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14 maggio 2023

Roulette cinese (R. W. Fassbinder, 1976)

Roulette cinese (Chinesisches Roulette)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1976
con Margit Carstensen, Anna Karina
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Con la scusa dei rispettivi viaggi all'estero per motivi di lavoro, i benestanti coniugi Christ, Gerhard (Alexander Allerson) e Ariane (Margit Carstensen), intendono trascorrere il fine settimana – l'uno all'insaputa dell'altra – con i rispettivi amanti Irene (Anna Karina) e Kolbe (Ulli Lommel), mentre Angela (Andrea Schober), la figlia adolescente della coppia, dovrebbe rimanere a Monaco con la governante Traunitz (Macha Méril). La ragazza, però, che nutre un forte risentimento verso i genitori, dai quali sospetta di non essere amata per via della sua disabilità (è storpia sin dalla tenera età), complotta affinché si ritrovino tutti nella villa di famiglia in campagna, insieme anche ai servitori Kast (Brigitte Mira) e Gabriel (Volker Spengler). E per accrescere ulteriormente le tensioni sotterranee fra i presenti, propone un crudele gioco psicologico a base di indovinelli, la "roulette cinese"... Un "dramma da camera" che è anche uno spietato gioco al massacro delle relazioni e dei sentimenti di una famiglia altoborghese, di cui mette in luce le ipocrisie e le contraddizioni, fra personaggi ambigui e prigionieri dei propri ruoli sociali (vedi i coniugi che, pur tradendosi a vicenda, continuano a professarsi il reciproco amore, o la solidarietà fra le donne rivali: l'unica che sembra non voler nascondere i propri veri sentimenti è Angela, che però è un'inquietante manipolatrice) e le disabilità esteriori di alcuni personaggi (Angela è storpia, Traunitz – come la Marlene di "Petra von Kant" – è muta) che rispecchiano quelle interiori, dove spicca per esempio il complessato Gabriel, scrittore e filosofo sottomesso alla madre e ai suoi padroni. Non mancano alcuni passaggi misteriosi e non risolti (chi è Ali Ben Basset, citato in un frammento di dialogo fra Gerhard e Kast, che lascia intendere un qualche tipo di intrigo politico o addirittura terroristico?). Come spesso nel cinema di RWF, l'impostazione è teatrale: tranne l'incipit, la pellicola si svolge quasi tutta nella villa di campagna dei coniugi Christ, che nella realtà era un piccolo castello in Bassa Franconia di proprietà del direttore della fotografia, Michael Ballhaus. E come in teatro, c'è una letterale pistola di Čechov. Ma l'insieme, forse a parte il finale, è lontano dalla melodrammaticità e dall'insistenza sulle allegorie di altri film del regista tedesco, e si sviluppa in maniera più ambigua, rilassata e quasi surreale, risultando per certi versi sfuggente e ricordando semmai certe cose di Luis Buñuel (come "Il fascino discreto della borghesia").

20 marzo 2023

Il romanzo di Thelma Jordon (R. Siodmak, 1950)

Il romanzo di Thelma Jordon (The file on Thelma Jordon)
di Robert Siodmak – USA 1950
con Wendell Corey, Barbara Stanwyck
**1/2

Visto in divx.

L'assistente procuratore distrettuale – maldestramente tradotto come "giudice istruttore" nella versione italiana – Cleve Marshall (Corey), insoddisfatto del suo matrimonio, viene sedotto dalla femme fatale Thelma Jordon (Stanwyck), che lo convince di essere innocente dell'accusa di aver ucciso la vecchia zia per ereditarne il patrimonio, lasciando intendere che si sia trattato invece di un furto di gioielli. E così l'uomo, incaricato di rappresentare la pubblica accusa al processo contro di lei, farà di tutto per farla assolvere. Noir giudiziario con tutte le carte in regola, a partire da una protagonista ambigua e malvagia che però, man mano che procede la vicenda, finisce per innamorarsi davvero dell'uomo che avrebbe dovuto soltanto circuire. Lei stessa esplicita questa ambiguità nel finale, quando durante la sua confessione dichiara "Forse io sono due persone". Il personaggio maschile, dal suo canto, è la tipica vittima dei raggiri della donna, un po' come il Walter Neff de "La fiamma del peccato" (altro seminale noir con la Stanwyck), anche se è decisamente più integro (resta convinto fino in fondo che Thelma sia davvero innocente). Peccato però che tutto sia molto prevedibile: anche se non è mostrata esplicitamente sullo schermo, per lo spettatore non c'è mai il minimo dubbio sulla colpevolezza di Thelma. Inadeguato il titolo italiano (che c'entra un "romanzo"?). Paul Kelly è il capo procuratore, Stanley Ridges l'avvocato difensore, Joan Tetzel la moglie di Marshall (chiamata Pamela in originale e Patrizia nella versione italiana).

25 gennaio 2023

Una donna senza amore (L. Buñuel, 1952)

Una donna senza amore (Una mujer sin amor)
di Luis Buñuel – Messico 1952
con Rosario Granados, Joaquín Cordero
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sposata con l'antiquario Carlos (Julio Villarreal), un uomo più anziano di lei e che non ama, Rosario (Rosario Granados) progetta di fuggire in Brasile insieme al giovane ingegnere Julio (Tito Junco): ma è costretta a rinunciare sia a lui che ai propri sogni d'amore per non abbandonare il marito malato e il figlioletto Carlitos. Vent'anni più tardi, dal Brasile giunge la notizia della morte di Julio, "amico di famiglia" che ha lasciato una cospicua eredità a Miguel (Xavier Loyá), il secondo figlio di Rosario. E Carlitos (Joaquín Cordero), che nel frattempo come il fratello minore è diventato un medico ed è già geloso nei suoi confronti perché è riuscito a conquistare Luisa, la compagna di studi di cui entrambi sono innamorati, comincia a sospettare che Miguel sia il frutto di una relazione clandestina della madre... Diviso in due parti ambientate appunto a vent'anni di distanza, un (melo)dramma famigliare ispirato al romanzo "Pierre e Jean" di Guy de Maupassant. Come molti dei primi lavori messicani di Don Luis, il film non ha quasi nulla di buñueliano, a parte forse alcune inquadrature e movimenti di macchina, nonché il tema del conflitto fra desideri personali ed esigenze sociali: il regista stesso non lo amava e anzi lo ha definito il suo film peggiore (ma secondo me "La figlia dell'inganno" e soprattutto "Gran casino" non sono poi molto meglio). Comunque, se non proprio avvincente, quantomeno nella seconda parte – in cui il punto di vista si sposta dalla madre al figlio primogenito – la vicenda si lascia seguire con un certo interesse.

16 settembre 2022

Una donna sposata (Jean-Luc Godard, 1964)

Una donna sposata (Une femme mariée)
di Jean-Luc Godard – Francia 1964
con Macha Méril, Philippe Leroy, Bernard Noël
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ventiquattr'ore nella vita di una donna contemporanea, sposata (per l'appunto), ma con un amante. Charlotte (Macha Méril), infatti, si divide fra il marito Pierre (Philippe Leroy), pilota d'aereo spesso assente da casa per lavoro, e Robert (Bernard Noël), attore di teatro con cui ha una tresca da tre mesi. La macchina da presa di Godard la riprende da vicino durante gli incontri con quest'ultimo, indugiando su vari particolari del suo corpo, e poi nel tempo libero, fra divagazioni e frivolezze, come suggerito dalle numerose immagini di pubblicità di biancheria intima e servizi sulla bellezza riprese dalle riviste femminili che legge, accompagnate dai suoi pensieri e da affermazioni sussurrate, come se stesse confidando i propri segreti e ricordi a qualcuno (allo spettatore?). Girato in uno splendido bianco e nero (anzi, "in nero e bianco", come recitano i titoli di testa), il film è frammentato e caratterizzato da un montaggio vivace, libero e sbarazzino, che dona all'insieme una natura artistica e sperimentale, come molti lavori di Godard in quegli anni (il modello più simile è "Questa è la mia vita"): di fatto è un saggio/esplorazione sul tema della donna-oggetto, del legame del suo ruolo con quello maschile, del modo in cui è vista dalla società e in cui vede sé stessa. Charlotte non è superficiale, tutt'altro: sia quando si contempla, sia quando si pone in relazione con gli altri, sfiora nelle conversazioni temi complessi e filosofici. Per tutto il film sono disseminati frammenti di discorsi, ciascuno introdotto da un titoletto numerato (come capitoli di un romanzo) e associato a un differente personaggio: "La memoria" (il marito Pierre), "Il presente" (Charlotte stessa), "L'intelligenza" (Roger Leenhardt, critico e documentarista, nonché uno dei "padri" spirituali e teorici della Nouvelle Vague, che interpreta sé stesso), "L'infanzia" (il piccolo Nicolas, figlio dei due coniugi), "La giava" (un ballo popolare francese, considerato "scandaloso", associato qui alle esperienze amorose della domestica di casa), "Il piacere e la scienza" (con un ginecologo che illustra a Charlotte i metodi contracettivi), "Il teatro e l'amore" (l'amante Robert). Da queste e da altre discussioni fuoriescono vari concetti che definiscono la donna, in sé, nella sua sessualità, nel rapporto con i sentimenti e con gli uomini, con cui Charlotte ha relazioni di volta in volta consapevoli e svagate, di contrasto e di complicità, di sincerità e di tradimento. La stessa Charlotte appare a volte confusa, indecisa (quale dei due uomini scegliere?), insicura se farsi guidare dai consigli che gli altri (o le riviste di moda) le elargiscono in continuazione. Girato in brevissimo tempo, il film è puntuale nel suo tentativo di riprodurre non la realtà, ma una possibile rappresentazione di essa. E non mancano citazioni letterarie e, ovviamente, cinematografiche: la donna di servizio si chiama Madame Céline e il suo monologo cita appunto "Morte a credito" di Céline; Robert sta recitando in "Bérenice" di Racine (su cui Godard, al tempo, progettava di lavorare); Charlotte e l'amante si incontrano in un cinema che proietta "Notte e nebbia" di Resnais. La censura ebbe da ridire su alcune scene, ma si intestardì in particolare su un dettaglio solo apparentemente insignificante: fece cambiare l'articolo del titolo, da determinativo (avrebbe dovuto essere "La donna sposata") a indeterminativo, per evitare che il comportamento disinvolto e adulterino della protagonista fosse da ascrivere a tutte le donne, anziché a una sola in particolare.

14 marzo 2022

Moebius (Kim Ki-duk, 2013)

Moebius (Moebiuseu)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2013
con Seo Young-ju, Cho Jae-hyun, Lee Eun-woo
***

Visto in divx.

Folle di gelosia perché il marito (Cho Jae-hyun) ha un'amante (Lee Eun-woo), una donna (sempre Lee) evira con un coltello il figlio (Seo Young-ju) e poi fugge di casa. Scosso dai sensi di colpa, il padre vorrebbe trapiantare i propri genitali al ragazzo: e nel frattempo, scopre – e gli comunica – che è possibile comunque provare piacere sessuale attraverso il dolore. Il ragazzo userà questa informazione per iniziare una relazione proprio con l'amante del padre. E dopo l'operazione chirurgica, scoprirà di riuscire ad avere un'erezione soltanto di fronte alla madre, che nel frattempo è tornata a casa... Film originale e crudo, molto forte, fra i più estremi di un regista già estremo di suo, che per l'occasione sembra aver ritrovato almeno in parte la sua vena più personale e crudele, quella messa in mostra in pellicole come "L'isola", "Bad guy" o il precedente "Pietà", anche se rispetto ai lavori degli esordi l'insieme è meno lirico e poetico. L'intera pellicola è completamente priva di dialoghi, con i personaggi che si esprimono solo attraverso gesti e sguardi. Ma a renderla indimenticabile, naturalmente, sono soprattutto i contenuti, non privi di riferimenti alle tragedie greche (Edipo in testa) e alla mitologia (Urano). Passione e dolore, amore e incesto si fondono in una rapida successione di eventi che fanno continuamente avanzare la storia (le umiliazioni del ragazzo, bullizzato dai compagni di scuola e poi costretto a entrare in una gang di teppisti; il soggiorno in prigione; le ricerche del padre su internet a proposito dei trapianti di genitali; la relazione fra il ragazzo e l'amante del padre; la gelosia del padre di fronte al rapporto fra madre e figlio...). Il titolo, che fa riferimento al celebre nastro a una faccia, suggerisce l'intrecciarsi e il trasformarsi dei temi (indicativo il fatto che a interpretare la moglie e l'amante sia la stessa attrice, nonché l'immagine conclusiva del ragazzo che prega davanti a un Buddha nella vetrina di un negozio). La pellicola ha avuto forti problemi con la censura e sollevato polemiche in patria (l'attrice inizialmente scelta per la parte della madre ha accusato il regista di violenza psicologica).

9 marzo 2022

Le piace Brahms? (Anatole Litvak, 1961)

Le piace Brahms? (Goodbye again)
di Anatole Litvak – USA/Francia 1961
con Ingrid Bergman, Yves Montand, Anthony Perkins
**1/2

Visto in divx.

Paula (Ingrid Bergman), arredatrice d'interni, quarantenne e divorziata, ha una relazione che si trascina da cinque anni con Roger (Yves Montand), commerciante dongiovanni che non ha nessuna intenzione di sposarla, anche perché ama sentirsi libero di vivere numerose altre scappatelle, sapendo però di poter sempre tornare da lei. Quando la donna comincia a essere corteggiata da Philip (Anthony Perkins), l'irrequieto e perdigiorno figlio venticinquenne di una sua ricca cliente (Jessie Royce Landis), comincia a mettere in discussione la propria vita... Dal romanzo "Aimez-vous Brahms?" di Françoise Sagan, un (melo)dramma sentimentale ed esistenziale che si regge soprattutto sulla bravura dei tre interpreti, oltre che sullo sfumature psicologiche di personaggi prigionieri dei propri ruoli, confusi nei propri sentimenti, in cerca di un'impossibile felicità e ossessionati dall'età (c'è chi vuole essere più giovane, come Roger, e chi vuole essere più vecchio, come Philip). È un film di sentimenti incerti e maturi al tempo stesso, che l'ambientazione parigina ammanta di fascino e intellettualismo, facendolo forse sembrare più profondo di quanto non sia (la storia è in realtà molto lineare e, in fondo, prevedibile). Il malinconico finale, che richiama l'incipit, mostra che non è cambiato nulla, se non una consapevolezza più acuta e triste della vecchiaia e dell'importanza di un legame anche fragile per vincere la solitudine (tutto il contrario, dunque, dell'idealizzazione dell'amore). La frase del titolo, gettata lì con nonchalance da Philip per invitare Paula a un concerto, è un modo per chiedere alla donna se ama davvero il suo compagno. E proprio la musica di Brahms (in particolare il bellissimo ed espressivo terzo movimento della terza sinfonia) ricorre più volte, arrangiata in modi diversi (diventa persino una canzone jazz!), per l'intera pellicola. Il doppiaggio italiano modifica il nome di Roger Demarest in Renzo Demarco.

28 febbraio 2022

Dies irae (Carl Theodor Dreyer, 1943)

Dies irae (id.)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1943
con Lisbeth Movin, Thorkild Roose
***1/2

Rivisto in divx.

Absalon Pederssøn (Thorkild Roose), pastore di un villaggio protestante nella Danimarca di inizio Seicento, ha preso in moglie Anne (Lisbeth Movin), molto più giovane di lui e figlia di una presunta strega che lui stesso, tacendo, ha salvato dal rogo. Quando la ragazza si innamora del figlio di Absalon, Martin (Preben Lerdorff Rye), suo coetaneo, è tentata di usare i "poteri magici" che avrebbe ereditato dalla madre per desiderare la morte del marito... Tratto da un dramma teatrale di Hans Wiers-Jenssen, ispirato a un episodio realmente accaduto in Norvegia, e girato in Danimarca sotto l'occupazione nazista (e il clima paranoico che vi si respira, la "caccia alle streghe" appunto, dove basta una denuncia non circostanziata per porre una persona o un'intera famiglia sotto accusa, ne è un'evidente testimonianza) questo film segna il ritorno di Dreyer al cinema dopo oltre dieci anni di inattività, ovvero dall'insuccesso commerciale e critico di "Vampyr". La forma lenta e austera, proprio come il canto del "Dies irae" che è intonato dal coro della chiesa, è la cifra stilistica perfetta per riprodurre sullo schermo il rigido protestantesimo del 1600, veicolando al contempo l'idea di cinema rigorosa e quasi teatrale che aveva caratterizzato (si pensi a "La passione di Giovanna d'Arco") e caratterizzerà ("Ordet", "Gertrud") tutte le pellicole del grande regista. L'attenzione alla composizione dell'immagine, il bianco e nero fortemente contrastato della fotografia, i lunghi piani sequenza e l'interpretazione quasi in trance degli attori (soprattutto della protagonista), i cui primi piani risultano incredibilmente intensi e suggestivi, contribuiscono a un'esperienza unica nel suo genere per lo spettatore. Molto interessante la prima parte, con le peripezie della fattucchiera Marte Herlofs (Anna Svierkier), accusata di stregoneria dagli abitanti del suo villaggio e mandata sul rogo nonostante chieda aiuto, inutilmente, proprio ad Absalon, minacciando di rivelare la verità sulla madre di Anne. Cosa che non farà: a tradire la ragazza sarà invece un altro tipo di strega, ovvero la severa suocera Merete (Sigrid Neiiendam), la madre di Absalon, dopo che il figlio è morto, apparentemente ucciso dal semplice desiderio di Anne. Che questa sia davvero una strega, oppure semplicemente una giovane ragazza che sogna l'amore e che è stata costretta a essere imprigionata nel matrimonio con un uomo più vecchio di lei e che non ama, rimane lasciato nell'ambiguità. E in realtà non è così importante: è l'ambiente che la circonda, patriarcale e teocratico, il vero "male" che il "giorno dell'ira" dovrà dissipare e da cui, nel frattempo, riesce a fuggire soltanto con un atto finale di sacrificio ed eroismo quasi pari a quello della Giovanna d'Arco del film precedente. Il parallelo fra la cupezza del diciassettesimo secolo e gli orrori dell'attualità è dunque sottile ma fino a un certo punto: proprio il "realismo" della messa in scena, la naturale accettazione dell'esistenza del maligno e del soprannaturale che permea tutti, serve a trasfigurare in maniera coinvolgente le vicende per uno spettatore contemporaneo (o del 1943: ricordiamo ancora una volta le circostanze in cui fu girato!) che, se ci riflette, scopre di essere a sua volta circondato da forze che operano per il male, pensando magari di operare per il bene. Il che rende la pellicola, nonostante la sua forma apparentemente datata, ancora e sempre d'attualità.

16 febbraio 2022

Il gioco del destino e della fantasia (R. Hamaguchi, 2021)

Il gioco del destino e della fantasia (Guzen to sozo)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Kotone Furukawa, Katsuki Mori, Fusako Urabe
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Tre storie "minimaliste" (con protagoniste femminili) per un film a episodi sull'amore, le coincidenze, le finzioni, gli inganni, gli errori e la scoperta di sé. Accompagnate dalla musica per piano di Schumann, le tre vicende sono slegate l'una dall'altra ma condividono uno stile asciutto, basato su lunghi dialoghi e una regia poco invadente. Il regista, anche sceneggiatore, di solito realizza "film fiume": qui invece si è messo alla prova con la breve durata (praticamente si tratta di tre cortometraggi), con risultati in crescendo. Orso d'argento (gran premio della giuria) a Berlino.

1. "Magia (o qualcosa di meno rassicurante)" (*1/2): quando l'amica Tsugumi (Hyunri) le racconta dell'incontro "magico" avuto con un ragazzo, la fotomodella Meiko (Kotone Furukawa) capisce che si tratta del suo ex, Kazuaki (Ayumu Nakajima), che l'aveva lasciata due anni prima. E torna da lui per riconquistarlo, o almeno per costringerlo a scegliere fra lei e l'amica... Personaggi non particolarmente simpatici e dialoghi sull'amore intellettuali e noiosi, per l'episodio più scontato e meno interessante dei tre. Lo stile, per certi versi, mi ha ricordato quello del coreano Hong Sang-soo (vedi anche la sequenza in cui Meiko si immagina la possibile reazione degli altri due).

2. "La porta spalancata" (**1/2): per vendicarsi del professor Segawa (Kiyohiko Shibukawa), l'insegnante che lo aveva bocciato all'università, lo studente Sasaki (Shouma Kai) convince l'amica Nao (Katsuki Mori) a sedurlo e a registrare l'audio del loro incontro per screditarlo. Ma la donna rimane colpita dalla sensibilità dell'insegnante, capace di scrutare nel profondo delle sue insicurezze e dei suoi traumi... La lunga sequenza dell'incontro fra Nao e Segawa nell'ufficio di lui, la cui porta rimane sempre aperta e dove lei – per "tentarlo" – legge ad alta voce un passo particolarmente erotico del libro da lui scritto, è al cuore di un episodio intenso e terapeutico.

3. "Ancora una volta" (***): in un mondo in cui un virus informatico ha reso inutilizzabili i mezzi di comunicazione digitali, Natsuko (Fusako Urabe) torna al suo paese di origine per partecipare a una rimpatriata con le compagne del liceo, nella speranza di rivedere Mika, il suo primo amore, di cui non ha notizie da vent'anni. Ma per un malinteso scambia per lei Aya, un'estranea che a sua volta è rimasta legata a un'amicizia da tempo persa di vista. Dopo aver chiarito l'equivoco, le due donne "reciteranno" ciascuna la parte dell'amica perduta, aiutandosi a darsi sostegno a vicenda e a fare un bilancio della propria vita. Sicuramente l'episodio migliore dei tre, sorprendente e delicato.

24 novembre 2021

Dramma della gelosia... (Ettore Scola, 1970)

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)
di Ettore Scola – Italia 1970
con Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Giancarlo Giannini
**

Visto in TV (RaiPlay).

In un'aula di tribunale "immaginaria" (non si vede mai: di fatto i personaggi parlano agli spettatori), i protagonisti di un fatto di cronaca ne rievocano le vicende. Il muratore romano Oreste (Mastroianni) si innamora della fioraia Adelaide (Vitti), e per lei lascia la moglie (che non amava). Ma quando la donna – indecisa su chi ama più dei due – inizia una relazione anche con il pizzaiolo toscano Nello (Giannini), scatta la sua gelosia... Da un soggetto di Age & Scarpelli, sceneggiatori insieme al regista, un film che, sin dal (lungo) titolo, pare voler ironizzare su quel tipo di stampa scandalistica e voyeuristica che mette in piazza la vita privata, i drammi passionali e le tragedie delle persone comuni. La storia, in sé, è alquanto banale (un triangolo d'amore, amicizia e tradimento, senza troppe sorprese), così come i tre protagonisti, che non escono da ruoli stereotipati o monodimensionali, anche se la narrazione pare a tratti voler allargare gli orizzonti, tirando in ballo questioni sociali (tutti e tre sono proletari), politiche (Oreste è simpatizzante comunista e incontra Adelaide a una Festa dell'Unità, Nello è un anarchico contestatore), civiche (ci si lamenta della sporcizia e della trascuratezza in cui versa Roma) e di costume (Adelaide si sente dire dalla psicanalista "Lei, amando due uomini, è al di sotto della media"; e il trio tenterà, senza successo e con poca convinzione, di instaurare un ménage à trois), con toni che vanno dal drammatico al malinconico, dal comico (le macchiette come il macellaio, interpretato dal wrestler Hercules Cortes, o la zingara chiromante) all'esistenzialista, fino a sfociare nel surreale (tutto l'impianto della pellicola, con i personaggi che si rivolgono in camera agli spettatori, prefigurando una trovata che Scola ripeterà, per esempio, in "C'eravamo tanto amati" e che comunque aveva precedenti illustri nella commedia americana brillante di Wilder e Lubitsch) e infine nella follia di Oreste. Peccato che l'insieme, salvo brevi momenti, sia poco incisivo. A salvare il film sono soprattutto gli interpreti, in particolar modo una Vitti splendida come sempre e un Mastroianni stralunato (per la prima volta diretto da Scola, e che per questo ruolo vinse a Cannes il premio come miglior attore) nei panni di un uomo dimesso e trasandato, con "un trucco da Memorie dal sottosuolo o da Tragedia della miniera" (come scrisse Rondi). Musiche di Armando Trovajoli.

31 ottobre 2021

Ju Dou (Zhang Yimou, 1990)

Ju Dou (id.)
di Zhang Yimou, Yang Fengliang – Cina/Giappone 1990
con Gong Li, Li Baotian
**1/2

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

L'anziano e avaro Yang (Li Wei), proprietario di una tintoria in un piccolo villaggio nella Cina degli anni Venti, sposa la giovane Ju Dou (Gong Li), nella speranza di avere finalmente quell'erede maschio che ha sempre sognato. Di fronte ai maltrattamenti che la donna deve subire, il nipote adottivo di Yang che lavora nella tintoria, Tianqing (Li Baotian), se ne innamora: e sarà proprio lui a mettere incinta Ju Dou, che darà finalmente alla luce un bambino. Ma l'amore fra i due sarà osteggiato dal destino avverso. Il secondo film a portare Zhang Yimou alla ribalta internazionale, dopo il debutto con "Sorgo rosso" (con cui condivide l'ambientazione rurale e la collocazione temporale) e prima di "Lanterne rosse", è stato anche uno dei primi film cinesi prodotto con capitali esteri (nella fattispecie, giapponesi): riscosse un grande successo critico, con tanto di nomination agli Oscar come miglior film straniero. Tratto da un romanzo popolare di Lui Heng (autore anche della sceneggiatura), ne restringe l'ambientazione sia temporalmente (la storia si svolge nell'arco di una decina d'anni) che spazialmente (tutta la vicenda è concentrata praticamente all'interno della tintoria, spazio scenico che con i suoi tessuti colorati appesi ad asciugare, le vasche della tintura, le corde, gli ingranaggi e le ruote dentate, caratterizza in maniera notevole l'intero dramma). Anche le relazioni fra i personaggi (solo quattro di fatto, contando anche il bambino) guidano la trama in maniera dinamica: si passa dai soprusi del vecchio Yang al capovolgimento dei rapporti di forza quando questi si ritrova paralizzato e alla mercé dei due amanti, per poi cambiare nuovamente con la morte del vecchio (che costringe Tianqing e Ju Dou a vivere separati, per evitare pettegolezzi) e la crescita del figlio, che inaspettatamente si era schierato dalla parte di Yang. Se l'incipit, scenario a parte, poteva ricordare un noir in stile "Il postino suona sempre due volte", gli sviluppi fanno pensare a un melodramma o, salendo di tono, a una tragedia greca. E il contorno, il villaggio ancora prigioniero di tradizioni arretrate (vedi il funerale) e di dettami morali che mettono i bastoni fra le ruote alla ricerca di felicità dei protagonisti, ha stimolato anche letture politiche ("una metafora del processo di restaurazione che pose fine agli entusiasmi e ai sogni che si erano accompagnati alla Rivoluzione Culturale"), il che spiega perché non fu bene accolto dalle autorità in patria. Ottima la regia, così come la fotografia di Gu Changwei, particolarmente attenta ai cromatismi (i colori gialli e rossi dei drappi appesi ad asciugare). Il secondo regista accreditato, Yang Fengliang, aveva collaborato con Zhang anche nel precedente "Operazione Cougar": di lui di sa poco o nulla, ma Zhang ha dichiarato che si trattava di un supervisore che gli era stato affiancato perché era ritenuto ancora troppo inesperto per girare un film da solo.

20 giugno 2021

L'uomo che amava le donne (F. Truffaut, 1977)

L'uomo che amava le donne (L'homme qui aimait les femmes)
di François Truffaut – Francia 1977
con Charles Denner, Brigitte Fossey
***

Rivisto in DVD.

Bertrand Morane (Denner), ingegnere di laboratorio a Montpellier, è un moderno Don Giovanni che colleziona amanti a getto continuo, impossibilitato a resistere al fascino delle belle donne ("la compagnia delle donne mi era indispensabile; se non la loro compagnia, la loro vista") e soprattutto delle loro gambe, da cui è attratto in maniera particolare. A differenza del libertino mozartiano, è privo di vanità, di orgoglio maschile o di desiderio di sopraffazione. Tenero e quasi malinconico, sempre cortese e sensibile, corteggia e ama sinceramente tutte le donne che incontra e che lo colpiscono per un motivo o un altro. E da loro è ricambiato (non si "impone" mai), segno dei tempi che cambiano (un'era in cui nell'amore "ci sarà sempre una parte di gioco, ma stanno per cambiare le regole che lo conducono. I primi a sparire saranno senz’altro i rapporti di forza. Si giocherà ancora, ma alla pari"). Come per chiarire a sé stesso la natura del suo bisogno, decide di scrivere un libro di memorie, un testo autobiografico che comincia dai ricordi d'infanzia legati alla madre (che, come lui ma probabilmente per motivi diversi, passava da un amore all'altro) e prosegue raccontando numerose delle sue avventure galanti (e realizzando così, in fondo, un equivalente del "catalogo" di Don Giovanni). Dalla giovane prostituta che rappresentò la sua prima esperienza (da cui derivò "un gusto mai smentito per le donne che si incontrano per la strada"), che portava curiosamente lo stesso nome – Ginette – del suo primo amore di gioventù, alla problematica Delphine (Nelly Borgeaud), talmente gelosa e ossessiva da sparare al marito (e finire in prigione) pur di essere "libera" di stare con Bertrand; dalla proprietaria di un negozio di biancheria intima (Geneviève Fontanel) alla commessa di un autonoleggio (Sabine Glaser), da Véra (Leslie Caron), vecchia amante in cui si imbatte nuovamente a Parigi, ad "Aurora", di cui conosce solo la voce che gli dà ogni mattino la sveglia radiofonica. Per finire con Geneviève (Brigitte Fossey), impiegata della casa editrice cui ha mandato il proprio manoscritto, che verrà pubblicato con il titolo "L'uomo che amava le donne" subito dopo la sua morte. Già, perché per inseguire l'ennesimo paio di gambe per la strada verrà investito. E al suo funerale, che apre e chiude la pellicola incorniciando un lungo flashback (d'altronde il legame fra Eros e Thanatos, come sappiamo, è bello forte), si presenteranno solo donne, una piccola parte di tutte quelle che lui ha amato. Scritto dallo stesso Truffaut (nei momenti di pausa mentre si trovava come attore sul set di "Incontri ravvicinati del terzo tipo") insieme a Michel Fermaud e Suzanne Schiffman, nella sua delicata ma approfondita esplorazione delle tante "variazioni sul rapporto fra uomini e donne" il film ha il pregio di mantenersi sempre su un tono leggero, disincantato, a tratti quasi ironico, senza essere mai sfiorato dall'ombra di un giudizio morale (tanto meno negativo) su un personaggio che la stessa Geneviève – che in un certo senso è la "voce narrante" per noi spettatori – ci tiene a distinguere dalla figura classica del casanova o del dongiovanni. Denner, perfetto nel ruolo con la sua aria al tempo stesso tenebrosa e vulnerabile, aveva già recitato per Truffaut ne "La sposa in nero" e "Mica scema la ragazza!", mentre il vasto cast femminile è un rimando a quel "cinema dei ruoli secondari" come le pellicole di Carné e Prévert. Da notare che, pur essendo Bertrand il protagonista centrale, nelle sue interazioni con le donne sono quasi sempre queste a parlare, ad agire e ad essere inquadrate maggiormente dalla macchina da presa. Interessante anche l'approccio quasi "scientifico" che Bertrand ha nella ricerca e nell'abbordaggio, costruito più sulla cura dei dettagli che sullo sfruttamento del proprio fascino maschile (il che riflette in un certo senso il proprio lavoro come tecnico in un laboratorio di dinamica dei fluidi). Disseminate qua e là ci sono piccole auto-citazioni, variazioni quasi minime di situazioni viste in altri film del regista. Nel 1983 è uscito un remake americano di Blake Edwards con Burt Reynolds, virato in chiave psicanalitica (in italiano "I miei problemi con le donne").

12 aprile 2021

Il verde prato dell'amore (Agnès Varda, 1965)

Il verde prato dell'amore (Le bonheur)
di Agnès Varda – Francia 1965
con Jean-Claude Drouot, Marie-France Boyer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

François (Drouot) lavora come falegname a Fontenay-sous-Bois, appena fuori Parigi, ed è felicemente sposato con Thérèse, che gli ha dato due figli piccoli. Quando conosce la graziosa commessa delle poste Émilie (Boyer), si innamora anche di lei. Convinto che "la felicità si somma", e che dunque gli è permesso amare le due donne contemporaneamente, confida con totale sincerità i suoi nuovi sentimenti alla moglie durante un picnic sull'erba... Il terzo film di Agnès Varda (e il primo a colori) racconta con leggerezza l'illusione (maschile) della libertà amorosa e della condivisione aperta della propria felicità, in un contesto quasi idilliaco e bucolico, sottolineato dalla colonna sonora con musiche di Mozart e dal montaggio sbarazzino, che si fa spezzettato a seconda dello stato d'animo dei personaggi (vedi per esempio il momento dell'incontro di François ed Émilie sulla soglia dell'appartamento di lei). Molto interessante anche la fotografia, che punta sui colori primari (verde, giallo, rosso) come per rispecchiare le varie stagioni (la storia si svolge dalla primavera all'autunno) e che rende le scene in campagna quasi dei dipinti di Renoir. Naturalmente la tragedia farà capolino all'improvviso, a indicare che si trattava solo di un'illusione. Da notare che i membri della famiglia Chevalier (François, la moglie e i due bambini) sono interpretati da una vera famiglia (Jean-Claude, Claire, Olivier e Sandrine Drouot). Orso d'argento al festival di Berlino.

7 aprile 2021

Amores perros (Alejandro G. Iñárritu, 2000)

Amores perros (id.)
di Alejandro González Iñárritu – Messico 2000
con Gael García Bernal, Emilio Echevarría
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Rivisto in TV (Prime Video).

Tre storie di persone e di cani (perros, parola che in spagnolo, come in italiano, può essere usata come aggettivo denigrativo: "amori cattivi") si intrecciano a Città del Messico. Il giovane Octavio (Gael García Bernal), innamorato di Susana (Vanessa Bauche), moglie del suo violento fratello Ramiro (Marco Pérez), sogna di fuggire con lei e a questo scopo comincia a procurarsi il denaro necessario facendo combattere il suo cane Kofi in un ring di combattimenti clandestini. La fotomodella Valeria (Goya Toledo), dopo aver perso l'uso delle gambe in un incidente stradale, vede incrinarsi il rapporto con l'amante Daniel (Álvaro Guerrero) anche per le peripezie del suo cagnolino Richie nel nuovo appartamento della coppia. Il barbone El Chivo (Emilio Echevarría), che si procura da vivere per sé e per i suoi numerosi cani lavorando come sicario per un corrotto agente di polizia (José Sefami), cerca di riallacciare i rapporti con la figlia che aveva abbandonato vent'anni prima per andare a fare il guerrigliero. Pellicola d'esordio per Iñárritu, scritta dall'amico Guillermo Arriaga, con cui collaborerà anche nei due lavori successivi ("21 grammi" e "Babel"). Come quelli, anche questo è un film corale con numerosi personaggi e storie che si intrecciano, al punto da non consentire una semplice divisione in tre parti: situazioni e protagonisti di ciascuna delle vicende appaiono anche nelle altre due, con diversi punti di contatto (in particolare l'incidente stradale che cambia il destino di tutti), in maniera non dissimile da "Prima della pioggia" e "Pulp fiction". Il tema principale è quello della fedeltà e del tradimento, evidente non solo nei rapporti con i cani ma anche fra le persone, spesso imparentate fra loro: da fratelli che si odiano (Octavio e Ramiro, ma anche il mandante e la vittima dell'omicidio che viene commissionato al Chivo) a coniugi che si tradiscono (Susana e Ramiro, Daniel e la moglie). E la violenza fa capolino da ogni parte, mescolata all'amore, spesso trasfigurata nel rapporto con gli animali. E così c'è chi uccide od odia le persone ma ama i cani (El Chivo) e chi li sfrutta soltanto per far soldi (Mauricio (Gerardo Campbell), il "rivale" di Octavio), cani che a loro volta rispecchiano il ventaglio di ruoli e sfumature dei personaggi umani. Esemplare Kofi, il rottweiler di Octavio, che si rivela un killer talmente spietato da innescare un cambiamento nel Chivo e costringerlo a ripensare la propria esistenza. Piuttosto lungo, è un film duro, spietato e intenso, adrenalinico e cruento, capace però di raccontare storie che scuotono nel profondo, senza divisioni nette fra bene e male o fra buoni e cattivi, dove le persone si comportano come cani e viceversa. Da guardare, magari, a fianco del "Dogman" di Garrone. Le sequenze dei combattimenti fra cani sono impressionanti, ma a quanto pare sono simulate: un cartello nel finale sottolinea che a nessun animale è stato recato danno durante le riprese. Grande successo di critica, con premi a numerosi festival e nomination agli Oscar per il miglior film straniero: sia il regista, sia lo sceneggiatore, sia l'attore protagonista (García Bernal) avvieranno da qui una fortunata carriera hollywoodiana.

23 dicembre 2020

The party (Sally Potter, 2017)

The party (id.)
di Sally Potter – GB 2017
con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall
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Visto in TV.

Per festeggiare la propria nomina a ministro ombra della salute per il partito di opposizione, Janet (Kristin Scott Thomas) invita a cena in casa propria un gruppo ristretto di conoscenti: l'amica cinica e disillusa April (Patricia Clarkson) con il marito tedesco Gottfried (Bruno Ganz), "life coach" e filosofo new age; l'attivista lesbica e femminista Martha (Cherry Jones) con la sua giovane compagna Jinny (Emily Mortimer); e la collega di partito Marianne con suo marito, il banchiere Tom (Cillian Murphy). Ma nell'attesa che Marianne (che è in ritardo) si presenti, una serie di annunci e confessioni da parte degli altri ospiti cambia repentinamente il tono della serata: dall'imminente separazione fra April e Gottfried, all'attesa di tre gemelli (grazie alla fecondazione artificiale) da parte di Martha e Jinny. Infine prende la parola Bill (Timothy Spall), il marito di Janet, colui che l'ha sempre sostenuta, che rivela di avere una grave malattia e di voler trascorrere i suoi ultimi giorni non con lei, ma con la sua amante, ovvero Marianne... Di impianto teatrale, ambientato tutto fra quattro mura e con soli sette (ottimi) attori, il film è una cinica black comedy sulle relazioni interpersonali fra un gruppo di persone, esponenti di un'elite intellettuale, che si scoprono preda di quelle passioni e quei difetti ai cui credevano di essere immuni. E così rapporti pluridecennali di amore, di amicizia, di fiducia e di rispetto si svelano fragili o si frantumano nel giro di una serata, così come valori e convinzioni politiche, sociali o religiose vengono messi alla prova in maniera crudele (non senza un po' di compiacimento da parte di una regista che si diverte ad esporre alla berlina la presunta superiorità morale di certi personaggi). Siamo dalle parti, per intenderci, del "Carnage" di Roman Polanski, verso il quale ci sono affinità stilistiche e tematiche. Curiosa ma efficace la breve durata (solo 70 minuti), che consente di mantenere i giusti tempi fino all'improvviso colpo di scena finale, nonché la scelta di uscire al cinema in bianco e nero (ma in tv passa anche una versione a colori). Il titolo (che in inglese ha un doppio senso: può significare "la festa" ma anche "il partito") è identico a quello originale di "Hollywood Party" di Blake Edwards.

9 dicembre 2020

L'abisso (Urban Gad, 1910)

L'abisso, aka Precipizio (Afgrunden)
di Urban Gad – Danimarca 1910
con Asta Nielsen, Poul Reumert
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Visto su YouTube.

Attratta da un mondo più libero e selvaggio, la giovane insegnante di piano Magda (Asta Nielsen) abbandona il fidanzato "perbene" Knud (Robert Dinesen) per fuggire con il "bad boy" Rudolf (Poul Reumert), cowboy e artista circense. Per due volte Knud la rintraccerà: la prima, in un albergo a Copenaghen, la donna cederà ancora al fascino di Rudolf; la seconda, in un piano bar dove si esibisce per guadagnarsi da vivere, sarà tentata di tornare a un'esistenza normale. Ma Rudolf cercherà di trattenerla, e nella colluttazione che ne segue, sarà ucciso dalla ragazza. Opera prima di Urban Gad, nipote di Paul Gauguin e regista teatrale senza alcuna esperienza di cinema (tanto che si fece coadiuvare dall'operatore Alfred Lind), il film è un capitolo importante della cinematografia danese ed europea in generale, visto che segna anche l'esordio di Asta Nielsen, una delle prime e più celebri dive (e sex symbol) degli anni dieci. Indimenticabile la "scandalosa" scena del ballo che la Nielsen danza sul palco di un teatro con Reumert vestito da gaucho, in cui la donna prima lega l'uomo con il lazo e poi gli si struscia addosso: sensualità e bondage che fecero enorme scalpore (e su cui si accanì la censura di alcuni paesi, tagliando la scena in numerose copie e aiutando così a preservarla, visto che la sequenza in questione risulta oggi molto meno rovinata del resto del film!). Anche se la trama è semplicistica, altamente melodrammatica e a sfondo morale (la sceneggiatura, scritta dallo stesso Gad, non fa nulla per farci simpatizzare con la protagonista Magda, che in fondo è causa della sua stessa tragedia e non una vittima delle circostanze), è da apprezzare il realismo di fondo, pilotato dalla recitazione naturalistica (per l'epoca) e dalle numerose scene girate in esterni. La pellicola, che dura 37 minuti (la cinematografia danese fu una delle prime a uscire regolarmente dai limiti ristretti del singolo rullo di durata), è girata con camera fissa, senza primi piani, ed è priva di dialoghi: i venti cartelli sono semplicemente didascalie che introducono le scene come capitoletti. Gad e la Nielsen, che per alcuni anni furono anche sposati, si trasferirono in Germania nel 1911, dove continuarono a sfornare film di successo insieme al produttore Paul Davidson. Con l'avvento del sonoro, Asta si ritirò dalle scene cinematografiche e tornò al teatro; e con quello del nazismo, fece rientro in Danimarca per dedicarsi alla scrittura e all'attivismo politico.

6 ottobre 2020

Le coup du berger (Jacques Rivette, 1956)

Le coup du berger
di Jacques Rivette – Francia 1956
con Virginie Vitry, Jean-Claude Brialy
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

La bionda Claire (Virginie Vitry) riceve in regalo una bella pelliccia di visone dal suo amante Claude (Jean-Claude Brialy). Non potendo giustificare la cosa agli occhi del marito Jean (Jacques Doniol-Valcroze), escogita allora un trucco: chiude la pelliccia in una valigia che lascia al deposito bagagli della stazione, e finge di aver trovato per caso il tagliando che consente di ritirarla, incaricando il marito di farlo. La valigia che Jean riporta a casa, tuttavia, non contiene la preziosa pelliccia ma soltanto un manto di coniglio di scarso valore. La sera, a una festa, vedendo la pelliccia indossata dalla sorella Solange (Anne Doat), Claire capirà che anche il marito aveva un'amante... Tratto da un racconto di Roald Dahl ispirato a un popolare aneddoto (già portato al cinema due anni prima in "Accadde al commissariato" di Giorgio Simonelli, e in seguito trasposto anche in un episodio della serie televisiva "Alfred Hitchcock presenta"), e raccontato da una voce narrante (quella di Rivette) come se si trattasse di una simbolica partita a scacchi (il titolo originale, "Il colpo del pastore", è l'equivalente del nostro "matto del barbiere"), questo cortometraggio segna l'esordio professionale da regista per Jacques Rivette e, in un certo senso, per l'intero gruppo della Nouvelle Vague. Le riprese furono eseguite nell'appartamento di Claude Chabrol, all'epoca collega di Rivette ai "Cahiers du cinéma", che lo finanziò grazie a un'eredità della moglie, insieme alla casa di produzione Les Films de la Pleïade di Pierre Braunberger, e contribuì alla sceneggiatura con Rivette e il direttore della fotografia Charles Bitsch. Jean-Marie Straub è l'aiuto regista. Fra gli invitati alla festa si riconoscono lo stesso Chabrol, François Truffaut e Jean-Luc Godard.

22 settembre 2020

La vendetta del cineoperatore (W. Starewicz, 1912)

La vendetta del cineoperatore (Mest kinematograficheskogo operatora)
di Władysław Starewicz – Russia 1912
animazione a passo uno
**1/2

Visto su YouTube.

Una coppia di coleotteri si tradisce a vicenda: lui frequenta una libellula che danza in un night club, mentre lei – approfittando delle sue frequenti assenze – ha una relazione con un insetto pittore. Le tresche verranno alla luce quasi contemporaneamente, per via di una cavalletta gelosa che ha ripreso su pellicola gli incontri clandestini del coleottero con la libellula, e li proietta poi in pubblico (un caso di "revenge porn" ante litteram!). Innovativa pellicola d'animazione in stop motion che racconta una cinica storia di infedeltà coniugale, la cala in un contesto surreale di insetti che vivono in un mondo semi-antropomorfo (hanno case, locali notturni, atelier e teatri, e si spostano in carrozza o in bicicletta) e strizza l'occhio all'allora nuova moda del cinema. Si tratta del più famoso dei tanti film con pupazzi-insetti realizzati dal regista per la compagnia cinematografica di Aleksandr Khanzhonkov. Nato a Mosca da genitori lituani di origine polacca, Starewicz aveva cominciato a interessarsi di cinema mentre era direttore del museo di storia naturale di Kaunas. Dopo aver realizzato alcuni brevi documentari, progettò di riprendere su pellicola la lotta fra due coleotteri: poiché però gli insetti non erano in grado di sopravvivere sotto la luce dei riflettori necessari per le riprese, decise di ricreare la battaglia con la tecnica dell'animazione a passo uno, ispirandosi ad alcuni lavori di Émile Cohl. Creò dunque una specie di burattini con i corpi di insetti morti, con fili d'acciaio articolati al posto delle gambe. Il primo film da lui girato in questo modo, "Lucanus Cervus" (1910), è andato perduto, ma ne sopravvivono diversi altri, sempre più elaborati e fantasiosi, alcuni dei quali prendono in prestito le loro trame da classici testi della letteratura. Oltre che da Cohl, la tecnica dello stop motion era già stata usata occasionalmente da registi come Georges Méliès e Segundo de Chomón, ma Starewicz la portò ad un altro livello, lavorando con grande cura e meticolosità. Fra gli altri suoi titoli di questo periodo vanno ricordati "La bellissima Ljukanida", "La cicala e la formica" e "La notte prima di Natale". Dopo la rivoluzione d'ottobre si trasferì in Francia, dove continuerà a lavorare fino alla morte nel 1965.

14 settembre 2020

Contrattempo (Oriol Paulo, 2016)

Contrattempo (Contratiempo)
di Oriol Paulo – Spagna 2016
con Mario Casas, Blanca Martínez
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Adrián Doria (Mario Casas), giovane imprenditore di successo, è accusato di aver ucciso la sua amante Laura (Bárbara Lennie) in una camera d'albergo chiusa a chiave dall'interno, ma lui sostiene di essere stato incastrato da un misterioso ricattatore che li aveva convocati lì con la minaccia di rendere pubblica la loro relazione. Davanti all'avvocato penalista Virginia Goodman (Blanca Martínez), che lo deve preparare per l'interrogatorio in tribunale, rievoca in una serie di flashback tutti gli eventi e le verità segrete che hanno preceduto quel tragico giorno, compreso un incidente che lui e Laura avevano avuto tre mesi prima, in una strada isolata nel bosco, provocando la morte accidentale di un ragazzo del luogo, il cui cadavere avevano deciso di nascondere: e se dietro tutto ci fosse proprio il padre del ragazzo (José Coronado), in cerca di vendetta? Thriller di produzione spagnola, ricco di colpi di scena e ben architettato: l'azione mostrata sullo schermo illustra il racconto dei personaggi o le loro ipotesi, contraddicendo così sé stessa più di una volta (anche perché potremmo essere di fronte a narratori inaffidabili), una tecnica ben collaudata sin dai tempi di "Rashomon". E naturalmente i tanti twist che si accumulano (non tutti imprevedibili) cambiano continuamente la direzione della vicenda e il ruolo dei personaggi coinvolti. Peccato solo che quasi tutto il peso del film si regga appunto sui suddetti twist, rendendo la pellicola un po' troppo costruita a tavolino. Molto buoni gli attori. Diversi i remake in altre lingue, fra cui anche uno italiano ("Il testimone invisibile" di Stefano Bordini con Riccardo Scamarcio).

9 settembre 2020

La casa degli amori particolari (Y. Masumura, 1964)

La casa degli amori particolari (Manji)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1964
con Kyoko Kishida, Ayako Wakao
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sonoko (Kyoko Kishida), ricca e annoiata moglie di un avvocato, si invaghisce della giovane Mitsuko (Ayako Wakao), che ha conosciuto a un corso di disegno. La relazione fra le due donne finirà per coinvolgere anche il marito di Sonoko, Kotaro (Eiji Funakoshi), rivoluzionando il loro rapporto ormai sterile, e l'ambiguo fidanzato di Mitsuko, l'impotente Watanuki (Yusuke Kawazu). Sceneggiato da Kaneto Shindo, è il primo adattamento cinematografico di un celebre romanzo di Junichiro Tanizaki, "La croce buddista" del 1928 ("Manji", il titolo originale, è il nome con cui i giapponesi designano la svastica, simbolo che con i suoi quattro bracci si riferisce ai quattro amanti interconnessi nel racconto), portato poi al cinema numerose altre volte (è alla base, fra gli altri, di "Interno berlinese" di Liliana Cavani). Fedele alla trama originale, la pellicola ne conserva tutti gli elementi principali: la morbosità psicologica, la struttura labirintica, l'ossessione per la bellezza che porta all'(auto)distruzione, la natura letteraria (l'intera vicenda è narrata da Sonoko a un misterioso ascoltatore, un uomo che resta muto e che potrebbe essere uno scrittore, un agente di polizia, o un rappresentante degli spettatori stessi). Non mancano infatti inganni, manipolazioni, sospetti e tentativi di suicidio. Peccato solo che il film possa oggi risultare un po' datato, per via di un'evoluzione dei rapporti fra i personaggi che, se funziona in astratto sulla pagina scritta, risulta più inverosimile nel realismo di una rappresentazione cinematografica che sfiora l'exploitation (ma che non supera mai il confine del cattivo gusto, mantenendo anzi una certa raffinatezza nella composizione). Ayako Wakao era la musa del regista, protagonista in una ventina dei suoi film.

15 agosto 2020

Provaci ancora, Sam (Herbert Ross, 1972)

Provaci ancora, Sam (Play it again, Sam)
di Herbert Ross – USA 1972
con Woody Allen, Diane Keaton
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Rivisto in divx.

Sam Felix (Woody Allen), critico cinematografico con una vera ossessione per "Casablanca", è stato da poco lasciato dalla moglie Nancy. Per sollevarlo dalla depressione, il suo migliore amico Dick (Tony Roberts) e la moglie di questi, Linda (Diane Keaton), cercando di aiutarlo a trovare una nuova ragazza, senza successo. Ma pian pian piano Sam finisce per innamorarsi proprio di Linda, con la quale ha molto in comune, a partire dalle insicurezze e dalle nevrosi... Tratto da una commedia teatrale dello stesso Allen e ambientato in una San Francisco agostana (dove anche gli psicanalisti sono andati in vacanza, lasciando in crisi i loro pazienti), uno dei rari film di cui il comico newyorkese non firma la regia: ma tutto il resto è indubbiamente suo, al punto che è difficile non considerarlo un film di Woody Allen in tutto e per tutto. Divertente e a tratti esilarante, nostalgico e coinvolgente nel suo amore per il cinema classico (l'intera scena finale all'aeroporto è un omaggio a quella che conclude appunto "Casablanca", con tanto di inquadrature simili e dialoghi quasi immutati: a Linda che commenta "Oh Sam, che belle parole", lui replica "Sono di Casablanca, ho aspettato tutta una vita l'occasione di usarle"). Il "mito" di Bogey si manifesta attraverso la materializzazione dell'attore (interpretato da Jerry Lacy) come una delle voci della coscienza di Sam (l'altra è l'ex moglie Nancy), uno "spirito guida" che gli dà consigli su come conquistare le donne. Ma alla fine il protagonista capirà che la cosa migliore da fare è quella di essere fedeli a sé stessi. Si tratta della prima collaborazione sul grande schermo fra Allen e Diane Keaton, che mostrano subito un'ottima alchimia. L'attrice, che aveva interpretato il personaggio anche a Broadway, rimarrà una presenza fissa nei film di Woody fino al 1979. Irresistibile Dick che, ovunque si sposti, deve comunicare al proprio ufficio il numero di telefono a cui è reperibile. Il tema della magia del cinema che si ripercuote in chiave surreale sulla vita quotidiana tornerà, sotto diversa forma, in un'altra bella pellicola di Woody, "La rosa purpurea del Cairo". Da notare che nella versione originale il protagonista si chiama Allan, non Sam: i distributori italiani gli hanno cambiato nome, forse per evitare che il titolo confondesse gli spettatori. E a proposito del titolo, nonostante quanto si creda comunemente, la frase "Play it again, Sam" ("Suonala ancora, Sam") non si ode mai in "Casablanca" in questa esatta forma (quando Rick chiede al pianista Sam di suonare "As time goes by", gli dice al limite "Play it", o "Play it once, Sam").