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16 febbraio 2023

Matinee (Joe Dante, 1993)

Matinee (id.)
di Joe Dante – USA 1993
con John Goodman, Cathy Moriarty
***

Rivisto su YouTube.

Nell'ottobre del 1962, mentre le paure della guerra fredda e di un conflitto nucleare prendono sempre più piede negli Stati Uniti (sono i giorni della crisi dei missili di Cuba), il produttore cinematografico Lawrence Woolsey (John Goodman), specializzato in B-movie horror e di fantascienza, giunge nella cittadina di Key West in Florida per presentare la sua ultima pellicola, "Mant!" (l'assurda storia della fusione fra un uomo e una formica, innescata – neanche a dirlo – dalla radioattività), che sarà proiettata in anteprima con straordinari "effetti speciali" realizzati direttamente in sala ("in Atomo-vision e Rombo-rama!"). Fra gli spettatori ci sono soprattutto ragazzini, appassionati di film di mostri (formiche giganti, in questo caso), come Gene Loomis (Simon Fenton), figlio di un soldato della vicina base militare, il cui padre è stato mandato in missione ad attuare il blocco navale attorno a Cuba. Le paure degli adulti fuori dal cinema (la guerra nucleare sembra ormai imminente) si riflettono così in quelle dei ragazzi al suo interno (provocate ad arte da Woolsey, con i suoi trucchi "pubblicitari"), mentre una serie di problemi tecnici mette a repentaglio la proiezione ma la rende al tempo stesso ancora più memorabile. Oltre a ritrarre sullo schermo un delicato momento della storia americana, la pellicola è dunque anche un omaggio alla magia del cinema e a quei film così ingenui ma visceralmente capaci di stimolare l'immaginario collettivo. Dopo tutto, "la paura aiuta ad apprezzare di essere vivi". Il personaggio di Lawrence Woolsey è ispirato a William Castle (anche se molti lo scambiano per Alfred Hitchcock). Cathy Moriarty interpreta la compagna di Woolsey nonché l'attrice di "Mant!". Particina per un'allora sconosciuta Naomi Watts (è l'attrice del film sul "carrello della spesa"). Dick Miller e John Sayles, frequenti collaboratori di Dante, sono i due uomini che protestano davanti al cinema.

18 settembre 2020

Herzog incontra Gorbaciov (W. Herzog, 2018)

Herzog incontra Gorbaciov (Meeting Gorbachev)
di Werner Herzog [e André Singer] – Germania/GB/USA 2018
con Werner Herzog, Mikhail Gorbaciov
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Documentario sulla vita e l'esperienza politica di Mikhail Gorbaciov, l'ultimo presidente dell'URSS, che contribuì in maniera fondamentale alla fine della Guerra Fredda con le sue riforme incentrate sulla perestrojka ("ristrutturazione") e la glasnost ("trasparenza"). Queste, basate sull'innovazione dell'economia e dell'agricoltura, sulla maggior apertura al mondo e alla democrazia, sullo smantellamento dell'arsenale nucleare, non si concretizzarono fino in fondo, però, per via della dissoluzione dell'Unione Sovietica, che avvenne con tempi molto più rapidi di quanto lui aveva previsto, estromettendolo di fatto da ogni carica nel 1991, quando tutte le ex repubbliche sovietiche dichiararono l'indipendenza. Il regista tedesco Werner Herzog lo ha incontrato in tre occasioni nell'arco di sei mesi per intervistarlo: e dalle loro lunghe chiacchierate, integrate con video e materiali di repertorio, nasce questo ritratto a 360 gradi che illustra l'intera vita dell'uomo politico, dalle umili origini in un villaggio di campagna alla scalata nei ranghi del partito comunista (dove si differenziava da tutti gli altri per le idee innovative, la visione allargata e le capacità di cogliere lo spirito del tempo), dal periodo delle riforme (in cui trasformò il rapporto dell'URSS con l'Occidente e gli Stati Uniti, lavorando al dialogo e al disarmo nucleare) a momenti chiave come la catastrofe di Chernobyl o il colpo di stato dell'agosto 1991, fino a un bilancio del panorama odierno, a proposito del quale l'ex capo di stato non nasconde una certa amarezza per il ritorno dei nazionalismi e l'attuale ricrescita della tensione fra USA, Russia e Cina. Herzog – che ammira Gorbaciov anche perché si deve in gran parte a lui, in fondo, la riunificazione della Germania – si fa quasi da parte, lasciando i riflettori all'ex segretario del PCUS (il titolo originale, a differenza di quello italiano, non menziona il regista) e lo rende protagonista di un ritratto che scava nell'uomo più che nel politico, tratteggiandolo come una "figura tragica": il risultato è una pellicola narrativa e umanistica prima che documentaristica o giornalistica, che ne celebra le gesta ma ne sottolinea anche il dolore per la morte della moglie o il rammarico e il pentimento per alcuni errori di valutazione commessi.

1 settembre 2020

Opera senza autore (F. Henckel von Donnersmarck, 2018)

Opera senza autore (Werk ohne Autor)
di Florian Henckel von Donnersmarck – Germania 2018
con Tom Schilling, Sebastian Koch
***

Visto in divx alla Fogona.

La vita di un giovane pittore, Kurt Barnert (Schilling), raccontata attraverso le trasformazioni della Germania nell'arco di 30 anni: dalla Dresda del 1937 durante l'ascesa nazista, alle tragedie della seconda guerra mondiale, all'avvento della DDR socialista, alla fuga nella BRD del boom economico. La sua vicenda si intreccia con quella del professor Carl Seeband (Koch), primario di ginecologia che si compromette con il regime nazista, entra nelle SS e collabora al programma di eugenetica, per poi riciclarsi durante il comunismo. Ma al centro della lunga pellicola (tre ore), ancora più degli eventi storici (che fanno solo da sfondo, fornendo il contesto – la tela – sulla quale dipingere) c'è il concetto di arte e il suo legame con l'identità, la ricerca dell'espressione artistica del proprio "io", temi che mi hanno fatto pensare a un'altra pellicola che – nonostante lo stile completamente diverso – affronta lo stesso argomento, "Achille e la tartaruga" di Takeshi Kitano. Al terzo film e dopo il passo falso di "The tourist", Henckel von Donnersmarck torna, se non ai livelli del suo lavoro d'esordio, "Le vite degli altri" (da cui riprende uno degli interpreti, Sebastian Koch), quantomeno alle stesse ambizioni e alla sua qualità nel ritrarre alcuni periodi delicati ma importanti della storia tedesca. Incoraggiato nelle proprie velleità artistiche sin da piccolo dalla giovane zia Elisabeth (che, per la sua pazzia, verrà internata e poi "soppressa" in un campo di concentramento), il protagonista si interessa all'arte moderna, considerata "degenerata" dai nazisti perché mostra un lato deforme e perturbante della realtà. "Questo sapresti farlo anche tu", dice – davanti a un Kandinsky – una guida tedesca a un Kurt ancora bambino. Le cose non migliorano sotto il comunismo, quando Kurt comincia a frequentare l'accademia di belle arti: ogni personalismo è scoraggiato e l'unico stile che è permesso seguire è il realismo socialista, una forma che celebra il popolo ma annulla l'individuo, rendendo gli artisti indistinguibili gli uni dagli altri. Sarà anche per sfuggire a quella che ritiene "pura decorazione", e alla ricerca della verità artistica, che Kurt – con la sua novella sposa Ellie (Paula Beer), figlia di Seeband – fuggirà all'ovest poco prima della costruzione del muro, nel 1961. Si stabilirà a Düsseldorf, epicentro delle correnti più innovative dell'arte moderna tedesca, ma anche qui farà fatica a trovare la propria strada. Dopo molti tentativi sempre più forzatamente originali e bizzarri, tornerà alle basi, ispirandosi a quelle fotografie amatoriali che, a loro modo, esprimono più "verità" di ogni dipinto artificioso e programmatico. E curiosamente troverà il proprio "io" in uno stile artistico in cui i critici, invece, vedono una semplice copia del mondo, la rinuncia a esprimere la personalità del pittore e il suo vissuto autobiografico, creando così "opere senza autore" (e lui glielo lascia credere, mentendo spudoratamente durante la conferenza stampa di presentazione della sua prima esposizione). Il soggetto è ispirato alla vita reale del pittore Gerhard Richter e alla sua biografia firmata da Jürgen Schreiber. Oliver Masucci interpreta l'eccentrico insegnante d'arte Antonius van Verten, a sua volta ispirato a Joseph Beuys. Ottime la regia e la confezione, anche se la fotografia di Caleb Deschanel (peraltro nominata all'Oscar) pecca forse per un eccesso di correzione digitale.

2 agosto 2020

Good bye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003)

Good bye, Lenin! (id.)
di Wolfgang Becker – Germania 2003
con Daniel Brühl, Katrin Sass
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Colpita da infarto nell'ottobre del 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino, Christiane Kerner (Katrin Sass) finisce in coma e si risveglia otto mesi più tardi, quando la sua adorata Germania Est non esiste più. Per difenderla da uno shock che potrebbe risultarle fatale, il figlio Alex (Daniel Brühl) si ingegna allora in ogni modo per farle credere che la DDR e il socialismo siano ancora più in salute che mai, conservando il vecchio arredamento della casa, confezionando falsi telegiornali (insieme all'amico Denis, aspirante cineasta), procurandosi quotidiani e confezioni di alimenti uguali a quelli di un tempo (a partire dai cetrioli tanto amati dalla madre, ormai fuori commercio)... Enorme successo di pubblico per una pellicola che gioca con il sentimento della "Ostalgie", ovvero il nostalgico ricordo per la Germania orientale prima della riunificazione, che fra le altre cose (come il commercio di memorabilia) ha generato anche una vasta produzione culturale di cui questo film è forse il titolo più emblematico. Al di là del tema del rapporto fra madre e figlio, con questi che giunge a "creare" o a plasmare un intero mondo pur di farla vivere in una "bolla protetta" (l'inverso, cioè, di quanto accade di solito nel periodo dell'infanzia), e delle riflessioni sulla verità e sulla relatività della realtà che percepiamo (in linea con la disinformazione e l'occultamento, attività tipiche dei regimi totalitari), l'aspetto più interessante è proprio la prospettiva personale di un evento storico: e come tale il film è persino più gradevole da vedere oggi che alla sua uscita, quando i fatti narrati erano ancora troppo vicini e dunque lo si poteva considerare come una semplice commedia di costume, in fondo nemmeno così divertente (ricordo che quando lo vidi per la prima volta rimasi deluso perché non si rideva più di tanto). Interessanti i molteplici riferimenti ai "miti" dell'est (a partire dal cosmonauta tedesco Sigmund Jähn, che Alex idolatrava da bambino, passando per i cartoni animati locali, le automobili Trabant, le marche e i prodotti alimentari), e divertenti i capovolgimenti di ruoli che il ragazzo è costretto a inventare per giustificare alcuni evidenti cambiamenti agli occhi della madre (la Coca-Cola che in realtà si scopre essere una "bevanda socialista", l'arrivo continuo di "profughi dall'Ovest"). Il titolo del film si riferisce alla celebre scena in cui Christiane è salutata da una gigantesca statua di Lenin portata via da un elicottero, che richiama evidentemente l'altrettanto celebre incipit de "La dolce vita" di Fellini o forse una sequenza analoga de "La doppia vita di Veronica" di Kieślowski. Numerose anche le citazioni del cinema di Kubrick (da "2001", menzionato esplicitamente da Denis, ad "Arancia meccanica" nella scena accelerata con musica di Rossini) e di Billy Wilder (l'arrivo della Coca-Cola a Berlino Est ricorda "Uno, due, tre!"). La colonna sonora è di Yann Tiersen. Nonostante il successo di questa pellicola (uno dei maggiori del cinema tedesco), il regista Wolfgang Becker è praticamente scomparso dalle scene, e da allora ha girato solo un altro lungometraggio (nel 2015).

21 giugno 2018

Cold war (Paweł Pawlikowski, 2018)

Cold war (Zimna wojna)
di Paweł Pawlikowski – Polonia/F/GB 2018
con Tomasz Kot, Agata Kulesza
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nella Polonia del dopoguerra, il musicista Wiktor (Tomasz Kot), fondatore di una compagnia di canto e ballo che recupera e porta in scena i motivi e le danze popolari del paese, si innamora – ricambiato – di Zula (Joanna Kulig), una delle ragazze della compagnia. Quando lui, di fronte alla sempre più ingombrante invadenza del regime comunista (che ne condiziona anche le scelte artistiche), sceglierà di fuggire in Occidente, comincerà un periodo di separazioni e di ricomposizioni, di allontanamenti e riavvicinamenti, prima che entrambi scoprano che la loro anima risiede in patria e che a Parigi, nonostante la maggiore libertà, la loro relazione è a rischio... Girando (come il precedente "Ida") in 4:3 e in un purissimo bianco e nero, e ispirandosi liberamente alla vita dei propri genitori (alla cui memoria dedica il film), Pawlikowski racconta una sentitissima e travagliata storia d'amore che si dipana dal 1949 al 1964 dai due lati della cortina di ferro. Ma il tema non è quello dell'ideologia o della politica. La pellicola parla soprattutto di identità: quella profonda delle radici contadine del paese, che si riflette nei canti e nei balli raccolti da Wiktor e Irena nelle campagne della Polonia, che i burocrati del partito vogliono alterare e "sporcare" con la propaganda di regime; e quella dei singoli individui, che la smarriscono quando si trovano all'estero. Per questo motivo prima Zula e poi Wiktor (che sarà arrestato come dissidente) sceglieranno di far ritorno volontariamente in Polonia. La perdita dell'anima e dell'identità può avvenire sotto diversi aspetti: da quello artistico (i canti spontanei lasciano il posto a canzonette farlocche e costruite a tavolino, il folk si contamina con il jazz e il kitsch, con il culmine che si raggiunge nell'esibizione "messicana" di Zula con tanto di parrucca) a quello spirituale (la ragazza sposa un commerciante italiano per poter espatriare, e poi un burocrate del partito per aiutare Wiktor a uscire di prigione: tutti matrimoni che per lei non hanno comunque valore, visto che non sono stati celebrati in una chiesa, a differenza di quello che i due protagonisti inscenano da soli in una cattedrale diroccata nel finale). Premiato a Cannes per la miglior regia, il film è diretto in modo magistrale ed elegante, segue i suoi personaggi lungo gli anni (attraverso occasionali dissolvenze in nero) senza sbavature o forzature, e anzi rievocando alla perfezione l'epoca in cui si svolgono le vicende e rendendo vive sia le scene ambientate in Polonia che quelle, quasi da Nouvelle Vague, in una Parigi multiculturale e sbarazzina. Magnifiche, fra le tante, la sequenze che mostrano la chiesa diroccata sotto la neve (quasi tarkovskiana) o quella che, all'improvviso, spunta dalla penombra durante un giro in battello sulla Senna; ma anche la danza forsennata e da ubriaca di Zula in un night club parigino, che contrasta con quelle, pulite e coreografate, sui palcoscenici dei festival del regime. Nel cast anche Agata Kulesza (la collega di Wiktor), Borys Szyc (il rappresentante del partito), Cédric Kahn (il discografico Michel) e Jeanne Balibar (la poetessa Juliette).

19 febbraio 2018

La forma dell'acqua (Guillermo del Toro, 2017)

La forma dell'acqua (The Shape of Water)
di Guillermo del Toro – USA 2017
con Sally Hawkins, Michael Shannon
***

Visto al cinema Colosseo, con Giovanni e Sabrina.

A Baltimora, nei primi anni sessanta, l'umile, muta e sognante Elisa (Sally Hawkins) lavora come addetta alle pulizie nel laboratorio scientifico-militare dove è tenuta prigioniera una stupefacente creatura anfibia, catturata in Sudamerica dove era adorata dagli indios come un dio. Pur essendo entrambi privi della parola, i due entreranno in contatto e si innamoreranno. E la ragazza lo aiuterà a fuggire e a recuperare la libertà. Una fiaba romantica, fantastica e vintage, che illustra come superare le barriere dell'incomunicabilità e della solitudine: attraverso l'empatia e l'amore (anche se i primi approcci avvengono per mezzo del cibo e della musica, e l'acqua rimane un elemento che avvolge tutto e accomuna in più punti di due protagonisti). Con una trama forse non originalissima (chi ha detto "Free Willy"?) ma comunque ricca di spunti, e uno stile che ricorda "Il fantastico mondo di Amelie" e i lavori di Tim Burton (ma superiore a entrambi, visto che riesce ad evitare tutte le trappole della melassa o della retorica), Del Toro realizza una sorta di sequel non ufficiale de "Il mostro della laguna nera", il classico monster movie degli anni cinquanta di cui il regista è un fan sin dall'infanzia (e in effetti, per un breve periodo, è stato in trattativa con la Universal per realizzare proprio un remake di quel titolo), immaginando che la storia d'amore fra la bella e la bestia vada a buon fine. Proprio l'ambientazione temporale – siamo in piena guerra fredda (si citano i missili su Cuba e il primo uomo nello spazio, permettendoci di collocare la vicenda nel 1962 o subito dopo: e in effetti gli scienziati vogliono studiare il mostro nella speranza di scoprire qualcosa che consenta di vincere la corsa allo spazio con i sovietici, fino ad allora in vantaggio; nel cinema sotto la casa di Elisa si proiettano "La storia di Ruth" (1960) e "Martedì grasso" (1958), ma non è detto che siano prime visioni) – viene usata in più modi: come collegamento metafilmico al materiale di ispirazione ("Il mostro della laguna nera", appunto), come ausilio alla caratterizzazione dei personaggi, come sorgente di spunti narrativi, ma anche come elemento estetico e creativo (i colori, la musica, la cultura di quell'epoca, con tutte le sue ingenuità e contraddizioni). Da segnalare anche la sequenza onirica in cui Elisa e il mostro ballano sul set di un musical cinematografico (in bianco e nero), un omaggio a "Seguendo la flotta" con Fred Astaire e Ginger Rogers (la canzone è "You'll Never Know" di Alice Faye). Ma le citazioni cinefile sono numerosissime (oltre a quelle già citate, Giles guarda in televisione film con Shirley Temple, Betty Grable... e Ed il mulo parlante), anche indirette (le scarpette rosse di Elisa) o autoreferenziali (Del Toro aveva già ritratto una creatura anfibia in "Hellboy").

L'amore, l'emarginazione, la solitudine e le apparenze (umane o meno) sono temi che caratterizzano, nel bene o nel male, tutti i personaggi: da Giles (Richard Jenkins), anziano pittore gay e vicino di casa di Elisa, innamorato di un giovane barista e che deve lottare con i pregiudizi (i suoi e degli altri), a Zelda (Octavia Spencer), logorroica collega di Elisa, persona marginalizzata e "invisibile" per eccellenza negli Stati Uniti di quel periodo (donna, nera, povera); dal colonnello Strickland (Michael Shannon), che dirige la base con il pugno di ferro, quanto mai conformista in un periodo in cui ogni devianza era vista con sospetto (e infatti la sua famiglia, la sua casa, la sua automobile sembrano uscite da brochure pubblicitarie di quegli anni), a Bob/Dimitri (Michael Stuhlbarg), la spia russa infiltrata fra gli scienziati, che aiuta Eliza a far fuggire il mostro dal laboratorio. Oltre che romantica, la pellicola è nostalgica, emozionante e coinvolgente, ma mai melensa (anzi, non si tira indietro di fronte ad argomenti come il sesso – uno degli elementi che ci parlano della solitudine di Elisa è il suo rituale di masturbazione mattutino, naturalmente nella vasca piena d'acqua: quella stessa vasca dove farà poi l'amore per la prima volta con la creatura; per il "cattivo" Strickland, invece, il sesso è un atto di dominazione e di controllo, tanto che tappa la bocca alla moglie mentre fanno l'amore, e manifesta interesse anche per Elisa solo perché è muta). E non mancano brevi tocchi di gore (le dita staccate di Strickland, il cui andare in cancrena simboleggia la caduta progressiva dell'uomo verso il baratro; il gatto divorato), per ricordarci che si tratta comunque di un film per adulti. Certo, l'idea che anche un laboratorio segreto come quello in cui è custodito il mostro abbia bisogno di addetti alle pulizie è al tempo stesso realistica e da nerd (ricorda la discussione in "Clerks" sugli operai impiegati nella costruzione della Morte Nera). Nonostante un cast di nomi poco noti (sotto il costume della creatura anfibia si cela Doug Jones, habitué per personaggi simili nei film di Del Toro), il film ha riscosso un enorme successo di critica, vincendo a sorpresa il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia (dove raramente vengono premiati film di genere) e conquistando ben tredici nomination agli Oscar (mi resta il sospetto che, se fosse uscito negli anni ottanta, se le sarebbe sognate): l'unico lavoro di Del Toro ad avere in precedenza ricevuto un tale riscontro critico era stato "Il labirinto del fauno" nel 2007 (che vinse tre Oscar sui sei nomination). Fondamentale la fotografia di Dan Laustsen, che dona una suggestione acquatica a ogni scena (anche nella scelta dei colori, persino per l'automobile di Strickland!), così come la colonna sonora di Alexandre Desplat.

17 dicembre 2017

Senza via di scampo (R. Donaldson, 1987)

Senza via di scampo (No Way Out)
di Roger Donaldson – USA 1987
con Kevin Costner, Gene Hackman
**

Visto in divx.

L'ufficiale di marina Tom Farrell (Costner), convocato a Washington nell'entourage del potente segretario alla difesa David Brice (Hackman), viene incaricato da questi di scoprire l'identità di una fantomatica spia russa che si nasconderebbe fra il personale del Pentagono, cui vorrebbe addossare la colpa dell'omicidio della sua amante Susan Atwell (Sean Young). A ucciderla è stato in realtà lo stesso Brice, in preda a uno scatto di gelosia dopo aver scoperto che la donna aveva trascorso il weekend con un altro uomo. Ignora però che quest'ultimo era proprio Tom: il quale, costretto a indagare su sé stesso, cercherà disperatamente una prova che possa scagionarlo prima che la sua identità venga rivelata. Dal romanzo "The big clock" di Kenneth Fearing, già portato mirabilmente sullo schermo da John Farrow nel 1948 ("Il tempo si è fermato"), un remake che ne sposta il setting dal mondo dell'editoria a quello politico-militare, mutandone le atmosfere noir in un thriller da guerra fredda. Ma il meccanismo narrativo funziona solo in parte: molte sono le svolte inverosimili o incoerenti, i personaggi mancano di credibilità e l'insieme è tenuto a galla soltanto dal buon ritmo (non aiuta il fatto che le ricerche avvengano per mezzo di computer e sistemi informatici che all'epoca potevano sembrare rivoluzionari ma oggi appaiono lenti e datati). Unica sorpresa – superflua e alquanto fine a sé stessa, però – il colpo di scena finale sulla vera identità di Tom. Will Patton è Scott Pritchard, il braccio destro tuttofare (e gay) di Brice. Nel cast anche George Dzundza, Howard Duff e la modella somala Iman.

8 giugno 2017

Uomini veri (Philip Kaufman, 1983)

Uomini veri (The right stuff)
di Philip Kaufman – USA 1983
con Sam Shepard, Ed Harris
**1/2

Visto in TV.

Tratto da un saggio di Tom Wolfe, il film racconta la storia dei primi sette astronauti americani, i piloti collaudatori delle missioni Mercury con cui la NASA, dal 1959 al 1963, inviò per la prima volta delle capsule nello spazio, dapprima senza equipaggio (o con uno scimpanzé) e poi con un uomo a bordo, nel tentativo di reggere il passo dei sovietici che nel frattempo, aveva mandato in orbita il primo satellite artificiale (lo Sputnik nel 1957) e poi il primo uomo (Yuri Gagarin nel 1961). La pellicola prende l'avvio nel 1949, quando il pilota dell'aeronautica Chuck Yeager (Sam Shepard), volando sopra il deserto della California, superò per la prima volta il muro del suono; e si conclude nel 1963, quando Gordon Cooper (Dennis Quaid), stabilendo il record di 22 orbite attorno alla Terra, fu l'ultimo astronauta ad andare nello spazio da solo (le successive missioni Gemini e Apollo prevederanno tutti equipaggi di almeno due membri). Pur caratterizzata da toni epici e agiografici nel celebrare il coraggio di questi moderni eroi americani (ancor più che i successi tecnologici della NASA), la lunga pellicola (oltre tre ore di durata, senza peraltro risultare mai noiosa) non è una semplice ricostruzione documentaristica dei voli Mercury ma si prende il suo tempo per caratterizzare i vari astronauti fra pregi e difetti, testosterone e spirito di squadra, orgoglio e spacconate, così come il supporto delle loro famiglie (essenzialmente mogli e compagne), le rivalità interne (fra piloti dell'aeronautica, della marina o semplici collaudatori), gli screzi con gli scienziati e i politici (rappresentati a volte in maniera irridente: particolarmente negativo è il ritratto di Lyndon Johnson, allora vicepresidente) e naturalmente il rapporto con la stampa (un elemento fondamentale delle missioni, anche in chiave di guerra fredda, fu infatti quello mediatico). Anche se manca un vero protagonista (il film è corale), fra le figure che risaltano di più ci sono quelle di Cooper, di John Glenn (Ed Harris), di Alan Shepard (Scott Glenn) e di Virgil "Gus" Grissom (Fred Ward). Gli altri astronauti sono Wally Schirra (Lance Henriksen), Kent Slayton (Scott Paulin) e Scott Carpenter (Charles Frank). Fra mogli e fidanzate figurano Barbara Hershey, Mary Jo Deschanel, Veronica Cartwright e Pamela Reed. Harry Shearer e Jeff Goldblum sono i due reclutatori della NASA. Dal punto di vista dell'accuratezza storica, alcuni passaggi hanno sollevato qualche perplessità (in particolare l'episodio dell'ammaraggio di un Gus Grissom in preda al panico), ma la potenza e il significato degli eventi restano intatti, veicolati in maniera efficace da una regia che pur mantenendo una certa ambizione va dritta al sodo, senza perdersi in svolazzi e divagazioni. Quattro premi Oscar (colonna sonora, montaggio, sonoro e montaggio sonoro) più altre quattro nomination (fra cui miglior film).

17 febbraio 2017

Osterman weekend (Sam Peckinpah, 1983)

Osterman Weekend (The Osterman Weekend)
di Sam Peckinpah – USA 1983
con Rutger Hauer, John Hurt
**

Rivisto in DVD.

L'anchorman televisivo John Tanner (Rutger Hauer) viene contattato dall'agente della CIA Lawrence Fassett (John Hurt), che gli rivela come tre dei suoi migliori amici – ex compagni di università che come ogni anno si appresta ad ospitare nel suo villino per trascorrere il weekend insieme – siano in realtà delle spie al servizio del KGB. Tanner lascia dunque che la propria casa venga riempita di microfoni, telecamere e schermi nascosti per consentire a Fassett e ai suoi uomini di tenere d'occhio tutto quanto accadrà nei due giorni: e nel frattempo cerca di capire quale dei tre amici potrebbe essere più facilmente "comprato" e convinto a cambiare nuovamente bandiera. Naturalmente, il weekend si svolge all'insegna delle tensioni più o meno sotterranee... Da un romanzo di Robert Ludlum, l'ultimo, confuso e fallimentare film di Sam Peckinpah. Il vecchio Sam, inviso a tutti i produttori e piagato da problemi di salute (e dalla dipendenza dall'alcol e dalle droghe), non lavorava ormai da cinque anni, e pur di tornare dietro la macchina da presa accettò uno script che lo convinceva ben poco. Ma se il film ha tanti difetti (la sceneggiatura manca di ritmo ed equilibrio, i buchi logici abbondano, la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga quando non è proprio priva di senso), la regia riesce a tenere botta almeno nelle scene d'azione, quelle della guerriglia notturna fuori e dentro la casa di Tanner (una home invasion che ricorda "Cane di paglia"). E i temi di fondo riecheggiano quelli cari da sempre a Peckinpah: l'amicizia tradita, la perdita dei valori, la fine di un mondo (con la falsa etica dei giorni nostri), l'ambiguità fra bene e male (la pellicola cambia continuamente le carte in tavola su chi siano i buoni e chi i cattivi), lo sberleffo finale, cui si aggiungono quelli – nuovi per lui, ma quanto mai d'attualità – della tecnologia usata per sorvegliare e ascoltare tutti, dell'invadenza della televisione e dei mass media, della fabbricazione della verità a uso e consumo di un pubblico invisibile o disposto a farsi ingannare ("La verità è una bugia che non è ancora stata scoperta", dice uno dei personaggi). Il voyeurismo e la necessità degli agenti dell'FBI di spiare e controllare ogni cosa raggiunge in culmine quando Fassett, sui suoi tanti monitor, contemporaneamente spia quello che accade nella casa e guarda una partita di football. Se non propriamente bello, il film è dunque almeno interessante e, se vogliamo, uno dei lavori più "filosofici" del regista. Ovviamente gli fu tolto il montaggio finale, e molte scene da lui dirette (compreso l'incipit) furono eliminate. Peckinpah morirà l'anno seguente, nel 1984. Buono il cast, con diversi attori importanti che accettarono un compenso ridotto pur di lavorare col vecchio Sam: Burt Lancaster è Danforth, il capo della CIA; Craig T. Nelson (Osterman), Dennis Hopper (Tremayne) e Chris Sarandon (Cardone) sono i tre amici di Tanner; Meg Foster, Cheryl Carter e Helen Shaver sono le mogli.

5 settembre 2016

Uno, due, tre! (Billy Wilder, 1961)

Uno, due, tre! (One, Two, Three)
di Billy Wilder – USA 1961
con James Cagney, Horst Buchholz
***

Visto in DVD, con Daniela e Sabrina.

C.R. MacNamara (Cagney), direttore dello stabilimento di Berlino Ovest della Coca-Cola, viene incaricato dal presidente della società di tenere d'occhio Scarlett (Rossella nella versione italiana, per mantenere il riferimento a "Via col vento"), la sua scapestrata figlia diciassettenne, che sta visitando l'Europa e ha la tendenza a trovarsi fidanzati ovunque. Ovviamente la ragazza (Pamela Tiffin), sfuggita al controllo dell'uomo, si innamora di Otto (Horst Buchholz), giovane comunista della Germania Est, e non solo lo sposa ma si ritrova anche subito incinta. Come spiegarlo al padre? Scatenata farsa che piega le dinamiche della guerra fredda ai ritmi e alle gag dalla commedia slapstick. Cagney (al suo penultimo film: l'ultimo sarà "Ragtime", vent'anni dopo), protagonista assoluto e straordinario, manovra dietro le quinte la "trasformazione" di Otto da rivoluzionario socialista a perfetto gentiluomo capitalista, per renderlo più "accettabile" agli occhi del futuro suocero, organizzando una pantomina non dissimile da quelle dei classici film di Capra "Signora per un giorno" (1933) e "Angeli con la pistola" (uscito nello stesso 1961), anche se il cinismo di Wilder – per non parlare del ritmo frenetico della pellicola – rende il tutto molto più divertente. Fra i tormentoni, da ricordare l'orologio a cucù "patriottico" di McNamara, con lo zio Sam che esce a ogni rintocco per scandire le ore che mancano all'arrivo del padre di Rossella. Molti, e azzeccati, i personaggi di contorno: dalla bella segretaria svampita Ingeborg (Liselotte Pulver, in un ruolo che sembrava scritto apposta per Marilyn Monroe) ai tre agenti russi con i quali McNamara discute l'espansione della Coca-Cola oltre la cortina di ferro; dall'efficiente segretario Schlemmer (Hanns Lothar), con un passato nelle SS e che batte i tacchi ogni volta che riceve un ordine, alla moglie del protagonista, Phyllis (Arlene Francis), che minaccia di lasciarlo dietro le quinte (ma ci sarà un relativo lieto fine). Il soggetto è liberamente tratto da una commedia teatrale di Ferenc Molnár (anche se gli elementi di satira politica sul comunismo ricordano in parte "Ninotchka", film co-sceneggiato dallo stesso Wilder). Le gag, in ogni caso, colpiscono in ogni direzione (gli slogan del bolscevismo e le strategie delle multinazionali, il patriottismo americano e il razzismo della Georgia, le infedeltà extraconiugali e la corruzione degli impiegati statali, l'ipocrisia dell'alta società e i favoritismi sul posto di lavoro). Nella colonna sonora spicca la "Danza delle sciabole" di Kachaturian, un perfetto commento musicale alle scene più concitate (come l'inseguimento e la fuga in auto da Berlino Est). Curiosità: il film fu girato appena prima che venisse eretto il muro di Berlino, che dunque non appare sullo schermo (il passaggio fra le due parti della città è nei pressi della porta di Brandeburgo). Quando la pellicola uscì nelle sale, la costruzione del muro aveva fatto salire la tensione alle stelle e pertanto il suo tono leggero fu considerato poco appropriato da pubblico e critica.

28 marzo 2016

Conto alla rovescia (R. Altman, 1968)

Conto alla rovescia (Countdown)
di Robert Altman – USA 1968
con James Caan, Robert Duvall
**

Visto in divx.

Per anticipare i sovietici, che stanno per inviare sulla Luna una capsula con tre cosmonauti, la NASA accelera a sua volta il programma segreto Pilgrim: con sole tre settimane di addestramento verrà lanciato sul satellite l'astronauta civile Lee Stegler (James Caan), scelto a discapito dell'amico Chiz (Robert Duvall) perché quest'ultimo è un militare e gli Stati Uniti non vogliono – al pari dei russi – dare l'impressione che la conquista della Luna abbia connotazioni belliche. Fra Lee e Chiz scoppia un'accesa rivalità, ma alla fine il secondo accetta di addestrare il primo per la difficile missione. Un film di hard science fiction che segna il ritorno di Altman al cinema dopo un paio di tentativi senza successo e un decennio trascorso a lavorare per lo più in televisione. La pellicola affronta un tema che era quanto mai di attualità, visto che in quegli anni la guerra fredda si combatteva anche nello spazio e la conquista della Luna era ormai percepita da tutti come imminente (avverrà infatti l'anno dopo). In ogni caso, rispetto a quella dell'Apollo 11, il film (tratto da un romanzo di Hank Searls) racconta una missione leggermente diversa: gli americani inviano un solo uomo sulla Luna (i russi tre), e questi dovrà rimanere sul satellite per quasi un anno, all'interno di un "rifugio" lanciato in precedenza, in attesa che una capsula successiva giunga a riprenderlo. Pur realizzato con un budget notevolmente basso, la pellicola è ben curata dal punto di vista scientifico, anche se tutto sembra su "piccola scala", compresa l'organizzazione della NASA (che ha collaborato alla realizzazione). Peccato che sia nel complesso poco emozionante, con poca suspense e con personaggi debolmente caratterizzati (il rapporto fra Lee e Chiz si basa solo sulla loro amicizia/rivalità): si salva la scena in cui Lee, sulla Luna, trova i cosmonauti russi morti ed espone la bandiera sovietica insieme a quella americana. La colonna sonora è di Leonard Rosenman. Ad Altman fu rifiutato il montaggio finale.

23 gennaio 2016

Il ponte delle spie (S. Spielberg, 2015)

Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
di Steven Spielberg – USA 2015
con Tom Hanks, Mark Rylance
**

Visto al cinema Arlecchino.

Nel 1957, in piena guerra fredda, il governo degli Stati Uniti identifica e cattura a New York una presunta spia russa, Rudolf Abel (Rylance). Il malcapitato compito di difenderla al processo tocca all'avvocato James Donovan (Hanks), che fa quel che può per garantirgli quei diritti costituzionali che nessuno sembra volergli riconoscere. Ma il coinvolgimento di Donovan non termina con la condanna di Abel: l'avvocato viene infatti incaricato di negoziare la sua consegna ai sovietici in cambio di un soldato americano, il pilota Francis Gary Powers (Austin Stowell), il cui aereo è stato abbattuto dai russi. Lo scambio, che giustifica il titolo del film, avverrà sul Ponte di Glienicke, tra Berlino Ovest e Berlino Est. Da una storia vera, un film che gronda retorica spielberghiana: in primis a favore della costituzione (con Donovan solo contro tutti, in un clima di caccia alle streghe: immancabili le scene con la famiglia e i bambini del protagonista messi in pericolo a causa della sua integerrimità), e poi – quando l'azione si sposta in Germania – nel mettere in luce le fondamentali differenze fra lo stile di vita americano e quello del blocco sovietico (la scena in cui Donovan assiste alla fucilazione dei disperati che tentano di scavalcare il muro di Berlino, appena costruito, è messa a confronto con quella analoga, nel finale, in cui attraversa i quartieri di Brooklyn a bordo della metropolitana). Agiografico (Donovan, come lo definisce lo stesso Abel, è un uomo "tutto d'un pezzo"), ideologico (come in "Salvate il soldato Ryan", ogni singolo americano, persino il più umile – lì un soldato semplice, qui lo studente Frederic Pryor, catturato dalla Stasi e che Donovan insiste nell'includere nello scambio – merita di essere salvato a ogni costo, anche correndo il rischio di mettere a repentaglio l'intera missione) e appunto retorico (le due scene nel vagone del treno in cui i passeggeri riconoscono il volto dell'avvocato dai giornali, biasimandolo o ammirandolo a seconda delle circostanze). Di tutti i personaggi, quello più interessante è proprio il "colonnello" Abel, la spia sovietica, con il suo fatalismo ("Servirebbe?" risponde quando gli si chiede se è preoccupato), la sua umanità, il suo basso profilo (è quanto mai lontano dalle classiche figure di spie alla James Bond), le sue abitudini (la pittura, il fumo): a differenza delle figure che Donovan incontra a Berlino, vere e proprie macchiette, contribuisce a dare una dimensione più tragica e umana alle dinamiche dell'epoca della guerra fredda. Impeccabili, come sempre quando si tratta di Spielberg, regia, fotografia e confezione in generale. La sceneggiatura, tesa quanto basta, è di Matt Charman e dei fratelli Coen.

9 aprile 2014

A prova di errore (Sidney Lumet, 1964)

A prova di errore (Fail-safe)
di Sidney Lumet – USA 1964
con Henry Fonda, Dan O'Herlihy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

In piena Guerra Fredda, il sistema automatizzato che gestisce la difesa degli Stati Uniti e le procedure per una rappresaglia in caso di attacco termonucleare da parte dei russi sembra davvero essere "a prova di errore". Eppure, qualcosa va storto: e uno stormo di sei bombardieri americani di stanza in Alaska, dotati ciascuno di due testate atomiche, riceve l'ordine irrevocabile di andare a bombardare Mosca. Dopo frenetiche consultazioni fra politici, scienziati e militari, il presidente degli Stati Uniti (Henry Fonda) telefona al suo omologo sovietico, offrendosi di aiutare i russi ad abbattere gli aerei americani. Ma quando uno dei bombardieri riuscirà ad eludere ogni difesa e raggiungere Mosca, al presidente non resterà che compiere un ultimo e terribile sacrificio pur di dimostrare la propria buona fede ed evitare lo scoppio della guerra. Thriller di fantapolitica tratto da un romanzo di Eugene Burdick ed Harvey Wheeler e uscito nello stesso anno de "Il dottor Stranamore" di Stanley Kubrick, ne propone praticamente la stessa storia (c'è persino un accenno a un ordigno "fine di mondo", in grado di contrattaccare anche dopo un'eventuale sconfitta) e ne affronta gli stessi temi, sia pure trattandoli in chiave drammatica e realistica anziché satirica e grottesca, al punto che ci furono cause incrociate: Peter George, autore del romanzo "Red Alert" da cui era stato tratto "Il dottor Stranamore", accusò Burdick e Wheeler di averlo plagiato, mentre Kubrick riuscì a convincere i produttori a ritardare l'uscita del film di Lumet, inizialmente prevista prima del suo (entrambe le pellicole erano curiosamente state messe in cantiere dalla Columbia Pictures). Eclissato, sia al momento della sua uscita che nel corso degli anni successivi, dalla fama del film di Kubrick, "A prova di errore" merita invece un convinto recupero, tanto come documento della tensione e della paranoia di quegli anni, di poco successivi alla crisi dei missili cubani (la descrizione dell'evolversi di una crisi nucleare lascia con il fiato sospeso), quanto per le sue qualità cinematografiche: merito del taglio teatrale della messinscena, della regia lucida di Lumet, delle scenografie asettiche, della recitazione intensa, e soprattutto della contrastata fotografia in bianco e nero di Gerald Hirschfeld, che si esalta nelle inquadrature claustrofobiche e nei primi piani ravvicinatissimi dei volti dei personaggi. Perdonabili alcune inaccuratezze dal punto di vista tecnico e militare, visto che il film venne girato con un budget assai limitato e senza alcuna assistenza da parte del dipartimento della difesa o dell'aviazione statunitense, che rifiutarono di collaborare per il timore di possibili ricadute negative.

La sceneggiatura di Walter Bernstein (sulla lista nera di McCarthy negli anni cinquanta per le sue simpatie di sinistra), che intende mostrare tutta la follia di una possibile guerra termonucleare, non mette a confronto le differenti ideologie fra russi e americani ma, anzi, le comuni paure, il desiderio di "fidarsi" e di fare di tutto pur di evitare una guerra. Eppure, e questo è il messaggio del film, la fiducia e il buon senso degli uomini potrebbero non bastare quando ci si affida troppo alle macchine e a un'organizzazione dove basta un piccolo errore (voluto o meno) per mettere in moto un meccanismo irrevocabile e fuori controllo. Quasi tutta l'azione si svolge in interni e in soli tre ambienti (il bunker sotterraneo della Casa Bianca, la sala conferenze del Pentagono e il quartier generale del comando strategico dell'aviazione militare), dai quali i personaggi si parlano attraverso telefoni e interfoni, e sui cui grandi schermi osservano (sembra un videogioco!) la posizione dei bombardieri e dei caccia su una mappa. I russi, al contrario, non si vedono mai sullo schermo, anche se si odono al telefono le voci del premier, di un ambasciatore e di alcuni generali. Fonda aveva recitato per Lumet già nel suo film d'esordio, "La parola ai giurati". Walter Matthau è lo scienziato (civile) guerrafondaio, Larry Hagman (il futuro J.R. di "Dallas") è il giovane interprete del presidente, mentre un quasi esordiente Dom DeLuise ha una piccola parte nei panni del sergente che viene costretto a rivelare ai russi le informazioni necessarie ad abbattere gli aerei americani. Completano il cast Dan O'Herlihy (il generale che apre e chiude la pellicola con il suo sogno "metaforico" sul matador), Frank Overton, Ed Binns e un eccellente Fritz Weaver alla sua prima apparizione sullo schermo nei panni di Cascio, il colonnello che a un certo punto rifiuta di obbedire agli ordini. Autoironica, e non certo rassicurante, la dicitura nei titoli di coda, con cui il ministero della difesa e l'aviazione degli Stati Uniti assicurano che un "rigido sistema di sicurezza e di controlli impedirebbe il verificarsi di eventi come quelli descritti nel film". Nella realtà, comunque, un ordine di attacco non sarebbe mai stato eseguito se non confermato a voce. Nel 2000 Stephen Frears ne ha fatto un remake per la televisione, trasmesso in diretta e sempre in bianco e nero, con George Clooney, Richard Dreyfuss e Harvey Keitel.

14 luglio 2011

Testimonianza di un essere vivente (A. Kurosawa, 1955)

Testimonianza di un essere vivente, aka Vivo nella paura (Ikimono no kiroku)
di Akira Kurosawa – Giappone 1955
con Toshiro Mifune, Takashi Shimura
**

Visto in divx.

A metà degli anni cinquanta, in piena Guerra Fredda, con americani e russi che sperimentavano ordigni nucleari sempre più minacciosi e potenti (è del 1952 la prima detonazione di una Bomba H), la psicosi di un conflitto atomico si era ormai fatta strada in molte fasce della popolazione, ed era particolarmente forte soprattutto in Giappone, l’unico paese ad avere subito sulla propria pelle un bombardamento di questo tipo. Non pochi, potendoselo permettere, si facevano costruire un rifugio antiatomico privato dove rifugiarsi in caso di necessità. Il protagonista di questo film, l’arcigno e ostinato anziano Kiichi Nakajima (interpretato da un Toshiro Mifune invecchiato ad arte, con tanto di capelli bianchi, rughe ed occhiali spessi: ma risulta un po’ grottesco e non sempre credibile), proprietario di una fonderia, è talmente terrorizzato dall’ipotesi di un’imminente esplosione atomica e della contaminazione radioattiva da progettare di emigrare in Brasile con la sua numerosa famiglia (non solo quella “regolare”, ma anche i figli illegittimi avuti da tre differenti amanti). Per impedirgli di vendere l’industria di famiglia e di dissipare il proprio denaro in questo progetto, la moglie e i suoi stessi figli ricorrono al tribunale per le controversie familiari, chiedendo la sua interdizione e che venga giudicato infermo di mente. A decidere sulla spinosa questione è chiamato il dottor Harada (Takashi Shimura), un semplice dentista che di solito lavora come consulente nei casi di divorzio. Come “Il duello silenzioso” del 1949, il film fa parte della produzione ‘minore’ di Kurosawa: storie contemporanee e un po’ troppo melodrammatiche su personaggi eccentrici, ossessionati da paure più o meno irrazionali e da un generico male di vivere, ai quali il regista – con il suo consueto umanismo – guarda con una certa simpatia. Se alla resa dei conti la pellicola risulta poco appassionante e un po’ datata, il personaggio di Nakajima resta comunque impresso, con la sua complessa situazione familiare, il suo desiderio di sopravvivere a ogni costo, il suo carattere scontroso e la sua paura senza limiti che – benché condivisa anche da altri personaggi (nel finale un medico commenta: “È strano lui, o siamo strani noi che ce ne stiamo così tranquilli?”) – lo condurrà fino alla pazzia. Il tema dell’incubo nucleare farà nuovamente capolino nel cinema di Kurosawa molti anni dopo, in un paio di episodi del film “Sogni”, e naturalmente in "Rapsodia in agosto".

23 giugno 2011

X-Men: L'inizio (Matthew Vaughn, 2011)

X-Men: L'inizio (X-Men: First Class)
di Matthew Vaughn – USA/GB 2011
con James McAvoy, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Non un reboot, ma un prequel intelligente e appassionante: la franchise cinematografica degli X-Men torna alle origini e rinasce a nuova vita (pare che il film sarà il primo di una nuova trilogia) con una pellicola all'altezza di quelle di Bryan Singer (accreditato come produttore e co-autore del soggetto) che racconta il primo incontro fra i mutanti Xavier e Magneto, la nascita della loro amicizia, la creazione del primo nucleo di X-Men, lo scontro con il Club Infernale guidato da Sebastian Shaw (che mira a scatenare una guerra nucleare), e infine l'inevitabile separazione fra i due amici/rivali, destinati a seguire strade diverse con i loro rispettivi gruppi. Ottima l'ambientazione negli anni sessanta, che integra alla perfezione eventi storici (la crisi dei missili di Cuba) nella cronologia mutante, dando a tutta l'operazione un sapore retrò quasi alla James Bond. Ma soddisfa anche il modo in cui sono stati resi sullo schermo personaggi ben noti ai lettori dei fumetti. La scelta dei character che fanno parte della prima incarnazione di X-Men (Banshee, Havok, Bestia) non è casuale, visto che si tratta di personaggi che anche nei comics hanno un'età media superiore al resto del gruppo: qui vengono caratterizzati in maniera semplice ma efficace (indovinati, per esempio, i riferimenti al celebre racconto di Stevenson "Dottor Jekyll e Mister Hyde" nel caso di Hank McCoy/Bestia). Michael Fassbender convince come Magneto, mentre James McAvoy è uno Xavier assai ironico. Quanto ai nemici, nel Club Infernale affascinano anche personaggi che in tutta la pellicola diranno sì e no quattro parole (Azazel, Riptide). Ma su tutti brilla Kevin Bacon nei panni di Shaw, villain che con le sue azioni ispira quelle future di Magneto: la relatività del bene e del male, e il continuo passaggio di alcuni characters dalle file dei buoni a quelle dei cattivi è un tema che è stato perfettamente estrapolato dalle pagine cartacee allo schermo cinematografico. Evitati alla grande, per fortuna, anche i rischi di sfornare un teen movie, vista la giovane età dei principali personaggi, nonché la tentazione del 3D. Il regista Matthew Vaughn, al suo quarto film dopo "The pusher", "Stardust" e "Kick-Ass", si conferma come uno dei nomi più interessanti del cinema d'intrattenimento americano: nella scena dell'addestramento dei giovani mutanti, ricorre ironicamente agli split screen di cui Ang Lee aveva abusato nel proprio "Hulk". Bella e trascinante la colonna sonora, divertente il cameo di Hugh Jackman/Wolverine (non ho notato, invece, quello consueto di Stan Lee: se c'era, me lo sono perso). Completano il cast January Jones (la telepate Emma Frost), Jennifer Lawrence (una giovane Mystica), Rose Byrne (Moira McTaggart) e, in piccoli ruoli di militari russi e americani, Rade Serbedzija e Michael Ironside.

30 maggio 2009

Il dottor Stranamore (S. Kubrick, 1964)

Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove, or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb)
di Stanley Kubrick – GB 1964
con Peter Sellers, George C. Scott
****

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il paranoico generale americano Jack D. Ripper (ovvero "Jack lo squartatore"), convinto che i comunisti stiano avvelenando le risorse idriche del mondo e contaminando i "fluidi corporei" degli uomini liberi, ordina alla sua flotta di bombardieri nucleari di scatenare un attacco preventivo contro l'Unione Sovietica. Il Presidente degli Stati Uniti, riunito nella war room con il suo staff, cerca di risolvere la crisi coinvolgendo l'ambasciatore russo e tentando di richiamare indietro gli aerei, anche perché nel frattempo i sovietici hanno messo segretamente in funzione l'ordigno-fine-di-mondo, un deterrente che in caso di esplosione nucleare porrà fine alla vita sulla Terra. Ma uno dei bombardieri non torna alla base e riesce a sganciare il missile atomico, che il pilota cavalca come un mandriano texano (in una delle scene più famose della storia del cinema). L'ex scienziato nazista Stranamore, consigliere del presidente, ha comunque i suoi folli piani per gestire le conseguenze del disastro... Uno dei grandi capolavori di Kubrick è anche uno dei più celebri film sulla guerra fredda e sull'incubo del conflitto nucleare (la crisi dei missili di Cuba risaliva a pochi mesi prima), caratterizzato da una vena satirica che non fa sconti a nessuno, dalle performance del grande Peter Sellers che interpreta tre personaggi (il comandante Lionel Mandrake della RAF, il presidente degli Stati Uniti e naturalmente il dottor Stranamore; avrebbero dovuto essere quattro, ma all'ultimo momento il ruolo del pilota texano T.J. "King" Kong venne affidato al caratterista western Slim Pickens) e dalle inquietanti sequenze ambientate nella stanza della guerra (che in realtà non esiste: si dice che Ronald Reagan, non appena eletto presidente degli Stati Uniti e stabilitosi a Washington, abbia chiesto di visitarla: allo staff che gli spiegava che non c'era nessuna war room, avrebbe risposto: "Ma io l'ho vista in un film!", riferendosi appunto a "Stranamore").

Kubrick ebbe la grande idea di impostare la pellicola su toni umoristici e satirici che, a quanto pare, erano invece assenti nel libro su cui si basa la sceneggiatura, "Red alert" di Peter George, senza risparmiarsi simboli fallici, astruse paranoie, doppi sensi visionari, momenti surreali e pungenti frecciate contro l'ottusità di politici, militari e scienziati. Il risultato non è solo un atto d'accusa contro la corsa agli armamenti e le logiche distruttive dei militari, ma anche un efficace pamphlet contro il complottismo (ante litteram!), la stupidità umana e i rischi dell'efficientismo tecnologico (tanto l'ordigno-fine-di-mondo quanto il piano di rappresaglia aerea degli americani sono sistemi che una volta messi in moto non possono più essere fermati). Sellers aveva fatto le prove generali per il personaggio del dottor Stranamore nel precedente film girato con Kubrick, "Lolita", dove in una sequenza si era finto uno psicologo tedesco: ma le scene con il braccio meccanico che impazzisce, fa il saluto nazista e cerca di strangolare lo stesso Stranamore sono state improvvisate dall'attore durante le riprese e davanti al resto del cast che a fatica tratteneva le risate. Ottime e memorabili anche le prove di Sterling Hayden (il folle generale Ripper) e soprattutto di George C. Scott (l'infantile e guerrafondaio generale Turgidson), e ricche di fascino le sequenze che vedono i bombardieri (in realtà dei semplici modellini) sorvolare l'Unione Sovietica (in realtà la Scandinavia e il Circolo Polare Artico), per non parlare dei titoli di testa che mostrano il rifornimento in volo di un B52 come se si trattasse di un rapporto sessuale e l'abbinamento fra le immagini delle esplosioni atomiche e la canzone "We'll meet again".

29 maggio 2008

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (S. Spielberg, 2008)

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo
(Indiana Jones and the kingdom of the crystal skull)
di Steven Spielberg – USA 2008
con Harrison Ford, Cate Blanchett
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

A vent'anni di distanza (sia nella realtà sia nella finzione, visto che la pellicola si svolge nel 1957, proprio un ventennio dopo il terzo capitolo), Indiana Jones torna con la sua avventura più improbabile, esagerata e sopra le righe: un film che – a parte il meraviglioso incipit – sembra appartenere più all'immaginario del moderno cinema d'azione a base di effetti speciali digitali (la sequenza nel tempio Maya è perfettamente in stile "La mummia") che a quello dei fumetti e romanzi d'avventura di un tempo, anche se la presenza degli alieni affonda le sue radici in altre pellicole spielberghiane come "Incontri ravvicinati del terzo tipo", "E.T." e "A.I.". Ma se la sceneggiatura ha i suoi bravi difetti (c'è da dire che anche i tre film precedenti non erano senza macchia da questo punto di vista), la regia, soprattutto nella prima parte, mi è parsa di gran livello. Forse anche per questo le mie attese (peraltro non troppo alte) non sono andate deluse: pur se la sospensione dell'incredulità a tratti deve fare davvero i salti mortali, la pellicola in fondo è godibile e divertente purché non si vogliano fare troppi paragoni con "I predatori dell'arca perduta" (questi teschi di cristallo non hanno certo il fascino magico e soprannaturale dell'arca dell'alleanza). Come dicevo, la prima parte è sicuramente la migliore: la montagna della Paramount si rivela una semplice tana di marmotta (o talpa, o quel che è), come se gli autori avessero voluto mettere in chiaro sin dall'inizio che questa volta non ci si prende sul serio, o comunque meno di prima. E subito assistiamo a quella magnifica corsa nel deserto del Nevada fra l'automobile con le coppiette (che sfreccia via portandosi dietro le note del rock'n'roll) e il convoglio militare. In quei pochi momenti, che precedono l'ingresso in scena del protagonista, ci sono echi di tutto il cinema passato di Spielberg e Lucas (da "Duel" ad "American Graffiti"). L'ambientazione negli anni cinquanta, condita con riferimenti al cinema (il sidekick Shia LaBeouf entra in scena come Marlon Brando ne "Il selvaggio"), al maccartismo, alle ossessioni della guerra fredda e agli esperimenti nucleari, rappresenta un bello stacco rispetto a quella dei tre film precedenti (apprendiamo che nel frattempo Indy è stato un eroe di guerra, che insegna ancora nella stessa università, che suo padre e Brody sono morti). Peccato che la pellicola, man mano che procede, perda un po' di vista la dimensione umana del personaggio e si trasformi in un'avventura confusa e ricca di effetti digitali, senza un attimo di pausa e senza risparmiarci nulla, mescolando insieme gli alieni di Roswell e le leggende Maya, i conquistadores spagnoli e i poteri mentali. E poi ci sono le esagerazioni di cui parlavo prima: se un tempo Indy era un uomo avventuroso, ma pur sempre un uomo, ora è un cartone animato in carne e ossa: il volo dentro il frigorifero (con il quale sopravvive a un'esplosione atomica: a proposito, bello e inquietante il villaggio con i manichini) è degno di Wile E. Coyote, per non parlare del balzo con l'auto nel fiume, del passaggio attraverso le tre cascate, di LaBeouf che fa Tarzan con le liane, e così via. Ford mi ha stupito in positivo, non credevo fosse ancora all'altezza del personaggio. La cattiva Irina si lascia apprezzare più per merito di Cate Blanchett che della sceneggiatura, mentre sia LaBeouf sia la rediviva Karen Allen non aggiungono molto alla pellicola (anche se i battibecchi del primo con il protagonista ricordano quelli fra Ford e Connery nel terzo film). Manca purtroppo una riflessione sulla vecchiaia (a parte alcune battute qua e là, anch'esse soprattutto all'inizio), e verso il finale si percepisce qualche lungaggine di troppo per una trama che si fa stirata e contorta senza affascinare fino in fondo. In conclusione, comunque, ritengo che in questo film ci sia parecchio da salvare. In fondo basta accontentarsi, dimenticare certe cose (le marmotte che fanno tanto "Era glaciale", i deliri mistico-ufologici) e godersi i buoni momenti di un cinema che ondeggia sapientemente fra magia e spensieratezza (la polvere da sparo che galleggia in aria, il magazzino con le casse, la rissa provocata da LaBeouf al bar).

29 maggio 2006

Ultimatum alla Terra (R. Wise, 1951)

Ultimatum alla Terra (The Day the Earth Stood Still)
di Robert Wise – USA 1951
con Michael Rennie, Patricia Neal
***

Visto in DVD.

"Michael Rennie was ill
the day the Earth stood still
but he told us where we stand..."

Un disco volante atterra a Washington, in piena guerra fredda: ne escono un uomo in tuta spaziale accompagnato da un possente automa distruttore. L'alieno, Klaatu, è giunto per lanciare ai governi terrestri un ultimatum: se continueranno a sperimentare armi atomiche e porteranno la guerra al di fuori del proprio pianeta, la Terra verrà distrutta. Prima di compiere la sua missione, tuttavia, Klaatu decide di trascorrere alcuni giorni mimetizzato fra gli esseri umani allo scopo di comprenderli meglio: non troverà altro che paura, diffidenza e incapacità di accettare l'ignoto.
Una pietra miliare della fantascienza, un classico con i quali tutti, per una ventina d'anni e forse più, hanno dovuto fare i conti, e che ha influenzato fra gli altri Stan Lee, Jack Kirby, Gene Roddenberry e George Lucas. Un film così dichiaratamente pacifista che sorprende come possa essere stato prodotto in pieno maccartismo, per di più da un noto militarista come il produttore Darryl F. Zanuck. Ricco di spunti di ogni tipo, ottimo a livello cinematografico, con musiche ed effetti speciali realistici e sopra la media, l'ho trovato piacevolissimo da vedere ancora oggi, curato nei dettagli e nelle atmosfere. Incredibile a dirsi, Wise non si rese conto del parallelo fra Klaatu e Gesù Cristo se non quando il film era già nelle sale. La frase "Klaatu barada nikto", con la quale viene arrestata la follia distruttiva dell'automa, è entrata nella memoria collettiva e viene citata, fra gli altri, da Sam Raimi ne "L'armata delle tenebre".

Nota: il doppiaggio italiano dell'epoca, peraltro ben fatto, suona piuttosto buffo alle orecchie moderne. "Spaceship" è tradotto con "aereo astrale", "spaceman" con "uomo astrale", per non parlare di "robot" sempre tradotto con "automa".