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11 gennaio 2023

Scipione detto anche l'Africano (L. Magni, 1971)

Scipione detto anche l'Africano
di Luigi Magni – Italia 1971
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Davanti al senato romano, Catone il Censore (Vittorio Gassman) accusa i fratelli Publio Scipione, detto l'Africano (Marcello Mastroianni), e Lucio Scipione, detto l'Asiatico (Ruggero Mastroianni), comandanti dell'esercito, di essersi "intascati" un ricco tributo di cinquecento talenti destinato dal re della Siria alla repubblica di Roma. Quando l'Africano, celebrato eroe di guerra (ha sconfitto i cartaginesi nella seconda guerra punica) nonché uomo onesto e incorruttibile, e come tale amato e idolatrato dal popolo, scopre che il responsabile è suo fratello, sarebbe anche pronto a denunciarlo. Non si rende conto però che Catone non è alla ricerca della verità, ma vuole solo impedire che un uomo come lui possa diventare troppo popolare, ingombrante e dunque "scomodo". Ispirato alle vicende reali dei "processi degli Scipioni", un peplum decisamente originale per temi, forma e confezione, a metà strada fra la ricostruzione storica e la satira politica (e umanistica) in chiave moderna. Caratterizzato da una teatralità quasi pasoliniana, con dialoghi e battute in romanesco e scenografie pauperistiche (è girato tutto in esterni, fra campagne e antiche rovine: le riprese sono state effettuate in gran parte a Pompei, ma anche a Paestum, nella Villa Adriana a Tivoli e presso la necropoli etrusca di Sovana), il film mette in scena i germi della decadenza di una Roma che dimentica il proprio passato, celebra ipocritamente eroi di cui non ha bisogno, si mostra cinica davanti ai valori morali ("Il più pulito c'ha la rogna"), dove gli schiavi non vogliono essere liberati e, quando ci si trova davanti a un uomo troppo grande, fedele e perfetto (dunque "non umano"), questi viene ripudiato e considerato fastidioso. Scipione stesso, pur di scendere dal piedistallo, sceglierà di autoaccusarsi e di distruggere la propria immagine pubblica, ma così facendo non otterrà che di esporre in piena luce le ipocrisie di tutti gli altri. Molto interessante il cast, con i due fratelli Mastroianni (Ruggero, celebre montatore, recita qui per l'unica volta in carriera) che interpretano a loro volta due fratelli. Silvana Mangano è Emilia, la moglie di Scipione. Turi Ferro è nientemeno che Giove Capitolino, con il quale Scipione ha una serie di conversazioni private. Woody Strode è Massinissa, re di Numidia e antico compagno d'armi del protagonista. Wendy D'Olive è Licia, la servetta "invisibile". Colonna sonora del flautista Severino Gazzelloni.

4 novembre 2020

La Tosca (Luigi Magni, 1973)

La Tosca
di Luigi Magni – Italia 1973
con Gigi Proietti, Monica Vitti
***

Visto in divx.

A Roma, il 14 giugno 1800 (giorno della battaglia di Marengo), il pittore Mario Cavaradossi (Gigi Proietti) aiuta il prigioniero politico Cesare Angelotti (Umberto Orsini), appena fuggito da Castel Sant'Angelo, a nascondersi dalle guardie pontificie. Ma il barone Scarpia (Vittorio Gassman), reggente dell'alta polizia romana, sfruttando la gelosia della cantante Floria Tosca (Monica Vitti), amante di Cavaradossi, individua il suo nascondiglio. Condannato a morte, a Mario viene fatto credere che avrà salva la vita se Tosca si concederà a Scarpia... Liberamente tratto non dall'opera di Puccini, ma dal dramma originale di Victorien Sardou, un film con cui Magni ripropone i temi classici del melodramma con i toni spigliati della commedia all'italiana e della farsa romanesca, pur senza stravolgere alcunché e restano fedele agli eventi narrati (finale tragico compreso). Molte le similitudini con il precedente "Nell'anno del Signore", a partire dal periodo storico (la Roma papalina di inizio ottocento) e dal protagonista (che lì era interpretato da Nino Manfredi) che dietro l'apparenza da artista "alieno alla politica" ha segretamente idee rivoluzionarie e giacobine. La vera novità è che, anche senza Puccini, si tratta comunque di un film musicale: oltre a regia e sceneggiatura, il regista firma infatti anche i testi degli stornelli romani che punteggiano la pellicola (la colonna sonora è di Armando Trovajoli). Memorabili, fra le altre, la canzone "Tremate lo stesso" (intonata dai due brigadieri che accompagnano Scarpia, interpretati da Gianni Bonagura e Fiorenzo Fiorentini), il duetto d'amore "Mi madre è morta tisica" e la ballata "Nun je da' retta Roma". Ottimo il cast, in cui figurano numerosi volti di celebri caratteristi: fra questi Aldo Fabrizi (il monsignor governatore di Roma, che prega per la sconfitta di Napoleone: "Un ave, un padre, un gloria, può far cambiar la storia"), Marisa Fabbri (la regina di Napoli), Ninetto Davoli (il messaggero ussaro che reca la notizia della vittoria di Bonaparte) e Alvaro Vitali (un mendicante).

18 giugno 2020

Nell'anno del Signore (L. Magni, 1969)

Nell'anno del Signore
di Luigi Magni – Italia 1969
con Nino Manfredi, Claudia Cardinale
***

Visto in divx.

Nella Roma di papa Leone XII (siamo nel 1825), dove un potere autoritario e dispotico limita fortemente le libertà del popolo, due carbonari – il medico rivoluzionario Leonida Montanari (Robert Hossein) e il giovane idealista Angelo Targhini (Renaud Verley) – vengono arrestati e condannati a morte per aver tentato di uccidere un membro del loro stesso gruppo che aveva fatto la spia alle guardie del pontefice. La loro storia si intreccia con quella di un umile ciabattino, Cornacchia (Nino Manfredi), che in segreto scrive le poesie satiriche che vengono affisse ogni notte sulla statua di Pasquino (le cosiddette "pasquinate") per irridere il clero e le istituzioni, denunciarne gli abusi e spingere il popolo alla rivolta; e con quella di Giuditta (Claudia Cardinale), ragazza ebrea che convive con Cornacchia e che cerca in ogni modo di salvare i due prigionieri dalla forca... Il secondo film di Magni è uno dei suoi lavori migliori e più caratteristici, primo di un filone (seguiranno, fra gli altri, "In nome del Papa Re" e "In nome del popolo sovrano") ambientato nella Roma papalina durante gli ultimi anni del potere pontificio. Il soggetto è ispirato a una storia vera (l'ultima scena, ambientata ai giorni nostri, mostra la targa affissa in memoria dei condannati in piazza del Popolo, dove si svolse l'esecuzione), di cui peraltro modifica alcuni particolari (come l'età anagrafica e la provenienza di alcuni personaggi): e pur sbilanciando la narrazione verso il registro comico-grottesco tipico della commedia all'italiana, se non addirittura verso la farsa in alcuni passaggi fin troppo parodistici, con qualche caduta di stile (vedi la principessa (Britt Ekland) moglie di Filippo Spada (Franco Abbina), che non si cura della sorte del marito), riesce comunque a fornire una rappresentazione indovinata di un particolare momento storico che, volendo, può essere letto in chiave di attualità (anche perché le questioni politiche e la semplice umanità dei personaggi si intrecciano con felice intuizione). Il tema, dopotutto, è quello del rapporto fra il popolo e chi lo governa, un popolo ritratto di volta in volta come pigro e addormentato, felice di essere guidato o dominato, in attesa di qualcuno che lo risvegli, o semplicemente indifferente alle proprie sorti. I timidi fermenti rivoluzionari che preoccupano le guardie non sembrano in realtà frutto di una volontà popolare: i cospiratori della setta carbonara sono soltanto nobili e aristocratici, mentre la gente comune pensa a tirare a campare e, semmai, a godersi lo spettacolo dell'esecuzione dei congiurati. Insomma: la satira è rivolta sia verso il potere sia verso i sudditi.

Esemplare la frase che conclude il film, pronunciata da Montanari prima di essere decapitato: "Buonanotte, popolo". È solo uno, peraltro, dei numerosi detti memorabili o aforismi paradossali di cui è permeata la pellicola (fra i tanti: "Noi siamo sempre dalla parte giusta, soprattutto quando sbagliamo", "Il popolo è stanco? Più che altro, sembra ubriaco", "Io mi sento libero solo quando obbedisco!", "Qui a Roma gli unici a dormire siamo noi, che stiamo sempre svegli"). La vicenda assume a tratti caratteristiche corali, grazie a un nutrito gruppo di comprimari, molti dei quali interpretati da autentici mostri sacri della commedia all'italiana: Ugo Tognazzi è il cardinale Rivarola, colui che condanna a morte i carbonari; Enrico Maria Salerno è il colonnello Nardoni, incaricato di far rispettare l'ordine in città ("Magari comandassero i colonnelli!", afferma a un certo punto: un'altra allusione all'attualità, il colpo di stato in Grecia); Alberto Sordi è il frate che cerca inutilmente di far pentire i condannati prima dell'esecuzione. Piccole parti, inoltre, per Pippo Franco, Stelvio Rosi e Marco Tulli. La scelta di ricorrere ad attori celebri fu fatta intenzionalmente dai produttori, nella speranza di "disinnescare" la polemica per i contenuti anticlericali del film, che sarebbero saliti in primo piano se la pellicola fosse stata interpretata da volti sconosciuti o meno associati alla comicità: così, invece, si cercò di farla passare per una delle tante commedie italiane in costume. Il successo al botteghino, in ogni caso, fu notevole. Fra i temi collaterali, da segnalare quello delle persecuzioni contro gli ebrei, con sequenze come la messa cui gli abitanti del ghetto sono costretti ad assistere, o la frase di Rivarola "Secondo me, questi giudei sono esseri umani quasi come noi". La scena in cui il cardinale finge di firmare la grazia per i condannati potrebbe essere stata ispirata alla "Tosca" di Giacomo Puccini, di cui lo stesso Magni realizzerà un adattamento cinematografico quattro anni più tardi. Nel 2003 il regista e Manfredi torneranno poi a occuparsi delle pasquinate nel tv movie "La notte di Pasquino". La colonna sonora di Armando Trovajoli è "morriconiana", come suggerisce anche la canzone di Giuditta interpretata dal soprano Edda Dell'Orso (già memorabile voce in alcune delle migliori soundtrack per i film di Sergio Leone). I temi del film, la sua ambientazione e l'iconografia di alcuni personaggi (come Montanari) potrebbero aver ispirato il fumetto "Mercurio Loi" pubblicato da Sergio Bonelli Editore.

13 giugno 2018

Faustina (Luigi Magni, 1968)

Faustina
di Luigi Magni – Italia 1968
con Vonetta McGee, Renzo Montagnani, Enzo Cerusico
**

Visto in divx.

La mulatta Faustina, figlia di una popolana romana e di un militare americano, è sposata con il manesco Quirino, che si guadagna da vivere come tombarolo, trafficando in antichi reperti etruschi. Il loro matrimonio è infelice, e Faustina medita di lasciare l'uomo per fuggire con Elia, mite, spiantato e stralunato musicista di strada... Primo film da regista per Luigi Magni (fino ad allora sceneggiatore), che diventerà poi famoso per tante pellicole ambientate nella Roma ottocentesca e papalina. Qui la collocazione temporale è contemporanea, ma non si direbbe: i personaggi vivono in un mondo fiabesco, onirico e surreale, e si aggirano sullo sfondo di campi incolti e di antiche rovine romane (di cui Quirino in particolare è un cultore). Di conseguenza il film, nel suo vagare ondivago senza un vero focus, ha comunque una particolare identità fatta di filosofia quotidiana romanesca e popolare, continui riferimenti al passato della città, alcuni momenti da barzelletta e il contrasto fra la pragmaticità e l'illusione di poter migliorare la propria condizione (Enea progetta di chiedere aiuto a principi e papi). La McGee (doppiata da Vittoria Febbi), americana, era all'esordio come attrice. Il nome Faustina è quello di diverse mogli di imperatori romani (Quirino stesso si identifica con Scipione l'Africano).