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25 giugno 2023

High life (Claire Denis, 2018)

High life (id.)
di Claire Denis – Francia/Ger/Pol/GB/USA 2018
con Robert Pattinson, Juliette Binoche
*1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

A bordo di una navicella spaziale, uscita dal sistema solare e diretta verso un buco nero, ci sono soltanto un uomo, Monte (Robert Pattinson), e una neonata. In un lungo flashback (la narrazione non è lineare) veniamo a sapere che l'equipaggio era composto da una decina di criminali condannati a morte, cui era stata data una seconda possibilità purché accettassero di sottoporsi a esperimenti scientifici, e da una dottoressa (Juliette Binoche) ossessionata dallo studio della riproduzione umana per via artificiale. Tensioni interne e malattie hanno portato alla morte di tutti, tranne che dell'uomo e della bambina, geneticamente sua figlia, che anche a distanze così siderali continuano a ricevere trasmissioni dalla Terra. Strana pellicola di fantascienza "esistenzialista", che a tratti (e per atmosfere) ricorda certo cinema degli anni settanta e dell'Europa dell'est (e, ovviamente, "Solaris"). Alla resa dei conti, però, si resta con l'impressione che dietro l'austerità formale ci sia poca sostanza, e che i temi su cui riflettere – il senso della vita e della riproduzione, l'isolamento, la colpa e la redenzione – non siano approfonditi abbastanza. Nel cast anche André Benjamin, Mia Goth, Lars Eidinger, Claire Tran, Agata Buzek.

29 luglio 2022

A snake of June (Shinya Tsukamoto, 2002)

A snake of June (Rokugatsu no hebi)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2002
con Asuka Kurosawa, Yuji Kotari
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Rinko (Asuka Kurosawa), che lavora come operatrice in un call center di consulti psichiatrici, nella vita privata è repressa e insoddisfatta: veste sempre in maniera castigata ed è sposata con un marito noioso che non la comprende fino in fondo. Ma il fotografo Iguchi (Shinya Tsukamoto), che lei ha dissuaso dal suicidio, intende "ricambiare" il favore, spingendola ad andare alla scoperta di sé stessa dal punto di vista sessuale: inizialmente ricattandola, tramite fotografie scattate di nascosto mentre si masturba, e costringendola ad andare in giro in minigonna; e in seguito trasformandola in una persona sempre più libera, aperta e disinibita. Insolito thriller semi-erotico, forse "minore" rispetto ad altri lavori di Tsukamoto eppure altrettanto creativo e stimolante, che da uno spunto non originalissimo si fa via via meno lineare e più surreale: nella seconda parte il focus si sposta sul marito Shigehiko (Yuji Kotari), che indaga sullo strano comportamento della moglie. Più che i contenuti (che ricordano quelli di tante pellicole giapponesi degli anni sessanta e settanta, come quelle di Yasuzo Masumura), dove spicca il tema del voyeurismo attraverso la fotografia, a colpire è però la forma: la pellicola è interamente monocromatica, in un bianco e nero virato in toni di blu, e si svolge sotto una pioggia incessante. La bizzarra scena in cui Shigehiko è costretto a guardare attraverso un cono/visore legato sul volto richiama i mascherini circolari del cinema muto. La modella Asuka Kurosawa era praticamente all'esordio cinematografico (la rivedremo in alcuni film di Sion Sono, come "Cold fish" e "Himizu"). Brevi apparizioni per Susumu Terajima e Tomorowo Taguchi. Premio speciale della giuria alla mostra del cinema di Venezia.

14 marzo 2022

Moebius (Kim Ki-duk, 2013)

Moebius (Moebiuseu)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2013
con Seo Young-ju, Cho Jae-hyun, Lee Eun-woo
***

Visto in divx.

Folle di gelosia perché il marito (Cho Jae-hyun) ha un'amante (Lee Eun-woo), una donna (sempre Lee) evira con un coltello il figlio (Seo Young-ju) e poi fugge di casa. Scosso dai sensi di colpa, il padre vorrebbe trapiantare i propri genitali al ragazzo: e nel frattempo, scopre – e gli comunica – che è possibile comunque provare piacere sessuale attraverso il dolore. Il ragazzo userà questa informazione per iniziare una relazione proprio con l'amante del padre. E dopo l'operazione chirurgica, scoprirà di riuscire ad avere un'erezione soltanto di fronte alla madre, che nel frattempo è tornata a casa... Film originale e crudo, molto forte, fra i più estremi di un regista già estremo di suo, che per l'occasione sembra aver ritrovato almeno in parte la sua vena più personale e crudele, quella messa in mostra in pellicole come "L'isola", "Bad guy" o il precedente "Pietà", anche se rispetto ai lavori degli esordi l'insieme è meno lirico e poetico. L'intera pellicola è completamente priva di dialoghi, con i personaggi che si esprimono solo attraverso gesti e sguardi. Ma a renderla indimenticabile, naturalmente, sono soprattutto i contenuti, non privi di riferimenti alle tragedie greche (Edipo in testa) e alla mitologia (Urano). Passione e dolore, amore e incesto si fondono in una rapida successione di eventi che fanno continuamente avanzare la storia (le umiliazioni del ragazzo, bullizzato dai compagni di scuola e poi costretto a entrare in una gang di teppisti; il soggiorno in prigione; le ricerche del padre su internet a proposito dei trapianti di genitali; la relazione fra il ragazzo e l'amante del padre; la gelosia del padre di fronte al rapporto fra madre e figlio...). Il titolo, che fa riferimento al celebre nastro a una faccia, suggerisce l'intrecciarsi e il trasformarsi dei temi (indicativo il fatto che a interpretare la moglie e l'amante sia la stessa attrice, nonché l'immagine conclusiva del ragazzo che prega davanti a un Buddha nella vetrina di un negozio). La pellicola ha avuto forti problemi con la censura e sollevato polemiche in patria (l'attrice inizialmente scelta per la parte della madre ha accusato il regista di violenza psicologica).

31 gennaio 2021

Eyes wide shut (Stanley Kubrick, 1999)

Eyes wide shut (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1999
con Tom Cruise, Nicole Kidman
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo nove anni di matrimonio, il rapporto fra il giovane medico Bill Harford (Tom Cruise) e la sua bella moglie Alice (Nicole Kidman) si trascina ormai nella noia e nella prevedibilità. L'uomo – cui peraltro non mancano tentazioni adulterine – dà per scontata la fedeltà della moglie, e rimane scosso quando lei gli confida di essere stata lì lì per tradirlo. In una notte in cui vaga sperso per la città, Bill si introduce clandestinamente (e avventatamente) in una festa esclusiva dove una misteriosa setta ha organizzato un'orgia in costume dai connotati quasi religiosi... L'esperienza si rivelerà più pericolosa del previsto ma l'uomo ne uscirà indenne, anche se non tutto si chiarirà il giorno successivo, quando farà ritorno al focolare domestico. L'ultimo film di Stanley Kubrick (che morì tre mesi prima della sua uscita in sala, e solo sei giorni dopo aver consegnato il montaggio finale) esplora i desideri sessuali, le curiosità e le tentazioni più o meno inconsce di una coppia alto-borghese. Tratto dal racconto "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler (co-sceneggiato con Frederic Raphael), ne sposta l'ambientazione dalla Vienna di inizio Novecento alla New York di fine secolo: una trovata geniale, perché c'è un evidente parallelo fra le due città a cento anni di distanza, entrambe centri culturali ed edonistici delle rispettive epoche, luoghi di attrazione ideali per mettere in scena un viaggio notturno nelle fantasie e nei sogni ad occhi aperti, come suggerisce già il titolo (che gioca a capovolgere l'espressione "eyes wide open", "occhi spalancati": una possibile traduzione italiana poteva essere "occhi spalanchiusi") nonché il dialogo fra i due personaggi nel finale, quando ringraziano il destino "per averci fatto uscire senza alcun danno da tutte le nostre avventure, sia da quelle vere che da quelle solo sognate. E nessun sogno è mai soltanto sogno". Lei si chiama Alice, ma a fare un viaggio in un pericoloso "paese delle meraviglie" popolato da strane creature (gli uomini e le donne mascherate alla festa, ma non solo) è soprattutto lui, il vero protagonista della pellicola. Il romanzo di Schnitzler era ambientato durante il Carnevale (il che spiega le maschere veneziane), mentre qui siamo sotto Natale: ma il tema del mascheramento e della finzione è essenziale per la trama, come la contrapposizione fra sogno/fantasia e realtà).

Al di là dei generi in cui alcuni critici hanno provato a inscatolarlo (il thriller erotico o quello psicologico), il film – unico in sé stesso come quasi tutti i lavori di Kubrick – si dipana sul filo di un mistero quasi polanskiano ma anche dell'odissea notturna di un protagonista che entra in contatto con mondi a lui sconosciuti eppure così vicini (fra i membri della élite che partecipano alla festa ci sono sue conoscenze, come il ricco amico e cliente Ziegler). Mentre vaga accompagnato dall'ossessiva immagine, prodotta dalla sua mente, della moglie che amoreggia con uno sconosciuto, Bill avrà tre diverse occasioni/tentazioni di compiere atti di infedeltà (con Marion, la figlia di un suo paziente morto che all'improvviso e inaspettatamente gli dichiara il proprio amore; con Domino, una prostituta che lo abborda per strada e lo conduce in casa sua; e con la figlia minorenne del proprietario del negozio di costumi dove affitta la maschera per andare alla festa), cui resiste non sempre per sua ferma volontà, fino a giungere nella villa fuori città dove si svolge l'orgia. Qui verrà scoperto e smascherato, prima che una misteriosa donna (la cui identità forse sarà chiarita successivamente, o forse no) si "sacrifichi" per consentirgli di uscirne indenne ("Lucky to be alive", recita il titolo di un giornale la mattina successiva). "L'importante è che ora siamo svegli", gli dice Alice, fresca di una nuova comprensione del loro rapporto, che ha superato la noia e le convenzioni (nelle prime scene i due quasi non si guardano, nemmeno quando sono nudi in bagno l'una di fronte all'altro o si baciano davanti allo specchio). Se "il matrimonio rende l'inganno una necessità per le due parti", come afferma il gentiluomo ungherese che balla con Alice a casa di Ziegler (menzogne, finzioni e messinscene, come detto, sono un filo conduttore di tutto il film), la soluzione per recuperare l'intesa sincera fra i due coniugi è soprattutto una: "scopare". Il sesso può dunque essere elemento di frizione (se spogliato dagli aspetti di complicità e condivisione) ma anche di armonia all'interno di una coppia che impara a confidarsi a vicenda i propri sogni e le proprie fantasie, prendendole per quello che sono. E superando così paure e desideri inconsci (legati a questioni di fedeltà: sarà un caso, o uno scherzo del destino, che "Fidelio" è la parola d'ordine con cui Bill ha accesso – ma da solo, senza la moglie – a un mondo di trasgressione?).

Nonostante la grande attesa (dapprima perché si trattava del nuovo lavoro di un regista che mancava dalle sale da 12 anni, durante i quali aveva valutato diversi progetti non portati a termine, il più celebre dei quali era l'"A.I." poi passato a Spielberg; e in seguito perché, dopo la sua morte, era improvvisamente diventato l'ultimo tassello di una filmografia eccezionale), il film ebbe inizialmente un'accoglienza controversa, in particolare negli Stati Uniti, dove la censura aveva fatto "coprire" con artefatti digitali alcune delle nudità nella scena dell'orgia. Come per tutte le pellicole di Kubrick, però (da "Lolita" ad "Arancia meccanica", da "Shining" a "Full metal jacket"), il tempo ne ha accresciuto la fama e la considerazione sotto tutti i punti di vista. Pur tenendo conto del fatto che un autore così perfezionista avrebbe probabilmente modificato ulteriori elementi prima della definitiva uscita nelle sale (il lavoro di post produzione era ancora in corso, in particolare per quanto riguardava il montaggio sonoro e la color correction: la donna mascherata che "salva" Bill durante la festa, per esempio, fu doppiata da Cate Blanchett quando il regista era già morto perché l'attrice inglese Abigail Good non aveva un accento abbastanza americano), lo stile appare compiuto e curato in tutti i particolari, dall'eleganza delle inquadrature ai movimenti di macchina (con l'utilizzo dell'amata steadicam), dalla direzione degli attori alla scelta della musica (la colonna sonora di Jocelyn Pook, con le sue inquietanti sonorità esotiche nei brani durante la festa, è integrata dal valzer n. 2 di Shostakovich, sui titoli sia di testa che di coda, e dalla "musica ricercata" per piano di Ligeti). Cruise e la Kidman, che all'epoca erano marito e moglie, sono bravi e magnetici, anche se a tratti sembrano quasi intimoriti. E il doppiaggio italiano dà a lui una voce (quella di Massimo Popolizio) dal timbro forse un po' troppo giovanile. Nel cast anche Sydney Pollack (Ziegler), Sky du Mont (il gentiluomo ungherese), Marie Richardson (Marion), Rade Šerbedžija (Milich, il proprietario del negozio di costumi), Leelee Sobieski (sua figlia), Vinessa Shaw (Domino) e Fay Masterson (Sally). Todd Field è Nick Nightingale, l'amico pianista che suona con gli occhi bendati (eyes wide shut!). Una curiosità sul cognome del protagonista: Harford è la contrazione di Harrison Ford, il tipo di attore che Kubrick aveva immaginato per la parte.

14 agosto 2020

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso... (W. Allen, 1972)

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) (Everything you always wanted to know about sex* (*but were afraid to ask))
di Woody Allen – USA 1972
**

Visto in divx.

Film a episodi, ispirato (quantomeno nel titolo e nella struttura a domanda e risposta dei vari segmenti) a un popolare saggio del sessuologo David Reuben, uscito nel 1969. I sette capitoli sono altrettante parodie, e spesso l'argomento accennato nella domanda è trattato in modo farsesco e paradossale. Allen recita soltanto in quattro dei sette segmenti. L'ultimo episodio salva il film, che negli altri segmenti risulta datato e poco divertente, interessante giusto per gli elementi culturali e il gioco parodistico di alcuni di essi (il terzo, sul cinema italiano; il quinto, sui quiz televisivi; e il sesto, sul cinema fantastico). Sui titoli di coda e di testa, un proliferare di conigli bianchi.

1. Gli afrodisiaci funzionano?
Nel medioevo, un giullare (Woody Allen) cerca di conquistare la regina del castello (Lynn Redgrave) per mezzo di una pozione magica, ma deve fare i conti con la sua cintura di castità e con la gelosia del re (Anthony Quayle). Ispirato ai Decamerotici, ma poco divertente.
2. Che cos'è la sodomia?
Un pastore armeno (Titos Vandis) confessa a un dottore (Gene Wilder) di essere innamorato di una pecora. Quando la vede, anche il medico se ne invaghisce e inizia una relazione clandestina con lei. Poco più che una barzelletta surreale. Wilder sprecato.
3. Perché alcune donne faticano a raggiungere l'orgasmo?
Gina (Louise Lasser), moglie bolognese del romano Faustino (Allen), riesce a soddisfarsi soltanto facendo l'amore in pubblico. L'intero segmento, in originale parlato in italiano, è un pretestuoso omaggio al cinema di Federico Fellini, di Michelangelo Antonioni e di Bernardo Bertolucci.
4. I travestiti sono omosessuali?
Un'anziana coppia fa visita ai genitori del fidanzato della loro figlia. L'uomo (Lou Jacobi), di nascosto, sale nella camera degli ospiti per provarsi i vestiti della futura consuocera, ma per non essere scoperto è costretto a fuggire in strada. L'episodio meno memorabile del lotto.
5. Cosa sono le perversioni sessuali?
In un quiz televisivo, i concorrenti devono indovinare quale sia la perversione dell'ospite della serata. In seguito, un altro ospite, un rabbino (Baruch Lumet), vede soddisfatti i propri feticismi, sempre in diretta tv. È una parodia del popolare gioco a premi "What's My Line?".
6. Gli studi sul sesso sono affidabili?
Un biologo (Allen) e una giornalista (Heather MacRae) fanno visita al dottor Bernardo (John Carradine), uno scienziato pazzo dedito a misteriosi esperimenti sul sesso. Fra questi, la creazione di una tetta gigante che semina terrore nella campagna circostante. Parodia dei film di mostri.
7. Cosa succede durante l'eiaculazione?
Dalla centrale operativa nel cervello vengono controllate tutte le funzioni corporee. In preparazione di un rapporto sessuale, gli spermatozoi (fra cui Allen) si preparano all'eiaculazione come dei paracadutisti pronti a essere lanciati da un aereo. Nella sala di controllo si riconoscono Tony Randall e Burt Reynolds. È senza dubbio l'episodio migliore, nonché il più celebre: anticipa non solo "Inside out" della Pixar, ma anche "Osmosis Jones" e serie come "Siamo fatti così".

17 luglio 2020

Ciao pussycat (Clive Donner, 1965)

Ciao pussycat (What's new pussycat)
di Clive Donner – USA/Francia 1965
con Peter O'Toole, Peter Sellers
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Il britannico Michael James (Peter O'Toole), redattore per una rivista di moda a Parigi, esita a sposarsi con la sua eterna fidanzata Carole (Romy Schneider) perché non vuole rinunciare alle avventure quotidiane con le numerose altre donne che gli girano attorno (e che chiama tutte con il vezzegiativo “Pussycat”). Fra queste: la spogliarellista Liz (Paula Prentiss), perennemente depressa e incline al suicidio; la ninfomane Renée (Capucine), paziente dello psicanalista Fritz Fassbender (Peter Sellers), a sua volta ossessionato dal sesso e geloso dei successi di Michael; e la paracadutista Rita (Ursula Andress), che gli piomba giù letteralmente dal cielo. Pochade scollacciata che ha i suoi pregi essenzialmente nel gruppo di interpreti, fra i quali spicca Woody Allen, autore anche della sceneggiatura, alla sua prima esperienza nel cinema (prima di esordire l'anno successivo anche alla regia) nei panni di Victor, l'amico imbranato di Michael e Carole (battuta cult: "Ho trovato lavoro in un locale di striptease, aiuto le ragazze a spogliarsi e a vestirsi. 24 franchi a settimana" - "Non sono molti" - "Beh, è quanto posso spendere..."). Nel complesso una farsa di scarso valore che ironizza sulle dipendenze sessuali ma anche (e soprattutto) sulla psicanalisi, leitmotiv di tutto il cinema di Allen, con Sellers nei panni di un terapeuta che ha più problemi dei suoi stessi pazienti. Camei di Richard Burton e Françoise Hardy. Il tema musicale, cantato da Tom Jones, è di Burt Bacharach. Inizialmente i protagonisti avrebbero dovuto essere Warren Beatty e Groucho Marx.

9 febbraio 2020

Men, women & children (J. Reitman, 2014)

Men, Women & Children (id.)
di Jason Reitman – USA 2014
con Adam Sandler, Rosemarie DeWitt
**

Visto in divx.

Le relazioni sociali, l'approccio al sesso e i rapporti familiari all'epoca della dipendenza da internet e dai social media, per un gruppo di studenti liceali (di una scuola del Texas) e dei loro genitori. La pellicola, di impostazione corale, fonde le storie di diversi personaggi, teenager e adulti, i cui mondi sono divisi dall'incomprensione ma legati in fondo dalle stesse problematiche. Don (Adam Sandler) e Helen (Rosemarie DeWitt), i genitori di Chris (Travis Tope), grande consumatore di pornografia online, hanno perso da tempo l'intesa sessuale e cercano conforto fuori dal contesto familiare grazie a internet, rispettivamente con una escort e con amanti conosciuti su un sito di incontri. Il giovane Tim (Ansel Elgort), stella della squadra di football della scuola, lascia lo sport per tuffarsi in un gioco di ruolo online, con costernazione di suo padre Kent (Dean Norris), preoccupato che la vita virtuale sostituisca quella reale, resa problematica dall'abbandono della madre. Ma ignora che Tim una vita reale ce l'ha, cementata dall'amicizia con Brandy (Kaitlyn Dever), la cui madre Patricia (Jennifer Garner) è ossessionata dal dover proteggere la figlia controllando ogni dettaglio della sua presenza online, dalle chat ai messaggi sui social network. Tutto il contrario di Joan (Judy Greer), madre di Hannah (Olivia Crocicchia), che invece incoraggia la figlia a postare foto ammiccanti di sé stessa su un sito personale e a inseguire il sogno di diventare modella o attrice. Infine c'è Allison (Elena Kampouris), innamorata di Brandon (Will Peltz) e tormentata dal proprio aspetto fisico. Sullo schermo, a fianco dei personaggi, compaiono messaggi, chat, screenshot, ricerche e digitazioni online, come per illustrare un universo che ormai passa più attraverso i dispositivi elettronici che non la comunicazione faccia a faccia. Ma fra menzogne e incomprensioni, alla fine i nodi vengono al pettine: e le tragedie sfiorate faranno comprendere a molti i propri errori. Forse il film più pretenzioso di Reitman, nonché il suo primo vero flop di pubblico e di critica: un ambizioso tentativo di analisi sociale che, pur presentando diversi spunti interessanti (e con un buon cast che mescola giovani attori sconosciuti e volti affermati: in piccoli ruoli ci sono anche Timothée Chalamet – al debutto sul grande schermo – e J. K. Simmons), sfocia in una serie di cliché e di banalità, con alcuni personaggi (come quello intepretato da Jennifer Garner) ai limiti della bidimensionalità. Il mix fra esistenzialismo adolescenziale ("Se sparissi domani, l'universo non se ne accorgerebbe"), crisi di mezza età, problemi di autostima, il rapporto delle diverse generazioni con il sesso, e la denuncia dell'invadenza dei dispositivi online nella vita di tutti i giorni mette fin troppa carne al fuoco, eppure la struttura corale contribuisce a alleggerire il peso melodrammatico delle singole vicende, alcune delle quali si lasciano seguire con interesse. Anche per questo, pur senza mostrare traccia della leggerezza, dell'ironia e del cinismo dei lavori precedenti del regista, la pellicola riesce comunque a dipingere un ritratto profondo dei rapporti fra genitori e figli nell'era di internet. La voce narrante, in originale, è di Emma Thompson.

21 novembre 2019

Sesso, bugie e videotape (S. Soderbergh, 1989)

Sesso, bugie e videotape (Sex, Lies, and Videotape)
di Steven Soderbergh – USA 1989
con Andie MacDowell, James Spader
**1/2

Rivisto in TV.

Il matrimonio fra la casalinga Ann (Andie MacDowell), repressa e sessuofoba, e l'avvocato John (Peter Gallagher), rampante e donnaiolo, è in crisi, tanto che l'uomo si consola con la sorella di lei, l'estroversa barista Cynthia (Laura San Giacomo). L'inatteso arrivo in città di un vecchio amico di John, il misterioso Graham (James Spader), che a sua volta ha qualche problema con il sesso e ha l'abitudine di intervistare (registrando il tutto su videocassette) giovani donne a proposito delle loro prime esperienze e abitudini sessuali, farà precipitare gli eventi. Il primo lungometraggio di Soderbergh, un thriller intellettuale e psicologico un po' pretenzioso ma baciato dalla fortuna critica (vinse a sorpresa la Palma d'Oro a Cannes, rendendo il regista all'epoca il più giovane mai premiato, e fu nominato all'Oscar per la miglior sceneggiatura), è un oggetto insolito e quantomeno bizzarro, a cominciare dalla struttura, quasi teatrale. I personaggi sono quattro, ma sullo schermo si confrontano quasi sempre soltanto a coppie (sono rarissime le scene in cui ne compaiono più di due). L'iconico titolo (a proposito: chissà perché alla sua uscita non si volle tradurre "videotape" con "videocassette", termine già ampiamente in uso) contiene già al suo interno tutti i temi trattati dalla pellicola: l'approccio con il sesso (così differente per ciascuno dei personaggi coinvolti), le bugie (il tema della verità e della menzogna è ricorrente: segreti, omissioni, tradimenti – a livello di coniugi, di sorelle, di amici – e confessioni) e appunto le videocassette con le interviste in cui le donne si aprono completamente, confidando i propri segreti più intimi a uno sconosciuto (è proprio in cerca di questa "verità" che Graham ammette di andare, in contrasto alle menzogne legate al lavoro di John: gli avvocati sono definiti come "bugiardi patologici"). In fondo anche non ammettere di avere un problema equivale a mentire: quando lo riconosceranno, sia Ann che Graham sapranno aprire un nuovo capitolo della propria vita, più sincero e felice. Ottimi gli interpreti: Spader, in particolare, si specializzerà in personaggi ambigui e coinvolti in storie torbide – ma decisamente originali – a sfondo sessuale (vedi anche "Crash" e "Secretary"). Da sottolineare la colonna sonora di Cliff Martinez, fredda ed astratta come le barriere fra i personaggi.

8 novembre 2019

L'ultima donna (Marco Ferreri, 1976)

L'ultima donna (La dernière femme)
di Marco Ferreri – Italia/Francia 1976
con Gérard Depardieu, Ornella Muti
**

Visto in divx.

Costretto a un mese di ferie forzate (o in cassa integrazione?) dalla fabbrica dove lavora, un giovane ingegnere e padre single (Depardieu: il personaggio è chiamato Giovanni nella versione italiana e Gérard in quella francese) si innamora della misteriosa Valeria (Muti), maestra presso il nido d'infanzia dove lascia il figlio Pierino. I due si ritrovano a convivere – insieme al bambino – nell'appartamento di lui, da dove escono di rado e dove occasionalmente Giovanni riceve ancora le visite dell'ex moglie Gabrielle (Zouzou), che lo ha abbandonato per dedicarsi a tempo pieno alla "lotta femminista". Dal suo canto, Valeria ha lasciato il più anziano Michele (Michel Piccoli), ma è spesso tentata di tornare da lui. Anche perché il nuovo rapporto è tormentato da continue tensioni e incomprensioni, amplificate dall'egoismo "prevaricatore" dell'uomo e dall'incertezza evanescente della donna. Grande scandalo (per i nudi integrali, in particolare quelli di Depardieu) ma anche successo al botteghino per quello che in superficie è un film noiosetto sulle difficoltà di dar vita a una relazione di coppia in un mondo che cambia e dove "il modello di famiglia non funziona più". Per certi versi (vedi l'insistenza sul sesso) sembra voler fare il verso a "Ultimo tango a Parigi", anche se in maniera più nichilista e meno liberatoria, soffrendo inoltre per via di un personaggio femminile poco caratterizzato, che non ha ricordi e non sa che cosa vuole (non aiuta il fatto che la Muti sia bella e basta). La scena finale dell'evirazione vorrebbe sottolineare l'impotenza maschile di fronte alle rivendicazioni di un nuovo ruolo per la donna. In seconda lettura, però (come suggerisce l'amico Giuliano nel suo blog), siamo di fronte a una specie di allegoria, che pesca a piene mani dai simboli e dai miti, come gli amori di Marte e Venere (da notare come Giovanni costruisca giocattoli da guerra per il figlio), con il bambino pacioccoso che ricorda gli Eros e gli amorini rubicondi di tanti dipinti barocchi, trascendendo così l'attualità "militante" e la dicotomia fra maschilismo e femminismo (che diventa semmai quella fra patriarcato e matriarcato). E in questo caso il ruolo della donna, "amore" assoluto, ideale e irraggiungibile (vedi anche le citazioni a Marilyn Monroe), acquista un diverso significato: è "l'ultima donna", appunto, dopo la quale non possono essercene altre. Il film è stato girato a Créteil, periferia industriale di Parigi, ma la località non viene specificata nella versione italiana, lasciando intendere che possa essere ambientata nel nostro paese. Piccole parti per Renato Salvatori, Giuliana Calandra e Nathalie Baye. Curiosità: i doppiatori italiani dei due protagonisti (Flavio Bucci e Micaela Pignatelli) sono stati marito e moglie.

29 gennaio 2019

Treni strettamente sorvegliati (Jiří Menzel, 1966)

Treni strettamente sorvegliati (Ostře sledované vlaky)
di Jiří Menzel – Cecoslovacchia 1966
con Václav Neckár, Josef Somr
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Il giovane Milos Hrma (Václav Neckár), discendente di una famiglia di “fannulloni”, comincia a lavorare come apprendista nella stazione ferroviaria di una piccola cittadina in Boemia. Siamo nel 1945, quando il paese è sotto l'occupazione tedesca: ma gli echi della seconda guerra mondiale giungono a malapena in un microcosmo dove non capita quasi niente, se non i (tragi)comici episodi di vita quotidiana che coinvolgono il protagonista e i suoi colleghi. Fra un passaggio di treno e l'altro, Milos frequenta la sua coetanea Masa, ma scopre di soffrire di eiaculazione precoce e per questo motivo tenta il suicidio. Su suggerimento di un dottore (interpretato dal regista stesso), chiede al più esperto collega (e dongiovanni) Hubicka di presentargli una donna che possa insegnargli a fare l'amore: la scelta cadrà su Viktoria Freie, partigiana che li coinvolgerà nel sabotaggio a un treno delle SS, carico di armi, di passaggio nella stazione. Fra coming-of-age e commedia, ironia ed erotismo (notevole la scena in cui Hubicka "timbra" le cosce e il sedere della giovane telegrafista), satira – apparentemente in chiave antitedesca ma in realtà diretta al regime comunista (la commissione disciplinare) – e dramma, un "piccolo" gioiellino dall'ambientazione circoscritta e dai personaggi vivaci e realistici, fra i migliori esempi della cosiddetta Nová vlna (Nouvelle vague) cecoslovacca. Bohumil Hrabal, autore del romanzo originale, collaborò all'adattamento con il regista, al primo lungometraggio dopo alcuni corti. La pellicola vinse l'Oscar per il miglior film straniero. In Italia è stata distribuita anche con i titoli "Quando l'amore va a scuola" e "Presto, datemi una donna!".

13 dicembre 2018

Lola Darling (Spike Lee, 1986)

Lola Darling (She's Gotta Have It)
di Spike Lee – USA 1986
con Tracy Camilla Johns, Redmond Hicks
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Nola Darling (Tracy Camilla Johns) – chiamata Lola nel doppiaggio e nel titolo italiano – vive a Brooklyn in un grande attico, fa l'artista e ha una vita sessuale particolarmente attiva, visto che si destreggia fra tre uomini diversi (consapevoli della cosa, pur accettandolo a fatica ed essendo gelosi l'uno dell'altro): il maturo e sensibile Jamie (Redmond Hicks), l'infantile e scanzonato Mars (interpretato dallo stesso regista) e il vanesio e salutista Greer (John Canada Terrell). Primo vero film di Spike Lee (il precedente "Joe's Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads" era stato girato come tesi di laurea), ha il grande pregio di presentare un personaggio femminile indipendente, lontano dagli stereotipi dei neri (e delle donne) delle pellicole hollywoodiane. In fondo i personaggi sono di colore, ma potrebbero anche non esserlo, visto che non è questo a caratterizzarli (a differenza di quelli visti fino ad allora sul grande schermo). Nola è irrequieta e in cerca di qualcosa, ma anche libera e sicura di sé, capace di tenere sempre salde le redini del gioco. Dei suoi tre amanti, comunque, è evidente da subito come Jamie sia "quello giusto": gli altri sono solo un divertimento estemporaneo. Se la forma della pellicola è parecchio "cinefila", con molteplici rimandi e omaggi alla Nouvelle Vague (le interviste dei personaggi che parlano allo spettatore guardando in camera, la fotografia "povera", sgranata e in bianco e nero: c'è un'unica sequenza a colori, quella del balletto, giustificata e introdotta da un riferimento a "Il mago di Oz"), i contenuti sono all'insegna di freschezza e autenticità: dai dialoghi, che parlano di sesso in maniera aperta, all'ambientazione in una Brooklyn ritratta con cura e affetto. Il tutto ricorda un po' anche i primi, coevi, lavori di Jim Jarmusch. Oltre a recitare nei panni di Mars (un personaggio che riprenderà poi in una serie di spot per la Nike), Spike Lee coinvolge suo padre Bill (nel ruolo del padre di Nola, anche autore della colonna sonora) e sua sorella Joie (Clorina, l'ex coinquilina della protagonista). Raye Dowell è Opal, l'amica lesbica. Dieci anni più tardi il regista tornerà su temi simili in "Girl 6 - Sesso in linea". Nel 2017 lo stesso Lee ne ha fatto un remake sotto forma di serie televisiva per Netflix.

3 settembre 2018

Chloe (Atom Egoyan, 2009)

Chloe - Tra seduzione e inganno (Chloe)
di Atom Egoyan – Canada/USA/Francia 2009
con Julianne Moore, Amanda Seyfried
**

Visto in TV.

Per mettere alla prova la fedeltà del marito (Liam Neeson), professore sospettato di stringere tresche con le sue studentesse, una ginecologa (Julianne Moore) assume la giovane escort Chloe (Amanda Seyfried) affinché seduca l'uomo e le racconti poi le sue reazioni. Non ho (ancora) visto "Nathalie...", il film originale di Anne Fontaine di cui questo è un remake, ma essendo una produzione francese mi immagino che fosse più morboso, più ambiguo e meno dozzinale di questo, che pure può contare sulle ottime interpretazioni di una Julianne Moore assai in parte (come al solito) e di un'espressiva ma enigmatica Amanda Seyfried. Liam Neeson recita invece al minimo sindacale, ma il suo ruolo non richiedeva molto di più. Se lo spunto di partenza è assai intrigante, già verso metà film si comincia a mostrare la corda, con sviluppi poco convincenti che si trascinano stancamente verso un finale non certo imprevedibile. Grandi assenti, ahimè, sono la tensione e la carica erotica, ovvero gli elementi che, in teoria, il soggetto prometteva maggiormente. Anche la regia di Egoyan (per la prima volta alle prese con una sceneggiatura non scritta da lui) mi è parsa un po' svogliata, il che non ha impedito al film di ottenere un buon successo al botteghino, il migliore per il regista fino ad allora. La fotografia di Paul Sarossy rende bene gli interni caldi ma asettici e le fredde strade di una Toronto innevata.

26 aprile 2018

Pleasantville (Gary Ross, 1998)

Pleasantville (id.)
di Gary Ross – USA 1998
con Tobey Maguire, Reese Witherspoon
**

Rivisto in TV.

A causa di un telecomando "magico" (la trovata ricorda un po' quella di "Last Action Hero"), i fratelli David (Tobey Maguire) e Jennifer (Reese Witherspoon) si ritrovano intrappolati dentro il televisore, all'interno della sitcom anni '50 "Pleasantville", di cui di fatto sostituiscono i protagonisti Bud e Mary Sue. Il mondo di Pleasantville è sempre uguale a sé stesso, perfetto e conformista, con ruoli ben definiti e senza alcun elemento "controverso" (i letti sono separati, i libri hanno le pagine bianche, i pompieri salvano soltanto gattini): ma l'arrivo dei due ragazzi "moderni" introduce quell'elemento di novità (a cominciare dal sesso) che scompiglierà tutto, colorando progressivamente (e letteralmente!) quello che era un universo in bianco e nero. Un'idea carina per un film che, dopo la prima mezz'ora, si fa via via più stucchevole e retorico, un inno all'anticonformismo e alla scoperta di sé (il passaggio dal bianco e nero al technicolor avviene nel momento in cui una persona esce dai rigidi confini della propria personalità: per gli abitanti di Pleasantville è la scoperta che esiste qualcosa al di là del mondo in cui hanno vissuto fino ad allora; per David/Bud è l'istante in cui sveste i panni del "bravo ragazzo" e non esita a sporcarsi le mani per difendere sua madre; per Jennifer/Mary Sue è la fase della maturazione e della responsabilità) con una metafora ripetuta, esplicita e priva di sottigliezza. Ogni paragone con il quasi contemporaneo (e ben più profondo) "The Truman Show" sarebbe un'ingiustizia verso quest'ultimo. Anche qui, comunque, non manca la lettura religiosa in chiave antimoralista: Pleasantville è il "noioso" giardino dell'Eden dal quale si può fuggire assaggiando il frutto proibito dell'albero della conoscenza, come suggerisce la scena in cui una ragazza porge a Bud una mela rossa. Il film è passato alla storia per essere stato una delle prime pellicole completamente rielaborata in digitale (in modo da permettere gli effetti con i colori). William H. Macy e Joan Allen sono i genitori dei ragazzi nel telefilm, Jeff Daniels è il proprietario del fast food, J. T. Walsh (morto poco dopo le riprese) il capo della polizia.

21 maggio 2017

Closer (Mike Nichols, 2004)

Closer (id.)
di Mike Nichols – USA 2004
con Jude Law, Clive Owen, Natalie Portman, Julia Roberts
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Fra amori e segreti, tradimenti e confessioni, le vite di quattro personaggi si intrecciano a Londra nell'arco di alcuni anni. Dan (Jude Law) è un giornalista addetto ai necrologi, arrogante e manipolatore, con ambizioni frustrate da romanziere. Alice (Natalie Portman: ma a proposito del suo nome c'è un twist nel finale) è una giovane spogliarellista americana, enigmatica e apparentemente ingenua, in fuga da un burrascoso rapporto. Larry (Clive Owen) è un medico dermatologo, cinico e solitario, patologicamente ossessionato dal sesso. E infine Anna (Julia Roberts) è una fotografa professionista, fragile e perennemente infelice, i cui scatti vengono esibiti in importanti mostre. Il film è tratto dall'omonima opera teatrale di Patrick Marber (autore anche della sceneggiatura), e l'origine teatrale è evidente: in scena ci sono praticamente soltanto i quattro personaggi (e quasi sempre solo due di loro alla volta), impegnati in lunghi dialoghi (il vero punto di forza della pellicola) sull'amore e il sesso, mentre fra una sequenza e l'altra, temporalmente, passano diversi mesi, in modo da mettere sempre lo spettatore di fronte a nuove variazioni dello status quo. Le coppie, infatti, si smontano e rimontano in continuazione, in reazione all'attrazione sessuale o all'affinità sentimentale che varia di momento in momento. Nessuno dei personaggi è ritratto come moralmente esemplare, anche se paradossalmente a "tradire" non sono i due che sono stati presentati come sessualmente più discutibili (il medico erotomane e la spogliarellista) bensì quelli che dovrebbero essere più irreprensibili (lo scrittore e la fotografa). I loro legami sono al tempo stesso intensi e fragili, profondi e del tutto vacui, come se l'amore non fosse altro che un breve collante destinato ad evaporare alla prima occasione. “Chi ama a prima vista tradisce ad ogni sguardo”, recita la frase di lancio, suggerendo cinicamente che in amore l'eccessiva idealizzazione è solo un inganno o una maschera. E il tema della finzione e del suo rapporto con la realtà è ricorrente (Dan scrive il suo romanzo ispirandosi alla vita di Alice, Anna fotografa i volti di persone sconosciute senza però svelarne i veri sentimenti, le chat erotiche sono solo uno strumento di inganno, e Alice – mentre fa uno striptease indossando una parrucca – afferma: "Mentire è il più grande divertimento per una ragazza senza togliersi gli abiti di dosso"). La regia di Nichols è minimalista, lenta e avvolgente (a tratti quasi ipnotica), anche se per lo più si mette al servizio del provocatorio soggetto. Buono il cast, con elogi in particolare per Owen e la Portman (entrambi nominati all'Oscar e vincitori del Golden Globe). Owen aveva recitato anche nell'opera teatrale, che peraltro aveva un finale diverso e più tragico (Alice muore, Larry e Anna si separano), interpretando però la parte di Dan. Fra le fonti di ispirazione: il "Così fan tutte" di Mozart (alcuni brani del quale, come il quintetto "Di scrivermi ogni giorno" e il terzettino "Soave sia il vento", si possono udire in un paio di occasioni; ma nella colonna sonora c'è anche l'ouverture della "Cenerentola" di Rossini e le canzoni "The Blower's Daughter" e "Cold Water" di Damien Rice) e i drammi "Vite private" di Noël Coward e "Tradimenti" di Harold Pinter.

20 giugno 2016

Tokyo love hotel (Ryuichi Hiroki, 2014)

Tokyo love hotel (Sayonara Kabukicho)
di Ryuichi Hiroki – Giappone 2014
con Shota Sometani, Atsuko Maeda
**

Visto al cinema Ducale, con Sabrina (rassegna di Cannes).

Le vicende di diversi personaggi si intrecciano nell'arco di 24 ore nelle stanze di un "love hotel" (albergo a ore) a Kabukicho, il più celebre quartiere a luci rosse di Tokyo. Toru (Shota Sometani), il giovane gestore, lavorava un tempo alla reception di un grande hotel di lusso, da cui è stato licenziato senza dirlo alla fidanzata Saya (Atsuko Maeda). Questa è un'aspirante cantante che pur di firmare un contratto discografico accetta di passare la notte con un produttore proprio nell'albergo gestito da Toru: l'incontro fra i due sarà imbarazzante (anche perché poco prima il ragazzo si era imbattuto anche nella sorella Miyu, impegnata nelle riprese di un film porno). Heya (Lee Eun-woo) è una escort coreana al suo ultimo giorno di lavoro, prima di tornare in patria con l'intenzione di aprire un negozio. Masaya (Shugo Oshinari) è un giovane yakuza che abborda studentesse per trasformarle in ragazze squillo: ma l'innocenza e la sincerità di Hinako (Miwako Wagatsuma), la sua ultima vittima, gli faranno cambiare idea. Satomi (Kaho Minami), infine, lavora come donna delle pulizie nell'albergo, dove si imbatte in una poliziotta, giunta lì clandestinamente insieme al suo amante, che potrebbe incriminarla per un reato non ancora caduto in prescrizione. Se il pregio maggiore della pellicola è la sua coralità, con l'ìntreccio di tanti fili e tante storie (alcune delle quali, però, si trascinano un po' troppo a lungo), per il resto il film non riesce mai a fare il salto di qualità, e in certi momenti esibisce persino un pizzico di moralismo che non ci si attenderebbe in un lungometraggio giapponese (vedi per esempio la scena della vasca da bagno, quando una Heya piangente chiede al fidanzato Chong-su di "lavarle via tutto lo sporco"). Il regista si è fatto le ossa con il cinema erotico, per poi passare alle commedie sentimentali: qui sembra voler combinare i due generi, ma l'equilibrio non è del tutto soddisfacente. In generale i personaggi mi sono parsi poco focalizzati, a partire dal protagonista Toru, spettatore troppo impassibile di gran parte delle vicende che gli capitano attorno (compresa la propria!). Il titolo internazionale è "Kabukicho Love Hotel".

27 gennaio 2016

La cosa più dolce... (Roger Kumble, 2002)

La cosa più dolce... (The Sweetest Thing)
di Roger Kumble – USA 2002
con Cameron Diaz, Christina Applegate
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Christina (Diaz) – come le amiche e co-inquiline Courtney (Applegate) e Selma (Jane Burns) – passa da un uomo a un altro senza mai legarsi sentimentalmente, considerando il genere maschile come un divertimento "usa e getta". Tutto cambia quando conosce in discoteca il bel Peter (Thomas Jane), a San Francisco in occasione del matrimonio del fratello Roger (Jason Bateman), con il quale ha un breve litigio e che non riesce più a togliersi dalla testa. Al punto da coinvolgere Courtney in un viaggio in auto fuori città verso la cittadina dove si stanno per celebrare le nozze... solo per scoprire che lo sposo è Peter, e non suo fratello. Naturalmente, alla fine il matrimonio andrà a monte e Peter e Christina scopriranno di essere fatti l'uno per l'altra. Commedia "scollacciata" (con innumerevoli battute sul sesso) in stile "Una notte da leoni" ma al femminile, che unisce i temi dei classici chick flick a quelli del buddy movie on the road, ravvivata dalla verve delle protagoniste (in parallelo al viaggio di Christine e Courtney, ci sono le comiche disavventure di Selma con il suo nuovo ragazzo) e da una serie di gag che punteggiano una trama esile e prevedibile. Non mancano un paio di canzoni "osé" (come quella che coinvolge un intero ristorante). La sceneggiatrice Nancy Pimental avrebbe basato i personaggi di Christina e Courtney su sé stessa e sulla sua amica Kate Walsh. Il fidanzato di Courtney, nel finale, è interpretato dal regista James Mangold.

23 aprile 2015

Comizi d'amore (Pier Paolo Pasolini, 1965)

Comizi d'amore
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1965
con Alberto Moravia, Cesare Musatti
***

Visto in divx.

Mentre girava per l'Italia alla ricerca delle location per "Il vangelo secondo Matteo", Pasolini decise di realizzare una serie di interviste per scoprire cosa pensassero gli italiani del sesso. Ne risulta un prezioso documentario d'inchiesta che fotografa le paure, la confusione, l'arretratezza e il conformismo dell'Italia dei primi anni sessanta a proposito della sessualità, argomento che in generale si rifiuta di indagare, nonché di questioni sociali quali la prostituzione, l'omosessualità, il matrimonio e il divorzio (all'epoca non ancora legale nel nostro paese). Oltre ad amici intellettuali (Alberto Moravia, Cesare Musatti, Oriana Fallaci, Camilla Cederna, Adele Cambria, Ignazio Buttitta, Giuseppe Ungaretti...) e ad alcuni divi (Peppino Di Capri, i calciatori del Bologna), Pasolini – sullo schermo doppiato da Lello Bersani – intervista contadini, operai, studenti, soldati, bagnanti sulle spiagge. Il quadro che ne esce è sconfortante: ignoranza, chiusura, ritrosia a parlare di sesso e ad uscire dai binari della morale cattolica o borghese, a seconda dei casi. Al Nord pare esserci più libertà, soprattutto per i giovani, ma le idee sul sesso sono parecchio confuse; al Sud c'è maggiore chiarezza e integrità, ma sopravvivono tradizioni che vedono la donna prigioniera di uno stato di inferiorità, fra l'elogio della gelosia maschile (il delitto d'onore) e il valore della verginità femminile. Peggio ancora va quando si toccano temi come l'omosessualità o le devianze, condannate e disprezzate senza nemmeno il tentativo di riflettere sull'argomento, come se tutto ciò che è diverso venisse considerato una minaccia diretta per sé stessi. Molti si esprimono a favore di una legge sul divorzio, soprattutto i giovani. Dove invece quasi tutti sembrano essere d'accordo è nell'attaccare la legge Merlin, che pochi anni prima aveva chiuso le case di tolleranza (l'argomento sembra uno dei pochi in cui gli intervistati ammettono senza remore di essere soggetti ad istinti di natura sessuale). In generale l'Italia del miracolo economico mostra di aver trovato il benessere materiale ma di essere ancora arretrata sessualmente (e spiritualmente). Pasolini è abile a porre domande che provocano una reazione senza lasciar trasparire le proprie idee, anzi a volte fingendo accondiscendenza verso gli intervistati: l'intera pellicola è attraversata da un'amara ironia, evidente nei titoli e nelle didascalie che la dividono in capitoli (come quello che annuncia la fine del primo tempo, consigliando allo spettatore di approfittare dell'intervallo per "pensare a tutt'altro" per qualche minuto), ma anche nei brevi momenti di "autocensura" in cui la voce degli intervistati viene zittita perché evidentemente il discorso si fa troppo esplicito.

7 maggio 2014

Nymphomaniac (Lars von Trier, 2013)

Nymphomaniac (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/UK/D/B 2013
con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Charlotte Gainsbourg, l'unica attrice "sopravvissuta" a più di un film con Lars von Trier (è infatti già alla sua terza collaborazione con il regista danese, mentre le varie Emily Watson, Björk, Nicole Kidman, Bryce Dallas Howard e Kirsten Dunst non hanno "retto" oltre la prima prova), interpreta la nifomane Joe, che dopo essere stata ritrovata pesta e sanguinante in un vicolo dal mite e colto Seligman (Stellan Skarsgård) gli racconta – come in un'unica e lunga seduta di psicanalisi, o come davanti a un prete nel confessionale – i retroscena della propria vita "peccaminosa": dalla scoperta della sessualità in età acerba, all'utilizzo di questa per "collezionare" più uomini possibili; dal rapporto con il padre (Christian Slater), che le ha insegnato l'amore per la natura, a quello con Jerome (Shia LeBeouf), l'unico uomo che abbia mai davvero amato; dai tentativi di trovare nuove strade per risvegliare il piacere sessuale, fino alla serie di eventi che l'hanno condotta fin lì. Distribuito nelle sale cinematografiche diviso in due parti (denominate "Vol. I" e "Vol. II", come in "Kill Bill", ma in questo caso più propriamente come due tomi di un romanzo, per la precisione un Bildungsroman), a loro volta divise in "capitoli" (otto in totale, cinque nel primo film e tre nel secondo: 5 e 3 sono numeri ricorrenti), il terzo film della cosiddetta "trilogia della depressione" di LVT (dopo "Antichrist" e "Melancholia") ha apparentemente un solo filo conduttore: la vita sessuale della protagonista. La sua ninfomania è un po' una scelta consapevole e un po' una dipendenza, come quelle dall'alcol o dal fumo, e a tratti sembra quasi un pretesto per imbastire una serie di variazioni sul tema che sfiorano tutti i tipi di perversione sessuale (dal sadomadochismo alla pedofilia, passando per il sesso interrazziale o il lesbismo). Ma Von Trier, lo sappiamo, è un furbone, abituato da sempre a giocare con lo spettatore, a stimolarne le attese e poi a spiazzarlo scompigliando le carte. E con "Nymphomaniac" sembra aver dato il meglio di sé, a partire dalla campagna di marketing e dalle locandine che presentavano il film come estremamente scandaloso, facendo credere di trovarsi di fronte a un "porno d'autore", salvo poi permettere che nelle sale giungesse una versione "censurata e ridotta" (ma cosa potranno aggiungere, a livello di significato, le eventuali scene di sesso che sarebbero state tagliate?). In realtà, come già in "Dogville" e in generale in tutti i film del buon Lars, il vero senso del film sta nei suoi sottotesti, più o meno nascosti: quello religioso (il finale, come ha fatto notare marco c. in un commento sotto questo post, può legare il lungometraggio al precedente "Antichrist", con la donna che torna nel suo ruolo diabolico di corruttrice dell'innocente) o quello sociale (ancora una volta la donna è una vittima della società: Seligman commenta giustamente come il nostro giudizio sulle sue vicende sarebbe diverso se lei fosse stata un uomo e le sue conquiste fossero state femminili).

Nel primo volume la narrazione di Joe è accompagnata – più che da un progressivo approfondimento del personaggio – da metafore talmente esplicite (la pesca alla mosca, la polifonia di Bach) da essere persino illustrate sullo schermo a più riprese. Il risultato ricorda quasi un film di Peter Greenaway: le sovrimpressioni di numeri e di diagrammi, le ricorrenze (i suddetti 5 e 3), gli split screen, le divagazioni colte (Poe, Bach, i numeri di Fibonacci), l'elenco degli amanti (quasi tutti i personaggi – con la notevole eccezione di Jerome – sono indicati soltanto con la lettera iniziale del nome: B, G, H, ecc.) e in generale la "catalogazione" degli episodi della propria vita (episodi significativi ma non "formanti": spesso Joe sottolinea che i vari eventi non l'hanno cambiata e che la sua natura è sempre stata la stessa sin dall'inizio) sono però elementi che in Greenaway sovrastano la storia, spesso solo un pretesto, mentre in questo caso siamo di fronte all'esatto contrario. Nel secondo volume, poi, LVT abbandona gradualmente queste distrazioni (la stessa Joe, dopo l'ennesima divagazione di Seligman, afferma: "Questa è stata una delle sue disgressioni più deboli") e guida lo spettatore più a fondo nel personaggio, che si barcamena fra visioni mistiche, crisi personali e vani tentativi di autoanalisi. Probabilmente il modo migliore per gustarsi "Nymphomaniac" sarebbe quello di guardarlo tutto di fila, visto che più si accumulano i capitoli e gli episodi raccontati e più l'insieme acquista "spessore" e fisionomia: è come se il suo valore fosse "quantitativo", ovvero dato dalla somma delle parti (proprio come Joe sente di aver avuto in fondo un solo amante, la somma di tutti gli uomini che ha conosciuto). Al di là del marketing, la scelta di dividere la pellicola in due parti risulta dannosa (è come interrompere a meta un romanzo, appunto, o un amplesso). La fotografia, in cui dominano il beige e i toni smorti (il quarto capitolo è addirittura tutto in bianco e nero), dona all'insieme un sapore vetusto e polveroso come i libri di Seligman (significativa è anche l'assenza di una precisa collocazione temporale delle vicende). Nella colonna sonora ricorrono il valzer di Shostakovich (già usato da Kubrick nel suo "Eyes Wide Shut") e l'hard rock dei Rammstein. Quanto al comparto attoriale, è da ammirare la prova di Stacy Martin (che interpreta Joe da giovane, e dunque vera protagonista del Vol. I), mentre la struttura episodica del racconto lascia spazio qua e là a numerosi comprimari: nel primo volume spiccano Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Hugo Speer e vari attori danesi (fra i quali Jens Albinus e Jesper Christensen), nel secondo Jamie Bell, Jean-Marc Barr, Udo Kier, Mia Goth e Willem Dafoe. Le scene di sesso sono simulate, mediante l'utilizzo di controfigure (fra cui attori porno), di protesi e persino di effetti digitali. Fra i ringraziamenti finali, spicca quello a Tarkovskij, del quale non mancano alcune citazioni (l'icona di Rublëv, il titolo "Lo specchio").

2 dicembre 2013

Don Jon (J. Gordon-Levitt, 2013)

Don Jon (id.)
di Joseph Gordon-Levitt – USA 2013
con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

L'italo-americano Jon Martello (Joseph Gordon-Levitt), soprannominato "Don" dagli amici perché – come un novello Don Giovanni – è in grado di conquistare una ragazza ogni notte, preferisce in realtà la pornografia su internet al sesso reale. Quando incontra la bellissima Barbara Sugarman (Scarlett Johansson), sembrerebbe mettere la testa a posto. Ma non durerà, visto che la ragazza tenterà di plasmarlo secondo la propria volontà. A fargli conoscere l'importanza di una relazione davvero basata sulla coppia, e non "a senso unico", sarà invece la più matura Esther (Julianne Moore), una vedova da lui conosciuta a una scuola serale. Scritto e diretto dallo stesso Gordon-Levitt (al debutto come regista), una vivace commedia con indubbie qualità e qualche difetto, soprattutto per come scivola verso un finale dalla morale scontata (se c'è l'amore, il sesso è migliore). Per il tema della pornodipendenza, peraltro affrontato con ironia e intelligenza, può sembrare una versione light di "Shame", mentre tutta la sezione dedicata al rapporto con Barbara (peccato non sia stata sviluppata maggiormente) lo rende una commedia romantica decisamente non tradizionale. Non convince del tutto invece il personaggio interpretato dalla Moore, così come si rimane con la sensazione che ci sia troppa carne al fuoco e che sarebbe stato meglio concentrarsi maggiormente su alcuni elementi che invece, alla resa dei conti, risultano solo propedeutici alla svolta finale. Impagabile comunque la scena in cui Jon, alla ragazza che lo attacca perché vede i porno, le rinfaccia gli sdolcinati film romantici (i cosiddetti "chick flick") per cui lei va matta, sottolineando non senza ragione come si tratti di prodotti analoghi, seppur diretti a pubblici diversi. Bello anche l'utilizzo che Gordon-Levitt fa, a livello registico e narrativo, del meccanismo della ripetitività: vediamo spesso il protagonista all'interno di sequenze sempre uguali (la confessione in chiesa, la palestra, il pranzo dai genitori, ecc.), e solo a un certo punto, quando acquisisce consapevolezza, riesce a "rompere" la routine (porge a sua volta domande al confessore, sceglie di giocare a basket con gli amici). In ogni caso, un promettente debutto dietro la macchina da presa.

23 novembre 2013

Basic instinct (Paul Verhoeven, 1992)

Basic instinct (id.)
di Paul Verhoeven – USA 1992
con Michael Douglas, Sharon Stone
**1/2

Visto in TV.

Il detective Nick Curran (Douglas) della polizia di San Francisco indaga sull'omicidio di una ricca rock star in pensione, uccisa con un rompighiaccio durante un rapporto sessuale. La principale indiziata è Catherine Tramell (Stone), scrittrice bella, ricca, viziosa e bisessuale, che fa ben poco per allontanare da sé i sospetti, attirando invece volontariamente le attenzioni di Nick e scegliendolo addirittura come modello per il protagonista del suo prossimo romanzo. E proprio da un libro scritto da Catherine in passato, che descrive il delitto fin nei più piccoli particolari, potrebbe aver preso spunto l'assassino: sempre che non si tratti proprio della donna, manipolatrice diabolica e misteriosa quanto basta. Entrato nella memoria collettiva per la scena dell'interrogatorio della Stone alla centrale di polizia, quando accavalla le gambe mostrando di essere senza mutandine, più che un thriller erotico è un ingarbugliato noir che punta tutto sul fascino da femme fatale della protagonista e su un plot quasi chandleriano (e non hitchcockiano, come invece hanno scritto molti critici). Certo, alla fine non tutto torna, molte scene di sesso sono gratuite, le caratterizzazioni dei personaggi lasciano a desiderare e la sceneggiatura di Joe Eszterhas (vero "autore" della pellicola, prima ancora di Verhoeven) non è proprio il massimo della "trasparenza"... ma l'insieme, tutto sommato, funziona nel costruire una relazione torbida e speculare fra i due personaggi (lo stesso Nick è stato sospettato di omicidio, in passato, e i dialoghi lasciano intendere che se la sia cavata in maniera non dissimile da Catherine, ingannando la macchina della verità), più simili di quanto si pensasse, e dunque fatti l'uno per l'altra. Il classico film che per qualche indecifrabile motivo risulta migliore della somma delle parti, tanto che i tentativi di farne un sequel (l'orrido "Basic instinct 2") o di ripeterne il successo a base di sesso e di inganni da parte degli stessi autori ("Showgirls", che tre anni dopo avrebbe riunito la coppia Eszterhas-Verhoeven con i produttori Mario Kassar e Alan Marshall) sono disastrosamente naufragati. La Stone, fino ad allora pressoché sconosciuta (nonostante una parte in "Atto di forza" dello stesso Verhoeven), divenne una star. Velo pietoso sul resto del cast, a partire da Jeanne Tripplehorn nei panni della psicologa della polizia.