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3 febbraio 2022

La ragazza con la pistola (M. Monicelli, 1968)

La ragazza con la pistola
di Mario Monicelli – Italia 1968
con Monica Vitti, Carlo Giuffré
***

Visto in TV (Prime Video), per ricordare Monica Vitti.

Rapita (più o meno volontariamente), sedotta e abbandonata dal compaesano Vincenzo (Carlo Giuffré), che poi se ne fugge in Gran Bretagna, la siciliana Assunta Patanè (Monica Vitti) parte alla sua ricerca armata di pistola per vendicare il proprio onore e quello della sua famiglia. L'inseguimento all'uomo, che continua a sfuggirle, la porterà da Edimburgo (in Scozia) a Sheffield, da Bath a Londra, fino a Brighton: un viaggio e una permanenza in un paese così diverso e distante da quello di origine che finiranno per cambiarla profondamente. Diventerà infatti una ragazza moderna, cambierà abbigliamento e acconciatura, metterà in discussione i vecchi valori di una terra arcaica e arretrata, legati all'onore e ai ruoli della donna e dell'uomo, e infine si prenderà a suo modo una rivincita, ribaltando i ruoli e gli stereotipi. Se la forma è quella della commedia (all'italiana), non scevra di macchiette e di gag, i contenuti di questo film epocale sono dunque da contestualizzare e legati al movimento di liberazione ed emancipazione della donna, di cui la protagonista – attraverso le sue varie avventure – diventa simbolo e paradigma. Per la Vitti, fino ad allora identificata con il cinema di Antonioni, fu uno dei primi ruoli comici di una carriera che si rinnoverà in maniera brillante, pur non rinnegando mai lo spessore messo in mostra nelle esperienze precedenti. La scelta di ambientare quasi tutta la pellicola in un paese lontano e diverso (il contrasto fra i paesaggi, le usanze, la lingua, è sempre sottolineato con precisione e rispetto, pur nel contesto comico e parodistico), in un panorama sociale caratterizzato da costumi "liberi", fra omosessuali, sportivi, modelle e contestazione giovanile, consente di portare in primo piano la personalità della protagonista, impegnata a portare a termine la "commissione", con le sue contraddizioni sui ruoli di genere ("Un vero uomo ci deve provare, ma una vera donna si deve difendere"). Stanley Baker è il dottore dell'ospedale di Bath di cui Assunta si innamora, Anthony Booth il giocatore di rugby che la ospita a Sheffield, Corin Redgrave il suicida gay, Stefano Satta Flores il cameriere al ristorante italiano. Le scene ambientate in Sicilia sono state girate in realtà in Puglia (a Polignano a Mare e a Conversano). Alla sceneggiatura ha collaborato Luigi Magni.

24 novembre 2021

Dramma della gelosia... (Ettore Scola, 1970)

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)
di Ettore Scola – Italia 1970
con Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Giancarlo Giannini
**

Visto in TV (RaiPlay).

In un'aula di tribunale "immaginaria" (non si vede mai: di fatto i personaggi parlano agli spettatori), i protagonisti di un fatto di cronaca ne rievocano le vicende. Il muratore romano Oreste (Mastroianni) si innamora della fioraia Adelaide (Vitti), e per lei lascia la moglie (che non amava). Ma quando la donna – indecisa su chi ama più dei due – inizia una relazione anche con il pizzaiolo toscano Nello (Giannini), scatta la sua gelosia... Da un soggetto di Age & Scarpelli, sceneggiatori insieme al regista, un film che, sin dal (lungo) titolo, pare voler ironizzare su quel tipo di stampa scandalistica e voyeuristica che mette in piazza la vita privata, i drammi passionali e le tragedie delle persone comuni. La storia, in sé, è alquanto banale (un triangolo d'amore, amicizia e tradimento, senza troppe sorprese), così come i tre protagonisti, che non escono da ruoli stereotipati o monodimensionali, anche se la narrazione pare a tratti voler allargare gli orizzonti, tirando in ballo questioni sociali (tutti e tre sono proletari), politiche (Oreste è simpatizzante comunista e incontra Adelaide a una Festa dell'Unità, Nello è un anarchico contestatore), civiche (ci si lamenta della sporcizia e della trascuratezza in cui versa Roma) e di costume (Adelaide si sente dire dalla psicanalista "Lei, amando due uomini, è al di sotto della media"; e il trio tenterà, senza successo e con poca convinzione, di instaurare un ménage à trois), con toni che vanno dal drammatico al malinconico, dal comico (le macchiette come il macellaio, interpretato dal wrestler Hercules Cortes, o la zingara chiromante) all'esistenzialista, fino a sfociare nel surreale (tutto l'impianto della pellicola, con i personaggi che si rivolgono in camera agli spettatori, prefigurando una trovata che Scola ripeterà, per esempio, in "C'eravamo tanto amati" e che comunque aveva precedenti illustri nella commedia americana brillante di Wilder e Lubitsch) e infine nella follia di Oreste. Peccato che l'insieme, salvo brevi momenti, sia poco incisivo. A salvare il film sono soprattutto gli interpreti, in particolar modo una Vitti splendida come sempre e un Mastroianni stralunato (per la prima volta diretto da Scola, e che per questo ruolo vinse a Cannes il premio come miglior attore) nei panni di un uomo dimesso e trasandato, con "un trucco da Memorie dal sottosuolo o da Tragedia della miniera" (come scrisse Rondi). Musiche di Armando Trovajoli.

3 novembre 2020

Febbre da cavallo (Steno, 1976)

Febbre da cavallo
di Steno – Italia 1976
con Gigi Proietti, Enrico Montesano
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina, per ricordare Gigi Proietti.

I tre amici romani Bruno detto "Mandrake" (Proietti), Armando detto "Er Pomata" (Montesano) e Felice (Francesco De Rosa) sono accaniti appassionati di ippica che bazzicano gli ippodromi di tutta Italia senza mai vincere una puntata. Quando Gabriella (Catherine Spaak), la compagna di Mandrake che gestisce un bar nel centro di Roma, gli affida una somma da scommettere su un'improbabile "tris" ("King, Soldatino e D'Artagnan") suggeritale da una cartomante, l'uomo e gli amici preferiscono giocarsela invece su un "cavallo sicuro" che naturalmente perderà. E per recuperare la mancata vincita dovranno escogitare una rocambolesca truffa (una "mandrakata") ai danni di un fantino italo-francese, sostituendolo durante una corsa: ma il piano naturalmente non riuscirà come sperato. L'intera vicenda è narrata in flashback davanti a un giudice (Adolfo Celi) che, per fortuna dei nostri amici, si rivelerà a sua volta un accanito appassionato di corse... Piccolo cult movie della commedia all'italiana, è una divertente farsa ambientata nel mondo dei fanatici dell'ippica, un microcosmo descritto con simpatia e popolato da personaggi scalcinati ed eccentrici, sempre pronti a gettare al vento i pochi quattrini che riescono a racimolare e a doversi inventare bizzarre trovate per sfuggire ai creditori. Alcune scene sono entrate nella leggenda, come lo spot ("un Carosello") che l'istrionico Mandrake – che si guadagna da vivere senza troppa fortuna come attore e modello – si ritrova a interpretare, impappinandosi in continuazione per via dell'assurdo slogan-scioglilingua ("Whisky maschio senza rischio"). Mario Carotenuto è l'avvocato De Marchis, proprietario del brocco Soldatino. Nel cast anche Gigi Ballista, Ennio Antonelli e Nikki Gentile. Passato relativamente inosservato alla sua uscita, il film ha acquistato popolarità nel corso degli anni grazie ai frequenti passaggi televisivi. Nel 2002, firmato da Carlo Vanzina, figlio del regista dell'originale, è uscito un sequel non all'altezza del prototipo, "Febbre da cavallo - La mandrakata".

29 marzo 2020

L'ingorgo (Luigi Comencini, 1979)

L'ingorgo - Una storia impossibile, aka Black-out in autostrada
di Luigi Comencini – Italia/Fra/Spa/Ger 1979
con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni
***

Visto in divx.

Alle porte di Roma, un gigantesco ingorgo stradale blocca centinaia di autovetture, costringendo i proprietari a bivaccare letteralmente in macchina. E quando cala la notte, vengono fuori anche i peggiori istinti dell'uomo. Pellicola apocalittica e corale, con decine di personaggi e di storie minime e grottesche che si intersecano, con la quale Comencini (coadiuvato da un eccezionale gruppo di attori) lancia strali un po' a tutta la società italiana. C'è il ricco avvocato interpretato da Alberto Sordi, in auto con il segretario (Orazio Orlando), che disprezza il popolino nonostante si trovi nella stessa situazione; il famoso attore Marco Montefoschi (Marcello Mastroianni), con la fobia del pubblico, che viene ospitato da un ammiratore (Gianni Cavina) che vorrebbe in cambio una raccomandazione a Cinecittà, e per questo motivo sarebbe disposto a concedergli una notte con la moglie incinta (Stefania Sandrelli). Un "professore" (Ugo Tognazzi) che ha una tresca con la giovane Angela (Miou-Miou) all'insaputa del marito di lei (Gérard Depardieu). Una coppia che, fra una tenerezza e un litigio, sta festeggiando le nozze d'argento (Fernando Rey e Annie Girardot). E ancora: una numerosa famiglia napoletana, con il padre (Lino Murolo) furioso con la figlia Germana (Giovannella Grifeo) perché è rimasta incinta; un nevrotico in crisi d'astinenza da tabacco (Patrick Dewaere); un malato in ambulanza (Ciccio Ingrassia); quattro uomini armati di pistola (fra cui José María Prada e Ferdinando Murolo); una giovane hippie (Angela Molina) che fraternizza con l'autista di un camion (Harry Baer) ma che poi, durante la notte, sarà violentata da tre giovinastri. E anche in un ambiente così ristretto (l'intero film è ambientato su un tratto di pochi metri di strada, oltre che nei terreni circostanti) si affrontano quasi tutte le questioni sociali, politiche o di costume dell'italia di quegli anni: le speculazioni edilizie, i conflitti di classe, i cambiamenti del costume (l'aborto, il divorzio), la politica, le contestazioni giovanili, il calcio, l'informazione (con la tv che è costretta a sospendere le trasmissione e a interrompere i telegiornali per mancanza di personale: sono tutti imbottigliati nel traffico), oltre che vizi individuali come la violenza, il menefreghismo, l'opportunismo, l'ipocrisia. E naturalmente al centro di tutto c'è il consumismo, di cui proprio l'automobile, ormai alla portata di tutti, è il simbolo per eccellenza. Metaforica anche la sequenza del bambino (la coscienza collettiva?) che dorme sin dalla nascita. Anna Melato (sorella minore di Mariangela), che doppia Angela Molina, canta "Il treno dei bambini" su testo di Gianni Rodari, mentre Giovannella Grifeo canta la canzone dell'ingorgo ("Ingorgo, paralisi di vita...."). Nel cast anche Nando Orfei (l'autista di Mastroianni), José Sacristán (il prete comunista), Ester Carloni (la nonna) e il pilota di moto Enrico Lorenzetti (il ciclista). La sceneggiatura, ispirata a un racconto di Julio Cortázar ("L'autostrada del sud"), è firmata da Comencini insieme a Ruggero Maccari e Bernardino Zapponi. Juan Luis Buñuel è regista della seconda unità: chissà che film sarebbe venuto fuori se l'avesse diretto il suo celebre padre (in fondo l'ingorgo nasce senza un vero motivo, proprio come l'impasse de "L'angelo sterminatore")!

6 febbraio 2019

Il gaucho (Dino Risi, 1964)

Il gaucho
di Dino Risi – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari
**

Visto in TV.

Marco Ravicchio (Vittorio Gassman), squattrinato addetto alle pubbliche relazioni di una piccola casa cinematografica, vola in Argentina per promuovere una pellicola neorealista ("La città morta") in occasione di un festival a Buenos Aires. Nella delegazione che lo accompagna ci sono l'attempata diva Luciana (Silvana Pampanini), due attricette oche (Maria Grazia Buccella e Annie Gorassini) e uno sceneggiatore comunista (Guido Gorgati). Troveranno una città popolata da esuli ed emigranti italiani, divisi fra chi ha fatto fortuna – come l'impetuoso Ingegner Maruchelli (Amedeo Nazzari), ricco esportatore di carne, che vive nel mito e nella nostalgia della patria abbandonata e che accoglie con il proprio entusiasmo i nuovi arrivati, ospitandoli per l'intera permanenza – e chi è rimasto uno spiantato – come Stefano (Nino Manfredi), amico ed ex commilitone di Marco, restato un pezzente nonostante le molte opportunità. Pellicola "turistica" ("Il Gaucho era un po' un pretesto per andare a fare una vacanza in Argentina", dirà lo stesso Risi), caciarona, improvvisata e senza una vera direzione, che dà il suo meglio soprattutto nel ritratto dei personaggi di Nazzari e di Manfredi (la scena migliore è proprio il malinconico incontro fra i due amici che fanno i conti con i propri fallimenti). Apprezzabile anche la demistificazione del "boom" economico (in Italia c'è ancora chi sta male e pensa di emigrare). Dal lato comico, invece, le gag sono ingenue e stereotipate, e il personaggio estroverso e un po' volgare di Gassman era già stato visto troppe volte (da notare la citazione da "Il sorpasso", quando Marco viene superato da un'auto, guidata da un romano, con lo stesso clacson della sua). Norberto Sanchez Calleja è Cecilio, lo spasimante di Luciana; Nora Carpena è la moglie di Maruchelli, che Marco prova a sedurre. Musiche di Armando Trovajoli. La sceneggiatura è firmata da Ruggero Maccari, Tullio Pinelli, Dino Risi ed Ettore Scola.

12 agosto 2016

Divorzio all'italiana (Pietro Germi, 1961)

Divorzio all'italiana
di Pietro Germi – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Daniela Rocca
***1/2

Visto in divx.

Ad Agramonte, (fittizia) cittadina siciliana di provincia, il barone Ferdinando "Fefè" Cefalù (Marcello Mastroianni) vorrebbe sbarazzarsi della moglie Rosalia (Daniela Rocca) perché invaghito della giovane e bella cugina Angela (Stefania Sandrelli). Non essendoci ancora la possibilità del divorzio (che in Italia sarà introdotto solo nel 1970), l'uomo progetta allora di ricorrere a un "delitto d'onore", per il quale la legge dell'epoca prevedeva tutte le attenuanti. Si dà dunque da fare per "procurare" alla moglie un amante, con l'intenzione di coglierli sul fatto e avere una scusa per uccidere la donna, e lo individua in Carmelo Patanè (Leopoldo Trieste), professore d'arte e restauratore, da sempre innamorato di Rosalia... Dopo una serie di pellicole drammatiche e neorealiste, con questa graffiante black comedy (ispirata al romanzo di Giovanni Arpino "Un delitto d'onore") Germi cambia improvvisamente registro e comincia a realizzare film che attraverso la leggerezza, la satira e la commedia trattano delle questioni sociali e dei compromessi morali di un'Italia di provincia (alla Sicilia di questo film e del successivo "Sedotta e abbandonata", seguirà il Veneto di "Signore & signori"). Eccezionale la prova di Mastroianni, in una delle sue migliori interpretazioni, che modella un personaggio indimenticabile mediante l'espressione, la mimica facciale (il verso con la bocca), la meta-narrazione, le sequenze in cui si immagina la morte della moglie o l'arringa dell'avvocato che lo difenderà al processo. L'analisi sociale è evidente in scene come quella in cui tutto il paese "disapprova" Ferdinando perché non sembra mostrare alcuna intenzione di vendicare l'onore della propria famiglia. Ma sono degni di nota anche l'arrivo in città del film di Fellini "La dolce vita" (interpretato dallo stesso Mastroianni, anche se sullo schermo si vede solo la Ekberg), che scatena l'entusiasmo del pubblico e la riprovazione del parroco; l'intervento del "mafioso" locale per aiutare Ferdinando a rintracciare la moglie fuggita; e la scena delle lettere scambiate (quella d'amore di Angela destinata a Ferdinando finisce per errore nelle mani del padre della ragazza, procurandogli un coccolone). Enorme successo di pubblico e di critica, anche all'estero: da ricordare in particolare le tre candidature agli Oscar (con vittoria per la miglior sceneggiatura originale e nomination per la miglior regia e il miglior attore). La Sandrelli, solo quindicenne, divenne una star. Nel cast anche Lando Buzzanca e Odoardo Spadaro. Pur non trattandosi del primo esempio del filone, proprio dal titolo di questo film è nata l'espressione "Commedia all'italiana" con cui si è identificato il fortunato genere cinematografico che ha furoreggiato dagli anni cinquanta agli anni settanta.

26 dicembre 2015

Capriccio all'italiana (Monicelli, Steno, Pasolini, et al., 1968)

Capriccio all'italiana
di Mario Monicelli, Steno, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi – Italia 1968
con Totò, Walter Chiari, Silvana Mangano
**

Visto in divx.

Come e ancor più che nei precedenti film ad episodi ai quali aveva contribuito (ovvero "Ro.Go.Pa.G.", con il segmento "La ricotta", e "Le streghe", con "La terra vista dalla luna"), in questo lungometraggio collettivo Pasolini svetta sui suoi colleghi con l'episodio non solo migliore del lotto, ma anche l'unico che francamente vale la pena di vedere: e non solo per meriti artistici, ma anche perché si tratta dell'ultima apparizione sul grande schermo di Totò, che sarebbe scomparso di lì a poco, senza nemmeno aver visto il film completato. Il corto di Pasolini, una poetica riflessione sul teatro (a partire da una recita dell'Otello di Shakespeare con le marionette), coinvolge tanti nomi celebri dello spettacolo e della comicità italiana (oltre al principe De Curtis, anche Domenico Modugno, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Laura Betti e altri ancora). Per il resto, da salvare solo in parte gli episodi di Steno (anche questo con Totò) e di Bolognini con Walter Chiari e Ira Fürstenberg, se non altro per curiosità legate a fenomeni sociali allora in voga, in primis la moda dei "capelloni", i ragazzi beat che impazzavano negli anni '60. Gli altri tre episodi (interpretati – come ne "Le streghe" – da una multiforme Silvana Mangano, che il marito-produttore Dino De Laurentiis amava infilare un po' ovunque) sono brevissimi e da dimenticare: nient'altro che barzellette poco divertenti.

"La bambinaia", di Mario Monicelli (*), con Silvana Mangano
Dopo aver rimproverato un gruppo di bambini che stavano leggendo fumetti violenti e "diseducativi" (Diabolik, Satanik, Kriminal), una bambinaia – che parla con forte accento tedesco – legge loro le fiabe di Perrault: ma i piccoli, spaventati e impauriti, piangono (mentre con i fumetti ridevano).

"Il mostro della domenica", di Steno (*1/2), con Totò e Ugo D'Alessio
Un uomo che disprezza i giovani capelloni si traveste in varie maniere per adescarli e sequestrarli. Soprannominato "Il mostro" dai giornali, viene infine arrestato dalla polizia. Ma quando scopre che si limitava a rapare a zero i giovani, il commissario lo lascia libero, incaricandolo anzi di tagliare i capelli anche al proprio figlio. Da salvare soltanto per Totò e i suoi travestimenti.

"Perché?", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano ed Enzo Marignani
Nel traffico di rientro in città dopo l'esodo di fine settimana, una donna tormenta il marito affinché vada più veloce, spingendolo infine ad aggredire un altro automobilista.

"Che cosa sono le nuvole?", di Pier Paolo Pasolini (***1/2),
con Totò e Ninetto Davoli
Una compagnia di marionette porta in scena l'"Otello". Ma il pubblico in sala si ribella contro le perfidie di Iago, e sale sul palco per aggredire lui e lo stesso Otello prima che uccida Desdemona. Le due marionette, malridotte, verranno gettate in una discarica, dove per la prima volta potranno guardare il cielo sopra di loro: "Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato!". Radunando amici (il poeta Francesco Leonetti, nel ruolo del marionettista; il cantante Domenico Modugno, l'immondezzaio, che intona una canzone scritta dallo stesso Pasolini) e celebri comici italiani (Franco e Ciccio, Carlo Pisacane, Mario Cipriani, Laura Betti, Adriana Asti), oltre all'ormai collaudata coppia Totò/Ninetto Davoli, il regista mette in scena una poetica riflessione sull'arte e la vita ("Siamo in un sogno dentro un sogno", spiega Totò a un perplesso Ninetto). Se sul palcoscenico le marionette – legate ai fili e manovrate dal burattinaio – recitano il loro copione, dietro le quinte le vediamo "libere" di riflettere, commentare e filosofeggiare sull'esistenza, i sentimenti e il destino ("Qual è la verità?", "Cosa sento dentro di me?"). Otello (Davoli), essendo stato costruito da poco e quindi appena nato, è pieno di curiosità e di stupore: chiede il perché di ogni cosa (sarà lui nel finale a esprimere la domanda che dà il titolo all'episodio), mentre Iago (un Totò dal volto colorato di verde, simbolo dell'invidia e dell'odio) è "cattivo" solo mentre recita la sua parte: per il resto elargisce con paterna comprensione massime di saggezza. All'inizio, i cartelloni che pubblicizzano gli spettacoli della compagnia di marionette fanno riferimento a lavori precedenti ("La terra vista dalla luna") e futuri ma mai realizzati ("Le avventure del re magio randagio", "Mandolini") di Pasolini con la coppia Totò-Ninetto, tutti tasselli di un ciclo "comico", parallelo al resto della sua filmografia, che era cominciato con "Uccellacci e uccellini" e termina purtroppo qui, prematuramente, a causa della morte del comico partenopeo. Il regista (che contemporaneamente stava già lavorando all'adattamento cinematografico di "Edipo Re") virerà per alcuni anni in un'altra direzione (quella delle tragedie greche e dei ritratti dei paesi del Terzo Mondo), per poi riprendere il progetto in mano – con l'intento di reclutare Eduardo De Filippo al posto di Totò – negli ultimi mesi prima della sua morte.

"Viaggio di lavoro", di Pino Zac e Franco Rossi (*), con Silvana Mangano
La sovrana di uno stato europeo, durante un viaggio in vari paesi dell'Africa, scatena un incidente diplomatico quando confonde uno stato per un altro. Parzialmente in animazione.

"La gelosa", di Mauro Bolognini (*1/2), con Ira Fürstenberg e Walter Chiari
Dopo una serata trascorsa a ballare, una ricca coppia litiga, con lui che la rimprovera di essere troppo gelosa. I due fanno un patto: cercheranno di avere fiducia l'uno dell'altro, senza farsi domande. Ma quando lo vede uscire vestito di tutto punto, la donna lo pedina fino a un appartamento, dove lo scopre in mutande... Si trattava però solo di una sartoria.

20 agosto 2015

Riusciranno i nostri eroi... (Ettore Scola, 1968)

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?
di Ettore Scola – Italia 1968
con Alberto Sordi, Nino Manfredi
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Per rintracciare il cognato Oreste “Titino” Sabatini (Manfredi), del quale si sono perse le tracce in Angola da oltre un anno, il ricco editore romano Fausto Di Salvio (Sordi), stufo degli eccessi del consumismo e in cerca di una personale libertà, decide di recarsi di persona nel continente nero, accompagnato da un recalcitrante assistente, il ragionier Ubaldo (Bernard Blier). La ricerca sarà lunga e difficile, visto che Titino sembra aver seminato indizi e false piste di ogni tipo, che lo ritraggono in maniera sfuggente e multiforme (di volta in volta camionista, prete, trafficante d'armi o ingegnere edile). E durante il viaggio, com'è ovvio, Di Salvio arriverà a conoscere meglio non solo quel continente che – spinto dai romanzi d'avventura (vedi il titolo fiume della pellicola!) e dalle dispense a puntate da lui pubblicate – immaginava ben diverso, ma anche sé stesso e il suo rapporto con il mondo. Ispirato, in particolare nel finale, da una storia a fumetti di Romano Scarpa (“Topolino e il Pippotarzan”), il film rappresentò il primo grande successo del giovane Scola, che lo sceneggiò insieme alla coppia Age & Scarpelli. I toni scanzonati della commedia all'italiana, comunque diffusamente presenti, si stemperano a tratti su riflessioni più ampie – per quanto non originalissime – sul colonialismo e sul contrasto fra civiltà e natura (per non parlare dei luoghi comuni sugli italiani all'estero). Magnifici comunque gli scenari angolani, integrati con evidenti immagini di repertorio. Inizialmente la parte del protagonista era riservata a Manfredi, mentre Sordi avrebbe dovuto interpretare l'oggetto della ricerca: furono gli stessi attori a suggerire l'inversione dei ruoli. Musiche di Armando Trovajoli. Fra le ispirazioni c'è anche "Cuore di tenebra" di Conrad, citato a un certo punto espressamente da Sordi.

10 dicembre 2014

La congiuntura (Ettore Scola, 1965)

La congiuntura
di Ettore Scola – Italia 1965
con Vittorio Gassman, Joan Collins
**1/2

Visto in divx.

Il principe Giuliano Maria Niccolai Burgos (Gassman) appartiene a una delle più nobili famiglie di Roma, ammanicata con il Vaticano e assistente presso la Santa Sede. A differenza del nonno e degli altri membri della famiglia, però, è più interessato a fare la corte (senza successo) alle ragazze nei locali notturni della città che a presenziare al soglio pontificio. Quando incontra l'affascinante inglesina Jane (Collins), accetta di buon grado di accompagnarla fino in Svizzera per "andare a trovare la zia": ma ignora che la ragazza è una truffatrice, che intende servirsi della sua auto (dotata di targa CD, ovvero Corpo Diplomatico) per varcare indisturbata la dogana e portare così a Lugano un milione di dollari da depositare nelle banche svizzere per conto di un misterioso evasore fiscale. Durante il tragitto vivranno numerose avventure (compreso il furto dell'auto, poi ritrovata, a Rapallo) e anche Jane comincerà a provare affetto per lui. Il secondo lungometraggio di Scola (come sempre scritto in coppia con Ruggero Maccari), è una spigliata commedia on the road che abbina una trama dichiaratamente da fumetto a fugaci riflessioni sulla società dell'epoca (con le prime avvisaglie di una crisi economica che si riflette non soltanto nelle grande fughe di capitali all'estero, ma anche più semplicemente nella scena che mostra gli italiani che vanno a comprare la benzina in Svizzera). Non particolarmente memorabile, nel complesso: ma è salvata dalla verve dei due protagonisti, un Gassman che aggiorna il suo personaggio ruspante e donnaiolo con una certa dose di ingenuità e di buone maniere (è pur sempre un principe!) e lo rende protagonista nel finale di sequenze d'azione e di inseguimento che sembrano uscire da un film americano (sia pur "italianizzate"), e una Joan Collins (doppiata da Maria Pia Di Meo) pulita e sbarazzina (anche se, pare, con i suoi capricci rese un inferno la lavorazione sul set). In una delle scene iniziali, Gassman canta nel night club la canzone "Ritornerai" di Bruno Lauzi.

5 marzo 2014

Anni ruggenti (Luigi Zampa, 1962)

Anni ruggenti
di Luigi Zampa – Italia 1962
con Nino Manfredi, Gino Cervi
**1/2

Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Marco, Ginevra, Paola, Marta, Esther, Beatrice e Sabrina.

Nel 1937, in piena era fascista, i notabili di un paesino del meridione (non identificato ma collocato in Puglia, a pochi chilometri da Alberobello: gran parte degli esterni sono stati girati a Ostuni) sono in subbuglio perché hanno saputo, per vie traverse, dell'imminente arrivo di un funzionario del partito, che dovrebbe giungere in incognito da Roma per compiere un'ispezione politico-amministrativa. Avendo tutti qualcosa da nascondere, ed essendo convinti di avere individuato il gerarca in Omero Battifiori (Nino Manfredi), che si presenta come un semplice agente di assicurazioni, i vertici locali cercano in ogni modo di finire nelle sue grazie, rendendo piacevole il suo soggiorno in paese e mostrando davanti ai suoi occhi un'assoluta fedeltà al regime. Il podestà (Gino Cervi) arriva addirittura al punto di favorire il suo fidanzamento con la figlia Elvira (Michèle Mercier). Ma alla fine la verità verrà a galla. Liberamente ispirato alla commedia "L'ispettore generale" di Gogol, il film di Zampa (che firma la sceneggiatura insieme ad Ettore Scola e Ruggero Maccari) è una pungente satira non tanto del fascismo in sé, quanto dell'Italietta dove tutti si adeguano all'aria che tira, un malcostume mai scomparso e che rende la pellicola tuttora attuale. In realtà nessuno dei personaggi è veramente e convintamente "fascista": i notabili mettono in atto elaborate messinscene soltanto per perseguire i propri interessi e nascondere le proprie malefatte, mentre la fiducia del protagonista in Mussolini è frutto soprattutto di un'ingenuità che sarà messa a dura prova quanto entrerà in contatto con realtà povere e disastrate come quelle che circondano il villaggio (vedi la sequenza ambientata nelle "grotte", girata ai Sassi di Matera, dove Omero acquisisce una nuova consapevolezza sociale). Molte le scene da ricordare: la visita alla scuola, quella alle fattorie (dove si trovano sempre le stesse trenta mucche, trasportate in furgone da una masseria all'altra), la parata, e il finale con Omero che legge in treno la lettera per il Duce che gli ha consegnato un vecchio contadino. Nel cast, fra tanti caratteristi, anche Gastone Moschin (il rappresentante politico locale) e Salvo Randone (il medico antifascista). Insieme ai precedenti "Anni difficili" e "Anni facili", il film completa un'ideale trilogia con cui Zampa, attraverso la satira, denuncia i vizi sociali e politici degli italiani di prima e (soprattutto) di dopo la guerra.

7 luglio 2013

Il sorpasso (Dino Risi, 1962)

Il sorpasso
di Dino Risi – Italia 1962
con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant
****

Visto in divx, con Marco, Eleonora e Sabrina.

In una Roma assolata e svuotata dal caldo ferragostano, l'estroverso e invadente Bruno Cortona (Gassman) stringe amicizia con il timido studente Roberto Mariani (Trintignant) e lo trascina in un'improvvisata gita in auto fuori porta che si protrarrà sempre più verso nord, prima nell'alto Lazio, poi in Toscana e infine verso la Liguria. Dopo numerosi incontri e avventure, la loro corsa si fermerà per un incidente sull'Aurelia, dove Roberto perderà la vita. Capolavoro di Risi, inizialmente accolto con tiepidità ma divenuto ben presto uno dei più noti e popolari esempi di commedia all'italiana (dove l'analisi sociale e la critica di costume si nascondono dietro i toni ironici e i personaggi sopra le righe), è uno straordinario affresco della società italiana nel pieno del boom economico, di cui uno dei simboli è proprio la vettura guidata dal protagonista: una Lancia Aurelia B24 ("uscita dalle officine nel 1956", cito da Wikipedia, "rappresentava allora il prototipo di un'idea di eleganza e raffinatezza, ma ben presto si trasformò nell'ideale dell'automobile aggressiva, prepotente, truccata nel motore e negli allestimenti"). Tantissimi i riferimenti, nei dialoghi e nelle situazioni, alla cultura (Antonioni, di cui si cita irriverentemente "L'eclisse": e la scena iniziale e quasi surreale in cui Bruno vaga per le strade di una Roma deserta in cerca di sigarette e di un telefono ricorda proprio alcune sequenze di quel film), alla politica (Krusciov, le bombe atomiche) e alla vita dell'epoca (un esempio sono le numerose canzonette presenti nella colonna sonora: fra le altre, successi come "Saint Tropez Twist" di Peppino di Capri, "Guarda come dondolo" e "Pinne, fucile ed occhiali" di Edoardo Vianello, "Vecchio frac" di Domenico Modugno). Ottimamente caratterizzati i due personaggi, anche per merito di due attori eccellenti. Bruno, cialtrone e nullafacente, amante della velocità, delle donne e della bella vita, all'apparenza un vincente (così lo considerano gli altri) ma in realtà un fallito, è il simbolo dell'Italia gaudente che però fatica a togliersi di dosso le sue origini umili e cerca di "nasconderle" dietro l'esuberanza e la vitalità. L'introverso e spaesato Roberto, incapace di difendersi o di non lasciarsi prevaricare da coloro che gli stanno attorno, è invece l'immagine dell'Italia povera ma perbene che stava scomparendo poco a poco. Pur disapprovando il comportamento di Bruno, Roberto non può non sentirne una certa attrazione e il desiderio di diventare come lui (ed è questo il motivo, oltre la naturale arrendevolezza, che lo spinge a rimanere in sua compagnia). E man mano che lascia da parte la propria timidezza e la propria educazione, prendendo l'amico come modello di comportamento (con i suoi contro ma anche i suoi pro, come l'imparare a godersi la vita e a non lasciar fuggire le occasioni che si presentano), non si rende conto di rappresentare simbolicamente la nuova direzione in cui sta muovendo l'Italia. I due uomini infatti "rappresentano due identità della nazione, giunta a un bivio della propria storia. La prima, quella legata ai princìpi, sarà sedotta e morirà, nella fine di un sogno, lasciando campo libero alla seconda Italia, quella furbesca, individualista e amorale". Da sottolineare l'insolito (allora) ricorso alla voce-off, "l'io pensante" di Roberto, attraverso il quale "veniamo a conoscenza della contraddizione tra pensiero e azione che il ragazzo vive a contatto con Cortona, e soprattutto del percorso d'iniziazione erotica e sociale che egli compie. I personaggi protagonisti, così diversi ma in egual misura positivi e negativi, si attraggono e si respingono tra loro, attraendo a loro volta gli spettatori verso due poli distinti e contrapposti d'identificazione sociale". Anche le due scene in cui Bruno e Roberto portano rispettivamente l'amico a conoscere la propria famiglia (da cui si sono irrimediabilmente staccati) vogliono mostrare, fra le altre cose, come il miracolo economico stesse trasformando l'Italia da una società tradizionalmente incentrata sulla famiglia a una più individualistica e consumistica. Quella di Roberto, rimasta ancorata a una rurale e provinciale, è troppo distante persino per lui, che pure fatica a staccarsi dal passato, dalla nostalgia per l'infanzia e dall'influenza del proprio contesto familiare e sociale. Quella di Bruno è quanto di più "moderno" si possa immaginare: genitori separati, figlia (Catherine Spaak) che frequenta (e vorrebbe sposare) un ricco industriale del nord che ha il triplo dei suoi anni (Claudio Gora); ognuno dei suoi membri, Bruno compreso, incarna una caratteristica della nuova alta borghesia benestante, rampante o arrivista.

8 luglio 2012

Profumo di donna (Dino Risi, 1974)

Profumo di donna
di Dino Risi – Italia 1974
con Vittorio Gassman, Alessandro Momo
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Il giovane attendente Giovanni "Ciccio" Bertazzi (Momo) riceve l'incarico di accompagnare il capitano in pensione Fausto Consolo (Gassman) in un viaggio in treno da Torino a Napoli. Ma ignora che l'uomo – rimasto cieco e senza un braccio in seguito a un incidente – ha progettato, una volta giunto a destinazione, di uccidersi insieme a un suo collega, cieco a sua volta. Nel corso delle varie tappe del viaggio – Genova, dove Fausto si intratterrà con una prostituta (Moira Orfei), e Roma, dove farà visita a un cugino prete – il legame fra il capitano e il suo giovane accompagnatore si farà sempre più stretto; a Napoli sarà invece un’ostinata ragazza, Sara (Agostina Belli), a far breccia nel cuore dell’uomo e a farlo desistere dal suo proposito di chiudersi in sé stesso, rifiutare ogni aiuto e rinunciare alla vita. Come nel successivo remake hollywoodiano (“Scent of a woman”, del 1992, con Al Pacino), quasi tutto il “peso” del film si regge sulle spalle dell’attore protagonista, qui un superbo Gassman che dà vita a un personaggio carismatico ed eccentrico, esuberante e sgarbato, che nasconde la depressione e la tristezza di vivere dietro a un comportamento sopra le righe che soltanto la giovane Sara, innamorata di lui sin da bambina, riesce a “leggere” in maniera positiva. Privo della vista, Fausto si affida agli altri sensi (e soprattutto all’olfatto) per godere di quello che ritiene essere il principale piacere della vita, ovvero le donne. Nel cast, comparsata per Alvaro Vitali (il barista). Bel tema musicale di Armando Trovajoli. La sceneggiatura (di Dino Risi e Ruggero Maccari) è ispirata a un romanzo ("Il buio e il miele") di Giovanni Arpino.

10 febbraio 2010

C'eravamo tanto amati (E. Scola, 1974)

C'eravamo tanto amati
di Ettore Scola – Italia 1974
con Nino Manfredi, Vittorio Gassman
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Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra, Monica e Giuseppe.

Uno dei capolavori del cinema italiano, questa ispiratissima commedia dolce-amara segue per trent'anni – attraverso speranze, amori, delusioni e fallimenti, in un paese che cambia e che si trasforma – le vite parallele e incrociate di tre amici che si conoscono da partigiani, durante la resistenza, ma prendono poi strade diverse, assistendo lungo la via al crollo dei loro ideali sociali, politici e culturali. L'infermiere e portantino romano Antonio (Nino Manfredi), il più spontaneo dei tre, aspira ad un'esistenza semplice e onesta ma sconta la fedeltà alle proprie idee politiche e la mancanza di ambizioni; il meridionale Nicola (Stefano Satta Flores), dapprima insegnante frustrato e poi intellettuale cinefilo, si pone in continua polemica con il mondo e si smarrisce in rivendicazioni astratte e iperboliche; l'arrivista Gianni (Vittorio Gassman), avvocato rampante, mette da parte i propri valori e tradisce amici ed affetti, sposando per interesse la figlia di un ricco palazzinaro. Tutti e tre, a un certo punto della loro vita, si innamoreranno di Luciana (Stefania Sandrelli, figura centrale ma sfuggente nell'economia del film), aspirante attricetta che alla fine sceglierà Antonio, lasciando Gianni a rimpiangerla per tutta la vita. Come nei migliori esempi di commedia all'italiana, il film fonde – grazie all'intensa e scoppiettante sceneggiatura di Scola, Age e Scarpelli – momenti di riuscitissimo umorismo (con battute memorabili come "Nocera è inferiore perché ha dato i natali a gente come voi!"), uno sguardo amaro e realista sulle vicissitudini della vita (con tutta la delusione nell'assistere al crollo delle speranze che avevano animato gli anni della liberazione e del dopoguerra), ficcanti ritratti delle categorie che caratterizzavano allora – e tuttora – lo scenario socio-politico del paese (i tre protagonisti impersonano rispettivamente il populismo di sinistra, l'inconcludenza degli intellettuali, il trasformismo degli opportunisti) e una convinta caratterizzazione dei personaggi che, lungi dal trasformarsi in caricature fini a sé stesse, sono delineati con sincera umanità e convincente introspezione, al punto che al termine del film dispiace quasi dover dire loro addio. Molto bravi gli attori: oltre ai protagonisti, nel magnifico cast brillano anche il grande – in tutti i sensi – Aldo Fabrizi (impresario edile ricco e ruspante, simbolo di una concezione degli affari "familiare" e prevaricatrice, convinto – a ragione – che i ricchi siano le persone più sole al mondo e talvolta inquadrato dal basso come Orson Welles ne "L'infernale Quinlan") e Giovanna Ralli (sua figlia Elide, la moglie di Gianni, che da semianalfabeta cerca teneramente di "elevarsi" per dimostrarsi degna del marito), comprimari a loro volta ritratti da Scola con grande simpatia e indulgenza.

La ricostruzione storica e ambientale si giova della trovata di girare in bianco e nero le scene del dopoguerra (tutta la prima metà del film), passando al colore in concomitanza con il momento in cui l'Italia si trasforma da paese arretrato e "neorealista" in nazione moderna e industrializzata senza però mettere da parte squilibri e contraddizioni (il passaggio vero e proprio avviene sull'inquadratura del dipinto di un madonnaro sul selciato, nella scena in cui i tre amici si separano per poi ritrovarsi solo molti anni dopo, alla fine del film). Ma anche la regia ci mette del suo, con numerose trovate geniali – talvolta ai limiti del surreale – come quelle che fanno comunicare tra loro i personaggi in maniera inusuale, dandogli modo di esplicitare pensieri e frasi non dette: dallo spoof dello "Strano interludio" di Eugene O'Neill alla scena in cui Antonio e Luciana si parlano per bocca dei personaggi del film che stanno guardando al cinema ("Schiavo d'amore", con Kim Novak); dalla solitudine di Nicola che, nella sua "redazione", interloquisce con la moglie e il figlio a chilometri di distanza, al dialogo fra Gianni e la moglie Elide, appena scomparsa in un incidente stradale, nella spettrale penombra di uno sfasciacarrozze. L'utilizzo delle luci e della fotografia risulta fondamentale in molte di queste sequenze che, prese singolarmente, sembrano giocare con lo spazio (riducendolo, ampliandolo, destrutturandolo), mentre la pellicola nel suo complesso sembra attraversare invece un'altra dimensione, quella del tempo. Non a caso, è come se tutto il film si svolgesse nello spazio di un attimo, di una frazione di secondo: quella che servirà a Gianni a completare il suo "tuffo" in piscina, interrotto con un fermo immagine all'inizio della pellicola e portato a termine – come aveva preannunciato Nicola rivolgendosi direttamente agli spettatori (un'altra trovata che i personaggi continueranno a sfruttare in continuazione, parlando al pubblico come per invitarlo a partecipare alle loro vicende) – soltanto dopo aver concluso quello che di fatto è un lungo, lunghissimo flashback.

Ma il film è anche un omaggio a trent'anni di cinema italiano, con citazioni esplicite dalle pellicole di De Sica (Nicola e la moglie assistono a "Ladri di biciclette", accapigliandosi con i notabili del paese che condividono le opinioni di Andreotti sui panni sporchi da lavare in casa), Fellini (Antonio incontra nuovamente Luciana, dopo averla persa di vista per qualche tempo, sul set de "La dolce vita") e Antonioni (Elide si identifica con Monica Vitti, paladina dell'alienazione e dell'incomunicabilità), mentre molti protagonisti della scena culturale e dello spettacolo di quegli anni vi recitano nei panni di sé stessi (Mike Bongiorno, Fellini, Mastroianni; era prevista anche la partecipazione di Vittorio De Sica, ma il regista morì proprio durante le riprese, e dunque le scene in cui compare sono tratte da immagini di repertorio. Il film, naturalmente, è dedicato a lui). Non mancano citazioni atipiche per Visconti e Rossellini, e nemmeno riferimenti a Eisenstein ("La corazzata Potëmkin", che l'esaltato Nicola illustra a Luciana sulla scalinata di Piazza di Spagna) e Resnais (gli amici di Antonio si recano a vedere "L'anno scorso a Marienbad"). Fra le tante sequenze che varrebbero da sole la visione del film, vorrei citare quella quasi straziante di Nicola che si presenta a "Lascia e raddoppia" e sbaglia una risposta proprio su "Ladri di biciclette"; Antonio che scambia Gianni per un parcheggiatore a Piazza del Popolo; gli abitanti della villa di Gianni che non riescono a incontrarsi e a comunicare fra di loro (e che poi, quando escono di casa, utilizzano ognuno un'automobile diversa); l'attesa davanti al falò per iscrivere i bambini a scuola; le litigate sotto la pioggia e nelle piazze di una Roma che assurge al rango di scenario ideale, vero contenitore di emozioni e di esistenze di ogni tipo. Molte pure le frasi da annotarsi sul taccuino: "Vincerà l'amicizia o l'amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?, "Erano tempi duri, ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi", "Il futuro è già passato, e non ce ne siamo accorti", "Vivere come ci pare e piace costa poco, perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità", "L'intellettuale è più avanti, è più su, è più giù, egli è irraggiungibile, egli è più oltre!", e la più celebre e citata di tutte: "Credevamo di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato noi". La bella colonna sonora è di Armando Trovajoli (compresa la canzone "Ed io ero Sandokan"). Il titolo del film, da allora entrato nel linguaggio comune, proviene invece da un verso di una canzone degli anni venti, "Come pioveva", a suo tempo cantata – fra gli altri – anche da Vittorio De Sica.

11 dicembre 2009

Signore & signori (P. Germi, 1966)

Signore & signori
di Pietro Germi – Italia 1966
con Gastone Moschin, Virna Lisi
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Visto in TV, con Marisa, Alberto ed Eva.

Tre diversi episodi ambientati a Treviso e che ruotano attorno a uno stesso gruppo di amici, membri "rispettabili" della medio-alta borghesia e simbolo del tessuto sociale ed economico di un provincia veneta ritratta come gaudente e moralista al tempo stesso. Un medico geloso (Gigi Ballista) affida tranquillamente la propria moglie oca (Beba Loncar) all'amico che gli aveva confidato di essere impotente (Alberto Lionello): ma scoprirà che questi ha mentito, e pur di salvare l'onore metterà tutto a tacere. Un marito frustrato e oppresso (Gastone Moschin) si innamora della giovane cassiera di un bar (Virna Lisi) e sogna di conquistare con lei la libertà: ma la moglie (Nora Ricci) mobiliterà l'intera città (amici, preti, carabinieri) per costringerlo a rientrare nei ranghi. Un gruppo di commercianti approfitta di un'ingenua contadina (Patrizia Valturri), che a loro insaputa è minorenne: pur di evitare un processo e salvare la propria rispettabilità, ne corrompono il padre per convincerlo a ritirare la denuncia. Ispirato (pare) a fatti reali, è uno dei film con cui Germi (e in generale la commedia all'italiana di quegli anni, prima che scadesse nella farsa e nella volgarità fine a sé stessa) si sbizzarriva a fare una satira pungente sui costumi e sull'ipocrisia di un paese ancora dominato dalla chiesa e da un perbenismo di facciata, dove le questioni "private" di sesso o di corna non possono che diventare inevitabilmente "pubbliche" (attraverso il passaparola e i pettegolezzi) oppure essere messe a tacere (grazie all'intervento dei poteri forti) a seconda delle circostanze o degli interessi. Con il suo sguardo grottesco e impietoso, il film non risparmia alcuna categoria (uomini, donne, imprenditori, religiosi, politici, giornalisti, contadini) e soprattutto ha il pregio di non cercare mai la complicità dello spettatore, al quale non viene chiesto di identificarsi con nessuno. Basti pensare a come viene descritto, senza alcuna simpatia o accondiscendenza, il comportamento goliardico di questo invadente gruppo di amici (privi di valori e sempre pronti a tradirsi a vicenda, a inviare lettere anonime, a parlarsi alle spalle). Nel cast anche Olga Villi (la bigotta ma intraprendente moglie di uno dei commercianti del terzo episodio), Franco Fabrizi, Quinto Parmeggiani, Giulio Questi, Moira Orfei, Gia Sandri, Aldo Puglisi. Ottimi la regia e il montaggio (che supera i limiti del classici "film a episodi" introducendo dapprima tutti i personaggi e poi soffermandosi via via, in modo assai naturale, sui protagonisti dei singoli episodi). Palma d'Oro al Festival di Cannes.

8 giugno 2008

Una vita difficile (Dino Risi, 1961)

Una vita difficile
di Dino Risi – Italia 1961
con Alberto Sordi, Lea Massari
***1/2

Visto in DVD.

Dino Risi era un maestro della commedia all'italiana, ma con questo film dimostra di saper padroneggiare perfettamente anche il cinema drammatico a sfondo sociale, realizzando – con l'aiuto di un fenomenale Alberto Sordi – il ritratto di un uomo “che non cerca la fortuna”, disposto a rinunciare a ogni cosa in nome della coerenza e della fedeltà alle proprie idee. La sua vicenda umana si muove di pari passo con la storia dell'Italia dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni del boom economico, e le diverse scene, spesso ambientate ad anni di distanza l'una dall'altra, attraversano i principali eventi storici e politici del dopoguerra. Dapprima partigiano sul lago di Como (dove incontra la ragazza che diventerà sua moglie), Sordi diventa poi un intransigente giornalista politico in un quotidiano di sinistra e rinuncia a ogni tentazione di ricchezza e di corruzione, preferendo vivere nella miseria, andare in prigione e perdere la moglie piuttosto che tradire i propri ideali: ma quando, dopo l'ennesima sconfitta morale, pur di riconquistare la donna che ha sempre amato accetta di mettersi al servizio di quegli stessi potenti che aveva attaccato e denunciato in passato, l'ennesima umiliazione lo spingerà a rialzare la testa. Fra scene memorabili (su tutte la cena in casa dei nobili monarchici che ha luogo la sera stessa del referendum del 1946), citazioni cinematografiche (Vittorio Gassman, Silvana Mangano e Alessandro Blasetti, nella scena a Cinecittà, compaiono nelle parti di sé stessi), geniali improvvisazioni (la scena in cui Sordi sputa sulle auto di lusso sul lungomare di Viareggio non era nel copione), una colonna sonora ricca di canzonette d'epoca e un misto di ironia e melodramma, con quella comicità amara e malinconica che ha reso grande il cinema italiano, il film descrive con efficacia “una vita difficile” (il titolo è anche quello del romanzo autobiografico che Sordi scrive e che viene rifiutato da tutti gli editori) in un “paese difficile”, attaccando la corruzione e la retorica del potere ma soprattutto l'opportunismo e la mancanza di orgoglio di chi sceglie volontariamente di sottomettervisi.