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7 settembre 2021

Lo spione (Jean-Pierre Melville, 1962)

Lo spione (Le doulos)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1962
con Jean-Paul Belmondo, Serge Reggiani
**1/2

Rivisto su YouTube, per ricordare Jean-Paul Belmondo.

Appena uscito di prigione, e dopo aver regolato i conti con un ex complice, lo scassinatore Maurice (Serge Reggiani) tenta un nuovo colpo ma viene sorpreso sul posto dalla polizia, che qualcuno aveva prontamente avvertito. In fuga, e convinto che a tradirlo sia stato l'amico Silien (Jean-Paul Belmondo), medita vendetta: ma è proprio lui l'informatore? Da un romanzo di Pierre Lesou, un noir d'atmosfera con una trama intricata e una ragnatela di misteri e ambiguità. Per gran parte della pellicola, infatti, seguiamo le mosse di Silien – che trama, mente, inganna – senza che sia mai chiaro da che parte stia, se sia effettivamente uno "spione" o se sia rimasto fedele all'amico. Solo alla fine si spiegherà ogni cosa, prima che il destino, in un ulteriore e inevitabile controfinale, concluda a modo suo la vicenda. Un giovane Belmondo è sfacciato, carismatico e sornione, sempre sicuro di sè e capace di muoversi in un sottobosco di criminali legati da forti rapporti di amicizia, che però possono incrinarsi di fronte al minimo sgarbo. E non mancano piccoli e grandi colpi di scena, che talvolta giungono inaspettati come improvvisi scatti di violenza quando meno ce li si aspetta (la didascalia introduttiva recita: "Bisogna scegliere. Morire... o mentire?"). Bella la fotografia in bianco e nero di Nicolas Hayer, che tratteggia una Parigi notturna e piovosa. Belmondo aveva già recitato per Melville l'anno prima in "Léon Morin, prete" (e tornerà l'anno seguente ne "Lo sciacallo"). Nel cast anche Michel Piccoli, Jean Desailly, René Lefèvre, Philippe March, Monique Hennessy e Fabienne Dali. Musiche di Paul Misraki. Volker Schlöndorff è l'aiuto regista, Bertrand Tavernier ha collaborato alla produzione. Il titolo originale, un termine gergale che significa "cappello", indica un informatore della polizia.

17 agosto 2021

Flic story (Jacques Deray, 1975)

Flic story (id.)
di Jacques Deray – Francia 1975
con Alain Delon, Jean-Louis Trintignant
***

Visto in TV (Prime Video).

Nella Parigi del dopoguerra (siamo nel 1947), il giovane e brillante ispettore della Sûreté Roger Borniche (Alain Delon) viene incaricato di acciuffare un criminale appena evaso di prigione, il feroce e pericoloso Emile Buisson (Jean-Louis Trintignant). Tratto dalle memorie autobiografiche del vero Borniche (il cui personaggio apre e chiude infatti la pellicola in una sorta di narrazione), è forse il miglior film di Deray, la storia di una caccia all'uomo raccontata in maniera asciutta e lineare, con i poliziotti che passano di traccia in traccia mentre il bandito elimina dietro di sé spie e informatori, e con un'eccellente caratterizzazione dei personaggi. È una sorta di sfida fra due uomini per molti versi l'uno all'opposto dell'altro, e non solo perché si trovano su due lati della barricata, ma anche per le loro idee politiche e i loro trascorsi (Borniche è un ex partigiano, Buisson un reazionario) nonché, ovviamente, per il carattere e l'indole: Borniche è un poliziotto "buono", uno "sbirro con la coscienza" che non tollera gli eccessi e le violenze dei suoi colleghi; Buisson un criminale spietato e paranoico, che uccide a sangue freddo anche gli innocenti e i propri complici che sospetta di essere traditori, a ragione – come il barista Raymond (Mario David) – o a torto – come l'autista italiano Mario (Renato Salvatori). Ciò nonostante, fra i due (che si ritroveranno faccia a faccia solo alla fine), scatta una sorta di sintonia, tanto da definirsi "se non amici, almeno compagni di viaggio" e finire quasi per comprendersi a vicenda (a un certo punto Borniche dice addirittura: "Certi giorni mi farebbe quasi piacere essere Buisson"). La scena della cattura del criminale, con la tensione che monta nella locanda dove buoni e cattivi mangiano fianco a fianco, mi ha ricordato alcuni classici film hongkonghesi ("Dragon Inn" e "Bullets over summer"). Ottimo Delon, sempre con l'immancabile sigaretta in bocca, ma soprattutto Trintignant, dallo sguardo gelido e impenetrabile. Nel cast anche Claudine Auger, André Pousse, Paul Crauchet.

17 gennaio 2021

La grande razzia (Henri Decoin, 1955)

La grande razzia (Razzia sur la chnouf)
di Henri Decoin – Francia 1955
con Jean Gabin, Magali Noël
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'esperto gangster Henri "Le Nantais" (Jean Gabin) torna dall'America in Francia per dirigere un lucroso traffico di droga per conto del boss Paul Liski (Marcel Dalio), sostituendone il luogotenente che è stato eliminato in un regolamento di conti. Sotto la copertura della gestione di un ristorante – della cui giovane cassiera, Lisette (Magali Noël), si innamora – Henri supervisiona l'arrivo della merce in Francia, la sua consegna, la lavorazione, la distribuzione ai corrieri e lo spaccio nei locali o ai singoli consumatori, mentre nel contempo deve far fronte alle indagini e alle retate della polizia e tenere a bada gli scagnozzi di Liski, Roger "Le Catalan" (Lino Ventura) e Bibi (Albert Rémy), due tirapiedi dal grilletto facile, sempre pronti a intimidire o ad ammazzare chi non rispetta le regole o vuole abbandonare l'organizzazione. La trama (tratta da un romanzo di Auguste Le Breton, anche sceneggiatore nonché presente in un cameo nel ruolo del giocatore d'azzardo) pare a tratti quasi un pretesto per un viaggio documentaristico negli ambienti della "mala" e nell'organizzazione dello spaccio di droga: ma la curiosità e la meticolosità di Henri nel voler conoscere ogni dettaglio della struttura che dirige avrà una sua giustificazione nel finale a sorpresa. Ottima l'atmosfera, le interpretazioni, la fotografia in bianco e nero di un mondo sordido e inesorabile: si pensi a figure tragiche come la tossicodipendente Léa (Lila Kedrova). Paul Frankeur è il commissario Fernand, Roland Armontel il chimico Birot, Michel Jourdan il fattorino con la bici. Gran parte del cast (Gabin, Ventura, Frankeur e Jourdan) aveva recitato insieme pochi mesi prima nel "Grisbi" di Jacques Becker. La parola "chnouf" presente nel titolo originale indica in gergo le droghe pesanti.

13 aprile 2019

Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide! (J.P. Melville, 1966)

Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide! (Le deuxième souffle)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1966
con Lino Ventura, Paul Meurisse
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Evaso di prigione dopo dieci anni, l'esperto rapinatore Gustave "Gu" Minda (Lino Ventura) accetta di partecipare a un ultimo colpo per procurarsi il denaro necessario ad espatriare in Italia. Braccato dallo scaltro commissario Blot (Paul Meurisse), tradirà senza volerlo i propri complici e cercherà disperatamente di porvi rimedio... Da un romanzo di José Giovanni (co-sceneggiatore insieme al regista), uno dei più avvincenti polar di Melville (che lo considerava il suo film più personale), quello che segna il suo definitivo distacco dalle forme cinematografiche classiche, in favore di uno stile più asciutto e originale. Ambientato in un sottobosco criminale dove la reputazione e la lealtà contano quasi più della propria vita, è girato in un avvolgente bianco e nero che dona un'aura di universalità alle vicende (collocate fra Parigi e Marsiglia). I temi dell'onore, del tradimento e del riscatto dominano l'intera pellicola, assai lunga ma scorrevole, incalzante e ricca di sequenze memorabili: dall'evasione iniziale, quasi muta (che ricorda "Un condannato a morte è fuggito" di Robert Bresson), alle scene ad alta tensione della sanguinosa rapina al furgone portavalori sulle strade di montagna dell'entroterra, dalle dinamiche fra i vari gangster (amici e nemici, alleati e rivali, vecchi affidabili e giovani rampanti), al gioco di trappole e trabocchetti incrociati fra il poliziotto e il bandito, animati comunque da un rispetto reciproco. E proprio la costruzione dei molti personaggi (tutti hanno evidentemente un passato che ci è lasciato soltanto immaginare) è uno dei punti di forza della sceneggiatura, insieme alla stilizzazione e alla naturalezza con cui si dipana l'intricata vicenda. Pare che per molti di loro, Giovanni si sia ispirato a persone realmente conosciute durante l'occupazione tedesca o subito dopo la guerra. Ventura giganteggia (anche travestito con baffi e occhiali scuri), Meurisse è un avversario simpatetico, arguto e gigione, mentre nel cast ci sono anche Christine Fabréga (Manouche, l'ex amante – o "sorella", come viene detto ambiguamente in gergo – di Gu), Michel Constantin (il fido Alban), Pierre Zimmer (l'imperturbabile Orloff), Paul Frankeur e Raymond Pellegrin. L'elaborato titolo italiano (sulla scia di molte pellicole di genere – western o poliziotteschi – dell'epoca) tradisce un po' la sobrietà di quello originale, che significa "Il secondo respiro" (ovvero "La seconda possibilità"). Nel 2007 è uscito un remake di Alain Corneau con Daniel Auteuil, Michel Blanc e Monica Bellucci.

7 novembre 2015

Joss il professionista (G. Lautner, 1981)

Joss il professionista (Le professionnel)
di Georges Lautner – Francia 1981
con Jean-Paul Belmondo, Robert Hossein
**

Visto in divx.

Inviato in missione nel Malagawi, un paese africano fittizio, per ucciderne il dittatore Njala, l'agente dei servizi segreti francesi Joss Beaumont (Belmondo) è tradito dai suoi stessi superiori, che lo fanno arrestare perché nel frattempo il governo ha stretto accordi di collaborazione con il despota. Dopo due anni di lavori forzati, Joss evade e torna a Parigi, intenzionato a portare comunque a termine la propria missione, uccidendo il presidente Njala mentre è in visita diplomatica nella capitale francese. Braccato dalla polizia e dai suoi ex compagni, Joss si rivelerà un osso duro per tutti. Film fumettoso, implausibile, uscito nel 1981 ma debitore in tutto agli anni '70 con la sua atmosfera da polizi(ott)esco – suggerita anche dalla colonna sonora di Ennio Morricone – e un protagonista simpatico e smargiasso, ma anche cinico e disilluso verso i politicanti e la giustizia, che lotta da solo contro il mondo (a parte le donne, tutte ovviamente dalla sua parte, con le quali ha un successo naturale in stile James Bond). Non mancano inseguimenti (quello in auto davanti alla torre Eiffel), duelli simil-western (contro il detective che gli dà la caccia), accenni di exploitation (la scena con la poliziotta lesbica sadica) e persino un finale alla "Quella sporca dozzina" (l'assalto finale al castello di provincia dove Njala è custodito e protetto da polizie ed esercito in pieno spiegamento di forze). La scarsa originalità è servita da una regia antiquata, anch'essa anni '70. Per fortuna, però, il ritmo non manca. La sceneggiatura è di Michel Audiard, padre di Jacques (che, non accreditato, avrebbe collaborato). Nel cast, pure Jean Desailly, Cyrielle Clair, Marie-Christine Descouard, Elisabeth Margoni e Bernard-Pierre Donnadieu.

5 febbraio 2013

Sulle mie labbra (Jacques Audiard, 2001)

Sulle mie labbra (Sur mes lèvres)
di Jacques Audiard – Francia 2001
con Emmanuelle Devos, Vincent Cassel
***

Rivisto in divx, con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora, Claudia, Francesca, Fausto, Florian, Sabine.

Carla, ragazza sorda e solitaria che lavora come segretaria in un ufficio immobiliare, assume come assistente personale Paul, un giovane ladruncolo appena uscito di prigione. Oltre che per il piacere di avere finalmente un uomo accanto, la donna approfitta dei suoi metodi e della sua spregiudicatezza per prendersi – non sempre in maniera lecita – qualche rivincita nell’ambiente di lavoro (dove i colleghi tendono a isolarla e a ridicolizzarla). A sua volta, Paul sfrutterà la capacità di lei di leggere le labbra per coinvolgerla nel tentativo di “soffiare” la refurtiva a tre malviventi che hanno appena compiuto una rapina in banca. Insolito ed elegante thriller esistenziale che a una prima parte a sfondo “sociale”, tutta ambientata in un contesto lavorativo quotidiano e frustrante, ne fa seguire una seconda dai toni più “polar”, che si dipana nel sottobosco della malavita parigina come un film d’azione. Fondamentale la caratterizzazione dei personaggi, descritti come figure a tutto tondo e piene di luci e ombre (più che una relazione sentimentale – anche se il sottotesto sessuale è sempre presente, e alla fine la storia d’amore si concretizza – entrambi “usano” le capacità dell’altro per il proprio beneficio e il proprio riscatto: persino lei non si fa scrupolo a infrangere la legge). La fotografia è scura e avvolgente, le riprese con la macchina a mano si soffermano spesso e volentieri su primissimi piani e su particolari ravvicinati dei corpi, dei volti e delle mani dei protagonisti, mentre il sonoro gioca con il particolare modo in cui Carla percepisce il mondo intorno a sé (come quando si toglie l’apparecchio acustico per non essere disturbata o infastidita dai rumori che la circondano, affidandosi totalmente agli altri sensi, la vista in primis). Buone e intense le interpretazioni di Emmanuelle Devos (che per questo ruolo ha vinto il premio César) e Vincent Cassel: i due reggono quasi tutto il peso del film sulle loro spalle, lasciando pochissimo spazio ai comprimari (fra i quali spicca Olivier Perrier nei panni dell’assistente sociale di Paul, protagonista di un’insolita sottotrama che lo vede alle prese con la scomparsa della moglie). Il tema della comunicazione attraverso un linguaggio straniero o comunque “diverso” (qui quello dei sordi che leggono le labbra) rimarrà una costante di tutto il cinema di Audiard (si pensi alla musica in “Tutti i battiti del mio cuore” o al dialetto ne “Il profeta”), così come quello dell’handicap (fino al recente, anche se meno riuscito, “Un sapore di ruggine e ossa”).

1 giugno 2010

Grisbi (Jacques Becker, 1954)

Grisbi (Touchez pas au grisbi)
di Jacques Becker – Francia/Italia 1954
con Jean Gabin, Lino Ventura
***1/2

Rivisto in VHS, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra e Isacco.

L'anziano e rispettato gangster Max, stanco e disilluso, è sempre pronto ad aiutare e a proteggere gli amici, verso i quali ha un atteggiamento quasi paterno. Dopo aver portato a termine un grosso colpo, impadronendosi di preziosi lingotti d'oro insieme al complice di sempre, Henri "Riton" (René Dary), medita di ritirarsi finalmente a vita privata. Ma l'incauto Riton spiattella tutto alla sua donna, la ballerina Josy (Jeanne Moreau), che se l'intende con il capobanda Angelo (Lino Ventura, al suo esordio), il quale farà di tutto per mettere le mani sulla refurtiva, arrivando a rapire Riton e a chiedere un riscatto. Tratto da un romanzo di Albert Simonin, "Grisbi" (termine gergale che significa "bottino") non è solo un film che ha contribuito a fondare un genere e a rilanciare la carriera del protagonista: è anche un noir teso e crepuscolare, dominato dai temi dell'amicizia maschile, con un grande Gabin che tratteggia magnificamente un personaggio carismatico e misogino, disposto a rinunciare a tutto pur di non abbandonare il compare in difficoltà. Di fronte a giovani rivali disonesti e traditori e a donne infedeli e portatrici di guai, Max si erge come l'ultimo baluardo di un mondo ormai in via d'estinzione, basato su valori in declino come il rispetto dell'amicizia e della fedeltà. L'atmosfera decadente e malinconica è sottolineata dalla colonna sonora di Jean Wiener e dalla fotografia notturna e urbana di Pierre Montazel. Nell'ottimo cast ci sono anche Paul Frankeur (Pierrot, il proprietario del night club), Delia Scala (la segretaria dello zio ricettatore) e Marilyn Buferd (la raffinata amante di Max).

7 maggio 2010

L'assassino abita al 21 (H.-G. Clouzot, 1942)

L'assassino abita al 21 (L'assassin habite au 21)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1942
con Pierre Fresnay, Suzy Delair
**1/2

Visto in DVD.

La città di Parigi è scossa da una catena di omicidi, compiuti di sera per le strade a scopo di rapina. La polizia si getta senza successo sulle tracce del misterioso assassino, che si firma "Monsieur Durand" e lascia sempre un biglietto da visita. Grazie a una soffiata, però, l'astuto investigatore Wens scopre che il criminale potrebbe nascondersi nella tranquilla Pensione delle Mimose, al numero 21 di Avenue Junot, mescolato fra i residenti. Si stabilisce così a sua volta nella pensione, travestito da prete, cercando di individuare il suo uomo fra i numerosi ed eccentrici personaggi che vi alloggiano. Nelle indagini è affiancato suo malgrado dall'impicciona fidanzata Mila, aspirante cantante d'opera che spera di farsi un nome contribuendo alla cattura dell'omicida. Il primo lungometraggio diretto da Clouzot non poteva che essere un giallo: tratto da un romanzo del belga Stanislas-André Steeman (che ha collaborato con il regista alla sceneggiatura), mescola atmosfere da noir urbano con momenti di comicità brillante e un tono decisamente spigliato. La regia precisa (magistrale la sequenza del primo omicidio, tutta in soggettiva), la fotografia in bianco e nero, la giusta dose di tensione, le numerose gag e la buona caratterizzazione dei personaggi permettono anche di passar sopra a una certa prevedibilità (non è difficile, a un certo punto, indovinare il segreto di Monsieur Durand). All'epoca in cui uscì il film, la Francia era occupata dai nazisti: e non sono mancati coloro che hanno visto nel modo in cui il criminale si nasconde all'interno della società un'allusione alla situazione politica del periodo. Da notare che in precedenza Clouzot aveva già scritto una sceneggiatura a partire da un romanzo di Steeman ("Le dernier des six", film girato da Georges Lacombe nel 1941), dove aveva introdotto il personaggio di Mila, interpretato dalla sua compagna di allora Suzy Delair. Due dei personaggi di quel film, Wens e Mila, vengono qui riproposti nonostante fossero assenti nell'opera originale. Successivamente il regista si ispirerà ancora a un libro di Steeman per realizzare uno dei suoi capolavori, "Legittima difesa".

17 febbraio 2010

I diabolici (Henri-Georges Clouzot, 1955)

I diabolici (Les diaboliques)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1955
con Véra Clouzot, Simone Signoret
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Monica e Giuseppe.

Cristina, direttrice di un collegio per ragazzi, progetta l'omicidio del suo tirannico marito insieme a Nicole, insegnante nell'istituto ed ex amante dell'uomo. Non senza qualche difficoltà, le due donne portano a termine quello che sembrerebbe un delitto perfetto: ma il corpo della loro vittima, anziché essere ritrovato nella piscina come avevano previsto, scompare nel nulla. E altri eventi misteriosi cominciano a verificarsi, mettendo a dura prova i nervi delle due complici, scosse dal terrore e da crescenti sensi di colpa.

"Non siate diabolici! Non distruggete l'interesse che i vostri amici potrebbero nutrire per questo film. Non raccontate loro quello che avete visto": così recita il cartello che conclude la pellicola e che pregava gli spettatori dell'epoca di non svelare il finale e i colpi di scena ai quali avevano appena assistito. Forse a un pubblico odierno, più smaliziato e abituato ai twist ending, il film di Clouzot può fare meno effetto. Ma all'epoca la pellicola destò sensazione, e ancora oggi rimane uno dei migliori thriller e noir francesi del dopoguerra, che punta tutte le sue carte sull'atmosfera di dubbio e di tensione che riesce abilmente a costruire (motivo per cui gli si possono perdonare alcune implausibilità nella trama) attraverso una sceneggiatura che si dipana lentamente seminando falsi indizi e false aspettative, il ricorso ai più oliati meccanismi di costruzione della suspense e una vibrante fotografia in bianco e nero quasi espressionista che trasforma in un luogo da incubo i corridoi e le stanze del collegio. Ogni dettaglio e ogni personaggio, anche minore, concorre a dar forma a un mosaico di inquietudine e di angoscia, oscuro e torbido come l'acqua della piscina della scuola (acqua che, fra l'altro, è un tema ricorrente nel film: dalle immagini della pioggia sull'asfalto che aprono la pellicola alla vasca da bagno nella quale viene immerso il cadavere). Fondamentale la trovata di costringere lo spettatore a identificarsi con le due assassine, ritratte non senza ambiguità morali: Nicole (una Signoret statuaria e dominatrice) è fredda e impenetrabile, ma anche la più fragile, sottomessa e religiosa Cristina, che soffre di problemi cardiaci (impersonata da Vera Clouzot, moglie dello stesso regista e scomparsa cinque anni più tardi – coincidenza inquietante! – per un attacco di cuore), in fondo non esita più di tanto a diventare complice dell'omicidio del marito fedifrago. Quest'ultimo è il caratterista Paul Meurisse, mentre il personaggio del detective impiccione, interpretato da Charles Vanel, può ricordare un tenente Colombo ante litteram. Degna di nota la colonna sonora, o meglio la sua assenza: a parte la musica che si sente sui titoli di testa e di coda, infatti, le scene di maggior tensione sono accompagnate da un silenzio angosciante. Il titolo italiano, con il senno di poi, è ben più rivelatore di quello originale. Pare che anche Alfred Hitchcock volesse trarre un film dal romanzo "Celle qui n'était plus" di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, ma venne preceduto per poche ore da Clouzot nell'aquisto dei diritti: si rifece con "La donna che visse due volte" (anch'esso tratto da un libro di Boileau e Narcejac). Nel 1996 ne è stato realizzato un brutto remake made in USA, "Diabolique", con Sharon Stone e Isabelle Adjani.

11 luglio 2009

Legittima difesa (H.-G. Clouzot, 1947)

Legittima difesa (Quai des Orfèvres)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1947
con Bernard Blier, Suzy Delair
***1/2

Visto in divx, con Marisa.

Il timido ma gelosissimo Maurice non sopporta che la provocante moglie Jenny accetti le avance dell'anziano, ricco e viscido Brignon, e minaccia in pubblico di ucciderlo. Si procura maldestramente un alibi e si reca in casa dell'uomo, convinto di trovarlo in compagnia della moglie: invece il vecchio è già stato ucciso. Un ostinato poliziotto, naturalmente, sospetterà proprio di lui. Girato dopo alcuni anni di ostracismo perché il suo film precedente, "Il corvo", era stato accusato di propaganda antifrancese e antiborghese (era stato prodotto durante l'occupazione tedesca), questo lungometraggio dai toni noir (ma non mancano tocchi di commedia e di tragedia, abilmente dosati e conditi con uno stile secco ed essenziale) dà l'opportunità a Clouzot di difendersi direttamente sullo schermo, mostrando come accuse e giudizi troppo frettolosi possano rivelarsi ingannevoli. Straordinaria la caratterizzazione dei personaggi, tutti dotati di lati oscuri o moralmente ambigui: dal pianista Maurice, timido ma vendicativo, alla cantante Jenny, esuberante e disinibita; dall'ispettore Antoine (Louis Jouvet), caparbio e con un figlioletto di colore a carico "portato dalle colonie, insieme alla malaria", alla fotografa Dora (Simone Renant), amica dei coniugi e segretamente lesbica. Ma lo stesso vale per gli scenari e gli ambienti dove si muovono i protagonisti: il mondo dell'editoria musicale e quello del teatro d'avanspettacolo, la società rispettabile e quella più malfamata, l'ambiente sordido delle fotografie erotiche e quello severo e burocratico della procura vengono ritratti senza sconti, con tutta la loro misoginia, il grigiore, le contraddizioni e le ipocrisie. Eppure gli stessi mondi sono anche pieni di uomini e donne sensibili e profondi, che si amano, si odiano, si tradiscono e si proteggono a vicenda, intrappolati in ruoli sociali (il marito e la moglie, l'amante e l'amica, il padre e il figlio, il poliziotto e l'indagato) che spesso stanno loro un po' stretti. Se "Il corvo" e "I diabolici" avevano forse maggior suspense, "Legittima difesa" è sicuramente il film di Clouzot dove la sua descrizione dell'umanità raggiunge i livelli più alti.

2 giugno 2009

Asfalto che scotta (C. Sautet, 1960)

Asfalto che scotta (Classe tous risques)
di Claude Sautet – Francia/Italia 1960
con Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo
***

Visto in divx, con Marisa.

Braccato dalla polizia e in fuga dall'Italia verso la Francia (il film si apre nella stazione centrale di Milano!), un esperto rapinatore (Ventura) vede morire in una sparatoria sulla spiaggia di Mentone sia la propria donna, che lo aveva sempre seguito fedelmente, sia il complice che lo accompagnava (Stan Krol), e si ritrova solo con i due figlioletti di tre e otto anni. In cerca di un aiuto per raggiungere Parigi da Nizza evitando i posti di blocco della polizia, contatta i suoi compari di un tempo: ma rimane deluso dalla loro fredda accoglienza e dal ritrovarli vigliacchi e rammolliti. Stringe invece una forte amicizia con un giovane ladruncolo (Belmondo), che lo nasconde in casa sua e lo aiuta a trovare una sistemazione per i due bambini. Ma alla fine, anche perché costretto a intraprendere una sanguinosa vendetta contro i suoi ex amici, si stancherà di una vita ormai priva di senso e condotta sempre sul filo del rasoio. Insolito noir, incentrato su un personaggio in continua fuga dalla società civile prima e dal sottobosco criminale poi. Il regista (alla sua prima opera) ha adattato un romanzo di José Giovanni ed è bravo a dirigere una vicenda caratterizzata dai toni asciutti e realistici, dai temi dell'amicizia e del tradimento, da una tensione sempre alta e dal minuzioso susseguirsi degli eventi, anche se la conclusione è piuttosto brusca e improvvisa. Misurato l'utilizzo della voce fuori campo, che compare solo quando è necessaria, come appunto nel finale. Ottimi anche gli attori, con un Ventura insolitamente espressivo al quale fa da contraltare un Belmondo frizzante e simpatico che nello stesso anno interpretava "Fino all'ultimo respiro" di Godard (film che, a quanto leggo, contribuì a eclissare questo lungometraggio, considerato troppo "datato" ). Nel cast ci sono anche Sandra Milo (la ragazza che aiuta Belmondo) e Marcel Dalio (l'infido ricettatore).

15 maggio 2009

Ultimo domicilio conosciuto (J. Giovanni, 1970)

Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu)
di José Giovanni – Francia/Italia 1970
con Lino Ventura, Marlène Jobert
***

Visto in divx, con Marisa.

L'esperto e decorato ispettore Leonetti, trasferito in un commissariato di periferia per aver pestato i piedi a un "potente", e la giovane ausiliaria Jeanne, al suo primo incarico, devono rintracciare in pochi giorni un importante testimone in un processo per omicidio, che si è reso irreperibile da anni e che sembra svanito nel nulla. L'indagine – snervante e minuziosa – andrà a buon fine, ma le conseguenze saranno amare. È il primo film di Giovanni che vedo, su consiglio di Ale: si tratta di un poliziesco insolito, tutto incentrato su una lunga caccia all'uomo in una Parigi caotica e mastodontica che sembra inghiottire le persone e le loro storie senza lasciarne traccia. Più che per la trama gialla, in fondo lineare e schematica (ma il finale dona spessore a tutta la vicenda), la pellicola merita di essere vista per la regia tesa e dettagliata, aiutata da un montaggio efficace; per la bella colonna sonora, che accompagna con ostinazione spostamenti e interrogatori; e soprattutto per la caratterizzazione dei due personaggi principali, antitetici e complementari: il granitico detective è ormai stanco e disilluso, talmente inserito nel sistema da non essere più in grado di ribellarsi alle sue storture, mentre la giovane volontaria, inizialmente ricca di speranze e di entusiasmo, si lascia coinvolgere dal lato più umano dell'indagine ma deve poi fare i conti con la manipolazione e il cinismo della propria professione. Anche per questo motivo, i due – che nel corso dell'indagine si avvicinano gradualmente l'uno all'altra – non potranno che respingersi irrimediabilmente.

5 marzo 2009

36 Quai des Orfèvres (O. Marchal, 2004)

36 Quai des Orfèvres (id.)
di Olivier Marchal – Francia 2004
con Daniel Auteuil, Gérard Depardieu
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Cupo, teso, avvincente polar ambientato nel mondo della polizia parigina (il titolo non è altro che l'indirizzo della sede principale della police judiciaire), con cui il regista e sceneggiatore Marchal (a sua volta ex poliziotto) mette in scena dinamiche violente e personaggi che sembrano quasi i protagonisti di una tragedia greca (o, ancora meglio, di un romanzo d'appendice: nel finale i rimandi a "Il conte di Montecristo" sono evidenti). Ne risulta un film di genere riuscito e avvincente, che mi ha lasciato soddisfatto sotto ogni aspetto. La pellicola si incentra sulla forte rivalità fra Léo Vrinks (Auteuil) e Denis Klein (Depardieu), commissari un tempo amici ma ora in guerra fra di loro sul lavoro (sono a capo di divisioni contrapposte, fra le quali non corre buon sangue), in carriera (sono entrambi in lizza per succedere al capo della polizia) e in amore (la moglie di Vrinks è stata la donna di Klein). Pur di mettere le mani su una banda di sanguinosi rapinatori che assaltano furgoni blindati, Vrinks accetta di scendere a patti con uno dei suoi informatori e di lasciarsi coinvolgere in un delitto: l'ambizioso Klein approfitterà del suo errore ma a sua volta si macchierà di parecchie nefandezze. Una sceneggiatura eccellente, nella quale tutti i particolari si incastrano alla perfezione (vedi il coltello che Titi, Francis Renaud, sottrae all'inizio al malcapitato Bruno, e che tornerà nel finale); personaggi al confine fra il bene e il male (i poliziotti non esitano a usare mezzi illeciti, a dedicarsi a vendette private o a calpestare in continuazione il codice deontologico; e a volte sono più legati da amicizia o rispetto ai rappresentanti del sottobosco, come malviventi o prostitute, che ai propri colleghi); sviluppi inaspettati o inesorabili; colpi bassi di ogni genere e senza concessioni: già a metà film non si tratta più di uno scontro fra poliziotti e criminali, bensì di un duello tutto interno alla polizia. Se Auteuil è intenso e convincente come sempre, Depardieu è bravo a dare vita a un personaggio piuttosto inedito per lui, una vera canaglia. Nel cast ci sono anche André Dussolier (il capo della polizia) e Valeria Golino (la moglie di Vrinks). L'attrice che interpreta alla fine la figlia di Vrinks è la vera figlia di Auteuil, mentre Catherine Marchal (la poliziotta) è la moglie del regista.

27 gennaio 2009

Il clan dei siciliani (H. Verneuil, 1969)

Il clan dei siciliani (Le clan des siciliens)
di Henri Verneuil – Francia 1969
con Alain Delon, Jean Gabin
**1/2

Visto in DVD.

Il rapinatore e killer solitario Roger Sartet evade con l'aiuto di una famiglia siciliana trapiantata a Parigi e organizza insieme a loro uno spettacolare furto di gioielli. Il colpo avviene ad alta quota, a bordo di un aereo di linea diretto a New York che viene dirottato su un'autostrada in costruzione. Ma la relazione fra Roger e la moglie di uno dei suoi figli scatena la sete di vendetta del "padrino", il che permetterà alla polizia di identificarli. Il primo polar diretto da Verneuil è un kolossal ad alto budget con un cast che comprende grandi nomi del genere (oltre a Delon e a Gabin ci sono anche – fra gli altri – Lino Ventura nei panni del commissario sulle tracce di Roger e Amedeo Nazzari in quelli del socio italo-americano; Irina Demick è invece la donna che rovinerà il piano perfetto). Tratto da un romanzo di Auguste Le Breton (lo stesso di "Rififi") adattato da José Giovanni, non sarà un capolavoro ma offre un buon intrattenimento per due ore, con ottimi momenti di tensione come la scena della rapina in aereo e quella, ambientata al mare, che mostra l'attrazione fra un Delon pescatore di anguille e la Demick che prende il sole nuda. Il personaggio che rimane più impresso è comunque quello di Gabin, un patriarca freddo e calcolatore, non malvagio ma incapace di passar sopra a un'offesa "d'onore". Cento volte meglio, in ogni caso, di roba odierna come "Ocean's Eleven". La bella colonna sonora è di Ennio Morricone.

6 novembre 2008

Gangsters (Olivier Marchal, 2002)

Gangsters (id.)
di Olivier Marchal – Francia 2002
con Richard Anconina, Anne Parillaud
**1/2

Visto in divx.

Dopo aver apprezzato l'ottimo "36, Quai des Orfèvres" e il buon "L'ultima missione", ho voluto recuperare il primo lungometraggio (passato quasi inosservato a suo tempo) di questo attore/regista/sceneggiatore, ex agente di polizia, che pur restando dentro i confini del cinema di genere riesce sempre a fornire intriganti ritratti di personaggi disillusi e pieni di debolezze. Due agenti in incognito, lui (il flemmatico Anconina) infiltrato nel sottobosco della malavita come gangster e lei (la Parillaud di "Nikita") come prostituta, devono scoprire l'identità di due poliziotti corrotti. L'intera pellicola si dipana seguendo il loro interrogatorio da parte dei colleghi di un altro distretto – fra i quali si annidano i misteriosi traditori – che non li conoscono e li ritengono implicati in un sanguinoso furto di gioielli. Alternando sequenze in tempo reale e flashback che aiutano a ricostruire l'intera storia, Marchal sforna un bel film, serrato e incisivo, che punta le sue carte su una sceneggiatura di ferro e sulla prova degli attori, bravi a tratteggiare una serie di personaggi ambigui (i toni di grigio abbondano sia fra i poliziotti sia fra i criminali). Peccato solo per qualche cliché di troppo: ma in fondo, di interrogatori da parte della polizia al cinema ne abbiamo già visti in tutte le salse. Nel cast, fra tanti bravi caratteristi, c'è anche Catherine Marchal, moglie del regista e presente in tutti i suoi film.

6 maggio 2008

L'ultima missione (O. Marchal, 2008)

L'ultima missione (MR 73)
di Olivier Marchal – Francia 2008
con Daniel Auteuil, Olivia Bonamy
***

Visto al cinema Odeon, con Hiromi.

Marchal si riconferma degno erede della lunga tradizione francese del cinema polar e mette in scena una storia cupa, violenta e disperata, caratterizzata da un'atmosfera opprimente grazie anche alla fotografia notturna e contrastata e alla recitazione di un Auteuil, bravissimo come al solito, nei panni di un poliziotto fallito, ubriaco, vendicativo, perennemente con la barba incolta e gli occhiali da sole. Il film è forse meno perfetto del precedente e la sceneggiatura si sfilaccia un po' nella seconda parte, ma Marchal riesce comunque a comunicare emozioni e tensione senza concedere nulla alle aspettative dello spettatore e dunque gli si perdona più che volentieri qualche difetto nella narrazione. Il finale, poi, è magistrale ed evoca sia Coppola ("Il padrino") sia Kitano ("Hana-bi"), mentre la prima parte mi ha invece riportato alla mente le due pellicole di David Fincher sui serial killer, peraltro diversissime fra loro: "Seven" per l'efferatezza degli omicidi e la crudeltà della natura umana, "Zodiac" per l'indagine poliziesca meticolosa ma infruttuosa. Il protagonista, che ci viene subito presentato come un uomo a pezzi psicologicamente dopo che un incidente stradale gli ha distrutto la famiglia, viene sollevato da ogni incarico investigativo ma ciò nonostante non rinuncia a proseguire personalmente le indagini sull'autore di una serie di brutali omicidi. La sua storia, ambientata in una Marsiglia grigia e piovosa, si interseca – e per lungo tempo non capiremo perché – con quella di una giovane ragazza che attende con indignazione che il brutale assassino dei suoi genitori esca dal carcere per buona condotta. Fra poliziotti corrotti, superiori disposti a coprire ogni sorta di nefandezza, rivalità fra colleghi, false piste e frammenti di ricordi angoscianti, Marchal conduce lo spettatore in un mondo oscuro e decisamente non consolatorio, pur riservandosi di mostrare nel finale la nascita di una nuova speranza, con un parto vissuto in diretta e in contemporanea a una morte annunciata. Catherine Marchal, che intepreta Marie, la bionda amante di Auteuil e che si era già vista in "36, Quai des Orfèvres", nella realtà è la moglie del regista. Il titolo originale (quello italiano è invece completamente anonimo) si riferisce al modello di pistola che il protagonista utilizza contro i suoi nemici.

9 aprile 2008

Frank Costello faccia d'angelo (J.P. Melville, 1967)

Frank Costello faccia d'angelo (Le samouraï)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1967
con Alain Delon, François Périer
***1/2

Rivisto in DVD.

Rarefatto e sospeso, quasi muto e quasi in bianco e nero (la fotografia è a colori, sì, ma i toni di grigio e di beige predominano e l'atmosfera da noir pervade ogni ambiente e ogni personaggio), è l'indimenticabile ritratto di un killer solitario e metodico, che va incontro al proprio destino senza mostrare disperazione né accettare compromessi. Alain Delon, con la sua espressione immutabile e gli occhi di ghiaccio, è perfetto nel tratteggiare un personaggio freddo e silenzioso, che vive in un appartamento spoglio e ha come unico compagno un uccellino in gabbia, e che dopo aver commesso un omicidio in un locale notturno fugge inspiegabilmente senza eliminare la giovane pianista di colore che lo ha visto in volto. Nonostante tutto il suo alibi regge, meticolosamente costruito con l'aiuto della bella Jane (interpretata dalla moglie Nathalie Delon), ma la polizia continua a indagare su di lui e anche i suoi mandanti decidono di eliminarlo. La versione italiana modifica il titolo del film (nonché il nome del protagonista, che in originale si chiamava Jeff e non Frank), aggiunge una musica bossanova sopra il silenzio e il cinguettio dell'uccellino, ed elimina anche il cartello introduttivo nel quale Melville aveva voluto inserire una finta citazione del Bushido ("Non vi è solitudine più profonda di quella del samurai, se non quella di una tigre nella giungla, forse...), cancellando così del tutto il riferimento ai guerrieri giapponesi e alla loro aderenza a un codice di regole e di doveri che tanto ricorda, appunto, i protagonisti di molte pellicole orientali, il Kitano di "Sonatine" e "Hana-bi" in primis. Sono innumerevoli comunque i film e gli autori che hanno tratto ispirazione dalla pellicola: persino alcuni insospettabili, tanto il loro stile è diverso da quello di Melville, come John Woo (la trama di "The killer" gli assomiglia molto) e la coppia Bud Spencer/Terence Hill (ricordate il sicario Paganini in "Altrimenti ci arrabbiamo"?), oltre a naturalmente a Jim Jarmusch, che nel suo "Ghost dog" recupera il parallelo fra il codice del killer e quello dei samurai.

2 aprile 2008

Rififi (Jules Dassin, 1955)

Rififi (Du rififi chez les hommes)
di Jules Dassin – Francia 1955
con Jean Servais, Carl Möhner
***

Rivisto in DVD.

Due giorni fa è morto Jules Dassin, e come sempre non c'è modo migliore di ricordare un regista scomparso che quello di rivedersi uno dei suoi film. Americano di nascita e autore di pellicole come "Forza bruta" e "La città nuda", Dassin fu costretto a trasferirsi in Europa dopo essere finito sulla lista nera del maccartismo: questo "Rififi" (il termine, che fa parte del gergo della malavita, si riferisce a una lotta senza esclusione di colpi) è il suo primo film francese, un noir che vinse il premio per la miglior regia al festival di Cannes e avrebbe influenzato numerosi film "di rapine" successivi (compreso, probabilmente, "I senza nome" di Melville): la tesissima scena centrale, ovvero l'indimenticabile sequenza della rapina alla gioielleria, è completamente muta e dura quasi trenta minuti (anche di più se la facciamo partire dal momento in cui tre dei quattro protagonisti salutano silenziosamente le rispettive compagne e terminare nell'istante in cui contemplano il bottino). Anche se il film non è perfetto (i personaggi sono un po' stereotipati, ma dopo tutto fa parte del gioco: siamo di fronte a un noir archetipico), quel che risalta sono i dialoghi di Auguste Le Breton (che contribuì all'adattamento dal suo romanzo, uno dei capostipiti del filone) e naturalmente la regia, oscura, efficace e ricca di piani sequenza ma anche di primi piani sui volti degli attori, quasi tutti poco noti. Il protagonista della storia è il vecchio gangster Tony, detto "il laureato", un duro veterano che segue sempre le regole. Malato dopo cinque anni di carcere (che ha scontato pur di non tradire gli amici) e incattivito perché nel frattempo la sua donna Madò lo ha lasciato, Tony progetta un formidabile colpo a una gioielleria in compagnia di tre complici: il suo giovane protetto Joe, il loquace italiano Mario (Robert Manuel) e l'elegante e donnaiolo Cesare "il marsigliese", specialista in casseforti (Dassin stesso, che recita con lo pseudonimo di Perlo Vita: ma nella versione originale è "il milanese"!). Dopo il colpo, un'imprudenza di Cesare (che regala un anello alla ballerina di un night club, interpretata da Magali Noël) li tradirà: e una banda rivale cercherà di impossessarsi del bottino sequestrando il figlioletto di Joe e scatenando l'ira di Tony. Molto bella, nel finale, anche la sequenza del bandito che guida ferito attraverso tutta la città per riconsegnare il bambino alla madre. La scena della morte di Cesare non era prevista nella sceneggiatura originale: Dassin la aggiunse per alludere alla tragica situazione della lista nera di Hollywood e al prezzo da pagare per il "tradimento di amici e colleghi".

13 febbraio 2008

Notte sulla città (J.P. Melville, 1972)

Notte sulla città (Un flic)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1972
con Alain Delon, Richard Crenna
**

Visto in DVD.

Un giovane commissario di polizia, solitario e dai modi spicci, ignora che a capo di un'audace banda di ladri c'è proprio un suo amico, proprietario del locale che frequenta abitualmente e compagno della donna con cui – forse non a sua insaputa – ha una relazione. Maltrattato dalla critica alla sua uscita e rinnegato dallo stesso regista (che in un'intervista dichiarò: "Un flic? Non ho mai girato un film che si chiama Un flic"), in realtà l'ultimo film di Melville non è poi così male. Anche se soffre per personaggi di routine e poco approfonditi (Delon, soprattutto, ma anche Catherine Deneuve nei panni dell'amante/complice/traditrice), può contare su un'atmosfera pensierosa e malinconica e su almeno due sequenze che, per motivi diversi, rimangono fortemente impresse nella memoria: quella della rapina iniziale alla banca, tesa e realistica, con uno scenario inedito e piuttosto impressionante (una cittadina costiera, vuota e desolata per l'inverno, con il vento, la pioggia e le onde del mare che sferzano i marciapiedi), e quella dell'elaborato e implausibile furto sul treno: l'elicottero e il treno sono smaccatamente dei modellini (si vedono persino i fili che sorreggono il velivolo giocattolo!), mentre la calamitona usata dal ladro per girare la chiave nella porta è ai limiti del ridicolo.

8 febbraio 2008

I senza nome (J.P. Melville, 1970)

I senza nome (Le cercle rouge)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1970
con Alain Delon, Gian Maria Volontè, Yves Montand
***

Visto in DVD.

"Se due uomini sono destinati a incontrarsi un giorno, inevitabilmente lo faranno in questo cerchio rosso": inizia così, con una finta frase che il Buddha avrebbe pronunciato dopo aver tracciato un cerchio per terra con il gessetto, il penultimo film di Melville (che già aveva fatto ricorso a una finta citazione del bushido per aprire il suo "Frank Costello faccia d'angelo"). I due personaggi che il caso porta a incontrarsi nel cerchio (metaforicamente costituito dai posti di blocco della polizia che delimitano una regione della campagna francese) sono Corey (un baffuto Alain Delon), ex galeotto appena uscito di prigione, e Vogel (Volontè), pregiudicato scappato dal treno che lo stava trasportando in carcere e che si rifugia proprio nel portabagagli dell'automobile del primo. Insieme a un ex poliziotto alcolizzato (un grande Yves Montand, il migliore del cast) tenteranno un audace furto a una gioielleria di Place Vendôme, ma dovranno vedersela con l'ostinato commissario Mattei (Bourvil, al suo ultimo film) che dà loro la caccia in ogni modo. Classico come impostazione, efficace nel mettere in scena "un mondo notturno dominato da figure solitarie", è la summa del polar (il noir poliziesco alla francese) secondo il regista, che affermò di avervi inserito tutte le 19 situazioni 'tipiche' del genere. Proprio 19, sì, non una di più o di meno, che Melville avrebbe catalogato personalmente e che aveva già usato nei suoi precedenti film, ma mai tutte insieme in una sola pellicola. Se Delon è giustamente il personaggio più melvilliano, silenzioso ma attento, che abbandona le foto della sua ex donna (l'unica fugace presenza femminile in un universo maschile) nella cassaforte del socio dopo aver capito di essere stato ormai tradito, Volontè tratteggia in maniera essenziale un sempre imprevedibile killer italiano, Bourvil fa quello che deve fare con la sua faccia da poliziotto e Montand propone una figura tormentata da delirium tremens, allucinazioni e incubi di ragni, topi, insetti e serpenti che lo assalgono sul letto. Ma restano impressi anche i personaggi minori, dal capo della polizia convinto che "tutti gli uomini sono colpevoli: nascono innocenti, ma non dura a lungo", al barman Santi che il commissario tenta ripetutamente di corrompere. Magistrale la lunghissima sequenza muta della rapina notturna (quasi mezz'ora, praticamente in tempo reale).