Visualizzazione post con etichetta Remake. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Remake. Mostra tutti i post

29 marzo 2024

Dune: Parte due (Denis Villeneuve, 2024)

Dune: Parte due (Dune: Part Two)
di Denis Villeneuve – USA 2024
con Timothée Chalamet, Zendaya
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Sopravvissuti al massacro della Casa Atreides da parte dei rivali Harkonnen, il giovane Paul (Timothée Chalamet) e sua madre Jessica (Rebecca Ferguson) vengono accolti da una tribù di Fremen, il popolo nomade che vive fra le sabbie inospitali del pianeta desertico Arrakis. L'uno – che assume il nuovo nome di "Muad'dib" Usul – ritenuto suo malgrado una figura messianica, e tormentato da tragiche visioni del futuro, l'altra scelta come sacerdotessa, e abile nel fomentare le pulsioni religiose del popolo, li guideranno alla rivolta contro gli Harkonnen e l'Imperatore, che sfruttano il pianeta (e ne schiavizzano gli abitanti) per raccogliere la preziosa spezia. Realizzato solo dopo che il successo della prima parte (uscita tre anni prima) ha convinto i produttori a procedere con il progetto (le due pellicole non sono state girate back-to-back, come è invece consuetudine recente di Hollywood per le serie di questo tipo), il secondo film della saga fantascientifica di "Dune" porta a conclusione l'adattamento del primo romanzo di Frank Herbert, anche se il finale viene parzialmente modificato in modo da concludere con un relativo cliffhanger e agganciarsi meglio al secondo romanzo, "Messia di Dune", che dovrebbe fornire il materiale per l'eventuale terzo film. Pur non lesinando epicità, scenari grandiosi, temi politici (intrighi incrociati, la critica all'imperialismo), filosofici (il destino, l'autodeterminazione) e prettamente fantascientifici (anche se elementi come i Mentat o la gilda dei navigatori, per dirne un paio, continuano a essere praticamente assenti), quasi tutto il focus è riservato alla "guerra santa" (la jihad) e ai sottotesti religiosi, rendendo ancora più espliciti i riferimenti al mondo arabo e al Medio Oriente. Spettacolare visivamente, in particolare per le sequenze di combattimento e quelle che mostrano sullo schermo i giganteschi vermi della sabbia (che i Fremen hanno imparato a cavalcare!), il film soffre di un certo gigantismo che lo rende a tratti pesante, non solo per la mancanza di sottigliezza nell'affrontare le questioni religiose, ma soprattutto per via di qualche carenza a livello di pacing: alcune parti si trascinano troppo a lungo, altre sono glissate via rapidamente, e diversi personaggi vengono (re)introdotti di punto in bianco in maniera non sempre efficace (es.: Gurney Halleck). Anche sul piano della visionarietà (si pensi al tema delle profezie, o al ruolo della sorella – non ancora nata – di Paul) si finisce quasi per rimpiangere l'imperfetta e più "folle" versione di Lynch del 1984. Rispetto al primo film, hanno un ruolo più prominente Zendaya (Chani) e Javier Bardem (Stilgar), nonché Austin Butler (Feyd-Rautha). Tornano inoltre Josh Brolin (un redivivo Gurney Halleck), Stellan Skarsgård (il barone Harkonnen) e Dave Bautista (Rabban). Christopher Walken è l'Imperatore, Florence Pugh la principessa Irulan, Léa Seydoux la giovane Bene Gesserit Margot.

2 luglio 2023

Un uomo tranquillo (H. P. Moland, 2019)

Un uomo tranquillo (Cold pursuit)
di Hans Petter Moland – USA/GB/Canada 2019
con Liam Neeson, Tom Bateman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per vendicare la morte del figlio, ucciso da una banda di trafficanti di droga, Nels Coxman (Liam Neeson), autista di spazzanevi che tiene pulite le strade in una località sciistica vicino a Denver, comincia a uccidere tutti i membri della banda, risalendo man mano nella catena di comando fino al boss Trevor Calcole, detto "Il Vichingo" (Tom Bateman). Remake americano del film norvegese "In ordine di sparizione" di cinque anni prima, diretto dallo stesso regista dell'originale. A parte alcuni dettagli dovuti al cambio di ambientazione (il Colorado innevato al posto del Circolo Polare Artico), come per esempio il fatto che la banda "rivale" sia composta da nativi americani anziché da serbi, la sceneggiatura è praticamente identica a quella del film precedente, compresi i tocchi di humour nero che rendono la pellicola quasi una black comedy: rimangono invariati, per esempio, i "necrologi" a tutto schermo ogni volta che un personaggio muore, l'ironia sui soprannomi da gangster e la caratterizzazione eccentrica ma accattivante di tutti i personaggi minori, che risultano così memorabili anche se il loro ruolo nella storia è minimo (la guardia del corpo gay del cattivo, il fratello ex gangster di Nels e la sua amante asiatica, la poliziotta giovane e idealista, il capo della gang di indiani, e molti altri). Neeson è perfetto nella parte, e regge il confronto con il protagonista dell'originale, Stellan Skarsgård. Ottimo anche Bateman nel ruolo del boss salutista, con figlioletto a carico. Nel cast anche Laura Dern (la moglie di Coxman), Tom Jackson, Emmy Rossum. Musiche di George Fenton. Il generico titolo italiano è identico a quello di un classico di John Ford del 1952 con John Wayne. Naturalmente, trattandosi di una copia in tutto e per tutto, anche se non certo malvagia, tanto vale (come in altri casi simili) guardarsi direttamente l'originale.

6 giugno 2023

Terrore dallo spazio profondo (P. Kaufman, 1978)

Terrore dallo spazio profondo (Invasion of the Body Snatchers)
di Philip Kaufman – USA 1978
con Donald Sutherland, Brooke Adams
**1/2

Rivisto in TV (RaiPlay).

Misteriose spore provenienti dallo spazio danno origine a strane piante che "sostituiscono" gli esseri umani, rimpiazzandoli con copie identiche ma prive di emozioni. Ad accorgersene sono l'ispettore di salute pubblica Matthew Bennell (Donald Sutherland) e la sua collega Elizabeth Driscoll (Brooke Adams), che cercheranno inutilmente di avvisare le autorità... Rifacimento del classico film di fantascienza anni cinquanta "L'invasione degli ultracorpi" (in originale i titoli dei due film sono identici, riprendendo quello dell'omonimo romanzo di Jack Finney: i distributori italiani, chissà perché, scelsero di cambiare quello del remake), di cui sposta l'ambientazione a San Francisco e ai giorni nostri e cambia i protagonisti (di fatto può essere considerato una variazione sul tema). La trama resta comunque identica ("baccelloni" compresi), ma tensioni e paranoie cambiano contesto: non più "politico", con echi di guerra fredda, ma sociale e "psicologico", sullo straniamento della vita moderna che rende sempre più fragili i rapporti umani e famigliari, e sul ritorno a uno stile di vita "inquadrato" che segna, in un certo senso, la fine dell'esperienza della controcultura degli anni settanta. In ogni caso, a tratti è davvero spaventoso e funziona bene sia come horror sia come film di fantascienza. Nel buon cast, anche Jeff Goldblum (il poeta Jack Bellicec), Veronica Cartwright (sua moglie Nancy, che gestisce un negozio di "bagni di fango") e, soprattutto, Leonard "Spock" Nimoy (lo psichiatra David Kibner), in uno dei suoi rari ruoli degni di nota al di fuori di "Star Trek". Kevin McCarthy e Don Siegel, protagonista e regista del film del 1956, fanno una breve comparsa, rispettivamente nei panni dell'uomo che tenta inutilmente di mettere in guardia i nostri eroi in strada ("Arrivano! Sono già qui! Poi toccherà anche a voi!", le stesse parole con cui si concludeva il film precedente) e in quelli del tassista che li conduce verso l'aeroporto. Gli effetti speciali di Russell Hessey riescono a rendere inquietanti anche semplici inquadrature di fiori e piante. Finale memorabile. La sceneggiatura è di W. D. Richter, la musica del pianista jazz Denny Zeitlin (si tratta della sua unica colonna sonora cinematografica).

31 maggio 2023

La sottile linea rossa (Terrence Malick, 1998)

La sottile linea rossa (The Thin Red Line)
di Terrence Malick – USA 1998
con Jim Caviezel, Sean Penn
***

Rivisto in TV (Disney+).

Sul fronte del Pacifico, durante la seconda guerra mondiale, una compagnia dell'esercito americano viene incaricata di conquistare le postazioni giapponesi in cima a una collina sull'isola di Guadalcanal. La battaglia sarà cruenta, ma la guerra è soprattutto mentale. E infatti le lunghe e realistiche scene di combattimento si alternano a momenti di quiete, punteggiati dai pensieri (tramite voci fuori campo) dei soldati, che riflettono sulla morte e sull'esistenza con toni filosofici e quasi religiosi, mentre tutt'attorno la natura – bella, crudele e incontaminata – assiste quasi indifferente al massacro e alla follia distruttiva degli uomini. Il grande ritorno di Terrence Malick alla regia con il suo terzo film, a vent'anni dal precedente "I giorni del cielo", fu un evento: talmente atteso che moltissimi attori celebri fecero a gara per partecipare alla pellicola, anche in ruoli minori (è il caso, per esempio, di George Clooney, John Travolta, Woody Harrelson, Jared Leto, John C. Reilly, Tim Blake Nelson, e altri ancora: molte di queste partecipazioni furono peraltro accorciate quando i produttori chiesero a Malick di ridimensionare il suo primo montaggio, che superava le sei ore di durata). Di impostazione corale, la sceneggiatura (tratta dall'omonimo romanzo di James Jones del 1962: il titolo deriva da un verso di un poema di Rudyard Kipling sulla battaglia di Balaklava, dove i soldati britannici sono definiti come "una sottile linea rossa di eroi") segue in parallelo diverse sottotrame legate a vari personaggi: su tutte, il rapporto fra il soldato Witt (Jim Caviezel, anche se il ruolo in un primo momento era stato assegnato a Edward Norton), che dopo aver disertato per un breve periodo per rifugiarsi fra gli indigeni della Melanesia – in un vero e proprio paradiso terrestre che sarà a sua volta contaminato dall'inferno della guerra – viene costretto a riarruolarsi, e il più cinico sergente Welsh (Sean Penn), che a differenza sua è poco votato alle riflessioni metafisiche e più concentrato sul "qui e ora"; quello fra l'ambizioso colonnello Tall (Nick Nolte), che vede nella guerra e nell'assalto a Guadalcanal la sua ultima occasione di gloria personale, e il più bonario e sensibile capitano Staros (Elias Koteas), che invece rifiuta di seguirne gli ordini quando questi rischiano di mettere a repentaglio la missione e la vita dei suoi uomini; e infine, i tormenti personali del soldato Bell (Ben Chaplin), guidato dalle visioni della moglie (Miranda Otto) rimasta in patria, dalla quale riceverà però per lettera, al termine della battaglia, una richiesta di divorzio. Altri soldati nella compagnia sono quelli interpretati, fra gli altri, da Adrien Brody, John Cusack, John Savage, Dash Mihok, Larry Romano, Thomas Jane e Nick Stahl. A una lunga preparazione (Malick cominciò a lavorare all'adattamento del romanzo nel 1989) sono seguiti oltre tre mesi di riprese (nel Queensland in Australia e alle Isole Salomone) e un lungo lavoro di montaggio e post-produzione. Il risultato è spettacolare per regia, fotografia, qualità delle immagini e uso della colonna sonora (di Hans Zimmer): e le due anime della pellicola – il grande realismo delle frenetiche scene di battaglia e l'intima e rilassante trascendenza di quelle di quiete – si fondono alla perfezione, anche se la lunga durata (quasi tre ore) e il ritmo a tratti compassato rischiano di rendere poco memorabile l'insieme, sacrificando la trama in favore delle atmosfere. Più che sulla storia (che fornisce solo lo scheletro, il telaio di base), Malick ha interesse a raccontare i pensieri e le emozioni umane, vale a dire paura, follia, ambizione, cinismo, rassegnazione, coraggio e codardia: tutte insieme comunicano l'assurdità e la futilità della guerra, spogliata di ogni retorica bellica, militare o patriottica. Orso d'oro a Berlino e sette nomination agli Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, colonna sonora e sonoro). Il romanzo di Jones era già stato portato al cinema nel 1964, con Keir Dullea e Jack Warden.

20 maggio 2023

La guerra ed il sogno di Momi (S. de Chomón, 1917)

La guerra ed il sogno di Momi
di Segundo de Chomón – Italia 1917
con Stellina Toschi, Alberto Nepoti
***

Visto su YouTube.

Rimasto impressionato dalla lettera inviata a casa dal padre (Alberto Nepoti), ufficiale italiano che sta combattendo al fronte contro gli austriaci nella prima guerra mondiale, il piccolo Momi (Stellina Toschi) sogna una vera e propria guerra fra i suoi giocattoli preferiti, i due burattini Trik e Trak, ciascuno dei quali è alla guida di un esercito di propri alter ego. "Remake" esteso del cortometraggio "Il sogno del bimbo d'Italia" del 1915, questo mediometraggio è uno dei capolavori del regista spagnolo Segundo de Chomón, specialista degli effetti speciali che da qualche anno si era trasferito in Italia, dove aveva collaborato anche al kolossal "Cabiria" di Pastrone. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti: nella prima, di una quindicina di minuti, viene raccontato un episodio della guerra "reale", sulle Alpi, in cui gli uomini guidati dal padre di Momi salvano un pastorello e sua madre dai nemici che avevano occupato la loro casa. L'episodio è realistico, anche grazie alle riprese in esterni sulla montagna innevata. Il pezzo forte, però, è il secondo segmento, quello del sogno di Momi, dove Chomón dà sfogo alla sua fantasia con echi del cinema di Méliès. I due eserciti di giocattoli (di fatto è un "Toy Story" ante litteram!) si scontrano nelle trincee ma danno vita anche a una guerra non convenzionale, con armi fantascientifiche (il cannone Kolossal) e chimiche (fumi di gas asfissiante, che viene risucchiato e "imbottigliato" dagli avversari), per non parlare di una battaglia aerea fra biplani e dirigibili, con tanto di bombardamento sui villaggi sottostanti e un incendio che viene spento... con una bottiglia di selz. L'animazione in stop motion (tecnica che Chomón aveva già utilizzato più volte in passato, per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" o nel seminale "L'hotel elettrico" del 1908) è assolutamente pregevole per l'epoca, ma quello che stupisce è la portata – e la lunghezza – del segmento animato, che dura quasi mezz'ora. Il che ne fa un caposaldo imprescindibile del nascente cinema di animazione. E rispetto alle fonti di ispirazione ("Il sogno del bimbo d'Italia", ma anche l'ancor precedente "Il sogno patriottico di Cinessino", che però non prevedeva una sequenza a passo uno con i giocattoli), il libero sfogo della fantasia ha assolutamente predominanza sui temi patriottici e propagandistici, cosa curiosa se pensiamo che eravamo in pieno conflitto (ma nemmeno tanto: dopo due anni di guerra, in molti era ormai subentrata una certa disillusione e un rifiuto della retorica bellica degli inizi).

17 aprile 2023

Living (Oliver Hermanus, 2022)

Living (id.)
di Oliver Hermanus – GB 2022
con Bill Nighy, Aimee Lou Wood
**

Visto in TV (Now Tv).

Nell'immediato dopoguerra, l'anziano burocrate Mr. Williams (Bill Nighy), scostante e solitario direttore dell'ufficio lavori pubblici di Londra, scopre di avere un tumore incurabile che gli lascia soltanto pochi mesi di vita. Non riesce a comunicare la notizia a nessuno, nemmeno al figlio, e per un breve periodo perde ogni desiderio di lottare. Ma grazie alla giovane Margaret Harris (Aimee Lou Wood), sua ex impiegata, trova infine una ragione per vivere appieno i suoi ultimi momenti: quella di portare avanti, con ogni sforzo, la proposta di un comitato di quartiere di costruire un'area giochi per bambini in un terreno dismesso. Dopo la sua morte, sarà ricordato da tutti con affetto e riconoscenza, anche se la sua lezione sarà di breve durata... Su sceneggiatura di Kazuo Ishiguro, un remake del classico "Vivere" di Akira Kurosawa, di cui sposta l'ambientazione geografica dal Giappone all'Inghilterra (ma non quella temporale: siamo nel 1949). Come il film originale, che si ispirava a "La morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj, la vicenda vorrebbe essere una riflessione sul senso ultimo della vita. Ma l'impostazione calligrafica, unita all'estremo formalismo britannico, lo rendono meno convincente dell'originale giapponese, cinismo compreso. E la retorica umanista, settant'anni dopo, sembra esagerata e fuori contesto. Nomination agli Oscar per il bravo Nighy e per la sceneggiatura. Nel cast anche Alex Sharp (il giovane neoassunto all'ufficio statale), Tom Burke, Adrian Rawlins, Oliver Chris (gli altri colleghi) e Barney Fishwick (il figlio).

24 marzo 2023

Gang (Robert Altman, 1974)

Gang (Thieves like us)
di Robert Altman – USA 1974
con Keith Carradine, Shelley Duvall
***

Visto in divx.

Tre ergastolani – i gangster veterani ed esperti Chicamaw (John Schuck) e T-Dub (Bert Remsen) e il pivello Bowie (Keith Carradine), condannato per un omicidio commesso quando aveva sedici anni – evadono dai lavori forzati e decidono di mettersi insieme a rapinare banche nel Mississippi alla fine degli anni trenta. Tra un colpo e l'altro si rifugiano presso parenti o amici che li ospitano di malavoglia. Bowie si innamora della giovane Keechie (Shelley Duvall) e sogna di mettere su famiglia con lei. Ma la polizia è sulle loro tracce... Tratto dal romanzo "Ladri come noi" (1937) di Edward Anderson, lo stesso che aveva ispirato il classico "La donna del bandito" di Nicholas Ray (di cui pertanto è di fatto un remake), il film è girato da Altman focalizzandosi più sui momenti di quiete e di quotidianità dei banditi in fuga fra un colpo e l'altro che non sulle rapine vere e proprie (quasi mai rappresentate in diretta), e in questo guarda – senza nasconderlo – al "Gangster story" di Arthur Penn del 1967, che aveva portato sullo schermo la vera storia di Bonnie & Clyde. La ricostruzione d'epoca, sia pure realizzata con pochi mezzi (essenzialmente le automobili e l'ampio ricorso ai programmi radiofonici) è eccellente: gli aspetti sociali di un paese da poco uscito dalla Grande Depressione si riflettono nei discorsi di T-Dub ("Avrei dovuto fare il commercialista, e rapinare la gente con il cervello, non con la pistola"), che ricorda ai complici come alle banche, essendo assicurate, quasi conviene essere rapinate. Interessante anche l'uso diegetico della colonna sonora e delle trasmissioni radiofoniche, come nella scena in cui Bowie e Keechie amoreggiano mentre la radio trasmette un adattamento del "Romeo e Giulietta", o in quelle in cui, durante una rapina, si ode un discorso del presidente Franklin Delano Roosevelt. La narrazione appare a tratti un po' disgiunta, dando quasi la sensazione di essere improvvisata scena per scena: ma è una caratteristica del cinema di Altman. Notevole la quantità di product placement della Coca-Cola. Il cast di contorno comprende Louise Fletcher (Mattie), Ann Latham (Lula) e Tom Skerritt (Dee).

18 febbraio 2023

Un milione di anni fa (Don Chaffey, 1966)

Un milione di anni fa (One Million Years B.C.)
di Don Chaffey – GB 1966
con Raquel Welch, John Richardson
*1/2

Visto su YouTube, per ricordare Raquel Welch.

In un mondo primitivo e selvaggio, il cavernicolo Tumak (John Richardson) è scacciato dalla sua tribù (quella delle "rocce"), ma viene accolto da un'altra (quella delle "conchiglie"), dove conosce la bella Loana (Raquel Welch). Capostipite del filone "preistorico" (anche se a tutti gli effetti è un remake di una precedente pellicola americana del 1940, "Sul sentiero dei mostri"), questo film è degno di nota per due cose soltanto: i dinosauri e/o mostri giganti realizzati in stop motion da Ray Harryhausen, e la notevole presenza di Raquel Welch in bikini di pelliccia, che divenne all'istante un sex symbol e un'icona di costume degli anni sessanta (il ruolo era stato inizialmente offerto a Ursula Andress, che lo rifiutò). Per il resto, la trama è esile e fumettistica, e la ricostruzione storica è risibile e colma di anacronismi, a cominciare dall'assurdo titolo (un milione di anni?) e dalla convivenza fra uomini e dinosauri. Parlando di quest'ultimi: oltre a un allosauro, un paio di pteranodonti, un triceratopo e un ceratosauro (che lottano fra loro), ci sono anche varie creature con fattezze di animali giganti (mostri-pesci, tartarughe, serpenti, iguane, tarantole...). Da notare il contrasto fra le due tribù: quella di Tumak (con i capelli scuri) è più violenta, quella di Loana (con i capelli biondi) più civilizzata. Il film è privo di dialoghi: a parte un narratore "documentaristico" nelle scene iniziale, tutti i personaggi si esprimono solo tramite singole parole (i loro nomi, per lo più) e suoni gutturali. Gli esterni sono stati girati alle isole Canarie. Naturalmente l'eruzione vulcanica e il terremoto nel finale sono realizzati con modellini ed effetti pionieristici (che ricordano il cinema muto dei primordi). Nonostante i suoi molti difetti, la pellicola ebbe un grande successo di pubblico, divenne un fenomeno culturale e portò alla realizzazione di seguiti, imitazioni e parodie: rivista oggi, purtroppo, sembra essa stessa una parodia (nello stile di Mel Brooks).

31 gennaio 2023

Niente di nuovo sul fronte occidentale (E. Berger, 2022)

Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)
di Edward Berger – Germania/USA 2022
con Felix Kammerer, Albrecht Schuch
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Le vicende del giovanissimo soldato tedesco Paul Bäumer (Felix Kammerer) e dei suoi commilitoni, fra cui il più "esperto" Stanislaus 'Kat' Katczinsky (Albrecht Schuch), sul fronte francese della prima guerra mondiale (il film si svolge dalla primavera del 1917 fino al novembre del 1918, quando viene firmato l'armistizio), impegnati in una sporca "guerra di trincea", dove milioni di soldati muoiono inutilmente nel fango per conquistare pochi chilometri di terra. Terzo adattamento dell'omonimo romanzo semi-autobiografico di Erich Maria Remarque, dopo il capolavoro del 1930 ("All'ovest niente di nuovo" di Lewis Milestone, che rimane la versione migliore) e il TV movie del 1979 (di Delbert Mann). Questa volta la realizzazione è tedesca (anche se la produzione è di Netflix), opera di un regista dai trascorsi per lo più televisivi, che si concentra sugli eventi bellici, trascurando quelli legati alla società di contorno che pure erano importanti per il contesto generale. A parte una breve scena all'inizio, quando Paul e i suoi amici lasciano la scuola, mancano infatti i momenti di confronto con la società civile e in particolare è assente la sequenza del breve ritorno di Paul a casa in licenza, ma anche quelle in cui il ragazzo ritrova sotto le armi il professor Kantorek, l'insegnante che lo aveva "indottrinato". Se dunque le scene di battaglia e di combattimento mantengono la loro potenza (l'enfasi visiva ed emozionale con cui sono riprodotte sullo schermo, del tutto spogliate di eroismo, riesce a denunciare l'orrore e l'assurdità di un conflitto in cui milioni di ragazzi perdono la vita, usati come carne da cannone), i personaggi stessi risultano invece quasi privi di personalità, compreso un protagonista di cui manca la prospettiva. E le sequenze dedicate alla trattativa dell'armistizio, con il capo della delegazione tedesca Erzberger (Daniel Brühl), nonché quelle con il generale guerrafondaio Friedrichs (Devid Striesow), che si oppone alla pace e manda i suoi uomini a combattere fino all'ultimo momento anche quando la sconfitta è ormai certa, quasi distraggono dall'intento di mostrare la guerra dal punto di vista del più umile dei soldati, e dunque con un valore universale ed esistenziale, anziché da quello della ricostruzione storica, legata alle trattative geopolitiche o a un conflitto specifico. Fotografia virata quasi sempre al blu. Ottimo il riscontro critico, con ben nove nomination agli Oscar (forse troppe?), compresa quella per il miglior film.

26 novembre 2022

La figlia dell'inganno (Luis Buñuel, 1951)

La figlia dell'inganno (La hija del engaño)
di Luis Buñuel – Messico 1951
con Fernando Soler, Alicia Caro
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Tradito dalla moglie, e in dubbio sulla paternità della loro figlia, un uomo (Fernando Soler) ripudia la donna e affida la bambina a una coppia di contadini. Vent'anni dopo, diventato ricco (anche se misantropo) e proprietario di un locale notturno, decide di rintracciare la ragazza (Alicia Caro)... Altro film del periodo "alimentare" di Buñuel in Messico, tratto da una commedia teatrale spagnola ("Don Quintín, el amargao") di cui aveva già curato una precedente versione cinematografica, nel 1935, in Spagna (come sceneggiatore, ma non accreditato): di conseguenza, è l'unico soggetto di cui Don Luis ha lavorato a due versioni. Nonostante la trama chiaramente melodrammatica, i toni sono quelli della commedia, se non della farsa, soprattutto nella seconda parte, grazie ad alcuni personaggi secondari – come i due "sgherri" di Don Quintín (Fernando Soto e Nacho Contla), protagonisti di svariati siparietti – e alla parodia degli ambienti gangsteristici. Il finale, però, è decisamente affrettato, con l'improvvisa riconciliazione fra padre e figlia che sembra cadere un po' dal nulla. Niente dunque di memorabile o di "buñueliano", anche se il film si iscrive a buon diritto nel periodo d'oro del cinema messicano di quegli anni. Nel cast Rubén Rojo e Amparo Garrido.

12 novembre 2022

Dolce inganno (George Stevens, 1937)

Dolce inganno (Quality Street)
di George Stevens – USA 1937
con Katharine Hepburn, Franchot Tone
**1/2

Rivisto in DVD.

Nell'Inghilterra di inizio Ottocento, la giovane Phoebe (Katharine Hepburn) soffre una delusione d'amore quando il dottor Brown (Franchot Tone), il gentiluomo di cui era invaghita e dal quale si aspettava una proposta di matrimonio, sceglie invece di abbandonarla per arruolarsi e partire per le guerre napoleoniche. Quando l'uomo tornerà, dieci anni dopo, Phoebe gli farà credere di essere la propria nipote Livy, più giovane e sbarazzina, e cercherà di sedurlo per vendicarsi di lui, non immaginando che invece Brown nel frattempo ha messo chiarezza nei propri sentimenti e ha deciso di sposare proprio la "vecchia" Phoebe... Da un'opera teatrale di J. M. Barrie (l'autore di "Peter Pan"), già portata al cinema in versione muta nel 1927, una commedia degli equivoci romantica e delicata, tutta ambientata in un quartiere, anzi in una strada (Quality Street, appunto), popolata da giovani e vecchie zitelle che sognano avventure sentimentali e spettegolano su ogni cosa. Attorno alla splendida Hepburn, che veicola tante emozioni allo stesso tempo, si aggirano infatti parenti e amiche impertinenti e curiose, mentre la trovata del travestimento, per quanto inverosimile (come può Phoebe sembrare una versione più giovane di sé stessa con tanta facilità? Risposta: è la magia del teatro!), fornisce il necessario spunto per movimentare la vicenda. Non manca poi una robusta dose di comicità, offerta soprattutto dai personaggi del sergente reclutatore (Eric Blore) e della cuoca di casa (Cora Witherspoon). Nel buon cast anche Fay Bainter (Susan, la sorella maggiore di Phoebe) ed Estelle Winwood (Mary, una delle vicine impiccione). Ottima la regia di Stevens.

21 settembre 2022

La fiera delle illusioni (Guillermo del Toro, 2021)

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (Nightmare Alley)
di Guillermo del Toro – USA/Messico 2021
con Bradley Cooper, Cate Blanchett
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

All'inizio degli anni quaranta, il truffatore Stan Carlisle (Bradley Cooper) mette a frutto le tecniche di mentalismo e chiaroveggenza che ha appreso negli anni trascorsi come imbonitore in un circo itinerante per spillare soldi ai membri dell'alta società, proponendosi come medium e spiritista, con la complicità di una subdola psicanalista (Cate Blanchett) che gli rivela i segreti dei suoi ricchi clienti. Ma quando tenterà il colpo grosso ai danni di Grindle (Richard Jenkins), un milionario recluso che soffre di sensi di colpa per la morte della ragazza che ha amato in gioventù, le cose non andranno come previsto... Il nuovo film di Del Toro, dopo il successo de "La forma dell'acqua", è un originale thriller psicologico tratto dal classico romanzo di William Lindsay Gresham che era già stato portato sul grande schermo da Edmund Goulding nel 1947 con Tyrone Power (la cui figlia Romina ha qui un breve cameo nella scena dell'esibizione di Stan al ristorante). Il protagonista, ambizioso imbonitore da fiera con un misterioso e tragico passato (svelato poco a poco), è al centro di una vicenda in cui è convinto di poter manipolare facilmente le persone intorno a sé – che si tratti delle sue "vittime", della ragazza che ama, Molly (Rooney Mara), fuggita con lui dal circo, o della subdola femme fatale Lilith (una Blanchett in versione dark lady) – salvo infilarsi in una spirale di autodistruzione che lo porterà, tormentato a sua volta dai sensi di colpa, a finire nel peggiore dei modi, in un cerchio che si chiude. Ben recitato e molto bello visivamente, il film è purtroppo debole narrativamente: la storia e le sue svolte non lasciano incantati come il precedente (e più romantico) "La forma dell'acqua", né stupefatti come un altro film su truffe e illusioni per certi versi simile, quale "The prestige" di Nolan. Da elogiare però l'ottima confezione, con regia, fotografia e scenografie all'altezza degli altri lavori di Del Toro, e un'accattivante ricostruzione ambientale, tanto nella parte legata alla fiera (la prima ora di film), tanto in quella negli ambienti più altolocati (la seconda ora). Il ricco cast comprende anche Willem Dafoe (Clem, il direttore del circo), Toni Collette e David Strathairn (i due "maghi" da cui Stan apprende i segreti del mestiere), Ron Perlman (il forzuto Bruno), Peter MacNeill, Mary Steenburgen e Holt McCallany. Quattro nomination agli Oscar (per film, fotografia, scenografie e costumi) ma nessuna statuetta vinta. In alcune sale è circolata una versione in bianco e nero che ne accentua le sfumature noir.

31 agosto 2022

Irma Vep - La vita imita l'arte (O. Assayas, 2022)

Irma Vep - La vita imita l'arte (Irma Vep)
di Olivier Assayas – USA/Francia 2022
con Alicia Vikander, Vincent Macaigne
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Remake, sotto forma di miniserie televisiva (in otto episodi), dell'omonimo film del 1996 dello stesso Assayas, che a sua volta parla(va) di un remake: quello del celebre serial muto "I vampiri" di Louis Feuillade, che il regista autoriale René Vidal (Macaigne) sta girando a Parigi con una star hollywoodiana, Mira Harberg (Vikander), nei panni della protagonista Irma Vep. Costei (interpretata da Musidora nel 1915 – anche se la serie, chissà perché, dice 1916 – e da Maggie Cheung nel 1996) è una dark lady ante litteram, fascinosa ladra vestita con una tuta nera aderente che fa parte di una banda criminale (i "Vampiri", appunto) che terrorizza Parigi. Ma l'arte e la vita, la realtà e l'immaginazione, si confondono durante la travagliata lavorazione della serie, che mette a dura prova le fragili esistenze di attori e cineasti, alle prese con spiriti e demoni personali... Autoreferenziale e autobiografica (in René c'è molto di Assayas, a partire dalla relazione con "l'attrice cinese" che aveva interpretato Irma Vep in precedenza) ma al tempo stesso meno realistica (basti notare che, a differenza del film con Maggie Cheung, stavolta nessuno interpreta sé stesso e dunque tutti i personaggi sono immaginari), la serie è purtroppo noiosa e sfilacciata: come molti prodotti televisivi che prendono l'idea di partenza da un film o da qualcosa di preesistente, ne stiracchia i contenuti per spalmarli su una durata di più ore senza una vera necessità narrativa, il che risulta in una successione di situazioni ed episodi del tutto estemporanei e inconsequenziali. E quando prova a farsi "profonda", con le discussioni sulla vita, il cinema, la spiritualità, si ha l'impressione che sia tutto improvvisato sul momento e superficiale. La Vikander è francamente inadeguata nel ruolo dell'attrice sexy e bisessuale: meglio Macaigne in quello del regista nevrotico e depresso, nonché alcuni comprimari. Fra i migliori, Vincent Lacoste (il vanesio attore francese Edmond), Lars Eidinger (l'eccentrico e tossicomane attore tedesco Gottfried) e Devon Ross (Regina, assistente personale di Mira nonché aspirante regista), mentre il personaggio della costumista lesbica Zoe (Jeanne Balibar), assieme alla protagonista stessa, è quello che più ha sofferto nel passaggio dal film alla serie tv. Velleitari i riferimenti allo stato del cinema e della tv moderna (ma è triste che un prodotto in teoria così permeato di storia del cinema sia uscito sotto forma di serie televisiva: d'altronde, il cinema è morto). I numerosi inserti con la vicenda dei vampiri, con spezzoni del serial muto e poi le scene rifatte, sono la cosa più interessante: ma a quel punto, è meglio dedicare il proprio tempo a rivedersi direttamente l'originale di Feuillade.

24 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (K. Branagh, 2022)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di Kenneth Branagh – USA/GB 2022
con Kenneth Branagh, Tom Bateman
**

Visto in TV (Disney+).

In crociera sul Nilo, Hercule Poirot (Kenneth Branagh) deve indagare sull'omicidio dell'ereditiera Linnet Ridgeway (Gal Gadot), uccisa durante il suo viaggio di nozze. Secondo film – dopo "Assassinio sull'Orient Express" – della nuova serie dedicata al personaggio ideato da Agatha Christie, di fatto un remake dell'omonima pellicola del 1978 con Peter Ustinov. Pur non deviando dal romanzo o dall'adattamento precedente nei punti chiave della vicenda (il che significa che l'identità del colpevole, e la meccanica dell'assassinio, sono le stesse), se ne discosta in diversi dettagli e nella caratterizzazione di alcuni personaggi secondari, a cominciare dal "dottor Watson" di turno, che in questo caso non è il colonnello Race ma il giovane Bouc (Tom Bateman), l'amico di Poirot già visto nel primo film, che narrativamente prende anche il posto del Tim Allerton del libro originale. Notevoli cambiamenti (con chiari intenti di political correctness) anche per i personaggi di Salome (Sophie Okonedo) e Rosalie Otterbourne (Letitia Wright), con la prima che non è più una scrittrice ma una cantante blues di colore, di cui peraltro Poirot si innamora. E al pari del film del 2017 (anche se con meno eccessi), il detective interpretato da Branagh esonda dai limiti di un investigatore da whodunit: il regista/attore lo dota di una backstory, con tanto di flashback ambientato durante la prima guerra mondiale per spiegare l'origine dei suoi celebri baffi, nonché di emozioni e sentimenti di cui si poteva benissimo fare a meno. Girato elegantemente (belle, come sempre, le scene in bianco e nero che ricostruiscono a posteriori come è avvenuto il delitto: meno convincente l'evento clou visto in diretta, che rende più facile immaginare chi sia l'assassino), con un miglior equilibrio narrativo, ma anche con un cast meno stellare del lungometraggio di Guillermin (fra gli altri interpreti ci sono Emma Mackey, Armie Hammer, Annette Bening, Russell Brand, Jennifer Saunders e Dawn French), il film soffre a livello di sceneggiatura per qualche ridondanza e poca sottigliezza (tutto è più esplicitato, a partire dal rapporto lesbico fra Marie Van Schuyler e Miss Bowers, in precedenza lasciato soltanto intendere fra le righe). E stavolta non è stato girato in Egitto (ricostruito digitalmente), ma in Inghilterra. Probabili ulteriori sequel.

12 marzo 2022

West Side Story (Steven Spielberg, 2021)

West Side Story (id.)
di Steven Spielberg – USA 2021
con Ansel Elgort, Rachel Zegler
**

Visto in TV (Disney+).

Nel West Side newyorkese, durante gli anni Cinquanta, due bande giovanili (i Jets, bianchi, e gli Sharks, immigrati portoricani) si contendono un territorio in rovina, un pugno di isolati soggetti allo sgombero o alla demolizione. Nemmeno l'amore fra Tony (Elgort) e Maria (Zegler) potrà impedire che il circolo dell'odio e della vendetta sfoci in tragedia. Nuova versione cinematografica del celebre (e bellissimo) musical di Leonard Bernstein (con testi di Stephen Sondheim), rilettura quasi esplicita di "Romeo e Giulietta", questo film è forse un esempio perfetto di remake del tutto inutile: non solo non innova praticamente nulla rispetto alla pellicola di Robert Wise del 1961, di cui riprende mood, messa in scena e persino coreografie (tanto da rendere obbligatorio accreditare nei titoli di coda il coreografo originale, Jerome Robbins, al fianco di quelli moderni), ma risulta anche inferiore a essa sotto ogni aspetto, a partire dagli interpreti (meglio comunque la Zegler, che almeno sa cantare, del mediocre Elgort). Nonostante il regista dal nome importante, dunque, non c'è praticamente nessun motivo per preferire la visione di questa versione rispetto a quella di sessant'anni prima. Anziché attualizzare l'ambientazione (sarebbe stata un'idea niente male), il film riprende il setting degli anni '50 dell'originale, enfatizzando quanto meno l'aspetto del conflitto razziale, che risulta così predominante rispetto alla trama romantica o al tema della delinquenza giovanile. Fra una canzone e l'altra, lo sceneggiatore Tony Kushner aggiunge lunghi e inutili dialoghi che suonano però didascalici, fasulli o fuori registro rispetto al resto (non mancano anacronismi, anche per colpa del doppiaggio italiano, con termini come "eyeliner" o "distruzione reciproca assicurata" che mai avrebbero potuto essere usati da teenager degli anni Cinquanta) e soprattutto che fanno smarrire l'organicità dell'insieme, scollegando le parti musicali le une dalle altre. A tratti si ha addirittura l'impressione che al film interessino poco le canzoni, tanto che per paradosso potrebbero essere eliminate e la trama avrebbe ancora senso. Da notare come (non una o due, ma almeno una decina di volte!) i personaggi portoricani si dicano per i motivi più svariati che non devono parlare fra loro in spagnolo, come se i cineasti volessero giustificarsi davanti al pubblico (che paranoia!) del fatto che parlino e cantino in inglese. Per chi non avesse visto il film di Wise, comunque, la visione può risultare piacevole, visto che le canzoni ovviamente sono sempre molto belle, da "America" a "Tonight", da "Maria" a "Somewhere". Quest'ultima non è cantata da Tony e Maria, ma da un personaggio introdotto appositamente (e che sostituisce Doc), Valentina, proprietaria del negozio dove lavora Tony e interpretata da Rita Moreno, che nel film del 1961 era Anita. Ampliato anche lo spazio per il tenente Schrank (Corey Stoll) e per l'agente Krupke (Brian d'Arcy James). Ariana DeBose è Anita, Mike Faist è Riff, David Alvarez è Bernardo, Josh Andrés Rivera è Chino. Sette nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia e la fotografia).

13 ottobre 2021

Dune (Denis Villeneuve, 2021)

Dune (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2021
con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson
***

Visto al cinema Colosseo.

Nell'anno 10191, l'imperatore della galassia affida alla Casa Atreides la gestione del pianeta Arrakis, un mondo tutto ricoperto dal deserto, preziosissimo perché vi si estrae la "spezia", la sostanza che rende possibile i viaggi spaziali. Gli Atreides subentrano agli Harkonnen, ma ignorano di essere vittima di un tranello: l'imperatore infatti intende eliminarli, aiutando i loro rivali a sconfiggerli con un attacco a sorpresa. Alla morte del padre, il duca Leto, soltanto suo figlio Paul Atreides (Timothée Chalamet), insieme alla madre Jessica (Rebecca Ferguson), riesce a sopravvivere, inoltrandosi nel deserto e unendosi a una tribù di Fremen, i misteriosi abitanti del pianeta, che adorano i giganteschi vermi che si nascondono sotto la sabbia e che da secoli attendono l'arrivo di un messia... Nuovo e ambizioso adattamento del libro di Frank Herbert, uno dei più grandi romanzi di fantascienza (se non il più grande) di tutti i tempi, dopo i tentativi falliti di Alejandro Jodorowsky e Ridley Scott (tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta), quello riuscito – ma controverso – di David Lynch (1984) e la serie televisiva di John Harrison (2000): Villeneuve, al terzo film di fantascienza consecutivo (dopo "Arrival" e "Blade Runner 2049") e al primo dopo dieci anni in cui ha collaborato anche alla sceneggiatura (l'ultimo era stato "La donna che canta", guarda caso un'altra ambientazione legata al Medio Oriente), ha scelto di dividere il romanzo in due parti, di cui questa pellicola (l'inizio di una franchise?) adatta soltanto la prima. Il sequel è ancora da realizzare (i due film non sono stati girati back-to-back, come da recenti consuetudini hollywoodiane) ma dovrebbe sperabilmente uscire entro un paio di anni, con un possibile terzo titolo che dovrebbe poi portare sullo schermo "Il messia di Dune", il secondo romanzo della serie.

Sono tornato al cinema dopo un anno e nove mesi (per la precisione, a 627 giorni dall'ultima volta!) perché questo era un film da vedere sul grande schermo. Epico, colossale e spettacolare, capace di dar vita a un'intera galassia che ribolle di intrighi, complotti e dinamiche fra le numerose forze in gioco (e in retrospettiva sono evidenti, per esempio, le influenze che il romanzo di Herbert ha avuto su "Guerre stellari" e su tutto il mondo ideato da George Lucas, di cui è quasi una versione adulta), ma anche lontano dalle baracconate fracassone di molti film d'azione americani. L'aura solenne e austera che si respira, semmai, fa pensare a pellicole di altri tempi, come i grandi classici "Kagemusha" e "Ran" di Akira Kurosawa, con i loro tempi lenti e i personaggi tragici e shakespeariani. E poi c'è l'ambientazione, il pianeta deserto di Arrakis, con i suoi scoperti rimandi al Medio Oriente o alle culture arabe e magrebine (oggi forse ancora più che negli anni Sessanta!), al popolo sfruttato per gli interessi commerciali di entità esterne che vogliono spremere le risorse naturali fino all'ultima goccia (qui la spezia, nel mondo reale il petrolio). In "Dune" non ci sono solo battaglie e astronavi, infatti, ma politica, economia, religione, anzi proprio questi sono i temi prevalenti. Alcuni aspetti, rispetto al romanzo (e anche al film di Lynch), sono a dire il vero semplificati, ma era inevitabile: Villeneuve preferisce fare meno cose, ma farle meglio, e in quel che ci offre riesce a restituire tutta l'epicità, la grandiosità e il mistero che permeava le pagine scritte (anche se taglia o elimina molti pensieri dei vari personaggi). Un esempio sono i Fremen, un altro i vermi giganti, ai quali rende decisamente giustizia. Forse l'ultima parte della pellicola si dilunga un po' troppo, perdendo il ritmo che era stato costruito fino ad allora, e sarebbe stato meglio concludere questa prima pellicola subito dopo la morte del duca Leto, ma è un difetto veniale.

Nei panni del protagonista, Chalamet appare decisamente più in parte di quanto non fosse stato Kyle MacLachlan nel film di Lynch. In generale il casting mi è parso eccellente, con interpreti in grado di infondere dignità e carisma ai rispettivi ruoli, come nel caso del guerriero Duncan Idaho (Jason Momoa), personaggio che avrà un'inaspettata ma notevole importanza nel resto della saga; del militare Gurney Halleck (Josh Brolin), mentore di Paul; o dell'enigmatico capo tribù Stilgar (Javier Bardem). Fra i migliori c'è anche Stellan Skarsgård nel ruolo del barone Harkonnen, spaventoso e intimidente, e non più una macchietta com'era nel film del 1984. Oscar Isaac è il duca Leto, padre di Paul; Dave Bautista è Rabban, il nipote del barone; Zendaya è Chani, la giovane Fremen che appare nei sogni precognitivi di Paul; Charlotte Rampling è la veridica dell'imperatore, una delle Bene Gesserit, la potente e misteriosa setta femminile che da millenni manipola le linee genetiche per arrivare a produrre il "Kwisatz Haderach", l'essere supremo. L'unico gender swapping di rilievo (tutto sommato accettabile) è quello relativo al dottor Kynes, trasformato in donna (Sharon Duncan-Brewster). Solo in alcuni casi (Stephen McKinley Henderson come Thufir Hawat, Chang Chen come dottor Yueh, David Dastmalchian come Piter De Vries) devo ammettere di aver rimpianto i volti scelti da Lynch. Ottimi e realistici gli effetti speciali (i vermi, come già detto, sono impressionanti e restituiscono quel senso di divinità e di forza misteriosa della natura che è loro connaturato; ma notevoli anche i costumi e il design di armi e astronavi, a partire dai veicoli "a libellula") ma anche tutto il comparto sonoro, con la musica di Hans Zimmer e soprattutto un mix audio estremamente curato che in certi momenti domina e trascina con sé i sensi dello spettatore (si pensi, per esempio, alla "Voce", il modo in cui le Bene Gesserit influenzano la volontà altrui).

5 ottobre 2021

The guilty (Antoine Fuqua, 2021)

The Guilty (id.)
di Antoine Fuqua – USA 2021
con Jake Gyllenhaal, Christina Vidal
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Mentre Los Angeles è preda al caos e le sue colline sono scosse dall'emergenza incendi, Joe Baylor (Gyllenhaal), poliziotto caduto in disgrazia e sotto processo per abuso della forza, deve affrontare un difficile turno di notte come operatore del 911, il centralino delle emergenze. E quando viene chiamato da una donna che afferma di essere stata rapita dall'ex compagno (e che gli telefona fingendo di stare parlando con la figlia), si prende personalmente a cuore la missione di salvarla. Anche perché ci sono di mezzo dei bambini, e Joe, fra una miriade di problemi personali, corre anche il rischio di perdere ogni rapporto con la propria figlioletta... Il messaggio, un po' banale, è "Chi soffre salva chi soffre". Remake del film danese "Il colpevole - The Guilty" di Gustav Möller, del 2018: un one-man-show che si svolge praticamente tutto in un unico ambiente (il centralino del 911) e con un solo attore (più una manciata di comparse intorno a lui) che comunica con il mondo esterno attraverso microfono e computer, mentre la vicenda è narrata esclusivamente per mezzo delle voci degli altri personaggi. L'idea è buona, anche se non certo nuova (basti pensare, in tempi recenti, al ben più riuscito "Locke"): peccato che la meccanica sia melodrammatica, la sceneggiatura abbia diversi buchi logici e la caratterizzazione sia snervante e problematica, con un protagonista sempre nervoso, collerico e impulsivo, a cui nessuno dice mai niente con chiarezza. Il tutto solo per fare andare avanti la storia e per giustificare il colpo di scena a metà pellicola, peraltro non imprevedibile. Aggiungiamoci un doppiaggio dei personaggi secondari non proprio eccellente, che per un film basato solo su dialoghi e voci non è certo il massimo (ah, se lo avessero doppiato negli anni 70/80, quando la qualità dei doppiatori italiani era ben diversa!): in originale le voci sono, fra gli altri, di Ethan Hawke, Riley Keough, Paul Dano e Peter Sarsgaard. In ogni caso, è un film evidentemente girato al risparmio (cachet del protagonista a parte). Regia mediocre.

29 gennaio 2021

Avventure di un uomo invisibile (J. Carpenter, 1992)

Avventure di un uomo invisibile (Memoirs of an invisible man)
di John Carpenter – USA 1992
con Chevy Chase, Daryl Hannah
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'agente di cambio Nick Halloway (Chevy Chase) diventa invisibile quando per errore rimane vittima di un esperimento scientifico andato male. Braccato da Jenkins (Sam Neill), scheggia impazzita della CIA che intende usarlo a scopi illegali, cercherà di sfuggirgli (e di ricostruirsi una vita) grazie anche alla bella Alice (Daryl Hannah), di cui si è innamorato. Ispirato a un romanzo di Harry F. Saint sceneggiato da William Goldman, un remake – in chiave di commedia romantica e avventurosa, più che horror – del classico "L'uomo invisibile" di James Whale (tratto dal libro di H.G. Wells), di cui "attualizza" temi e personaggi. Il nome dell'attore protagonista (nonché quello del regista inizialmente previsto, Ivan Reitman) suggeriscono in realtà toni più comici di quelli che effettivamente si riscontrano: non siamo di fronte a una parodia ma a una pellicola fantastica con tutti i crismi, che si dipana con coerenza a partire da una premessa assurda (un uomo davvero invisibile dovrebbe essere anche cieco, per esempio) e ricorre persino a sfumature noir. Gran parte della storia è raccontata in flashback dal protagonista, lasciando intendere che stia per morire: ma nel finale si ribaltano le attese. Per "mostrare" l'invisibilità di Nick sullo schermo, la regia ricorre alternativamente ad effetti speciali (compresa una sequenza in cui si toglie le bende rivelando che sotto non si vede nulla, proprio come Claude Rains nel classico del 1933) e alla trovata di lasciare che l'attore sia visibile agli spettatori ma non a sé stesso o agli altri personaggi. Flop di critica e di pubblico, e talvolta indicato come il peggior lavoro di John Carpenter (sicuramente uno dei meno personali), in realtà non è poi così male e può contare, al di là di alcuni luoghi comuni, su una caratterizzazione che scava nella dimensione più intima del personaggio: di Nick, abulico, privo di interessi e di veri affetti, si dice per esempio che "era già invisibile anche prima di diventarlo", e la sua solitudine e malinconia sono palpabili. La scelta di Chase come protagonista, all'apparenza discutibile, si rivela dunque indovinata, con l'attore capace di recitare anche fuori dalla sua routine comica. Meno azzeccati i comprimari, ovvero Neill e la Hannah, scontati e prevedibili come i loro personaggi. Nel cast anche Michael McKean (l'amico George), Stephen Tobolowsky e Patricia Heaton. Il titolo originale del film ha forse ispirato quello della più bella storia di Dylan Dog, "Memorie dall'invisibile". Altri adattamenti moderni del romanzo di Wells usciranno nel 2000 ("L'uomo senza ombra" di Paul Verhoeven) e nel 2020 ("L'uomo invisibile" di Leigh Whannell).

26 gennaio 2021

Ore disperate (Michael Cimino, 1990)

Ore disperate (Desperate Hours)
di Michael Cimino – USA 1990
con Mickey Rourke, Anthony Hopkins
**

Visto in TV (Now Tv).

Michael Bosworth (Mickey Rourke), assassino in attesa di giudizio, evade grazie all'aiuto della sua avvocatessa Nancy (Kelly Lynch) e si rifugia, insieme a due complici (Elias Koteas e David Morse), nella casa della famiglia Cornell, prendendo in ostaggio i suoi abitanti (Anthony Hopkins, Mimi Rogers e i figli Shawnee Smith e Danny Gerard). Remake dell'omonimo film del 1955 con Humphrey Bogart, tratto dal romanzo di Joseph Hayes. Nonostante il tentativo di ampliare o arricchire la narrazione (mostrando all'inizio la fuga del criminale e introducendo il personaggio dell'avvocatessa/fidanzata, che nella versione precedente era soltanto menzionata nei dialoghi), non vi aggiunge nulla di nuovo e anzi ne annacqua i temi e perde la focalizzazione sul contrasto fra la quotidianità di una famiglia benestante e l'irruzione del male dall'esterno. Qui la situazione domestica è già tesa prima ancora che arrivino i criminali (marito e moglie sono separati, i figli sono ribelli), e il coraggio del capofamiglia – che si oppone all'atteggiamento sardonico e distaccato del gangster – non sembra diverso da quello di tanti eroi di thriller e film d'azione convenzionali. In più, come nell'originale, nessun personaggio (buono o cattivo che sia) appare particolarmente accattivante o simpatico. Resta la discreta confezione cinematografica e la decente atmosfera. Cimino ha lamentato interferenze della produzione in fase di montaggio, con il taglio di alcune sequenze che avrebbe prodotto carenze di caratterizzazione e buchi logici nella trama. Lindsay Crouse è l'agente dell'FBI. Rourke aveva già recitato per il regista ne "L'anno del dragone".

17 dicembre 2020

Jesus rolls (John Turturro, 2019)

Jesus Rolls - Quintana è tornato! (The Jesus Rolls)
di John Turturro – USA/Francia 2019
con John Turturro, Bobby Cannavale, Audrey Tautou
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Appena uscito di prigione, Jesus Quintana (Turturro) trova ad attenderlo l'amico Petey (Bobby Cannavale). Dopo aver rubato una macchina, i due vagabondano insieme alla giovane francese Marie (Audrey Tautou), che si concede ad entrambi senza riuscire a raggiungere l'orgasmo: ce la farà con il giovane Jack (Pete Davidson), figlio della misteriosa Jean (Susan Sarandon), un'altra ex carcerata con cui Jesus e Petey avevano fatto conoscenza, prima che si suicidasse. Sconclusionata e deludente pellicola episodica che sarebbe, almeno in teoria, uno spin-off de "Il grande Lebowski" dei fratelli Coen, visto che il personaggio di Jesus Quintana proviene da una (singola) scena dei quel film (anche se era stato creato e caratterizzato da Turturro per proprio conto, già prima delle riprese): ma il legame è quanto mai esile (al bowling è dedicata una sola sequenza, più un paio di accenni), e in realtà si tratta di un remake de "I santissimi" (1974) di Bertrand Blier, film che fece scandalo alla sua uscita per il suo ritratto di personaggi sbandati e i temi sessuali. In effetti lo stile c'entra poco o nulla con quello dei Coen: siamo più dalle parti di un mix fra l'irriverenza di "Borat" e le prime pellicole on the road di Jim Jarmusch, con un incipit che ricorda "The Blues Brothers" (l'uscita dalla prigione, scena peraltro ripetuta poi per altri due personaggi) e uno sviluppo che pare improvvisato al momento (la trama, di fatto, è inesistente). A tratti esistenzialista e surreale, in questa successione di scenette scollegate – che anche quando vogliono far ridere non ci riescono mai – Jesus cessa persino di essere il personaggio centrale, con l'attenzione che si sposta presto sugli altri comprimari. Ma alla fine ci si chiede quale voleva essere il fine ultimo della pellicola. Nel cast, in piccoli ruoli, si riconoscono fra gli altri Christopher Walken (il direttore della prigione), Jon Hamm (il parrucchiere), Sonia Braga (la madre di Jesus), J.B. Smoove (il meccanico), Tim Blake Nelson (il medico) e Michael Badalucco (la guardia al supermercato).