mani si leggono i pestaggi che effettua ai danni dei carcerati) in una serie di sequenze crude e lancinanti. Visivamente splendido, il lungometraggio racconta la sua storia attraverso la potenza delle immagini, l'intensità degli sguardi e i silenzi dei personaggi (è parlato pochissimo, con la notevole eccezione della straordinaria e lunga sequenza – quasi 17 minuti! – del colloquio in prigione fra Bobby e il prete, girata con camera fissa, in cui il primo mette al corrente il secondo della sua decisione di spingersi fino in fondo con lo sciopero della fame). Lo stupefacente Fassbender ha dovuto dimagrire di parecchi chili (sotto controllo medico) per sostenere la parte di Bobby Sands fino in fondo.

25 maggio 2009

La moglie del soldato (N. Jordan, 1992)

La moglie del soldato (The crying game)
di Neil Jordan – GB 1992
con Stephen Rea, Jaye Davidson
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Jody (Forest Whitaker), un soldato di colore stanziato in Irlanda del Nord, viene sequestrato da un gruppo di terroristi dell'IRA che intendono usarlo come pedina di scambio per chiedere agli inglesi la liberazione di uno dei loro capi. Durante la prigionia Jody stringe amicizia con Fergus, uno dei suoi carcerieri, al quale chiede di recarsi a trovare la sua donna, Dil, dopo che lui sarà stato ucciso. Quando Fergus cerca di tranquillizzarlo ("Non è detto che ti uccideremo"), Jody commenta amaramente: "Non ne potrete fare a meno: è nella vostra natura". E proprio i temi dell'identità e della natura delle persone, esemplificati dalla celebre favola morale dello scorpione e della rana, sono al centro di questo magnifico film, senza dubbio il capolavoro di Neil Jordan, capace di sorprendere, di avvincere e di far riflettere: l'identità di chiunque è infatti complessa e sfaccettata, e per arrivare a comprendere la propria natura è necessario un lungo cammino, una sorta di evoluzione (si pensi alla frase di San Paolo citata da Fergus: "Quando ero bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato grande, non ho più ragionato da bambino..."). Ma se è difficile accettare sé stessi, capire gli altri è ancora più ostico a causa di condizionamenti sociali, ideologici, politici o sessuali: e alla fine di una persona si finiscono col vedere soltanto quegli aspetti che meglio si adattano ai pregiudizi che abbiamo già in partenza. L'osservazione superficiale e schematica porta così a dividere l'umanità, a seconda dei punti di vista, in buoni e cattivi, normali e anormali, perbene e criminali, occupanti e resistenti, tutori dell'ordine e terroristi, vittime e sfruttatori, amanti e amici, uomini e donne, perdendo di vista le sfumature. Eppure Jung affermava che in ogni uomo è presente una parte femminile, e in ogni donna una parte maschile; e lo stesso concetto si ritrova nel simbolo dello yin e dello yang.

Spesso la ricerca della propria identità porta a una strada senza uscita (Jude, interpretata da Miranda Richardson, è ormai così calata nel ruolo di guerrigliera da usare la propria femminilità soltanto al servizio della causa; nonostante sfrutti le proprie forme per attirare Jody in trappola, non si vede più come una donna: "ho cambiato look perché volevo un aspetto più duro"). D'altra parte, le semplici apparenze ingannano: un terrorista omofobico (la scena in cui Fergus deve aiutare Jody a espletare le sue funzioni corporali è fondamentale e anticipatrice!) può rivelarsi un individuo sensibile e aperto, così come una persona fragile, in cerca di identità e di amore ("Uno è appena un po' gentile con me, e sono tutta sua" dice Dil), può esprimere sicurezza e spavalderia dietro vesti particolari e risultare invece invece spersa e spaesata dopo un semplice taglio di capelli e un cambio d'abiti.
Naturalmente il lungometraggio è diventato celebre per l'inaspettato colpo di scena a metà pellicola, al punto da essere ormai un titolo regolarmente citato (al fianco de "I soliti sospetti", "Il sesto senso" e "Fight club") quando si parla di pellicole caratterizzate da un plot twist folgorante. Ma sebbene la sceneggiatura (premiata con l'Oscar) sia costruita in modo tale da arrivare a stupire lo spettatore in quel particolare momento, il film mantiene la propria forza e validità anche se lo si guarda conoscendo già il "segreto" di Dil (che da allora, peraltro, è stato rivelato e spoilerato in numerosi altri film, serie televisive e fumetti).
Il titolo originale della pellicola è quello della canzone che si sente nel film in tre versioni diverse: in quella cantata nel locale da Dil (in realtà da Kate Robbins), in quella originale di Dave Berry su una vecchia musicassetta, e in quella di Boy George nei titoli di coda. Ma la bella colonna sonora comprende anche pezzi come "When a man loves a woman" e "Stand by your man".

14 giugno 2006

Il vento che accarezza l'erba (Ken Loach, 2006)

Il vento che accarezza l'erba (The wind that shakes the barley)
di Ken Loach – GB/Irlanda 2006
con Cillian Murphy, Padraic Delaney
**1/2

Visto al cinema Anteo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes)

È il film che ha vinto la Palma d'Oro. Racconta alcuni episodi della rivolta degli irlandesi contro l'esercito di occupazione britannico, nel 1920. Crudo e spietato, riesce a comunicare con passione ed efficacia le tensioni e le contraddizioni della guerra (toccante, per esempio, la scena dell'esecuzione della giovane spia), ma pecca per il solito manicheismo di Loach: da un lato sono tutti rozzi e cattivi e dall'altro invece tutti buoni e sensibili, anche se mettere in scena le prepotenze e i soprusi degli inglesi serve a far indignare lo spettatore e a farlo partecipare con più coinvolgimento alle vicende. Comunque interessante: soprattutto nella seconda parte, quando gli stessi irlandesi si dividono fra quelli che accettano la tregua proposta dagli inglesi e quelli che continuano a ribellarsi in nome di ideali socialisti. Ovviamente si mettono a combattere fra loro, e altrettanto ovviamente abbiamo due fratelli che si trovano a lottare uno contro l'altro su fronti opposti della barricata. Per la prima volta ho visto il bravo Cillian Murphy in un ruolo positivo (dopo "Red Eye" e "Batman Begins").