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22 maggio 2023

La caduta degli dei (Luchino Visconti, 1969)

La caduta degli dei
di Luchino Visconti – Italia/Germania 1969
con Helmut Berger, Dirk Bogarde, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Helmut Berger.

Nel febbraio del 1933, la stessa notte dell'incendio del Reichstag che favorirà l'ascesa di Hitler, l'aristocratica famiglia von Essenbeck si riunisce attorno al suo decano, il barone Joachim (Albrecht Schönhals), per festeggiarne il compleanno. Presidente delle acciaierie di famiglia, che ha saputo tenere a galla durante i difficili anni della guerra e del dopoguerra, per ingraziarsi il nuovo potere il barone medita controvoglia di nominare alla vicepresidenza il nipote Konstantin (Reinhard Kolldehoff), simpatizzante di Hitler e membro delle SA, esautorando Herbert (Umberto Orsini), marito dell'altra nipote Elisabeth (Charlotte Rampling), che invece è apertamente ostile al nascente regime. La notte stessa, però, il barone viene assassinato nel suo letto, e il controllo dell'acciaieria passa all'ambizioso dirigente Friedrich (Dirk Bogarde), amante di Sophie (Ingrid Thulin), vedova dell'unico figlio del barone (morto in guerra) e madre del giovane Martin (Helmut Berger), un ragazzo dissoluto, in balia delle proprie perversioni (si veste da donna per fare il verso a Marlene Dietrich, ha tendenze pedofile e incestuose) e facilmente manipolabile tanto dalla madre quanto da Aschenbach (Helmut Griem), lontano cugino che fa parte delle SS. Ispirandosi alle tragedie di Shakespeare (il Macbeth su tutti, ma in parte anche l'Amleto), e con un titolo wagneriano, il primo film della cosiddetta "trilogia tedesca" di Visconti (seguiranno "Morte a Venezia" e "Ludwig") rilegge gli anni dell'avvento del nazismo in Germania attraverso intrighi e lotte di potere all'interno di una famiglia. I paralleli fra la dissoluzione della società, le storture della dittatura e della politica e le perversioni individuali sono evidenti, e la regia di Visconti (aiutato dalla bella fotografia colorata di Pasqualino De Santis e Armando Nannuzzi, degna a tratti di un film horror) li cattura in profondità, avvolgendo lo spettatore in una spirale di morte, follia e decadenza. La pellicola è intensa e molto carica, con alcune scene che si trascinano a lungo (su tutte quella della festa/orgia delle camice brune a Bad Wiessee, prima di essere trucidati dalle SS durante la "notte dei lunghi coltelli") e un'impostazione corale, anche se Berger (che aveva già recitato per Visconti due anni prima, in un episodio de "Le streghe") ne è in un certo senso il protagonista principale. Nel cast anche Renaud Verley (lo studente Günther, figlio di Konstantin), Florinda Bolkan, Nora Ricci. I costumi sono di Piero Tosi, il montaggio di Ruggero Mastroianni, le musiche di Maurice Jarre. La famiglia von Essenbeck è ispirata ai Krupp, proprietari dell'omonima e storica acciaieria di Essen che forgiò armi e cannoni per i nazisti durante la guerra.

26 marzo 2023

Il treno (John Frankenheimer, 1964)

Il treno (The train)
di John Frankenheimer – USA/Francia 1964
con Burt Lancaster, Paul Scofield
**1/2

Visto in divx.

Nella Parigi occupata dai nazisti, pochi giorni prima che gli alleati giungano a liberare la città, il colonnello tedesco Franz von Waldheim (Scofield) organizza un treno speciale per portare in Germania un gran numero di quadri d'arte moderna sottratti dai musei e dalle collezioni francesi. A cercare di impedirglielo, sabotando in ogni modo il convoglio e ritardandone il viaggio, sarà il ferroviere Paul Labiche (Lancaster), membro in segreto della resistenza. Ispirato a una storia vera, quella narrata da Rose Valland nel libro “Le front de l'art”, un film fortemente voluto da Lancaster, che fece sostituire dopo solo tre giorni di riprese il regista inizialmente designato, Arthur Penn, perché questi immaginava un film più minimalistico e non intendeva dare lo spazio sufficiente alle scene d'azione. In effetti, lo sforzo produttivo è notevole, con numerose sequenze ad alto impatto, quali esplosioni, scontri fra treni o stazioni ferroviarie bombardate da incursioni aeree: Frankenheimer stesso lo definirà “l'ultima grande pellicola d'azione mai realizzata in bianco e nero”. Le riprese furono effettuate in Francia, con numerosi attori francesi in ruoli minori – Jeanne Moreau (l'albergatrice), Michel Simon (il vecchio macchinista Papa Boule), Albert Rémy (il fuochista Didont), Suzanne Flon (la curatrice del museo) – per lo più addetti alle ferrovie o membri della resistenza che aiutano Labiche nel suo “duello” con Waldheim. Ma il filo conduttore è il contrasto fra il valore dell'arte (i quadri sono definiti “un tesoro nazionale” e “la gloria della Francia”) e quello della vita umana: il primo è tenuto in massima considerazione dal colonnello Waldheim, che ama la pittura (anche quella “degenerata”, ossia l'arte moderna, che gli altri nazisti vorrebbero invece distruggere) e però si ritiene uno dei “pochi eletti” in grado di apprezzarla, motivo per il quale vorrebbe sottrarla al nemico (Labiche stesso non comprende il motivo per cui recuperare i dipinti sia così importante); il secondo è invece esemplificato dal sacrificio coraggioso dei tanti partigiani o simpatizzanti che muoiono per fermare il treno. L'ultima inquadratura del film mostra significativamente le casse con i dipinti abbandonate a fianco del convoglio e circondate dai cadaveri. Nel complesso, una pellicola avvincente e realizzata con competenza, che offre uno sguardo originale e diverso sulla seconda guerra mondiale: lo stesso spunto darà vita in tempi più recenti ad altri film (come “Monuments men” di George Clooney).

29 giugno 2022

Freaks out (Gabriele Mainetti, 2021)

Freaks out
di Gabriele Mainetti – Italia 2021
con Aurora Giovinazzo, Franz Rogowski
**

Visto in TV (Prime Video).

Nella Roma occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, quattro freak di un circo, dotati di "superpoteri" – il forzuto "uomo bestia" Fulvio (Claudio Santamaria), l'albino Cencio (Pietro Castellitto) in grado di comunicare con gli insetti, il nano Mario (Giancarlo Martini) dal corpo magnetico, e la giovane Matilde (Aurora Giovinazzo) che controlla l'elettricità – devono vedersela con il tedesco Franz (Franz Rogowski), pianista con sei dita e capace di scrutare nel futuro, che intende reclutarli per impedire il crollo del Terzo Reich. Il secondo film di Mainetti, dopo il successo di "Lo chiamavano Jeeg Robot", è un'altra variante "all'italiana" del cinema di supereroi, ma con molte più ambizioni: la collocazione storica e la combinazione di eventi bellici ed elementi fantastici fanno pensare a un mix fra "Il labirinto del fauno" di Del Toro, i film della Marvel e i "Bastardi senza gloria" di Tarantino, mentre la presenza dei freak e del circo ricordano certe cose di Jodorowsky ("Santa sangre") o De la Iglesia ("Ballata dell'odio e dell'amore"). Il problema è che il film ha il difetto di... provarci un po' troppo. La confezione è troppo patinata e ricercata, fra effetti speciali e fotografia ipercorretta che gli donano un'estetica fredda, finta e fastidiosa; i dialoghi sono espositivi (e la presa diretta li rende a tratti difficili da capire, anche perché spesso coperti dalla musica o dai rumori); personaggi e situazioni sono artificiali o infantili; e le caratterizzazioni sono schematiche e prive di sottigliezza (vedi per esempio i nazisti tutti cattivissimi – a proposito, è possibile che a Roma ci siano solo nazisti, e nemmeno un fascista? – o i partigiani menomati che cantano "Bella ciao"). Il personaggio più interessante è comunque l'antagonista, Franz (e la sequenza migliore quella delle sue allucinazioni sotto l'influsso dell'etere): e però, nessuno, nemmeno lui, si rende conto che il potere di vedere il futuro sarebbe molto più importante degli altri per vincere la guerra? Troppo lunga e fracassona la battaglia finale. Giorgio Tirabassi è Israel, direttore della compagnia circense, Max Mazzotta è il Gobbo, capo dei partigiani.

28 gennaio 2022

Il tabaccaio di Vienna (N. Leytner, 2018)

Il tabaccaio di Vienna (Der Trafikant)
di Nikolaus Leytner – Austria/Germania 2018
con Simon Morzé, Bruno Ganz
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Franz (Morzé) lascia la madre (Regina Fritsch) e il suo villaggio natale fra le montagne del Salzkammergut per trasferirsi a Vienna e lavorare come apprendista nella tabaccheria di Otto Trsnjek (Johannes Krisch), amico di famiglia. Qui il ragazzo vive le prime esperienze romantiche, innamorandosi della bella e problematica boema Anežka (Emma Drogunova), ma soprattutto assiste all'avvento del nazismo (siamo negli anni Trenta), che si impadronisce del paese. E nel frattempo stringe amicizia con uno dei clienti della tabaccheria, nientemeno che il professor Sigmund Freud (Bruno Ganz), fondatore della psicoanalisi. Un film su cui non si possono che dare giudizi ambivalenti: da un lato l'ambientazione storica è interessante (il cambio di clima politico risalta in piccoli e grandi mutamenti: in un cabaret dove una volta si prendeva in giro Hitler, per esempio, in seguito si fanno battute sugli ebrei), la narrazione intreccia diversi fili (il tema della crescita e della conoscenza del mondo, ingiustizie e violenze comprese; quello dell'educazione sentimentale, con tanto di cocenti delusioni; quello dell'amicizia con un mentore o "consigliere" come Freud) e il finale è realistico e per nulla conciliante. Dall'altro la confezione lascia a desiderare: la fotografia è eccessivamente patinata, la regia anonima, le caratterizzazioni monotematiche, i dialoghi superficiali, il ritmo senza brio. Né il personaggio di Freud né la psicoanalisi hanno davvero importanza nella vicenda (Franz comincia a trascrivere i suoi sogni, quasi tutti ambientati presso il lago della sua infanzia, appendendo poi i fogli alla vetrina del suo negozio, ma da questo spunto non viene poi fuori nulla di interessante), e sembrano in fondo abbastanza superflui. Per Ganz è stato il penultimo ruolo: l'ultimo sarà ne "La vita nascosta" di Malick, film ambientato curiosamente nello stesso periodo e contesto storico.

15 ottobre 2020

Jojo Rabbit (Taika Waititi, 2019)

Jojo Rabbit (id.)
di Taika Waititi – USA/Nuova Zelanda 2019
con Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

In Germania, mentre infuria la seconda guerra mondiale, il piccolo Johannes "Jojo" Betzler (Davis, al suo esordio), un bambino di dieci anni, entra a far parte della Hitler-Jugend. Pur preso in giro dai ragazzi più grandi (che gli affibbiano l'appellativo di "Jojo coniglio": ed è così che avrebbe dovuto essere tradotto il titolo del film, lasciato invece in originale), Jojo è talmente indottrinato al credo nazista da avere come amico immaginario proprio un simulacro di Adolf Hitler (interpretato dal regista stesso), che lo conforta e lo consiglia davanti a ogni difficoltà della vita. Tutto comincia a cambiare quando il bambino scopre che dietro uno scompartimento segreto della propria casa si nasconde una ragazza ebrea, Elsa (McKenzie), che sua madre Rosie (Scarlett Johansson) ha accolto a sua insaputa. Liberamente ispirato a un romanzo di Christine Leunens ("Come semi d'autunno"), il cui protagonista aveva però 17 anni, un film che affronta i temi del nazionalsocialismo e dell'olocausto con toni originali e da commedia, almeno fino a un certo punto: dopo un eccellente incipit, infatti, la pellicola smarrisce per strada la cosa più interessante e divertente, ovvero l'irriverente Hitler virtuale, per dedicarsi a un più scontato rapporto di amicizia/amore fra il piccolo nazista e la giovane ebrea (già visto con alcune varianti in parecchi film su questo tema, per esempio "Il bambino con il pigiama a righe"). E il modo in cui "Adolf" viene scacciato e letteralmente defenestrato da Jojo, nel finale, appare troppo netto ed eccessivamente enfatico (e non solo perché esso era di fatto un sostituto paterno): l'addio a un amico immaginario avrebbe dovuto essere gestito con più sfumature, ma forse ci si preoccupava troppo di aver reso il Führer simpatico e divertente (e infatti ci sono stati critici che non lo hanno apprezzato). Rimane il merito di aver mostrato la guerra, con i suoi orrori e le sue tragedie, ma anche aspetti quali la propaganda e l'indottrinamento, dal punto di vista di un bambino (anche in questo caso non mancano i precedenti, a partire da "I figli di Hitler" di Dmytryk, girato "in tempo reale" nel 1943). Nel complesso il lungometraggio è piacevole, meno originale di quanto sembri ma dal mood indovinato, che mostra i campi di addestramento come se si trattasse di campi scout, nonché i lati più visionari e infantili di un periodo storico cupo e tragico (quando la guerra arriva fino in città, siamo di fronte alla fine dell'infanzia). Nel cast brilla Sam Rockwell nei panni del bizzarro capitano istruttore Klenzendorf. Nonostante dialoghi a tratti un po' artificiali e qualche luogo comune, la sceneggiatura (dello stesso Waititi) ha vinto l'Oscar. Nell'anacronistica colonna sonora ci sono canzoni dei Beatles e di David Bowie cantate in tedesco. Ambientato in una città della Germania non meglio precisata, il film è stato girato in realtà in Repubblica Ceca. Waititi ha deciso di interpretare personalmente l'Hitler comico (accodandosi a una lista di precedenti illustri, a partire da Chaplin) perché aveva qualche difficoltà a trovare un attore famoso interessato alla parte.

1 settembre 2020

Opera senza autore (F. Henckel von Donnersmarck, 2018)

Opera senza autore (Werk ohne Autor)
di Florian Henckel von Donnersmarck – Germania 2018
con Tom Schilling, Sebastian Koch
***

Visto in divx alla Fogona.

La vita di un giovane pittore, Kurt Barnert (Schilling), raccontata attraverso le trasformazioni della Germania nell'arco di 30 anni: dalla Dresda del 1937 durante l'ascesa nazista, alle tragedie della seconda guerra mondiale, all'avvento della DDR socialista, alla fuga nella BRD del boom economico. La sua vicenda si intreccia con quella del professor Carl Seeband (Koch), primario di ginecologia che si compromette con il regime nazista, entra nelle SS e collabora al programma di eugenetica, per poi riciclarsi durante il comunismo. Ma al centro della lunga pellicola (tre ore), ancora più degli eventi storici (che fanno solo da sfondo, fornendo il contesto – la tela – sulla quale dipingere) c'è il concetto di arte e il suo legame con l'identità, la ricerca dell'espressione artistica del proprio "io", temi che mi hanno fatto pensare a un'altra pellicola che – nonostante lo stile completamente diverso – affronta lo stesso argomento, "Achille e la tartaruga" di Takeshi Kitano. Al terzo film e dopo il passo falso di "The tourist", Henckel von Donnersmarck torna, se non ai livelli del suo lavoro d'esordio, "Le vite degli altri" (da cui riprende uno degli interpreti, Sebastian Koch), quantomeno alle stesse ambizioni e alla sua qualità nel ritrarre alcuni periodi delicati ma importanti della storia tedesca. Incoraggiato nelle proprie velleità artistiche sin da piccolo dalla giovane zia Elisabeth (che, per la sua pazzia, verrà internata e poi "soppressa" in un campo di concentramento), il protagonista si interessa all'arte moderna, considerata "degenerata" dai nazisti perché mostra un lato deforme e perturbante della realtà. "Questo sapresti farlo anche tu", dice – davanti a un Kandinsky – una guida tedesca a un Kurt ancora bambino. Le cose non migliorano sotto il comunismo, quando Kurt comincia a frequentare l'accademia di belle arti: ogni personalismo è scoraggiato e l'unico stile che è permesso seguire è il realismo socialista, una forma che celebra il popolo ma annulla l'individuo, rendendo gli artisti indistinguibili gli uni dagli altri. Sarà anche per sfuggire a quella che ritiene "pura decorazione", e alla ricerca della verità artistica, che Kurt – con la sua novella sposa Ellie (Paula Beer), figlia di Seeband – fuggirà all'ovest poco prima della costruzione del muro, nel 1961. Si stabilirà a Düsseldorf, epicentro delle correnti più innovative dell'arte moderna tedesca, ma anche qui farà fatica a trovare la propria strada. Dopo molti tentativi sempre più forzatamente originali e bizzarri, tornerà alle basi, ispirandosi a quelle fotografie amatoriali che, a loro modo, esprimono più "verità" di ogni dipinto artificioso e programmatico. E curiosamente troverà il proprio "io" in uno stile artistico in cui i critici, invece, vedono una semplice copia del mondo, la rinuncia a esprimere la personalità del pittore e il suo vissuto autobiografico, creando così "opere senza autore" (e lui glielo lascia credere, mentendo spudoratamente durante la conferenza stampa di presentazione della sua prima esposizione). Il soggetto è ispirato alla vita reale del pittore Gerhard Richter e alla sua biografia firmata da Jürgen Schreiber. Oliver Masucci interpreta l'eccentrico insegnante d'arte Antonius van Verten, a sua volta ispirato a Joseph Beuys. Ottime la regia e la confezione, anche se la fotografia di Caleb Deschanel (peraltro nominata all'Oscar) pecca forse per un eccesso di correzione digitale.

11 marzo 2019

I figli di Hitler (Edward Dmytryk, 1943)

I figli di Hitler (Hitler's Children)
di Edward Dmytryk – USA 1943
con Tim Holt, Bonita Granville
*1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Film di propaganda che affronta il tema della Hitler-Jugend, l'organizzazione giovanile paramilitare del partito nazista. Diretto da un Dmytryk ancora agli esordi (che sostituì il regista inizialmente previsto, Irving Reis), riscosse un enorme e inaspettato successo al botteghino: merito del soggetto, che tutto sommato non banalizza l'argomento, e degli interpreti, convincenti nelle rispettive parti. La storia inizia nella Berlino del 1933, quando due studenti – Anna (Granville), che frequenta la scuola americana, e Karl (Holt), indottrinato al nazismo in un istituto che sorge proprio di fronte – si scontrano a ripetizione, in nome delle rispettive ideologie, prima di accorgersi di essere innamorati l'uno dell'altra. Negli anni successivi, man mano che il partito di Hitler acquista potere, Karl fa carriera come ufficiale della Gestapo, mentre Anna continua a professare il suo amore per la libertà. Quando il ragazzo sarà incaricato di deportare Anna in un campo di rieducazione, cercherà di salvarla a costo della propria vita. Dietro il canovaccio sentimentale, il film attacca con toni accesi il fanatismo degli educatori e il lavaggio del cervello cui venivano sottoposti i giovani tedeschi sin dalla tenera età: esemplare la testimonianza dell'anziano docente che afferma di non essere libero di parlare nemmeno in casa propria e davanti ai propri figli. Fra le scene clou anche il confronto (alquanto improbabile) fra il vescovo (H.B. Warner) e il colonnello tedesco (Otto Kruger), che afferma che nella nuova Germania non ci sarà posto per le chiese. Kent Smith è il professor Nichols, direttore della scuola americana.

27 gennaio 2018

Giulia (Fred Zinnemann, 1977)

Giulia (Julia)
di Fred Zinnemann – USA 1977
con Jane Fonda, Vanessa Redgrave
**1/2

Visto in divx.

Negli anni trenta, alla vigilia della seconda guerra mondiale, la scrittrice Lillian Hellman (Jane Fonda) si reca in Europa in cerca di Julia (Vanessa Redgrave), sua amica del cuore sin dall'infanzia, della quale ha perso le tracce da quando si è trasferita a studiare medicina in Austria. Scoprirà che è diventata un'attivista antifascista: e per aiutarla, intraprenderà un pericoloso viaggio attraverso la Germania nazista. Da un capitolo (autobiografico, anche se non mancano controversie al riguardo) del libro "Pentimento" della Hellman (adattato da Alvin Sargent, che vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura), un film storico-drammatico su un'amicizia al femminile in grado di durare una vita e di andare oltre tutte le avversità. La storia, che alterna momenti concreti con altri basati sui ricordi, con uno stile volutamente sognante e un po' patinato, intreccia la finzione con le vicende biografiche della Hellman (la convivenza con Dashiell Hammett (Jason Robards), gli sforzi per diventare drammaturga, i primi successi). Ma lo spazio maggiore è naturalmente riservato al rapporto con Julia: dai flashback delle estati passati insieme da bambine, ai momenti in cui, alle soglie dell'età adulta, Lillian ammira l'amica da lontano per le sue ambizioni e le sue lotte impegnate (pur essendo di famiglia ricca, Julia è sempre stata anticonformista). È quasi come se Lillian fosse una vera persona e Julia soltanto una proiezione. Forse un po' lunga la parte del viaggio in treno da Parigi a Mosca via Berlino, che porta via quasi tutta la seconda metà del film. Undici le nomination agli Oscar: oltre a Sargent, lo vinsero anche la Redgrave e Robards come attori non protagonisti. Lillian e Julia da giovani sono interpretate da Susan Jones e Lisa Pelikan. Esordio sullo schermo, in ruoli minori, per Meryl Streep e Lambert Wilson.

13 dicembre 2017

Iron sky (Timo Vuorensola, 2012)

Iron Sky (id.)
di Timo Vuorensola – Finlandia/Germania/Australia 2012
con Julia Dietze, Christopher Kirby
**

Visto in divx.

Nazisti sulla Luna! Nel 1945, alla vigilia della fine della seconda guerra mondiale, un gruppo di tedeschi fugge dalla Terra per rifugiarsi sul lato oscuro del satellite, dove dà vita a un "Quarto Reich lunare". Ai giorni nostri, l'astronauta americano James Washington (Kirby) scopre la loro esistenza, ma viene catturato e "albinizzato" (da nero diventa bianco). Insieme alla maestrina Renate (Dietze), che solo guardando "Il grande dittatore" di Chaplin scoprirà che il messaggio di "amore e pace" del nazismo era un inganno, cercherà inutilmente di convincere l'opinione pubblica dell'imminente invasione dei nazisti lunari. Anche perché questi, tramite il comandante Klaus Adler (Otto Götz), si sono alleati con l'attuale presidente degli Stati Uniti (Stephanie Paul) e la sua consigliera Vivian (Peta Sergeant). La cosa che colpisce di più in questo pastiche satirico-fantascientifico, prima opera autonoma di un regista di fan movie che era giunto alla ribalta con una parodia autoprodotta di "Star Trek" ("Star Wreck"), è la qualità della cinematografia e degli effetti speciali, che rivaleggiano con molte produzioni hollywoodiane. L'idea di base, per quanto ridicola, è decisamente accattivante e fornisce una certa dose di divertimento, ma forse è anche l'unica cosa davvero interessante della pellicola: gli sviluppi si dipanano in maniera piatta o all'insegna della parodia fine a sé stessa (anche politica: la presidentessa degli Stati Uniti è chiaramente Sarah Palin), delle strizzatine d'occhio (la scena in cui la PR manager si infuria con i suoi dipendenti è uno spoof di quella celebre con Hitler ne "La caduta"), e del nonsense comico-fantascientifico (come i nazisti siano arrivati sulla Luna non è spiegato, anche perché la loro tecnologia è rimasta quella del 1945!). Grazie alla distribuzione internazionale, comunque, è giunto un certo successo di nicchia ed è in lavorazione un sequel. Udo Kier è il führer lunare. Le astronavi naziste hanno nomi di opere di Wagner ("Tannhäuser", "Crepuscolo degli dei").

26 settembre 2016

Paradise (Andrei Konchalovsky, 2016)

Paradise (id.)
di Andrei Konchalovsky – Russia/Germania 2016
con Christian Clauss, Yulia Vysotskaya
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Folgorato dai discorsi di Hitler, il giovane e idealista aristocratico tedesco Helmut (Clauss) vende tutte le sue proprietà e si arruola nelle SS. Divenuto ufficiale, in un campo di concentramento ritroverà Olga (Vysotskaya), la contessa russa di cui si era innamorato anni prima, ora imprigionata per aver tentato di salvare due bambini ebrei. I personaggi rievocano la propria storia – e di riflesso quella della guerra, del nazismo e dell'olocausto – attraverso una serie di interviste nell'aldilà, dopo la loro morte, di fronte a un giudice invisibile (collocato dal nostro lato della macchina da presa, proprio come in "Rashomon"). Oltre a Helmut e Olga, a raccontarci le vicende c'è anche Jules (Philippe Duquesne), il poliziotto francese collaborazionista che ha arrestato la donna. Intenso, commovente ma anche ruffianamente russofilo, il film di Konchalovsky ha il pregio di mostrare l'orrore da diversi punti di vista e per mezzo di figure che si trovavano sui lati opposti della barricata, illustrandone aspirazioni, prospettive, timori, incertezze, pregi e difetti, superando la semplicistica divisione fra buoni e cattivi e mostrandoli per quello che sono: esseri umani (Olga che cede alle avances del suo aguzzino, per esempio, oppure Helmut che mette in crisi le basi su cui poggia la teoria del Superuomo). Se alla fine le porte del paradiso (quello "vero") si aprono ovviamente solo per Olga, il personaggio meglio costruito e più a tutto tondo è quello di Helmut, con il suo desiderio di veder realizzare dal nazismo "un paradiso per i tedeschi, un paradiso tedesco in terra", e poco importa se per molti altri questo significa invece l'inferno (una delle prigioniere nel campo di concentramento recita i versi dell'Inferno di Dante prima di morire). Il film, che ha vinto a Venezia il premio per la regia, è girato in bianco e nero, in formato 4:3 e ovviamente in più lingue (tedesco, russo, francese: ma c'è anche un breve flashback in Italia, con la canzone "Parlami d'amore Mariù" come sottofondo nostalgico). Il tutto contribuisce a evocare tanto cinema del passato (per dirne una, Olga con la testa rasata assomiglia alla Giovanna d'Arco di Dreyer).

24 settembre 2015

Francofonia (Aleksandr Sokurov, 2015)

Francofonia - Il Louvre sotto occupazione (Francofonia)
di Aleksandr Sokurov – Fra/Ger/Ola 2015
con Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo l'Ermitage di San Pietroburgo, protagonista del capolavoro "Arca russa", Sokurov dedica un film a un altro dei maggiori musei del mondo, il Louvre: ma la pellicola che ne esce è molto diversa dalla precedente, anche se – come quella – utilizza l'arte, le collezioni e il palazzo stesso che ospita il museo come un pretesto per parlare di qualcosa di più ampio: la natura umana, la storia, e in particolare la guerra. Ricorrendo anche a filmati e materiale d'epoca, infatti, il regista ci racconta i giorni del 1942 in cui Parigi fu occupata dall'esercito tedesco, e si incentra su due figure in particolare: l'allora direttore del museo, Jacques Jaujard, e l'ufficiale nazista addetto alla gestione delle opere d'arte nei territori invasi, il conte Franz Wolff-Metternich. Nonostante le loro differenze (l'uno un repubblicano francese, l'altro un aristocratico tedesco), i due unirono le forze per difendere il prezioso patrimonio culturare dalla guerra e dalla distruzione: Metternich giunse al punto di nascondere molte collezioni nei castelli della provincia francese, pur di tenerle lontano dalle grinfie dei suoi superiori. Il documentario – ma chiamarlo così è riduttivo, visto come Sokurov mescola su più livelli la ricostruzione storica, le riflessioni personali, i documenti d'epoca e momenti di oggettiva suggestione – parla soprattutto del legame indissolubile fra arte, guerra e potere: non a caso gran parte delle opere contenute nel Louvre sono trofei di guerra, come quelli sottratti da Napoleone nei paesi che via via conquistava. E proprio Bonaparte, insieme a Marianna, è uno dei due "fantasmi" che si aggirano per le sale del museo, invisibili a tutti tranne che al cineasta stesso, al quale fanno da insolite guide (Napoleone commentando "C'est moi" davanti a ogni suo ritratto, ma persino davanti alla Gioconda; Marianna ripetendo a pappagallo quelle tre parole – "Liberté, egalité, fraternitè" – che rappresentano la sua essenza). Fra scene ricostruite con attori (con tanto di "ciak" in scena), spezzoni di film francesi dell'epoca, gallerie di ritratti, cinegiornali che mostrano Hitler in una Parigi deserta e occupata, e sequenze con Sokurov stesso al lavoro nel suo studio, il regista racconta la storia, illustra le sue tesi, lancia ogni tanto frecciatine – ai francesi ("Si preoccupavano tanto del bolscevismo in Russia e non si accorsero del pericolo assai più vicino del nazismo") ma anche ai tedeschi ("Stupiti di aver perso la guerra? Perché? Ne avevate mai vinta una prima?") e persino a sé stesso o agli spettatori ("Vi state annoiando? Vi capisco. Coraggio, non manca molto alla fine del film") – e spesso rivendica con un certo orgoglio il suo essere russo, al punto da invocare gli spiriti di Cechov e Tolstoj come ultimi baluardi, in quanto uomini dell'ottocento, della cultura umanista prima delle follie del novecento ("I genitori si addormentarono, e il ventesimo secolo arrivò"). Ne risulta un film complesso, che scorre in mille rivoli che potrebbero da soli ispirare interi documentari (si pensi per esempio al rapporto fra Russia ed Europa; alle origini stesse dei musei; alla "cacofonia" che nasce dal riunire insieme e in un solo luogo le testimonianze di epoche e culture così differenti), e che con "Arca russa" ha in comune il tema dell'arte come elemento centrale dell'esistenza umana, preziosa ma così fragile da essere facilmente in balia delle forze e delle tempeste della storia (l'immagine della nave, carica di container con opere d'arte, scossa delle violente onde del mare, è al tempo stesso un richiamo al film precedente e un'esplicita metafora di tutto questo). Alla fine il Louvre, più che il mondo esterno, racconta e ritrae soprattutto sé stesso: il museo, l'istituzione, il paese ("Si vorrebbe una Francia senza Louvre? O una Russia senza l'Ermitage? Cosa saremmo senza i musei?").

18 giugno 2015

Il figlio di Saul (László Nemes, 2015)

Il figlio di Saul (Saul fia)
di László Nemes – Ungheria 2015
con Géza Röhrig, Levente Molnár
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Rinchiuso in un campo di concentramento nazista, l'ebreo ungherese Saul fa parte dei "Sonderkommando", ovvero quei prigionieri – scelti fra i più forti e robusti – cui venivano affidati i compiti di manovalanza e di "gestione" del campo: divisi in gruppi comandati dai Kapo, si occupavano fra le altre cose di far "pulizia" dei tanti corpi dopo le docce a gas. Come i suoi compagni, Saul sembra ormai anestetizzato agli orrori di cui è testimone. Ma quando riconosce fra i morti il cadavere di un ragazzino, fa di tutto per sottrarlo di nascosto ai forni crematori e per trovare un rabbino fra gli altri prigionieri in modo da poterlo seppellire nel migliore dei modi: si tratta infatti – o almeno così afferma – di suo figlio. Angosciante e claustrofobico, eppure diverso da ogni altra pellicola sull'Olocausto girata finora, sembra incredibile che si tratti di un film d'esordio. Pochi registi, anche in passato (viene da pensare addirittura a Orson Welles), hanno dimostrato già al debutto una tale padronanza tecnica, una tale originalità nella messa in scena, una tale coerenza stilistica e una tale fiducia nei propri mezzi. La macchina da presa rimane costantemente attaccata al protagonista, senza allontanarsi mai da lui di più di mezzo metro, e rinuncia alla profondità di campo, al punto che tutto l'ambiente sullo sfondo (e dunque anche gli orrori che circondano Saul) appare spesso fuori fuoco, come per proteggere il protagonista (e lo spettatore stesso) dall'inferno in cui si trova. Il tutto rappresenta alla perfezione la chiusura di Saul in sé stesso e la focalizzazione sul suo unico obiettivo (quello di dare un degno funerale al figlio), che gli impedisce di mescolarsi con chi gli sta attorno, che si tratti dei tedeschi aguzzini, dei Kapo collaborazionisti, o persino degli altri prigionieri che stanno progettando una rivolta e una fuga (cui Saul non sembra particolarmente interessato). Manca del tutto il voeyurismo, o il senso di realismo documentaristico che di solito accompagna le pellicole girate con la camera a mano, i lunghi piani sequenza o l'inquadratura che segue il protagonista. Qui la forma (dimenticavo: c'è anche il formato in 4:3 ad accrescere la sensazione di intima claustrofobicità) si sposa mirabilmente con i contenuti, senza che l'una possa essere distinta dagli altri. Ne risulta un film potente, rigoroso, austero (non c'è colonna sonora), carico di tensione, che descrive un'odissea personale prima ancora che un dramma universale, dove il contesto è lasciato abilmente sullo sfondo e dove il punto di vista "chiuso" amplifica l'esperienza emotiva dello spettatore, trascinato insieme a Saul in un inferno senza significato e senza via di scampo. I dettagli della vita nel campo di concentramento (dall'appello fatto con i numeri anziché con i nomi, alle dinamiche di interazione fra deportati che parlano diverse lingue; dai segni di riconoscimento come le croci rosse sugli abiti dei "Sonderkommando", alla consapevolezza della morte imminente, visto che anche loro vengono perdiodicamente giustiziati e sostituiti perché a conoscenza di troppi "segreti", tanto che c'è sempre qualcuno che si premura di far sì che le testimonianze – tramite scritte o fotografie "clandestine" – non vadano perdute) fanno da gelido contorno agli orrori dello sterminio, cui si può far fronte solo rimuovendo apparentemente ogni emozione e mettendo "fuori fuoco" le immagini più cruente. Meritato Grand Prix a Cannes e premio Oscar per il miglior film straniero.

14 gennaio 2014

L'allievo (Bryan Singer, 1998)

L'allievo (Apt pupil)
di Bryan Singer – USA 1998
con Brad Renfro, Ian McKellen
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il sedicenne Todd Bowden scopre che un suo vicino di casa, l'anziano e apparentemente innocuo Arthur Denker, è in realtà Kurt Dussander, un criminale di guerra nazista fuggito in America sotto falso nome dopo la fine del conflitto. Spinto dalla curiosità, e minacciando di rivelare il suo segreto, comincia a frequentarlo e a farsi raccontare le sue esperienze come gerarca delle SS e responsabile di un campo di concentramento. Se da un lato il ragazzo inizia a subire gradualmente il fascino del male, dall'altro l'uomo sente risvegliare in sé istinti e ricordi che aveva cercato di dimenticare... Da un racconto di Stephen King, un'interessante pellicola sulla corruzione e sull'attrazione per il "lato oscuro" (il film si apre con l'insegnante di storia di Todd che interroga i ragazzi sui reali motivi alla base del nazismo). Il rapporto che si instaura fra Todd e Dussander è all'insegna dell'ambiguità: da un lato ricalca quello fra insegnante e allievo, o addirittura fra padre e figlio (con il vecchio che si prende a cuore i risultati scolastici del ragazzo: spacciandosi per suo nonno, si reca persino a scuola per parlare con i professori), dall'altro si sviluppa all'insegna di minacce e di ricatti, con i due personaggi che a turno tengono il coltello dalla parte del manico e "guidano" le danze. Entrambi si scoprono cambiati dall'incontro con la controparte: Todd diventa manipolatore, capace di mentire e persino di uccidere; Kurt riscopre l'orgoglio e il piacere di rivangare un passato rimosso ma mai dimenticato. Singer è bravo a trattare la spinosa materia senza scivolare nei cliché retorici o ricattatori dei film che parlano del nazismo e dell'olocausto, anzi sfruttando a pieno le atmosfere "normali" delle pellicole liceali o addirittura quelle horror (le sequenze oniriche, la scena dell'omicidio). Fra i difetti: la prova un po' piatta di Renfro (grandiosa invece quella di McKellen, già "nazista" nel Riccardo III di Richard Loncraine e futuro Magneto per lo stesso Singer) e qualche ingenuità di troppo nello sviluppo narrativo, in particolar modo nel finale, peraltro diverso rispetto al racconto originale di King (che portava la parabola di Todd fino a ben più estreme conseguenze). Comparsata per David Schwimmer nei panni del consulente scolastico.

14 febbraio 2013

La caduta (Oliver Hirschbiegel, 2004)

La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler (Der Untergang)
di Oliver Hirschbiegel – Germania 2004
con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara
***

Visto in divx, con Sabrina.

Gli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino, sotto le cannonate dell’esercito russo che si apprestava a prendere la città, prima del suo suicidio (insieme a Eva Braun) e della fine della guerra. La pellicola, sceneggiata da Bernd Eichinger, si ispira ai libri di storici quali Joachim Fest, nonché alle memorie e alle testimonianze di personaggi che furono testimoni di quegli eventi, come la segretaria personale di Hitler, Traudl Junge (di cui sono mostrati, in apertura e chiusura di film, alcuni spezzoni di un'intervista), e "l'architetto del nazismo" Albert Speer. Per quasi tutto il suo svolgimento il film – cupo e rigoroso nella sua messa in scena, ma capace di coinvolgere e di suscitare profonde emozioni a 360 gradi – non perde di vista l'oggetto di cui intende parlare, a parte il breve controfinale in cui, dopo la morte del Führer, assistiamo alla caduta di Berlino e al destino finale dei personaggi sopravvissuti (una coda forse eccessivamente lunga). Ottime le interpretazioni: a svettare è naturalmente quella superlativa di Bruno Ganz, che si cala in maniera perfetta nei panni di Hitler come forse non aveva fatto mai nessun attore prima di lui. La sua recitazione è da apprezzare soprattutto in lingua originale, vista la cura con cui l'attore (di padre svizzero e di madre italiana) riesce a riprodurre persino l'accento austriaco del Führer. Notevole, comunque, anche l'immedesimazione fisica, per esempio dal punto di vista della mimica o del modo in cui riproduce il tremore della mano (Hitler era stato ferito durante un tentativo di attentato). Non che il ritratto degli altri personaggi risulti meno intenso: dalla Eva Braun che organizza balli e divertimenti anche nel bunker, come in un Titanic che sta affondando, ma che pure rimane a fianco del suo uomo fino a seguirlo nella morte; al fanatismo ferreo e ottuso di Joseph Goebbels; dal terribile atto della moglie di Goebbels, Magda (un'eccezionale Corinna Harfouch), che avvelena i propri figli prima che il bunker cada (in una scena dal fortissimo impatto emotivo); al generale Weidling, che ha il disperato compito di gestire l'ultima resistenza tedesca di fronte all'attacco dei russi; dal colonnello medico Schenk, che si dà da fare per alleviare le sofferenze dei soldati e dei tanti civili durante l'assedio; al piccolo Peter, il bambino che impara a sue spese quanto dolore possa portare la guerra e che alla fine stringe un improvvisato sodalizio con la segretaria Traudl Junge, attraverso i cui occhi osserviamo gran parte degli eventi. Curatissimo nella ricostruzione storica, nelle scenografie e nei dettagli (sia pure romanzati), il film ha infranto diversi tabù in Germania (è stato per esempio uno dei primi a far interpretare Hitler da un attore di lingua tedesca, senza usare immagini di repertorio) e ha suscitato numerose polemiche per aver voluto mostrare Hitler come un essere umano e non solo come un mostro, rivelandone le debolezze e anche i momenti di gentilezza, sia pure all'interno di una personalità disturbata e schizofrenica che passa continuamente da istanti di calma edi rassegnazione ad altri di ira o di veemente desiderio di riscatto, a volte priva di contatto con la realtà (come quando continua ad autoconvincersi che la guerra possa ancora essere vinta). In certi momenti il Führer suscita addirittura compassione. In fondo, nulla sarebbe più sbagliato del pensare che il male del nazismo sia stato qualcosa di estraneo all'animo umano: fingendo che Hitler non fosse un uomo come gli altri, si troverebbe una facile scusa, un "diavolo" sul quale scaricare ogni colpa. Più che la sconfitta di un singolo "mostro", il film vuole invece raccontare la sconfitta di un popolo, se non addirittura dell'intera umanità. Una curiosità: successivamente alla sua uscita, la popolarità della pellicola è cresciuta ulteriormente anche grazie al fatto che su internet circolano numerose parodie di diverse scene (in particolare di quella in cui Hitler fa una sfuriata contro i suoi generali, prima di ammettere finalmente che "la guerra è persa") con sottotitoli che ne alterano i dialoghi e fanno riferimenti a eventi dei giorni nostri, nei campi della politica, dello sport o dell'intrattenimento.

5 giugno 2011

L'uovo del serpente (I. Bergman, 1977)

L'uovo del serpente (Ormens ägg, aka The Serpent's Egg)
di Ingmar Bergman – USA/Germania 1977
con David Carradine, Liv Ullmann
**

Rivisto in divx, con Marisa.

Siamo a Berlino nel 1923, in piena crisi economica e sociale, un'epoca di paura e confusione. L'inflazione è alle stelle (un pacchetto di sigarette costa quattro miliardi di marchi), la povertà, la disoccupazione e il malcontento pure, e i primi germi del nazismo stanno cominciando a nascere (come nell'uovo del serpente, "attraverso la sottile membrana si intravede già il rettile che si sta formando"). L'acrobata ebreo Abel Rosenberg, alcolizzato e rimasto solo dopo l'inspiegabile suicidio del fratello Max, viene accolto insieme a Manuela (già moglie di suo fratello e ora ballerina in un cabaret nonché prostituta part-time) dall'ambiguo medico Hans Vergerus, che offre loro un appartamento e un lavoro nella propria clinica. Ma scoprirà che la catena di delitti e di suicidi che sta funestando la città è provocata proprio dai folli esperimenti di Vergerus su cavie umane. Sullo sfondo del putsch (fallito) di Hitler a Monaco, Bergman realizza – su richiesta del produttore Dino De Laurentiis e senza troppa ispirazione (si trovava in un momento difficile della propria carriera: aveva problemi con il fisco e soffriva di depressione) – un film inquietante e claustrofobico che fonde in sé diversi elementi senza trovare un pieno equilibrio fra le sue tante anime (si passa dal dramma esistenziale all'inchiesta poliziesca, dalla rappresentazione socio-politica del periodo storico a inutili sottotrame romantiche), con un'ispirazione che guarda a Kafka e a Fritz Lang.

Se alla fine il film riesce a trasmettere la sensazione di paura e di cambiamento che caratterizzava quell'epoca (ma forse prendendosi qualche libertà: troppe cose sembrano mostrate o dette "con il senno di poi"), fallisce invece sul piano narrativo, complici anche personaggi poco riusciti: il protagonista Abel, in particolare, è troppo elusivo e distante dallo spettatore. Rimangono più impressi i character di contorno, a cominciare dal proto-nazista Vergerus con i suoi crudeli e folli esperimenti (Heinz Bennent), o l'anziana padrona di casa di Manuela (Edith Heerdegen), ma anche il corpulento ispettore di polizia Bauer (interpretato da uno straordinario Gert Fröbe), che cita esplicitamente "M, il mostro di Düsseldorf" quando dice che il suo collega Lohmann sta lavorando a un caso insolito: Lohmann era proprio il nome dell'ispettore del film di Lang, anche se quest'ultimo si svolgeva nel 1931. Un po' ridicolo, invece, come tutti i personaggi si sentano in dovere di giustificare il fatto di parlare in inglese (in italiano nella versione tradotta) anziché in tedesco. Da notare che il nome Vergerus era già stato utilizzato da Bergman per un personaggio ne "Il volto" (e tornerà a usarlo in "Fanny e Alexander"). Le scenografie sono di Rolf Zehetbauer, che aveva realizzato anche quelle di "Cabaret" con Liza Minelli: ma i due film, pur ambientati nello stesso paese e nello stesso periodo storico (e parlando in fondo dello stesso argomento), hanno stili e anime profondamente diverse. Più che il cabaret dove si esibisce Manuela, comunque, colpisce il labirintico (e kafkiano) archivio della clinica. Dell'atmosfera generale si ricorderanno forse Steven Soderbergh per "Delitti e segreti" e Lars von Trier in certi passaggi della sua trilogia d'esordio (per esempio ne "L'elemento del crimine" ed "Europa").

4 ottobre 2009

Bastardi senza gloria (Q. Tarantino, 2009)

Bastardi senza gloria (Inglourious basterds)
di Quentin Tarantino – USA/Germania 2009
con Brad Pitt, Mélanie Laurent
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella Francia occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, un manipolo di soldati americani che si fanno chiamare "i bastardi" agisce clandestinamente con azioni di guerriglia, massacrando più soldati tedeschi possibile e spargendo il terrore fra le linee nemiche. Sono guidati dal tenente Aldo Raine (Pitt), detto "l'Apache" per la sua caratteristica di togliere lo scalpo alle sue vittime e l'abitudine di incidere una svastica sulla fronte di coloro che lascia in vita, per non correre il richio che – una volta finita la guerra – possano togliersi l'uniforme e dimenticare di essere stati nazisti. Quando vengono a sapere che l'intero stato maggiore del Reich, compreso Hitler, sarà presente a Parigi alla première di un film di propaganda voluto da Goebbels, i "bastardi" progettano di far saltare in aria il cinema con l'aiuto di un ufficiale inglese e di un'attrice tedesca infiltrata. Ma non sanno che anche la proprietaria del cinema, una ragazza ebrea sfuggita qualche anno prima al massacro della sua famiglia, ha in mente di dar fuoco alla sala...

Dopo il deludente "A prova di morte", Tarantino torna a fare ciò che gli riesce meglio: un pastiche fumettoso, esagerato e sopra le righe, ricolmo di personaggi psicopatici e non certo per tutti i gusti, che alterna momenti e situazioni esaltanti a clamorose cadute di stile, ma purtroppo anche senza i dialoghi brillanti di un tempo e con alcune caratterizzazioni discutibili o semplicemente superficiali (a cominciare dai "bastardi": forse in futuro una versione director's cut dedicherà maggior spazio ai singoli membri del gruppo?). L'intera vicenda è avvolta da un manto di irrealtà, che parte dall'incipit fiabesco ("C'era una volta...", titolo che fa il verso ad alcune delle pellicole più idolatrate dal regista, da Sergio Leone a Tsui Hark) e giunge all'inaspettata conclusione in cui – paradossalmente e catarticamente – l'attentato contro Hitler ha successo e il Führer viene ucciso nel cinema, ponendo fine in anticipo alla guerra. Messa dunque da parte la verosimiglianza storica e ogni parvenza di analisi sociale (i tedeschi, agli occhi dei protagonisti, sono tutti cattivi per definizione, dal primo gerarca all'ultimo soldato semplice), il film si snoda attraverso una serie di vicende – divise in capitoli – che scorrono in parallelo, governate più dal caso che da necessità narrative: fra crudeltà ed efferatezze, tutti uccidono tutti e tutti possono morire, spesso in maniera gratuita e aleatoria (perché viene uccisa l'attrice, per esempio?), sorprendendo lo spettatore in ogni momento con svolte inattese e colpi di scena imprevisti. Non nego di aver provato anche un senso di fastidio per la generalizzata mancanza di umanità, questo insistere sulla vendetta e sulle atrocità, l'impossibilità di stabilire un legame empatico con quelli che dovrebbero essere i "buoni" e che invece sono più crudeli e spietati dei "cattivi" (al punto che, paradossalmente, gli unici a mostrare qualche sentimento positivo e non violento si ritrovano proprio fra i nazisti: dal soldato che vorrebbe riabbracciare la madre a quello che festeggia la nascita del primogenito, oltre ovviamente al giovane attore che si innamora della proprietaria del cinema: desideri che, nel mondo di Tarantino, non hanno la minima speranza di essere ricambiati o esauditi). Fra le scene migliori, sicuramente vanno citate quelle "attorno ai tavoli", costruite per creare tensione: la sequenza iniziale in cui il colonnello Landa irrompe nella casa del contadino francese che nasconde una famiglia di ebrei e quella ambientata nella locanda dove alcuni soldati tedeschi stanno giocando a indovinare i nomi dei personaggi che hanno scritti sulla fronte.

Il titolo originale del film è una versione storpiata di quello americano di "Quel maledetto treno blindato", b-movie bellico di Enzo G. Castellari che ha fornito giusto l'ispirazione e qualche spunto (non siamo certo di fronte a un remake). L'intero lungometraggio, comunque, è un omaggio al cinema di genere italiano degli anni '70, e anche nella colonna sonora non mancano riferimenti a quelle pellicole, con una forte presenza di temi in particolare di Ennio Morricone. La scena d'apertura sembra uscire pari pari da un western (con il capofamiglia che dice alle donne di chiudersi in casa: stanno arrivando gli indiani!). Fra gli interpreti svetta Christoph Waltz (premiato come miglior attore a Cannes) nei panni del colonnello Hans Landa, il personaggio più riuscito del film, ostinato "cacciatore di ebrei" e investigatore abile e poliglotta: il che ci porta al problema del doppiaggio. Nel film si parlano numerose lingue, e la versione italiana ha scelto di doppiare l'inglese (e in parte il francese), lasciando il tedesco (e in parte il francese) in originale con sottotitoli. Ma riesce lo stesso a far danni: innanzitutto per il fastidioso effetto di sentire i personaggi cambiare voce quando passano da un idioma all'altro, e poi rovinando completamente la buffa scena in cui Pitt e compari si fanno passare per siciliani e tentano maldestramente di spiccicare qualche parola in dialetto di fronte al colonnello Landa che, invece, parla benissimo l'italiano...

Notevoli e numerose – come sempre – le citazioni cinematografiche, anche queste spesso gratuite: ma stavolta abbondano anche quelle metacinematografiche. A parte la scelta di ambientare il momento clou in un cinema e di dare ampio spazio all'apparato propagandistico di Goebbels, vengono nominati diffusamente G.W. Pabst e Leni Riefenstahl, si accenna a Henri-Georges Clouzot (il cui "Il corvo" era in programmazione in quegli anni proprio nella Francia occupata) e compare persino Emil Jannings. Senza contare gli innumerevoli riferimenti ad altre pellicole, diretti (da "Il monello" a "King Kong", da "La regina Cristina" al "Sergente York") o indiretti (da "Fight Club", quando Brad Pitt spiega che non ama combattere in uno scantinato, a "Sentieri selvaggi", citato da Tarantino nella scena in cui Shosanna fugge dalla casa dove si nascondeva). Infine, alcune curiosità: Michael Fassbender è il tenente inglese Hicox, appassionato di cinema tedesco. Un ruolo era stato previsto (e le scene già girate) anche per Maggie Cheung, ma nel montaggio finale le sequenze con l'attrice cinese sono state eliminate per motivi di lunghezza: che peccato! Il film si conclude poi con le parole "Credo proprio che questo sarà il mio capolavoro": è il tenente Raine a parlare, o – immodestamente – lo stesso Tarantino? Se fosse così, mi dispiace Quentin, ma hai torto: "Pulp Fiction", "Le iene" e "Kill Bill" restano superiori (e di molto).

3 settembre 2009

The reader (Stephen Daldry, 2008)

The reader - A voce alta (The reader)
di Stephen Daldry – USA/Germania 2008
con Kate Winslet, Ralph Fiennes
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Germania, anni '50: il quindicenne Michael si innamora di Hanna, una donna dal passato misterioso che gli fa scoprire il sesso e gli chiede ogni sera di leggerle un libro a voce alta. Ma la relazione dura una sola estate, dopo la quale la donna scompare all'improvviso. Qualche anno dopo, Michael – ora studente in legge – scoprirà che durante la guerra Hanna era stata una sorvegliante delle SS nei campi di concentramento e sarà costretto ad assistere al suo processo. Un film interessante e con molti pregi: la regia è buona, le interpretazioni ottime (la Winslet continua a confermarsi una delle migliori attrici in circolazione, ma anche Fiennes e il giovane David Kross – che interpreta Michael da giovane – sono all'altezza, e vedere Bruno Ganz in una piccola parte, quella del professore di legge, fa sempre piacere) e soprattutto la sceneggiatura affronta ben tre temi “di peso”, vale a dire la relazione fra un minorenne e una donna adulta (che condiziona in negativo tutta la vita sentimentale di Michael), la questione della colpa e della responsabilità dei cittadini tedeschi coinvolti nelle atrocità del nazismo (memorabile il momento in cui Hanna, processata, domanda al giudice "Lei cosa avrebbe fatto?", ma anche quello in cui gli studenti accusano il professore, simbolo della generazione precedente, di non aver fatto nulla per fermare l'orrore) e infine il problema dell'analfabetismo e l'importanza della lettura: Hanna, come si scoprirà a un certo punto, non sa né leggere né scrivere, ed è per questo motivo che aveva lasciato un lavoro tranquillo per accettare il posto di sorvegliante; dopo la sua condanna, Michael continuerà a inviarle per anni in carcere delle cassette dove ha inciso i capolavori della letteratura (degli audiolibri ante litteram!), che lei imparerà quasi a memoria (un richiamo a "Fahrenheit 451"?) e utilizzerà per imparare, faticosamente, a scrivere. Ma proprio lo spunto dell'analfabetismo, elemento centrale nello sviluppo narrativo del film, mina in realtà la credibilità di fondo di tutta la vicenda: sembra davvero esagerato, per non dire assurdo, che Hanna si lasci condannare all'ergastolo pur di non ammettere in pubblico di essere illetterata (e, prima ancora, che cambi più volte vita, lavoro e città per lo stesso motivo, senza mai tentare di imparare a leggere e scrivere a un livello almeno elementare, visto anche l'amore che in ogni caso nutriva per la letteratura). E la pellicola non lascia nemmeno il dubbio che a spingerla a comportarsi così siano i rimorsi o i sensi di colpa per i crimini cui aveva preso parte (sensi di colpa che comunque prova, nonostante lo neghi manifestando un'ottusa indifferenza: lo dimostra la scena in cui piange in chiesa). Un'altra cosa che non mi è piaciuta è il fatto che, nonostante la storia si svolga in Germania, tutti i testi e le pagine scritte che si vedono sono in inglese. Sbavature che lasciano qualche perplessità su un film bello ma che potenzialmente avrebbe potuto essere migliore.
Nota: con questo film la Winslet ha vinto l'Oscar come miglior attrice. Giusto così, anche se forse avrebbe meritato di più per la sua performance in "Revolutionary Road".

17 febbraio 2009

Vogliamo vivere! (Ernst Lubitsch, 1942)

Vogliamo vivere! (To be or not to be)
di Ernst Lubitsch – USA 1942
con Carole Lombard, Jack Benny
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa, in originale con sottotitoli.

A Varsavia, nel 1939, una compagnia teatrale vorrebbe mettere in scena una commedia che si prende gioco di Hitler e dei nazisti (mitico l'incipit, con un bambino interrogato per sondare le opinioni politiche del padre). Quando però i tedeschi invadono la Polonia, la troupe è costretta a ripiegare sul più "innocuo" Amleto. Il primo attore, il vanesio Josef Tura, ignora che l'attacco del suo monologo, "Essere o non essere", funge da parola d'ordine per gli incontri amorosi di sua moglie Maria con un giovane aviatore polacco: ma lo ignorano anche i nazisti, che credono che Maria sia una spia della resistenza, e la coinvolgono così – con tutta la troupe – negli intrighi e nelle vicende della guerra. Per fortuna uno degli attori assomiglia incredibilmente a Hitler, mandando in confusione lo spietato comandante della Gestapo che governa col pugno di ferro la capitale polacca. Come già aveva fatto Chaplin ne "Il grande dittatore", Lubitsch sceglie l'ironia e la satira per affrontare argomenti allora d'attualità, facendosi beffe del nazismo e del Führer (celebre la battuta di un ufficiale tedesco: "Josef Tura? Fa a Shakespeare quello che noi facciamo alla Polonia"). Il pubblico allora non gradì, ma rivisto oggi – nonostante alcuni passaggi un po' propagandistici e la presenza, all'inizio, di un'inutile voce fuori campo – il film si conferma una farsa divertentissima, ricca di equivoci e travestimenti (in fondo i protagonisti sono attori) e con ritmo e dialoghi da antologia, che fonde temi classici per il regista (come l'infedeltà coniugale) con argomenti che in quegli anni non potevano non stargli a cuore (Lubitsch era di origine ebrea ed esule proprio dalla Germania). Mel Brooks ne ha fatto un remake ("Essere o non essere") nel 1983. La bella Carole Lombard scomparve in un incidente aereo poco prima dell'uscita del film.

11 febbraio 2009

Operazione Valchiria (B. Singer, 2008)

Operazione Valchiria (Valkyrie)
di Bryan Singer – USA/Germania 2008
con Tom Cruise, Kenneth Branagh
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il film racconta la storia del tentativo fallito di assassinare Hitler il 20 luglio 1944, con successivo colpo di stato, da parte di un gruppo di ufficiali tedeschi fra i quali il colonnello Claus von Stauffenberg, colui che piazzò personalmente la bomba. L'evento storico è ricostruito minuziosamente, in maniera solida e senza fronzoli, ma la pellicola è forse troppo Cruise-centrica: la sceneggiatura non perde mai di vista il protagonista e invece si sofferma poco sul contesto, non spiega in modo approfondito chi fossero i congiurati o che motivazioni avessero, non parla del ruolo dell'aristocrazia nel complotto (Stauffenberg era un conte), non mostra le reazioni e i sentimenti della popolazione, e rimane chiusa in un microcosmo interno che sembra trovare la propria ragione d'essere nella volontà di dimostrare che esistevano anche tedeschi ostili al regime (e in effetti al cinema la resistenza tedesca non è quasi mai rappresentata). Ma se al posto di Hitler o dei nazisti ci fossero altre figure, persino fittizie, in fondo a livello di tensione e di spettacolo filmico non cambierebbe niente. Cruise è inespressivo come al solito, ma almeno è circondato da un pugno di buoni attori, perlopiù europei (Kenneth Branagh, Tom Wilkinson, Bill Nighy, Terence Stamp, Eddie Izzard, Thomas Kretschmann). La regia di Singer è professionale ma anonima, e in alcuni casi anche poco coraggiosa: non viene mai mostrata chiaramente la mano amputata di Stauffenberg, per esempio (persino nella scena in cui fa il saluto nazista, il moncherino è sfocato o fuori quadro!). Fra le sequenze migliori, quelle nella stanza delle comunicazioni con le dattilografe che alzano la mano quando leggono la notizia della morte di Hitler. Il fallito attentato ha ispirato in passato numerosi altri film, sia americani sia tedeschi (fra cui uno di G. W. Pabst del 1955).

22 aprile 2008

Indiana Jones e l'ultima crociata (S. Spielberg, 1989)

Indiana Jones e l'ultima crociata
(Indiana Jones and the last crusade)
di Steven Spielberg – USA 1989
con Harrison Ford, Sean Connery
**

Rivisto in DVD.

Con il terzo film del popolare archeologo-avventuriero, Spielberg e Lucas tornano alle origini e – quasi disconoscendo il secondo capitolo, che evidentemente non li aveva soddisfatti – ripropongono temi, personaggi e situazioni della prima pellicola (ci sono addirittura delle scene quasi identiche, come la lezione di Indy all'università). Il film gioca così la carta dell'autoreferenzialità: invece della narrativa avventurosa pulp e fumettistica del passato, il punto di riferimento diventa proprio "I predatori dell'arca perduta", sul quale viene innestata una trama che si basa sul rapporto conflittuale fra Indy e il padre Henry (un sornione Sean Connery), insegnante di letteratura medievale del quale finora non si era fatta menzione. Ma se il secondo episodio cercava almeno di sperimentare una propria strada, indipendente e differente dal prototipo, qui ci si rifugia nel già visto e nel poco rischioso: ecco dunque ancora un reperto di origine biblica (la coppa del sacro Graal), i nazisti e vari personaggi già visti in passato, fra recuperi inutili e fuori contesto (Sallah/Rhys-Davies) e caratterizzazioni deludenti (Brody/Elliott). Devo ammettere che rivedendo tutti e tre i film di fila – e a distanza di vent'anni – si rivaluta un po' anche questo, ma comunque rimane il più debole della serie, oltre che il più pretenzioso. Quando lo vidi per la prima volta al cinema, con la sua atmosfera "fasulla" contribuì a farmi disamorare di Steven Spielberg e a farmelo depennare dalla lista dei registi che seguivo con interesse. L'introduzione, ambientata nel 1912, serve a presentare Indy da bambino (interpretato da River Phoenix), un boy scout non troppo simpatico, e a spiegare in un colpo solo l'origine della sua fobia per i serpenti, quella dell'uso della frusta e la provenienza del suo cappello. Nel 1938 ritroviamo il nostro eroe sulle tracce del Graal e soprattutto di suo padre, sparito misteriosamente durante le ricerche della coppa. Naturamente Indy impiegherà pochi minuti a scoprire un sepolcro rimasto nascosto per sette secoli sotto il pavimento di una chiesa veneziana (ai serpenti e agli insetti dei primi due film si sostituiscono qui i topi), ma si lascerà irretire dal fascino di una bella studiosa austriaca che si rivelerà essere al soldo dei tedeschi. La parte centrale della pellicola, quella che vede i due Jones, padre e figlio, interagire direttamente per fuggire dall'Austria prima e dalla Germania poi, è forse la migliore per ritmo e situazioni: come non ricordare l'incontro con Hitler (l'adunata nazista, con tanto di falò di libri, ricorda per atmosfera e fotografia la cerimonia dei thugs del secondo film) o la fuga dallo Zeppelin? Deludente invece il climax nel deserto: il luogo dove si trova il Graal è forse il meno fascinoso di tutti i tre film, e le prove da superare sono quasi ridicole (su tutte quella della passerella di roccia). Anche la colonna sonora di John Williams non mi è parsa all'altezza delle precedenti. Nel finale scopriamo che Indy si chiama in realtà Henry, come il padre, e che Indiana era il nome del suo cane: un altro caso di autoreferenzialità, visto che questo era anche il nome del cane di George Lucas. Quando il film uscì, Spielberg assicurò che sarebbe stato l'ultimo della serie: a quasi vent'anni di distanza ha cambiato idea.