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11 aprile 2023

Ashita no taiyo (Nagisa Oshima, 1959)

Tomorrow's sun (Ashita no taiyo)
di Nagisa Oshima – Giappone 1959
con Yukiyo Toake
[sv]

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Breve corto promozionale di 7 minuti, girato per conto della casa di produzione Shochiku da un Oshima agli esordi (non aveva ancora realizzato nessun lungometraggio: il suo primo lavoro, "Il quartiere dell'amore e della speranza", uscirà nel novembre dello stesso anno). Lo scopo è quello di presentare al pubblico tutta una serie di giovani attori ("la nuova generazione di stelle") che, provenienti in gran parte dalla televisione, stanno per arrivare al cinema in una serie di pellicole – per lo più commerciali – appartenenti a vari generi: la commedia, il musical, il film d'azione e quello di ambientazione storica. A fare da guida allo spettatore c'è la giovane Yukiyo Toake, che passa da un'ambientazione all'altra reggendo in mano un ombrello rosso, discorrendo con una platea che parla con lei all'unisono. Fra i numerosi attori presentati, i pochi destinati a una carriera prolifica o comunque decente sono Yusuke Kawazu, Miyuki Kuwano e Masahiko Tsugawa.

4 febbraio 2023

Soluzione (Abbas Kiarostami, 1978)

Soluzione (Rah hal-e yek)
di Abbas Kiarostami – Iran 1978
con Ali Asghar Mirzaei
**1/2

Visto su Internet Archive.

Un uomo e il suo pneumatico, su una strada di montagna, sono i protagonisti di questo cortometraggio di 11 minuti, del tutto privo di dialoghi (ci sono solo i rumori ambientali nella prima parte, quella dedicata all'attesa, e un gradevole accompagnamento musicale nella seconda, più dinamica). Il giovane è fermo sul ciglio della strada. Sta facendo l'autostop, aspettando qualcuno che gli dia un passaggio per tornare alla sua macchina con la gomma appena riparata. Ma nessuna delle auto e dei mezzi pesanti che circolano sulla strada si ferma. Allora, dopo una lunga attesa, l'uomo decide di avviarsi a piedi da solo, di corsa, facendo rotolare il pneumatico in discesa lungo la strada. È un percorso che si fa sempre più rapido e giocoso, attraverso tunnel e ponti, tornanti e scarpate, fino alla tanto agognata destinazione. Come sempre, Kiarostami sa ottenere molto con poco. E ci fa partecipare alla piccola odissea del protagonista grazie alla fusione di immagini e musica, ambiente (le montagne e le rocce circostanti, ricoperte di neve) e colori, in un film "piccolo" ma dove tutto – regia, fotografia, montaggio e sonoro – collabora alla perfezione. In un certo senso è il trionfo del cinema nella sua forma più "pura". E il protagonista è quasi una versione adulta dei tanti bambini, curiosi e intraprendenti, ritratti dal regista nei suoi corti precedenti.

5 novembre 2022

Making a splash (Peter Greenaway, 1984)

Making a splash
di Peter Greenaway – GB 1984
con attori non professionisti
***

Visto su YouTube.

Uno dei più affascinanti fra i lavori meno noti di Peter Greenaway, questo "piccolo" documentario senza parole (ad accompagnare le immagini c'è solo l'incessante e indispensabile musica di Michael Nyman), sul rapporto fra l'uomo e l'acqua, è il degno erede – vista l'ambientazione prevalente in piscina e il focus, nella seconda parte, sugli allenamenti di una squadra di nuoto sincronizzato – del "Taris" di Jean Vigo. Il rapido succedersi di immagini, movimenti, colori, luci, suoni e musica dà vita a un'armonia che cattura immediatamente lo spettatore, anche perché celebra qualcosa che è di natura ancestrale, un legame con le nostre origini, in tutti i sensi. Si comincia con piccole gocce che cadono dalle foglie, che formano poi rigagnoli, cascatelle e infine fiumi, popolati da pesci. Giungiamo infine alle piscine, dove i neonati muovono i primi passi, lasciando poi il posto a bambini e adolescenti che giocano o si lanciano in acqua dagli scivoli, ad adulti che si tuffano, a sportivi che nuotano o competono, fino a mostrare, nella lunga parte conclusive, le evoluzioni coreografate e caleidoscopiche delle danzatrici del nuoto sincronizzato, il tutto inframmentato occasionalmente da superfici marine o increspature sull'acqua (dai riflessi scintillanti o illuminate dal rosso del sole al tramonto o dal biancore della luna) e incorniciato da un montaggio rapido e ritmico, che va di pari passo con la colonna sonora di Nyman (il brano è "Water dances").

24 agosto 2022

Listening (Kenneth Branagh, 2003)

Listening
di Kenneth Branagh – GB 2003
con Frances Barber, Paul McGann
**1/2

Visto su YouTube.

Un uomo (McGann) e una donna (Barber), ospiti di una struttura dove, per rilassarsi, è assolutamente vietato l'uso della parola, stringono un legame empatico. Cortometraggio (di 20 minuti) quasi senza dialoghi, che narra una storia d'amore accompagnata solo da sguardi e dai suoni della natura: insolitamente "minimalista" per Branagh, anche sceneggiatore, ma con un twist finale. Una pellicola delicata e al tempo stesso intensa, che distilla le sue emozioni contando proprio sull'assenza delle parole, poco nota (anche se ha vinto alcuni premi a vari festival internazionali) e di difficile reperibilità (la copia su YouTube è di scarsa qualità e con sottotitoli in greco), ma che rappresenta una pausa quanto mai benvenuta fra un filmone ipertrofico e un altro. Ottimi i due attori, attivi per lo più a teatro: ma McGann è noto anche come ottavo "Doctor Who". Nella colonna sonora c'è il secondo movimento del concerto "Emperor" di Beethoven.

12 agosto 2022

Dagor Dagorath (aavv, 2016)

Dagor Dagorath
di [Willow Productions] – [USA?] 2016
animazione digitale
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Dagor Dagorath ("La battaglia delle battaglie") è il nome dello scontro finale fra il bene e il male che, secondo una profezia di Mandos, segnerà la fine del mondo nell'universo di J.R.R. Tolkien. Si tratta di una sorta di Ragnarok norreno o di Apocalisse biblica, cui si accenna soltanto di sfuggita nel "Silmarillion", avendo Christopher Tolkien eliminato i paragrafi che ne parlavano in dettaglio e che il padre aveva inserito nella versione del 1937 del manoscritto. Quei paragrafi (pubblicati poi nel quarto volume della "History of Middle-earth", inedito in Italia) formano la base del testo letto dal narratore in questo cortometraggio animato, realizzato dallo stesso studio (Willow Productions) che l'anno precedente aveva firmato un bel "Ainulindalë" (ovvero la creazione del mondo, l'altra "estremità" della cosmogonia tolkeniana). Assistiamo così alla liberazione di Melkor/Morgoth dal Vuoto Esterno e al suo ritorno su Arda, alla distruzione del Sole e della Luna e all'ultima battaglia sui campi di Valinor, con la sconfitta di Melkor a opera di un redivivo Túrin Turambar. Il recupero della luce dei Silmaril e la rinascita dei Due Alberi porterà con sé un rinnovamento del mondo, con una seconda "musica degli Ainur", e l'avvento di una nuova era. Meno affascinante visivamente del precedente lavoro (anche la CGI mostra ancor più tutte le sue pecche e appare decisamente amatoriale), il film si fa notare per alcuni riferimenti non a Arda ma al nostro mondo (si riconosce la geografia del pianeta Terra e si vedono grattacieli moderni) ma resta comunque interessante come tentativo di portare sullo schermo un evento importante ma narrativamente marginale nel corpus letterario tolkeniano. Come nel corto precedente, i credits glissano sui nomi dei registi.

Ainulindalë (aavv, 2015)

Ainulindalë
di [Willow Productions] – [USA?] 2015
animazione digitale
**1/2

Visto su YouTube.

Affascinante cortometraggio d'animazione che riesce in qualcosa che poteva sembrare impossibile, o comunque estremamente difficile: portare sullo schermo in maniera convincente l'Ainulindalë, "la musica degli Ainur", ovvero l'incipit del Silmarillion, il capitolo che – come una vera e propria "Genesi" biblica – racconta la creazione dell'universo (Eä) e di Arda (il pianeta su cui si svolge "Il Signore degli Anelli") a partire dal tema musicale introdotto da Ilùvatar (il "padre di tutti") e sviluppato dagli Ainur, progenie del suo spirito. Fra questi spicca Melkor, il più potente degli Ainur, che come Lucifero osa portare avanti una melodia propria, introducendo così una dissonanza (il male) nel creato. Quando la musica assume forma fisica, dando origine ad Arda, gli Ainur vi si stabiliranno, come sorta di divinità (e qui dalla teologia biblica si passa a un parallelo con le mitologie pagane, come quella greco-romana o quella norrena). Il breve corto si conclude con due eventi narrati nel prosieguo del "Silmarillion" ovvero la costruzione delle due lampade, Illuin e Ormal, e il risveglio dei figli di Ilùvatar, i primi Elfi. I puristi di Tolkien storceranno il naso di fronte ad alcune imprecisioni: gli Elfi infatti nascono in realtà quando le lampade erano ormai crollate, tanto da essere noti come "popolo delle stelle" perché proprio le stelle sono state la prima cosa che hanno visto al loro risveglio; e la forma di Arda mostrata nel film è sferica, quando invece, fino alla distruzione di Númenor, era un disco piatto. A parte questi (non insignificanti) dettagli, e nonostante la computer grafica molto semplice e piuttosto rozza, il breve film riesce a trasmettere in maniera accattivante quel senso di cosmogonia e di afflato epico-religioso che permea il testo di Tolkien, e potrebbe benissimo fungere da prologo per un eventuale film (o serie) basata sul "Silmarillion". Le musiche sono di Aaron e Andrew Woodhouse. Gli stessi autori (i credits dicono Willow Productions: non sono riuscito a individuare i nomi dei registi) realizzeranno l'anno seguente un sequel che racconta invece la battaglia alla fine del mondo, "Dagor Dagorath".

11 agosto 2022

One of the seven (Sampsa Kares, 2021)

Uno dei sette (One of the seven)
di Sampsa Kares – Finlandia 2021
con Saaraz, Anae, Faroni
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Breve film amatoriale, realizzato da un gruppo di cosplayer finlandesi e britannici, ispirato al mondo de "Il Signore degli Anelli" di J.R.R. Tolkien. Due giovani nani (la pellicola non fornisce nomi, ma l'aspetto è quello di Fíli e Kíli, due dei compagni di Thorin Scudodiquercia, nella trilogia "Lo Hobbit" di Peter Jackson) si inoltrano nel Bosco Atro, alla ricerca di uno dei sette anelli dei nani, finito nelle mani del re degli elfi Thranduil. Per riaverlo indietro, gli offrono in cambio una cassetta di preziose gemme, fra cui il monile un tempo appartenuto alla sua defunta moglie: ma si tratta di un inganno... Senza dialoghi, solo con una voce narrante (che è appunto quella della moglie di Thranduil, che appare anche al re degli elfi sotto forma di visione), il corto merita un plauso per l'originalità: a differenza di quasi tutti gli altri fan movie ambientati nella Terra di Mezzo, per una volta non ci presenta storie di Raminghi o genericamente di battaglie fra uomini e orchi (forse i personaggi più facili da realizzare), ma un episodio su elfi e nani, con una trama incentrata sulla loro rivalità e su temi tipici del capolavoro tolkeniano (la corruzione del potere). Definito dagli stessi autori una "fan fiction", il film rappresenta l'anello nanico con caratteristiche identiche a quello di Sauron, dalla "voce" sussurrante al potere di tentare e corrompere il suo portatore: in realtà, pur essendo stati forgiati con l'aiuto dell'Oscuro Signore, i sette anelli dei nani non ebbero sui loro portatori la stessa influenza dei nove degli uomini o dell'Unico, per via dell'innata resilienza dei nani. I due protagonisti sono però molto giovani e, dunque, più sensibili al suo potere. La scena finale, in cui appare l'Unico Anello nelle acque del fiume Anduin (anche se si tratta di una gag), lascia poi intendere che la storia si svolga prima di quando questo cadde nelle mani di Gollum (e naturalmente prima che i sette anelli dei nani vennero distrutti o recuperati da Sauron: l'ultimo, quello di Durin, fu sottratto a Thráin, il padre di Thorin): dunque i due protagonisti non possono essere Fíli e Kíli, allora non ancora nati, ma soltanto due nani che gli somigliano. Nel complesso il corto è simpatico e realizzato con cura e passione: ogni interprete, in particolare, ha curato il proprio costume (stiamo parlando di cosplayer, dopo tutto).

Horn of Gondor (Šimon Pešta, 2020)

Horn of Gondor
di Šimon Pešta – Repubblica Ceca 2020
con Borek Belfin, Zdeněk Gloser
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Fan movie (di poco meno di 20 minuti) su un episodio importante della storia della Terza Era della Terra di Mezzo: circa cinquecento anni prima degli eventi de "Il Signore degli Anelli", Gondor è attaccata dai Balchoth, una tribù nomade di Carrieri provenienti da oriente. Il sovrintendente reggente Cirion invia così alcuni emissari a nord, in cerca di aiuto. Solo uno di questi, il guerriero Borondir (Belfin), riesce a raggiungere gli Eorlingas, popolo di cavalieri che accoglierà la richiesta e scenderà in battaglia contro i Carrieri. In segno di riconoscenza, Cirion donerà loro la provincia del Calenardhon, che diventerà così il regno di Rohan. Girato con pochi mezzi e pochi attori, senza effetti speciali ma con tanto entusiasmo (e grazie a una raccolta fondi su internet), il corto è gradevole e curato, sia nei costumi che nelle scene del combattimento fra Borondir e un trio di avversari (due orchi e un Balchoth) in mezzo ai boschi, scene che ricordano quelle che concludono "La compagnia dell'anello". Un altro piccolo tassello a testimonianza della vastità del fandom cinematografico tolkeniano sorto sull'onda lunga del successo dei film di Peter Jackson.

10 agosto 2022

Shadow of Mordor (Gorski, Pueringer, 2014)

Shadow of Mordor
di Sam Gorski, Niko Pueringer – USA 2014
con Billy Bussey, Clinton Jones
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Una pattuglia di orchi affronta un ramingo dai poteri "spettrali". Cortometraggio amatoriale ispirato al videogioco "Middle-earth: Shadow of Mordor" (in italiano "La Terra di Mezzo: L'ombra di Mordor"), ambientato nel mondo creato dalla fantasia di J.R.R. Tolkien. La trama è minimale, i combattimenti sono violenti e splatter, gli effetti digitali si affiancano a quelli artigianali e al trucco: ma pur nella sua brevità, il breve filmato (poco più di 7 minuti) riesce a costruire un'atmosfera e dei personaggi (gli orchi soprattutto, in particolare il pavido e inetto Krimp, vero e proprio protagonista; il loro avversario, invece, resta una figura misteriosa). Non conosco il videogioco (la WB Games ha "sponsorizzato" il corto), ma immagino che molti degli elementi più bizzarri qui presenti (gli strani poteri del ramingo, in grado di leggere il pensiero e "possedere" gli avversari) provengano da lì. Leggo che il personaggio in questione ha un nome, Talion, e che è in effetti il protagonista del gioco (che naturalmente non fa parte dell'universo "canonico" tolkeniano).

Beren & Lúthien (Franck Gimenez, 2012)

Beren & Lúthien
di Franck Gimenez – Francia 2012
con Damien Laulagnier, Chloé Martin
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

La storia di Beren e Lúthien, inizialmente narrata da J.R.R. Tolkien nei "Racconti perduti" e nel poema "Lai di Leithian", è una delle vicende più importanti e affascinanti fra tutte quelle contenute nel "Silmarillion", talmente cara allo stesso Tolkien che i nomi dei due personaggi sono incisi sulla tomba dello scrittore e di sua moglie nel cimitero di Wolvercote, a Oxford. Ambientata durante la Prima Era della Terra di Mezzo, nel Beleriand, narra l'amore fra un uomo e un'elfa: Beren, figlio di Barahir della casa di Bëor, e Lúthien, da lui poi chiamata Tinúviel, figlia di Thingol signore del Doriath e della maia Melian. Dalla loro unione, la prima in assoluto fra un mortale e un'immortale, discenderanno sia la razza dei Mezzelfi (come Elrond e Arwen) sia la stirpe dei re di Númenor (e quindi dei Dúnedain, fino ad Aragorn). Questo fan movie di 20 minuti, opera di un gruppo di cineasti francesi, ne narra praticamente solo il primo incontro: e come molti di questi film amatoriali, purtroppo (anche a causa della penuria di mezzi), è privo di epica fantasy, ridotta a un pugno di persone che corre o combatte in mezzo a un bosco. Assente ogni afflato mitologico, la cosa migliore che ha da offrire è il sonoro, che costruisce quasi da solo l'intera atmosfera del film.

13 aprile 2022

I colori (Abbas Kiarostami, 1976)

I colori (Rangha)
di Abbas Kiarostami – Iran 1976
**1/2

Visto su YouTube.

Cortometraggio sul tema dei colori, girato da Kiarostami nel periodo in cui lavorava per il Kanun (l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti). Stavolta non viene raccontata una storia: vediamo una mano impugnare dei pennelli e, uno dopo l'altro, intingerne la punta in una vaschetta di colore e poi in un bicchiere d'acqua. Seguono (in rapida successione, accompagnate da una voce femminile e da una musichetta allegra) immagini di vari oggetti di uso comune, ma anche fiori e animali, caratterizzati da quel colore. Inizialmente il rosso, poi il verde, il giallo, il blu, l'arancio, il bianco, il viola e infine il nero. L'intento pedagogico è esile ma ovvio (guidare i bambini alla scoperta dei colori, il che significa alla scoperta del mondo), ma a colpire è la sensibilità artistica. E il percorso non è lineare: non mancano infatti inattese disgressioni (la comparsa di arcobaleni, dove i colori si affiancano o si fondono insieme) o spunti "narrativi" (la gara di automobiline, con tanto di immagini di un bambino alla guida di una di esse; il passaggio pedonale, che ricorre sia nei segmenti dedicati ai tre colori del semaforo, sia in quello del bianco; la barchetta di carta nel ruscello). Di impatto anche la sequenza in cui il bambino, con una pistola giocattolo, spara su una fila di bottiglie contenente acqua colorata, distruggendole una dopo l'altra. Ogni colore, infine, è associato anche a emozioni o concetti astratti: il nero conclusivo, per esempio, è il colore di una lavagna, e dunque dell'apprendimento. Nell'insieme, la breve pellicola (dura quindici minuti) fornisce tanti spunti, situazioni, piccoli episodi, da non annoiare mai e da mettere in mostra in maniera perfetta il talento affabulatorio di Kiarostami, capace di catturare lo spettatore con la poesia del quotidiano e le libere associazioni a partire da immagini semplici. Gli stessi colori si sciolgono l'uno nell'altro e si confondono, come le "mille gradazioni" della vita.

30 marzo 2022

Un chien andalou (Luis Buñuel, 1929)

Un cane andaluso (Un chien andalou)
di Luis Buñuel – Francia 1929
con Pierre Batcheff, Simone Mareuil
****

Rivisto su YouTube.

Il film surrealista più celebre della storia del cinema, concepito da Luis Buñuel (alla sua prima esperienza cinematografica, dopo aver lavorato per un breve periodo come assistente di Jean Epstein) insieme all'amico Salvador Dalì, con cui firma la "sceneggiatura", è un cortometraggio di una ventina di minuti che ancora oggi, come quando uscì, non lascia indifferenti. E, soprattutto, fa pensare a cosa avrebbe potuto essere il cinema se fosse diventato (o rimasto, almeno in parte) un'arte più astratta, come la pittura o la poesia, e non avesse scelto quasi universalmente la via narrativa (e "realistica"). «Nessuna tra le arti tradizionali manifesta una sproporzione così grande tra le possibilità che offre e le proprie realizzazioni», ha detto lo stesso regista spagnolo, lamentando questa occasione perduta: forse però era già troppo tardi, visto che questa strada era stata intrapresa, probabilmente definitivamente, alla fine del primo decennio del ventesimo secolo, quando le prime grandi case di produzione (inizialmente francesi, poi soprattutto americane) tolsero lo spazio alle sperimentazioni individuali e artistiche dei pionieri degli esordi. In ogni caso, anche se ciò che "Un cane andaluso" ci mostra può apparirci onirico, stravagante, come un sogno (e molte delle immagini sono state suggerite a suggerite a Buñuel e Dalì proprio dai loro sogni: non sono mancate, di conseguenza, le interpretazioni psicanalitiche, soprattutto in chiave freudiana), in realtà il regista si è premurato di affermare in seguito che il film "non è la descrizione di un sogno". In effetti Buñuel ha sempre insistito sul lato ideologico e morale del surrealismo rispetto a quello puramente onirico («Nulla, nel film, simboleggia qualcosa. L'unico metodo di investigazione dei simboli può essere, forse, la psicanalisi»). Dopo tutto, «ciò che vi è di più meraviglioso nel fantastico – ha detto André Breton – è che il fantastico non esiste, tutto è reale». Lo dimostra l'attenzione che, sia nella sceneggiatura sia nella pellicola finale, è rivolta agli oggetti, ai luoghi, ai personaggi, alle situazioni, che ricorrono, si rispecchiano e danno l'impressione di essere stati studiati in modo ben preciso; che non si tratti cioè dell'accostamento random di elementi tanto per far numero, dove una cosa vale l'altra o potrebbe essere sostituita da qualsiasi altra, come invece capita, ed è capitato, anche in tempi recenti, nel cinema post-moderno (che infatti, una volta che si acquisisce la consapevolezza di questa sua natura, dà più fastidio che altro).

Il film racconta una storia d'amore. Nel prologo ("C'era una volta..."), un uomo (interpretato dallo stesso Buñuel), con un rasoio, taglia in orizzontale l'occhio di una ragazza, seduta e impassibile, proprio mentre una nuvola fa lo stesso con la Luna nel cielo. Innumerevoli sono state le interpretazioni di questa celeberrima prima scena: a me piace pensare al regista che incide con la propria opera lo sguardo dello spettatore, o forse lo stesso schermo cinematografico, illuminato dalla luce del proiettore. "Otto anni più tardi" un giovane (un uomo vestito con un grembiule femminile) percorre a bordo di una bicicletta le strade vuote di una città. Una donna, dalla finestra del proprio appartamento, assiste alla sua caduta, lo soccorre e lo porta in casa propria. Dispone sul letto i suoi vestiti e la scatola che portava a tracolla. Da un buco sulla mano dell'uomo escono delle formiche (il "formicolio" dell'amore?). All'esterno, una folla si raduna attorno a una mano mozzata, in mezzo alla strada. La mano viene consegnata dalla polizia a una giovane donna efebica (Fano Messan), che si perde in estasi ed è poi travolta da una macchina. Nell'appartamento scoppia la passione, o meglio il desiderio dell'uomo verso la donna. Questa si protegge dai suoi assalti brandendo una racchetta da tennis, appesa alla parete, come un crocifisso. E i sensi di colpa, ovviamente di ispirazione cristiana, si manifestano sotto forma di due corde con cui l'uomo trascina a fatica, dietro di sé, due preti (uno dei quali è interpretato da Dalì in persona), le tavole dei dieci comandamenti (!) e due pianoforti a coda (!) contenenti le carcasse di due asini in putrefazione (!). La donna si rifugia nella stanza da letto, dove la sua immaginazione "ricrea" il giovane a partire dai vestiti che aveva appoggiato sul letto. "Verso le tre del mattino" l'uomo, o meglio la sua "metà cattiva", frutto di una scissione, punisce il giovane, come mettendolo in castigo (e il ritorno all'infanzia è sottolineato, oltre da un'altra didascalia, "Sedici anni prima", dalla presenza del banco di scuola, sporco e disordinato). I due libri scolastici si trasformano in rivoltelle, con cui il giovane uccide la sua metà adulta. Questi precipita fuori dalla finestra, è raccolto e portato via da alcuni passanti. La donna e il giovane possono "consumare" (Eros e Thanatos si fondono: una farfalla con un teschio sul dorso, la bocca dell'uomo che scompare, sostituita dai peli dell'ascella di lei), si ritrovano a camminare lungo la spiaggia, rinvengono la cassetta di legno ormai distrutta (e i vestiti rovinati). Infine, "in primavera", i loro corpi sono semi-sepolti nella sabbia e divorati dagli insetti.

Girata in soli dieci giorni nel marzo del 1928, grazie a un finanziamento della madre del regista (e quando il denaro terminò, Don Luis dovette completare il montaggio personalmente nella propria cucina, senza poter ricorrere a una moviola o ad altre apparecchiature), la pellicola venne accolta con notevole successo a Parigi, dove Buñuel e Dalì si erano trasferiti nel 1925, unendosi al gruppo dei surrealisti di Breton. Fra gli spettatori illustri presenti alla "prima" c'erano, fra gli altri, Jean Cocteau, Pablo Picasso e Le Corbusier. Ma il film fu amato anche da quel pubblico "borghese" che il regista voleva invece provocare, traumatizzare e sconvolgere, al punto da fargli dichiarare, deluso di questo successo: «Cosa posso fare per le persone che adorano tutto ciò che è nuovo, anche quando va contro le loro convinzioni più profonde, o per la stampa insincera e corrotta e il gregge insensato che ha visto la bellezza o la poesia in qualcosa che in fondo non era altro che una disperata e appassionata richiesta di omicidio?». Fra gli entusiasti ci furono i visconti Charles e Marie-Laure de Noailles, che si offrirono di finanziare il lavoro successivo di Buñuel e Dalì, "L'age d'or" (che inizialmente avrebbe dovuto essere proprio un seguito di "Un chien andalou"). Non mancarono tuttavia spettatori indignati (anche per la fama del regista quale ateo e anticlericale) e richieste di censura o di divieto della pellicola. Inizialmente il film – che è muto – veniva proiettato accompagnato da musiche suonate dal vivo o con un grammofono. Soltanto nel 1960 Buñuel vi aggiungerà l'attuale colonna sonora, che comprende soprattutto brani del Liebestod dal "Tristano e Isotta" di Wagner, ma anche due tanghi argentini. Il titolo (traduzione in francese di "Un perro andaluz", una raccolta di scritti di Buñuel pubblicata nel 1927) può essere autobiografico: il "cane" sarebbe lo stesso regista. Fra gli aneddoti: l'occhio tagliato nel prologo è quello di un vitello (e non di una capra, come a lungo si è creduto: non che faccia qualche differenza). Nella pellicola ci sono riferimenti ai quadri di Vermeer, alle opere di Federico García Lorca (amico di Buñuel e Dalì, sin dai tempi in cui vivevano in Spagna) e a quelle di altri scrittori dell'epoca (si dice che le carcasse degli asini nei pianoforti rappresentino uno sberleffo verso "Platero e io" di Juan Ramón Jiménez). Vera pietra miliare del cinema (o almeno, di un certo tipo di cinema), il film è sempre entrato indelebilmente nelle menti, le memorie e le coscienze di cineasti e spettatori, influenzando, fra gli altri, molti registi di video musicali, per via del suo flusso di associazioni visive e tematiche.

25 marzo 2022

Anch'io posso (Abbas Kiarostami, 1975)

Anch'io posso (Man ham mitounam)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

In questo altro cortometraggio (dura tre minuti e mezzo) realizzato per l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, Kiarostami non sceglie apparentemente un approccio educativo o pedagogico, ma si limita a mostrare ad ampio raggio la forza dell'immaginazione di un piccolo scolaro. Quando la maestra, infatti, gli proietta un cartone animato che mostra il movimento di diversi animali (si comincia con un canguro che procede a balzi; seguono poi un bruco che striscia, un topolino, un cavallo al galoppo, un pesce che nuota, una scimmietta che penzola dai rami di un albero), il bambino risponde dopo ogni scena "Anch'io posso farlo!". E infatti assistiamo al piccolo protagonista che imita i vari animali, riproducendone il comportamento e i movimenti. L'ultimo animale mostrato nel cartone animato, però, è un piccione che vola. E il bambino rimane perplesso, rendendosi conto di non poterlo imitare. La pellicola su conclude mostrando, in dissolvenza incrociata sul suo volto, l'immagine di un aereo in volo. Come detto, stavolta non c'è un messaggio morale esplicito: forse quello di conoscere e comprendere i propri limiti? La cosa, però, non impedisce di sognare, anche perché l'ingegno umano (che ha prodotto appunto gli aeroplani) forse riuscirà sempre in qualche modo ad aiutarci a realizzare i nostri sogni. In fondo il progresso tecnologico può essere visto proprio come il tentativo dell'uomo adulto di rispondere ai desideri e agli impulsi dell'infanzia, e in quanto tale ha una componente ludica che chiunque abbia lavorato in un progetto di ricerca conosce bene. Un bambino, di fronte alla natura e agli animali, mostrerà sempre uno stupore e un desiderio di farne parte, di condividerne le qualità e le caratteristiche: e solo un adulto che non perderà del tutto tale impulso potrà far progredire la specie umana. Da notare le sequenze a cartoni animati, realizzate appositamente: l'istituto Kanun, infatti, aveva al suo interno anche un dipartimento di animazione.

24 marzo 2022

Due soluzioni per un problema (A. Kiarostami, 1975)

Due soluzioni per un problema (Dow rahehal baraye yek masaleh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
con Sahid, Hamid
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Prima di diventare un regista apprezzato nei maggiori festival internazionali, Abbas Kiarostami ha lavorato per il Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, di cui è stato il responsabile del dipartimento cinematografico. Per l'istituto ha realizzato una serie di pellicole, documentari e cortometraggi con finalità educative, che gli hanno dato la possibilità di sperimentare la propria tecnica, di imparare a dirigere gli attori (a cominciare dai bambini) e di raccontare storie senza l'assillo dei risultati commerciali o delle imposizioni di regime. Uno dei primi cortometraggi è questo "Due soluzioni per un problema", ispiratogli da un episodio accaduto davvero a uno dei suoi figli a scuola. Protagonisti sono due piccoli amici, Nader e Dara: quando il secondo restituisce al primo il libro che gli aveva prestato, ma con la copertina strappata, comincia un'altalena di dispetti reciproci: in una vera e propria escalation, i due bambini si danneggiano a vicenda libri, cartelle, righelli e capi di vestiario (sembra di assistere a una comica di Stanlio e Ollio, con i due che fanno a turno a farsi degli sgarbi!), fino ad arrivare inevitabilmente a picchiarsi. Su una lavagna, si fa il riepilogo dei danni reciprocamente inflitti. Ma poi la storia ricomincia da capo, e si sviluppa in modo diverso: Dara aggiusta il libro danneggiato, incollando la copertina, e i due bambini rimangono amici. La voce narrante, che fino a lì aveva accompagnato lo svolgersi dell'azione, non fa alcuna morale: lascia che sia il (si presume) piccolo spettatore a trarre da sé le conclusioni, ovvero a quale delle "due soluzioni per un problema" sia meglio ricorrere in casi del genere. Ma osservando il film da un punto di vista cinematografico, è divertente notare come la prima "soluzione", quella del litigio, sia infinitamente più interessante e dinamica: senza di essa, senza lo sviluppo di un conflitto, e dunque senza il contrasto fra le due soluzioni, un eventuale cortometraggio che proponesse soltanto lo scenario conciliante e pedagogico risulterebbe blando e banale. È una piccola ma vera e chiarissima lezione su come costruire un plot accattivante! E nonostante la semplicità narrativa e la povertà di mezzi, è incredibile come un corto di poco più di quattro minuti sia capace di rimandare a mondi paralleli e storie a bivi (come "Sliding doors").

26 ottobre 2021

Provvedimenti contro i fanatici (W. Herzog, 1968)

Provvedimenti contro i fanatici (Maßnahmen gegen Fanatiker)
di Werner Herzog – Germania 1968
con Petar Radenkovic, Mario Adorf
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Visto in DVD.

Il primo lavoro a colori di Herzog è un breve mockumentary surreale e nonsense, girato presso la pista di un ippodromo vicino a Monaco di Baviera. Vengono intervistati una serie di fantini, ciascuno dei quali si prodiga in discorsi fumosi e privi di significato. Uno di essi, in particolare, afferma di avere l'incarico (auto-attribuitosi?) di "proteggere i cavalli dai fanatici", perché "anche i cavalli sono esseri umani" (sic!). Le persone intervistate vengono tutte, immancabilmente, interrotte da un vecchio signore senza un braccio che insiste affinché se ne vadano via, in quanto lui è l'unico che sa trattare veramente i cavalli. Fra i protagonisti si riconosce un giovane Mario Adorf. L'ultima scena, anziché all'ippodromo (da cui è stato cacciato), è ambientata presso uno zoo, dove l'uomo di cui sopra è passato dal proteggere i cavalli ai fenicotteri. Herzog stesso ha dichiarato che il film non deve essere preso sul serio, e che l'ha girato con intenti umoristici.

25 ottobre 2021

Ultime parole (Werner Herzog, 1967)

Ultime parole (Letzte Worte)
di Werner Herzog – Germania 1967
con Antonis Papadakis, Lefteris Daskalakis
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Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Mentre si trovava in Grecia per girare il suo primo lungometraggio ("Segni di vita"), Herzog ha realizzato in soli due giorni anche questo breve corto, che attraverso il montaggio di alcune interviste agli abitanti di Creta racconta la storia dell'ultimo uomo (Antonis Papadakis) rimasto a vivere da solo sull'isola di Spinalonga, un tempo colonia per lebbrosi, nutrendosi di lucertole, fino a quando non viene trovato e riportato a terra ("alla civiltà, si presume"). Se il protagonista si limita ad affermare di non voler dire niente (l'incipit del film recita: "Mi dicono che devo dire di no, ma io non dico neanche questo: sono le mie ultime parole"), anche i discorsi degli altri personaggi sono bizzarri, visto che spesso ripetono più volte le loro battute come se stessero facendo le prove generali davanti alla macchina da presa. In particolare, due poliziotti raccontano di come hanno trovato l'uomo, e un medico elargisce alcuni aneddoti sui lebbrosi. A intervallare il tutto, alcune sequenze con musiche e canti popolari, con Papadakis che suona la lira tradizionale e Daskalakis il bouzouki. Significativo come, anche con una struttura non convenzionale, con il montaggio di materiali eterogenei e con il curioso mix fra documentario e finzione, Herzog riesca già a costruire una storia e dei personaggi interessanti.

La difesa esemplare della fortezza Deutschkreutz (W. Herzog, 1966)

La difesa esemplare della fortezza Deutschkreutz
(Die beispiellose Verteidigung der Festung Deutschkreuz)
di Werner Herzog – Germania 1966
con Peter Brumm, Georg Eska
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Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il terzo cortometraggio giovanile di Herzog (dopo "Ercole" e "Gioco sulla sabbia", quest'ultimo mai proiettato o distribuito) è, per dirla con le parole dello stesso regista, "una satira dello stato di guerra e pace e delle assurdità che ispira". Accompagnati da una voce fuori campo, che divaga su usi e costumi medievali degli antichi proprietari del castello e vaneggia a proposito di vari argomenti legati alla guerra, vediamo quattro uomini penetrare in un grande edificio-fortezza abbandonato e in rovina (la location si trova in Austria orientale, quasi al confine con l'Ungheria), indossare uniformi militari (abbandonate lì durante la seconda guerra mondiale) e "giocare" ad addestrarsi come soldati. In particolare, si preparano a difendere la fortezza da un imminente attacco, che però non si verificherà mai ("Il nemico ci ha abbandonati"), anche perché nella campagna all'esterno si vedono al massimo alcuni contadini al lavoro. L'accenno a un precedente utilizzo del castello come ospedale psichiatrico, oltre al suo passato di fortezza medievale e poi di teatro bellico durante la seconda guerra mondiale, aggiunge spessore all'insieme, che a tratti prefigura alcuni dei lavori immediatamente successivi (nello specifico, "Segni di vita" e "Anche i nani hanno cominciato da piccoli"), ed è interessante nel mettere in scena una "ricostruzione fittizia" della realtà che però aiuta a focalizzare l'attenzione sulle contraddizioni dell'essere umano.

24 ottobre 2021

Ercole (Werner Herzog, 1962)

Ercole (Herakles)
di Werner Herzog – Germania 1962
con Reinhard Lichtenberg
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Visto in DVD.

Questo cortometraggio di nove minuti è il primo film realizzato da Werner Herzog, all'epoca ventenne. Essenzialmente un lavoro di montaggio, alterna riprese di un culturista che si allena in palestra, sollevando pesi e flettendo i muscoli (si tratta di Reinhard Lichtenberg, Mister Germania 1962), con scene girate in esterni che evocano sei delle mitologiche dodici fatiche di Ercole, trasfigurate in chiave moderna. Alla domanda "Pulirà le stalle di Augia?", seguono le immagini di una grande discarica di rifiuti; a "Ucciderà l'Idra di Lerna?", quelle di una lunga fila di automobili imbottigliate nel traffico; dopo "Domerà i cavalli di Diomede?" si vedono sfrecciare i bolidi di una corsa automobilistica (con tanto di incidente, ripreso a Le Mans); a "Sconfiggerà le Amazzoni?" segue la sfilata di soldatesse in uniforme; dopo "Vincerà i giganti?" si vedono le macerie di enormi caseggiati distrutti; e infine, alla domanda "Resisterà agli uccelli stinfali?" seguono le immagini di aerei da guerra americani che sganciano bombe. Ad accompagnare il tutto, una musica jazzata. Herzog stesso ammetterà che il breve film era "stupido e senza troppo senso", ma che gli è stato utile come sorta di apprendistato ("Fare un film è stato meglio che andare alla scuola di cinema"), nonché per capire meglio cosa volesse fare in seguito.

3 giugno 2021

Reach (James Cameron, 1988)

Reach
di James Cameron – USA 1988
con Bill Paxton, Kathryn Bigelow
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Visto su YouTube.

Mentre era impegnato nella preparazione di "The abyss" (1989), James Cameron girò questo video musicale per Bill Paxton, attore che era apparso in piccoli ruoli nei suoi film precedenti (era uno dei punk presenti all'arrivo di Schwarzy in "Terminator", nonché uno dei marines spaziali in "Aliens") e che tornerà anche nei lavori successivi (da ricordare, su tutti, il cacciatore di tesori sottomarini nel prologo di "Titanic"). Qualche anno prima Paxton aveva fondato con l'amico Andrew Todd Rosenthal una band musicale chiamata Martini Ranch, che nel 1988 produsse il suo primo e unico album, "Holy Cow". Per il videoclip del singolo "Reach", Cameron pensò a un'ambientazione western polverosa e anacronistica (i cavalli sono sostituiti da moto di grossa cilindrata), in qualche modo reminiscente del mondo post-apocalittico di "Mad Max". All'inizio vediamo un biker giungere in un villaggio di frontiera, mentre una serie di flashback ci rivela che si tratta di un rapinatore in fuga. Sulle sue tracce c'è infatti una banda di cacciatrici di taglie, tutte donne, che non avranno problemi ad acciuffarlo. I marchi di fabbrica di Cameron (le donne forti, toste o muscolose: Paxton coinvolse tre bodybuilder che conosceva) si intrecciano con citazioni esplicite degli spaghetti western (anche musicali: nel brano si ode chiaramente il fischio morriconiano de "Il buono, il brutto, il cattivo"), all'insegna dell'ironia e delle strizzatine d'occhio. I membri della band (compreso il tastierista Robert O'Hearn) appaiono vestiti da mariachi messicani. Camei per diversi volti noti, da Kathryn Bigelow (che Cameron stava per sposare) agli attori Lance Henriksen, Paul Reiser, Jenette Goldstein, Bud Cort, Judge Reinhold, Adrian Pasdar e Brian Thompson. Quanto alla canzone, non è niente di che, ma è comunque gradevole.

2 giugno 2021

The fighting generation (A. Hitchcock, 1944)

The Fighting Generation
di Alfred Hitchcock – USA 1944
con Jennifer Jones
[sv]

Visto su YouTube.

Oltre ai due cortometraggi di propaganda in francese girati per il ministero dell'informazione britannico ("Bon voyage" e "Avventura malgascia"), nel 1944 Hitchcock (non accreditato nei titoli di testa, così come non sono menzionati lo sceneggiatore Stephen Longstreet e il direttore della fotografia Gregg Toland) realizzò anche questo breve short per il dipartimento del tesoro americano con l'obiettivo di promuovere le vendite dei titoli di guerra (war bond). Il film dura poco meno di due minuti (è praticamente uno spot pubblicitario) e soltanto un breve stacco dopo trentatré secondi gli impedisce di essere composto da un solo piano sequenza. Jennifer Jones, unica attrice (il corto è prodotto dal suo futuro marito David O. Selznick), appare nel ruolo di sé stessa e nei panni di un'aiuto infermiera che si prende cura di un soldato ferito in guerra, suo "amico d'infanzia". La Jones parla rivolta in camera, direttamente agli spettatori, invitandoli a partecipare allo sforzo bellico acquistando war bond. Nulla più che una curiosità o un documento storico, il film fu girato in un solo giorno e fa parte di una serie di "annunci di pubblico interesse" prodotti negli anni della guerra, spesso coinvolgendo celebri star del cinema come testimonial.