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12 agosto 2023

Il genio della truffa (Ridley Scott, 2003)

Il genio della truffa (Matchstick Men)
di Ridley Scott – USA/GB 2003
con Nicolas Cage, Alison Lohman
**

Rivisto in TV (Sky Cinema).

Roy (Nicolas Cage), che si guadagna da vivere organizzando piccole e grandi truffe insieme al complice Frank (Sam Rockwell), soffre di disturbo ossessivo-compulsivo, è agorafobico e ossessionato dall'igiene. Quando nella sua vita disordinata si presenta all'improvviso Angela (Alison Lohman), la figlia quattordicenne che ignorava di avere, le cose cominciano a migliorare. Ma non tutto è come sembra... Il problema con i film di questo tipo, che parlano di truffe e truffatori, è che in fondo sono estremamente prevedibili: lo spettatore è portato a sospettare di ogni cosa, e dunque i twist e i colpi di scena che inevitabilmente giungono verso il finale non sconvolgono come farebbero in altre pellicole. In questo caso, tutto è così evidente sin dall'inizio che viene quasi il dubbio che gli sceneggiatori (che si sono basati su un soggetto di Eric Garcia) non ci abbiano provato nemmeno: Roy si fa "fregare" come una delle sue vittime, ma il focus del film non è la truffa in sé quando lo studio del personaggio (con le sue manie, le sue ossessioni, i suoi problemi relazionali) e il rapporto con la figlia che lo aiuta a crescere e ad uscire dal tunnel. Lo dimostra il fatto che alla risoluzione del twist stesso non viene data particolare enfasi, nemmeno a livello registico. Buone le prove degli attori: in particolare la Lohman, ventiquattrenne, è piuttosto credibile nell'interpretare una quattordicenne (!). Nel cast anche Bruce Altman, Bruce McGill e Sheila Kelley. Anche se regge a una seconda visione, complessivamente però il film è dimenticabile.

19 agosto 2022

House of Gucci (Ridley Scott, 2021)

House of Gucci (id.)
di Ridley Scott – USA 2021
con Lady Gaga, Adam Driver
*1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

La storia degli eventi che hanno circondato la celebre casa di moda italiana, simbolo di stile, fascino ed esclusività, fra gli anni settanta, quando Patrizia Reggiani (Lady Gaga), arrampicatrice sociale con pochi scrupoli, conosce e sposa Maurizio (Adam Driver), l'ultimo rampollo della famiglia Gucci, e gli anni novanta, quando, dopo aver ceduto il controllo dell'azienda a una società di investimenti, Maurizio viene ucciso da un paio di balordi su commissione dell'ex moglie. Raccontato all'insegna del connubio fra passione e potere, quasi come si trattasse di una dinastia nobile (e un po'... mafiosetta), il film appare assai diseguale: interessanti, entro certi limiti, le vicende legate agli intrighi familiari (grazie anche ad attori come Al Pacino, Jeremy Irons e Jared Leto, che interpretano rispettivamente Aldo, Rodolfo e Paolo Gucci, ovvero lo zio, il padre e il cugino di Maurizio: sono loro tre, senza alcun dubbio, la cosa migliore del film, anche se spesso gigioneggiano in modo quasi caricaturale: quando sono di scena Pacino e Leto, in particolare, sembra di assistere a una commedia) e al declino e al conseguente rilancio della casa di moda; molto meno, anche perché frettolose e poco approfondite, quelle relative al matrimonio fra Maurizio e Patrizia, al loro divorzio e infine all'omicidio, tutti momenti che si susseguono in maniera stereotipata, banale o senza la necessaria preparazione, Nonostante la durata forse eccessiva della pellicola (e alcune libertà prese nelle date e nella cronologia degli eventi), la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga e mal focalizzata: di Maurizio non capiamo mai veramente il carattere (si fa plagiare dalla moglie come se questa fosse una sorta di Lady Macbeth? è disinteressato alle sorti dell'azienda? o è davvero una carogna pronta a tradire ed escludere i parenti?), mentre Patrizia passa da protagonista a comprimaria in un attimo, salvo tornare alla ribalta negli ultimi minuti con tendenze omicide, sia pur mosse dalla rabbia e dal rancore, che mai aveva fatto trapelare in precedenza. E se la sceneggiatura lascia alquanto a desiderare, la regia di Scott a sua volta è svogliata e un po' anonima. Buona, tutto sommato, la ricostruzione d'epoca, a livello di scenografie e costumi. Decisamente kitsch invece la colonna sonora, che mescola canzoni italiane (scelte a caso, almeno questa è l'impressione) e naturalmente, trattandosi di Italia, brani d'opera (i più famosi possibili: "Libiamo ne' lieti calici", "Largo al factotum", "La donna è mobile", l'ouverture del Barbiere, il coro a bocca chiusa della Madama Butterfly e, per buona misura, l'aria della Regina della Notte). Il kitsch, a dire il vero, è sempre in agguato quando gli americani provano a fare un film sulla moda e sullo stile europeo o ambientato nel Bel Paese (Ridley Scott, fra l'altro, aveva già dato con "Hannibal" e "Tutti i soldi del mondo"), e questo (con una Lady Gaga che assomiglia a Marisa Laurito) non fa eccezione. Eppure, nel guardarlo, c'è una sorta di guilty pleasure. In ogni caso, meglio Gaga di di Driver (che per Scott aveva già recitato nel precedente "The last duel"). Jack Huston è Domenico De Sole, consulente legale dei Gucci; Camille Cottin è Paola Franchi; Salma Hayek è la "sensitiva" Pina Auriemma; Reeve Carney è lo stilista Tom Ford.

23 febbraio 2022

Black Hawk Down (Ridley Scott, 2001)

Black Hawk Down - Black Hawk abbattuto (Black Hawk Down)
di Ridley Scott – USA/GB 2001
con Josh Hartnett, Ewan McGregor
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Somalia scossa dalla guerra civile, durante una missione che sarebbe dovuta durare pochi minuti, un Black Hawk (elicottero d'assalto dell'esercito degli Stati Uniti) viene abbattuto dalle milizie del generale Aidid, signore della guerra locale, e precipita nelle strade di Mogadiscio. Qui i soldati superstiti a bordo, nonché quelli che vengono inviati a recuperarli, devono difendersi dall'assalto dei miliziani nemici: ne nasce una vera battaglia, uno cruento scontro a fuoco per le strade e i palazzi della città, che durerà tutta la notte e si concluderà con numerosi caduti. Da un episodio realmente avvenuto nel 1993 (che lo sceneggiatore Ken Nolan ha adattato da un saggio dello storico Mark Bowden), una pellicola bellica ad alta intensità che si concentra quasi tutta sull'azione, rappresentata con grande maestria dalla regia di Scott che, pur immersiva, evita sempre (per fortuna) l'effetto videogioco. Fra i film di guerra non esplicitamente di impostazione antibellica (nonostante accenni alle diverse sensibilità dei soldati coinvolti, c'è poco spazio per riflessioni ad ampio raggio sull'impegno e l'interventismo americano nei paesi stranieri, e anzi se ne celebra l'eroismo con una certa retorica), sicuramente è uno dei migliori per confezione tecnica e costruzione della suspense, viscerale e frenetica, grazie anche a un'impostazione corale nella quale comunque non mancano di sollevarsi alcune figure individuali. Il ricco cast comprende Josh Hartnett, Ewan McGregor, Eric Bana, Orlando Bloom, Sam Shepard, Tom Sizemore e molti altri (compreso un esordiente Tom Hardy). Ma più di loro a essere protagoniste sono le immagini (la fotografia è di Sławomir Idziak), il montaggio (di Pietro Scalia) e il sonoro, con queste due ultime categorie premiate con l'Oscar (due su quattro nomination). Colonna sonora di Hans Zimmer. Qualche critica per come sono stati rappresentati i somali (sia i "cattivi" sia la popolazione inerme).

20 ottobre 2021

The last duel (Ridley Scott, 2021)

The last duel (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 2021
con Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Un tempo amici, gli scudieri – e poi cavalieri – Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver) diventano progressivamente rivali, quando le fortune del primo presso il conte Pierre II d'Alençon (Ben Affleck) cominciano a calare e quelle del secondo a crescere. Dopo aver accusato l'avversario di aver approfittato della sua assenza dal castello per violentare sua moglie Marguerite (Jodie Comer), circostanza che Jacques nega, Jean ottiene dal re e dal parlamento di Parigi di potersi battere a duello contro di lui per stabilire chi dice la verità. Siamo nella Francia di Carlo VI, alla fine del quattordicesimo secolo, e il loro passerà alla storia come l'ultimo "duello di Dio", ovvero l'ultimo duello giudiziario ufficialmente riconosciuto. Da un fatto di cronaca realmente accaduto (e che fece scalpore tanto all'epoca quanto nei secoli successivi: ne parleranno fra gli altri Jean Froissart, Diderot e Voltaire), una pellicola che utilizza una struttura alla "Rashomon" per farci assistere alla stessa storia tre volte, narrata dal punto di vista rispettivamente di Jean, di Jacques e di Marguerite. Le loro tre "verità", a dire il vero, non appaiono troppo in contraddizione fra loro (come invece succedeva nel capolavoro di Kurosawa): semplicemente varia il "sentimento", l'interpretazione di fatti che ciascuno abbellisce o sfuma a seconda della propria sensibilità. E così, per esempio, il matrimonio fra Jean e Marguerite risulta felice agli occhi di lui, infelice a quelli di lei; l'assalto di Jacques alla donna è un atto d'amore secondo Le Gris, un sopruso secondo Marguerite; e Jean si percepisce come un guerriero valoroso a cui vengono fatti dei torti, mentre gli altri lo vedono come un incolto caparbio e irascibile. La sceneggiatura (di Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener), tratta dal romanzo di Eric Jager, è un po' meccanica, con un ardito (e troppo insistito) parallelo fra il ruolo della donna nei secoli bui (assoggettata al controllo degli uomini, e impossibilitata a difendersi da sola) e il movimento #MeToo degli anni recenti. Pare evidente anche un rimando (per lo meno tematico) al primo film in assoluto di Ridley Scott, "I duellanti", anche se questo è di grana più grossa. Nel complesso un film interessante, graziato da buone prove (l'ottimo Driver e l'intensa Comer su tutti) e un buon livello di ricostruzione storica. La fotografia di Dariusz Wolski è molto fredda: dopotutto eravamo in una "piccola era glaciale".

28 luglio 2021

Hannibal (Ridley Scott, 2001)

Hannibal (id.)
di Ridley Scott – USA 2001
con Anthony Hopkins, Julianne Moore
*

Rivisto in TV (Netflix).

A dieci anni di distanza dal loro incontro, l'agente dell'FBI Clarice Starling (Julianne Moore, che sostituisce Jodie Foster) è ancora ossessionata dallo psicopatico Hannibal "The cannibal" Lecter (Anthony Hopkins), che nel frattempo si è rifugiato in Italia, a Firenze, nei panni di un accademico e cultore del Rinascimento. Qui l'uomo viene riconosciuto da un detective locale, Rinaldo Pazzi (Giancarlo Giannini), che anziché segnalarlo alla polizia vorrebbe consegnarlo – in cambio di una ricompensa – al vendicativo milionario Mason Verger (Gary Oldman), unica "vittima" di Lecter a essere sopravvissuta, sia pure con il volto orrendamente sfigurato. Sarà proprio Clarice a salvarlo... Purtroppo era inevitabile: l'enorme successo de "Il silenzio degli innocenti", l'adattamento cinematografico del secondo romanzo di Thomas Harris incentrato sul personaggio di Hannibal (che pure non era il protagonista di nessuno dei due libri, ma solo una figura di contorno, per quanto importante!), ha spinto lo scrittore a mettere il serial killer cannibale al centro del suo lavoro successivo (a partire dal titolo), rendendolo di fatto il protagonista della storia e cambiando completamente le regole e i rapporti che avevano fatto la fortuna dei romanzi precedenti (compreso quello d'esordio, "Il delitto della terza luna"). Se proprio un sequel doveva esserci, forse era meglio non riportare in scena Clarice e introdurre un terzo detective (Rinaldo Pazzi come protagonista sarebbe andato benissimo). E pur non controverso come il libro (nel quale Starling diventava in tutto e per tutto amante e complice di Lecter), anche il film disturba su più livelli, e non sono poche le cose che danno fastidio. A cominciare da una rappresentazione stereotipata di Firenze, città turistica e ancora imbevuta di cultura rinascimentale, ma solo a un livello superficiale: quel tanto che basta per dare un'idea di cultura "alta" e raffinata agli occhi di un americano, ma in realtà soltanto dozzinale (vedi per esempio la finta opera, scritta per l'occasione). Attorno a Lecter, poi, quasi tutti i personaggi appaiono sgradevoli, se non disgustosi, anche perché devono risultare più abietti di lui, e dunque "meritarsi" la brutta fine: da Verger (e i suoi uomini) ai dirigenti dell'FBI che ostracizzano Clarice, fino all'agente del dipartimento di giustizia Paul Krendler (Ray Liotta), protagonista della disgustosa scena finale in cui il suo cranio viene scoperchiato (e il suo cervello mangiato) da Hannibal. Julianne Moore, solitamente ottima, dà l'impressione di trovarsi a poco agio nello scimmiottare la Foster (che ha rinunciato alla parte dopo aver letto il romanzo, e lo stesso vale per Jonathan Demme e Ted Tally, rispettivamente regista e sceneggiatore del "Silenzio degli innocenti", che si sono tirati fuori dal sequel). Nel cast anche Francesca Neri (la moglie di Pazzi), Enrico Lo Verso, Fabrizio Gifuni e Željko Ivanek. Quanto a Gary Oldman, irriconoscibile sotto il make up di Verger, non è stato accreditato nei titoli. La sceneggiatura di David Mamet e Steven Zaillian ha le sue lungaggini ed è didascalica (a volte sembra che i personaggi parlino allo spettatore anziché fra di loro), ma almeno ha il pregio di cambiare in meglio la seconda parte del libro; la regia di Scott, appena reduce dai fasti del "Gladiatore", è di maniera. Brutto il doppiaggio italiano, che diventa orrendo nei momenti in cui a parlare sono gli attori italiani (con un evidente "scarto" rispetto a quelli americani). Nonostante le perplessità della critica, il film ha ottenuto un ottimo riscontro al botteghino, il che ha portato alla realizzazione di un remake del primo capitolo ("Red dragon"), stavolta con Hopkins, e di un prequel ("Hannibal Lecter - Le origini del male").

15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***1/2

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

6 dicembre 2020

Soldato Jane (Ridley Scott, 1997)

Soldato Jane (G.I. Jane)
di Ridley Scott – USA 1997
con Demi Moore, Viggo Mortensen
**

Rivisto in DVD.

Nell'ottica di integrare anche le donne nei reparti più specializzati della marina e dell'esercito degli Stati Uniti, il tenente Jordan O'Neill (Demi Moore) – soprannominata "G.I. Jane" dalla stampa – viene ammessa al corso di addestramento più duro di tutti, quello del corpo scelto dei Navy SEAL. Accolta inizialmente con aperta ostilità e con molti pregiudizi di genere, e sottoposta a un programma di addestramento massacrante e intensivo agli ordini del severo istruttore capo John James Urgayle (Viggo Mortensen), O'Neill rinuncerà a ogni trattamento diverso dagli altri (sia in senso positivo che negativo: non vuole né discriminazioni né favoritismi) e saprà guadagnarsi pian piano il rispetto dei compagni, fino a guidare il proprio gruppo al salvataggio dell'istruttore durante un'esercitazione al largo delle coste libiche che si tramuta, per via di un'emergenza, in una vera missione. Sceneggiato da David Twohy da un soggetto di Danielle Alexandra, un film che nelle intenzioni vorrebbe essere un manifesto per la parità di genere e contro i pregiudizi nell'esercito, ma che a conti fatti si rivela una pellicola enfatica, esagerata e testosteronica (fra le scene clou: il momento in cui la protagonista si rade i capelli per adeguarsi al taglio dei compagni, con paragone esplicito a Giovanna d'Arco; e il grido di orgoglio e ribellione verso l'istruttore: "Succhiami il cazzo!"). Mascolina, muscolosa, in canottiera o divisa, O'Neill ricorda la Vasquez di "Aliens". La regia di Ridley Scott (che dopo "Alien" e "Thelma & Louise" si mette al servizio di un'altra "donna forte"), la fotografia di Hugh Johnson e, tutto sommato (checché se ne dica), le buone interpretazioni garantiscono comunque una discreta confezione, rendendo il film decisamente guardabile (a tratti anche con un discreto e perverso piacere). Debole invece la caratterizzazione dei personaggi, inesistente o puramente funzionale alla storia: O'Neill, che afferma di lottare per sé stessa e non per un principio, quasi non ha voce all'interno della storia, mentre l'unico tratteggiato con qualche originalità è l'istruttore interpretato da Mortensen, severo ma giusto e a tratti enigmatico, che lascia intravedere caratteristiche interessanti (come l'amore per la cultura e la poesia: legge Neruda, Coetzee e D.H. Lawrence, e ascolta Puccini) e il cui rapporto con O'Neill evolve nel tempo sostenendo l'interesse dello spettatore. Se la parte dell'addestramento è potente e viscerale, nella seconda metà il film deraglia un po' (e finisce col sembrare una versione seria di "Stripes" di Ivan Reitman). Anne Bancroft è la senatrice texana che all'inizio sembra battersi per la parità dei diritti e che promuove la partecipazione di O'Neill all'addestramento, salvo sacrificarla poi per ragioni di opportunità politica. Nel cast anche Jason Beghe, Josh Hopkins e Jim Caviezel.

12 maggio 2020

L'Albatross (Ridley Scott, 1996)

L'Albatross - Oltre la tempesta (White Squall)
di Ridley Scott – USA 1996
con Jeff Bridges, Scott Wolf
**

Rivisto in DVD.

Insieme ad altri coetanei, il giovane Charles "Chuck" Gieg (Scott Wolf) si imbarca sul brigantino Albatross, nave scuola comandata dal capitano Chris Sheldon (Jeff Bridges), a bordo della quale frequenterà l'ultimo anno di liceo e imparerà l'arte della navigazione. Salpati dalla Florida e diretti prima verso i Caraibi e poi Panama, i ragazzi apprenderanno a rispettare l'autorità e seguire le regole, ma anche a crescere e a vincere le proprie paure, a fare squadra e diventare un gruppo ("Dove va uno andremo tutti", è il loro motto). Un'improvvisa burrasca, con la formazione di un'onda anomala, investirà però la nave nel momento meno opportuno... Ispirata a una storia vera (siamo all'inizio degli anni Sessanta), è praticamente una versione marinaresca de "L'attimo fuggente": c'è il gruppo di ragazzi che devono trovare la propria strada, la figura di riferimento che insegna loro disciplina e responsabilità, i genitori che dall'esterno non comprendono la situazione, la ribellione finale verso il sistema che li vuole imbrigliare... Peccato però che la sceneggiatura non brilli particolarmente: se la sequenza della tempesta in mare è senza dubbio adrenalinica ed emozionante, tutta la prima parte del film è davvero troppo scontata, con personaggi stereotipati o anonimi, e quella finale con il processo al comandante trasuda di retorica (al pari della confezione, con regia, fotografia e musica da spot pubblicitario). Dopo "1492" (anch'esso sul tema della navigazione), fu un altro flop per Ridley Scott. Caroline Goodall è la moglie di Sheldon nonché il medico dell'Albatross (unica donna a bordo), John Savage l'insegnante di letteratura. Fra i ragazzi ci sono Jeremy Sisto e Ryan Phillippe. La canzone sui titoli di coda ("Valparaiso") è di Sting.

19 ottobre 2019

1492 - La conquista del paradiso (R. Scott, 1992)

1492 - La conquista del paradiso (1492: Conquest of Paradise)
di Ridley Scott – Francia/Spagna/USA/GB 1992
con Gérard Depardieu, Sigourney Weaver
*1/2

Rivisto in DVD.

Realizzato per il 500° anniversario della scoperta dell'America, un biopic su Cristoforo Colombo che racconta i suoi viaggi, l'approdo su quelle che credeva essere le coste orientali dell'India e il tentativo di stabilire le prime colonie d'oltremare. Semplicistico, lineare e mai emozionante (anche perché privo di qualsiasi sottigliezza), il film è un polpettone informe e senza guizzi, con una sceneggiatura scolastica, una ricostruzione storica romanzata e stereotipata e una regia di maniera. Inoltre, pur sfiorando il tema del "paradiso perduto" (l'arrivo degli spagnoli in America porta ben presto la morte, la violenza e la barbarie, insanguinando quello che sembrava un luogo idilliaco), i fari della vicenda restano sempre puntati sulla figura – in fondo non così interessante – di Colombo, ritratto in modo vago come idealista e ambizioso al tempo stesso: e manca una seria e sincera riflessione su quelle che saranno davvero le conseguenze del suo viaggio, soprattutto per le popolazioni indigene (ma questa è un'altra storia). Realizzato come co-produzione internazionale (e si vede dal cast: oltre a Gérard Depardieu come protagonista e Sigourney Weaver come regina Isabella, ci sono anche Tchéky Karyo, Armand Assante, Fernando Rey, Michael Wincott e Ángela Molina), il film rappresenta l'inizio del periodo meno ispirato e brillante della carriera di Ridley Scott, che, messosi alle spalle i suoi capolavori, di fatto non tornerà mai più ai livelli precedenti (pur firmando ancora alcuni occasionali successi di pubblico – vedi "Il gladiatore" – e di critica – vedi "Sopravvissuto - The martian"). La cosa migliore del film, oltre alle interpretazioni e alla splendida fotografia "pubblicitaria" di Adrian Biddle (le navi che veleggiano al tramonto, o la luce del sole che si riflette sulle onde), rimane senza dubbio la colonna sonora di Vangelis (alla seconda collaborazione con Scott dopo "Blade runner"), con il suo tema enfatico e corale ispirato alla "Follia" medievale. Anche la Weaver aveva già lavorato con il regista (in "Alien").

28 febbraio 2019

Thelma & Louise (Ridley Scott, 1991)

Thelma & Louise (id.)
di Ridley Scott – USA 1991
con Susan Sarandon, Geena Davis
***1/2

Rivisto in DVD.

Le amiche Louise Sawyer (Susan Sarandon), cameriera in un diner, e Thelma Dickinson (Geena Davis), casalinga e moglie trascurata, partono da sole in auto per un weekend di vacanza. Ma quella che doveva essere una semplice pausa dalle frustrazioni e dalla routine quotidiana si trasforma in un incubo quando la prima, per difendere la seconda da un tentativo di violenza, spara e uccide un uomo a sangue freddo. In fuga dalla polizia e dirette verso il Messico, in un crescendo inarrestabile, quello delle due amiche diventa un viaggio senza ritorno ("Non ce la farei più a tornare a vivere come prima") all'insegna della libertà e dell'emancipazione dai lacci e dalle costrizioni della società, ma soprattutto dalle prepotenze di uomini approfittatori. Iconico buddy movie "femminista" on the road, un inno all'amicizia e alla solidarietà, che può contare non soltanto su una storia potente e su personaggi ottimamente caratterizzati (e che evolvono nel corso della vicenda: in particolare Thelma, che da ingenua e repressa arriva a scoprire il lato più libero e selvaggio di sé: mitica la scena della rapina, con l'impagabile reazione del marito quando gli viene mostrato il filmato delle camere di sorveglianza), ma anche sui magnifici scenari del southwest americano (le due protagoniste attraversano Arkansas, Oklahoma, Nuovo Messico e Arizona, fino alla Monument Valley e a quel Grand Canyon che ha fatto da sfondo a tante celebri pellicole western), ritratti con grande mestiere dalla regia di Scott e dalla fotografia di Adrian Biddle, completamente a loro agio con le lunghe strade e i deserti polverosi e assolati. Molte le scene da ricordare (cito, per esempio, quella dell'esplosione dell'autocisterna nel deserto). Ma in particolare è rimasto celebre, anche per l'intensità emotiva (che lo rende uno dei più memorabili di sempre), il finale con il fermo immagine e la dissolvenza. La sceneggiatura di Callie Khouri vinse l'Oscar (la pellicola ebbe in tutto sei nomination). Notevole e suggestiva anche la colonna sonora acustica di Hans Zimmer. Buono pure il cast di contorno: Harvey Keitel è il detective comprensivo e simpatetico, Michael Madsen è Jimmy, l'amico di Louise, mentre un giovane Brad Pitt è l'autostoppista ladruncolo. Forse l'unico personaggio sopra le righe è il marito sessista di Thelma, interpretato da Christopher McDonald. Per i ruoli delle protagoniste erano state prese in considerazione prima Meryl Streep e Goldie Hawn, e poi Michelle Pfeiffer e Jodie Foster.

9 gennaio 2018

Tutti i soldi del mondo (Ridley Scott, 2017)

Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michelle Williams, Christopher Plummer
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Luciana.

Nel 1973 il sedicenne Paul (Charlie Plummer) viene rapito a Roma dalla 'ndrangheta, che chiede un cospiscuo riscatto per la sua liberazione. Ma il nonno John Paul Getty (Christopher Plummer), pur essendo "l'uomo più ricco del mondo", non intende sborsare un quattrino. Toccherà alla madre Abigail (Michelle Williams), aiutata dall'ex agente dei servizi segreti Fletcher Chase (Mark Wahlberg), cercare di salvare il ragazzo, conducendo trattative su due fronti opposti: con i rapitori – attraverso il simpatetico "Cinquanta" (Romain Duris) – e con l'inflessibile magnate. Da un celebre fatto di cronaca degli anni settanta (reso ancor più celebre da alcuni particolari cruenti, come l'orecchio mozzato al ragazzo e inviato ai familiari per sollecitare il pagamento del riscatto), un thriller hollywoodiano con tutte le carte in regola per intrattenere ma anche senza guizzi. Scott dirige in maniera solida ma più anonima del solito, la ricostruzione d'epoca è buona ma il ritratto dell'Italia che ne esce è decisamente stereotipato (sembra quasi che le fonti di ispirazione siano stati i film di Fellini, di Pasolini e di Sergio Leone: Romain Duris, esteticamente, pare uscito da uno spaghetti western). Il vero punto debole è la sceneggiatura, con una caratterizzazione non particolarmente intrigante. Per esempio, non si comprende fino in fondo la reale natura di Getty, che resta distante anche per gli spettatori: un semplice avaro, alla Zio Paperone, o un cinico calcolatore che non intende incoraggiare i rapitori? E perché all'ultimo momento cambia idea sul pagamento del riscatto? Fondamentalmente inutile, poi, il personaggio dell'agente Chase. In ogni caso, a parte quello delle relazioni familiari, il tema del denaro è ubiquo: si ritrova in ogni rapporto umano e in ogni momento della contrattazione (come nella scena in cui la stampa propone ad Abigail di acquistare le fotografie dell'orecchio mozzato del ragazzo). Nel cast, i migliori sono i due Plummer (a quanto mi risulta, l'omonimia è un caso: i due non sono imparentati). Il film era stato già stato terminato con Kevin Spacey nel ruolo di Getty, ma lo scandalo sessuale che ha coinvolto l'attore ha spinto i produttori a sostituirlo con Christopher Plummer (che peraltro era stato la prima scelta del regista), costringendo Scott a girare nuovamente tutte le scene con il personaggio. Una mossa ipocrita, a mio parere (che si fa: distruggiamo o "correggiamo" tutti i film girati da Spacey in passato?), perché arte e vita privata devono rimanere distinte, altrimenti anche le opere di Caravaggio non dovrebbero essere più esposte nei musei, i libri di Céline o di Rimbaud non dovrebbero essere letti, le canzoni di Michael Jackson non dovrebbero essere ascoltate. Per la qualità del film, tuttavia, probabilmente è stato meglio così (a meno che un'eventuale uscita della versione originale, fra qualche anno, non smentisca tutti).

8 novembre 2017

Black rain (Ridley Scott, 1989)

Black rain - Pioggia sporca (Black Rain)
di Ridley Scott – USA 1989
con Michael Douglas, Ken Takakura
**1/2

Rivisto in DVD.

Nick Conklin (Michael Douglas), detective della polizia di New York con un passato da eroe ma sotto inchiesta perché accusato di essersi appropriato di denaro proveniente da una refurtiva, viene inviato in Giappone insieme al giovane collega Charlie (Andy Garcia) per consegnare alle autorità nipponiche un pericoloso ricercato, Sato (Yusaku Matsuda), un membro della yakuza. Costui, una volta atterrati in Giappone, riesce però a fuggire. E Nick, che vorrebbe riacciuffarlo, si troverà a lavorare in un ambiente pieno di diffidenza e incomprensioni. Ma grazie all'aiuto della bella escort Joyce (Kate Capshaw) e soprattutto alla collaborazione del suo collega nipponico Matsumoto (Ken Takakura), che di fatto prende il posto di Charlie come sua spalla dopo che questi è stato ucciso dagli uomini di Sato, riuscirà a rintracciare il gangster, impegnato in una guerra fra bande e in un'audace ascesa fra i ranghi della yakuza. Da una sceneggiatura di Craig Bolotin, un solidissimo thriller poliziesco altamente atmosferico (come tutti i primi film di Ridley Scott). La qualità visiva è esaltata dalla fotografia iperfiltrata di Jan De Bont, che dà vita a una Osaka luminosa e oscura, labirintica e futuristica, rappresentata quasi sempre di notte o in interni, e che fra insegne e luci al neon, i fumi per le strade, le scintille nella fonderia, e naturalmente la pioggia, ricorda spessissimo la città di "Blade Runner". Il vero tema centrale del film è però lo scontro fra culture. La collaborazione fra Nick e Matsumoto porta in luce tante differenze: l'individualità contro il lavoro di gruppo, l'agire fuori dagli schemi contro lo stare dentro le regole. E il mondo giapponese, per l'agente newyorkese, si rivela impenetrabile non soltanto per via di codici millenari, ma anche per il risentimento che tutti (buoni e cattivi) provano verso gli americani, a causa della politica e della guerra (la "pioggia sporca" del titolo è un riferimento al fallout radioattivo) o anche per l'imposizione del valori occidentali. Bella colonna sonora di Hans Zimmer (con la canzone "I'll be holding on"), alla prima di numerose e fortunate collaborazioni con Ridley Scott. Il ruolo di Sato era stato inizialmente proposto a Jackie Chan, che rifiutò perché non voleva interpretare la parte di un cattivo. Curiosità: nello stesso anno (1989) uscì anche un film giapponese con lo stesso titolo ("Kuroi ame", ovvero "Pioggia nera", di Shohei Imamura), sul tema del bombardamento atomico.

25 luglio 2017

Chi protegge il testimone (R. Scott, 1987)

Chi protegge il testimone (Someone to watch over me)
di Ridley Scott – USA 1987
con Tom Berenger, Mimi Rogers
**

Rivisto in DVD.

Mike Keegan (Berenger), detective della polizia di New York al primo incarico, viene assegnato alla protezione della bella Claire (Rogers), che è stata sua malgrado testimone di un violento omicidio. Nell'attesa che il colpevole – il pregiudicato Joey Venza (Andreas Katsulas) – venga catturato e da lei identificato, Mike finisce per innamorarsi (ricambiato) della donna, anche se i loro mondi sono quanto di più diversi (semplice e proletario lui, ricca, colta e mondana lei) e la relazione rischia di mandare all'aria tanto il suo lavoro quanto il suo matrimonio (Mike ha infatti una moglie – Lorraine Bracco – e un bambino). Scritto da Howard Franklin, un poliziesco dalla trama forse non particolarmente originale o scoppiettante (più che sui temi torbidi, lo script insiste sui dilemmi morali) e con personaggi dalla caratterizzazione fin troppo semplice, elevato però al di sopra della media dalla regia avvolgente di Ridley Scott, capace di costruire un'atmosfera che richiama in più punti quella di "Blade Runner": dalla fotografia alle scenografie (le prime inquadrature di New York al tramonto, con i grattacieli puntinati dalle luci, ricordano la Los Angeles del suo capovaloro fantascientifico, così come il tema noir e persino la colonna sonora in stile retrò, che comprende – oltre ovviamente alla canzone di George e Ira Gershwin da cui il film prende il titolo, nell'interpretazione di Sting – brani di jazz e di musica classica, e persino una track di Vangelis che era già presente appunto in "Blade Runner"). È il primo film di Scott ambientato ai giorni nostri (dopo una pellicola in costume, due film di fantascienza e un fantasy).

13 maggio 2017

Alien: Covenant (Ridley Scott, 2017)

Alien: Covenant (id.)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michael Fassbender, Katherine Waterston
*1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

L'equipaggio della nave spaziale Covenant, in missione di colonizzazione verso il pianeta Origae-6, riceve un misterioso segnale di origine umana da un vicino pianeta e decide di sbarcare per verificarne la provenienza. Qui incontrerà l'androide David (Fassbender), unico sopravvissuto della missione Prometheus, che nei dieci anni da allora trascorsi ha lavorato per modificare geneticamente la razza di predatori alieni creata dagli "ingegneri", rendendole creature sempre più perfette e letali... Secondo – dopo "Prometheus", appunto – dei prequel pensati da Scott per svelare le origini degli alieni apparsi per la prima volta nel suo leggendario film del 1979. E come nel caso dei prequel di "Star Wars", forse non ce n'era bisogno. Il regista ha dichiarato di «essere rimasto stupito che nessuno, sviluppando i sequel di "Alien", avesse voluto rispondere a una domanda fondamentale: chi ha creato quei mostri, e perché». Evidentemente, la domanda non era così importante. Penso che nemmeno H.R. Giger, disegnatore degli xenomorfi originali, si fosse posto la questione, e a ben vedere: gli alieni fanno paura perché diversi, letali e mostruosi, e non perché dietro di loro c'erano degli esseri che giocavano a fare le divinità. Solo in parte meno pretenzioso del film precedente, "Covenant" si rivela dunque una pellicola sostanzialmente inutile, che ripropone un canovaccio molto simile a quello del leggendario prototipo (c'è persino il personaggio femminile cazzuto, che lotta in canottiera contro il mostro, e anche il computer di bordo chiamato Mother). Ma a mancare sono il mistero, la tensione e la paura: proprio perché ci si trova di fronte a situazioni già viste e già ampiamente sperimentate in passato, non scatta mai la sensazione di orrore o di claustrofobia che persino i sequel riuscivano a tratti a comunicare, e le scene d'azione si sviluppano con il pilota automatico. In più, abbiamo una serie di personaggi davvero stupidi, che fanno in continuazione le scelte più idiote possibili, e ai quali è francamente difficile affezionarsi. Il peggiore di tutti, anche come caratterizzazione, è il capitano "con la fede" interpretato da Billy Crudup. La battaglia di Fassbender con sé stesso (oltre a David, interpreta infatti anche Walter, il sintetico a bordo del Covenant) è il pezzo forte della pellicola, che per il resto è da ricordare solo per la scena iniziale (con Guy Pearce nei panni di Weyland, una sequenza che forse doveva andare in "Prometheus" e che è stata dirottata qui) e per il colpo di scena finale (peraltro telefonato). La sceneggiatura fa uscire di scena in maniera piuttosto brusca sia Elizabeth Shaw (il personaggio interpretato da Noomi Rapace in "Prometheus") che gli "ingegneri": ma pare che il prossimo capitolo della franchise, intitolato probabilmente "Alien: Awakening", fungerà proprio da raccordo fra il film precedente e questo. Infine, una considerazione: nel 2012 "Prometheus" aveva puntato molto sul 3D (con polemiche sulla scarsa quantità di copie diffuse in versione regolare), mentre "Covenant" vi rinuncia completamente. Un ulteriore conferma che il fenomeno delle tre dimensioni si è già sgonfiato, rimanendo confinato a una manciata di blockbuster fracassoni (in particolare le pellicole Disney e Marvel).

4 febbraio 2017

Legend (Ridley Scott, 1985)

Legend (id.)
di Ridley Scott – USA 1985
con Tom Cruise, Mia Sara
*1/2

Rivisto in DVD.

E al quarto film, Ridley Scott capitombolò. Dopo tre capolavori assoluti o quasi ("I duellanti", "Alien" e "Blade Runner"), con questa fiaba fantasy noiosa e impalpabile il regista inglese incappa nel suo primo flop, deludendo sia la critica che il pubblico, e rivelando in un certo senso quali sono i suoi reali limiti, quelli di non essere un "autore" completo. Tanto è abile nel comparto tecnico (ancora una volta fotografia, scenografie, trucco e costumi sono di altissimo livello, e la qualità visiva della pellicola è a tratti stupefacente), tanto si mostra dipendente dalla qualità della sceneggiatura (a cui di solito non mette mano) per la buona riuscita dei suoi lavori. In questo caso si affida a un copione di William Hjortsberg che manca purtroppo di spessore e si adagia nei cliché: ne risulta una favola priva di appeal (troppo infantile per un pubblico adulto, troppo confusa e poco accattivante per i ragazzini) e anche di una vera identità. Da notare che l'idea di realizzare un film fantasy girava da tempo nella mente di Scott, addirittura da prima del suo esordio, con progetti ispirati alla figura del Mago Merlino e alla storia di Tristano e Isotta. La trama racconta la solita lotta fra il bene e il male: il crudele Tenebra (Tim Curry, in un memorabile costume da demone rosso con corna extralarge) intende eliminare gli ultimi unicorni esistenti al mondo per far precipitare la Terra in un inferno di buio e di ghiaccio. A questo scopo cerca di corrompere l'innocenza della principessa Lily (Mia Sara), ma dovrà vedersela con il ragazzo di cui lei è innamorata, Jack (Cruise), "figlio dei boschi" con il dono di parlare con gli animali, che sarà aiutato da alcune creature magiche (l'elfetto Gump, la fata Oola, un gruppo di gnomi).

A livello di contenuti, il film sembra un mix di tante cose: da Disney ai fratelli Grimm, da Tolkien (ma senza il world building) al ciclo arturiano. Più che dalle parti della fantasy epica, siamo come detto da quelle della fiaba. Ma il segreto delle fiabe sono gli archetipi, i miti e i significati nascosti: qui tutto è generico e superficiale, a partire dalle creature stereotipate (gli gnomi buoni, poco più che spalle comiche, e i mostri e i folletti cattivi, quasi dei muppet) e dai personaggi senza spessore (anche per colpa degli attori: il giovanissimo Cruise, in particolare, si dimostra subito inespressivo con quell'aria stupida e la bocca sempre aperta). Gli unici spunti interessanti sono dati dagli unicorni (il cui potere magico e salvifico, centro nevralgico della storia, è però poco approfondito) e dal tema della luce che sconfigge le tenebre (scontatissimo in un fantasy, è vero, ma che acquista significato se si pensa che proprio la luce e la fotografia sono le "armi" per eccellenza dello stesso Scott: si veda la cura con cui la luce mette in risalto il pulviscolo e il polline che aleggia in aria nelle scene nella foresta). Apprezzabili anche gli effetti artigianali e il make-up di Rob Bottin per le varie creature. Da notare che un unicorno era presente anche nel film precedente di Scott, "Blade Runner" (almeno prima che venisse "tagliato" dai produttori). E anche "Legend" ebbe a che fare con la scure della produzione: il regista aveva predisposto una versione di quasi due ore, che fu ridotta a soli 90 minuti per l'uscita nelle sale. Nel 2000 l'originale "Director's Cut" è stata riproposta in home video. A seconda delle versioni, la colonna sonora è di Jerry Goldsmith (in Europa) o dei Tangerine Dream (in USA).

31 dicembre 2016

Blade runner (Ridley Scott, 1982)

Blade Runner (id.)
di Ridley Scott – USA 1982
con Harrison Ford, Rutger Hauer
****

Rivisto in DVD.

Nella Los Angeles del 2019, una città cupa, multietnica e perennemente sferzata dalla pioggia, l'ex poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) viene richiamato in servizio per dare la caccia e "ritirare" – ovvero uccidere, in un modo o nell'altro – quattro "replicanti" (sofisticati androidi del tutto identici all'uomo, progettati per lavorare in condizioni estreme nelle colonie spaziali), tornati illegalmente sulla Terra. Il gruppo, guidato da Roy Batty (Rutger Hauer), vuole entrare in contatto con l'uomo che li ha progettati, il dottor Eldon Tyrell (Joe Turkel), per conoscere lo scopo della propria esistenza e la durata della propria vita. I replicanti sono infatti programmati per "spegnersi" dopo quattro anni, vista la pericolosa tendenza a sviluppare emozioni e diventare così umani in tutto e per tutto. Nel corso delle sue indagini, Deckard – coadiuvato dall'ambiguo Gaff (Edward James Olmos) – fa la conoscenza di Rachael (Sean Young), ultimo prototipo ideato da Tyrell, una replicante che non sa di essere tale (per via dei falsi ricordi in lei innestati), e se ne innamora. Tratto dal romanzo di Philip K. Dick "Do Androids Dream of Electric Sheep?", pubblicato in Italia come "Il cacciatore di androidi" (ma gli sceneggiatori Hampton Fancher e David Webb Peoples, nell'adattarlo, si prendono le loro libertà), una pellicola di fantascienza filosofica, seminale e incredibilmente influente (anche a livello estetico), capostipite di quel filone cyberpunk che con il suo mood e il suo stile retrò da neo-noir ha formato gran parte dell'immaginario SF cinematografico (e non solo: pensiamo ai fumetti o ai videogiochi) dei decenni successivi. Si dice che William Gibson, l'autore di "Neuromante" (il libro al quale si fa risalire la nascita del cyberpunk letterario), guardando il film mentre era ancora impegnato nella stesura del suo romanzo, rimase talmente scosso nel ritrovare sullo schermo quelle stesse immagini e atmosfere che stava tentando di portare sulla carta da pensare addirittura di abbandonare l'impresa (il libro sarebbe stato pubblicato poi nel 1984, con il suo celebre incipit: "Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto").

"Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti, e nemmeno i cacciatori di replicanti", commenta Deckard (nella prima versione cinematografica, quella con la voce narrante). Anziché semplici "robot cattivi", come nelle più stereotipate pellicole di fantascienza, i "lavori in pelle" – come li chiama il superiore di Rick, il capitano Bryant – sono personaggi complessi e sfaccettati, vero fulcro (ancor più del protagonista) della storia narrata. Lo sviluppo di emozioni li porta a indagare su sé stessi e sulla propria esistenza, fino al desiderio di conoscere il proprio creatore. Se noi potessimo incontrare Dio, cosa gli diremmo e cosa gli chiederemmo? Roy Batty spiega a Tyrell di avere paura della morte e che desidera "più vita". Lo scienziato risponde che tutti devono avere dei limiti, come è giusto che sia (e inoltre: "La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy"). Da quel momento, la pellicola è diretta verso l'inevitabile conclusione: certo, deve ancora mostrarci lo scontro finale fra Deckard e Batty (ma non è più uno scontro fra il bene e il male, se mai lo era stato), ma anche questo si rivela fuori dagli schemi, lontano da tutto ciò che si era mai visto fino ad allora in un film di fantascienza. Anche se violenta e piena d'azione, la battaglia è quasi esistenzialista, e a vincerla non è l'eroe ma il "cattivo" (persino noi spettatori, in certi punti, ci ritroviamo a tifare per lui: quando prima Leon e poi Roy domandano a Rick "Com'è vivere nel terrore?", ci stupiamo del fatto che due androidi comprendano più degli umani il valore della vita). Non a caso la scena più celebre del film è quella del monologo finale di Roy, sulla terrazza e sotto la pioggia, a petto nudo e con una colomba bianca in mano, mentre aspetta di morire dopo aver salvato la vita al suo avversario: "Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi...". Un monologo che tutti gli appassionati di SF cinematografica hanno probabilmente imparato a memoria, e che talvolta amano recitare nei momenti più opportuni. I replicanti hanno un passato artificiale, con innesti di ricordi fasulli ("Hanno bisogno di ricordi": o forse hanno bisogno di umanità), ma quello che hanno vissuto in prima persona è ancora più unico dei falsi ricordi, più prezioso e più difficile da abbandonare: "E tutti questi momenti andranno perduti, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire".

Com'è noto, la versione uscita nelle sale cinematografiche nel 1982 fu rimaneggiata dai produttori che inserirono, contro il volere di Scott e di Ford, la voce narrante di Deckard (su testi scritti da Roland Kibbee, non accreditato) e il "lieto fine" in cui Rick e Rachael fuggono da Los Angeles (con la voce che spiega che la ragazza non ha nessuna "data di scadenza"): le immagini di quest'ultima sequenza, che mostrano la natura incontaminata al di fuori della città, facevano parte delle panoramiche aeree girate (e poi non utilizzate) per lo "Shining" di Stanley Kubrick. Un'altra modifica fu quella di eliminare una sequenza in cui Deckard sognava un unicorno: questa scena, se collegata con quella nel finale in cui Deckard trova un origami a forma di unicorno lasciatogli da Gaff, suggeriva che lo stesso Rick potesse essere un androide (in quanto il suo sogno sarebbe stato innestato artificialmente, tanto che Gaff e altri ne sarebbero a conoscenza). Le versioni del film uscite nel 1991 ("Director's Cut") e nel 2007 ("Final Cut") ristabiliscono – in particolare la seconda – la visione originale di Ridley Scott. Personalmente, però, sono rimasto affezionato alla prima edizione, al punto da preferirla: mi pare che la voce narrante accentui mirabilmente l'atmosfera da film noir, anche grazie all'ottimo doppiaggio italiano (in quella inglese, Harrison Ford fu accusato di aver volutamente "recitato male" durante le sessioni di registrazione, nella speranza che i produttori cambiassero idea e rinunciassero a inserire il voice-over). Le versioni successive reintroducono anche un paio di scene violente che mancavano dall'edizione americana (ma già presenti in quella internazionale) e correggono inoltre alcuni errori di continuity. Bryant, all'inizio, spiega che i replicanti evasi sono sei e che uno è "rimasto folgorato" tentando di introdursi nella Tyrell Corporation: ma poi quelli cui Deckard darà la caccia sono solo quattro (Roy, Leon, Pris e Zhora)! Nello script era inizialmente previsto lo scontro con un'altra replicante, Mary (che sarebbe stata interpretata da Stacey Nelkin), poi eliminato per problemi di budget. Solo nella "Final Cut" l'errore è stato corretto, e ora quelli che si sono "folgorati" sono due. A proposito dell'unicorno, infine: costretto ad eliminarlo da "Blade Runner", Scott si rifece inserendone uno, tre anni più tardi, nel suo lavoro successivo, il fantasy "Legend".

Il mondo in cui si svolge "Blade Runner" (a proposito, il titolo – preso in prestito dall'omonimo romanzo di Alan E. Nourse e dal suo trattamento scritto da William S. Burroughs, di cui Scott acquistò i diritti pur di poterlo usare – si riferisce ai membri dell'unità di polizia incaricati di rintracciare e "ritirare" i replicanti) è urbano, distopico, perennemente al buio e sotto una pioggia incessante. Richiama in maniera evidente quello dei film noir, anche se virato in chiave fantascientifica: e il personaggio di Deckard, con la sua professione, il suo impermeabile, la sua misantropia, la sua aura di perdente, sembra uscire da un romanzo hard boiled (la voce narrante con cui si rivolge allo spettatore, come detto, accentua questa atmosfera: "Non cercano killer nelle inserzioni sui giornali..."). Se nulla ci viene mostrato delle cosiddette "colonie extra-mondo", quelle dove lavorano i replicanti e verso le quali martellanti annunci spingono i disperati in cerca di "una nuova vita", tutto l'impegno profuso dai cineasti nel world building è rivolto alla città di Los Angeles: una distesa di palazzi scuri, illuminati dalle insegne al neon, dagli schermi pubblicitari sempre accesi e dai fiotti di fuoco che si innalzano verso il cielo, dove le suggestioni architettoniche richiamano al tempo stesso il futuro e il passato (le piramidi – ispirate ai disegni dell'architetto futurista Antonio Sant'Elia – e gli arredi "egiziani"). A breve distanza convivono affollate chinatown, caotici quartieri-bazar, locali edonistici, distretti tecnologici (la Tyrell Corporation) e zone invece disabitate (il palazzo dove vive J.F. Sebastian, che sarà lo scenario dello scontro finale fra Deckard e Roy). "La cosa più semplice e radicale che Ridley Scott ha fatto – ha commentato Gibson – è stata quella di mettere archeologia urbana in ogni fotogramma. Nelle città, il passato, il presente e il futuro possono essere totalmente adiacenti". La sua Los Angeles è anche un coacervo di culture e di etnie – occidentali e orientali, arabi ed europei, cinesi e giapponesi – che si riflette anche nella lingua parlata: si pensi allo slang di Gaff ("Un guazzabuglio di giapponese, spagnolo, tedesco e chi più ne ha..."). La mescolanza di stili e di epoche torna infine nella moda, nelle acconciature, nel look dei suoi abitanti, che a volta ricordano gli anni trenta o gli anni cinquanta: un esempio su tutti è la capigliatura a pompadour di Rachael. Ma persino la colonna sonora di Vangelis, elettronica e fuori dal tempo, è completata da brani (come la canzone "One more kiss, dear") che guardano chiaramente al passato e al music hall.

Fra le fonti alle quali Scott e Syd Mead (il concept artist) si sono ispirati per la creazione del paesaggio urbano (a costo di ripetermi, uno dei punti di forza della pellicola, tanto che molti critici l'hanno paragonata in questo al "Metropolis" di Fritz Lang) ci sono i quadri di Edward Hopper e soprattutto i fumetti francesi degli Humanoïdes Associés (in particolare le opere di Moebius e degli altri autori pubblicati sulla rivista "Métal Hurlant"). Proprio Moebius venne avvicinato per collaborare al film in fase di pre-produzione, ma il disegnatore declinò l'invito (per poi pentirsene). Il regista ha anche citato "il paesaggio di Hong Kong in una brutta giornata" (a proposito, fra i finanziatori del film figura Run Run Shaw, uno dei leggendari Shaw Brothers, produttori cinematografici dell'ex colonia inglese) e quello industriale del Nord-Est dell'Inghilterra, dove lo stesso Scott è nato e ha vissuto per diversi anni. Gli effetti speciali, stupefacenti se si pensa che furono realizzati senza il ricorso al digitale, sono supervisionati da Douglas Trumbull (già responsabile di quelli di "2001: Odissea nello spazio" e "Incontri ravvicinati del terzo tipo") e Richard Yuricich. Il casting non fu facile: per il ruolo di Deckard, lo sceneggiatore Hampton Fancher aveva pensato a Robert Mitchum (altra suggestione noir, visto che Mitchum è uno dei volti per eccellenza del Marlowe di Raymond Chandler), mentre Scott e i produttori avrebbero preferito Dustin Hoffman. Harrison Ford fu scelto solo all'ultimo momento, forse perché collegato all'immaginario fantascientifico per via della sua presenza in "Guerre stellari". Sul set, però, attore e regista non andarono d'accordo e si scontrarono a più riprese (uno dei pochi punti in comune fu l'opposizione all'inserimento della voce narrante). Più semplice fu il casting di Rutger Hauer ("il Batty perfetto: freddo, ariano, senza difetti", disse Dick). Sean Young era relativamente sconosciuta, così come Daryl Hannah (Pris). Il ricco cast è completato da Brion James (Leon), Joanna Cassidy (Zhora: memorabile la sequenza in cui fugge fra la folla, seminuda e coperta solo con un giubbotto di plastica trasparente), M. Emmet Walsh (il capitano Bryant), William Sanderson (J.F. Sebastian). A Morgan Paull, che interpretava il ruolo di Deckard durante i provini per gli altri attori, fu poi riservata la parte di Holden, il "Blade Runner" che viene ucciso da Leon nella prima scena.

Pur trovandoci in un futuro dove esistono androidi sofisticatissimi e automobili volanti, anche la tecnologia appare "antica", arrugginita. Gli schermi televisivi (a tubi catodici) sono piccoli e di bassa qualità, i computer o i telefoni sono ingombranti e rumorosi, per non parlare delle armi (la pistola di Deckard) e degli oggetti di uso comune (gli ombrelli con il manico al neon). L'aspetto "tecnologico" più affascinante, auto volanti a parte, è senza dubbio quello legato alla robotica. Oltre ai replicanti (il modello più avanzato, cui appartengono Roy e gli altri obiettivi di Rick, è il Nexus-6), la cui presenza sulla Terra è illegale, gli organismi artificiali più diffusi sono gli animali. Ci troviamo infatti in un mondo futuro in cui (per via dell'inquinamento o della sovrappopolazione?) le specie viventi sono quasi del tutto estinte, e dunque chi desidera un animale da compagnia non può che ricorrere a un duplicato cibernetico. Questo elemento (che riecheggia nel titolo originale del romanzo di Dick) si riflette nella natura "psicologica" del test Voight-Kampff, studiato per provocare reazioni emotive e dunque individuare gli androidi in mezzo agli esseri umani: gran parte delle domande che gli agenti Blade Runner pongono agli individui sospetti riguardano proprio gli animali. Una versione più "limitata" di questa avanzatissima tecnologia è quella che fa mostra di sé nella dimora di J.F. Sebastian. Costui, progettista genetico che lavora per Tyrell (è attraverso lui che Roy riesce a entrare in contatto con il proprio artefice), si costruisce dei "giocattoli" (poco più che burattini) come amici. In un certo senso non siamo lontano dal concetto degli animali artificiali, anche se in questo caso si tratta per lo più di figure antropomorfe (benché talvolta deformi, o affette da nanismo), poco più che soldatini a molla con l'unica funzione di camminare per le vaste stanze della sua casa vuota e di salutarlo quando torna dal lavoro. Sintomo di un disperato bisogno di avere compagnia, di qualcuno che gli mostri affetto (anche se artificiale): Sebastian è un personaggio tragico e patetico (soffre anche di una sindrome di invecchiamento precoce), che cade facilmente – e forse consapevolmente – nella tela di Pris ("modello base di piacere") e di Roy. Proprio la sua malattia, che gli preannuncia una vita breve, lo porta forse a empatizzare con loro. La stessa Pris, mascherata da procione (con la pelle bianca e l'iconica striscia di vernice nera sugli occhi) si mescolerà facilmente fra le bambole e gli altri robot-giocattolo di J.F. al momento dell'irruzione di Rick nell'edificio.

Visivamente splendido nella sua mescolanza di suggestioni "alte" e "basse", il film è esteticamente notevolissimo, graziato dalla stupefacente fotografia di Jordan Cronenweth, che gioca in più modi con la luce (la fotografia è spesso uno dei principali punti di forza delle pellicole di Scott, che ha imparato a curarla in modo particolare per via del suo background di regista pubblicitario), e dalla sublime colonna sonora di Vangelis, che combina l'uso di melodie classiche (cui contribuiscono la voce di Demis Roussos e il sassofono tenore di Dick Morrissey) con le sonorità futuristiche della musica elettronica. Nonostante tutto, però, alla sua uscita fu accolto freddamente dalla critica e dal pubblico americano (all'estero invece andò meglio), e solo con il passare del tempo assunse lo status di cult movie di cui gode tuttora. Il lungometraggio era il terzo della carriera di Ridley Scott, un altro capolavoro di fantascienza (sicuramente il genere a lui più congeniale, col senno di poi) dopo "Alien": ai tempi, di fronte a tre film di livello così elevato (il primo era stato "I duellanti"), il regista britannico sembrava destinato all'olimpo dei più grandi cineasti, e molti già lo collocavano sul piedistallo al fianco di Kubrick e Spielberg. In seguito, purtroppo, sono state più le delusioni che non le conferme (anche se ottimi film, occasionalmente, li ha comunque realizzati, da "Thelma & Louise" al recente "The Martian"). Il successo della pellicola ha portato inoltre l'opera di Philip K. Dick all'attenzione dei produttori di Hollywood, e da allora non sono stati pochi i film ispirati ai lavori dello scrittore americano ("Total Recall" e "Minority Report", per citarne un paio: addirittura, un film per la tv uscito nel 1999, "Total Recall 2070", è quasi una rilettura dello stesso "Blade Runner"). Dick morì in quello stesso 1982, poco prima dell'uscita della pellicola (che è a lui dedicata), dopo averle dato il suo endorsement. Negli anni seguenti, diversi romanzi e fumetti si sono proposti come "seguito" della storia originale. E nel 2017 uscirà finalmente un sequel ufficiale: "Blade Runner 2049", diretto dal canadese Denis Villeneuve, nel quale Harrison Ford tornerà a interpretare il ruolo di Deckard dopo trentacinque anni (anche se il titolo lascia intendere che dal primo film ne sono trascorsi "solo" trenta).

2 marzo 2016

Alien (Ridley Scott, 1979)

Alien (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 1979
con Tom Skerritt, Sigourney Weaver
****

Rivisto in DVD.

Il cargo spaziale Nostromo, in viaggio verso la Terra con sette membri di equipaggio (più un gatto) in ibernazione, riceve un misterioso messaggio in radiofrequenza emesso da un satellite roccioso. Come da regolamento, il computer della nave, Mother, sveglia gli uomini a bordo affinché indaghino sull'origine del segnale. Questo risulterà provenire da un'astronave extraterrestre, naufragata da anni, al cui interno si cela una minacciosa presenza... Il secondo lungometraggio di Ridley Scott, ideato e sceneggiato da Dan O'Bannon (già autore del soggetto di "Dark Star" di John Carpenter), è un'accattivante commistione fra fantascienza e horror, una delle pellicole più significative e influenti del genere, pur non scevra da riferimenti a lavori precedenti (da "La cosa da un altro mondo", di cui proprio Carpenter avrebbe girato a breve un nuovo adattamento cinematografico, a "Lo squalo" di Steven Spielberg, di cui lo stesso O'Bannon affermò che era una versione fantascientifica, passando per "Il mostro dell'astronave" di Edward Cahn e "Terrore nello spazio" di Mario Bava). Oltre a stabilire definitivamente il nome di Ridley Scott (preferito a Walter Hill e a Robert Aldrich) nell'olimpo dei registi emergenti di Hollywood, il film lanciò anche la carriera della protagonista Sigourney Weaver, allora attrice teatrale semisconosciuta e nemmeno accreditata come primo nome nei titoli di testa (anche per depistare gli spettatori su chi sarebbe sopravvissuto e chi no). Oltre alla Weaver (che interpreta Ripley, terzo ufficiale a bordo dell'astronave), il cast comprende Tom Skerritt (Dallas, il comandante), John Hurt (Kane, il secondo ufficiale, il primo a essere "infettato"), Ian Holm (Ash, l'ufficiale scientifico), Veronica Cartwright (Lambert, il navigatore), Yaphet Kotto (il nero Parker) e Harry Dean Stanton (Brett), i due tecnici della sala macchine. I "panni" del mostro, nella sua versione adulta (gli stadi precedenti consistono in modellini realizzati da Carlo Rambaldi), sono occasionalmente vestiti da Bolaji Badejo, oltre che da alcuni stuntmen.

L'inizio è lento, teso e pieno d'atmosfera. Dopo i bellissimi titoli di testa (disegnati da Richard Greenberg), la musica di Jerry Goldsmith risuona mentre la macchina da presa esplora i locali dell'astronave, vuoti perché i membri dell'equipaggio sono tutti in ibernazione. Un monitor si accende, con lo schermo che si riflette sulle visiere degli scafandri, dando inizio alla procedura del risveglio. È l'avvio di una vicenda caratterizzata da enorme tensione, da un impianto che mescola l'esplorazione dell'ignoto alla lotta per la sopravvivenza, e costruita su quella tipica struttura che negli anni a venire sarà confidenzialmente denominata "totomorti" (un gruppo di persone, in un luogo chiuso o isolato, alle prese con una minaccia che li elimina uno a uno). I vari personaggi sono introdotti a grandi linee (sappiamo poco o niente del loro passato), attraverso basilari dinamiche di gruppo (vedi i due tecnici, Parker e Brett, che nutrono una certa acrimonia verso gli altri perché il loro stipendio è inferiore). Non si tratta di figure standard o idealizzate, rispondenti agli stereotipi del film di fantascienza: e anche se i ruoli sono i soliti (comandante, ufficiale scientifico, ecc.), la distanza da "Star Trek" non potrebbe essere maggiore. L'arrivo dell'alieno a bordo dà vita a tutta una serie di momenti di genuino terrore, privi dell'ingenuità che permeava analoghi film negli anni cinquanta (fra i tanti, cito la scena in cui il mostro fuoriesce sanguinosamente dallo stomaco di Kane, una scena che si fa fatica a dimenticare e che terrorizzò, sul set, gli stessi attori: John Hurt era stato infatti l'unico a essere avvisato in anticipo di cosa sarebbe accaduto). Il resto della pellicola alterna sequenze ad alta suspense (l'esplorazione della nave alla ricerca del mostro), sussulti (gli improvvisi attacchi ai vari membri dell'equipaggio) e alcune sorprese (la rivelazione che Ash è un robot, cui segue la sua distruzione, con l'impressionante liquido bianco che gli fuoriesce dalla bocca al posto del sangue). E poi c'è tutta la coda finale, che anticipa "Terminator" (quando sembra che il mostro sia stato ormai sconfitto, ecco che ritorna e costringe Ripley a un ulteriore scontro).

Che la sola sopravvissuta, e dunque l'eroina della storia, sia una donna (per quanto "tosta"), fu di certo innovativo per l'epoca, anche se i tempi erano ormai pronti per una serie di protagoniste femminili anche in generi cinematografici tradizionalmente riservati agli uomini (l'anno prima c'era stato "Halloween" di Carpenter, a breve sarebbero arrivati "Nightmare", "Terminator 2", e tanti altri). In effetti, il sesso dei personaggi non ha alcuna importanza nell'economia della vicenda (ne avrà molto di più nel sequel, con il parallelo fra Ripley e la regina aliena nei loro duplici ruoli di madri): fra i sette membri dell'equipaggio (cinque uomini e due donne) non sembra contare nulla, né nel determinare la gerarchia di comando, né nel partecipare ad azioni pericolose (a esplorare il pianeta vanno in tre, fra cui una donna). E l'unico istante in cui la femminilità di Ripley viene messa in evidenza davanti allo spettatore è proprio nel finale, quando – rimasta da sola – si appresta a tornare nella capsula per l'ibernazione spogliandosi e restando in mutandine e canottiera. Per il resto la pellicola è neutra, tanto che pure l'alieno non pare avere un sesso (anche se, nel suo design, le allusioni sessuali non mancano). Il suo ciclo di vita si svolge attraverso una serie di stadi ben precisi: si parte dalle uova che Kane rinviene nell'astronave extraterrestre, dalle quali fuoriesce il cosiddetto "face-hugger", creatura artropode che si attacca come un parassita al volto della vittima, infettandola e usandola come veicolo per la successiva nascita dell'alieno vero e proprio. Fondamentale, per l'estetica del film, il memorabile e terrificante design del mostro, opera dell'artista svizzero H.R. Giger, che fonde suggestioni biologiche e meccaniche (in particolare per la seconda fila di mandibole che fuoriesce dalla prima). In generale, del mostruoso xenomorfo – sulla cui origine in questo primo film non si viene a sapere nulla – sono le caratteristiche fisiche a fare più paura: chi non ricorda l'acido che ha al posto del sangue, e che lo rende una creatura quasi impossibile da distruggere? Di fatto è un guerriero perfetto, apparentemente senza punti deboli: "Ne ammiro la purezza", spiega Ash.

Lo scontro fra gli uomini e l'alieno ha luogo in un'astronave diversa da tutte quelle che fino ad allora erano comparse nei film di fantascienza. Corridoi bui, pareti arruginite, tubi, condotte e griglie di ventilazione in bella vista: si tratta di una fantascienza "sporca", che mette in chiaro come l'astronava sia "usata" e si corrompa con il tempo, agli antipodi dunque di quegli ambienti perfetti, puliti e asettici che per molti anni avevano caratterizzato l'immagine del futuro. Questo realismo si trasmette anche ai personaggi (tutti "normali" lavoratori, con cui dunque il pubblico si poteva facilmente identificare), dando l'impressione che qualsiasi cosa possa accadere e soprattutto che nessuno è al sicuro. Man mano che la storia procede e che l'alieno elimina i vari membri dell'equipaggio, si comincia a sospettare che, forse, nessuno ne uscirà vivo. Persino la mascotte di bordo, il gatto Jones, diventa sospetto! La lavorazione potè contare su una grande quantità di disegni preparatori, di studi di costumi, ambienti, scenari e atmosfere, e il risultato si vede: la Nostromo sembra reale, e tutto questo contribuisce a rendere il senso di pericolo ancora più palpabile (il che è uno dei segreti della buona riuscita di un film horror). Claustrofobia, angoscia e terrore ne conseguono in maniera naturale. Il doppiaggio italiano, pur di alto livello, scivola qui e lì in fase di adattamento: il nome di Ripley è sempre pronunciato "Raiplei" (tornerà "Ripli" dal secondo capitolo), mentre qua e là fanno capolino i famigerati "nitrogeno" e "silicone" al posto di "azoto" e "silicio" (errori comuni per chi traduce dall'inglese "ad orecchio"). Il successo del film darà il via a una lunga e celebrata franchise, fra sequel ("Aliens", "Alien³", "Alien: La clonazione"), crossover (i due "Aliens vs. Predator") e prequel ("Prometheus", l'imminente "Alien: Covenant"), per non parlare di fumetti, romanzi, videogiochi e via dicendo.

16 ottobre 2015

Sopravvissuto - The martian (R. Scott, 2015)

Sopravvissuto - The martian (The Martian)
di Ridley Scott – USA 2015
con Matt Damon, Jessica Chastain
***

Visto al cinema Colosseo.

Abbandonato a malincuore su Marte dai suoi compagni, costretti a ripartire verso la Terra a causa di un'improvvisa tempesta che ha messo a repentaglio la missione, l'astronauta della NASA Mark Watney è creduto morto da tutti. Invece è incredibilmente sopravvissuto, anche se si ritrova da solo su un pianeta a 200 milioni di chilometri dalla Terra, senza possibilità di comunicare con nessuno e con problemi urgenti da risolvere: primo fra tutti, il cibo. Ridley Scott torna a sfornare un ottimo film dopo una decina di anni costellati da pellicole sempre più deludenti e noiose, adattando un romanzo di Andy Weir che si inserisce nel filone dei "naufragi spaziali", già frequentato di recente al cinema da pellicole come "Gravity" (con cui condivide la volontà del protagonista di sopravvivere a ogni costo), "Interstellar" (che vedeva lo stesso Matt Damon nel cast) e "Moon" (sul tema dell'uomo costretto a un lungo periodo da solo su un corpo celeste lontano). Qui, però, i toni sono meno claustrofobici e più avventurosi, a tratti addirittura divertenti, grazie a un personaggio pieno di risorse e che non perde mai la voglia di scherzare. Pur trovandosi in una situazione apparentemente senza via d'uscita, Watney – che è un botanico – riuscirà a trovare il modo di coltivare patate (concimandole con i suoi escrementi), di comunicare con la NASA (riesumando il rover di una precedente missione), di spostarsi sul pianeta rosso e infine di farsi salvare dai suoi compagni, tornati indietro per prelevarlo. La vicenda è raccontata in parallelo: alla permanenza di Mark su Marte si accostano le riunioni e i tentativi, da parte degli scienziati sulla Terra, di trovare un modo di soccorrerlo. Da notare la collaborazione dei cinesi: nell'esplorazione spaziale, si auspica, le divisioni politiche possono essere messe da parte. La narrazione è avvincente (senza zavorre pretenziose, intellettuali o metafisiche) e gran parte degli aspetti tecnici e scientifici sono ben curati grazie alla collaborazione della NASA, anche se non mancano momenti assurdi o implausibili come tutta la manovra di salvataggio nel finale. Diverse le strizzatine d'occhio alla cultura nerd: la riunione segreta dei vertici della NASA è paragonata al Consiglio di Elrond del "Signore degli Anelli" (e il fatto che nel cast ci sia anche Sean Bean, che nei film di Peter Jackson era presente a quel Consiglio nei panni di Boromir, rafforza la citazione), mentre le evoluzioni di Mark con la tuta spaziale lo portano a paragonarsi ad Iron Man. Ottima l'interpretazione di Damon, che da un certo punto in poi appare notevolmente dimagrito. Nel cast anche Jeff Daniels, Chiwetel Ejiofor, Michael Peña e Kate Mara. Il film nasce da un progetto dello sceneggiatore Drew Goddard, che avrebbe dovuto anche dirigerlo, ma la produzione ha dato il via libera solo dopo che sono saliti a bordo nomi noti come Scott e Damon. Se Kubrick aveva fatto risuonare nello spazio i valzer di Strauss e altri brani classici, Scott ci propone una divertente colonna sonora a base di canzoni pop e disco anni '70 e '80, con l'inevitabile "I will survive" sui titoli di coda.

17 gennaio 2015

Exodus – Dei e re (Ridley Scott, 2014)

Exodus - Dei e re (Exodus: Gods and Kings)
di Ridley Scott – USA 2014
con Christian Bale, Joel Edgerton
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Il filone del kolossal biblico, che sembrava tramontato dopo il periodo d'oro degli anni cinquanta, pare essere tornato in auge a Hollywood. A differenza del "Noah" di Darren Aronofsky, uscito pochi mesi prima, questo "Exodus" di Ridley Scott (che torna a calcare la strada del peplum-storico dopo i fasti de "Il gladiatore") sceglie però un approccio meno fantasy e assai più realistico, lasciando in secondo piano (per quanto è possibile) l'elemento soprannaturale e concentrandosi sulla coerenza interna e la verosimiglianza storica (libertà artistiche a parte, ovviamente). Certo, il soggetto resta quello dell'Esodo, il libro della Bibbia che racconta della fuga degli schiavi ebrei dall'Egitto, guidati da Mosé: ma la sceneggiatura rinuncia a una lettura pedissequa del testo sacro, e più che sul popolo ebraico si concentra (in un certo senso anche tradendo il titolo) sulla figura di Mosé stesso, ritratto come un uomo pieno di contraddizioni (è al tempo stesso un energico eroe d'azione e un pacifista; un miscredente e un devoto; un padre di famiglia e un avventuriero). Figlio adottivo del faraone Seti, si vede mandato in esilio quando sul trono sale Ramses, che nel frattempo è venuto a conoscenza della sua origine ebrea. L'incontro con Dio sul monte Sinai lo spingerà a mettersi alla testa del suo popolo, a liberarlo dalle catene e a condurlo fino alla terra di Canaan. Se non manca quasi nulla del racconto biblico tradizionale (le dieci piaghe d'Egitto, le acque del Mar Rosso che si aprono, per finire con la dettatura dei dieci comandamenti), per ogni intervento soprannaturale è però suggerita una spiegazione – per quanto eccezionale o improbabile – anche perfettamente naturale: i dialoghi di Mosè con Dio (che gli appare sotto forma di un bambino) come il frutto di una botta in testa (!); le piaghe come rari eventi catastrofici ambientali; l'apertura del Mar Rosso come conseguenza delle forze della natura; e così via. La teologia è del tutto assente, e lo spazio alla dimensione simbolico-religiosa è molto sacrificato: ma forse è meglio questo approccio (che peraltro consente di superare alcune ingenuità dei vecchi film di Cecil B. De Mille) che non il kitsch del suddetto "Noah". In ogni caso lo spettacolo è garantito, e Scott e lo sceneggiatore Steven Zaillian riescono a tenere desta l'attenzione dello spettatore con sequenze (su tutte quelle delle piaghe d'Egitto) non prive di tensione ed emozione. Pensavo decisamente peggio. Anche il rischio di una lettura all'insegna dell'integralismo religioso è prudentemente evitato (Mosé si trova talvolta in disaccordo con Dio, mentre il bene e il male non vengono divisi nettamente in due parti): il che non ha impedito – anzi, forse ne è stato la causa – che il film venisse messo al bando in diversi paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Bale svetta nel cast, Edgerton è un Ramses con luci e ombre, mentre in ruoli minori si riconoscono John Turturro, Sigourney Weaver, Ben Kingsley, Aaron Paul e Golshifteh Farahani. Il film è dedicato da Ridley "a mio fratello, Tony Scott", suicidatosi nel 2012: e forse non a caso mi è parso il più "sentito" (o, se vogliamo, il meno svogliato) fra gli ultimi lavori del regista.

17 gennaio 2014

The counselor (Ridley Scott, 2013)

The counselor - Il procuratore (The counselor)
di Ridley Scott – USA 2013
con Michael Fassbender, Cameron Diaz
*

Visto al cinema Orfeo.

Un brillante avvocato, con diverse conoscenze e amicizie nel mondo della malavita, decide di prendere parte in prima persona al traffico illegale di droga fra il Messico e gli Stati Uniti. Ma qualcosa andrà storto, e il suo mondo finirà in frantumi. Crudele parabola sull'avidità, scritta da Cormac McCarthy (è la sua prima sceneggiatura originale per il cinema), che si dipana in maniera confusa e banale, dando vita a un thriller sgradevole e dispersivo, quando non freddo e arido come il diamante che l'avvocato acquista per la sua compagna in una delle scene iniziali. E questo nonostante il ricco cast hollywoodiano e internazionale: fra i protagonisti, oltre a Michael Fassbender (il nome del cui personaggio non viene mai citato durante il film e tutti lo chiamano solo "avvocato"; curiosamente, invece, la parola "procuratore" del fuorviante titolo italiano non viene mai pronunciata), figurano Brad Pitt (il losco intermediario fra l'avvocato e il "cartello" messicano), Javier Bardem (l'amico imprenditore/trafficante, che gestisce diversi locali nel Texas), Penélope Cruz (la moglie dell'avvocato, vittima innocente degli eventi) e Cameron Diaz (la compagna di Bardem, misteriosa, provocante e manipolatrice, con una passione per i leopardi come animali da compagnia); fra i comprimari si riconoscono Bruno Ganz (il venditore di diamanti) e Natalie Dormer (la bionda che adesca Pitt). Ridley Scott dirige piuttosto svogliatamente: in effetti è subito chiaro che non si tratta di un film del regista, ma dello sceneggiatore. Peccato che proprio i dialoghi risultino alquanto goffi (soprattutto quando si parla di sesso), che i personaggi siano elusivi, mal scritti o debolmente caratterizzati, che l'intreccio manchi di un vero focus (numerose le sequenze o i dialoghi completamente fini a sé stessi e slegati dal contesto), che le divagazioni "filosofiche" sulla colpa e le conseguenze lascino il tempo che trovino, che abbondino turpi stereotipi sulla criminalità in Messico. E la struttura corale "decostruita" è quella tipica di tanto brutto cinema americano post-tarantiniano, non risollevata nemmeno dalla scelta di mostrare alcune morti efferate sullo schermo.