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6 luglio 2023

Nimona (Nick Bruno, Troy Quane, 2023)

Nimona (id.)
di Nick Bruno, Troy Quane – USA 2023
animazione digitale
***

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

In un mondo medieval-tecnologico, il prode Ballister Boldheart (Cuoreardito nella versione italiana) viene ammesso fra i cavalieri che devono proteggere il regno dai presunti mostri che lo minacciano da oltre le mura, seguendo l'esempio di Gloreth, la leggendaria guerriera che mille anni prima aveva sconfitto ed esiliato il primo di questi. Incastrato con l'accusa di aver ucciso la regina, ed etichettato da tutti come un criminale, Ballister sarà costretto ad allearsi proprio con una ragazza mostro, la scatenata mutaforma Nimona, per cercare di dimostrare la propria innocenza. Liberamente tratto dal fumetto di ND Stevenson (già Noelle Stevenson, showrunner dell'eccellente serie "She-Ra e le principesse guerriere"), un film d'animazione che ha avuto una storia piuttosto travagliata: avrebbe dovuto essere realizzato dai Blue Sky Studios della Fox, ma dopo l'acquisizione da parte della Disney gli studi furono smantellati e la produzione interrotta, per essere poi ripresa dalla casa indipendente Annapurna e da Netflix. L'ottima animazione, pop, colorata e vivace, ricorda un altro prodotto animato Netflix, la serie "Arcane", ma sono soprattutto la storia (ricca di colpi di scena) e i personaggi a colpire per originalità e profondità psicologica. L'idea di giocare con i cliché delle fiabe classiche, discutendone gli assiomi e ribaltando per esempio la dicotomia fra eroe e cattivo e fra personaggi "normali" e mostri, non è certo nuova: c'è un evidente filo rosso che parte da "Shrek" e giunge a "Nimona" passando per "Dragon Trainer", "Frozen", "Red" e "Il mostro dei mari". Qui però i temi della diversità e della (in)tolleranza sono trattati a più livelli: da quelli più espliciti (Ballister mal visto come cavaliere perché non è di origine nobile; la coppia gay) a quelli metaforici (Nimona stessa, con le sue trasformazioni, può essere vista come un personaggio gender fluid, non binario, che non si adegua alle etichette altrui, e che pertanto è facile definire come "un mostro"). Ma Nimona, prima di tutto, è un personaggio assai divertente, che vivacizza ogni scena in cui è presente (tanto in forma umana quanto nel caleidoscopio di trasformazioni in animali rosa) e porta caos e rivoluzione nell'ambiente in cui vive: è punk, ribelle, demoniaca villain wannabe... ma quando arriva il momento del flashback sulle sue origini (che, come previsto, ribalta in chiave revisionista gran parte di quello che ci era stato detto all'inizio) diventa anche un personaggio tragico e assai simpatetico. I nemici sono invece il conservatorismo bigotto e la cieca intolleranza, che insegnano a ripetere meccanicamente "quel mostro è una minaccia per il nostro stile di vita" (notevole la propaganda mediatica che insiste su questo punto, fino a contaminare le pubblicità e i prodotti per i bambini) e a proteggere tradizioni millenarie che si rivelano costruite sul (quasi) nulla. Molti di questi temi, ovviamente, erano presenti anche in "She-Ra" (non solo in Nimona e Gloreth, ma anche nella coppia Ballister-Ambrosius si percepiscono echi di Catradora).

23 dicembre 2022

Pinocchio (Guillermo del Toro, 2022)

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio)
di Guillermo del Toro, Mark Gustafson – USA 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver perso il figlio Carlo in un bombardamento durante la prima guerra mondiale, il falegname Geppetto lo "ricrea" con le fattezze di un burattino di legno, Pinocchio, al quale una fata infonde magicamente la vita. Inizialmente capriccioso e indisciplinato, Pinocchio – grazie anche ai consigli di Sebastian, il grillo parlante – saprà dimostrare generosità, coraggio e altruismo. Appassionato da sempre alla fiaba di Carlo Collodi (con cui era entrato in contatto in giovane età, come molti, attraverso la celebre versione animata della Disney), Del Toro ha voluto realizzarne una rilettura personale che, pur mantenendo l'impianto narrativo di base, se ne discosta in parecchi aspetti. Innanzitutto l'ambientazione è spostata agli anni del fascismo, con tanto di breve apparizione (per quanto caricaturale) di Mussolini stesso. Anche Lucignolo diventa il figlio del podestà locale, e lui e Pinocchio sono costretti ad arruolarsi in un campo di addestramento per soldati bambini. Ne conseguono toni dark, adulti e quasi horror, che si alternano ai momenti comici (come quelli che vedono protagonista il grillo), a quelli avventurosi (la lotta contro il mostro marino) e ad altri addirittura metafisici (l'aldilà dove Pinocchio si ritrova dopo ogni sua "morte": la Morte stessa, impersonificata da una sorta di chimera, è la sorella della fata dei boschi), oltre naturalmente al complesso rapporto fra padre e figlio che lega Geppetto al burattino. L'altalena di registri può lasciare perplessi, a dire il vero, visto che la pellicola non è sempre coerente nei suoi toni (e nel pubblico di riferimento: adulto o infantile?), ma è quantomeno da apprezzare la scelta di non fare l'ennesimo remake identico di una storia di cui il cinema ha ormai abusato allo sfinimento (la bella versione di Matteo Garrone, per esempio, risale a solo tre anni fa). Se molti degli aspetti più "oscuri", a ben vedere, non tradiscono il materiale originale (la fiaba di Collodi sapeva essere parecchio cupa e angosciante già di suo), Del Toro sorprende – ma nemmeno troppo – nel rifuggire le letture più moraliste e pedagogiche della vicenda, come la tentazione di "imbrigliare" il protagonista nell'obbedienza, nel conformismo e nel rispetto delle regole, qui simboleggiate dal fascismo. Anche il finale, in cui si rinuncia alla canonica trasformazione in un bambino in carne e ossa, suggerisce come questa non sia necessaria per diventare "un bambino vero": bastano le azioni che si compiono. Fra i personaggi minori spiccano il Conte Volpe, imbonitore del circo che "recluta" Pinocchio come attrazione, e il suo assistente-schiavo, la scimmia Spazzatura. Molti, invece, gli episodi e i personaggi iconici assenti, come il Gatto e la Volpe (fusi con Mangiafuoco nella figura del suddetto imbonitore) e il paese dei balocchi. L'animazione in stop motion è di ottima fattura, arricchita comunque dagli effetti visivi della fotografia digitale. Del tutto dimenticabile invece la colonna sonora di Alexandre Desplat, (brutte) canzoni comprese.

2 ottobre 2022

Bongo e i tre avventurieri (aavv, 1947)

Bongo e i tre avventurieri (Fun and fancy free)
di Jack Kinney, Bill Roberts, Ham Luske, William Morgan – USA 1947
animazione tradizionale e mista
**

Visto in TV (Disney+).

Quarto dei sei film d'animazione prodotti dalla Disney fra il 1942 e il 1949 che, anziché proporre una storia unica, consistevano in "compilation" di cortometraggi realizzati negli anni in cui lo studio aveva dovuto ridurre il personale e mettere da parte i progetti più ambiziosi per via della seconda guerra mondiale. Questa volta si tratta di due segmenti, del tutto slegati fra loro, uniti da una cornice che vede protagonista Jiminy Cricket, il grillo parlante di "Pinocchio" (film da cui tornano brevemente anche il gatto Figaro e il pesciolino Cleo), che introduce la pellicola all'insegna del binomio "divertimento e spensieratezza" ("Fun and fancy free", appunto, come recita il titolo originale). Cantando "Non ci si deve mai crucciar" (mentre dialoghi e immagini – le pagine di un quotidiano – citano i problemi che preoccupano l'opinione pubblica in quegli anni, l'angoscia per la bomba atomica in primis!), il grillo si aggira per una grande casa fino a incappare in una bambola e un orsetto di pezza, inanimati (a differenza di Pinocchio!) ma tristi, ai quali tira su il morale grazie a un disco dove la voce dell'attrice Dinah Shore (doppiata in italiano da Gemma Griarotti, mentre le canzoni rimangono in inglese) racconta la storia di Bongo, orsetto circense che trova la libertà tra i boschi e le montagne, in mezzo alla natura, e l'amore di Lulubel, orsetta per conquistare la quale (a suon di... schiaffoni!) deve competere con il massiccio Bullo. Nonostante l'animazione morbida e la buona qualità di disegni e sfondi, si tratta di un episodio poco ispirato e piuttosto insignificante (non stupisce in effetti come il personaggio di Bongo non sia mai stato ripreso).

Più memorabile il secondo episodio, una rilettura della classica favola di Jack e la pianta di fagioli (assai popolare nel mondo anglosassone) con Topolino, Pippo e Paperino come protagonisti, nei panni di tre poveri contadini alle prese con un gigante. La storia ci viene raccontata dal celebre ventriloquo Edgar Bergen, in una cornice girata in live action, che la narra – insieme ai suoi pupazzi Charlie McCarthy e Mortimer Snerd – all'attrice bambina Luana Patten. Ma anche se più movimentato e divertente (anche per via della suddetta cornice, con i commenti sarcastici dei due pupazzi), questo secondo segmento (che inizialmente avrebbe dovuto essere un lungometraggio a sé stante, ma il progetto venne ridimensionato) è da ricordare soprattutto perché si tratta dell'ultima volta che Walt Disney in persona fornisce la voce a Topolino al cinema (riprenderà il ruolo, brevemente, negli anni cinquanta in televisione), nonché per la tendenza in quegli anni di usare personaggi già introdotti in precedenza (è anche il caso del grillo) come "attori" in storie ambientate al di fuori del loro solito contesto (in una scena tagliata, in cui Topolino barattava la propria mucca con i fagioli magici, si sarebbero dovuti vedere anche il Gatto e la Volpe, sempre da "Pinocchio"). Di fatto, è come se si trattasse di una "grande parodia" come quelle dei fumetti Disney realizzati in Italia. Il gigante Willie tornerà nel 1983 nel "Canto di Natale di Topolino". La regia delle sequenze animate è di Jack Kinney, Bill Roberts e Hamilton Luske, mentre William Morgan ha diretto le scene dal vivo.

28 settembre 2022

Snow White (J. Searle Dawley, 1916)

Biancaneve (Snow White)
di J. Searle Dawley – USA 1916
con Marguerite Clark, Creighton Hale
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Benvoluta da tutti a corte, la principessa Biancaneve è trattata come una serva dalla matrigna Brangomar, gelosa della sua bellezza. Quando la regina ordina al cacciatore Berthold di portarla nel bosco e ucciderla, questi la risparmia per pietà. Biancaneve trova così rifugio nella capanna dei sette nani. Sobillata da una strega, la regina proverà a raggiungerla anche lì, ma la ragazza sarà salvata dal principe Florimond che si è innamorato di lei. Questo film muto in sei rulli è uno dei primi adattamenti cinematografici della celebre fiaba dei fratelli Grimm (un precedente corto del 1902 è andato perduto). Tecnicamente parlando, si tratta di un adattamento dello spettacolo teatrale di Broadway del 1912 scritto (sotto pseudonimo) da Winthrop Ames, di cui conserva anche la protagonista Marguerite Clark, e che rispetto alla fiaba originale amplia il ruolo dei personaggi secondari, su tutti il cacciatore e i sette nani, ai quali vengono affibbiati per la prima volta dei nomi, vale a dire Blick, Flick, Glick, Snick, Plick, Whick e Quee (il più giovane dei sette, con un ruolo da macchietta comica). Walt Disney ricorda di aver visto il film al cinema quando aveva solo quindici anni e di esserne rimasto colpito: naturalmente vi si ispirerà quando, vent'anni dopo, deciderà di realizzare il suo primo lungometraggio animato. La storia è meravigliosamente raccontata, con una gran cura nelle scene (splendida la sala del trono della regina), nei costumi, nei personaggi, tutti ben caratterizzati, compresi quelli minori (le damigelle di corte, le tre figlie del cacciatore, i nani stessi). Di contro, la regia è parecchio statica, con poco o nessun uso del montaggio narrativo o dei movimenti di macchina: se pensiamo a cosa faceva Griffith in quegli stessi anni, da questo punto di vista il film non è certo innovativo. Se la sceneggiatura mantiene alcuni elementi della fiaba dei Grimm che le versioni successive (a partire da quella disneyana) preferiranno eliminare, come il pettine avvelenato con cui la regina travestita prova a uccidere Biancaneve ben prima della più celebre mela, ne introduce altri del tutto spuri: per esempio, qui la regina cattiva e la strega sono due personaggi differenti, che complottano insieme contro la protagonista (ed è la seconda a consegnare alla prima lo specchio magico). Inoltre, come detto, il cacciatore ha tre figlie che giocano un ruolo importante nella vicenda. Oltre ai sette nani (curiosità: i cartelli usano lo spelling dwarves, al posto del più corretto dwarfs, ben prima dell'uso che notoriamente ne farà Tolkien), tutti i personaggi hanno un nome. Altri elementi che invece rimarranno (e che Disney farà suoi) sono gli animaletti del bosco che aiutano Biancaneve (un uccellino e un coniglio). La pellicola fu distribuita nelle sale a Natale, come suggerisce l'incipit in cui si vede proprio Babbo Natale tirare fuori i personaggi della storia dal suo sacco, sotto forma di bambole che poi prendono vita.

10 novembre 2021

La sposa cadavere (Burton, Johnson, 2005)

La sposa cadavere (Corpse bride)
di Tim Burton, Mike Johnson – USA 2005
animazione a passo uno
**1/2

Rivisto in TV (Netflix).

Il giovane Victor, promesso sposo a Victoria (si tratta di un matrimonio combinato dalle rispettive famiglie, il che non impedisce ai due giovani di innamorarsi l'uno dell'altra a prima vista), si ritrova per errore sposato invece con... un cadavere, quello di Emily, che lo trascina con sé nel regno dei morti. Il secondo lungometraggio in animazione stop motion di Tim Burton (ma il primo da lui diretto, sia pure insieme a Mike Johnson, visto che la regia del precedente "Nightmare before Christmas" non era sua ma di Henry Selick) è una fiaba dark e romantica ambientata in epoca vittoriana (il che si riflette nei nomi dei due promessi sposi: Victor e Victoria) e ispirata a una leggenda del folklore russo di origine ebraica. Con il film su Jack Skeletron condivide parecchie cose: dal gusto per il macabro all'aspetto deforme e inquietante dei personaggi, dalle scenografie espressioniste (da notare, in particolare, l'uso dei colori: se nel mondo reale la tavolozza è del tutto smorta, quasi monocromatica, il regno dei morti invece è variopinto e colorato) alla struttura musicale (con canzoni e musiche di Danny Elfman, a dire il vero non proprio memorabili). Ma nonostante il buon riscontro critico e il mood generalmente accattivante, la trama semplicistica, le gag scialbe, la debole caratterizzazione dei personaggi di contorno (alcuni dei quali, come i genitori, scompaiono di scena senza un motivo a metà film) e le idee riciclate dai lavori precedenti (vedi il cagnolino scheletro) lo rendono più povero del precedente, lasciando l'impressione di aver assistito – complice anche la breve durata – non a un lungometraggio, ma a un cortometraggio "gonfiato". Anche il doppiaggio italiano non è all'altezza di quello di "Nightmare before Christmas", soprattutto per quanto riguarda le parti cantate. In originale le voci sono di Johnny Depp, Helena Bonham Carter ed Emily Watson, mentre lo stesso Elfman canta nel ruolo dello scheletro jazzista. L'animazione a passo uno appare molto fluida e ripulita, tanto da lasciare il sospetto che sia stata generata al computer (in realtà si tratta del primo film in stop motion girato con camere digitali). Da notare le citazioni per Ray Harryhausen (il cui nome è inciso sul pianoforte) e "Via col vento".

6 luglio 2021

Mirrormask (Dave McKean, 2005)

MirrorMask (id.)
di Dave McKean – USA 2005
con Stephanie Leonidas, Jason Barry
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Helena (Stephanie Leonidas) è la figlia ribelle di due artisti e proprietari di un circo (Gina McKee e Rob Brydon). Quando la madre si ammala, la ragazza sogna di trovarsi in un mondo fiabesco e surreale, diviso fra una città della luce e un regno delle ombre: e per salvare la regina della luce, caduta addormentata, dovrà introdursi nella terra oscura in cerca della principessa delle ombre (una sosia di sé stessa) che è fuggita di casa. Opera prima come regista cinematografico del disegnatore Dave McKean, ideata insieme allo sceneggiatore Neil Gaiman: i due, che già avevano collaborato a più riprese nel campo del fumetto, realizzeranno lo stesso anno un libro illustrato ispirato al film. Se l'impianto narrativo non offre particolari sorprese (è una rilettura in chiave fantastica e onirica dei temi della crescita e del rapporto con la madre), il punto di forza è l'aspetto visivo ed estetico, che traspone sullo schermo lo stile dark, visionario, gotico e surreale delle illustrazioni di McKean, con creature ibride e animalesche che sembrano unire la fantasia dei dipinti di Bosch allo stile di animazione dell'Europa dell'est (Jan Švankmajer e la sua stop motion), passando per atmosfere affini al cinema di Guillermo Del Toro ("Il labirinto del fauno") e Tim Burton. Evidenti anche i rimandi a classiche fiabe inglesi come "Alice nel paese delle meraviglie", mentre la casa di produzione di Jim Henson fornisce ulteriori collegamenti, quelli con "Labyrinth" e "Dark Crystal". Jason Barry è il giocoliere Valentin, che aiuta Helena nella sua avventura.

8 maggio 2021

Hansel and Gretel (Tim Burton, 1983)

Hansel and Gretel
di Tim Burton – USA 1983
con Jim Ishida, Michael Yama
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Abbandonati nel bosco dalla matrigna cattiva (Michael Yama), i due fratellini Hansel e Gretel (Andy Lee e Alison Hong) trovano rifugio in una casa fatta di dolciumi, dove però abita una strega (sempre Yama) che progetta di mangiarli. A finire nel forno sarà invece lei, e i due bambini potranno riunirsi con il padre (Jim Ishida). Tim Burton ha realizzato questa versione della celebre fiaba dei fratelli Grimm per un programma televisivo di The Disney Channel: si tratta del suo primo lavoro con attori in carne e ossa (il precedente "Vincent" era in animazione a passo uno). Curiosa la scelta di casting, con interpreti tutti di etnia asiatica: forse anche per questo ci sono arti marziali (la strega combatte con shuriken e nunchaku!). Nel complesso simpatico, anche grazie agli sfondi disegnati, ai pupazzi (il padre dei due bambini è un giocattolaio) e all'esplosione di colori nella casa della strega, e degna di lode la scelta di non edulcorare i temi dark della fiaba originale (con gli americani non si sa mai!), con tutti i suoi significati simbolici e psicanalitici.

9 giugno 2020

Goshu il violoncellista (Isao Takahata, 1982)

Goshu il violoncellista (Sero hiki no Goshu)
di Isao Takahata – Giappone 1982
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Goshu è un giovane contadino che suona il violoncello in un'orchestra di campagna, impegnata nelle prove della sesta sinfonia di Beethoven (la "Pastorale") che dovrà portare in scena in città. Il severo direttore d'orchestra lo rimprovera frequentemente, accusandolo di non seguire il tempo degli altri o di uscire di tono. Ogni sera, nella capanna dove vive da solo e dove si esercita senza sosta, il ragazzo riceve la visita di un diverso animale parlante (un gatto, un uccello, un tasso e un topolino) che lo aiuteranno a migliorarsi e a maturare sia dal punto di vista musicale che da quello relazionale e comportamentale: grazie a loro, e alla propria forza di volontà, il concerto sarà un successo, e proprio a Goshu sarà chiesto di esibirsi come solista in un bis altamente virtuosistico ("Caccia alla tigre indiana", scritto appositamente da Michio Mamiya). Mediometraggio (dura un'ora scarsa) tratto da un racconto di Kenji Miyazawa di inizio Novecento, che mescola le suggestioni musicali del brano di Beethoven (un cui ritratto arcigno è appeso sulle pareti spoglie della casa di Goshu, ad osservarlo durante le lunghe ore di esercizio) – già di per sé legate al mondo della campagna (il film si apre con un temporale che va di pari passo con il quarto movimento, esattamente come accadeva in "Fantasia" di Walt Disney) – con temi tipicamente favolistici come gli animali parlanti e il loro intimo legame con la musica (si va da "I musicanti di Brema" alle tante principesse, Biancaneve in primis, che sanno comunicare con tutti gli abitanti della natura). L'animazione morbida, i bei fondali di Mukuo Takamura e i disegni appena abbozzati completano il quadro di un film semplice ma capace di risuonare nel profondo, soprattutto se si ama la musica e si comprende lo sforzo (non certo banale) che sta dietro a una perfetta esecuzione, alla capacità di trovare un proprio stile ma al contempo di rimanere in sintonia con gli altri membri dell'orchestra (il che potrebbe suggerire riferimenti autobiografici al lavoro di animatore dello stesso Takahata).

12 marzo 2020

Biancaneve e i sette nani (D. Hand, et al., 1937)

Biancaneve e i sette nani (Snow White and the Seven Dwarfs)
di David Hand, et al. – USA 1937
animazione tradizionale
****

Rivisto in divx.

La bellezza della giovane principessa Biancaneve fa ingelosire la regina cattiva, sua matrigna, che ordina a un cacciatore di condurla nella foresta e di ucciderla. Ma l'uomo non ha il coraggio di portare a termine il compito: la fanciulla si rifugia così nel bosco, dove è accolta nella casa dei sette nani. Tramutatasi in strega grazie alla magia nera, la regina avvelena Biancaneve con una mela incantata: ma il "primo bacio d'amore" del principe azzurro la ridesterà dal sonno mortale. Fortemente voluto da Walt Disney in persona (che nel cartello introduttivo si sentì in dovere di ringraziare tutti i suoi dipendenti e collaboratori), supervisionato dal regista David Hand, con sequenze dirette da William Cottrell, Wilfred Jackson, Larry Morey, Perce Pearce e Ben Sharpsteen, "Biancaneve" è il primo lungometraggio d'animazione della Disney, che fino ad allora aveva sfornato soltanto corti: quelli dedicati a Mickey Mouse e Donald Duck, certo, ma anche la serie delle "Silly symphonies" (Sinfonie allegre), con suoni e immagini perfettamente abbinati, molti dei quali prendevano spunto da celebri fiabe e anticipavano dunque, nonostante la breve durata, i grandi capolavori che sarebbero seguiti. Non solo: "Biancaneve" è il primo lungometraggio interamente in animazione tout court (un'impresa che all'epoca molti addetti ai lavori ritenevano impossibile, convinti che l'interesse e l'attenzione degli spettatori non avrebbero mai potuto essere catturati per così tanto tempo da un film senza attori in carne e ossa), anche se bisogna precisare: stiamo parlando dell'animazione tradizionale con disegni su rodovetri, perché altrimenti il primato andrebbe a "Le avventure del principe Achmed" di Lotte Reininger, realizzato nel 1926 con la tecnica delle silhouette animate, o forse addirittura a due film (andati purtroppo perduti) dell'italo-argentino Quirino Cristiani, "El Apóstol" (1917) e "Sin dejar rastros" (1918), con ritagli di carta animati a passo uno. Di più: "Biancaneve" è il primo lungometraggio d'animazione interamente a colori, con visual spettacolari (ispirati in parte alle illustrazioni di Arthur Rackham, ma anche ai classici dell'espressionismo tedesco), eccellenti sfondi dipinti, un'animazione morbida e fluente, movimenti realistici, una credibile profondità di campo (grazie alla nuova camera multiplane) e persino occasionali effetti speciali che contribuiscono a "immergere" il pubblico nella vicenda.

Lasciando da parte i risvolti psicanalitici della fiaba originale dei fratelli Grimm, che non è il caso di affrontare in questa sede (ma che in parte sono conservati anche nel film, a differenza delle versioni edulcorate delle favole in molte pellicole disneyane successive), è da segnalare come la sceneggiatura, pur semplificando a tratti la vicenda, non glissi sui suoi elementi fondanti: si parla esplicitamente di oscurità e di morte, e sono presenti scene assai espressive e che fanno visceralmente paura (la fuga di Biancaneve nella foresta, con gli alberi che ghermiscono le sue vesti) od orrore (l'antro della strega, con il corvo e lo scheletro nella cella). La stessa regina è davvero inquietante, anche visivamente (nel suo aspetto originale è anche dotata di una notevole carica sexy che contrasta con le forme più morbide da adolescente, se non addirittura da bambina, della protagonista). E non dimentichiamo uno degli elementi "magici" più iconici e misteriosi, ovvero lo specchio che la regina consulta ogni giorno per soddisfare la propria vanità ("Specchio, servo delle mie brame: chi è la più bella del reame?"), dotato di volto parlante. Ma naturalmente ci sono anche ingredienti più leggeri, comici e romantici, in un intreccio azzeccato ed equilibrato (anche se forse la parte centrale riservata ai nani, con le sequenze del lavaggio delle mani o della danza, si trascina un po' troppo a lungo: e per fortuna che altre scene di questo tipo sono state tagliate, vedi sotto). Un mix che ha fatto la fortuna del film e ha indicato la strada sui cui proseguire e su cui si focalizzeranno i successivi lavori della casa di Burbank, a cominciare dalle spalle comiche (qui i nani, ma anche gli animaletti del bosco) e dalle canzoni (di fatto i film Disney, con poche eccezioni, saranno sempre dei musical). A intonare i brani è soprattutto Biancaneve (con canzoni celeberrime come "Impara a fischiettar" e "Il mio amore un dì verrà"), affiancata dal principe azzurro ("Oggi non ho che un canto") e ovviamente dai nani (la popolarissima marcetta "Ehi-Ho!" e la cosiddetta "Tirolese"). Nessuna canzone, invece, per la regina cattiva (nonostante in futuro proprio ai cattivi Disney saranno riservati alcuni dei brani più belli) e per il cacciatore, unici altri personaggi umani presenti nella storia. Il resto del "cast" è infatti composto solo da animali: quelli della foresta, che accompagnano Biancaneve comunicando con lei (e aiutandola nei lavori domestici!), più il cavallo bianco del principe, il corvo nero della strega, e i due avvoltoi.

La scelta di adattare una fiaba già nota anziché partire da un soggetto originale, e il successo che ne conseguirà, condizionerà non solo tutti i futuri film disneyani (dando vita nel dopoguerra, in particolare, al fortunato filone delle "principesse") ma contribuirà anche a caratterizzare lo stesso Walt Disney nell'immaginario collettivo come un moderno affabulatore e narratore di storie per grandi e (soprattutto) piccini. In fondo le fiabe, pur nella loro apparente semplicità, veicolano nella maniera più efficace le emozioni, le paure e i sentimenti primordiali, anche grazie all'ampio ricorso agli archetipi. Ecco perché il contesto storico e l'ambientazione della vicenda rimangono ambigui o generici. In che paese siamo? In che epoca? Di quale regno è principessa Biancaneve e regina Grimilde? (A proposito, il nome della regina cattiva – come d'altronde quelli del principe o del cacciatore, tutti archetipi appunto – non viene mai pronunciato nella pellicola: "Grimilde" le viene affibbiato soltanto nell'adattamento ufficiale a fumetti scritto da Merrill De Maris, disegnato da Hank Porter e Bob Grant e pubblicato sui quotidiani, e deriva probabilmente da Crimilde, versione tedesca della norrena Gudrun, un personaggio della saga dei Nibelunghi; da notare anche l'assonanza con la parola inglese "grim", ovvero "truce, torvo"). E il principe azzurro, da quale regno proviene? Il suo castello, nella scena finale, sembra trovarsi in mezzo alle nuvole: il che lascia intendere che si tratti di un luogo immaginario, e che il personaggio stesso (e l'infatuazione di Biancaneve) siano una metafora dell'amore e dell'avvento della vita sessuale adulta ("Someday my prince will come..."), con il crudele distacco dai genitori come corollario. Ops, avevo scritto che avrei lasciato da parte i risvolti psicanalitici, ma evidentemente quando si tratta di fiabe è impossibile ignorarli... Anche per questo, è pericoloso quando l'adattamento di una fiaba ne modifica gli elementi cardine (come avverrà in alcuni brutti remake moderni o nelle versioni live action che si sono viste di recente). Qui, per fortuna, le differenze con il testo originale sono poche e tendono per di più alla semplificazione: nella fiaba dei Grimm, per esempio, quello con la mela avvelenata era il terzo tentativo della regina di attentare alla vita di Biancaneve, dopo averci provato con una veste magica e un pettine stregato (che nel film non compaiono).

E parlando di differenze con la fiaba originale, veniamo ai sette nani. Eletti in tutto e per tutto a co-protagonisti della vicenda, tanto da condividere l'onore del titolo con Biancaneve, essi erano presenti anche nella versione dei fratelli Grimm, ma formavano un gruppo indistinto, senza personalità o nomi individuali. Disney sceglie invece di caratterizzarli separatamente e di dare un nome a ciascuno di loro (non fu il primo a farlo: l'idea proviene da una commedia di Broadway del 1912, trasposta poi in un film muto nel 1916 che l'allora quindicenne Walt ricorda di aver visto), contribuendo così a stagliarli indelebilmente nella memoria dello spettatore. Quelli che rimangono più impressi, anche perché protagonisti con maggiore frequenza di scene loro dedicate, sono indubbiamente Dotto (Doc), il leader del gruppo, con il suo pomposo farfugliare; Brontolo (Grumpy), sempre di cattivo umore, maldisposto verso Biancaneve perché teme le donne e le loro "arti subdole"; e Cucciolo (Dopey), il più giovane dei sette, che non parla "perché non ci ha mai provato". Completano il lotto Pisolo (Sleepy), Eolo (Sneezy), Gongolo (Happy) e il timido Mammolo (Bashful). Prima di scegliere i nomi e le relative personalità, Disney e i suoi collaboratori ne presero in considerazione più di cinquanta (siamo quasi di fronte agli antesignani dei Puffi)! Il numero sette, fra le altre cose, rimanda naturalmente ai sette vizi capitali, e in effetti le caratteristiche dei nani sembrano un distillato delle inclinazioni morali e universali dell'uomo (come l'ira o la pigrizia). Misteriose sono anche le loro età, quasi indefinibili: le lunghe barbe suggeriscono anzianità, eppure il loro comportamento è decisamente infantile (quando Biancaneve entra per la prima volta nella loro casa, pensa che sia abitata da bambini; e quando li rimprovera per avere le mani sporche, li tratta proprio come tali). Ma nella scena in cui pregano attorno alla bara di cristallo, sembrano una comunità di vecchi frati. Fa eccezione Cucciolo, caratterizzato in tutto e per tutto come un giovane monello, anche se è poi l'unico che richiede più volte a Biancaneve un bacio sulla bocca (gli altri si accontentano di essere baciati sulla "pelata" sotto il berretto). Infine, ci viene mostrato che i nani sono minatori: possiedono infatti una miniera di diamanti e altre gemme preziose, di cui però non è chiaro che cosa facciano: le pietre vengono semplicemente ammassate in un magazzino, la cui chiave è appesa fuori dalla porta alla mercé del primo che passa. Un'ultima considerazione: i nani sono figure classiche del folklore germanico e scandinavo, e oltre che nelle fiabe come quella dei Grimm sono presenti per esempio nell'Edda norrena (che, di converso, ha ispirato quelli che appaiono nelle saghe tolkeniane, per esempio ne "Lo hobbit", pubblicato nello stesso 1937). L'età avanzata, la professione di minatori e la vita isolata nei boschi ne fanno quasi una razza a parte, più simile agli gnomi che agli esseri umani.

Se Biancaneve è la prima di tante eroine Disney senza un padre (le figure paterne, salvo rare eccezioni – come Geppetto –, saranno essenzialmente assenti dalle pellicole disneyane fino al "Re leone" del 1994!), la regina/matrigna è la prima dei molti fortunatissimi villain della cinematografia animata, in questo caso due cattivi in uno: altrettanto memorabile della sua algida forma da sovrana, infatti, è quella decrepita e mostruosa da strega in cui si trasforma grazie alle sue arti oscure, una vera e propria megera con mani adunche e naso bitorzoluto che ricorda l'iconografia classica della befana. È degno di nota il fatto che, pur di avvicinare Biancaneve e consegnarle la mela, la perfida regina giunga a sacrificare (momentaneamente) la cosa alla quale tiene di più, ovvero la sua bellezza. Il grido di compiacimento "E ora la più bella sono io!", che Grimilde esclama nel momento in cui la fanciulla cade a terra avvelenata e lei pregusta il trionfo, è quasi paradossale: in quel momento a guardarla è tutt'altro che bella. E se poi, come si dice, la bellezza non è quella esteriore ma quella interiore, in quel momento la regina è priva sia dell'una che dell'altra. A punirla per i suoi delitti – anche in questo ci si discosta dalla fiaba dei Grimm – saranno i nani, richiamati dagli animaletti del bosco, che inseguiranno la strega sotto la pioggia con armi e bastoni (in una delle rare scene in cui non recitano ruoli buffi ma appaiono invece decisi e minacciosi), ma anche il destino, che la farà precipitare in un burrone mentre si apprestava a smuovere un enorme masso per scagliarlo sui suoi inseguitori. A chiudere il film, infine, c'è l'iconica scena del bacio del principe che risveglia la fanciulla distesa nella sua bara di cristallo (prefigurando ciò che accadrà a un'altra eroina Disney, l'Aurora de "La bella addormentata nel bosco"). Anche la magia nera, infatti, ha le sue regole, e il veleno usato dalla strega (che rende la mela di un rosso scarlatto vivissimo e innaturale, grazie anche al Technicolor) non procurava semplicemente la morte ma solo un sonno apparente che il "primo bacio d'amore" può dissolvere. Eppure, nelle prime fasi di progettazione del film si era pensato a un approccio comico anche per gli altri personaggi (come il principe o la regina), prima di riservarlo ai soli nani. Se Disney era partito da subito con l'idea di rendere questi ultimi i veri protagonisti della pellicola, la scelta di spostare il focus sul conflitto fra Biancaneve e la matrigna costrinse gli animatori ad eliminare alcune sequenze (già completate!) con i sette nani, come quella in cui mangiano la zuppa preparata da Biancaneve (che avrebbe dovuto seguire la scena, rimasta nella pellicola, in cui si lavano prima di andare a tavola).

La lunga e difficile lavorazione richiese quasi quattro anni (dall'inizio del 1934, quando – come racconta un celebre aneddoto – Walt Disney "recitò" l'intero film a voce, mimando tutti i personaggi, davanti al suo staff, fino al dicembre 1937, quando la pellicola ormai completata venne proiettata in anteprima al Carthay Circle Theatre di Los Angeles, per poi essere finalmente distribuita nelle sale di tutto il mondo – Italia compresa – nel corso del 1938) e coinvolse gran parte degli animatori che a quei tempi lavoravano negli studi Disney (situati a Hollywood, in Hyperion Avenue, e non ancora a Burbank). Scorrendo i credits – posti a inizio film, come si usava allora, e non alla fine – si riconoscono infatti molti nomi noti o destinati a diventarlo: per esempio Samuel Armstrong fra i disegnatori dei fondali, Merrill De Maris, Earl Hurd e Ted Sears fra gli autori degli storyboard, Hamilton Luske, Fred Moore, Vladimir "Bill" Tytla e Norman Ferguson fra i supervisori dell'animazione, James Algar, Art Babbitt, Les Clark, Bill Roberts, Frank Thomas, Ward Kimball, Grim Natwick e Woolie Reitherman fra gli animatori. Dei registi ho già detto sopra, mentre i character designer sono Albert Hurter e Joe Grant, i concept artist Ferdinand Hovarth e Gustaf Tenggren, e la colonna sonora (nominata all'Oscar) è firmata da Frank Churchill (per le canzoni), Leigh Harline e Paul J. Smith. La pellicola venne distribuita dalla RKO (la Buena Vista, la casa di distribuzione della stessa Disney, non esisteva ancora). Per la sua realizzazione furono necessarie ingenti risorse e anche un notevole progresso tecnologico, evidente dalla fluidità dell'animazione e dalla maestria tecnica che rimarrà a lungo ineguagliata (persino fra i lungometraggi della stessa Disney: l'unico, di quelli immediatamente successivi, che ci si avvicina è "Pinocchio"). Per i personaggi umani (Biancaneve, il principe, la regina e il cacciatore), allo scopo di ottenere un maggior realismo, in alcune scene si scelse di ricorrere alla tecnica di animazione rotoscope, che consiste nel "ricalcare" le movenze filmate di un attore in carne e ossa. La modella per Biancaneve, in particolare, fu la ballerina quindicenne Marge Belcher (la voce originale, invece, è quella della cantante italo-americana Adriana Caselotti, allora diciannovenne, la cui carriera paradossalmente ne risentì perché lo stesso Walt Disney non volle che la sua voce venisse più utilizzata successivamente in altre produzioni "per non rovinare l'illusione di Biancaneve").

Nonostante in molti, compreso suo fratello Roy e sua moglie Lillian, spaventati dal costo del film (dieci volte superiore a quello di un normale cartone animato), avessero cercato di dissuaderlo da un'impresa che altri produttori hollywoodiani consideravano "una follia", Disney riuscì alla fine nel suo intento. E la pellicola riscosse uno strepitoso successo di pubblico (per qualche tempo fu il film con il maggior incasso di sempre, superato poi da "Via col vento" un paio d'anni più tardi) e di critica (tanto che Walt ricevette, dalle mani di Shirley Temple, un Oscar alla carriera che consisteva in una statuetta di dimensioni normali attorniata da sette statuette in miniatura). Di fatto contribuì ad aumentare il prestigio della Disney, proiettandola definitivamente al di sopra di tutte le case concorrenti che lavoravano nel campo dei cartoni animati. Amatissimo da Sergej Eisenstein (che lo definì "il più grande film mai realizzato") e da Charles Chaplin, il lungometraggio spinse la MGM a mettere in cantiere "Il mago di Oz" e i fratelli Fleischer a produrre a loro volta un film d'animazione, "I viaggi di Gulliver". E naturalmente convinse definitivamente Disney che quella dei lungometraggi era la strada giusta: grazie anche ai ricchi proventi della pellicola, che consentirono di finanziare i nuovi studios di Burbank, negli anni seguenti (dal 1940 al 1942) uscirono "Pinocchio", "Fantasia", "Dumbo" e "Bambi", che insieme a "Biancaneve" compongono il gruppo dei big five, i primi cinque "classici Disney", prima che la guerra e la crisi economica spingessero lo studio a ripiegare su più economiche compilation di corti (i lungometraggi veri e propri torneranno soltanto nel 1950 con la seconda principessa, "Cenerentola"). Rieditato e ridistribuito nelle sale cinematografiche a intervalli regolari, all'epoca della sua uscita in Italia il film godette di una localizzazione con i titoli, i cartelli e persino le scritte (come quelle sui letti dei nani) nella nostra lingua. In occasione della riedizione del 1972, il film fu interamente ridoppiato perché la versione originale del 1938 era considerata troppo datata e infarcita di dialoghi eccessivamente aulici. Fra le curiosità del ridoppiaggio: nel 1938 il cacciatore ingannava la regina portandogli il cuore di un capretto, nel 1972 quello di un cinghiale (in originale era di un maiale!). Alla sua uscita il film fece molta impressione, fra gli altri, anche sul giovane disegnatore veneziano Romano Scarpa, che nel corso della sua carriera pubblicherà poi su "Topolino" diversi sequel a fumetti in cui si immagina che la strega cattiva sia sopravvissuta alla caduta nel burrone.

7 marzo 2020

Lo schiaccianoci (A. Konchalovsky, 2010)

Lo schiaccianoci in 3D (The Nutcracker in 3D)
di Andrei Konchalovsky – GB/Ungheria 2010
con Elle Fanning, John Turturro
*1/2

Visto in divx.

Lasciata a casa insieme al fratellino Max dai genitori che la trascurano, la sera di Natale la piccola Mary (Elle Fanning) riceve la visita dello zio Albert (Nathan Lane) che le regala una casa di bambole e uno schiaccianoci di legno a forma di burattino. Durante la notte questi si anima, le rivela di essere un principe vittima di una maledizione e la convince ad aiutarlo a riconquistare il suo regno, occupato dal perfido re dei topi (John Turturro). Un film per famiglie decisamente ambizioso e sfarzoso, ispirato alla fiaba di E.T.A. Hoffman "Lo schiaccianoci e il re dei topi" e al balletto di Pyotr Ilyich Ciajkovskij che ne è stato tratto (le cui musiche, purtroppo riadattate, punteggiano l'intera pellicola). Ma al buon livello produttivo fa da contraltare una storia confusa e sconclusionata, piena di sottotesti anche sgradevoli e di elementi messi un po' a casaccio e pescati di qua e di là (da "Mary Poppins", "Peter Pan", "La storia infinita"...): ci sono la magia, i sogni, l'elogio della fantasia, il rapporto con i genitori (e il fratellino), la teoria della relatività di Einstein (è lui lo zio Albert!), il regime nazista e l'olocausto (i topi vestono uniformi tedesche, sottomettono la popolazione e organizzano roghi di giocattoli). Le suggestioni steampunk e quelle legate alla storia europea della prima parte del ventesimo secolo (vedi la strana ambientazione: sembrerebbe la Vienna del dottor Freud, peccato che Einstein visse prima in Svizzera e poi a Berlino, non in Austria) complicano il tutto. Terribili le canzoni, nonostante le melodie rubate a Ciajkovskij. Nel cast anche Frances de la Tour (la regina dei topi), Richard E. Grant (il padre), Yulia Vysotskaya (la madre, nonché la fata della neve) e Charlie Rowe (il principe schiaccianoci in forma umana). Fortemente voluto da Konchalovsky (anche co-sceneggiatore e produttore), al cinema il film – come indica il titolo completo – è uscito in 3D, ma è stato un colossale flop di pubblico e di critica. Eppure, almeno sotto l'aspetto visivo, qualcosa forse sarebbe da salvare.

1 gennaio 2020

Il regno delle fate (Georges Méliès, 1903)

Il regno delle fate (Le royaume des fées)
di Georges Méliès – Francia 1903
con Georges Méliès, Marguerite Thévenard
***

Visto su YouTube.

Dopo l'enorme successo del “Viaggio nella Luna” che aveva realizzato l'anno precedente, Méliès mise in cantiere altre lunghe e sofisticate pellicole di genere fantastico-avventuroso. A cominciare da quello che per molti critici rimane uno dei suoi lavori migliori (per fattura) e più ambiziosi, una movimentata fiaba ispirata – fra le altre cose – alla “Bella addormentata” di Charles Perrault. Al matrimonio della principessa Azurine (Marguerite Thévenard) con il principe Bel-Azor (Méliès stesso) appaiono quattro fate che recano doni, ma anche una strega cattiva, furiosa per non essere stata invitata, che rapisce la principessa e la fa portare nel suo castello da un'orda di demoni infernali. Armato di elmo, spada e scudo d'argento donatigli dalla fata Aurora (Bleuette Bernon), il principe salpa con i suoi uomini per andare a salvarla, ma la loro nave è affondata da una tempesta evocata dalla strega. Le fate li soccorrono e li conducono (su carrozze trainate da pesci) al regno sottomarino di Nettuno, da dove ritornano sulla terraferma portati in bocca da un'enorme balena. Penetrato nel castello della strega, il principe salva la propria sposa e, con l'aiuto di Aurora, sconfigge la megera. Il film si conclude con il corteo trionfale e i dovuti festeggiamenti (nonché l'apparizione delle culle con i numerosi principini che nasceranno!). Lungo circa 16 minuti, diviso in più tableaux, sontuoso per costumi e scenografie (che appaiono ancora più ricche nelle copie colorate a mano), il film impressiona per la commistione sempre più perfetta fra i "trucchi" da palcoscenico (fondali dipinti e semoventi, modellini, fumogeni, botole, carrucole, ecc.) e quelli cinematografici (stop action, sovrimpressioni, dissolvenze). Spettacolari, in particolare, le scene sottomarine, con veri pesci e crostacei che si muovono davanti ai personaggi (fra la macchina da presa e la scena fu collocato un acquario come nel precedente “Visite sous-marine du Maine”), e alcune rudimentali animazioni (vedi la sequenza dei fondali che si aprono l'uno dopo l'altro, che sembra anticipare l'effetto della multiplane camera della Disney). Certo, non c'è alcuna traccia del realismo, del montaggio narrativo, delle inquadrature ravvicinate o dei movimenti di macchina che i contemporanei cineasti britannici e americani stavano già cominciando a sperimentare. La differenza fra il cinema francese (rimasto ancorato ai trucchi e alle atmosfere teatrali) e quello di queste altre due nazioni (che stavano sviluppando un linguaggio più moderno) comincia a essere evidente, ma per adesso il pubblico apprezza ancora e la pellicola divenne estremamente popolare. A parte la scena finale (girata nel giardino di casa Méliès), il resto del film venne filmato in interni. Secondo alcune fonti, la strega sarebbe interpretata da un attore di teatro chiamato Durafour.

22 dicembre 2019

Pinocchio (Matteo Garrone, 2019)

Pinocchio
di Matteo Garrone – Italia 2019
con Federico Ielapi, Roberto Benigni
***

Visto al cinema Colosseo.

I registi italiani sembrano avere una predilezione, se non una vera e propria ossessione, per il personaggio di Collodi, protagonista della favola italiana più nota nel mondo. E dopo le versioni, fra le altre, di Luigi Comencini e Roberto Benigni, ecco arrivare quella di Matteo Garrone, che già nel 2015 aveva compiuto un'incursione nel campo delle fiabe con "Il racconto dei racconti". Il rischio, giungendo dopo così tanti predecessori (non dimentichiamo il film animato della Disney, forse la versione più popolare di tutte, del quale fra l'altro sarebbe in cantiere un remake in live action), era quello di risultare datato o già visto: ma questo "Pinocchio" ha il merito di bilanciarsi perfettamente fra la fedeltà al testo originale, di cui riprende tutti gli episodi, e un'impronta visiva affascinante e pittorica, eccellente per atmosfera, costumi e scenografie, dove anche i personaggi più fantastici (come il burattino stesso o gli animali antropomorfi) assumono una palpabile concretezza grazie al make up, ad effetti digitali (e artigianali!) e a una fotografia (di Nicolaj Brüel) che fonde mirabilmente il mondo magico con quello del quotidiano. In fondo, spogliata dal linguaggio della fiaba (e dal moralismo ottocentesco), quella che Pinocchio visita è la realtà del mondo degli adulti, che ha le sue regole e le sue punizioni: una realtà trasfigurata dalle fantasie e dall'immaginazione di un bambino con tutte le sue tentazioni, le paure e i desideri, un bambino che vuole fare le marachelle ma ha paura delle conseguenze. La natura affabulatoria della novella è conservata, affascinando anche uno spettatore che conosca già a menadito le vicende del burattino di legno e le sue disavventure mentre va all'esplorazione di un mondo vasto, sconosciuto e ricco di pericoli e tranelli. E la naturalezza con cui sullo schermo convivono personaggi quasi neorealisti (falegnami, pastori, osti, contadini) e ambientazioni veriste (le campagne o le colline della Toscana, ritratte in diverse stagioni) con creature fiabesche (fate, marionette viventi, animali in parte o del tutto antropomorfi) è il punto di forza di un film superbo per le interpretazioni e per la qualità dell'immagine, che pur non perdendo mai di vista il rispetto per la fonte originale (è forse uno degli adattamenti più fedeli di sempre) si premura di limitarne in qualche modo gli elementi più datati (come gli intenti pedagogici, eliminando per esempio la paternalistica voce del narratore) senza peraltro edulcorare quelli più cupi (l'onnipresente tema della morte). L'abilità di Garrone sta anche nel sottolineare aspetti che erano presenti in Collodi ma quasi dimenticati rispetto ad altri divenuti più popolari (come il naso che si allunga, qui presente in una sola scena): basti pensare, per esempio, ad alcuni passaggi satirici, grotteschi o non-sense che non stonerebbero in "Alice nel paese delle meraviglie" (come il processo in cui Pinocchio viene assolto perché "colpevole"). Se l'interpretazione del piccolo Ielapi nel ruolo del burattino di legno è filtrata dal trucco e dagli effetti digitali, il resto del cast brilla per l'azzeccata scelta dei volti e la totale immersione nel mondo di Collodi. Roberto Benigni, che nel fallimentare film del 2002 da lui diretto aveva interpretato il burattino (e forse proprio quello era stato il motivo del suo fallimento), veste qui i panni, assai più adatti a lui, del falegname Geppetto. Massimo Ceccherini, forse il migliore del cast (nonché co-sceneggiatore insieme a Garrone) è la Volpe. Rocco Papaleo è il Gatto, Gigi Proietti è Mangiafuoco, Marine Vacth è la Fata Turchina da adulta (già, perché appare anche da bambina, intepretata da Alida Baldari Calabria). Davide Marotta è un inquietante Grillo Parlante, il cui ruolo è ridotto rispetto ad altre versioni. Da ricordare anche Alessio Di Domenicantonio (Lucignolo), Enzo Vetrano (il maestro), Maria Pia Timo (la Lumaca), Paolo Graziosi (Mastro Ciliegia), Nino Scardina (l'Omino di burro che porta i bambini nel Paese dei Balocchi). Musiche di Dario Marianelli.

25 agosto 2019

Barbablù (Georges Méliès, 1901)

Barbablù (Barbe-bleue)
di Georges Méliès – Francia 1901
con Georges Méliès, Jehanne d'Alcy

Visto su YouTube.

Il misterioso Barbablù (interpretato da Méliès in persona, con una folta barba posticcia) chiede in moglie la riluttante figlia (Jehanne d'Alcy) di un aristocratico, che gliela concede dopo aver visto le sue enormi ricchezze. Dopo aver firmato l'atto di matrimonio, la dama viene portata al castello del marito, visita le cucine e siede al banchetto nuziale. Più tardi, in privato, Barbablù le cede le chiavi di tutto il palazzo, intimandole però di non entrare mai in una particolare stanza. Spinta da un diavoletto tentatore (uscito dalle pagine di un libro), la ragazza trasgredisce la promessa e scopre che la stanza contiene i cadaveri impiccati delle sette precedenti spose del marito. Una fata la aiuta a uscire dalla stanza (dopo che il diavolo aveva ingrandito a dismisura la chiave). Dopo una notte tormentata dagli incubi, la donna deve fronteggiare la furia di Barbablù, ma questi viene affrontato e ucciso dai fratelli di lei, giunti nel castello per salvarla. Con numerosi cambi di scena, azione non stop e i soliti "effetti speciali" (sovrimpressioni, stop motion, ma anche trucchi da palcoscenico), questo adattamento in più tableaux (dura una decina di minuti) della fiaba di Charles Perrault intrattiene e diverte. Da apprezzare in particolare i fondali dipinti, oltre che i consueti "trucchi" ottici (l'apparizione del diavolo, la chiave che si ingrandisce e rimpicciolisce). Nello stesso anno Mèliès realizzò anche un'altra pellicola ispirata a una fiaba di Perrault, ovvero "Cappuccetto rosso", che è andata perduta. Curiosità: a colorare (a mano!) alcune delle copie del film sarebbe stato il cineasta spagnolo Segundo de Chomòn, che in quegli anni aveva iniziato a lavorare come colorista per le case francesi e che in seguito realizzerà diverse pellicole ispirate proprio a quelle di Méliès.

17 agosto 2019

Cenerentola (Georges Méliès, 1899)

Cenerentola (Cendrillon)
di Georges Méliès – Francia 1899
con Bleuette Bernon, Jehanne d'Alcy
**1/2

Visto su YouTube.

Sei minuti di durata (nel catalogo della Star Film la pellicola occupa i numeri 219-224), diversi cambi di scena (è il primo film di Méliès con più tableaux), un cast di oltre 35 persone, costumi sfarzosi e naturalmente i soliti "effetti speciali": la Cenerentola del 1899 è il film più lungo e ambizioso girato dal regista francese fino a quel momento, un vero e proprio "spettacolo sullo schermo", ed è quello che gli regalò il successo definitivo, anche internazionale, spingendolo a dedicarsi a produzioni sempre più curate e sofisticate. I trucchi scenografici e cinematografici sono ora al servizio di una storia, e non semplicemente una scusa per inscenare una pantomima più o meno elaborata. E dunque, forse per la prima volta, si ha la sensazione di assistere a un "vero" film come lo intendiamo oggi: i vari tableaux fluiscono con naturalezza l'uno nell'altro, a differenza per esempio del precedente "L'affaire Dreyfus" che invece presentava scenette ed episodi indipendenti (e infatti in quel caso i singoli film avevano ciascuno un proprio titolo e venivano venduti o proiettati separatamente). La trama, naturalmente, è quella della favola di Charles Perrault, già estremamente popolare presso il pubblico, adattata in diverse versioni in letteratura e a teatro (si pensi all'opera di Rossini), e che al cinema sarà poi riproposta centinaia di volte (fra le quali la versione a cartoni animati della Disney del 1950). La storia è completa ed è perfettamente comprensibile senza bisogno di didascalie: presso il camino, vestita di stracci, Cenerentola chiede inutilmente alla matrigna di poter andare alla festa. Rimasta sola, vede comparire una fata che trasforma gli animali di casa in un cocchiere e due servitori, una zucca in un cocchio, e le fa apparire addosso un abito bianco. Con una dissolvenza (forse usata per la prima volta al posto di uno stacco di montaggio) arriviamo al palazzo del re, dove è in corso il ballo. Cenerentola si presenta a corte e danza con il principe. Ma quando arriva mezzanotte, annunciata da uno strano gnomo, gli effetti dell'incantesimo svaniscono, Cenerentola viene scacciata dai servitori del castello e perde una scarpetta. Tornata a casa, la ragazza è tormentata dallo gnomo e da una serie di giganteschi orologi semoventi (una scena insolita, quasi horror, che mette in particolare risalto il tema del tempo all'interno della favola). Arriva il principe, che prova a far calzare la scarpetta dapprima alle due sorellastre e poi a lei, riconoscendola. Ricompare la fata che le dona l'abito bianco. Si celebra il matrimonio, e il principe la conduce a palazzo passando davanti alla folla in festa che poi danza in strada, una sorta di balletto che conclude la pellicola. Forse ispirato da alcuni allestimenti teatrali contemporanei, per le scenografie (in particolare per il palazzo reale) Méliès si rifà invece alle illustrazioni di Gustave Dorè. Nella copia esistente, alcune scene sono colorate a mano. Come consuetudine dell'epoca, manca ogni indicazione relativa agli interpreti, ma gli storici del cinema avrebbero identificato Bleuette Bernon come Cenerentola, Jehanne d'Alcy come la fata e lo stesso Méliès come lo gnomo della pendola (altri attribuiscono invece il ruolo di Cenerentola a una certa Mademoiselle Barral, quello della fata alla Bernon e quello della regina alla d'Alcy). Nel 1912 Méliès, ormai a fine carriera, realizzerà per i fratelli Pathè una nuova versione della fiaba, "Cendrillon, ou la pantoufle merveilleuse".

24 gennaio 2019

The fall (Tarsem Singh, 2006)

The Fall (id.)
di Tarsem Singh – USA/India 2006
con Lee Pace, Catinca Untaru
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Monica e Roberto.

All'inizio del novecento, in un ospedale di Los Angeles, lo stuntman del cinema muto Roy Walker (Lee Pace), ferito alle gambe dopo un “salto” sul set, fa amicizia con la piccola rumena Alessandria (Catinca Untaru). Per ingraziarsi la bambina (e spingerla a procurargli le medicine con cui vorrebbe tentare il suicidio), l'uomo le racconta una storia inventata sul momento, che la fantasia della piccola trasfigura in un'avventura epica e colorata, con loro stessi come protagonisti. Assistiamo così alle vicende del “Bandito mascherato” e dei suoi variopinti compagni (un principe indiano, uno schiavo africano, un bombarolo italiano, un selvaggio mistico e il naturalista Charles Darwin) nella lotta contro il perfido governatore spagnolo Odious, collocate in scenari suggestivi in giro per il mondo (il film è stato girato in India, ma anche in Namibia, Bolivia, Indonesia, Sudafrica, Italia – a Roma e Tivoli – e a Praga). Il tutto mentre, nella “realtà”, l'affetto di Alessandria per Roy riuscirà a scuoterlo e a farlo desistere dai suoi propositi autodistruttivi. Remake di un film bulgaro del 1981, “Yo ho ho” di Zako Heskiya, è forse il miglior film di Tarsem, quello in cui il suo curatissimo talento visivo è anche al servizio di una storia compiuta e non banale. Una struttura che ricorda “Il labirinto del fauno” di Del Toro, con la commistione fra fiaba e dura realtà fitrata dagli occhi di una bambina, e un'estetica (costumi e architetture compresi) che rievoca a tratti Paradžanov (oltre che i colori di Bollywood) si mescolano attraverso le suggestioni storiche, la mescolanza di razze e di culture e la potenza dell'affabulazione (unita al fascino per gli albori del cinema, che ai tempi era assai “fisico”: nel finale si mostrano spezzoni di pellicole di Buster Keaton, Charlie Chaplin e altri “acrobati” del muto). Da notare come ci sia spesso uno scarto fra le parole del racconto di Roy (che si ispira a persone realmente esistite: non solo Darwin ma anche lo schiavo Ota Benga) e le immagini nella mente della bambina (per dirne una, quando l'uomo parla di indiani si riferisce probabilmente ai pellerossa dei film western in cui lavora, mentre Alessandria dà loro le fattezze degli indù che ha visto nella piantagione di arance: allo stesso modo la bambina si immagina gli abiti stravaganti dei personaggi e dona loro i volti e le fattezze delle persone attorno a lei). I costumi sono di Eiko Ishioka. La lavorazione è stata assai lunga, anche perché Tarsem ha voluto limitare al minimo l'uso di effetti speciali (e girare in location reali). Nella colonna sonora spicca l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven.

25 dicembre 2018

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (Mel Stuart, 1971)

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
(Willy Wonka & the Chocolate Factory)
di Mel Stuart – USA 1971
con Gene Wilder, Peter Ostrum
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Rivisto in divx.

Il piccolo Charlie Bucket (Peter Ostrum), povero e orfano di padre che lavora per mantenere la sua numerosa famiglia (la madre e i quattro nonni), scopre di essere uno dei cinque fortunati bambini che, grazie al "biglietto dorato" trovato all'interno delle tavolette di cioccolato prodotte da Willy Wonka, potranno visitare la leggendaria fabbrica in cui il suo misterioso proprietario (Gene Wilder) vive da anni come un recluso, nel timore che gli rubino i segreti. Accompagnato dal nonno Joe (Jack Albertson), Charlie scoprirà così un mondo favoloso e incantato, colmo di dolci e di prelibatezze, di fiumi di cioccolata e cespugli di caramelle, di stravaganti invenzioni "impossibili", di creature strane o fantastiche (come gli Umpa Lumpa, sorta di folletti dalla pelle arancione e dai capelli verdi che lavorano alla produzione dei dolciumi), ma anche di regole severe e di prove da superare. E mentre gli altri bambini si dimostreranno ingordi, disobbedienti, avidi o maleducati, ricevendo le appropriate punizioni, soltanto il gentile e generoso Charlie saprà vincere ogni tentazione e giungere indenne fino alla fine del viaggio, conquistandosi così il rispetto di Wonka che lo renderà suo erede. Da un romanzo di Roald Dahl (che collaborò alla sceneggiatura, poi rimaneggiata da David Seltzer), una colorata fiaba moderna a sfondo morale che comincia come un melodramma dickensiano e si trasforma in un incrocio fra "Alice nel paese delle meraviglie" e "Il mago di Oz". Accolta tiepidamente alla sua uscita, la pellicola è diventata – nel corso degli anni e per via dei ripetuti passaggi televisivi – un vero cult movie, anche grazie ai suoi momenti surreali e grotteschi, al mix fra il candore infantile e le inquietanti vicissitudini all'interno della fabbrica, e alla recitazione di Wilder (trattenuta e mai sopra le righe), che rende Wonka un personaggio indimenticabile: stravagante, appariscente (con giacca viola e cilindro color ciocciolata), burlone, ma anche serio e indecifrabile, che parla per citazioni (spesso stravolgendole) e resta enigmatico fino alla fine. Circondato dagli Umpa Lumpa, è in fondo una specie di Babbo Natale (il che spiega come mai la pellicola, pur non essendo esplicitamente natalizia, venga spesso programmata durante le festività).

Le svariate invenzioni di Wonka nascondono spesso un lato oscuro o pericoloso: dalla caramella che non si consuma mai, alle gomme che gonfiano chi le mastica, dalle bibite "frizzosollevanti" (che Charlie e il nonno bevono nonostante fosse stato proibito, dimostrando che anche il protagonista "buono" ha la tentazione di compiere qualche trasgressione), alle oche giganti che depongono uova dorate, dalla wonka-visione (una tv che rimpicciolisce oggetti e persone) all'ufficio dove ogni cosa è divisa a metà. Così come alcuni ambienti possono essere paurosi (il tunnel, per esempio), e certe situazioni anche impressionanti per un bambino (Violet che si gonfia) o poco politically correct (i rutti per tornare a terra dopo aver bevuto la bibita gassata). Fra le numerose canzoni, forse non tutte memorabili (soprattutto quelle della prima parte), la più famosa è "Pure Imagination", cantata dallo stesso Gene Wilder (si sente anche in versione strumentale sui titoli di testa), ma non va dimenticata quella (orecchiabilissima) degli Umpa Lumpa, che si ripete ogni volta che uno dei bambini "fallisce" una prova. Certo, in assenza di effetti digitali e di CGI il tutto ha un aspetto un po' cheap, ma fa parte del suo fascino "artigianale". Girato (per risparmiare) a Monaco di Baviera, rimane a oggi il film più famoso di Mel Stuart, regista mestierante e assai prolifico, nonché l'unica prova d'attore di Peter Ostrum (che dopo il ruolo di Charlie scelse di abbandonare il cinema). Gli altri bambini che vengono ammessi nella fabbrica (cisacuno accompagnato da un membro della famiglia) sono l'ingordo tedesco Augustus, la ricca e viziata Veruca, la sgarbata e disobbediente Violet, e il teledipendente Mike. Robert Kaufman, non accreditato, ha scritto le scenette comiche e satiriche che ironizzano sulla Wonka-mania durante la ricerca dei biglietti dorati. Nel 2005 arriverà un remake di Tim Burton con Johnny Depp (da noi intitolato semplicemente "La fabbrica di cioccolato").

20 maggio 2018

Cenerentola (Fernando Cerchio, 1949)

Cenerentola
di Fernando Cerchio – Italia 1949
con Lori Randi, Gino Del Signore, Afro Poli
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Visto in TV.

Il principe Ramiro (Gino Del Signore), in cerca di una sposa, viene informato dal mago Alidoro (Enrico Formichi) che nel castello di Montefiascone, dimora del signorotto Don Magnifico (Vito De Taranto), abita un ragazza pura e virtuosa. Ma Don Magnifico ha tre figlie: Clorinda (Carmen Forti) e Tisbe (Franca Tamantini), le sue favorite, e Cenerentola (Lori Randi, con la voce di Fedora Barbieri), trattata come una serva. Per valutare meglio la loro indole, Ramiro si presenta travestito da scudiero, mentre il suo cameriere Dandini (Afro Poli) si spaccia invece per lui... Il film è una versione filmata dell'opera "La Cenerentola" di Gioacchino Rossini, benché cerchi di riportare la trama più vicino ai binari della favola di Perrault, per esempio trasformando Alidoro in un autentico mago e facendo perdere alla ragazza la famosa scarpetta durante la fuga dal palazzo (rimane comunque anche lo "smaniglio" del libretto rossiniano). Girato in esterni (alla Palazzina di Stupinigi, al Castello di Tolcinasco e al Parco Reale di Monza: gli interni sono invece quelli del Palazzo Reale di Torino), è un adattamento ben fatto e assolutamente gradevole, anche se forse più dal punto di vista musicale che da quello cinematografico: il cast vocale è di buon livello (su tutti spiccano Fedora Barbieri e Afro Poli), anche se i labiali non sono sempre perfetti. Fra le scene più belle, il sogno di Don Magnifico ("Miei rampolli femminini") rappresentato sullo schermo attraverso burattini (da Maria Signorelli). Mi ha colpito il fatto che le due sorellastre non siano brutte, anzi sono particolarmente belle (naturalmente è la bellezza interiore quella che conta, ma spesso gli allestimenti le rendono ridicole anche esteriormente). I tagli e le modifiche allo spartito, fatti evidentemente per ragioni di durata, sono tutto sommato accettabili e non compromettono la comprensione della storia: mancano un paio di arie di Don Magnifico, il secondo atto è stato accorciato e infine – ma questa era una consuetudine dell'epoca – l'aria di Alidoro "Là del ciel nell'arcano profondo" è sostituita dalla meno bella "Vasto teatro è il mondo". Più problematica, semmai, è l'eliminazione di quasi tutti i recitativi, che si portano via gran parte del contesto (il fatto che Don Magnifico sia in rovina, il motivo per cui Ramiro deve cercare moglie, ecc.). Girato nel 1948, il film è stato distribuito nel 1949: ecco perché gli sono attribuite due date differenti.

17 gennaio 2018

Sogno di una notte d'estate (G. Salvatores, 1983)

Sogno di una notte d'estate
di Gabriele Salvatores – Italia 1983
con Flavio Bucci, Gianna Nannini
*1/2

Visto in divx.

Il primo film di Salvatores è la versione filmata di uno spettacolo teatrale ispirato al "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, andato in scena al Teatro dell'Elfo di Milano (fondato dallo stesso Salvatores e per il quale il regista lavorò per tutta la parte iniziale della sua carriera, prima di dedicarsi definitivamente al cinema). Il mix fra sogno e realtà e quello fra musica e teatro funziona solo a tratti, e il risultato è parecchio grezzo e confuso, pur avendo il bardo dell'Avon come faro guida (e un'ambientazione fuori dal tempo, insieme fiabesca e contemporanea). Dei vari gruppi di personaggi, quelli più riusciti sono quelli "comici", ovvero la sgangherata compagnia di artigiani-teatranti (Renato Sarti, Elio De Capitani, Cristina Crippa, Luca Toracca, Doris von Thury) che si apprestano a mettere in scena una tragedia in occasione delle nozze dei ricchi Teseo (Alberto Lionello) e Ippolita (Erika Blanc). Meno interessante invece la sottotrama amorosa delle due coppie Lisandro (Luca Barbareschi)-Ermia (Augusta Gori) e Demetrio (Giuseppe Cederna)-Elena (Sabina Vannucchi), che si smontano e si rimontano durante la notte a causa delle magie del folletto Puck (Ferdinando Bruni), su istigazione del suo signore Oberon (Flavio Bucci). La regina Titania, che questi costringe a innamorarsi di un animale (ovvero del commediante Bottom, trasformato in mostro), è interpretata da Gianna Nannini, che si esprime soltanto cantando: il che fa tecnicamente del film un musical. E tutto sommato, i brani di Mauro Pagani (acustici e vagamente etnici) hanno un certo fascino. Nel complesso, un film bizzarro e diseguale, più teatrale che cinematografico (ci sono anche alcuni balletti, con dei passaggi che sembrano dei videoclip), immaturo ma con qualche spunto interessante, e un cast in cui si riconoscono molti volti noti (anche Alessandro Haber e Claudio Bisio). Girato (a parte alcune scene in strada a Milano) quasi tutto nel "Castellazzo" di Villa Arconati a Bollate.

21 settembre 2017

Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, 2017)

Gatta Cenerentola
di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone – Italia 2017
animazione tradizionale
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Visto al cinema Anteo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Questo film d'animazione (per adulti) è un'originale rilettura della fiaba omonima di Giambattista Basile (una delle tante versioni, precedente anche a quella di Perrault, di un motivo popolare e diffuso in tutto il mondo). La classica storia di Cenerentola si fonde con un'ambientazione napoletana "fuori dal tempo", che presenta al tempo stesso atmosfere retrò (gli abiti, le acconciature) e fantascientifiche (il meraviglioso setting nella nave iper-tecnologica, dove le continue apparizioni di ologrammi simboleggiano i ricordi e il passato che riaffiora). Il mix di trama fiabesca, dramma familiare, thriller poliziesco (ci sono gangster e detective) e riflessione sulla tecnologia, stranamente, funziona alla grande: così come risultano ben dosate l'animazione (in rotoscope?) e l'uso delle canzoni. I personaggi interpretano ruoli trasfigurati (il Re, la Regina, il Principe), e molti di quelli che dovrebbero essere "secondari" (si pensi alla matrigna o anche al re cattivo) sono più approfonditi e caratterizzati psicologicamente della protagonista stessa. Alcune variazioni della storia come la conosciamo dalle tante rappresentazioni che abbiamo visto al cinema o al teatro, per esempio il fatto che le sorellastre siano sei, provengono in realtà proprio dalla versione di Basile. Rak e compagni ci aggiungono tocchi e sfumature personali (una delle sorellastre è un maschio) e temi "moderni" (la malavita e il traffico di droga, il degrado di Napoli, le opportunità perdute). Ottima la confezione; un deciso passo in avanti rispetto al precedente lavoro di Rak, "L'arte della felicità", che non aveva lo stesso spessore. Fra i doppiatori: Massimiliano Gallo, Maria Pia Calzone, Alessandro Gassman. Al lungometraggio era abbinato un corto, "Simposio suino in re minore", dai toni miyazakiani (maiali parlanti, case che camminano), opera di Francesco Filippini.

8 luglio 2017

Crimson Peak (Guillermo del Toro, 2015)

Crimson Peak (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2015
con Mia Wasikowska, Tom Hiddleston, Jessica Chastain
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Visto in TV.

Alla fine dell'ottocento, la giovane americana Edith (Wasikowska), ereditiera e aspirante scrittrice, sposa il baronetto inglese Thomas Sharpe (Hiddleston) e si trasferisce a vivere con lui e con sua sorella Lucille (Chastain) nel decadente castello di famiglia. La ragazza ignora che Thomas l'ha sposata solo per il suo denaro (con il quale intende rimettere in funzione la miniera di argilla rossa che si trova sotto la sua proprietà) e che, con la complicità di Lucille, progetta di avvelenarla, proprio come ha fatto con le sue precedenti spose. Per sua fortuna, Edith può contare sull'aiuto dei fantasmi: quello della madre, che la mette in guardia dai pericoli, e quelli delle donne già uccise dai due fratelli. A metà strada fra la favola di Barbablù e le ghost story ottocentesche sulle case infestate (ma i fantasmi sono usati in maniera decisamente originale: non è da loro che la protagonista deve guardarsi), una fiaba dark e horror condita da misteriose presenze soprannaturali e inquietanti sottotesti incestuosi (il rapporto morboso fra Thomas e la sorella). Come sempre nei lavori di del Toro, però, l'aspetto preponderante è quello visivo: la fotografia ipersatura mette in forte evidenza i colori (quasi come in "Suspiria"), in particolare il rosso dell'argilla che permea il terreno su cui sorge il castello degli Sharpe e che evoca naturalmente il sangue. Ma rispetto a lavori come "Il labirinto del fauno", c'è molta meno fantasia, l'atmosfera si fa subito stantia, e anche il contesto storico ha relativamente poca importanza. Nel cast anche Charlie Hunnam (il medico/investigatore) e Jim Beaver (il padre di Edith).