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28 febbraio 2022

Dies irae (Carl Theodor Dreyer, 1943)

Dies irae (id.)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1943
con Lisbeth Movin, Thorkild Roose
***1/2

Rivisto in divx.

Absalon Pederssøn (Thorkild Roose), pastore di un villaggio protestante nella Danimarca di inizio Seicento, ha preso in moglie Anne (Lisbeth Movin), molto più giovane di lui e figlia di una presunta strega che lui stesso, tacendo, ha salvato dal rogo. Quando la ragazza si innamora del figlio di Absalon, Martin (Preben Lerdorff Rye), suo coetaneo, è tentata di usare i "poteri magici" che avrebbe ereditato dalla madre per desiderare la morte del marito... Tratto da un dramma teatrale di Hans Wiers-Jenssen, ispirato a un episodio realmente accaduto in Norvegia, e girato in Danimarca sotto l'occupazione nazista (e il clima paranoico che vi si respira, la "caccia alle streghe" appunto, dove basta una denuncia non circostanziata per porre una persona o un'intera famiglia sotto accusa, ne è un'evidente testimonianza) questo film segna il ritorno di Dreyer al cinema dopo oltre dieci anni di inattività, ovvero dall'insuccesso commerciale e critico di "Vampyr". La forma lenta e austera, proprio come il canto del "Dies irae" che è intonato dal coro della chiesa, è la cifra stilistica perfetta per riprodurre sullo schermo il rigido protestantesimo del 1600, veicolando al contempo l'idea di cinema rigorosa e quasi teatrale che aveva caratterizzato (si pensi a "La passione di Giovanna d'Arco") e caratterizzerà ("Ordet", "Gertrud") tutte le pellicole del grande regista. L'attenzione alla composizione dell'immagine, il bianco e nero fortemente contrastato della fotografia, i lunghi piani sequenza e l'interpretazione quasi in trance degli attori (soprattutto della protagonista), i cui primi piani risultano incredibilmente intensi e suggestivi, contribuiscono a un'esperienza unica nel suo genere per lo spettatore. Molto interessante la prima parte, con le peripezie della fattucchiera Marte Herlofs (Anna Svierkier), accusata di stregoneria dagli abitanti del suo villaggio e mandata sul rogo nonostante chieda aiuto, inutilmente, proprio ad Absalon, minacciando di rivelare la verità sulla madre di Anne. Cosa che non farà: a tradire la ragazza sarà invece un altro tipo di strega, ovvero la severa suocera Merete (Sigrid Neiiendam), la madre di Absalon, dopo che il figlio è morto, apparentemente ucciso dal semplice desiderio di Anne. Che questa sia davvero una strega, oppure semplicemente una giovane ragazza che sogna l'amore e che è stata costretta a essere imprigionata nel matrimonio con un uomo più vecchio di lei e che non ama, rimane lasciato nell'ambiguità. E in realtà non è così importante: è l'ambiente che la circonda, patriarcale e teocratico, il vero "male" che il "giorno dell'ira" dovrà dissipare e da cui, nel frattempo, riesce a fuggire soltanto con un atto finale di sacrificio ed eroismo quasi pari a quello della Giovanna d'Arco del film precedente. Il parallelo fra la cupezza del diciassettesimo secolo e gli orrori dell'attualità è dunque sottile ma fino a un certo punto: proprio il "realismo" della messa in scena, la naturale accettazione dell'esistenza del maligno e del soprannaturale che permea tutti, serve a trasfigurare in maniera coinvolgente le vicende per uno spettatore contemporaneo (o del 1943: ricordiamo ancora una volta le circostanze in cui fu girato!) che, se ci riflette, scopre di essere a sua volta circondato da forze che operano per il male, pensando magari di operare per il bene. Il che rende la pellicola, nonostante la sua forma apparentemente datata, ancora e sempre d'attualità.

13 gennaio 2022

Vampyr - Il vampiro (Carl T. Dreyer, 1932)

Vampyr - Il vampiro (Vampyr - Der Traum des Allan Grey)
di Carl Theodor Dreyer – Germania/Francia 1932
con Julian West, Sybille Schmitz
***

Visto in DVD.

Lo studente Allan Gray, ospite in un'inquietante locanda nel villaggio di Courtempierre, scopre che il villaggio stesso è oppresso dalla malvagia influenza di un vampiro, un essere soprannaturale e maligno. Fra le sue vittime, in particolare, c'è Léone (Sybille Schmitz), una delle figlie del castellano locale (Maurice Schutz), che giace fra la vita e la morte. Il padre chiede l'aiuto di Gray, inviandogli un libro che spiega i segreti dei vampiri: e il giovane, insieme alla sorella di Léone, Gisèle (Rena Mandel), e a un vecchio domestico (Albert Bras), riuscirà a sgominare la minaccia. Ispirato a "Carmilla" e altri racconti di Sheridan Le Fanu, un seminale film horror che – insieme al "Nosferatu" di Friedrich Wilhelm Murnau e al quasi contemporaneo "Dracula" di Tod Browning – ha contribuito a codificare il genere cinematografico dei vampiri. Qui il pericolo e le presenze maligne sono più soprannaturali e meno concrete rispetto alle altre pellicole citate: i veri vampiri non si vedono mai (la malvagia Marguerite Chopin controlla tutto dalla sua bara, sepolta nel cimitero locale) ed è soprattutto il loro influsso ad agire come una morsa di terrore sui personaggi, grazie anche all'aiuto di alcuni "succubi" umani, come il dottore del villaggio (Jan Hieronimko). Il ritmo lento e la costante sensazione di oppressione e irrequietezza, condita da immagini di vecchiaia e di morte, ai limiti dell'allucinato, fa collocare la pellicola a metà strada fra il cinema espressionista tedesco e quello surrealista (è stato descritto dalla critica "una meditazione surreale sul tema della paura"). Da notare soprattutto le ombre che si muovono da sole, ma anche la sequenza in soggettiva dalla bara, che fa parte del "sogno" di Gray, dopo che si è addormentato e "sdoppiato", con il suo alter ego onirico che osserva il mondo "in trasparenza". Accreditato come Julian West, l'attore protagonista era in realtà il barone Nicolas de Gunzburg, nobile francese di origine russo-ebraica, alla sua unica esperienza cinematografica prima di trasferirsi negli Stati Uniti dove lavorerà nel campo della moda e dell'editoria. La sua recitazione può sembrare monocorde, ma fu il regista a volere che si muovesse appunto come in un sogno, senza espressione e con i movimenti rallentati. La fotografia è di Rudolph Maté. Il film è il primo lavoro sonoro di Dreyer, anche se i dialoghi sono ridotti al minimo (furono girati in tre versioni: in tedesco, in francese e in inglese) e gran parte del linguaggio è quello del muto, compresi lunghi intertitoli. L'insuccesso commerciale e di critica fece sì che il regista non diresse un altro lungometraggio per oltre dieci anni, fino a "Dies irae" nel 1943, girato in Danimarca durante l'occupazione nazista.

23 ottobre 2020

La passione di Giovanna d'Arco (C. T. Dreyer, 1928)

La passione di Giovanna d'Arco (La passion de Jeanne d'Arc)
di Carl Theodor Dreyer – Francia 1928
con Renée Falconetti, Antonin Artaud
****

Rivisto in DVD.

Il processo di Giovanna d'Arco a Rouen, da parte di una giuria ecclesiastica assoggettata agli invasori inglesi durante la guerra dei cent'anni, e la sua condanna al rogo come eretica, dopo che la fanciulla rifiutò più volte di ritrattare la propria asserzione di essere stata "eletta" dal Signore per liberare la Francia. Film muto fra i più importanti e influenti della storia del cinema (anche se girato proprio mentre stava per arrivare il sonoro), fu il primo lavoro di Dreyer in Francia dopo aver lasciato la sua natìa Danimarca: nelle intenzioni dei produttori, che vi investirono una grossa somma di denaro e che contavano sulla rinnovata popolarità della figura di Giovanna d'Arco (canonizzata come santa e patrona di Francia proprio in quegli anni, nel 1920), avrebbe dovuto essere un film storico dai toni epici e monumentali, tratto dal romanzo di Joseph Delteil del 1925 di cui avevano acquistato i diritti. Il regista, invece, preferì basarsi sulle trascrizioni autentiche del processo di Giovanna per dare vita a "un capolavoro di emozioni che fonde in maniera uguale realismo ed espressionismo", costruito su insistite inquadrature in primissimo piano della protagonista (ripresa quasi sempre soltanto dal collo in sù) e carrellate sui volti dei giudici e degli inquisitori (con la fotografia ad alto contrasto di Rudolph Maté che, insieme all'illuminazione drammatica e alle inquadrature dal basso, mette enfaticamente in risalto ogni ruga e imperfezione dei visi: agli attori fu imposto di non ricorrere al make-up). Gli eventi storici (o leggendari) diventano dunque la base per la rappresentazione delle passioni, delle paure e dei desideri umani, con il volto di Giovanna (interpretata da una straordinaria Renée Falconetti, attrice teatrale qui alla sua seconda e ultima esperienza cinematografica) al centro di primi o primissimi piani prolungati e intensissimi (e dire che agli albori del cinema sembrava irreale fare primi piani, o anche semplicemente piani medi, perchè sullo schermo le figure apparivano troppo grandi e mettevano a disagio un pubblico abituato al teatro). Il risultato è un cinema che parla di umanità senza filtri, mettendo a nudo l'anima del personaggio atraverso un processo di purificazione ed astrazione. La protagonista diventa un simbolo del sacrificio, della verità, del coraggio di fronte alla crudeltà e al pregiudizio dei suoi accusatori, uomini distanti dall'universo sia divino che intimo della ragazza. Il titolo del film (ma anche la corona di spine) suggerisce addirittura un parallelo fra lei e Gesù Cristo.

Con i capelli corti e poi rasati, spogliata di elmo e di corazza (e dunque privata sia della femminilità che delle caratteristiche maschili e guerresche), Giovanna ci appare fragilissima e sperduta, ma comunque sempre dignitosa e ferma nelle proprie convinzioni. A volte quasi in trance mistica, con gli occhi lucidi e lo sguardo perso nel vuoto (o nel trascendente), è a malapena in grado di comprendere le domande che le vengono poste o di rispondere agli inquisitori (che, dal canto loro, cercano di approfittarne con intricate questioni teologiche per strapparle dichiarazioni "eretiche" e poterla così condannare). L'iconografia, pur originalissima, è quella di una vera e propria santa e martire. Soltanto per un momento Giovanna cede alla tentazione di salvarsi la vita firmando un documento di abiura, per poi cambiare subito idea, preferendo la morte al tradimento. Gran parte del budget (sette milioni di franchi) fu speso per costruire un set di cemento che riproducesse il castello di Rouen e le sue prigioni, ispirandosi a varie strutture medievali. Gli edifici furono dipinti di rosa (!) in modo che apparissero grigi sullo schermo in contrasto con il cielo bianco sopra di loro. Dreyer, che girò l'intero film in rigoroso ordine cronologico, fece scavare delle buche sul pavimento per poter effettuare le riprese dal punto più basso possibile. Notevoli anche le inquadrature capovolte, nel finale, della folla che si ribella ai soldati inglesi dopo l'esecuzione di Giovanna. Nonostante tanta cura nei dettagli, le scenografie (di Hermann Warm e Jean Hugo) si intravedono a malapena nella pellicola finale, che pone invece maggior attenzione sulle figure umane, il che fece infuriare i produttori che ritennero di aver speso tanto denaro per niente. Dreyer ribatté che il realismo del set era necessario per ottenere interpretazioni realistiche e convincenti dagli interpreti. La voce che il regista abbia maltrattato tirannicamente la Falconetti per estorcerle una recitazione più sofferente ed intensa è soltanto una leggenda, come forse quella del suo suicidio, ma è vero che l'attrice soffrì di depressione e non tornò mai più al cinema, nonostante gli elogi della critica. Nel resto del cast spicca lo scrittore Antonin Artaud nel ruolo del chierico simpatetico Jean Massieu, mentre Eugène Silvain è il vescovo Pierre Cauchon, Maurice Schutz il giudice Nicolas Loyseleur, e André Berley il pubblico accusatore Jean d'Estivet. L'intero film è girato con un mascherino sui bordi.

La figura di Giovanna d'Arco era già stata portata sullo schermo diverse volte: fra gli altri, da Georges Méliès nel 1900, da Mario Caserini nel 1908, da Ubaldo Maria Del Colle nel 1913 e da Cecil B. DeMille nel 1917, ma nessuno si era limitato a rappresentarne soltanto la morte. La versione di Dreyer, proiettata nell'aprile del 1928 a Copenaghen e nell'ottobre dello stesso anno a Parigi, fu preceduta da veementi polemiche in Francia, fomentate da nazionalisti che non tolleravano che a dirigere la pellicola fosse un regista che non era "né francese né cattolico" (a peggiorare le cose ci fu la diceria infondata che il ruolo di protagonista era stato affidato all'attrice americana Lillian Gish). L'arcivescovo di Parigi e la censura governativa imposero inoltre numerosi tagli. E come se non bastasse, a dicembre un incendio distrusse il negativo originale del film. Dreyer rimontò una nuova versione della pellicola utilizzando materiali scartati, ma anche questa scomparve in un incendio nel 1929 (evidentemente ad avere problemi con il fuoco non è soltanto Giovanna, ma anche i film a lei dedicati!). Per anni l'unica edizione circolante fu quella realizzata dallo storico del cinema Joseph-Marie Lo Duca nel 1951, a partire da una copia della seconda versione di Dreyer, con l'aggiunta di una colonna sonora a base di musica barocca. Pur lontana dalle intenzioni originarie del regista, questa copia ha contribuito a mantenere elevata la fama del film nel corso dei decenni, rendendolo uno dei titoli più celebrati nella storia del cinema muto, fonte di ispirazione per numerosi cineasti (come gli autori della Nouvelle Vague: in una celebre sequenza di "Questa è la mia vita" di Godard, per esempio, i protagonisti assistono a una sua proiezione). Soltanto nel 1981 venne ritrovata in un ospedale psichiatrico in Norvegia (e poi restaurata) una copia del film originale, com'era prima delle censure. In ogni caso, alla sua uscita riscosse un grande successo critico ma fu un flop al botteghino, impedendo a Dreyer di realizzare altre pellicole fino al 1931. Oggi figura in pianta stabile nella lista dei migliori film di tutti i tempi, e può essere considerato come uno dei primi casi in cui il cinema ha dimostrato di essere un'arte in grado di produrre opere di livello paragonabile ai grandi capolavori della letteratura, della poesia o della pittura dei secoli precedenti, e non una semplice moda, attrazione tecnologica o forma di intrattenimento popolare. Forse solo Sjöström, Chaplin, Murnau ed Eisenstein, prima di Dreyer, erano stati capaci di tanto.

4 marzo 2019

Gli stigmatizzati (Carl T. Dreyer, 1922)

Gli stigmatizzati (Die Gezeichneten)
di Carl Theodor Dreyer – Germania 1922
con Vladimir Gajdarov, Polina Piekowskaia
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Nella Russia zarista, scossa dai fremiti della rivoluzione del 1905, la giovane ebrea Hanne-Liebe (Polina Piekowskaia) deve fare i conti con l'ostilità e l'antisemitismo degli abitanti del suo villaggio... Primo film girato da Dreyer in Germania, dal respiro internazionale: l'ambientazione è appunto russa, così come molti degli interpreti (fra le comparse ci sono numerosi ebrei russi che erano fuggiti appunto dai pogrom del 1905 per rifugiarsi in Germania), ma il cast comprende anche attori danesi, tedeschi e polacchi. Thorleif Reiss interpreta il giovane e idealista rivoluzionario Sasha, innamorato della protagonista sin dall'infanzia, che la salverà dalla folla nella drammatica scena finale. Wladimir Gadjarov è Jakov, il fratello maggiore di Hanne-Liebe, che ha "tradito" la famiglia ripudiando la fede ebraica e diventando un celebre avvocato a San Pietroburgo (ma tornerà sui suoi passi e riconoscerà i propri errori). Il film è comunque ricco di personaggi minori e denso di situazioni, frose anche troppo, e ha il merito di ritrarre con un certo realismo e un senso di autenticità (e qualche tocco melodrammatico, dovuto forse all'origine letteraria del soggetto, da un romanzo semi-autobiografico di Aage Madelung del 1918) una tragedia storica che allora era relativamente recente (e che, purtroppo, prefigura quello che accadrà nuovamente proprio in Germania una quindicina di anni più tardi). Dreyer vivacizza il tutto con uno stile ricco di stacchi di montaggio, di primi piani (anche su oggetti), di cambi d'ambientazione, passando da un personaggio all'altro e rendendoli tutti vivi a loro modo (si pensi a Gadja, il figlio del mercante russo; all'infiltrato della polizia zarista che tradisce i rivoluzionari; al falso monaco che semina fra la popolazione l'odio per gli ebrei; per non parlare di tante altre figure minori, dal "pretendente" di Hanne-Liebe alla spia-prostituta a San Pietroburgo). Da notare anche la sovrimpressione nella scena del sogno di Jakov. Forse la storia risulta un po' compressa e mescola troppi temi (la rivoluzione, i pogrom, le vicende personali e familiari di Hanne-Liebe e del fratello), ma l'affresco che ne risulta ha sicuramente il suo valore, storico prima ancora che artistico. Da tempo il film era ritenuto perduto, prima che se ne trovasse una copia con cartelli in russo in un archivio di Tolosa.

8 ottobre 2018

Ordet - La parola (Carl Theodor Dreyer, 1955)

Ordet - La parola (Ordet)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1955
con Henrik Malberg, Preben Lerdorff Rye
****

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni, Giuliana e altri.

Uno dei crucci dell'anziano fattore Morten (Henrik Malberg), patriarca della famiglia Borgen, è la follia del figlio Johannes (Preben Lerdorff Rye), che si crede Gesù Cristo e vaga per la casa e la campagna in vestaglia, predicando nel deserto. Non è l'unico, però: ci sono anche il figlio maggiore Mikkel (Hemil Hass Christensen), che ha perso la fede, e il minore Anders, che si è innamorato di Anna, figlia del sarto del villaggio con cui i Borgen sono in disputa da anni per questioni teologiche. Quando la tragedia colpisce la famiglia con la morte per parto di Inger (Brigitte Federspiel), moglie di Mikkel e cuore pulsante della serenità domestica, sarà proprio un miracolo compiuto dal “folle” Johannes a trasformare il dolore in gioia. Capolavoro del cinema della spiritualità, tratto da un dramma teatrale del 1932 del pastore luterano Kaj Munk, il penultimo film di Dreyer (una delle sue pellicole di maggior successo critico, vincitrice fra l'altro del Leone d'Oro a Venezia) è un'intensa e commovente riflessione sul mistero dell'irrazionale e del trascendente, sul potere della fede, della volontà e – come da titolo – della parola. Il riferimento principale, come suggerito anche dal nome del figlio pazzo (Johannes), è l'incipit del Vangelo di Giovanni (“In principio era la parola...”: una parola vivente e che dona, o restituisce, la vita). Da notare che quello di Johannes non è solo un delirio mistico, tanto che compie il miracolo quando ormai è già rinsavito: anche se esso avviene tramite lui, la fede che lo catalizza è quella “pura” e semplice di una bambina, la nipotina Maren, l'unica che vede al di là dell'ordinario, della ragione e delle apparenze. A lei si contrappongono non solo gli altri membri della famiglia, ma anche le figure delle autorità “ufficiali”, come il pastore del villaggio (cinico e burocratico, anche nel discorso al funerale, colmo di luoghi comuni) e il dottore (un medico scrupoloso ma scientista), che non si accorgono della straordinarietà che li circonda. Che la sceneggiatura derivi da un testo teatrale (fra l'altro già portato sullo schermo nel 1943 dallo svedese Gustaf Molander, con Victor Sjöström come protagonista) è evidente nella composizione delle scene (quasi tutte in interni) e dei dialoghi, anche se Dreyer arricchisce la pellicola con la sua regia essenziale e rigorosa, con lunghi e lenti piani sequenza, con la fotografia austera in bianco e nero, con alcuni scorci esterni (i campi di grano, il canneto, il vento che muove i panni bianchi stesi ad asciugare, simbolo dello spirito) di un mondo fuori dal tempo (se non fosse per i telefoni e l'automobile del dottore, potremmo essere nel settecento o nell'ottocento). E non manca un accenno di satira sociale e religiosa (la faida teologica fra i due patriarchi, che appartengono a correnti protestanti diverse fra loro, raccontata quasi con toni da commedia).

2 marzo 2018

La sposa di Glomdal (Carl T. Dreyer, 1926)

La sposa di Glomdal, aka La fidanzata di Glomdal (Glomdalsbruden)
di Carl Theodor Dreyer – Norvegia 1926
con Einar Sissener, Tove Tellback
*1/2

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Il contadino Tore è innamorato della bella Berit, sua amica d'infanzia e figlia del ricco Ola, che vive al di là del fiume. Disprezzando Tore, Ola vorrebbe concedere Berit in sposa a un altro pretendente, Gjermund, ma la ragazza punta i piedi e fugge di casa per raggiungere il suo amato. La sua ostinazione – e l'intervento del prete locale, che intercede per i due ragazzi – alla fine convince anche il padre, che dà la sua approvazione al matrimonio: ma proprio nel giorno delle nozze, il geloso Gjermund fa affondare la barca del ragazzo. Cercando di guadare il fiume a cavallo, Tore finisce per essere portato via dalla corrente: per fortuna si salverà e potrà convolare a nozze. Girato in Norvegia (Dreyer stava abbandonando la Danimarca: la tappa successiva sarà la Francia, dove realizzerà il capolavoro "La passione di Giovanna d'Arco"), e ispirato ad alcuni romanzi dello scrittore norvegese Jacob Breda Bull, è purtroppo un film di routine come contenuti e messa in scena (la lavorazione avvenne durante l'estate del 1925, improvvisando giorno per giorno senza una sceneggiatura), anche se è apprezzabile la descrizione degli ambienti rurali e le riprese tutte in esterni, fra le quali spicca la lunga sequenza finale sul fiume, con Tore che cerca di aggrapparsi ai tronchi trascinati dalla corrente: un climax drammatico ma forse superfluo (non sarebbe stato male se il film fosse terminato con la riconciliazione con Ula). Interessanti i volti di alcuni personaggi minori, come i genitori dei due innamorati (Stub Wiberg e Harald Stormoen). Gli interpreti erano in gran parte attori di teatro, prestati una tantum al cinema. La copia esistente risulta assai più corta di quella originale, con numerose sequenze di approfondimento tagliate in occasione della prima danese (sempre nel 1926).

11 luglio 2015

C'era una volta (Carl T. Dreyer, 1922)

C'era una volta (Der var engang)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1922
con Clara Pontoppidan, Svend Methling
**

Visto su YouTube.

Da un testo del drammaturgo danese Holger Drachmann, una "favola in cinque atti" a sfondo morale (di cui, purtroppo, diverse sequenze sono andate perdute e sono state sostituite, nella versione restaurata, da foto di scena con cartelli riassuntivi). La principessa del reame di Illyria, bellissima ma anche fredda, viziata e orgogliosa, rifiuta con sdegno ogni possibile pretendente. Il principe di Danimarca, intenzionato a conquistarla, si traveste da mendicante e, con l'inganno (nonché grazie a un magico bollitore di rame, donatogli da un folletto, che consente di vedere il proprio futuro), riesce a portarla con sé nella capanna dove finge di abitare e di lavorare come vasaio. La povertà, la fame e le fatiche, pian piano, "ammorbidiscono" la principessa, che giunge a comprendere i reali valori della vita e si innamora del principe: il quale, naturalmente, le rivelerà alla fine la sua vera identità. Se nella prima parte, quella ambientata alla corte di Illyria, la pellicola soffre per una messa in scena statica (con grande abbondanza di mascherini circolari) ravvivata a fatica dai toni da commedia farsesca (evidenti nei personaggi del re o del buffone che accompagna il principe), nella seconda, ambientata nella foresta danese, migliora e si fa decisamente più suggestiva anche a livello visivo. Ma resta un lavoro minore di Dreyer, di cui si apprezza soprattutto la buona direzione degli attori.

17 maggio 2015

La vedova del pastore (Carl T. Dreyer, 1920)

La vedova del pastore (Prästänkan)
di Carl Theodor Dreyer – Svezia 1920
con Einar Röd, Hildur Carlberg
***

Visto su Dailymotion.

Il secondo lungometraggio di Dreyer (girato in Svezia, a quei tempi industria cinematografica più "avviata" di quella danese) è considerato dalla critica il suo "primo vero film", nonostante sia ancora privo di quel rigore psicologico e formale che lo contraddistinguerà in seguito, e presenti invece alcune caratteristiche insolite per il regista, prima su tutte un diffuso sense of humour che ne fa a tratti una commedia più che un dramma. Tratto da un racconto del 1879 dello scrittore norvegese Kristofer Janson, parla di un giovane e povero studente di teologia, Sofren, che si propone per il posto di parroco in un villaggio isolato fra le montagne, il cui pastore è da poco deceduto. A spingerlo a ottenere l'incarico è anche l'amore: il padre della sua fidanzata Mari, infatti, gli consentirà di sposarla soltanto se diventerà parroco. Dopo aver superato la concorrenza di altri due pretendenti, viene selezionato dai notabili del luogo, ma a una condizione: dovrà sposare la vedova del precedente pastore, l'anziana Dama Margarete, che non intende abbandonare la casa dove ha sempre vissuto. Messo alle strette, Sofren accetta, sperando che la donna abbia ancora poco da vivere. Ma Margarete, sui cui girano voci di stregoneria, non sembra intenzionata ad abbandonare tanto presto questo mondo... Punteggiato da scenette comiche (tutta la sequenza delle "audizioni" dei vari pretendenti al posto di parroco; le sfortunate interazioni di Sofren con i due servi di Margarete; il buffo travestimento notturno da diavolo con cui il giovane spera di spaventare a morte la vecchia; i suoi tentativi di trascorrere alcuni momenti da solo con Mari, che nel frattempo ha fatto accogliere in casa spacciandola per sua sorella...), la pellicola culmina in un finale commovente e consolatorio, in cui il personaggio della "strega" Margarete acquista profondità, rivedendo in Mari sé stessa da giovane e lasciando finalmente via libera ai due giovani amanti, anzi benedicendoli. Dopo aver tanto desiderato la sua morte, Sofren e Mari la ricorderanno con affetto. Molti elementi del film sono tipici del cinema scandinavo di quegli anni: una fonte letteraria assai nota, tipicamente tardo ottocentesca; un pizzico di soprannaturale o di superstizione (qui i poteri magici di Margarete); una grande attenzione agli aspetti umani e psicologici dei personaggi, alle prese con dilemmi di natura morale o sociale. Bella la scenografia (l'antico villaggio norvegese del diciassettesimo secolo, con la sua chiesa e le case di legno, era stato ricostruito in Norvegia da un appassionato: Dreyer in pratica se lo trovò già pronto): la difficoltà di piazzare la macchina da presa in un punto fisso, a causa delle pareti delle case, costrinse il regista a spostarla di continuo, "riprendendo i personaggi da ogni lato", a tutto vantaggio della dinamicità della messa in scena. Nel comparto degli interpreti, da sottolineare la prova della settantaseienne attrice teatrale Hildur Carlberg, che morì poco dopo la fine delle riprese, senza mai aver visto il film completato.

10 aprile 2015

Il presidente (Carl T. Dreyer, 1919)

Il presidente (Præsidenten)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1919
con Halvard Hoff, Olga Raphael Linden
**1/2

Visto su YouTube.

Karl Victor von Sendlingen, integerrimo presidente della corte di giustizia della sua città natale, è chiamato ad avallare la condanna a morte di una giovane accusata di aver ucciso il proprio neonato. Peccato però che la ragazza, all'insaputa di tutti (anche di lei stessa), sia la sua figlia illegittima. Non potendo concederle la grazia, il giudice decide di farla evadere e di fuggire con lei... Il film d'esordio del grande Dreyer, da lui sceneggiato a partire da un romanzo di fine ottocento dell'austriaco Karl Emil Franzos, è un drammone generalmente sottovalutato, persino dallo stesso regista, che ebbe a dire: "Ho fatto questo film un po’ come studio ed esperienza. [...] Era piuttosto mediocre, un po’ melodrammatico". In realtà si capisce bene perché Dreyer scelse quel soggetto, che in lui doveva avere indubbiamente una risonanza: anche il regista era nato come figlio illegittimo, tanto che il cognome Dreyer è in realtà quello del suo padre adottivo e non del vero genitore. Questo tema all'interno del film si sussegue più volte, generazione dopo generazione, ed è mostrato in una serie di tre flashback che suggeriscono come le colpe e i peccati si ripetano nel corso degli anni, sia pure con sviluppi ed esiti differenti. La pellicola si apre infatti con il padre del protagonista che, fra le rovine del castello un tempo appartenuto alla loro famiglia, gli racconta di come in gioventù fu costretto a sposare la serva dalla quale aveva avuto un figlio, e come da questo ne conseguì il decadimento del casato. Anni dopo, è lo stesso Karl Victor a narrare a un amico la storia del suo amore per un'istitutrice (la madre di Victorine, appunto) che poi, per motivi di opportunità e di carriera, aveva dovuto abbandonare. E infine, al processo di Victorine, il suo avvocato racconta ai giudici la triste storia della ragazza, che riecheggia in tutto e per tutto le due precedenti (è stata sedotta e poi abbandonata da un giovane nobile). I forti temi etici, con il conflitto fra le leggi della società e la morale individuale, si intrecciano in una trama decisamente interessante, anche se la sceneggiatura si dilunga un po' troppo nella seconda parte (anche attraverso una serie di scenette "leggere", con i servitori e i cagnolini, fondamentalmente inutili). La regia invece è sorprendentemente dinamica, sfrutta il montaggio per alternare con frequenza piani medi e lunghi, e punta su uno stile pittorico per far sì che "gli interni riflettano i caratteri" dei personaggi, con set che ricordano i dipinti di Vilhelm Hammershøi, e molte scene notturne, in penombra o nella quasi totale oscurità. Da segnalare un paio di inquadrature particolarmente suggestive, come quella dei due innamorati che si baciano sopra un ponte, e di cui è mostrato solo il riflesso nell'acqua sottostante.

23 gennaio 2011

L'angelo del focolare (C. T. Dreyer, 1925)

L'angelo del focolare, aka Il padrone di casa (Du skal ære din hustru)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1925
con Johannes Meyer, Astrid Holm
**

Visto in DVD.

Il tirannico Victor, marito irascibile e perennemente insoddisfatto, costringe la moglie Ida a lavorare in casa come una schiava e a sopportare le sue continue lamentele: viziato e irriconoscente, dà ogni cosa per scontata e non si rende conto dei grandi sacrifici della consorte. Per dargli una lezione, visto che la moglie (che lo ama ancora) non è intenzionata a ribellarsi, la suocera e l'ex bambinaia si coalizzano contro di lui e convincono Ida ad andare via di casa, abbandonando per un mese il marito a sé stesso. Durante la sua assenza Victor diventerà finalmente consapevole della mole di lavoro necessaria per mandare avanti la casa e gestire l'economia domestica; e quando la moglie tornerà, avrà imparato a rendersi utile, a non lamentarsi, e soprattutto ad apprezzare di più la sua dolce metà. Commedia proto-femminista sul tema della "educazione del marito", girata tutta in interni (fanno eccezione alcune brevi scene della passeggiata di Victor per le strade innevate) e con un ampio ricorso ai mascherini a iride che circoscrivono ulteriormente la visione dello spettatore (d'altronde siamo di fronte a un tipico dramma "da camera"): vista oggi, può sembrare un po' ingenua nel modo in cui la situazione si risolve e si capovolge rispetto alle premesse iniziali. Emblematica la frase finale di Victor: "Come siamo stupidi, noi uomini! Soltanto perché portiamo a casa lo stipendio, pensiamo di fare tutto il lavoro, mentre le nostre mogli fanno tre volte il lavoro... e non ricevono stipendi, ma grugniti e occhiatacce!".

2 gennaio 2011

Pagine dal libro di Satana (C. T. Dreyer, 1921)

Pagine dal libro di Satana (Blade af Satans bog)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1921
con Helge Nissen
**1/2

Rivisto in DVD.

Ispirandosi a "Intolerance" di Griffith, Dreyer realizza una lunga pellicola a sfondo morale, divisa in quattro episodi ambientati in differenti epoche storiche ma legati da un filo conduttore: i continui sforzi di Satana (interpretato sempre da Helge Nissen) di indurre gli uomini in tentazione, facendo loro tradire le persone più care. Un cartello introduttivo spiega come Dio abbia bandito Satana dal Paradiso, costringendolo a vagare sulla Terra attraverso i secoli con il compito di spingere gli esseri umani a compiere azioni malvage: per ogni uomo che cederà alla tentazione, la condanna del diavolo sarà aumentata di cento anni; per ognuno che saprà resistergli, gli verranno invece risparmiati mille anni. Nel primo episodio, ambientato in Galilea all'epoca di Gesù, Satana assume l'aspetto di un fariseo e sobilla Caifa contro il Cristo e i suoi apostoli; dopodiché convince Giuda a tradire il suo maestro. Nel secondo, all'epoca dell'inquisizione spagnola, veste i panni del Grande Inquisitore per convincere un giovane monaco a tradire la famiglia presso cui lavorava (uno scienziato accusato di eresia perché praticava l'astronomia e sua figlia, di cui il monaco era innamorato). Nel terzo, che si svolge durante la rivoluzione francese, il diavolo spinge il fedele servitore di una famiglia nobile a diventare un Giacobino e a tradire non solo i suoi padroni ma addirittura la regina Maria Antonietta, rinchiusa in attesa di essere condannata alla ghigliottina. Nel quarto, ambientato nel 1918 (dunque, praticamente in tempo reale) nella Finlandia invasa dai russi, appare come un monaco in stile Rasputin che cerca di spingere una giovane finlandese a tradire il proprio popolo: soltanto quest'ultima, a differenza degli altri tre personaggi, saprà resistergli. Notevole la prova del protagonista Helge Nissen, che dà vita a un Satana multiforme, astuto e crudele ma a tratti anche compassionevole, e ottime le ricostruzione scenografiche e le riprese in esterni; ma non tutti gli episodi sono di egual valore (i più interessanti sono senza dubbio i due centrali).

23 dicembre 2010

Desiderio del cuore (Carl T. Dreyer, 1924)

Desiderio del cuore (Michael)
di Carl Theodor Dreyer – Germania 1924
con Walter Slezak, Benjamin Christensen
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Visto in DVD.

L'aspirante artista Michael, giovane di bell'aspetto, è il modello prediletto dell'affermato pittore Claude Zoret (personaggio ispirato, secondo i commentatori dell'epoca, allo scultore Auguste Rodin), che lo vorrebbe – oltre che come assistente – anche come figlio adottivo. Ma il rapporto fra i due, già incrinato dal crescente bisogno di indipendenza di Michael (che peraltro non si fa problemi a ricorrere alla ricchezza e ai regali del maestro ogni volta che ne ha bisogno), viene messo a dura prova dall'intromissione della principessa Zamirow, nobildonna in esilio di cui Michael si invaghisce a prima vista. Sceneggiato da Dreyer insieme a Thea von Harbou (sì, proprio la moglie e collaboratrice di Fritz Lang), il film mescola vita, arte, amore, morte, ricchezza e talento attraverso le parabole incrociate dei due protagonisti: Zoret, pur ammirato da tutti, è in declino sia artistico sia fisico, mentre il giovane Michael è l'allievo che sta per sorpassare il maestro (e affrancarsi da lui). Evidente il sottotesto omossessuale del rapporto fra i due personaggi, anche se naturalmente – vista l'epoca – non viene esplicitato: basta comunque per classificare il lungometraggio come una delle prime importanti pellicole a tematica gay nella storia del cinema. Alla vicenda principale si intreccia la storia parallela del Duca di Monthieu, che si innamora di una donna sposata e va fatalisticamente incontro alla morte in un duello per mano del marito di lei. Il "motto" che apre la pellicola ("Ora posso morire in pace, perché ho vissuto un grande amore") sembra riferirsi a entrambe le sottotrame. Esemplare la fotografia di Karl Freund (che interpreta anche una piccola parte, quella del mercante d'arte), caratterizzata da un'eccezionale profondità di campo, e splendide le sontuose scenografie della villa di Zoret. Insolita, invece, la sequenza in cui Michael e la principessa si recano a teatro ad assistere al balletto de "Il lago dei cigni", di cui vediamo i movimenti ma (ovviamente, essendo un film muto) non sentiamo la musica. Fra gli attori brilla soprattutto Christensen (che era a sua volta un regista danese, come Dreyer) nei panni del maestro Zoret. Slezak (Michael), a inizio carriera, diventerà famoso solo negli anni quaranta, specializzandosi in ruoli da "cattivo" come in "Prigionieri dell'oceano" di Hitchcock.