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2 maggio 2023

Passaggio a Nord-Ovest (King Vidor, 1940)

Passaggio a Nord-Ovest (Northwest Passage)
di King Vidor – USA 1940
con Spencer Tracy, Robert Young
**1/2

Visto in divx.

A metà Settecento, mentre nei territori del Nuovo Mondo infuria la guerra franco-indiana (che mette di fronte inglesi e francesi, entrambi alleati con differenti tribù di nativi), il giovane Langdon Towne (Robert Young), aspirante artista cacciato da Harvard dopo essere caduto in disgrazia per aver sbeffeggiato il governatore del New Hampshire, si arruola nei rangers guidati dal maggiore Robert Rogers (Spencer Tracy) e parte insieme a loro in una spedizione ai confini col Canada per affrontare gli indiani Abenachi, alleati dei francesi. Il viaggio sarà lungo e difficile: e soltanto grazie all'intraprendenza di Rogers (che spesso deve però faticare per convincere i suoi uomini, spossati e affamati, a proseguire il cammino), Langdon e un gruppo di altri soldati riusciranno a sopravvivere. Dal romanzo storico di Kenneth Roberts (di cui porta sullo schermo solo la prima delle due parti di cui è composto: paradossalmente, la ricerca del "passaggio a Nord-Ovest" che collega l'Oceano Atlantico al Pacifico avviene nella seconda), ispirato ad eventi e personaggi reali, un filmone epico e d'avventura tutto girato in esterni (in Idaho e Oregon) e in technicolor, che celebra il coraggio e l'ardimento dei primi coloni di quelli che ancora non erano gli Stati Uniti. I rangers di Rogers compiono imprese di ogni genere (dal trasportare le proprie canoe su una collina per evitare uno sbarramento nemico sul fiume, alla "Fitzcarraldo"; al guadare un fiume in piena formando una catena con i propri corpi; dal distruggere un villaggio indiano sterminandone gli abitanti; al sopravvivere per giorni interi marciando senza cibo né acqua), senza però che l'agiografia sovrasti gli aspetti più deleteri dei personaggi. Tracy è il mattatore, mentre Young, che all'inizio sembrava il protagonista, pian piano perde importanza all'interno di una storia corale. Nel cast anche Walter Brennan (l'amico di Langdon che si arruola con lui), Nat Pendleton, Ruth Hussey. Vidor avrebbe voluto dirigere un seguito per adattare la seconda parte del romanzo, ma non se ne fece niente.

8 gennaio 2022

Indovina chi viene a cena? (Stanley Kramer, 1967)

Indovina chi viene a cena? (Guess who's coming to dinner)
di Stanley Kramer – USA 1967
con Spencer Tracy, Sidney Poitier
***1/2

Visto in TV (La7), per ricordare Sidney Poitier.

La ventitreenne Joanna Drayton (Katharine Houghton) torna a casa per presentare ai suoi genitori il suo nuovo fidanzato, il dottor John Prentice (Sidney Poitier), che ha conosciuto solo pochi giorni prima e che intende sposare di lì a breve. Piccolo "problema": lei è bianca, e lui è nero. E la cosa desta perplessità, preoccupazioni e riserve persino in una coppia che si dice di vedute aperte e che si è sempre dichiarata contraria a pregiudizi e discriminazioni (la vicenda si svolge a San Francisco, nella "liberale" California) come quella composta da Matt (Spencer Tracy) e Christina (Katharine Hepburn). Pellicola epocale, fra le prime ad affrontare a viso aperto una questione come quella dei rapporti e dei matrimoni interrazziali, che all'epoca, negli USA, erano ancora illegali in numerosi stati e comunque mal visti da (gran?) parte dell'opinione pubblica. L'impostazione è quasi teatrale, con una sceneggiatura (di William Rose) costruita sui dialoghi e un'ambientazione limitata (a parte alcune scene all'aperto, l'azione si svolge tutta nella casa dei Drayton e nell'arco di poche ore), mentre i toni sfiorano la commedia. E proprio la qualità dei dialoghi e degli interpreti (eccezionali soprattutto Tracy e la Hepburn, al nono e ultimo film insieme) permette al film di superare i limiti della pellicola a tesi, il cui messaggio antirazzista rischia di essere più importante di tutto il resto. In un certo senso i personaggi sono tutti positivi, persino quelli che più fanno resistenza alla relazione fra Joanna e John, ovvero i due padri (le madri, invece, accettano più in fretta la cosa) e la domestica di colore Tilly (Isabel Sanford), nel cui caso il razzismo è interiorizzato. Tutti anziani o membri di una generazione precedente, per la quale lo stato delle cose è dato per assodato: i più giovani, invece, sono maggiormente aperti al cambiamento e fiduciosi che il mondo stia procedendo rapidamente in una nuova direzione. "Tu ti consideri ancora un uomo di colore, mentre io mi considero un uomo", dice John al padre. La distanza fra vecchi e giovani è evidente in numerose altre scene: dal flirt fra il garzone e la cameriera, all'accettazione rapida da parte degli amici di Joanna, fino alla sequenza dell'incidente in macchina davanti alla gelateria.

Che John sia praticamente "perfetto" per maniere, educazione e professione (è un medico affermato e filantropo) è necessario non tanto per idealizzare il personaggio ma per far sì che l'unica ragione per non approvare il suo matrimonio con la figlia sia appunto quella legata al colore della sua pelle. Cosa che Matt inizialmente nega a sé stesso, giustificando il rifiuto con l'essersi trovato di fronte a un fatto compiuto e di aver avuto troppo poco tempo per elaborare il cambiamento. Ma dopo una serie di confronti fra i vari personaggi, spesso a due a due, il film culmina nel commovente discorso finale dello stesso Matt che suggella nel migliore dei modi la vicenda. Roy E. Glenn e Beah Richards sono i genitori di John, Cecil Kellaway è monsignor Ryan, il prete amico di famiglia. La Houghton era nella realtà la nipote della Hepburn (la figlia di sua sorella Marion). Poitier, dopo essere stato il primo attore di colore a vincere l'Oscar (con "I gigli del campo" nel 1964), con questo e altri film (come "La calda notte dell'ispettore Tibbs", uscito lo stesso anno), divenne un simbolo del cinema impegnato antirazzista. Spencer Tracy, al quarto film con Kramer, morì due settimane dopo la fine delle riprese: era già malato, ma aveva insistito per terminare il film. L'aspetto del protagonista del film d'animazione "Up" della Pixar è modellato sul suo personaggio. Una battuta sarcastica della domestica Tilly ("Indovina chi viene a cena?" – "Il reverendo Martin Luther King?") fu eliminata quando MLK venne assassinato nell'aprile del 1968, ma poi reintegrata nell'edizione in home video. La pellicola ricevette nove nomination agli Oscar, vincendo due statuette (la Hepburn come miglior attrice e la sceneggiatura). Infine, una curiosità sul linguaggio: nel doppiaggio italiano è ampiamente usata la parola "negro", e anche in originale si alternano "black" e "negro" (l'unica ricorrenza di "nigger" è in una frase rivolta da Tilly a John per offenderlo): evidentemente all'epoca la parola non era ancora tabù.

16 gennaio 2017

La montagna (Edward Dmytryk, 1956)

La montagna (The mountain)
di Edward Dmytryk – USA 1956
con Spencer Tracy, Robert Wagner
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Zaccaria Teller, veterana guida alpina, ha dato l'addio alle scalate dopo la morte di un suo compagno di cordata, dieci anni prima, di cui si sente responsabile. Da allora vive come pastore nella casa di famiglia, ai piedi delle montagne. Ma quando un aereo di linea, proveniente dall'India, precipita in una zona praticamente impossibile da raggiungere a piedi, l'uomo viene convinto dall'avido fratello minore Cristoforo a tentare una scalata per raggiungere e saccheggiare il relitto. Dopo un'arrampicata piena di rischi e di difficoltà, tuttavia, fra i rottami del velivolo i due fratelli rinvengono una sopravvissuta... Ispirata a un fatto reale (lo schianto di un aereo indiano di linea sul Monte Bianco nel 1950), un'ingenua ma avvincente pellicola ambientata fra le vette delle Alpi francesi che mette in scena le fatiche e le insidie dell'alpinismo, fra pareti di roccia senza appigli, ghiacciai e crepacci, in un'epoca dove il turismo di massa e le odierne attrezzature erano ancora da venire. Un Tracy canuto dà vita a un personaggio stanco e indurito dalle tante esperienze, disilluso ma in cerca di riscatto (la vita che avrà occasione di salvare, ai suoi occhi, compenserà quella di cui si sente responsabile), che ama, teme e rispetta la montagna, al quale si contrappone un fratello minore – ma praticamente un figlio, avendolo cresciuto lui dopo la morte della madre – ribelle ed arrogante, che farebbe qualsiasi cosa per fuggire dalla vita umile e misera alla quale il maggiore (per espiazione?) si è rassegnato. L'avidità di Cristoforo si oppone all'integrità morale di Zaccaria, mentre le riprese di Dmytryk, durante tutta la scalata, sono spettacolari e cariche di tensione nel mostrare la sfida dell'uomo alla natura. Claire Trevor è la contadina innamorata di Zaccaria, Anna Kashfi è la ragazza indiana.

22 agosto 2015

La costola di Adamo (George Cukor, 1949)

La costola di Adamo (Adam's rib)
di George Cukor – USA 1949
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn
***

Visto in divx alla Fogona.

I coniugi Adam (Tracy) e Amanda Bonner (Hepburn), entrambi avvocati newyorkesi, si scoprono avversari in tribunale quando si ritrovano a dibattere una causa sui lati opposti della barricata. Lui, procuratore distrettuale, è incaricato dell'accusa di una donna (Judy Holliday) che ha tentato di uccidere il marito fedifrago (Tom Ewell); lei, legale di parte e fervente femminista, intende difenderla in nome della parità dei diritti per le donne, sostenendo che a parti invertite un uomo che avesse tentato di vendicare il proprio onore riceverebbe molta più comprensione dalla giuria. I bisticci fra i due coniugi in tribunale, ampliati dalla crescente risonanza mediatica del caso, rischiano di trasferirsi anche in ambito domestico, mettendo a repentaglio quel matrimonio che all'inizio li vedeva filare d'amore e d'accordo. E come se non bastasse ci si mette anche un vicino di casa, giovane cantante di successo, che approfitta dell'occasione per fare la corte alla donna (dedicandole persino una canzone, “Farewell, Amanda”, scritta in realtà da Cole Porter). Cukor e la coppia Tracy-Hepburn (al sesto film insieme) fanno ciò che sanno fare meglio, ovvero la commedia romantica all'insegna della battaglia fra i sessi, arricchendo la ricetta con un pizzico di courtroom drama e accese discussioni sul femminismo e l'uguaglianza davanti alla legge (memorabile la sequenza in cui i tre protagonisti del fatto di cronaca – Holliday, Ewell e l'amante di quest'ultimo – appaiono davanti alla giuria “trasformati” ciascuno in un membro del sesso opposto). Ne nasce un “teatrino” (come suggeriscono gli interludi che separano la giornata in tribunale dalle serate casalinghe) di battibecchi ed equivoci. E se a turno si vince e si perde, non manca naturalmente il lieto fine. Come spesso capita con i film di quegli anni, il doppiaggio “italianizza” tutti i nomi propri di persona (a partire da Adam = Adamo).

10 giugno 2014

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (V. Fleming, 1941)

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Victor Fleming – USA 1941
con Spencer Tracy, Ingrid Bergman
**

Visto in divx.

Nella Londra vittoriana, il devoto ma eccentrico medico Henry Jekyll (chiamato "Enrico" nel doppiaggio d'epoca, che italianizza tutti i nomi propri) mette a punto una pozione che permette di separare la parte "malvagia" di un uomo da quella "buona". Frustrato dalla lunga assenza della fidanzata Beatrice, che il padre ha portato con sé in un viaggio in Europa, la sperimenta su sé stesso: e nei panni del deforme Hyde si dedica al vizio e ai bagordi. Ma scoprirà che tenere sotto controllo il proprio lato oscuro non è così facile. Il film è praticamente un remake della precedente versione del 1931 con Fredric March, alla quale non aggiunge nulla e di cui ricalca pari pari non solo la struttura ma anche numerose scene. Nei dieci anni trascorsi da allora, però, a Hollywood era entrato in vigore il codice Hays di autocensura: e dunque la nuova pellicola non può che risultare blanda e annacquata se confrontata con quella di Mamoulian. È inoltre molto più moralista (si apre e si chiude con sermoni e preghiere religiose), assai meno estrema (a parte il finale, nel quale Hyde uccide il padre di Beatrice, tutto quello che il mostro fa è procurarsi un'amante e scatenare risse nei locali: altro che "malvagità assoluta"!) e molto meno efficace nel mettere visivamente in scena gli impulsi animaleschi o sessuali che facevano del personaggio interpretato dieci anni prima da March quel capolavoro di caratterizzazione che era. Qui le uniche sequenze degne di nota sono le brevi visioni che Jekyll sperimenta mentre beve la pozione: deludono, invece, gli effetti ottici della trasformazione, resa tramite una banale serie di dissolvenze. Anche Spencer Tracy, stranamente inadeguato e insicuro nei panni di Jekyll e mai terrorizzante in quelli di Hyde, sfigura rispetto al suo predecessore; tanto che March (che era suo amico) all'uscita del film gli spedì un ironico telegramma in cui lo ringraziava per la forte spinta data alla sua carriera dai paragoni che tutti facevano fra le due prove, invariabilmente a favore del primo. Per evitare troppi confronti scomodi, comunque, i produttori acquistarono i diritti del film precedente e tentarono di farne sparire tutte le copie dalla circolazione (per fortuna qualcuna si è salvata dalla distruzione, altrimenti sarebbe diventato un film perduto). Quanto alle due attrici, è curiosa la scelta di assegnare alla sensuale Lana Turner il ruolo della fidanzata perbene e alla pudica Ingrid Bergman quello della prostituta tentatrice (che qui, a dire il vero, è soltanto una cameriera). Nei progetti iniziali, in effetti, era l'esatto contrario: fu proprio la Bergman, stufa di personaggi "buoni", a chiedere l'inversione. Pare che Tracy avrebbe voluto Katharine Hepburn (con cui all'epoca non aveva ancora mai lavorato!) in entrambi i ruoli, a suggerire uno sdoppiamento anche della figura femminile: sarebbe stato interessante. In ogni caso, la Bergman nei panni di Eva, viziosi prima e spaventati poi, è probabilmente la cosa migliore della pellicola.

6 febbraio 2012

Furia (Fritz Lang, 1936)

Furia (Fury)
di Fritz Lang – USA 1936
con Spencer Tracy, Sylvia Sidney
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Costanza, Ginevra, Eleonora.

Il primo film americano di Lang – che era fuggito da poco dalla Germania nazista – è ispirato (pare) a un fatto di cronaca e soprattutto a un’inquietante statistica, citata nella stessa pellicola: nei 45 anni precedenti, negli Stati Uniti si erano verificati più di 6.000 casi di linciaggi di massa, nella maggior parte dei quali i responsabili non sono mai stati identificati né condannati. L’onesto garagista Joe (Tracy), proprio alla vigilia delle sue nozze con Kate (Sidney), viene scambiato per un rapitore di bambini e portato in carcere nella cittadina di Strand, in attesa di giudizio. La voce del suo arresto si sparge per il paese, e ben presto la folla assalta la prigione per farsi giustizia da sola. L’edificio viene dato alle fiamme, e soltanto dopo il suo crollo si scoprirà che l’uomo era innocente. Miracolosamente scampato all’incendio, e ritenuto morto da tutti, Joe medita una crudele vendetta, facendo in modo che ventidue dei cittadini di Strand vengano processati e condannati a morte per il suo omicidio. Il titolo “Furia” può dunque riferirsi tanto alla follia omicida della massa quanto all’ira vendicativa del protagonista. Cupo thriller che il lieto fine (imposto dai produttori, fra i quali figura Joseph L. Mankiewicz) non riesce completamente a edulcorare, il film è un impietoso ritratto della provincia americana, di cui descrive la brutalità e la violenza repressa (in contrasto con la visione ottimistica e la fiducia nel popolo che caratterizza da sempre la cultura degli Stati Uniti) e la consuetudine di farsi giustizia da soli (così diffusa allora del paese, soprattutto nelle regioni del Sud e del Midwest). Sfiorando temi già trattati nelle sue pellicole tedesche (in particolare “M, il mostro di Düsseldorf”), Lang approfondisce in particolare il concetto a lui caro del potenziale assassino nascosto in ciascun essere umano (impagabile la scena del barbiere che racconta di essere talvolta preso dall’impulso di tagliare la gola ai suoi clienti), che si tratti di un singolo o di una folla (e qui la mente corre alle celebre pagine manzoniane sulla massa che agisce senza pensare alle conseguenze delle proprie azioni), un tema che tornerà a più riprese anche nei lavori successivi, da “Sono innocente” a “La donna del ritratto”. Da notare che la cagnolina Rainbow è interpretata dalla stessa “attrice” (Terry) che tre anni dopo sarà Totò nel “Mago di Oz” di Victor Fleming. La scena in cui l’immigrato rivendica di conoscere la costituzione degli Stati Uniti meglio di coloro che in America ci sono nati, avendo dovuto studiarla per ottenere il visto d’ingresso, fa evidentemente riferimento all’esperienza dello stesso Lang.

24 gennaio 2007

La segretaria quasi privata (W. Lang, 1957)

La segretaria quasi privata (Desk Set)
di Walter Lang – USA 1957
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn
**

Visto in DVD, con Hiromi, Daniela e Alfredo.

L'ufficio "quesiti" di un'emittente radiofonica (ovvero il dipartimento che si occupa di fornire informazioni sui più svariati argomenti a chiunque ne faccia richiesta) è messo sottosopra dall'arrivo di un misterioso addetto che intende installarvi un computer. Le impiegate temono naturalmente di perdere il posto in favore del cervello elettronico, capace di eseguire il loro stesso lavoro in maniera più veloce ed efficace. Alla battaglia fra l'uomo e la macchina si aggiunge quella fra i sessi, con la love story fra l'esperto di informatica e la direttrice dell'ufficio, anche se da questo punto di vista il film risulta piuttosto annacquato e poco intrigante, nonostante la presenza di una coppia spumeggiante come quella Tracy/Hepburn. Interessante in prospettiva storica (l'introduzione del computer come "strumento di lavoro" per le impiegate è un'idea che non le sfiora nemmeno per un attimo: la macchina è da loro vista soltanto come un concorrente e non come un database che va a sostituire la polverosa biblioteca), il film non è particolarmente vivace dal punto di vista cinematografico: è registicamente piatto, senza primi piani o sequenze di rilievo.