Visualizzazione post con etichetta Murray. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Murray. Mostra tutti i post

28 maggio 2023

Ant-Man and the Wasp: Quantumania (P. Reed, 2023)

Ant-Man and the Wasp: Quantumania (id.)
di Peyton Reed – USA 2023
con Paul Rudd, Jonathan Majors
*1/2

Visto in TV (Disney+).

Risucchiati per errore nel cosiddetto "regno quantico", il mondo subatomico già menzionato nei precedenti due film, Scott Lang/Ant-Man (Paul Rudd) e i suoi famigliari – la figlia tredicenne Cassie (Kathryn Newton), la compagna Hope/Wasp (Evangeline Lilly), e i genitori di lei Hank Pym (Michael Douglas) e Janet van Dyne (Michelle Pfeiffer) – devono vedersela con la minaccia di Kang il Conquistatore (Jonathan Majors), viaggiatore spaziotemporale e distruttore di interi universi, esiliato laggiù dai suoi stessi alter ego delle altre dimensioni. La terza pellicola "a solo" del più insignificante degli Avengers (anche se condivide il titolo con Wasp: ma nell'economia della vicenda Hope è forse il personaggio meno importante di tutti, persino in confronto a Cassie o Janet) ha essenzialmente un solo pregio, quello di introdurre il nuovo grande cattivone del Marvel Cinematic Universe, colui che probabilmente sarà destinato a fare da filo conduttore nella nuova "fase" cinematografica della casa delle idee. Per il resto, il film è deficitario narrativamente e nel montaggio, con una sceneggiatura noiosa e una scrittura mediocre, che sacrifica i personaggi (soprattutto gli eroi, protagonista compreso) in favore di un'ambientazione visivamente affascinante sì (merito della CGI), ma anche tutto sommato generica. Gli incredibili scenari del mondo quantico, e i suoi variopinti abitanti, rimangono solo a fare da sfondo a scene di esplorazione e combattimento che si trascinano stancamente, mentre i rapporti famigliari fra i personaggi non offrono niente di epocale, originale o stimolante. Fra i comprimari, dal primo film torna Darren Cross (Corey Stoll), stavolta nei panni di M.O.D.O.K., grottesco testone volante giustamente trattato in chiave comica; fra gli abitanti del mondo quantico spiccano invece la tosta guerriera ribelle Jentorra (Katy O'Brian), il bizzarro telepate Quaz (William Jackson Harper) e l'ambiguo Lord Krylar (Bill Murray, in un breve cameo che strizza troppo l'occhio allo spettatore).

20 maggio 2022

Ghostbusters: Legacy (J. Reitman, 2021)

Ghostbusters: Legacy (Ghostbusters: Afterlife)
di Jason Reitman – USA 2021
con Mckenna Grace, Finn Wolfhard
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Trasferitisi con la madre Callie (Carrie Coon) nella fattoria in Oklahoma ereditata dal nonno materno, da poco defunto, i giovani Trevor (Finn Wolfhard) e Phoebe (Mckenna Grace) scoprono che questi non era altro che Egon Spengler, uno degli originali "Acchiappafantasmi" che nel 1984 salvarono New York dall'invasione di Gozer, divinità sumera che sta per tornare proprio nella tranquilla cittadina di Summerville... Sequel diretto (e in "tempo reale": sono passati quasi quarant'anni sia nella finzione che nella "realtà") del cult movie di Ivan Reitman, con la regia del figlio d'arte Jason, che fa giustamente finta che il brutto reboot del 2016 non sia mai esistito. Oltre a presentare una "nuova generazione" di Acchiappafantasmi (termine correttamente usato nel doppiaggio italiano, anche se non nel titolo), è anche un omaggio nostalgico e celebrativo alla pellicola originale, di cui riappaiono in brevi apparizioni i personaggi principali (e i loro attori: Dan Aykroyd, Bill Murray, Ernie Hudson, Annie Potts e, solo sui titoli di coda, Sigourney Weaver; Harold Ramis, nel frattempo defunto, è invece sostituito dallo stesso Ivan Reitman, in versione fantasma, in una serie di scene assai toccanti). Lungi dal deludere come ci si sarebbe potuti attendere, la pellicola è a tratti sorprendente: nella prima parte presenta toni piuttosto diversi da quelli comici del passato, calcando maggiormente sul versante misterioso e drammatico, quasi da horror familiare, e mantenendo però il misterioso connubio fra scienza e soprannaturale (nella fattoria del nonno, i ragazzi ritrovano tutte le vecchie apparecchiature dei Ghostbusters, comprese le trappole, gli zaini protonici e l'automobile Ecto-1, rimettendole in funzione con l'aiuto del fantasma di Egon). I nuovi personaggi sono divertenti ed eccentrici – compresi comprimari come il piccolo complottista Podcast (Logan Kim), che stringe amicizia con la nerd Phoebe; l'insegnante-sismologo Gary Grooberson (Paul Rudd), che proietta vecchi film horror per gli studenti in classe; e Lucky (Celeste O'Connor), la figlia dello sceriffo locale, che prende in simpatia Trevor – e con il loro umorismo (diverso, ma non troppo, da quello originale) traghettano la pellicola fino a una parte finale che, a dire il vero, ha il difetto di riproporre le stesse situazioni del primo film, nonché di riesumarne il villain (Gozer il gozeriano, appunto, con i suoi lacché Mastro di chiavi e Guardia di porta) e le dinamiche (l'unica differenza è l'ambientazione, praticamente all'opposto, con il deserto dell'Oklahoma al posto della caotica città newyorkese). Persino l'uomo dei marshmallow Stay Puft fa una ricomparsa, stavolta in versione minuscola (e multipla). Nel complesso, però, la pellicola lascia una buona impressione, anche se strada facendo si trasforma da un'avventura a sé stante in una nostalgica (e commovente, dato il nome del regista, anche sceneggiatore, e il coinvolgimento del cast originale) rivisitazione del passato, quasi alla "Stranger Things" (non un caso, vista anche la presenza di Wolfhard). Olivia Wilde è Gozer, J.K. Simmons il (redivivo) architetto folle Ivo Shandor, solamente citato nel primo film. La dedica finale, ovviamente, è "per Harold" (Ramis).

29 giugno 2021

Lost in translation (Sofia Coppola, 2003)

Lost in translation - L'amore tradotto (Lost in Translation)
di Sofia Coppola – USA/Giappone 2003
con Bill Murray, Scarlett Johansson
***

Rivisto in TV (Netflix).

In Giappone per girare uno spot pubblicitario per una marca di whisky, Bob Harris (Bill Murray), attore americano in declino nonché in crisi esistenziale e personale, si scopre sperduto e alienato, vittima del fuso orario ma anche di una cultura che non comprende. Troverà però una sorta di anima gemella nella giovane Charlotte (Scarlett Johansson), che risiede nel suo stesso albergo, dove ha seguito il marito per lavoro. Nonostante la differenza di età, i due si aggrapperanno l'uno all'altra per resistere e sopravvivere in qualche maniera in un mondo che appare vacuo ed estraneo. Forse tuttora il miglior film della Coppola, nonostante i tanti (troppi) stereotipi sul Giappone e le sue eccentricità possano renderlo fastidioso per chi conosce e ama quel paese. Ma in fondo non è importante dove veramente si svolge la storia: avremmo potuto trovarci in qualsiasi altro contesto "estraneo" in cui ci si senta intrappolati (e più il paese è esotico e distante, meglio è), volendo persino su un altro pianeta (tanto che la Coppola ripeterà l'operazione in "Somewhere", stavolta rappresentando sullo schermo il trash della tv italiana). Quel che è importante è il racconto malinconico e introspettivo di due solitudini che si incontrano e cercano di restare a galla insieme. Non è una storia romantica tradizionale (e infatti il sottotitolo italiano, "L'amore tradotto", è fuorviante oltre che stupido: molto indovinato invece quello originale, che oltre al livello metaforico fa riferimento alla buffa scena in cui l'interprete giapponese traduce a Bob a modo suo le lunghe sfuriate del regista dello spot pubblicitario), ma mette a confronto due personaggi che si trovano nell'impasse in differenti momenti della propria vita. Bob (interpretato da un Bill Murray il cui consueto sarcasmo è per una volta al servizio non della comicità ma di un personaggio depresso e introverso, e che proprio per questo sembra ancora più reale: che sia tale il vero lato privato dei comici?) è in crisi di mezza età, stanco della vita e di un matrimonio che va avanti per inerzia; Charlotte è invece all'inizio della propria vita ma già appare delusa e disillusa. E il fatto che siano lontani da casa, in un paese che sembra incomprensibile, e anche senza punti di riferimento (sono entrambi trascurati e ignorati dai rispettivi coniugi), non aiuta di certo ("Diventa più facile, poi?" chiede lei a lui). Alcune scene ritraggono il Giappone moderno (Tokyo) e quello antico (Kyoto), ma gran parte della pellicola è ambientata fra le mura dell'albergo (memorabile la scena in cui i due guardano in tv, di notte, una scena della "Dolce vita" di Fellini con i sottotitoli). E a proposito di "traduzioni" mancanti: alla fine, prima di separarsi, Bob abbraccia Charlotte e le sussurra qualcosa all'orecchio, ma noi non lo sentiamo: per noi spettatori il messaggio rimarrà un mistero. Oscar per la miglior sceneggiatura (firmata dalla stessa Coppola), più tre nomination per il film, la regia e l'attore protagonista. Giovanni Ribisi è il marito di Charlotte. Anna Faris è Kelly, divetta svampita. Catherine Lambert è la cantante nella lounge dell'albergo che canta "Scarborough Fair".

25 dicembre 2020

A Very Murray Christmas (S. Coppola, 2015)

A Very Murray Christmas (id.)
di Sofia Coppola – USA 2015
con Bill Murray, Miley Cyrus
**

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

La notte di Natale, Bill Murray è al Carlyle Hotel di New York, intento a registrare controvoglia uno "special televisivo" in diretta a base di canzoni natalizie e sketch comici. Ma una violenta tempesta di neve isola l'albergo, impedendo agli ospiti previsti (fra cui George Clooney e Miley Cyrus) di raggiungerlo. Costretto a fare tutto da solo, in condizioni rese ancora più proibitive da un blackout elettrico, Murray trascorrerà il tempo chiacchierando e duettando con artisti di passaggio (Chris Rock, Maya Rudolph), con il personale dell'albergo (Jenny Lewis, David Johansen, i Phoenix) e con una coppia che avrebbe dovuto sposarsi quella sera stessa (Jason Schwartzman e Rashida Jones). Meta-special televisivo che alterna canzoni (per lo più a tema natalizio) con scenette e brevi gag autoironiche, in una sorta di omaggio/parodia ai variety show di un tempo: sicuramente per trascorrere un'ora durante le feste c'è di peggio. Nel finale, quando Murray batte la testa, nei suoi sogni appaiono i veri Clooney e Cyrus (vestita da Babbo Natale) che si esibiscono con lui in una scenografia degna di Broadway. Il pianista Paul Shaffer e l'attore Dimitri Dimitrov interpretano sé stessi. Amy Poehler e Julie White sono le due produttrici, Michael Cera l'aspirante manager.

23 novembre 2020

Ghostbusters (Paul Feig, 2016)

Ghostbusters (id.), aka Ghostbusters: Answer the Call
di Paul Feig – USA 2016
con Kristen Wiig, Melissa McCarthy
*1/2

Visto in TV.

La fisica teorica Erin Gilbert (Kristen Wiig) e l'amica di un tempo Abby Yates (Melissa McCarthy), insieme alla folle ingegnere Jillian Holtzmann (Kate McKinnon) e all'ex dipendente pubblica Patty Tolan (Leslie Jones), pur incomprese e sbeffeggiate da tutti, si dedicano a dare la caccia ai fantasmi e alle presenze soprannaturali che infestano la città di New York. Remake del leggendario film campione d'incassi del 1984 (o reboot, se vogliamo, visto che nelle intenzioni della casa produttrice avrebbe dovuto dare il via a una nuova serie di pellicole: ma l'insuccesso commerciale e critico ha fermato sul nascere i piani, e nel 2021 dovrebbe arrivare un sequel dei primi due film che ignora completamente questo tentativo). La scelta del gender-bending, ovvero di virare al femminile il sesso dei quattro protagonisti (e, di converso, trasformare al maschile quello della segretaria Janine, che qui è interpretata da Chris Hemsworth), ha scatenato accese controversie prima ancora che il film giungesse nelle sale. Polemiche pretestuose, in effetti: a rendere brutto il film non è tanto quell'aspetto (anche se indice di un certo atteggiamento ipocritamente inclusivo e politicamente corretto), quanto il fatto che la sceneggiatura batta strade già viste, riproponendo la stessa struttura del lungometraggio originale (ma stiracchiandone il ritmo nel tentativo di "giustificare" l'origine di elementi – il logo e il nome degli Acchiappafantasmi, per esempio – che non ne avevano affatto bisogno) senza innovare o proporre una sola idea originale, affondando lo spettatore in un caotico e confuso showdown con fantasmi digitali e poco affascinanti, ma soprattutto che le gag e le battute siano debolissime, stupide (non nel senso di buffe), rozze e pateticamente inadeguate. Non si ride praticamente mai, se non per l'imbarazzo, e non ci sono frasi o situazioni citabili: salverei giusto in parte quelle (tutte sulla stessa falsariga, però) legate alla stupidità del centralinista Kevin, inserite per avere un personaggio maschile ancora più "clueless" delle quattro protagoniste. La tendenza di Hollywood a ripetere all'esaurimento ciò che già è stato fatto e che ha avuto successo in passato, in chiave derivativa o auto-referenziale per scopi puramente commerciali, si sposa dunque a un tentativo forzatissimo di suscitare la risata a tavolino, senza simpatia o spontaneità. Aggiungiamoci la mancanza di un cattivo memorabile, e il disastro è servito: un film che, a parte l'appiglio emotivo per i fan della pellicola originale (che però lo hanno in gran parte rigettato in partenza), si guarda e si dimentica a stretto giro di posta. Tutto sommato adeguate le protagoniste (a parte la McKinnon, completamente scollata dalle altre tre). Brevi camei, fini a sé stessi e in ruoli diversi, degli attori del lungometraggio classico (Bill Murray, Dan Aykroyd, Sigourney Weaver, Ernie Hudson, Annie Potts), e persino di Slimer e dell'uomo dei marshmallow Stay Puft. Nel cast anche Neil Casey, Andy García e Cecily Strong, oltre a una comparsata di Ozzy Osbourne nei panni di sé stesso.

18 novembre 2020

Ghostbusters II (Ivan Reitman, 1989)

Ghostbusters II - Acchiappafantasmi II (Ghostbusters II)
di Ivan Reitman – USA 1989
con Bill Murray, Sigourney Weaver
**

Visto in TV.

A cinque anni di distanza (in tempo reale!) dagli eventi del primo film, terminata l'emergenza soprannaturale causata da Gozer, gli Acchiappafantasmi sono finiti "zampe all'aria" e hanno dovuto trovarsi nuovi lavori. Ma quando una strana melma rosa che scorre nei sotterranei di New York, generata dai pensieri e dalle energie negative degli abitanti della città, comincia a catalizzare nuovi fenomeni ectoplasmatici, i nostri eroi tornano prepotentemente in azione. E scopriranno che la melma è legata all'arrivo in città di un antico dipinto in cui risiede lo spirito di Vigo, "flagello della Carpazia e travaglio della Moldavia", un antesignano di Dracula che progetta di tornare in vita reincarnandosi in Oscar, il figlioletto di Dana Barrett (Sigourney Weaver). Avrò visto il primo "Ghostbusters" decine di volte, sin dalla sua uscita al cinema, ma confesso che per qualche strano motivo non mi era capitato di (voler) guardare il secondo: ho rimediato adesso, con oltre trent'anni di ritardo, in previsione dell'arrivo di un nuovo capitolo nel 2021. Meno divertente del precedente, ne ripropone la medesima struttura e addirittura le stesse situazioni con minime variazioni (per esempio: anziché in prigione, i nostri vengono chiusi in manicomio da un funzionario ottuso e troppo zelante, da cui vengono fatti uscire quando il sindaco di New York non sa più che pesci pigliare; e a camminare per le strade della città come novello Godzilla, al posto dell'uomo della pubblicità dei marshmallow, stavolta è direttamente la Statua della Libertà). Non c'è da stupirsi: nonostante il successo al botteghino, gli attori e il regista non avevano intenzione di "tornare sul luogo del delitto" (Bill Murray, in particolare, si era dichiarato contrario e si era addirittura ritirato dalle scene per quattro anni), e accettarono di realizzare il sequel solo su insistenza dei produttori. Anche la lavorazione della pellicola fu travagliata, con numerose scene riscritte, scartate o modificate a tempo di record. La sceneggiatura (ancora una volta opera di Ramis e Aykroyd) sembra citare, fra le altre cose, il film "Blob". Gli effetti speciali digitali, opera della Industrial Light & Magic, furono supervisionati da Dennis Muren nel generale disinteresse da parte di Reitman.

Anche se non tutto è da buttare (per chi ama i personaggi e il loro mondo c'è comunque di che divertirsi), il problema è il tono ambivalente: da un lato i protagonisti sono cresciuti e maturati, appaiono meno irriverenti e hanno un bambino cui badare (c'è chi ha definito il film "Four ghostbusters and a baby"); dall'altro, visto che nel frattempo la franchise era rimasta popolare grazie al cartone animato "The real ghostbusters" (il che spiega l'inserimento di alcune scene con il fantasmino Slimer o il fatto che Winston non abbia i baffi), il target si è abbassato e i contenuti sono diventati autoreferenziali e ripetitivi, con tutti i difetti di un sequel che non osa distaccarsi dal suo prototipo (o cercare di superarlo). Il risultato non è mai in grado di lasciare a bocca aperta o di sorprendere genuinamente (con pochissime eccezioni: suggestiva, per esempio, la scena in cui il Titanic attracca al porto con il suo carico di fantasmi). Anche il rapporto romantico fra Peter (Murray) e Dana convince poco, forse perché fra i due attori (e i rispettivi, diversissimi, stili di recitazione) non c'è grande alchimia. Se dal primo film tornano tutti i principali interpreti (Dan Aykroyd, Harold Ramis, Ernie Hudson, Rick Moranis, Arnie Potts, e persino David Margulies nel ruolo del sindaco), fra le new entry spicca Peter MacNicol nella parte di Janosz, il restauratore di origine est-europea che corteggia Dana e che viene "posseduto" da Vigo (interpretato a sua volta dal wrestler Wilhelm von Homburg, anche se la voce in originale è quella di Max von Sydow). Protagonista, a ben vedere, è inoltre la stessa città di New York, persino più che nel primo episodio. Nonostante qualche scivolone sui riferimenti culturali (leggi qui), l'adattamento italiano è ricco di frasi e battute memorabili quanto il film precedente ("Ottimo Louis, breve ma affossante", "Momenti di melma", "Noi redivivi... Loro redimorti!"). I personaggi pronunciano esplicitamente per la prima volta anche il celebre slogan "E chi chiamerai?" ("Who you gonna call?"), dalla canzone di Ray Parker Jr. I numerosi tentativi di realizzare un terzo capitolo non porteranno a nulla per molti anni, fino allo sfortunato reboot al femminile del 2016. Nel 2021, come detto, sarà Jason Reitman (il figlio di Ivan, che in questo film interpreta il bambino che insulta i Ghostbusters alla festa!) a firmare un nuovo sequel ufficiale.

13 novembre 2020

Ghostbusters (Ivan Reitman, 1984)

Ghostbusters - Acchiappafantasmi (Ghostbusters)
di Ivan Reitman – USA 1984
con Bill Murray, Dan Aykroyd, Harold Ramis
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Cacciati dall'università, tre eccentrici ricercatori – Peter Venkman (Murray), Raymond Stantz (Aykroyd) ed Egon Spengler (Ramis) – decidono di mettere in pratica i propri studi sul paranormale trasformandosi in cacciatori professionisti di fantasmi ("Ghostbusters", appunto, chiamati nel doppiaggio italiano sempre "Acchiappafantasmi"). Il momento non potrebbe essere più propizio, visto che le strade e gli edifici di New York sembrano traboccare di ectoplasmi e presenze spiritiche: la colpa è di "Gozer il gozeriano", antica divinità sumera che sta progettando il proprio ritorno sulla Terra... Da un'idea originale di Dan Aykroyd (ispirata al cartoon Disney "Topolino e i fantasmi" del 1937 e ai film comici sul paranormale con Bob Hope e Abbott & Costello degli anni '40 e '50), che avrebbe voluto interpretarla con l'amico John Belushi e che, dopo la morte di quest'ultimo, riscrisse la sceneggiatura insieme ad Harold Ramis, una commedia entrata nella storia del cinema fantastico e diventata un fenomeno culturale per il suo indovinato mix di ironia, leggerezza e understatement e per aver completamente rinnovato un genere popolare, dando vita ai blockbuster horror-comici e aprendo la strada a numerosi epigoni. I quattro acchiappafantasmi (al trio succitato si aggiungerà infatti il nero Winston Zeddemore (Ernie Hudson), personaggio che era stato pensato per Eddie Murphy ma che sembra francamente superfluo e aggiunto solo per adempire alla "quota minoranze") agiscono più come pompieri (d'altronde la loro sede è una stazione in disuso dei vigili del fuoco) o disinfestatori (con tanto di veicolo ed equipaggiamento apposito, nonché sede ufficiale e spot pubblicitari) che come "tradizionali" indagatori del paranormale, sfruttando attrezzature basate sulla scienza (in particolare la fisica nucleare: memorabili gli "invertitori protonici" e le trappole) anziché formule magiche o rituali esoterici. Il contrasto fra il realismo del contesto (quasi una banalità del quotidiano) e la natura magica, demoniaca o fantastica delle minacce non potrebbe essere più stridente. Un esempio è proprio Gozer il distruggitore: la sua forma finale (che non è l'uomo Michelin, come molti spettatori italiani hanno pensato, anche se ad esso effettivamente si ispira) viene preannunciata da svariate inquadrature della pubblicità dei marshmallow (le famigerate "toffolette" delle strisce dei Peanuts, descritte impropriamente come "gnocchi di lichene" nei dialoghi), con tanto di nome o marchio fittizio "Stay Puft". Le scene in cui il gigantesco personaggio cammina e semina il panico per le strade di New York sembrano peraltro ispirate ai classici film di mostri come "Godzilla".

Al successo del film hanno contribuito le ottime prove attoriali, in parte improvvisate (su tutte quella di Bill Murray, che dà vita a un personaggio perennemente disincantato e sarcastico; ma i tre protagonisti si divisero i ruoli a seconda del carattere dei personaggi: Venkman, con la sua parlantina e la battuta sempre pronta, è il frontman o il "venditore" del gruppo; Raymond è il tecnico mani-in-pasta, nonché il più ingenuo, idealista ed entusiasta dei tre; Egon, infine, è il teorico, l'intellettuale che si basa stoicamente sui fatti), con un cast che comprende una Sigourney Weaver bella come non mai in un raro – per lei – ruolo da commedia (Dana Barrett, musicista che abita nell'edificio dove si manifesta Gozer, nonché prima cliente dell'agenzia dei nostri eroi), Rick Moranis (Louis Tully, il suo buffo e inetto vicino di casa: i due vengono "posseduti" dai lacché demoniaci della divinità sumera, trasformandosi negli strumenti del suo ritorno, rispettivamente il "Guardia di porta" e il "Mastro di chiavi"), Annie Potts (Janine, la segretaria) e William Atherton (Walter Peck, l'ottuso agente per la protezione ambientale). David Margulies è il sindaco di New York, la modella androgina Slavitza Jovan interpreta Gozer nella forma originale, Michael Ensign il manager dell'hotel, Alice Drummond la bibliotecaria (cito anche questi perché, pur apparendo soltanto in poche scene, lasciano un forte ricordo nello spettatore). E naturalmente ci sono i personaggi realizzati attraverso gli effetti speciali, su tutti l'ingordo e dispettoso fantasmino verde Slimer (che diventerà una mascotte ricorrente nella serie animata che sarà tratta dal film) e i due cani-gargoyle demoniaci al servizio di Gozer. A divertire è anche la scoppiettante sceneggiatura, piena di frasi e battute da "citare" a memoria (è uno dei film più ricchi in assoluto da questo punto di vista, grazie anche a un ottimo lavoro di adattamento e doppiaggio nella versione italiana), come "Non incrociare i flussi. Sarebbe male", "Faccio sempre confusione tra il bene e il male", "Mi ha smerdato" ("He slimed me", in originale), "Venimmo, vedemmo, e lo inculammo!", "Ben arguito, ma errato", "Chiamalo fato, chiamala fortuna...", "Ma questa è la fiera del precotto!", "Abbiamo un problema in comune: lei", "Digli del plum cake", "Colleziono spore, muffe e funghi", "Ok, chi ha portato il cane?", "Un deficiente ha portato un coguaro a una festa, e si è inferocito", e persino le frasi di Gozer come "Sei tu un dio?" e "Scegliete e perite" sono memorabili.

L'ampio e dispendioso uso di effetti speciali, anche digitali (oltre a modellini e pupazzi), fu una novità per una commedia, genere all'epoca non associato ai blockbuster hollywoodiani: vennero realizzati da diversi studi, coordinati da Richard Edlund. L'aspetto di Slimer (un omaggio postumo a John Belushi) fu creato da Steve Johnson, mentre Randy Cook si occupò dei due cani demoniaci Zuul e Vinz, animati in stop motion. A parte le scene girate in studio a Hollywood, molte riprese furono effettuate direttamente in luoghi più o meno celebri di New York, come la biblioteca pubblica, il municipio, il Lincoln Center e Columbus Circle. La sede dei Ghostbusters è nel quartiere Tribeca, mentre l'edificio di Gozer si trova in Central Park West. Il logo del film con il fantasmino nel segnale di divieto, riconoscibilissimo, fu disegnato dall'art director Michael C. Gross e fece la fortuna del merchandising associato (si tratta di uno dei primi esempi hollywoodiani, dopo "Guerre stellari", di pellicola che generò enormi profitti anche al di fuori delle sale, sotto forma di giocattoli o altri prodotti). La colonna sonora è di Elmer Bernstein, ma ad essere rimasta celebre è la canzone "Ghostbusters" di Ray Parker Jr., una grande hit all'epoca (spudoratamente ispirata a "I Want a New Drug" di Huey Lewis and the News, che fece causa). Girato in piena era Reagan, il film ha anche una lettura "politica", con la libera impresa privata minacciata dall'ingerenza della burocrazia (in un certo senso è l'agente dell'ENPA, Peck, il vero antagonista) e in grado di salvare la situazione quando le autorità governative si dimostrano impotenti. Reitman, Murray e Ramis avevano già lavorato insieme in "Polpette" e "Stripes - Un plotone di svitati", mentre Murray e Aykroyd (così come Belushi e Murphy, che avrebbero dovuto far parte del progetto) erano apparsi ovviamente insieme nel cast del "Saturday Night Live". Il ruolo di Louis, andato poi a Moranis, era stato pensato inizialmente per John Candy. Il titolo "Ghostbusters" è coincidentalmente simile a quello di una serie televisiva del 1975, "The ghost busters", che sarà rilanciata nel 1986 in forma di cartone animato sull'onda dell'enorme successo del film. Di converso, per distinguersi da questa, la serie animata ufficiale tratta dalla pellicola si chiamerà "The real ghostbusters". Oltre a dar vita a una vera e propria franchise (anche con fumetti e videogiochi), il film avrà un sequel nel 1989 (con lo stesso cast) e uno sfortunato reboot virato al femminile nel 2016. E nel 2021, Covid permettendo, dovrebbe uscire un nuovo film diretto da Jason Reitman, figlio del regista originale.

6 aprile 2020

Stripes (Ivan Reitman, 1981)

Stripes - Un plotone di svitati (Stripes)
di Ivan Reitman – USA 1981
con Bill Murray, Harold Ramis
*1/2

Visto in divx.

Di fronte ai continui fallimenti, dopo aver perso il lavoro e la ragazza, il tassista John Winger (Bill Murray) decide di arruolarsi nell'esercito e convince l'amico Russell Ziskey (Harold Ramis) a fare lo stesso. L'addestramento sarà duro e difficile, per via della naturale irriverenza dell'indisciplinato John, dell'imbranataggine dei suoi commilitoni e dei continui contrasti con il rigido sergente istruttore Hulka (Warren Oates). Ma dopo molte disavventure, Winger e i compagni si dimostreranno degli eroi durante un'incursione fuori programma in Cecoslovacchia, a bordo di un innovativo "veicolo d'assalto urbano" (di fatto un camper corazzato!), per recuperare gli uomini del proprio plotone finiti per errore oltre la cortina di ferro a causa dell'insipienza del capitano Stillman (John Larroquette). Pensato inizialmente come film parodistico per la coppia di comici Cheech & Chong, che rifiutarono di interpretarlo senza un maggiore controllo creativo, il secondo film di Reitman con Bill Murray come protagonista dopo "Polpette" (di cui è quasi una versione adulta, con i soldati al posto dei bambini del campo estivo) è una spuntata satira dei film di ambientazione militare. Nonostante l'ampio spazio lasciato all'improvvisazione degli attori – fra i quali figurano John Candy, John Diehl, Conrad Dunn e Judge Reinhold – non si sfugge dai luoghi comuni e manca una precisa idea di fondo: è debole sia la satira antimilitarista (alla "MASH") che l'anarchia demenziale (alla "Animal House"). Ramis, anche co-sceneggiatore, era alla prima vera prova da attore cinematografico. P. J. Soles e Sean Young sono le due ragazze della polizia militare che amoreggiano con i nostri eroi. L'edizione "Director's cut" contiene una sequenza aggiuntiva in cui John e Russell, sotto LSD, si paracadutano fra un gruppo di guerriglieri in America Centrale. Il trio Reitman/Murray/Ramis, naturalmente, farà il botto tre anni più tardi con "Ghostbusters".

27 marzo 2020

Polpette (Ivan Reitman, 1979)

Polpette (Meatballs)
di Ivan Reitman – Canada 1979
con Bill Murray, Harvey Atkin
**

Visto in divx.

È tempo di vacanze al campo estivo per bambini "Stella del Nord", dove l'istrionico capo istruttore Tripper (Bill Murray, al suo primo ruolo da protagonista) gestisce le numerose attività dedicate ai piccoli ospiti, tiene a bada i suoi imbranati assistenti, amoreggia con la collega Roxanne (Kate Lynch), organizza scherzi ai danni del direttore del campeggio Morty (Harvey Atkin), e stringe una particolare amicizia con uno dei bimbi, l'introverso Rudy (Chris Makepeace), aiutandolo a uscire dal suo guscio. A metà strada fra la commedia anarchica alla Altman (è quasi una versione più infantile e innocua di "MASH"), o addirittura alla "Porky's", e un racconto di coming-of-age, il terzo film di Ivan Reitman fu il suo primo lavoro a riscuotere una qualche notorietà, tanto da dar vita a ben tre sequel (solo il terzo capitolo, però, riprende un personaggio dell'originale). Ma nonostante la trascinante presenza di Murray, al film manca un po' di tutto, da un umorismo davvero efficace (le gag sono spuntate) alla corrosività. Eppure, tutto sommato, riesce a trasmettere l'atmosfera conviviale di un campo estivo dove, tra scherzi e sfide sportive (vedi la rivalità con il vicino campo Mohawk), possono nascere amicizie e amori. Da salvare anche il rapporto – più simile a quello tra due amici che non tra un padre e un figlio – fra Tripper e il piccolo Rudy. "Polpette" è il nomignolo con cui gli istruttori si rivolgono ai bambini. Fra gli sceneggiatori spicca Harold Ramis, che già aveva lavorato con Murray a teatro ("The Second City") e in radio ("The National Lampoon Radio Hour"), e che resterà un frequente collaboratore sia dell'attore che del regista (per esempio nei successivi "Stripes" e "Ghostbusters"). L'anno precedente Reitman aveva prodotto "Animal House", co-sceneggiato da Ramis: la scena del discorso motivazionale di Tripper ricorda quella di John Belushi. La pellicola è stata girata in Ontario, sul lago Hurricane.

17 giugno 2019

I morti non muoiono (Jim Jarmusch, 2019)

I morti non muoiono (The Dead Don't Die)
di Jim Jarmusch – USA 2019
con Bill Murray, Adam Driver
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

Per via dello spostamento dell'asse terrestre, causato da tecniche di trivellazione ai poli, i morti si risvegliano ed escono dalle tombe. Nella cittadina di Centerville, a fronteggiare la minaccia, ci sono lo sceriffo Cliff (Bill Murray), i suoi aiutanti Ronnie (Adam Driver) e Mindy (Chloë Sevigny), e la misteriosa straniera Zelda (Tilda Swinton), che gestisce la locale impresa di pompe funebri. Dopo i vampiri ("Solo gli amanti sopravvivono"), Jarmusch affronta alla sua maniera un altro caposaldo del genere horror, gli zombie alla George Romero. Peccato che la pellicola sia blanda e insipida, poco divertente, priva di originalità, di ritmo e di senso ultimo. A parte un paio di colpi di scena nel finale, peraltro ampiamente preannunciati (la natura "aliena" di Zelda e la metacinematograficità della vicenda, con battute come "Come sai che finirà male?" "Ho letto il copione"), c'è ben poco di originale o di accattivante, nemmeno il tentativo di una rilettura "filosofica" come quella del suddetto film sui vampiri. A tratti non si capisce nemmeno se la pellicola vuole essere una parodia, un omaggio o una riproposizione post-moderna del genere (anche perché c'è un fastidioso "scarto" comunicativo fra i personaggi, alcuni dei quali prendono sul serio la situazione mentre altri agiscono come se si trovassero in una commedia). Le battute non fanno ridere, e sono spesso ripetute più volte allo sfinimento; i messaggi sociali (l'apocalisse zombie come una satira del materialismo) sono riciclati da film precedenti (quelli di Romero in primis); quelli drammatici o pseudo-scientifici lasciano il tempo che trovano; e i tanti personaggi escono di scena in maniera del tutto random, lasciando lo spettatore a chiedersi che ruolo avessero nella storia e perché fossero stati introdotti (si pensi, per esempio, ai tre ragazzi di città, o ai giovani detenuti nel carcere minorile). Sprecato, dunque, il buon cast: Steve Buscemi è il fattore razzista, Caleb Landry Jones il gestore della pompa di benzina nonché appassionato di film horror, Danny Glover il commesso del negozio di ferramenta, Selena Gomez la ragazza in viaggio con gli amici, Tom Waits l'eremita Bob, Iggy Pop uno degli zombie. A peggiorare il tutto c'è il mediocrissimo doppiaggio italiano, che fa apparire ancora più svogliati personaggi che parlano quasi al rallentatore (vedi Cliff). Forse il peggior film di Jarmusch. Il titolo è lo stesso di una canzone country (di Sturgill Simpson) che i personaggi ascoltano ripetutamente alla radio (ogni volta citandone per esteso titolo e autore).

19 marzo 2019

Rushmore (Wes Anderson, 1998)

Rushmore (id.)
di Wes Anderson – USA 1998
con Jason Schwartzman, Bill Murray
**

Visto in TV.

L'ambizioso e creativo Max Fischer (uno Schwartzman al debutto ma poco credibile nella parte di un quindicenne) frequenta con grande entusiasmo il prestigioso istituto privato Rushmore. Ma le troppe attività extrascolastiche cui si dedica (sport, teatro, ecc.), per non parlare delle mille iniziative in cui si lancia, lo distraggono in continuazione dagli studi. Innamoratosi della giovane insegnante Rosemary Cross (Olivia Williams), deve sopportare la delusione di vederla attratta dall'anziano imprenditore Herman Blume (Bill Murray), ex studente della scuola, nonché suo amico, finanziatore e mentore. Seguiranno ripicche e vendette, prima di una serena riappacificazione. Parzialmente autobiografico (è stato girato in parte presso la scuola che lo stesso regista ha frequentato, e dove – come il protagonista – metteva spesso in scena i suoi primi lavori teatrali), il secondo lungometraggio di Anderson – scritto ancora insieme a Owen Wilson, il cui fratello Luke ha una breve parte (il medico che accompagna Rosemary alla cena) – è un racconto di coming-of-age vivace e spigliato ma anche ondivago e poco focalizzato, oltre che (come tutto il cinema del regista) decisamente troppo impostato e calligrafico. La trama sembra procedere di momento in momento in maniera improvvisata, con un ritmo monotono e sempre uguale: e l'accatastamento delle situazioni cessa presto di essere divertente. Nel cast anche Seymour Cassel (il padre di Max), Brian Cox (il preside), Mason Gamble (l'amico) e Sara Tanaka (la fidanzatina).

23 ottobre 2017

Lo sbirro, il boss e la bionda (J. McNaughton, 1993)

Lo sbirro, il boss e la bionda (Mad Dog and Glory)
di John McNaughton – USA 1993
con Robert De Niro, Uma Thurman, Bill Murray
**

Rivisto in TV.

Il poliziotto Wayne Dobie (De Niro), soprannominato ironicamente dai suoi colleghi "Mastino" ("Mad Dog" nell'originale) per la sua eccessiva mitezza (tutto il contrario del suo compagno di pattuglia, che invece è un "duro"), salva la vita al gangster Frank Milo (Murray) durante una rapina in una drogheria. E questi, per ricompensarlo, gli manda a casa una bella ragazza, Glory (Thurman), affinché resti con lui per un'intera settimana. Naturalmente i due si innamoreranno, e Wayne cercherà di convincere Frank a lasciargliela per sempre... Il cast è la cosa più interessante di un film confuso e privo di focus (forse perché la sceneggiatura – opera di Richard Price – vuole giocare su troppi campi nello stesso tempo: la commedia brillante, quella romantica, la pellicola di gangster, il racconto formativo ed esistenziale...), che inizia con uno spunto interessante (con l'insolita amicizia fra il poliziotto e il gangster, basata sul fatto che entrambi in fondo vorrebbero uscire dai propri ruoli e hanno un'anima creativa: il primo come fotografo, il secondo come cabarettista), perde smalto nella prevedibile parte centrale (quella sull'innamoramento fra Wayne e Glory) e cerca inutilmente di recuperarlo nella problematica sequenza conclusiva (che fu girata più volte, con varie modifiche, in risposta a screen test negativi da parte del pubblico). A un De Niro impacciato e timido, che prova senza troppo successo a fare l'eroe (in virtù del motto "Niente fegato, niente gloria", che gioca con il nome della ragazza) fa da contraltare un Murray sardonico come sempre, ma forse un pelino fuori ruolo (chissà se non sarebbe stato meglio scambiare le parti sue e di De Niro). Della Thurman, poco da dire: giovanissima e già bella. David Caruso è il collega di Wayne, Mike Starr la guardia del corpo di Frank, Kathy Baker la vicina di casa.

12 novembre 2016

Coffee and cigarettes (Jim Jarmusch, 2003)

Coffee and cigarettes (id.)
di Jim Jarmusch – USA 2003
con Roberto Benigni, Cate Blanchett
**

Rivisto in divx.

Tutto aveva avuto inizio con un cortometraggio girato da Jarmusch nel 1986, intitolato appunto "Coffee and cigarettes", che vedeva i comici Roberto Benigni e Steven Wright seduti al tavolino di un bar, intenti a bere caffè, a fumare sigarette e a scambiarsi dialoghi surreali. Seguirono due altri episodi, nel 1989 ("Memphis Version", con Cinqué e Joye Lee, fratelli minori di Spike, e Steve Buscemi) e nel 1992 ("Somewhere in California", con Tom Waits e Iggy Pop), prima che il regista scegliesse di raccoglierli, insieme ad altri otto girati appositamente, in questo lungometraggio antologico. I fili conduttori dei vari segmenti sono gli stessi del corto originale: attori e personaggi dello spettacolo impegnati in conversazioni nonsense davanti ad abbondanti tazze di caffè e a pacchetti di sigarette in quantità industriale. Alcuni episodi sono più elaborati (quello in cui Cate Blanchett interpreta sia sé stessa che sua "cugina" Sherry, o quello con Alfred Molina e Steve Coogan che scoprono di essere lontani parenti), altri sono chiaramente improvvisati, e un paio prevedono anche l'intervento di un cameriere (interpretato a sua volta da qualche celebrità, come Steve Buscemi o Bill Murray), ma tutti condividono la medesima estetica (la fotografia in bianco e nero, la desolazione generale dei locali, il pattern a scacchiera dei tavolini) e la poetica di malinconica marginalità che caratterizza tanti film di Jarmusch. Anche se alcuni argomenti di conversazione (le invenzioni di Tesla, parentele vere o presunte) ritornano da una scena all'altra, la sensazione quasi sempre è quella di assistere a pause della vita quotidiana e a momenti fondamentalmente fini a sé stessi. La versione doppiata in italiano, in ogni caso, toglie gran parte del divertimento (soprattutto nel caso di Benigni).

11 dicembre 2015

Osmosis Jones (B. e P. Farrelly, 2001)

Osmosis Jones (id.)
di Bobby e Peter Farrelly, [T. Sito e P. Kroon] – USA 2001
con Bill Murray, Elena Franklin
**1/2

Visto in divx.

Frank Detorre (Murray), guardiano dello zoo, non prende molto sul serio i consigli su igiene e alimentazione che gli elargisce la figlioletta salutista. Non c'è dunque da stupirsi che a un certo punto si ammali. Ma non si tratta di una semplice indisposizione: nel suo corpo si è introdotto il malvagio virus della Morte Rossa, ai cui piani letali cercheranno di opporsi il globulo bianco Osmosis Jones e la capsula medicinale Drixenol. Una commistione fra scene in live action (girate dai fratelli Farrelly) e in animazione (realizzate da Tom Sito e Piet Kroon), che funziona solo fino a un certo punto. La parte più interessante è sicuramente quella che si svolge all'intero del corpo di Frank, descritto come una grande città abitata da cellule, globuli, germi e micro-organismi antropomorfizzati (in stile "Siamo fatti così - Esplorando il corpo umano"), il cui sindaco corrotto pensa solo a farsi rieleggere e ignora i segnali d'allarme che Jones e Drix gli comunicano a proposito della reale natura del pericolo. Costruito come un poliziesco, e per la precisione come un buddy movie (i due agenti inizialmente non vanno d'accordo, ma impareranno a collaborare), il segmento animato è vivace e pieno di idee, anche se tutte sulla medesima falsariga, quella di tracciare paralleli fra "l'interno" di Frank e un microcosmo con i suoi tutori dell'ordine, i suoi criminali (fra i virus c'è anche un vaccino che è in realtà un agente sotto copertura!), la società, la politica, la burocrazia, l'informazione, i divertimenti... A tratti pare persino anticipare un recente successo come "Inside out" della Pixar (ci sono anche i cinema che proiettano i sogni o gli incubi di Frank, il deposito del suo subconscio, la sala di controllo con pulsanti e apparecchiature per gestire direttamente le sue reazioni). Meno convincente è la parte girata dal vivo, nonostante la presenza di Murray (ma all'inizio i cineasti avevano pensato a Will Smith), che si dipana come una commedia volgare – nello stile dei fratelli Farrelly – e, nei suoi aspetti educativi, in fondo retorica. Fra le voci originali dei personaggi animati spiccano Chris Rock (Jones) e Laurence Fishburne (il virus).

19 giugno 2012

Moonrise Kingdom (Wes Anderson, 2012)

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (Moonrise Kingdom)
di Wes Anderson – USA 2012
con Jared Gilman, Kara Hayward
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nel 1965, sull’isola di Penzance nel New England, due dodicenni trascurati e incompresi intraprendono un’ardita fuga d’amore: si tratta dell’orfano Sam, scappato dal locale campo scout estivo, e di Suzy, figlia maggiore di una coppia di avvocati che abitano presso il faro dell'isola. Lui è il meno popolare della truppa, lei è depressa e senza amici: troveranno conforto l’uno nell’altra e si dichiareranno amore eterno (unendosi anche in matrimonio in una parodistica cerimonia). Verranno però inseguiti dallo sceriffo (Bruce Willis), dal capo scout (Edward Norton), dai genitori di Suzy (Bill Murray e Frances McDormand) e da un’attivista dei servizi sociali che minaccia di rinchiudere Sam in riformatorio (Tilda Swinton), il tutto mentre sta per avvicinarsi un tifone dalla forza inaudita. Wes Anderson (un regista che proprio non riesco ad amare) non rinuncia agli elementi che contraddistinguono il suo cinema artificioso e macchiettistico (personaggi eccentrici, famiglie disfunzionali, una comicità ingessata, tanta "carineria" e uno stile grafico retrò che si ispira a Burton e Tarantino). Almeno stavolta la natura di “film-giocattolo” è resa meno fastidiosa dal tono fiabesco e vacanziero, nonché dal fatto che i protagonisti siano due bambini: quando sono in scena loro, la pellicola si fa seguire con piacere e richiama quegli esili romanzi d’avventura per adolescenti di cui proprio la giovane Suzy è appassionata. Velo pietoso, invece, sui personaggi adulti (mi chiedo spesso come attori di una certa caratura – oltre ai citati, nel ricco cast c'è anche Harvey Keitel – possano accettare parti così ridicole: l'unico che ne esce decentemente è l'inossidabile Bruce Willis). L’invadente colonna sonora di Alexandre Despiat è integrata da brani di Benjamin Britten e Hank Williams (oltre che da una canzone di Françoise Hardy).

31 dicembre 2008

Ricomincio da capo (H. Ramis, 1993)

Ricomincio da capo (Groundhog Day)
di Harold Ramis – USA 1993
con Bill Murray, Andie MacDowell
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

L'egocentrico meteorologo televisivo Phil Connors, inviato di malavoglia nella cittadina di Punxsutawney, in Pennsylvania, per girare un reportage sul "giorno della marmotta" (un'eccentrica festività locale che si tiene il 2 febbraio, nel corso del quale una marmotta dovrà prevedere se le restanti giornate d'inverno saranno ancora rigide), si ritrova misteriosamente a rivivere più volte la stessa giornata, sempre uguale in ogni dettaglio. Ogni mattina, infatti, si risveglia nella propria stanza d'albergo; e tutto, attorno a lui, si ripete in maniera identica. Dapprima perplesso, poi sconvolto, infine rassegnato, Phil finisce con il conoscere perfettamente ogni dettaglio del paese e dei suoi abitanti: inizialmente sfrutterà la situazione per divertirsi in ogni modo, poi attraverserà una fase di profonda depressione (ma non gli sarà possibile nemmeno suicidarsi: ogni volta si risveglierà come sempre la mattina del "giorno della marmotta") e infine raggiungerà una sorta di serena accettazione, superando i propri difetti e arrivando a vivere una giornata perfetta, nel corso della quale riuscirà anche a conquistare l'amore della sua bella producer. A metà strada fra un episodio de "Ai confini della realtà" sui paradossi temporali e una parabola buddista con il suo ciclo di eterna rinascita e di tendenza verso l'automiglioramento, questo piccolo capolavoro è opera di un regista che aveva recitato come attore al fianco di Murray nel cult "Ghostbusters" (era l'occhialuto Egon Spengler) e che in seguito non ha più saputo realizzare nulla allo stesso livello, pur avendo provato a giocare ancora la carta del fantastico e del soprannaturale (per esempio con "Mi sdoppio in quattro"). Oltre a dirigere un Murray in stato di grazia e a rendere con efficacia il tormentone della ripetizione temporale, Ramis comunque ha il merito di aver apportato alcune variazioni significative alla già bella sceneggiatura di Danny Rubin: inizialmente la vicenda avrebbe dovuto cominciare in media res, con Phil già prigioniero del time loop, e anche la producer Rita avrebbe dovuto sperimentare la stessa esperienza. Nel film non si quantifica quante volte il protagonista abbia rivissuto il "giorno della marmotta", ma nelle versioni iniziali dello script veniva specificato che la giornata si ripeteva identica per migliaia di anni: non a caso Phil utilizza questo tempo per imparare e per affinare numerosissime capacità (come suonare il pianoforte, parlare il francese o scolpire il ghiaccio). Moltissimi i remake o i film basati sullo stesso spunto: dall'italiano "È già ieri" con Antonio Albanese al fantascientifico "Edge of Tomorrow - Senza domani" con Tom Cruise, fino alla commedia "Palm Springs - Vivi come se non ci fosse un domani" di Max Barbakow.

15 ottobre 2008

Ed Wood (Tim Burton, 1994)

Ed Wood (id.)
di Tim Burton – USA 1994
con Johnny Depp, Martin Landau
***

Rivisto in DVD.

Considerato, forse immeritatamente, "il peggior regista della storia del cinema", Edward D. Wood jr. fu un cineasta di scarso talento ma di grande fantasia, la cui vita privata (fra feticismi personali e insolite frequentazioni) risulta essere certamente più interessante delle sue opere, per lo più pellicole di fantascienza e di exploitation a basso budget, girate in maniera pedestre (il suo motto, in ogni scena, era "buona la prima": non c'era il tempo o la voglia di girarne un'altra), con sceneggiature ridicole e interpretazioni dilettantesche. Circondato da una variopinta "corte dei miracoli" (Tor Johnson, un mostruoso wrestler; Vampira, una conduttrice televisiva dark; Criswell, un falso indovino; e soprattutto Bela Lugosi, il leggendario interprete del primo "Dracula") e disposto a qualsiasi compromesso pur di trovare fondi per il suo lavoro (dal lasciarsi imporre il figlio del produttore come attore protagonista al farsi battezzare perché i finanziatori facevano parte di una congregazione religiosa), il Wood ritratto con simpatia e un po' di superficialità da Depp e Burton ama indossare abiti femminili (con una passione particolare per i golfini d'angora) e vede Orson Welles come suo modello ispiratore (l'incontro fra i due cineasti, nel finale, vuole sottolineare i punti in comune fra il cinema "alto" e quello di serie Z: la passione e l'entusiasmo che muove gli uomini che ci stanno dietro e la loro lotta contro le imposizioni di major, produttori e mercato). Il vero punto di forza del film, però, è sicuramente l'anziano e morfinomane Bela Lugosi, interpretato in maniera stratosferica da Martin Landau, che non a caso vinse l'Oscar: a tratti si ha quasi l'impressione che la pellicola voglia essere più un'elegia del grande attore ungherese che di Wood stesso. Rigorosamente in bianco e nero, il film segue la lavorazione di lungometraggi del calibro di "Glen or Glenda", "Bride of the Monster" e il famigerato "Plan 9 from Outer Space" ("Lo sento... è per questo film che io sarò ricordato"). Nonostante il lieto fine che ci azzecca poco (ma non è una novità per Burton), in fondo "Ed Wood" resta uno dei migliori film del regista, forse addirittura il migliore dopo "Edward mani di forbice": ci si ritrova un amore sincero per il lato più oscuro, artigianale e meno gratificante della settima arte. Nel cast, molti nomi noti: da Bill Murray a Jeffrey Jones, da Sarah Jessica Parker a Patricia Arquette, da Vincent D'Onofrio a Lisa Marie. Buone le musiche di Howard Shore.

28 maggio 2008

Tootsie (Sydney Pollack, 1982)

Tootsie (id.)
di Sydney Pollack – USA 1982
con Dustin Hoffman, Jessica Lange
***

Rivisto in DVD.

Per ricordare Sydney Pollack, il regista de "I tre giorni del Condor" e "Corvo rosso, non avrai il mio scalpo", scomparso l'altro ieri, mi sono rivisto la sua celebre commedia con un brillante Dustin Hoffman nei panni di un talentuoso e meticoloso attore di Broadway che non riesce a ottenere lavoro per via della sua fama e del suo cattivo carattere. Il protagonista Michael Dorsey non trova così di meglio che travestirsi da Dorothy Michaels. E come donna, energica e fuori dal comune, riceve una parte in un popolare telefilm ospedaliero, facendo salire gli indici di ascolto e imprimendo un'inaspettata svolta femminista allo show. Ma problemi sentimentali (si innamora di una bella collega, che lo ritiene lesbica, e contemporaneamente fa invaghire di sé il padre di lei, un sensibile vedovo) e di identità sessuale ("Sono stato più uomo con te come donna di come lo sia stato con le altre donne come uomo") gli renderanno impossibile continuare a sostenere la parte. Un film ben scritto, ricco di verve e di ritmo, su un tema non nuovo (come non ricordare capolavori del travestitismo quali "Susanna" o "A qualcuno piace caldo"? Impietoso invece il confronto con il successivo "Mrs. Doubtfire") ma che Pollack conduce in porto con eleganza e profondità, seppure in modo leggero, aggiornando la classica commedia degli equivoci all'era della psicanalisi e della confusione sessuale ("Non è mai stato così difficile essere una donna come negli anni ottanta"). Decisamente buono il cast, che comprende anche Bill Murray (il coinquilino del protagonista), Geena Davis (con cui condivide il camerino), Teri Garr (l'amica che lo crede gay) e lo stesso Pollack (l'agente teatrale). Hoffman fa il mattatore, ma nell'edizione italiana è aiutato dal doppiaggio di Ferruccio Amendola. Il titolo è il nomignolo dato a "Dorothy" dal regista maschilista dello show (Dabney Coleman).

14 maggio 2008

Il treno per il Darjeeling (Wes Anderson, 2007)

Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited)
di Wes Anderson – USA 2007
con Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman
**

Visto al cinema Apollo, con Hiromi.

Tre fratelli – Owen Wilson, il maggiore, con il volto segnato dalle conseguenze di un incidente in moto; Adrien Brody, intimorito dalla sua imminente paternità; e Jason Schwartzman, scrittore in crisi sentimentale – si ritrovano a bordo di un treno in India per compiere un "viaggio spirituale" e raggiungere la madre, che si è fatta suora ed è irreperibile sin dal giorno del funerale del padre, un anno prima. Proprio la figura del padre (rievocato attraverso le sue valigie colorate, l'automobile tedesca, i tanti oggetti di cui Brody si è appropriato, la dedica del libro di Schwartzman) sembra essere il collante che li unisce. Dopo "I Tenenbaum" (che non mi era piaciuto), Anderson prosegue nel descrivere le dinamiche di famiglie eccentriche e nel mettere in scena personaggi-macchiette privi di contatto con la realtà, anche se stavolta per fortuna i character da seguire sono di meno e il film è più compatto, simpatico e godibile. Ma rimane essenzialmente una pellicola superficiale, con personaggi sempre uguali a sé stessi e situazioni ripetute che da un certo punto in poi cominciano anche a stancare. I maggiori pregi, più che nella recitazione (gli attori sono bravi ma la sceneggiatura non offre particolari occasioni per brillare) o nella regia (che li mette sempre in posa, tutti e tre nella stessa inquadratura a beneficio delle locandine), stanno nell'ambientazione indiana. Ma ahimè, temo proprio che il cinema di questo Anderson non faccia per me: mi passa attraverso senza toccare alcuna corda. Piccolo cameo, all'inizio e alla fine, per Bill Murray. In sala il film era preceduto dal cortometraggio "Hotel Chevalier", che ne costituisce una sorta di introduzione, con l'incontro fra Schwartzman e Natalie Portman (bellissima con i capelli corti) in un albergo di Parigi.