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1 marzo 2011

New York, I love you (aavv, 2009)

New York, I love you
di registi vari – USA/Francia 2009
film a episodi
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Tre anni dopo l'interessante "Paris, je t'aime", il produttore Emmanuel Benbihy mette in cantiere un altro "film collettivo" dedicato a una città e al tema dell'amore, dando ufficialmente il via a una serie destinata ad arricchirsi di altri lungometraggi. Più che a un film a episodi, il risultato assomiglia a una pellicola corale alla Robert Altman, perché i vari segmenti non sono separati l'uno dall'altro (mancano persino i titoli per distinguerli, mentre i vari registi vengono citati solo nei titoli di coda) e si fondono insieme attraverso sequenze di transizione (girate da Randy Balsmeyer) con alcuni personaggi ricorrenti che interagiscono con i protagonisti degli altri episodi. Purtroppo il risultato finale lascia abbastanza a desiderare: il film è decisamente più piatto e noioso del precedente, non emoziona praticamente mai, la fantasia – a parte rari casi – latita, e si respira in continuazione quell'aria stanca e pretenziosa delle peggiori pellicole indipendenti americane. E dire che i registi sono quasi tutti molto giovani: che tristezza! Gli episodi migliori sono quelli di Shunji Iwai, Fatih Akin e Joshua Marston; i peggiori, quasi da pistola alla tempia, quelli di Shekhar Kapur (scritto da Anthony Minghella, scomparso da poco, cui è dedicato l'intero film) e Brett Ratner. Anche in questo caso due segmenti sono stati eliminati dal montaggio finale: erano diretti da Scarlett Johansson (al suo debutto come regista) e dal russo Andrei Zvyagintsev.

1) segmento di Jiang Wen, con Hayden Christensen e Andy Garcia (*1/2)
Un ladruncolo cerca di sedurre una ragazza (Rachel Bilson), ma questa è l'amante di un professore universitario che si rivela essere un ladro abile quanto e più di lui. Poco accattivante e con personaggi decisamente antipatici.

2) segmento di Mira Nair, con Natalie Portman e Irrfan Khan (*1/2)
Un commerciante indiano di diamanti discute di usanze religiose con una giovane cliente ebrea che sta per sposarsi. Un episodio poco interessante e di cui mi sfugge il senso, a parte qualche luogo comune sulla multiculturalità.

3) segmento di Shunji Iwai, con Orlando Bloom e Christina Ricci (**1/2)
Un compositore di colonne sonore, costretto dal suo produttore a leggersi i classici di Dostoevskj in pochi giorni, si innamora della giovane agente con la quale parla solo per telefono. L'episodio più coinvolgente e più "colto". Sullo schermo televisivo scorrono immagini del film Ghibli "I racconti di Terramare".

4) segmento di Yvan Attal, con Maggie Q ed Ethan Hawke (**)
Diviso in due parti, entrambe incentrate su incontri casuali fra sconosciuti che fumano fuori da un ristorante: uno scrittore cerca di sedurre una ragazza ma alla fine lei gli rivela di essere una escort; una donna (Robin Wright Penn) fa delle avances a un uomo (Chris Cooper), ma poi scopriremo che si trattava di suo marito. Due vignette costruite solo sui dialoghi e sul colpo di scena finale. Meglio la prima, comunque.

5) segmento di Brett Ratner, con Anton Yelchin e James Caan (*)
Un farmacista propone a uno studente, mollato dalla sua ragazza alla vigilia del ballo scolastico, di invitare al suo posto la propria figlia. Lei (Olivia Thirlby) si presenta su una sedia a rotelle, ma alla fine rivelerà di essere solo un'attrice. Insulso e di cattivo gusto.

6) segmento di Allen Hughes, con Bradley Cooper e Drea de Matteo (*1/2)
Un uomo e una donna, mentre attraversano la città (in taxi, in metropolitana, a piedi), ripensano al loro precedente incontro e alla loro breve storia d'amore. Soporifero.

7) segmento di Shekhar Kapur, con Julie Christie e Shia LaBeouf (*)
Un'anziana cantante ritorna nell'albergo dell'Upper East Side che un tempo frequentava, dove incontra un giovane fattorino gobbo che alla fine si suicida: ma forse era già un fantasma. Nel cast anche John Hurt. Micidiale.

8) segmento di Natalie Portman, con Carlos Acosta e Taylor Geare (*1/2)
Un uomo di colore trascorre la giornata a Central Park con una bambina bionda, che alla fine scopriremo essere sua figlia. Sostanzialmente inutile. Credo che sia il debutto della Portman come regista.

9) segmento di Fatih Akin con Uğur Yücel e Shu Qi (**1/2)
Un pittore anziano e malato, ossessionato dalla bellezza di una ragazza che lavora in un'erboristeria di Chinatown, vorrebbe farle un ritratto. Ma quando lei accetterà di posare, lui sarà già morto. Emotivamente struggente: e poi c'è Shu Qi, che da sola vale l'intero film. Cameo di Burt Young.

10) segmento di Joshua Marston, con Eli Wallach e Cloris Leachman (**1/2)
Due vecchi coniugi, sposati da oltre sessant'anni, passeggiano fino alla spiaggia di Coney Island fra discussioni e borbottii. L'episodio più simpatico e sincero, con due eccezionali attori come valore aggiunto.

11) transizioni di Randy Balsmeyer, con Emilie Ohana, Eva Amurri, Justin Bartha (**)
Brevi scenette sparse fra un segmento e l'altro: mostrano in particolare una giovane filmmaker che riprende con la sua videocamera scene di vita per le strade di New York e incontra i personaggi degli episodi precedenti.

12 gennaio 2011

Swallowtail butterfly (S. Iwai, 1996)

Swallowtail butterfly (Swallowtail)
di Shunji Iwai – Giappone 1996
con Ayumi Ito, Hiroshi Mikami
***

Visto in divx, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

In una metropoli giapponese non precisata – ribattezzata "Yentown" dalla moltitudine di immigrati provenienti da ogni parte del mondo che l'hanno invasa, attratti dalla prospettiva di far soldi ma condannati a vivere in quartieri-ghetto ai margini della società – si intrecciano le vicende di numerosi personaggi. Una ragazzina rimasta orfana dopo la morte della madre viene accolta da Glico, giovane prostituta che si prende cura di lei e la battezza "Ageha" (il nome giapponese della farfalla che dà il titolo al film). Insieme ad altri compagni (fra i quali lo scombiccherato Fei-Hung), le due ragazze vivranno diverse esperienze, fino a quando scopriranno finalmente un metodo per ottenere la tanto agognata ricchezza e realizzare i propri sogni: aprire un locale con musica dal vivo, dove Glico potrà sfondare come cantante. Ma con il successo sembra finire anche la solidarietà fra disperati: le strade dei personaggi si dividono, e alla fine si tornerà al punto di partenza: un "funerale" dove bruciare denaro per aiutare l'anima del defunto ad abbandonare la terra. In mezzo, la vita in squallide discariche e vicoli dominati dal vizio e dalla malavità; scontri a fuoco fra bande di gangster e misteriosi killer; parenti separati dal destino e difficili percorsi di formazione (come quello che porta Ageha a trasformarsi da bruco in farfalla); l'illusione della celebrità e gli scherzi del destino. Corale e cosmopolita, intenso e caledoiscopico, ricco di eventi e claustrofobico nei sentimenti, il film è girato interamente con la camera a mano ed è parlato in diverse lingue (principalmente inglese e cinese) per riflettere la multiculturalità dei personaggi. Lo scenario è cupo e sembra offrire poca speranza: gli "stranieri" in Giappone sono destinati a rimanere tali (anche per gli immigrati di seconda generazione, ovvero quelli nati nel paese che li ospita, non sembrano esserci possibilità di uscire dal ghetto) e il denaro determina e governa il destino di ogni persona, nel bene e nel male. Confusa e dotata di molte anime, la pellicola è attraversata da momenti toccanti, disperati, stralunati e persino splatter (la fuga di Fei-Hung dal furgoncino dei gangster). Fra le pellicole di Iwai che ho visto finora, è una delle più ricche e complesse, forse quella che più si avvicina alla stratificata profondità del suo capolavoro "All about Lily Chou-Chou".

28 dicembre 2010

Love letter (Shunji Iwai, 1995)

Love letter
di Shunji Iwai – Giappone 1995
con Miho Nakayama, Miki Sakai
***

Visto in divx, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Due anni dopo la morte del suo promesso sposo durante una scalata in montagna, Hiroko trova nell'annuario scolastico il suo indirizzo ai tempi della scuola media, quando il ragazzo abitava in una cittadina dell'Hokkaido (nell'estremo nord del Giappone), e decide impulsivamente di scrivergli una lettera. Sorprendentemente, riceve una risposta. Presto capirà che ha trascritto l'indirizzo sbagliato, e che nella stessa classe c'era una ragazza con il medesimo nome e cognome, Itsuki Fujii (il nome Itsuki può essere sia maschile che femminile). La corrispondenza fra le due donne (che fra l'altro si assomigliano come due gocce d'acqua, e infatti sono interpretate dalla stessa attrice) si protrae a lungo, con Itsuki che recupera – a beneficio di Hiroko – tutti i ricordi del periodo scolastico trascorso insieme al suo omonimo. I piccoli dettagli che lentamente emergono faranno comprendere a entrambe che il ragazzo era innamorato proprio della compagna e che non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo. Il primo lungometraggio di Iwai è un film delicato e toccante, girato quasi esclusivamente nella cittadina di Otaru (persino le scene ambientate a Kobe, dove vive Hiroko, sono state girate in realtà in Hokkaido) e dunque caratterizzato da paesaggi freddi, innevati e invernali, con un'insolita e triplice relazione a distanza: i tre personaggi sono uniti dai sentimenti e dalle circostanze ma tenuti a distanza dal tempo (i due Itsuki: lei scopre che lui la amava solo dopo dieci anni), dallo spazio (Hiroko e Itsuki ragazza, che vivono in città separate e comunicano solo tramite lettere) e dalla morte (Hiroko e Itsuki ragazzo: emblemantica la scena in cui la donna saluta definitivamente il fidanzato, gridando verso la montagna dove lui è scomparso). Proprio questa "distanza" (l'amore è ideale e platonico, mai fisico) dona alla pellicola – che si fa giusto un po' prevedibile nella seconda parte – un feeling particolare, estremamente giapponese così come i temi dei sentimenti mai espressi, della caducità della vita, dell'accettazione del proprio destino e dal saper andare oltre, ma anche l'importanza dei ricordi e come gli eventi assumino un aspetto diverso a distanza di tempo (non a caso viene esplicitamente citato Marcel Proust: è grazie a una copia de "La recherche" che i veri sentimenti di Itsuki vengono a galla). La brava attrice protagonista (che, come detto, interpreta entrambi i ruoli principali, sia quello della malinconica Hiroko che quello della vivace e perennemente raffreddata Itsuki) è la cantante Miho Nakayama, mentre Miki Sakai, al suo debutto, è Itsuki da studentessa nei numerosi flashback. Il direttore della fotografia è Noboru Shinoda, in seguito collaboratore fisso di Iwai.

13 dicembre 2010

Hana & Alice (Shunji Iwai, 2004)

Hana & Alice (Hana to Arisu)
di Shunji Iwai – Giappone 2004
con Anne Suzuki, Yu Aoi
**1/2

Visto in divx, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Hana e Alice sono due amiche inseparabili, appena passate dalle scuole medie alle superiori. Innamorata di Masashi, un suo distratto compagno di classe, Hana gli fa credere – approfittando del fatto che ha sbattuto la testa – che soffre di amnesia e che dunque non ricorda più di essere il suo ragazzo. Ben presto, per rendere credibile l'inganno, è costretta a coinvolgere anche l'amica Alice, che deve "recitare" la parte dell'ex fidanzata di un sempre più confuso Masashi. Ma questi scoprirà di sentirsi più attratto proprio da Alice, dando vita a un insolito triangolo che metterà a dura prova l'amicizia fra le due ragazze. Come il precedente lavoro di Iwai, "All about Lily Chou-Chou", si tratta di un film dalla genesi bizzarra: nasce infatti da una serie di cortometraggi pubblicitari girati (in digitale) per il trentesimo anniversario della presenza di Kit Kat in Giappone (e questo spiega il product placement del popolare wafer al cioccolato, nonché la struttura episodica e frammentaria della narrazione), poi sviluppati dal regista – autore anche della colonna sonora – fino alle dimensioni di un lungometraggio, con risultati più che buoni: dai toni prettamente adolescenziali, il film è sicuramente più leggero e disimpegnato di altri suoi lavori, tutto basato com'è su amori scolastici, problemi familiari, aspirazioni e passioni di vario genere (sia Hana sia Alice frequentano una scuola di balletto; Alice viene "scoperta" da un talent scout e si sottopone a una serie di provini fotografici e pubblicitari; Hana – per amore di Masashi – si iscrive al circolo di recitazione della scuola e partecipa al festival studentesco), con personaggi delicati, spontanei, goffi, vivaci, timidi, mentitori, dotati di pregi e di difetti. Un film, insomma, che scorre con leggerezza e lascia di buonumore. Simpatiche e carine le due giovani protagoniste: Yu Aoi (Alice) aveva debuttato proprio in "All about Lily Chou-Chou" e nel finale si esibisce in una lunga sequenza di balletto; Anne Suzuki (Hana) si è vista in "Initial D" e in "Kantoku banzai" di Kitano.

28 aprile 2006

All about Lily Chou-Chou (S. Iwai, 2001)

All about Lily Chou-Chou (Riri Shushu no subete)
di Shunji Iwai – Giappone 2001
con Hayato Ichihara, Shugo Oshinari
***1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli in inglese.

Di alcuni film a volte ci si innamora senza un motivo apparente. Ovviamente non parlo di quei capolavori che non si possono non amare, ma di opere misconosciute per le quali il colpo di fulmine scatta all'improvviso e magari a prescindere dai loro meriti puramente cinematografici. Si tratta di una passione intima e personale che spesso agli altri, anche agli amici più affiatati, può risultare inspiegabile e che può essere innescata da un piccolissimo dettaglio colto durante la visione: un'inquadratura ardita, uno sguardo in camera di un attore o, come in questo caso, una particolare colonna sonora.

Devo ancora vedere altri film di Iwai, ma mi sento di scommettere su questo regista: diamogli il tempo di vincere il primo premio a qualche festival e magari i suoi film verranno recuperati anche da noi, come è stato con Kitano e come sta accadendo adesso a Miike. La storia, complessa, caledoiscopica, sperimentale e sofferta, ruota attorno ai tormentati rapporti di un ragazzino con i suoi amici, i compagni di scuola, la durezza della vita e soprattutto la passione per una cantante, Lily Chou-Chou appunto, di cui è un grande fan e a proposito della quale chatta frequentemente in internet. Molte delle discussioni "virtuali" su Lily compaiono nel film senza che lo spettatore possa sapere chi sono i personaggi che si nascondono dietro i nickname, anche se qualcosa si riesce a intuire prima della rivelazione finale. Lo stile registico è strabiliante: Iwai usa tutti i metodi e tutte le tecniche disponibili (digitale, pellicola, home video, cartelli e sovrimpressioni) per comporre un vertiginoso mosaico di sensazioni. Molte storie si intrecciano, alcune leggere (le prime vacanze estive "da soli"), altre drammatiche (i riti adolescenziali di iniziazione), altre sordide (violenze, gelosie e prevaricazioni) ma sempre tratteggiate con poesia e delicatezza, attraverso personaggi tridimensionali e in continua evoluzione. Una pellicola affascinante che, come se non bastasse, è condita come dicevo da una colonna sonora fenomenale. Le canzoni di Lily Chou-Chou sono scritte da Takeshi Kobayashi e interpretate da Salyu, una cantante nipponica dalla voce impagabile e quasi esoterica: secondo i suoi fan, infatti, essa proviene dall'Etere, una sorta di mondo celestiale cui appartengono pochissimi spiriti eletti, fra i quali Mozart, John Lennon, Bjork e Shiina Ringo (!). Le mie tracce preferite del CD della colonna sonora sono "Ai no jikken", "Erotic" e "Glide". Una delle canzoni è stata usata anche da Tarantino in "Kill Bill, vol. 1", nella scena in cui Hattori Hanzo mostra le sue spade alla Sposa.

Nota: il film è stato concepito da Iwai dopo aver assistito a un concerto di Faye Wong a Hong Kong. Inizialmente aveva cominciato a scriverlo sotto forma di romanzo, poi lasciato incompiuto, e in seguito lo ha pubblicato su un sito web i cui utenti hanno contribuito allo sviluppo interattivo del progetto fino alla sua forma finale.